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Alcibiade

QUADRO TERZO

Reading edition

Anno 415 avanti l’Era Volgare

ATENE

Casa d’Alcibiade. Sala da convito sfarzosamente arredata. Architettura e mobilio ricchissimi. Colonne e statue: soffitto e pareti a dipinti, portiere ad arazzi e tappeti di Persia a figure. Mobili incrostati d’oro e d’avorio. Ricche lucerne pendenti dalla vôlta. Letti coperti di porpora ed oro, già pel convito disposti.

SCENA PRIMA ALCIBIADE e GLICERA.

(Alcibiade in atteggiamento calmo — Glicera agitata, irritatissima)

Glic. Non fingere! non fingere! Risparmia almeno una nuova menzogna! È questa la tua fedeltà? Così giurasti d’amarmi?

Alcib. E il vero giurai. O non abbandonai per te la bellissima Teódota, la affascinante Gnaténa?[210] Non mi diedi io interamente a te con tutto l’abbandono di un’anima ardente? Quei dì passati insieme non trasvolarono sulle nostre teste sereni e lieti come giorni alcionidei?[211] T’avevo promesso — a te d’ogni amore sdegnosa — insegnarti nel mondo una felicità sovrumana di cui avessero invidia gli Immortali... quella promessa, o Glicera... la trovasti bugiarda?

Glic. Oh! così mai non ti avessi dato ascolto! E quando cessai io d’amarti?

Alcib. Troppo, troppo mi amasti! Noi tracannammo troppo avidamente questa tazza che i Celesti ne porsero: soltanto una rugiada di cielo potea perennemente da capo ricolmarla: ma le fiamme della tua gelosia la disseccarono...

Glic. Non la mia gelosia, la mia dabbenaggine, devi dire. Per essa or son fatta oggetto di sprezzo e di scherno a colui che diceva di adorarmi... (piange).

Alcib. Scherno? Disprezzo? Oh Nemesi mi punisca se pur l’ombra di qualcosa di simile è in me! No, no! Allora ti disprezzerei ch’io cercassi fingere teco, per prolungare una illusione fugace di qualche giorno di più. Il nostro fu un sogno di due mesi, di un’ora, — ma splendido; ma degno di noi; lasciamolo là intatto, e andiamone superbi; non profaniamolo con una menzogna. Perchè, o Glicera, quando rientrata nella calma del tuo animo interrogherai te medesima — ti accorgerai che quel sogno esistette nella tua testa e non nel tuo cuore... (gesto vivo di Glicera, di cui Alcibiade finge non accorgersi, proseguendo) Tu credesti di amarmi, o Glicera. Consolati. La tua fantasia, non il tuo cuore fu vinto. Il tuo amor proprio, non la passione in te parla!...

Glic. Oh, il perfido! per difender sè stesso accusa me di non averlo amato! Maledetto l’istante...

Alcib. (vivamente interrompendola) No, no, non mi difendo — e tu quell’istante non maledirlo! Perchè pochi, troppo pochi sono i momenti di gioja che sulla terra ne concessero i Numi: non imprecarlo quel sogno, se ci ha fatto vivere un giorno nella vita; ciò che non a tutti è dato. E poichè, restando uniti, quel giorno non lo ritroveremmo mai più, separiamoci a tempo, oggi, affinchè il ricordo di esso ci segua come una gioia tranquilla e serena; domani il ricordo potria convertirsi in incubo che ne contristi l’anima e i dì. Incerti del presente, nessuno è padron del futuro: tanto meno gli amanti: perciò sta scritto che gli spergiuri degli amanti sono i soli che gli Dei non puniscono.[212] Non rinunziamo ostinati, in traccia di una gioja che non ritorna a quelle che ne attendono ancora: hai provato le voluttà di una febbre della mente e dei sensi: Glicera, ti restano ancora gioje ignote, che io non posso darti: cerca chi ti dia le gioje del cuore...

Glic. E così, Alcibiade mi lascia! e così Glicera la bella, la invidiata Glicera diverrà domani la favola delle sue compagne e di Atene!

Alcib. Alla buon’ora, per Ercole! L’amor proprio ora parla! La parola ti è sfuggita. Io ne aggiungerò un’altra. Tu eri corteggiata da Carmide, ricco e leggiadro: egli fece per te pazzie d’ogni sorta, e tu, che lo avresti amato s’ei ne avesse fatte un po’ meno, perciò lo respingesti. Ora Carmide s’è accorto dell’errore e si mostra gioviale e guarito: pure, giurerei che del tutto in fondo non l’è: e so che il tuo cuore, benchè occupato dalla gelosia a mio riguardo — il cuore di una fanciulla può abbracciar molte cose! — il tuo cuore è più sensibile alla sua finta indifferenza che non lo fosse alle sue smanie. Ieri l’altro tu gli scrivesti (Glicera fa un gesto vivissimo negativo: Alcibiade tranquillissimo trae un rotolo di sotto la tunica). Il tuo servo infedele credendo ingraziarmisi mi portò la lettera. Te la rendo (altro gesto, come di protesta, di Glicera. Alcibiade la tranquillizza). V’è il suggello ancora. Non la lessi...

Glic. (vivissimamente) Ma potevi leggerla! Ma dovevi leggerla perchè non vi è nulla di quel che credi... e... (esibisce la lettera)

Alcib. (calmissimo) No, no..., nulla io credo: e il ciel mi guardi dal leggere! Conosco Glicera. Oggi ciò (additando la lettera) non è nulla, lo so: ma domani potrebbe essere qualche cosa. Perciò questo, o non mai, è il momento opportuno per finir bene il nostro sogno, prima che il mare e le fortune della guerra ci separino. Oggi te ne duole e ci lasciamo amici. Domani potrebbe esser tardi per me...

Glic. E l’avresti meritato...

Alcib. Ah, per Giove! Tu ragioni! Quando si ragiona, il cuore è in calma, o comincia ad esserlo. Approfittane per dar retta ai consigli di un amico: poi che amico vero io ti sono, e vorrei lasciarti qualcosa che giovasse alla felicità del tuo avvenire. Se quella lettera (additando la lettera che ha consegnato a Glicera e che questa ha in mano) è un passo verso Carmide... dà retta a me: non mandarla... (gesto negativo di Glicera. Alcibiade prosegue istessamente) lascia che io mi allontani, e che, non chiamato, venga egli da te...

Glic. (vivamente) Ma io non lo chiamo affatto!... ma io...

Alcib. (colla massima calma e dolcezza) Meglio! meglio!... ma dà retta a me: non mandarla! affretteresti le cose: e se brami conquista duratura, non precipitar nulla. Carmide è degno del tuo amore: è il giovine che potrà farti durevolmente felice: non abbi però premura di farglielo sapere. Verrà il giorno — e sarà giorno avventuroso — che tu cadrai: perchè anche tu, come dice Omero, non sei fatta nè di quercia, nè di rupe:[213] ma, anche allora — bada a me — calma, calma! Attenta a quel che fai!

