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Alcibiade

Note 279 — QUADRO TERZO

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Le corone, come già si notò, venivano recate soltanto in fine del banchetto (δεῖπνον) al momento di far la libazione al buon genio, con cui lo si chiudeva e si dava principio al bevere (πότος), cioè alla seconda mensa, o mensa dei bicchieri. «La distribuzione delle corone e degli unguenti serviva d’introduzione al simposio della seconda mensa» (Aten., XVI, 685 d.). L’uso delle corone, per liberare appunto il cervello dai fumi delle libazioni del vin puro, faceasi risalire a Bacco; «il quale fu reputato buon medico non solo per aver trovato il vino, soavissimo medicamento, ma altresì per avere insegnato ai presi dal furor baccanale a coronarsi il capo con l’ellera, e per aver onorata questa pianta a cagione di sua virtù contraria al vino; spegnendo l’ellera col suo freddo l’ebbrezza» (Plut., Disp. Conv., l. I, 1). Ma col progredire del lusso, aggiunge Ateneo, si cercò alle corone, oltre il rimedio contro i fumi dell’ebbrezza, anche il diletto degli occhi e delle nari: e allora si introdussero le corone di mirto e le corone di rose, alle quali pure attribuivasi una virtù refrigerante (Aten., XV, 675 e). Queste eran certo le più usate: e perciò Aristofane parla del demo incoronato di rose (Caval., 966): per contrario in Ateneo si vedono proscritte dai conviti siccome nocive le corone di alloro e di viole (Aten., ibid.); nondimeno quest’ultime dovettero anch’elle entrar nell’uso, dacchè l’aggettivo ἱοστέᾳανοι, coronati di viole, ricorre frequentissimo come epiteto proverbiale degli Ateniesi (Arist., Acarn., 636; Caval., 1322; Pind., Framm., 45, 46). Becker cita anche il giacinto; ma questo dovette usarsi particolarmente dai Dori. Del resto Plutarco e Ateneo, nei luoghi sopra citati, discorrono diffusamente delle varie specie di corone adoperate.

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