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Alcibiade

Note 277 — QUADRO TERZO

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Cfr. Aristof., Vespe, 525: e lo scoliaste a questo verso: era costume al levar delle mense libare al buon genio. Questa libazione, fatta di vino puro (cioè non misto coll’acqua come usavasi durante tutto il pranzo), chiudeva difatti il banchetto propriamente detto, o mensa dei cibi (δεῖπνον), e dava il segno delle abluzioni, del cinger le corone e dello asportarsi delle mense; dopo di che succedeansi altri brindisi e il canto del peana e degli scolii, e si passava alla parte per i Greci la più importante del convito, la mensa dei bicchier ossia il vero simposio (πότος, συμπόσιον), destinato al bere e spesso degenerante nell’orgia (Plut., Disp. Conv., 5; Senof., Simp., 2, 1; Plat., Simp., p. 176; Diod. Sic., IV, 3). Sulla libazione del buon genio, ἀγαθοῦ δαίμονος, scrive più diffusamente Ateneo: «Del vino puro che vien dato in fin di cena, e che chiamasi il bicchiere del buon genio, i commensali ne libano un poco, appena quanto basti per gustarne e ricordare il beneficio del dio. Lo si dà infatti dopo che già sono sazî, perchè ne beano pochissimo: e mentre lo prendono dalla mensa, adorano il dio, quasi lo preghino perchè non abbiano a commetter mai nulla di turpe, nè ad esser mai intemperanti nel bere. E Filocoro dice, esser sancito per legge, che dopo terminati tutti i cibi venga portato il vino puro, tanto appena da gustarne e significare la virtù del buon dio: perocchè si diluiva con acqua il vino che bevevasi prima: e perciò chiamarono ninfe le nutrici di Bacco. Dopo offerto il bicchier del buon genio, si usava rimovere le mense, come mostrò con un atto sacrilego Dionigi di Sicilia: il quale in Siracusa vedendo posta davanti al simulacro di Esculapio una mensa d’oro, offerse al dio la libazione del buon genio, e subito la tavola se la fece portar via» (Aten., Deipn., XV, 693). — In luogo della formula al buon genio, usavasi anche talora l’altra ad Igea (υγιείας), cioè alla dea della salute. Il bicchiere con cui faceasi questa libazione del buon genio o d’Igea, diceasi metaniptro (Cfr. Aten., 486 f. Cfr. Becker, Char., I, 165).

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