Glic. (asciugandosi una lagrima) Così con te lo fossi stata!...

Alcib. (calmissimo) Ti giovi adunque l’esperienza! E amalo, sai, il tuo Carmide: amalo di un amor sincero e fervido: ma vedi di nascondergliene la metà. Tutt’al più, di tratto in tratto, lasciagliene balenare un raggio in tutta la sua vivezza, in tutto il suo ardore: ma che tosto scompaja: e sia quanto basta perchè egli si inebrii di quel che possiede, e indovini confusamente quanto più gli manca a possedere. E sia di te e de’ tuoi vezzi lo stesso che de’ tuoi baci. Lascia sempre un margine nella realtà, perchè la fantasia a sua posta vi lavori. Non occorre che egli sappia tutti i segreti della tua bellezza, nè ch’ei viva sicuro di tutti i tuoi pensieri. Sii economa! sii economa! sempre gli resti da sperar qualche cosa, sempre qualche cosa a temere; perchè timore e speranza sono le due ali d’Amore.[214] Perfino i tuoi baci, — sono dolci i tuoi baci, o Glicera! — ma perciò appunto sian rari; e sempre chiesti; perchè il dolce soverchio sazia presto; e le cose che si hanno senza chiedere, perdono presto di valore.

Glic. Pur troppo lo vedo!

Alcib. (ripetendo la frase di prima colla stessa inflessione dolce, piana e calmissima) Ti giovi l’esperienza! E non essere sempre in pace con lui: una volta almeno la settimana cercagli querela e sta sul tuo: perchè il cuore dell’uomo ha bisogno dei contrasti, e il sole non par mai così bello, come quando ritorna dopo le nuvole della tempesta. — Poi non istargli troppo ai panni: Licurgo, che se ne intendeva, affinchè i mariti amasser le mogli, li obbligò a non trovarsi con esse che molto di rado, e molto alla sfuggita;[215] metti il tuo Carmide a mezzo regime di Licurgo. E sopratutto infine, se la gelosia ti affligge, guardati dal lasciarla apparire: essa è la scopa che spazza l’amore dal cuore dell’uomo: esso lo attira alle infedeltà più che il latte non attiri le mosche.

Glic. Per te ora parli...

Alcib. (sorridendo) Ti giovi l’es...

Glic. (vivissimamente interrompendolo e alzandosi) Basta!...

Alcib. (alzandosi a sua volta) E quando un giorno, mercè questi consigli, ti troverai contenta e felice dello amore del tuo Carmide, cresciuto alla prova degli anni, quel giorno ringrazierai Alcibiade di averti procacciato, tuo malgrado, quelle gioje serene e vere, invece del suo amore malfido e tempestoso; quel giorno, invece di piangere, ringrazierai la fortuna di averlo conosciuto — e riconoscerai che Alcibiade... (fa una breve pausa, le si accosta e le dice all’orecchio con volto sorridente e voce lenta e pianissima, appoggiando sulle parole) fu miglior maestro di Aspasia.

Glic. (asciugando un’ultima lagrima, e traendo un sospiro; poi, riscotendosi risoluta in atto di avviarsi) Addio! (voci dall’interno di convitati che arrivano)

Ant. ed altri (dall’interno) Alcibiade! Dov’è Alcibiade?

Alcib. Vengono i convitati. Leggiadra Glicera, vuoi restare con me, e, come due buoni amici che si lasciano, suggellar meco la pace fra i calici?

Glic. (vivamente) Io?... Oh Alcibiade! tu sei maestro erudito, e dopo aver distribuito la sapienza, ti svaghi subito col bicchiere; ma io sono una povera scolara (con accento ironico pronunciato) e ho bisogno di raccogliermi, per meditare sui profondi insegnamenti! Vedo le ghirlande pronte: ma se sono una vittima, non è almeno in tua casa che mi lascerò incoronare di fiori!... Addio!...

Alcib. Parti? ove vai?

Glic. Ove Amore sia meno erudito, meno esperto; s’intenda un po’ meno di proverbj sapienti, e più si inebrj di ignoranze divine; meno precetti di Licurgo abbia in mente, e in cuore più virtù; dove Amore sia meno ambizioso di far invidia ne’ sogni agli Dei, e sia nelle veglie più umano; meno prodigo di consigli e più leale... (gesto di Alcibiade che vorrebbe rispondere: Glicera rincalzando non glie ne dà il tempo) meno poeta e più generoso!... (Alcibiade rimane tra interdetto e confuso, mentre Glicera esce).

SCENA II. ALCIBIADE solo; poi subito ANTIOCO, TRASILLO, altri convitati, indi CIMOTO.

Alcib. (solo, appena uscita Glicera) Povera fanciulla! Perchè urtar nella ruota del destin di Alcibiade? Meritavi di meglio!... (va incontro ai convitati che entrano)

Ant. (entrando, ad Alcibiade) Fummo puntuali?

Alcib. Grazie; grazie, amici. Mi è caro rivedervi e celebrare con voi l’ultima orgia in Atene. Fra dodici giorni, ai 9 di Munichione entrante,[216] si salpa per la Sicilia. Il tempo necessario per la rassegna delle milizie e per gli ultimi preparativi della flotta. Perciò — da domani — vita nuova. Il buontempone bisogna lasci il posto al capitano. N’è vero, Antioco, mio compagno d’armi?

Ant. Certamente.

Alcib. Sia dunque viva e romorosa di queste ore la gioja — e che Venere e Lièo le rallegrino de’ loro sorrisi, come se fosser l’ultime del viver nostro. Perchè posa il futuro sulle ginocchia dei Numi:[217] e non sappiamo se e quando ci sarà dato celebrare un’orgia simile al nostro ritorno... Ma Socrate non è con voi?

Tras. Lo incontrammo nel Pecile,[218] mentre avviavasi a casa... E lo chiamammo che a noi s’accompagnasse... Non volle...

Alcib. (serio, e un po’ triste) Socrate disapprova l’impresa... Prevedevo che non sarebbe venuto. E me ne duole...

Cim. (entrando) Vengo io per Socrate![219]

Ant. Oh! Cimoto il parassita! Chi t’ha invitato?

Cim. (con sussiego) Dice il poeta: Vien da sè Menelao.

Ant. Ma non piacque ad Agamennone.[220]

Cim. Piaccio a mia moglie — e basta. N’è vero, Alcibiade, che Socrate ed io... è lo stesso?

Alcib. Sii il ben venuto, Cimoto, benchè non sia precisamente lo stesso...

Cim. Oh, ma tra noi filosofi ci facciam procura.

Alcib. Tu filosofo?

Cim. Certo. E ho sciolto un gran problema: il problema della vita.

Alcib. (sorridendo) Ah, intendo!

