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Alcibiade

QUADRO QUARTO

Reading edition

Anno 415 av. l’Era Volgare

SICILIA

Campo di battaglia sulla spiaggia tra Catania e Siracusa — Parte appartata del Campo — In fondo il mare — Escursioni.

SCENA PRIMA. DUE SOLDATI SIRACUSANI, poi altri SOLDATI.

(all’alzarsi della tela entrano fuggendo da parti diverse)

1.º Sold. (correndo) Di qua! di qua! Viene Alcibiade!

2.º Sold. (c. s.) Fuggono tutti i nostri?[292]

1.º Sold. E alla dirotta. Tempesta Alcibiade nelle prime file. Dovunque irrompe fa strage. Niente resiste innanzi a lui. Numi! che folgore di guerra! Di qua! di qua! (fuggono entrambi)

Altri soldati siracusani (traversano sparsi la scena) Viene Alcibiade! fuggiamo! fuggiamo! (escono di scena fuggendo)

SCENA II. CIMOTO.

(Entra armato da soldato ateniese di fanteria leggera — τοξότης[293] — trafelato, sudante per il correre e la pinguedine. Si siede sur un masso, rasciugandosi il sudore)

Cim. Auff! Gran brutto mestiere la guerra! Se non ci fosse quel po’ di gloria attaccata, non varrebbe proprio la pena di farsi alunni di Marte. Non ne posso più. Da due ore non ho preso cibo! (cava da una bisaccia ad armacollo[294] una gallina cotta) e non mi resta che questo avanzo di stamattina! Uff! Che mestiere! (addenta la gallina, poi, tra una boccata e l’altra, ripete:) Se non ci fosse quel po’ di gloria! e questo po’ di vin di Siracusa! (cava dalla bisaccia una fiala e beve, facendo scoppiettar la lingua e assaporando)... Che caldo! (si ripassa la mano sulla fronte asciugandosi il sudore) Ecco finalmente come è fatto quello che chiamano il sudor nobile! per Minerva! mi par lo stesso di quell’altro!... (continua mangiando e parlando fra sè, tra un boccone e l’altro) Vediamo un po’, Cimoto; tu hai lavorato per la fama, oggi; e puoi essere contento di te. Il padrone[295] ne ha compiute delle gesta, ma anche tu non hai scherzato! Già, i Numi non per niente appajano i simili co’ simili![296] Se mi vedesse la mia Filumena, che mi gridava sempre: «Va a fare il ramifero,[297] vecchio Cecropone,[298] buono a niente!» — Eh, sì! il ramifero adesso è diventato un guerriero! Ma!... chi avrebbe mai indovinato che qua dentro (si picchia la testa) ci fosse nascosto l’istinto della gloria! (addenta la gallina) E questa armatura che aria mi dà! (si alza, si osserva da capo a piedi con compiacenza, facendo due o tre passi e piantandosi in atteggiamento marziale) Non mi manca più che la corona di quercia del valore e la mia brava iscrizione sulle Erme...[299] ... Oh! ma l’avrò anche quella... oh! sì che l’avrò... (a questo punto è interrotto da un forte starnuto) Ecco la prova!... Questo starnuto di buon augurio vuol dire che gli Dei me l’assicurano...[300] e... (sternutando di nuovo si ricopre coll’elmo il capo) che non bisogna stare scoperti quando si è sudati... E quando torneremo ad Atene, tutti mi guarderanno a bocca aperta. — «Mira Cimoto! Come? è quello il parassita Cimoto? che faccia abbronzita! che portamento marziale!» — E io dritto, serio, marcerò in capo di fila, facendo le finte di non sentir nulla! Eh, sì, sicuro! i miei cari Chiechenei![301] Il parassita Cimoto che sotto i portici e nell’agora[302] vi facea fuggire per la paura di vedervelo venir a pranzo, adesso, invece, — oh, per Ercole! mette in fuga le falangi di Siracusa... mette in fuga... (entrano altri soldati siracusani fuggendo e traversando la scena).

