Note 262 — QUADRO TERZO
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Μὰ τὴν Ἀγλαυρον (Arist., Tesmof., v. 533). Esclamazione ateniese. Aglauro, Erse e Pandroso chiamaronsi le tre figlie di Cecrope primo re di Atene. Ad esse Minerva diede a custodire il neonato Erittonio o Eretteo (figlio di Minerva e di Vulcano) rinchiuso in una cesta di vimini insieme con un serpente postovi a guardia; sotto proibizione alle tre fanciulle di guardar ciò che nella cesta si contenesse. Pandroso obbedì al divieto della Dea, ma l’altre due sorelle, Aglauro ed Erse, prese da curiosità, non seppero resistere alla tentazione d’aprir la cesta; e alla vista di Erittonio, prese, per castigo di Minerva, da subita insania, si precipitarono dalla cima dell’Acropoli in mare. Così Pausania, Attic.; Apollodoro, lib. III, e Igino, Poet. Astron. Ma Ovidio narra, diversamente, che, delle tre sorelle, Pandroso ed Erse obbedirono entrambe la Dea; Aglauro sola fu tratta dalla curiosità ad aprir la cesta — timidas vocat una sorores — Aglaurus nodosque manu deducit. Una cornacchia andò a riferire la sua disobbedienza a Minerva, che legossela al dito; indi a poco tempo, infatti, capitato Mercurio ad Atene mentre le vergini vi celebravano la festa di Minerva, e visto Erse tra quelle, se ne innamorò: avviossi il Dio alla casa di Cecrope per averla in isposa, e fattaglisi innanzi per la prima Aglauro, la pregò di interporre per lui buoni officj presso la sorella: ma Aglauro, per punizione della Dea, presa da amor per Mercurio, e da gelosia ed invidia della sorella Erse, negossi alle istanze del Nume e tentò precludergli l’ingresso: e allora il Dio tramutolla in sasso (Ovid., Metam., lib. II). Indi forse non a caso, in questo punto della nostra scena, Bacchide inquieta delle occhiate del suo compagno ad Eufrosine, invoca il nome della invidiosa figlia di Cecrope.
Secondo un’altra versione di Ulpiano (comm. a Demost., Falsa legaz.), Agraulo era figlia dello stesso re Eretteo; e nella guerra mossa contro lui ed Atene dai Traci condotti da Eumolpo, avendo l’oracolo presagito la vittoria agli Ateniesi ove qualcuno si fosse sagrificato per la città, Agraulo risaputolo si sarebbe spontaneamente immolata alla patria gettandosi dall’Acropoli. — Il Meursius (Reg. Athen., I, 11) contesta questa versione: certo però essa spiega meglio il culto di cui Aglauro era onorata in Atene; ove ella aveva un tempio, e sacerdotesse dette Aglauridi e misteri e feste a lei sacre — ch’eran le feste Plinterie (Erod., VIII; Paus., Attic.; Esichio, ecc.). Nel tempio e bosco sacro di Aglauro o Agraulo, la gioventù ateniese, all’atto di entrar nella milizia, si recava a dare il solenne giuramento di difendere la patria e le sue leggi (Licurg., Leocr., I, 77; Schol. in Demost., ediz. Didot, 438, 15, 17; Plut. in Alcib.; Meurs., Reg. Athen., I, 9).