Cim. I miei complimenti, Alcibiade! Il fumo della tua cucina[221] lo si vede da porta Dipila[222] e m’ha fatto correre qui: già il fumo cerca i più belli.[223] Alla distanza poi di mezzo stadio manda una fragranza di anguille di Copaide, di raie arrostite e di beccaccie e di uccelli del Fasi[224] (annasando fortemente) che è una consolazione. C’è da far risuscitare tutti i morti gloriosi che dormono al Cerámico...[225]

Ant. (ridendo) Dove tu non dormirai...

Cim. Vi rinunzio!... Uh! uh! che fragranza! (gira intorno per la stanza annasando)

SCENA III. Detti, BACCHIDE, LAISCA, EUFROSINE.

Bacch. (dall’interno con voce gaja, festosa)

«Viva Bacco, dei cori festanti «E dei balli e dei carmi l’autor!»

Ant. Oh, l’allegra Bacchide!

Bacch. (proseguendo dall’interno e avvicinandosi)

«Qua le tazze! di Bacco si canti, «Il compagno di Venere e Amor!»[226]

Salve Alcibiade! (entra)

Alcib. (movendole incontro) E che Venere e Bacco dunque ti guardino! Sempre allegra la nostra Bacchide!

Bacch. Dovrei piangere? per far rider le Parche?

(Gli altri convitati circondano Bacchide, e s’intrattengono a discorrer vivamente con lei, mentre entrano Laisca ed Eufrosine; a cui Alcibiade va incontro)

Alcib. Gentile Laisca, bionda Eufrosine, e a voi pure Venere arrida, poi che consentiste ad onorare quest’ultimo simposio d’Alcibiade...

Laisca. I tuoi simposj sono una festa per noi. Atene sarà morta senza di te.

Alcib. (galante) Oh, no... finchè le Grazie vi abbiano dimora. (accennando a lei e alle compagne)

Eufr. Temevamo esser venute in ritardo.

Alcib. Ed io temevo che l’amabile Eufrosine non venisse...

Eufr. Oh, Eufrosine non serba rancori!... Ho sentito di Glicera... l’hai già abbandonata anche lei?!

Alcib. (E perciò non mi serba rancore. Carità femminina!)

Eufr. (insistente) Confessalo!... l’hai già abbandonata?...

Alcib. Sì. Ci siamo amati troppo e troppo in fretta. Al contrario di noi mortali, l’Amore — che è un Dio — per rinforzarsi ha bisogno del digiuno. Un altro sogno che se n’è andato! La mia anima sorella non l’ho trovata ancora!...

Eufr. E vuoi durare un pezzo a trovarla, mariuolo!... Povera Glicera! glie l’avevo predetto!...

Alcib. (vivamente) Oh, ma le fui fedele tutto un mese!...

Eufr. Molto infatti!

Alcib. Eh! il giorno che gli Dei han voluto dare la fedeltà al cuor d’Alcibiade, glie l’hanno data così! (si stringono la mano)

Bacch. Oh, sai, Alcibiade!... A momenti verrà Timandra.

Alcib. (vivamente) Verrà? verrà?

Bacch. Me lo ha promesso. Su le prime, quando le ho fatto l’invito a tuo nome, non voleva accettare.

Alcib. Perchè?

Bacch. Perchè la ti conosce appena, non ti ha parlato che una volta o due in casa mia, e assai di rado ella accetta inviti. Non è una etéra come le altre Timandra! Ha un cuor d’oro, ma le abitudini aristocratiche. Quelle volte che vado io da lei, o vien ella da me, formiamo il pajo più bizzarro a immaginarsi. Io allegra e vispa come un cardellino sul ramo; lei pensierosa che pare mediti le dottrine di Eràclito il tenebroso;[227] io alla buona con tutti, lei contegnosa come una regina. Poi, un carattere!... di que’ caratteri risoluti con cui non si scherza! Mah, che cuore! Per questo la si fa voler bene... Oh, ma sai che sul tuo conto le debbono aver dato informazioni non troppo buone?

Alcib. (scherzoso) Davvero? possibile?

Bacch. (maliziosa) E ci sono anche persone le quali pretendono che non le sieno tutte calunnie...

Alcib. (sempre scherzoso) Calunnie! Calunnie!

Bacch. Fra le quali c’è anche una certa piccola Bacchide...

Alcib. (c. s.) Tu?!... ma come dunque...?...

Bacch. Ma la piccola Bacchide è buona, e senza che tu lo meriti troppo, ti ha difeso; e gliene ha dette tante e poi tante in favor tuo, che, se questa volta non l’ha fatta innamorare, giuro alla regina Venere[228] che non è sua colpa... Basta! a furia di dirne la ho indotta finalmente a venire...

Alcib. (complimentoso a Bacchide) Venere forma oratori più facondi di Nestore di Pilo...[229]

Bacch. Oh, parmi aver udito la sua voce... (guardando verso l’interno della scena, poi correndo incontro a Timand.) È lei!!! è lei! Vieni, vieni, Timandra!

SCENA IV. Detti, e TIMANDRA.[230]

Eufr. e convitati. Viva Timandra!

Bacch. (a Timand. presentandole Alcib.) Ti presento quel buon soggetto del quale abbiamo discorso.

Timand. (cortese ad Alcib.) Alcibiade, tu hai degli avvocati molto eloquenti...

Alcib. E verso i quali (accennando Bacchide) non potrò mai sdebitarmi quanto basti, poi che a tanta eloquenza debbo la fortuna di veder l’inclita Timandra entro le soglie dei penati miei... Alcibiade segnerà questo giorno tra i felici, e fra tutti i presagi terrà questo il più fausto alle sue armi...

Timand. Il tuo valore, Alcibiade, e l’amor della gloria, che solo crea le forti imprese, ti saranno il miglior de’ presagi. Quando parti?

Alcib. Fra dodici dì, col primo soffiar delle Etesie.[231]

Bacch. Così presto?

Alcib. (ai servi) Su, su, ragazzi, servite le mense! (i servi portano le mense innanzi ai letti, una per ciascun letto, e sciolgono quindi le calzature ai convitati che sovra i letti si adagiano — circolano le vivande — Alcibiade con Timandra, seco discorrendo, va a prender posto ad uno dei letti, il primo a destra[232])

Bacch. (dal suo letto ad alta voce) Per le due Dee![233] tu fai male, Alcibiade, a lasciarci! Che mai ti venne in mente di andar in Sicilia, ad una guerra così lontana?!...

Timand. Sarà sempre men trista delle guerre che insanguinan la Grecia. Tutti di un solo sangue, in Olimpia e a Delfo spargiamo di un solo vaso d’acqua lustrale gli altari; intanto a Delfo si ostentano i trofei de’ Greci che si scannan fra loro:[234] e i nomi delle stragi fraterne vi sono scritti col sangue di un milione di Greci: e il Dio siede in mezzo ai nostri furori. (con voce mestissima)[235]

Alcib. Lode ai Numi, s’io dunque, veleggiando per la Sicilia, recherò i voti della bella Timandra con me...

Cim. (ad uno dei servi che portano intorno le vivande) Ehi là, amico!

Servo. Che c’è?

