← Table of contents
Alcibiade

Note 289 — QUADRO TERZO

Reading edition

Lo scolio d’Armodio, che diceasi anche semplicemente l’Armodio (Ar., Vespe, 1225) attribuito all’ateniese Callistrato, ci fu conservato da Aten., XV, 695 b. Fu composto verisimilmente non molto dopo le guerre persiane, poichè ai tempi di Aristofane lo troviamo come una canzone popolarissima e universalmente gradita ne’ conviti ateniesi (Vespe, 1225; Lisis., 632; e in Antif. presso Ateneo: Si invocava Armodio; si cantava il peana; veniva portata la gran tazza di Giove Salvatore, XV, 692 f). Già prima d’altronde delle guerre persiane, Armodio ed Aristogitone erano stati come eroi liberatori d’Atene onorati di statue in Atene: era vietato ai servi portare il loro nome (Liban., Ap. Socr.): ed era concessa ai loro discendenti l’immunità dai pubblici pesi (Demost. in Lettine).

Dello scolio d’Armodio ecco la versione letterale:

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando il tiranno uccisero — e libera per uguaglianza di leggi (ἰσονόμους) resero Atene.

«Carissimo Armodio, no, non sei morto: nell’isole dei beati dicono che tu sei, — ove anche il piè-veloce Achille — e, dicono (ci sia) il Tidide Diomede.

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando di Minerva fra i riti sacri (le Panatenee) — l’uomo despota Ipparco uccisero.

«Sempre di voi due la gloria durerà sulla terra — o carissimo Armodio e Aristogitone — poichè il tiranno uccideste — e libera (di leggi uguali) Atene rendeste.»

Come il lettor vede, la traduzione mia, ridotta per le esigenze della scena, comprende le prime due strofe del testo, aggiuntivi i pensieri principali delle ultime due.

Ai dilettanti di questi studj offro qui un altro tentativo di traduzione mia, completa e possibilmente letterale:

Di mirto adorno porterò il brando, D’Aristogitone, d’Armodio al par, Quando il tirannico sir trucidando, Atene a libere leggi tornàr. No, non sei morto, diletto Armodio! Ma dei beati l’isole han te: Dov’è il Tidide Diomede, dicono, Ed anche Achille celere-piè. Porterò il brando mirto-vestito, D’Aristogitone, d’Armodio al par, Quando di Pallade nel sacro rito Ipparco il despota prence svenâr. D’ambo la gloria la terra ognora, O Aristogitone, o Armodio udrà: Come il tiranno svenaste allora, E per voi libera fu la città!

Cattivi versi, d’accordo: però, se non m’illudo, più fedeli alla lettera e allo spirito del testo greco che non la notissima versione del professore Centofanti, la quale va per le scuole:

Su, su, ricuoprasi di mirto il brando, Brando d’Armodio, d’Aristogitone! Per lui si sciolsero ceppi fatali, E Atene è libera con leggi uguali. Diletto Armodio, no, non se’ morto: Ma dei beati vivi nell’isole: E là magnanimi son teco e lieti Diomede e l’inclito figliuol di Teti. Su, su ricuoprasi di mirto il brando, Brando d’Armodio, d’Aristogitone! Che Ipparco spensero tiranno ardito Nel sacro a Pallade solenne rito. Di gloria splendidi sarete ognora, Tu caro Armodio, tu Aristogitone: Per voi si fransero ceppi fatali E Atene è libera con leggi uguali.

Nella qual versione del Centofanti, a parte le parole greche omesse e le forme cambiate, segnai in corsivo le parole aggiunte e i pleonasmi del traduttore, di cui nel greco non è traccia alcuna: e che per un componimento sì breve e caratteristico dell’antica Musa, mi paiono di là di troppi. In ispecie quel verso di stampo tutto moderno: Per voi si fransero ceppi fatali — un poeta ateniese non l’avrebbe mai scritto nè pensato.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings