Note 261 — QUADRO TERZO
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θεῶν μέγας ὄρκος (Om., Odiss., 11, v. 377 e altrove). Era il giuramento per la Stige, ossia per l’acqua di Stige, sacro e tremendo agli stessi Immortali. «Siami testimonio la terra, e l’ampio cielo disopra, e la disotto scorrente acqua di Stige, ch’è il massimo e tremendissimo giuramento pegli Dei beati» — così giura Giunone in Omero (Iliad., XV, v. 36-38. Cfr. Iliad., XIV, 271 seg.; Odiss., V, v. 184; Apol. Rod., Argon., II, v. 291; Esiod., Teogon., v. 400).
La favola, raccolta da Esiodo, fa di Stige una figlia dell’Oceano e sposa di Pallante, che Giove volle onorare ordinando che per lei giurassero i Celesti. Pausania ricorda con questo nome una fonte in Arcadia, non lungi dalle ruine di Nonacri; «ivi, egli dice, una parte della montagna elevasi a picco ad altezza così prodigiosa come non ho visto mai; e dal sommo di essa stilla perennemente un’acqua che i Greci chiaman l’acqua di Stige» (Paus., Arcad., 17): al che corrisponde la descrizione che Esiodo fa dell’abitazione della Oceanitide nell’inferno: «Abita quivi la Dea tremenda agli Immortali, la orribile Stige: sola, appartata dagli Dei, abita inclite case coperte di sopra di grandi roccie: e d’ogni intorno sono argentee colonne drizzate fino al cielo» (Teogon., v. 775-779).
Perchè poi la dimora di Stige fu posta nell’inferno, può spiegarsi colla osservazione di Pausania che l’acqua di quella sorgente arcadica era mortifera agli uomini e agli animali. La superstizione aggiungeva che chi fosse accusato, innocente, di qualche grande delitto, e costretto a bere di quell’acqua, poteva farlo senza averne danno, provando così la sua innocenza. Che se taluno degli Dei mentiva o mancava al giuramento dato per l’acqua di Stige, allora Giove mandava Iride a prendere dell’acqua di quella fonte, e il Nume spergiuro, costretto a beverne, preso da malore, giaceva ammutolito, senza respiro, senza poter gustare nettare nè ambrosia, appartato dal consorzio degli altri Dei per nove anni; finchè nel decimo, guarito, tornava fra i suoi compagni di Olimpo: «tale è il grande giuramento degli Dei per quell’acqua perenne di Stige» (Esiod., Teog., 783-805). Nel qual grande giuramento simboleggiavano gli antichi, secondo Bacone, la necessità: come il solo vincolo che a preferenza di tutti gli altri, della nascita, della religione, dell’onore stesso, ecc., — lega i re e i grandi, e mantiene solo la fede dei trattati.