Cim. Questa è la parte di Prometeo![236] (mostrando il contenuto del suo piatto) Tutti ossi m’hai dato!...

Servo. Ma è migliore la carne vicina all’osso...[237]

Cim. Sarà benissimo; ma pesa troppo. Già che è la migliore, mangiala tu per me. Guarda, io son discreto: m’accontento di questa... (gli invola rapidamente dal piatto un grosso pezzo di carne, rimettendovi gli ossi).

Servo. Che fai? Dà qua subito, furfante... quella è la parte mia...

Cim. No, no, per Mercurio! non far complimenti... Tienla per te, quella lì è la migliore... Mangiala, mangiala per amor mio! (si tira il piatto dinanzi e manda via il servo, che parte minacciandolo coi gesti)

Eufr. (dal suo posto chiamando) Alcibiade!

Alcib. (dal suo letto, interrompendo il discorrere con Timandra) Eufrosine!

Eufr. Per le Grazie te ne prego,[238] fa tacere questo nojoso di Trasillo! (additando il convitato che gli giace accanto) Egli mi parla sospirando come un mantice da fucina e mi minaccia della vendetta di Venere,[239] perchè non do ascolto a’ suoi sospiri. Se di sospiri potesse vivere una fanciulla, e s’ei tenessero posto delle miniere del Laurio... costui m’avrebbe fatto la più ricca di quante etére sono in Atene.[240]

Alcib. (scherzevole) Trasillo! Trasillo! tu pigli una via troppo lunga per riuscire con la vaga Eufrosine!

Eufr. E non sa promettermi che serti di fiori come se anticipasse gli onori al sepolcro di un morto.[241] Ma digli un po’ se si ricorda di aver giurato regalarmi[242] per le feste degli Alòi[243] un bel monile d’oro, e una veste cimbérica collo strascico e una tunica color di croco?[244]

Alcib. Il fulgor de’ tuoi occhi e il troppo amore, vezzosa Venere bisbigliante,[245] fan perder la memoria...

Eufr. Meglio adunque che mi amasse un po’ meno!... Ma anche de’ giuramenti è lecito dimenticarsi?... Vedi!? a ciò non risponde...

Cim. Risponderò io per lui, col tragico Euripide: «Giurò la lingua... non la mente giurò.»[246]

Eufr. Ti pigli il malanno... te... ed Euripide!

Bacch. Chi, chi, ha osato nominar Euripide?

Eufr. Cimoto!

Cim. E che male c’è? Povero Euripide! Gli voglio bene io! Gran poeta! Gran concetti!

Uom ricco, il qual non tenga in compagnia A mangiar gratis tre persone almeno, In eterno perisca, e mai non sia Che ricompaja della patria in seno![247]

Che versi! che potenza! che versi! (parla mangiando avidamente)

Bacch. Pregherò (a Cim.) i corvi che ti mangino,[248] se nomini ancora quel perfido diffamator delle donne![249]

Cim. Uh! uh! che collera! lo tratti ben male!

Bacch. Ma sì, per le Tesmòfore![250] difendilo anche se hai coraggio!

Cim. Che cosa ha scritto poi, in fin dei conti, delle donne?! Che sono bugiarde, adultere, lascive, traditrici, pettegole, in cui non c’è nulla di sano, grande sventura per gli uomini, maestre di iniquità, vipere, peste delle case...[251] Che Giove mi fulmini se in tutte le sue tragedie ha detto una sola parola di più!

Bacch. E ch’io non offra mai più colombe ad Afrodite, se non ti cavo gli occhi, brutto muso!... (alzandosi minacciosa contro Cimoto che fa atto di scappare)

Alcib. (trattenendola) Pace, pace! bellissima Bacchide! E tu, Cimoto, non seguir più oltre, che hai torto. Euripide sulle donne ne ha dette dell’altre. Fu lui ad insegnare agli uomini il segreto per renderle fedeli:... non uscire il giorno di casa, senza averle chiuse sotto chiave; far cambiare di spesso le serrature agli usci, e tener cani molossi di guardia per la notte...[252]

Bacch. Quel figlio di un’erbivendola![253] Abbasso Euripide!

Laisca. Sì, sì, abbasso Euripide!

Eufr. E le Euménidi furenti se lo portin via...

Alcib. No, no... lasciam le Euménidi: poichè elle non amano il vino;[254] e non si parli altro di Euripide, infelicissimo già tra i poeti: poichè essere in odio alle Grazie è ben peggio che aver le Furie nemiche. Pure, non toccherebbe alle Cariti pigliarsela coi figli delle Muse...

Bacch. Già!... per l’aurea Venere![255] li rispetti molto tu i figli delle Muse!... tu che, l’anno scorso, hai fatto fischiare Aristofane...[256]

Eufr. E hai bastonato Taurea che guidava il coro nelle Nubi...[257]

Timand. (seria) Vero, Alcibiade?

Alcib. (vivamente) Oh, non fu odio all’artista! fu ira del veder posto Socrate in burla! Atene non sa chi sia Socrate; ma il pessimo, l’insolente Alcibiade non mai soffrirà che in sua presenza s’insulti colui che i Numi a ragion proclamarono il miglior dei mortali...[258]

Bacch. Ah, dunque Socrate ti preme più di noi...

Alcib. (sorridente, appoggiando sulla parola) Forse!...[259] Però Evio Bacco, guidatore dei cori notturni,[260] preservi in teatro i poeti da altre disgrazie, così come io qui giuro, per il giuramento grande degli Dei,[261] che Alcibiade d’ora innanzi non batterà più nessuno, fuorchè i nemici in guerra...

Bacch. No! per Aglauro![262] Ajutami a batter costui, che dice d’amarmi e fa gli occhietti ad Eufrosine... (additando il compagno che le sta al fianco e che le parla calorosamente)

Alcib. Tu scherzi, vezzosa Bacchide! unghie di donna non abbisognan di ajuti. Men terribili di esse le lancie di Ettore e del Pelìde. Ma io m’accontento della gloria degli eroi di Omero... (con esclamazione repentina di entusiasmo volgendosi a Timandra) Oh Timandra! gli eroi d’Omero!...[263] Ettore furibondo che insegue Diomede e gli Achei... Quello, quello (con forza) è il mio sogno!... (recita con enfasi i versi di Omero, cercando ritornarseli a memoria)

«Ettór venia fra i primi, e gli occhi truci «Mettean lampi e paura. E come veltro «Terribile, se insegua velocissimo «Lion fuggente od ispido cignale, «A tergo il morde, e ogni sua mossa spia, «Or le cluni addentando, ora la coscia: «Così innanzi si caccia Ettore i capo — «Chiomati Achei, sugli ultimi piombando...[264]

e... e... (s’arresta sospeso, come frugando nella memoria)

Timand. (vivissima) Prosegui!

Alcib. Maledizione! non mi ricordo più... (impazientandosi si volge agli astanti) Chi ha un Omero? chi mi dà un Omero...

Ant. I grammatici che han scuola qui rimpetto lo avranno...

