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Alcibiade

Note 232 — QUADRO TERZO

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Nei tempi eroici più remoti, secondo vediamo in Omero, usavano porsi a tavola, come ai dì nostri, seduti: ma all’epoca del dramma nostro e, in generale, nei tempi storici, dalle guerre persiane in poi, troviamo ormai dappertutto sottentrata fra’ Greci l’usanza di coricarsi sdrajati sui letti. Solo faceano eccezione, insiem coi ragazzi, le matrone e le fanciulle, e in genere le donne di famiglia (ἔλευθεραι), le quali sedevano a tavola sopra sedie a spalliera (Welcker, alte Denkm., II, 240) e per lo più lontane dai mariti; invece le etére e le cortigiane in genere, che rallegravano i simposj maschili, usavano coricarsi anch’esse sui letti a fianco degli uomini (Winckelmann, Monum. ined., 200. Cfr. Alcifr., I, 39).

La forma e disposizione dei letti concordava in complesso coll’uso dei Latini: soltanto, a differenza di questi, — e contro l’opinione comunemente invalsa — pare che i letti delle mense, ad Atene, fossero ordinariamente di soli due posti e non di tre. Così opina anche l’Hermann, arguendolo dal convito platonico, ove Agatone invita Socrate per suo compagno di letto, dà Aristodemo per compagno di letto ad Erisimaco, e solo in via di eccezione chiama Alcibiade a seder terzo fra Socrate e lui. A due a due siedon pure i convitati Greci e Persiani (ὁμόκινοι) al banchetto di Attagino in Erod., IX, 16: e anche nelle pitture di vasi antichi questa appare la disposizione numerica più comune: solo più di rado occorre nelle pitture il caso di letti occupati da tre e talora anche da un numero maggiore di convitati, fino a cinque: Graeci quini stipati in lectulis (Cic., Pison., 1040): ciò che per altro l’Hermann attribuisce anche all’angustia dello spazio offerto dai vasi alle figure.

I letti poteano essere anche più di tre: la cena del re Cleomene era detta laconica perchè non vi erano che tre letti.

I letti (κλίνη), nelle case agiate in ispecie, riccamente lavorati e listati di porpora, eran fatti più comodi da tappeti e cuscini. I convitati vi si poneano a giacere appoggiati sul gomito sinistro (ἐπαγκῶονος δειπνεν, Luciano, Lessifane) a cuscini, per lo più rotondi, che sostenevano il dorso (προς κεφάλαιον), avendo così libero il braccio destro e la parte inferiore del corpo stesa in lungo e leggiermente piegata. Per tal guisa trovandosi varj convitati sullo stesso letto, il primo giaceva sporgendo le gambe lungo il dorso del secondo, o meglio lungo il cuscino su cui il secondo si appoggiava (Millin, Peint. des Vases; Tischbein, Recueil; Ferrario, II, pag. 1041, tav. 144).

Se i cibi venissero come tra i Latini portati in giro e deposti sopra un’unica tavola nel mezzo dei letti, o se ciascun letto avesse il suo proprio tavolo, non è ben definito; però questa seconda maniera è, secondo l’Hermann, più verisimile; e infatti nelle antiche pitture di simposj vediam posti uno o più piccoli tavoli (tripodes, trapezai) dinanzi a ciascun letto: i quali tavoli (su cui deponeansi quei piatti che non recavansi in giro) al finir dei cibi venivano dai servi portati via (αφαιρεῖν τὰς τραπέζας).

Ai convitati — che interveniano al banchetto vestiti in bianco — ordinariamente era il padrone di casa che assegnava i posti; fra i quali vi era, come tra noi, distinzione d’onore; «il posto più onorifico, dice Plutarco, è fra i Persiani quel di mezzo ove siede il re, fra i Greci il primo» (in capo dei letti): e il padrone facea seder presso di sè l’ospite che volea maggiormente onorare (Cfr. Plat., Simp.; Plut., Disp. Conv., I, 2, 3).

Prima di porsi a giacer sui letti, i servi toglievan le calzature e lavavano i piedi ai convitati (Plat., Simp., p. 175, 213): al che, nelle case dei ricchi scialacquatori, invece d’acqua, facevasi uso di vino e di essenze odorose (Plutarco, Focione). — L’ordine del banchetto ci vien quindi così riassunto da Aristofane nelle Vespe (v. 1210 seg.): «Fil. Come debbo coricarmi? — Bdelic. Con decoro. — Fil. Come dunque? — Bdelic. Stendi le ginocchia e mollemente come si usa nelle palestre ti adagia sui tappeti. Piglia quindi a lodare alcuno dei vasi di bronzo che ti son posti dinanzi. Si dà l’acqua alle mani. Si portano le tavole. Ceniamo. Ci laviamo. Si fanno le libazioni.»

A tavola non faceasi uso nè di forchette, nè di coltelli. Solo il cucchiajo (μυστίλη) usavasi pei cibi liquidi; pei cibi solidi adopravansi le dita; le quali i convitati si ripulivano durante il banchetto colla mollica di pane, e coll’acqua ch’era data in fin di tavola; non vi essendo del resto alcun uso nè di tovaglie, nè di tovagliuoli.

Insieme alle abluzioni alle mani (ἀπονίψασθαι) e al levar delle tavole, si lavava contemporaneamente il pavimento, spargendolo di unguenti ed essenze; si distribuivano quindi ai convitati le corone e si chiudeva colla libazione al buon genio il pranzo propriamente detto, ossia la mensa dei cibi (Cfr. Aten., Deipn., IX, 408 f.; XV, 665 b. Menandro in Suida, v. αἴρειν): alla quale succedeva la parte più importante del banchetto ateniese, ossia la seconda mensa o mensa dei bicchieri. — Ma di questa più innanzi.

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