Alcib. Chiamali!

Ant. Oh, eccoli là sulla porta!... Ehi là! Grillione! (chiamando verso l’ingresso) Vengono correndo! (intanto Alcibiade passeggia vivamente su e giù per la sala masticando parole, — gli altri seguitano a discorrere)

SCENA V. Detti, e due GRAMMATICI.

1.º Gramm. Salve, figlio di Clinia!

Alcib. (secco, impaziente) Hai un Omero? Dallo qua...

1.º Gramm. Oh mi rincresce, Alcibiade, non ne ho.[265]

Alcib. (battendolo) Non hai Omero, e fai il maestro?

1.º Gramm. (dibattendosi) Ahi! ahi!

2.º Gramm. Io l’ho! io l’ho![266] (interponendosi) Calmati, Alcibiade!... Eccolo... (gli dà un rotolo)

Alcib. Ah! (calmandosi lascia andare il primo maestro che si tasta indolenzito la persona; strappa bruscamente di mano al secondo il rotolo, lo spiega, lo sfoglia e a un tratto s’arresta) Che cosa sono queste cancellature e queste note in margine?...

2.º Gramm. (sporgendo dietro di lui il capo e gettando l’occhio sulle carte con aria di sussiego e compiacenza) Ah! sono passi di Omero che ho corretto e migliorato. Là in margine vedrai le note per dimostrare i miglioramenti fatti... Già, quel buon Omero qualche volta è un po’ barbaro...

Alcib. (guardandolo fra sorpreso e sardonico) Ah!

2.º Gramm. Per esempio, quel passo dove Ettore si distacca da Andrómaca alle porte Scee, e dopo aver baciato il pargoletto Astianatte, lo restituisce alla sposa:

Ciò detto, pose in braccio alla diletta Consorte il bimbo; ella il raccolse al seno, E lagrimosamente sorridea.[267]

Ma ti pare! È un controsenso! O piangere o ridere! Per essere più sicuro, io non l’ho fatta nè ridere nè piangere: e ho tagliato il passo. «Ciò detto, andò via.» Eh? (con aria di soddisfazione prosuntuosa)

Alcib. E lo reciterai così corretto nelle feste Panatenee?[268]

2.º Gramm. Sicuro.

Alcib. (velatamente ironico) E Atene non ti ha ancor dato, a te che correggi Omero, nessun ramo d’ulivo,[269] nessuna ricompensa?

2.º Gramm. Finora nessuna...

Alcib. È la sorte del genio! E ridi? (sospirando e guardando con aria benevola il maestro, che ingannato sulla intenzione di lui, sorride di compiacenza) Allora... piglia questa! sfacciato! (Gli assesta un pajo di pugni)

2.º Gramm. Ajuto! ohimè!

Convitati. (ridendo) Ah! ah!

Ant. Che fai, Alcibiade? (trattenendolo)

Alcib. Vendico Omero! (i due maestri spaventati sono scappati via) — e mostro a costui che si può ridere e piangere insieme.

Timand. (alzandosi e accostandosi calma e seria ad Alcibiade) Alcibiade?! (Alcibiade la guarda con aria interrogativa) Tu hai fatto scrivere sulla colonna che gli Spartani violano i giuramenti...[270] Ma gli eroi d’Omero li rispettavano! La tua azione è da spergiuro.

Alcib. (risentito) Timandra!

Timand. Gli eroi d’Omero non inveivano contro i deboli. La tua azione non è da uomo prode... (esclamazione di risentimento di Alcibiade; ma la fermezza severa di Timandra lo domina: Timandra gli si accosta e gli parla a voce più bassa e risoluta) Per gli Dei! Ritorna Alcibiade! (fa cenno ella stessa ad un servo, senza attendere la risposta di Alcibiade) Richiama quei due! (al servo)... Non abbiate paura!... (ai due maestri che rientrano paurosi, spingendosi innanzi a vicenda e cercando appiattarsi l’un dietro l’altro) Alcibiade vuol dirvi qualcosa (guarda fisso Alcibiade, che l’ha lasciata fare, restando silenzioso e immobile)

Alcib. (riscotendosi) Infatti! Passate dal mio maggiordomo.[271] Vi darà duecento dramme a testa...

Cim. (interloquendo comicamente serio...) Per farvi raggiustar le ossa...

Alcib. (con un’occhiata minacciosa lo fa tacere...) Perchè vi comperiate un Omero per ciascuno...

I due Gramm. (vivissimamente) Oh grazie...

Alcib. (imperiosissimo interrompendoli) Silenzio!... (i maestri s’avviano ad uscire, Alcibiade li richiama della voce) Ehi! (i maestri tornano indietro: Alcibiade soggiunge con voce imperiosa, rivolto al correttor di Omero, che precede il suo compagno) Senza note!

2.º Gramm. (si inchina vivamente, e gesticola in segno di promessa e d’obbedienza: poi nell’andarsene dà sulla voce all’altro maestro che è già per uscir dalla porta, facendogli la girata del comando di Alcibiade) Ehi! (l’altro maestro si volge alla chiamata) Senza note! (esce col compagno)

SCENA VI. Detti, meno i GRAMMATICI.

Alcib. (si volge a Timandra e le stringe cordialmente la mano) Grazie, Timandra!... (fra sè) (Strana donna! È curioso! Mi par di subire un fascino che non ho subito mai!...) (Odesi in questo punto uno squillo di tromba dallo interno della scena)

Ant. Alcibiade! la tromba! a momenti è l’ora della rassegna delle milizie[272] nel Liceo![273]

Alcib. Or su dunque, l’ultimo calice! poichè stiam per separarci e laggiù forse ne aspetta la Parca di lunghi sonni apportatrice.[274] Si colmino le tazze, e giri nel calice dell’amicizia[275] il vino puro,[276] la ricompensa che il buon Genio ne dà...[277]

Ant. Che il marino Nettuno[278] propizii alle triremi dia i venti ed i flutti...

Bacch. E ricco di spoglie e di allori ti riconduca al Pireo! (Un dei servi reca un cratere d’oro da cui versa per una canna d’argento il vin puro. Entran due giovinette suonatrici di flauto e di cetra inghirlandate. Intanto altri servi portano via le tavole, recano ai convitati le corone di rose e di mirto,[279] dan l’acqua alle mani, spargon di fiori e di unguenti il suolo. Portano quindi in mezzo la seconda mensa su cui vien posto il cratere del vino)[280]

Alcib. Al buon Genio![281] (Alcibiade fa questa libazione, dopo aver versato una parte del licore a terra; bevuto, passa il calice a Timandra, e via di seguito in giro)

Cim. (quando il calice è giunto a lui) Al ritorno di Alcibiade! Che Giove salvatore[282] lo protegga e gli dia gli anni della fenice,[283] per amor di Cimoto il parassita, il quale al suo ritorno vuol bere ancora un po’ di questo vino di Chio![284]

Alcib. (d’un tratto volgendosi all’udir Cimoto) Cimoto! in Sicilia ve n’è del migliore...

Cim. (sospirando) Lo so.

Alcib. E dicono che le torte di Sicilia, inventate da Gelone,[285] sono squisite...

Cim. (mandando di nuovo un sospirone) Infatti, me l’hanno detto... E... (s’arresta, come chi vorrebbe domandar peritante qualche cosa)

Alcib. Che cosa?

Cim. E... a che distanza tirano gli archi dei Siracusani?

Alcib. A uno stadio.[286]

Cim. Per cui... (con gesto e volto maliziosamente interrogativo)... a uno stadio e mezzo... (Alcibiade lo guarda sorridente)... due al più...?

Alcib. Fa conto! (Cimoto si allontana correndo per uscire)

Bacch. Oh, Cimoto! dove corri?

Cim. Al Liceo, alla rassegna delle milizie.

Bacch. Tu? e quando ci vediamo?

Cim. (con gravità comica) Quando?... quando avremo conquistata la Sicilia!... (esce con passo e portamento comicamente marziale)

SCENA VII. Detti, meno CIMOTO.

Alcib. (sorridente) Ecco un eroe!

Eufr. Ora Alcibiade, devi compiere il rito. Su, su, la canzone del convito![287]

Bacch. La canzone di Bacco! la canzon delle etére!

Timand. No! quella di Armodio! la canzon degli eroi!

Alcib. A me il ramo di mirto![288] (tiene il ramo di mirto nell’una mano, mentre declama l’Armodio)

Portar voglio il brando di mirto abbellito Siccome già Armodio quel giorno il portò, Ch’ei spense il tiranno, di Palla nel rito, E libera Atene dal giogo tornò! No, Armodio, tu morto non sei! Diomede Ti accolse ed Achille dal celere piè: Con lor dei beati nell’Isole hai sede, E sempre la terra favella di te![289]

(nel proferir l’ultimo verso, Alcibiade, come improvvisamente rattristato, si interrompe, getta via il ramo di mirto, e si volge melanconico a Timandra) Timandra, non ti pare che la terra abbia già favellato abbastanza di Armodio? Questo Armodio mi annoja...

Timand. A te, figlio di Clinia, il farle cambiare argomento. La Sicilia ti aspetta...

Alcib. Oh Timandra! per compir quanto basti a vivere eterno ne’ carmi, a me manca ciò che Armodio avea... (sospirando) Fortunato Armodio!... Più fortunato che eroe!

Timand. Perchè?

Alcib. Perchè ebbe una donna che lo amò tanto da sacrificarsi per lui.[290] Oh! quando si può essere amati così, non costa nulla l’essere grandi!

Timand. E amato non lo sei... tu?

Alcib. (serio) No.

Timand. Vuol dire che non hai amato mai.

Alcib. Timandra!... ti hanno parlato ben male di me.

Timand. Oh, me l’hanno detto, che, mentre amasti Teódota, in prova d’amore, vincesti per lei tre corone — poi la abbandonasti: era vanagloria, non amore; che mentre amasti Glicera, ed ella fu inferma, tu vegliasti un mese al suo letto — poi l’abbandonasti; era rimorso di coscienza, non amore...

Alcib. E che cosa è egli dunque, per gli Dei?

Timand. Io... non lo so; ma tu vai in Sicilia, e là visse ad Iméra un poeta[291] che deve averlo saputo. Sempre, quando son mesta, una sua pagina antica mi ritorna nel core.

Amor non è raggio di vampa fallace Che scherza e si muta coll’Iri nel ciel: Amor non è il perfido fanciullo procace, Sleal, se combatte, — se vince, crudel. Magnanimo è Amore: non conta con boria Le povere vittime ch’ei seppe tradir: È forte, e disprezza la facil vittoria; È altero, e per vincere, disdegna mentir. Non calcola l’ore, nè i passi misura, Non veglia agli agguati composto a virtù: Non guarda, non medita, non ciarla, non giura, Va innanzi alla cieca — non cerca di più. Non narra le penne tarpate dell’ali... Le trova e si libra nell’etere e va: Non piange i sognati contesi ideali... Ai sogni li strappa — viventi li fa. E anela alla gloria, bellissima stella, Ma pura, ma scevra d’ogn’empio baglior: E cerca la fronda di quercia più bella Per farne più sante le gioie del cor. È audace, ed un nulla gli mette spavento: È timido, timido, ma tutto sa osar: Mai nulla domanda, di un nulla è contento: Mai nulla promette — ma tutto sa dar.

(Timandra dice questi ultimi versi con espressione di voce lenta, affettuosa, guardando Alcibiade che è venuto avidamente seguendola)

Alcib. (avvicinatosi a Timandra le parla quasi all’orecchio, con espansione viva ed inflessione lenta, soavissima di voce) E questo è il Dio Amore che tu adori? dev’essere ben dolce l’adorarlo con te! — (Squillo di tromba)

Ant. Alcibiade, il secondo squillo!... Alla rassegna! alla rassegna!

Alcib. Maledizione! vengo...

Bacch. Alcibiade, io ho una piccola agnella tutta nera: vo’ sacrificarla alle due Dee, perchè l’anno prossimo celebriam teco il tuo ritorno e la tua vittoria...

Eufr. Ed io alla cipria Venere immolerò due candide colombe...

Alcib. (esitante a Timandra) E tu... Timandra...?

Timand. Io...? Io ti seguo...

Alcib. Dove?

Timand. In Sicilia.

Alcib. Tu!

Timand. Per veder co’ miei occhi se sai fare qualcosa di meglio che battere i deboli...

Alcib. (con voce di rimprovero affettuoso) Timandra!... per questo?...

Timand. E per recarmi ad Imera a depor teco una corona sulla tomba del mio poeta...

Alcib. (con iscoppio repentino di voce e di gioja interrompendola e stendendole le braccia) Oh! per i Numi! Timandra vieni! e non ti scostar più dal mio fianco!...

Ant. (a Tim.) Tu sarai il genio della vittoria!

Alcib. Che parli di vittoria?! Laggiù gli allori!... qui... non sono che un vinto!

(In proferir queste parole accoglie nelle braccia aperte Timandra, e la stringe amorosamente al seno.)

CALA LA TELA.

Notes in this chapter

Note 1 · Teodota e Gnatena, due delle etére più in voga ad Atene, in quei dì. Intorno a Teodota, con cui Socrate stesso amava intrattenersi, vedi SenNote 2 · ἀλκυονίδαι ἡμέραι — modo proverbiale significante giorni placidi e sereni. Alcionj o alcionidei chiamavano propriamente gli antichi i quattoNote 3 · «Come si suol dire, ai soli spergiuri degli amanti gli Dei perdonano; perchè il giuramento venereo — ἀφροδίσιξς ὄρκος — non vale» (Plat., SiNote 4 · Modo di dire omerico (ripetuto anche in Esiodo, Teog., 35) di uso proverbiale antichissimo fra i Greci, e più antico, sembra, di Omero. Οὔ γNote 5 · «Veloce è Cupido al venire e all’andarsene; se spera prende l’ale: se appena dispera, immediatamente gli cadono. Indi la grand’arte delle etNote 6 · Senof., Repub. Laced., 1; Plutarco in Licurgo e Apoft. Lacon.Note 7 · Munichione è il decimo mese dell’anno attico, secondo lo Scaligero (aprile-maggio). Qui cadono in acconcio alcuni cenni sul Calendario AtticNote 8 · Omero, Odissea, e altrove.Note 9 · Pecile, ossia istoriato, diceasi un portico famoso di Atene, ov’erano rappresentate le gesta degli Ateniesi, dipintevi dal pennello di PoligNote 10 · Sull’uso del recarsi, specialmente i parassiti, anche non invitati, ai pranzi ed ai simposj, vedi in Ateneo, Deipnos., VI. Ivi Ateneo cita pNote 11 · Il noto verso di Omero, nel 2.º dell’Iliade, αὐτόματος δέ οἴ ἤλθε βοήν ἁγαθὸς Μενελαος «spontaneo venne (al banchetto d’Agamennone) Menelao Note 12 · Nel comico Difilo, presso Ateneo, un parassita invitato, guarda per prima cosa non gli ornamenti e l’architettura della sala, bensì il fumo Note 13 · Porta Dipila o Triasia, o Ceramica, ovvero il Dipilon, era la porta all’angolo nord-ovest d’Atene, conducente dal Ceramico interno al CeramiNote 14 · Proverbio greco popolare, giunto fino a noi. Un parassita lo cita nel Medico di Aristofane: τοὺς καλοὺς πειρᾷν κακνὸς (Aten., Deipnos., VI, Note 15 · Rinomatissime e ricercate alle mense erano le anguille del lago Copais, in Beozia. Così pure le raje (βάτις, Arist., Vesp., 510; Aten., III,Note 16 · Ceramico o palazzo delle tegole, era un quartiere famoso della città, che traeva il nome, secondo Pausania (Attic., 3), dall’eroe Ceramo, fiNote 17 · Anacreonte, ode 41.Note 18 · Eraclito, filosofo di Efeso, era così chiamato per la oscurità del suo stile e della sua dottrina: della quale Socrate, richiesto un giorno Note 19 · Il giuramento o l’attestazione per Venere! per la regina Venere! δέσποινα Ἀφροδίτη — era de’ più usitati fra le etére (Cfr. Alcifr., Lett., Note 20 · Aristen., Lett., I, 15; Luciano, Imagini; Omero, Iliade; e la poetessa Saffo: «La persuasione è figlia di Venere.»Note 21 · Plutarco in Alcib., chiama Timandra la compagna fedele dell’eroe ateniese che lo assistette al momento della sua morte. Collo stesso nome laNote 22 · Ετησίαι, venti settentrionali spiranti regolarmente ogni anno, d’estate, nell’Arcipelago, per un determinato numero di giorni. — Appunto venNote 23 · Nei tempi eroici più remoti, secondo vediamo in Omero, usavano porsi a tavola, come ai dì nostri, seduti: ma all’epoca del dramma nostro e, Note 24 · Per le Dee! o per le due Dee! (Cerere e Proserpina) — μὰ τὼ θεώ — Esclamazione ateniese usatissima, propria soltanto delle donne. Cfr. AristNote 25 · Cfr. il lamento sulle guerre civili de’ Greci, posto anche da Aristofane in bocca a una donna ateniese: «Io voglio imprendere a sgridarvi inNote 26 · Nel recinto del tempio di Delfo erano i tesori votivi dei popoli e delle città greche e i doni preziosi da esse inviati al Nume in memoria dNote 27 · Frase greca proverbiale, derivata dalla burla che Prometeo si permise verso Giove, secondo narrasi in Esiodo. Sagrificò Prometeo a Giove un Note 28 · Il comico Macone, presso Ateneo così parla del parassita Cherefonte: «Chaerefon carmen emebat aliquando. Ibi cum coquus, ut narrant, ossibusNote 29 · πρὸς τῶν χαρίτων — Scongiuro femminile (Aristen., Lett., I, 11).Note 30 · Modo di minaccia cui ricorreano frequentissimo gli spasimanti inesauditi (Vedi, per esempio, Alcifr., I, 35). Così Orazio invoca da Venere iNote 31 · Cfr. Alcifr., Lett., I, 36, 40; Aristen., Lett., I, 14.Note 32 · Cfr. Alcifr., Lett., I, 36. Prima di seppellire i morti e celebrar loro le esequie usavasi in Atene tener esposto nel vestibolo della casa pNote 33 · «È al valor dei regali che mi fanno i miei amanti che io giudico il loro amore» (Aristen., Lett., I, 14). Intorno ai doni alle etére, cfr. aNote 34 · Gli Aloi, detti anche feste Talisie, celebravansi ogni anno dopo il raccolto dei frutti, in onore principalmente di Cerere; e insieme anche Note 35 · L’abbigliamento ordinario delle donne ateniesi consisteva, com’è noto, 1.º in una tunica (κιθῶν) o specie di camicia bianca, per lo più di lNote 36 · Αφροδίτη ψιθυρς, Venere bisbigliante, era altro degli appellativi sotto cui Venere adoravasi in Atene, secondo la testimonianza di Suida, daNote 37 · Eurip., Ippol., v. 612: Ἤ γλῶσσ’ ὡμώμοχ’, ἤ δὲ φρὴν ἀνώμοτος. Questo verso di Euripide era divenuto, come tanti altri dello stesso, famoso eNote 38 · Ἀνὴρ γὰρ, ὄστις, εὖ βίον κεκτημένος, μὴ τουλάχιστον τρεῖς ἀσυμβόλους τρέφει, ὄλοιτο, νοστου μὴ ποτ’ εἴς πάτραν τυχών. (Ateneo, Deipn., VNote 39 · Mandare ai corvi, ἔς κόρακας (che tu possa andar tra i corvi! che i corvi ti piglino, ecc.), modo proverbiale usatissimo, significante: mandNote 40 · Dell’odio delle donne ateniesi contro Euripide, perchè sparlatore e denigratore di esse nelle sue tragedie, fa menzione ripetutamente AristoNote 41 · Per le Tesmofore! Per le dee Tesmofore! — Cerere e Proserpina — (Arist., Tesmof., v. 282, 1156); lo stesso che l’esclamazione femminile: perNote 42 · Eurip., Ippol., 616 seg.; Androm., v. 943 seg.; Cfr. Aristof., Tesmof., v. 389 seg.; dove egli fa ricordare da una donna tutte le ingiurie sNote 43 · Eurip., Androm., v. 950. — Aristof., Tesmof., v. 415-416.Note 44 · Così è chiamato Euripide dalle donne, a cagione della professione di sua madre, nelle Tesmof., v. 387; titolo spregiativo che troviamo affibNote 45 · Le libazioni alle Furie od Eumenidi od Erinni erano fatte senza vino — con acqua e mele soltanto; per il che dicevansi in greco ἀοίνοί, (latNote 46 · Venere aurea (χρυσὴ Αφροδίτη — Om., Odiss., IX, 14), ornata d’oro (πολυχρύσος, χρυσῷ κοσμηθεῖσα, Om., Inn. a Ven.), dall’aurea corona, dal tNote 47 · Le Nubi fatte in Atene rappresentar da Aristofane nell’anno 424 av. l’E. V. (ventiquattro anni prima della morte di Socrate) fecero fiasco. Note 48 · Sulle percosse date da Alcibiade a Taurea, suo anticorégo, in teatro, vedi Demost., C. Midia; Andocide, Contr. Alcib., IV, 20; e Plutarco inNote 49 · Ἀνδρῶν ἀπάντων Σωκράτης σοφώτατος — di tutti gli uomini Socrate è il più savio — fu la risposta che l’oracolo di Delfo diede, com’è noto, a Note 50 · Cfr. il modo vivace con cui Alcibiade prende le parti del suo maestro in Platone, nel Protagora, c. 23, e nel Simposio.Note 51 · Evio, Bromio, Dionisio, guidatore de’ cori notturni, amatore delle danze, ecc., appellativi di Bacco (Aristof., Tesmof., v. 990, 992; SofoclNote 52 · θεῶν μέγας ὄρκος (Om., Odiss., 11, v. 377 e altrove). Era il giuramento per la Stige, ossia per l’acqua di Stige, sacro e tremendo agli stesNote 53 · Μὰ τὴν Ἀγλαυρον (Arist., Tesmof., v. 533). Esclamazione ateniese. Aglauro, Erse e Pandroso chiamaronsi le tre figlie di Cecrope primo re di Note 54 · Alcibiade era ammiratore appassionatissimo di Omero — ἴ σκυρῶσ Ὄμηρον ἐθαύμαζεν (Eliano, Var. Stor., XIII, 38): — ammirazione in cui ebbe a Note 55 · Omero, Iliad., lib. VIII, v. 337-341. Ecco, di questo passo, la versione del Monti, più libera della mia: «Iva Ettorre alla testa, e dalle tNote 56 · Un critico trovò ultra-inverisimile questa difficoltà per Alcibiade di procacciarsi un Omero, dei cui poemi non v’era, a suo dire, libreria Note 57 · L’aneddoto da cui è tratta questa scena è riferito da Plutarco alla prima giovinezza d’Alcibiade, e da lui così narrato: «Passato ch’ebbe (ANote 58 · Omero, Iliade, VI, v. 482 484. Il Monti, meno letteralmente, tradusse: «Così dicendo, in braccio alla diletta Sposa egli cesse il pargolettNote 59 · Per legge posta da Ipparco, figlio di Pisistrato, i poemi di Omero dovean dai rapsodi recitarsi, ogni cinque anni, in Atene, nelle grandi PaNote 60 · Ai vincitori nelle gare delle feste Panatenee veniva dato in segno d’onore un ramoscello dell’ulivo sacro a Minerva, che era in faccia al PaNote 61 · «Gli Ateniesi, per suggerimento di Alcibiade, scrissero sotto alla colonna laconica che i Lacedemoni non aveano osservato i giuramenti» (TucNote 62 · Maggiordomo: questa parola ha scandalizzato parecchi. Eppure l’ufficio precisamente rispondente a questa carica esisteva certo fin d’allora Note 63 · Ad Atene quando levavasi un esercito per qualche spedizione, il capitano (stratego) eletto per la medesima recavasi sulla piazza pubblica acNote 64 · Al Liceo, posto in vicinanza della città, avean luogo le rassegne dei soldati innanzi uscire in guerra e gli esercizii militari. «Per lungo Note 65 · τανηλεγὴς θάνατος (Om., Odiss., III, v. 238).Note 66 · «Essendo già ben avanti il convito e ormai girando assiduamente il bicchier dell’amicizia...» (Alcifr., Lett., III, 55). «Non è lecito invitNote 67 · ἄκρατος (οἴνος) — Lo si beveva così puro solo appunto nella libazione del buon genio e in altre libazioni sacre; fuor d’esse, nei simposj atNote 68 · Cfr. Aristof., Vespe, 525: e lo scoliaste a questo verso: era costume al levar delle mense libare al buon genio. Questa libazione, fatta di Note 69 · Marino (θαλόττιος, Arist., Pt., 396; αλυκός, Lisis., 403; αλιμὲδων, Tesmof., 323; Ποντοποσειδῶν, Pl., 1050), epiteto di Nettuno (Ποσειδῶν) sNote 70 · Le corone, come già si notò, venivano recate soltanto in fine del banchetto (δεῖπνον) al momento di far la libazione al buon genio, con cui Note 71 · L’ordine di questi singoli riti è assai chiaramente e concordemente descritto in Senofonte (presso Aten., XI, 462, d, e), in Plutarco (Conv.Note 72 · Il buon genio o agatodémone (ἀγαθὸς δαίμων, Ἀγαθοδαίμων), era il dio benefico, la cui protezione assicurava alle case, alle terre, alla cittNote 73 · Giove salvatore, Ζεύς Σωτὴρ — per il quale spessissimo gli Ateniesi giuravano, νὴ τὸν Δὶα τὸν σωτῆρα (Arist., Rane, 738; Pl., 877) era invocNote 74 · Modo proverbiale esprimente longevità. Vedi Luciano, Ermotimo. Dicevasi anche nello stesso senso campar gli anni di Titone (Luc., Ermot.; DiNote 75 · Era il più pregiato e celebrato tra i vini greci (Aten., IV, 167 e). Altri vini in pregio erano il vino prannio, il vin di Taso, il vin di LNote 76 · Di queste torte recanti il nome del siculo Gelone (che fu, com’è noto, tiranno di Sicilia) parla Alcifr., Lett., I, 22. Doveano essere la stNote 77 · Lo stadio era un ottavo di miglio e più precisamente metri 184,26. Due stadj erano il diaulo; quattro stadj, l’ippicon; dodici stadj formavaNote 78 · Scolii diceansi le canzoni convivali che usavansi cantar alla fine dei banchetti ateniesi, dopo fatta la libazione al buon genio, e al recarNote 79 · «Poscia gli comandai che pigliato in mano il ramo del mirto, mi recitasse qualche cosa di Eschilo» (Aristof., Nubi, 1364). Sull’uso del ramoNote 80 · Lo scolio d’Armodio, che diceasi anche semplicemente l’Armodio (Ar., Vespe, 1225) attribuito all’ateniese Callistrato, ci fu conservato da ANote 81 · Secondo Pausania (Att., 2) la cortigiana Leena fu propriamente l’amante di Aristogitone, ma Ateneo per l’opposto (XIII, 596 f.) la dice amanNote 82 · Stesicoro: nacque, secondo una tradizione comune, in Sicilia, ad Imera (colonia mista jonicodorica) poco dopo la fondazione di quella città,
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