Soldati siracusani. Salva chi può!

(Cimoto lascia cadere a terra il resto di gallina e scappa precipitoso con loro.)

SCENA III. ALCIBIADE e CIMOTO.

(con Alcibiade entrano soldati ateniesi che traversano lo sfondo inseguendo i Siracusani)

Alcib. (entra dalla parte opposta a quella da cui fugge Cimoto coi Siracusani — e vedendolo fuggire gli dà sulla voce da lontano, mentre Cimoto è già per rientrar nelle quinte) Cimoto! Cimoto!

Cim. (si ferma di botto udendo la voce di Alcibiade e ritorna rassicurato verso di lui, mandando un sospiro di sollievo) Ah!... sei tu!

Alcib. Da un quarto d’ora ti cerco. Dove correvi così?

Cim. Per Giove fuggitivo![303] inseguivo i nemici! (corre intanto a raccattare furtivamente il resto di gallina da terra, e se lo ripone in bisaccia) Sai che il tuo valore è contagioso e m’ha messo in corpo un ardore... Guarda come fuggono quelle lepri!... Eh! (con gesto di minaccia verso la parte da cui fuggivano i Siracusani) Se tu non mi chiamavi...

Alcib. (secco e serio) Basta! basta! Lasciali fuggire!

Cim. Già, già... poichè lo vuoi... (minacciando ancora del gesto nella direzione dei fuggenti) Ma... l’han scappata bella!...

Alcib. I nostri han già messo il campo. Va ad avvertir Nicia e Lamaco che io qui li attendo. (Cimoto si avvia; Alcibiade lo richiama) Aspetta!... Avvicinati. (gli parla serio, grave, a mezza voce) L’equipaggio della mia nave è a terra?

Cim. Sì, almeno tutti i tranìti. Gli zigìti e i talamj sono a bordo ancora.[304]

Alcib. Dirai al piloto che subito imbarchi anche gli altri e porti la trireme al largo, pronta alla partenza. Poi mi mandi qui alla spiaggia uno schifo. (Cimoto fa segni di stupore) Nessuno stupore. Di là ti reca alla mia tenda ad avvertir Timandra... e se vuoi seguirmi... preparati ad imbarcarti con lei e con me.

Cim. (sempre più attonito) Ma...

Alcib. (impazientito) Che cosa aspetti? Va.

Cim. Vado... (osservandolo nell’allontanarsi) Che sorta di enigma è mai questo? Dei! che faccia scura! (esce)

SCENA IV. ALCIBIADE solo, poi TIMANDRA.

Alcib. (con voce di amarezza profonda) La vittoria è mia... (si cava un rotolo di sotto la tunica) e questo è il compenso!... Dinanzi a me la Sicilia, l’Italia, Cartagine, la Grecia aperte alle mie armi e alla conquista, — dietro le mie spalle la calunnia, l’invidia codarda che mi strappano al mio sogno di gloria mentre sto per tradurlo in realtà. Combatto per rendere grande Atene... e Atene mi richiama!... Stolto! e io sognavo di essere più fortunato di Milziade, di Temistocle, di Aristide, di Cimone! Anch’essi portarono ad Atene trofei... ed Atene li ricambiò coll’esilio!... Ma essi almeno avean già condotto a termine grandi cose — la loro gloria era già assicurata — l’ostracismo non poteva che renderla più luminosa e più pura... (con gesto e voce di rabbia stringendo il pugno) Io... io non ho ancora fatto nulla per la fama!... È la gloria che mi si strappa! Che cosa è la patria per me senza la gloria!...[305] (stringe e spiegazza con moto convulso fra le mani il rotolo, poi legge, con accento lento, sarcastico, amarissimo) «Pitónico, Dióclide, Teucro ti accusarono di aver profanato i misteri,[306] mutilate le erme:[307] e di aver segrete intelligenze con Isparta[308]. Fosti dannato nel capo e nei beni.[309] La nave Salaminia[310] è spedita a richiamarti sotto mentito pretesto. Tessalo portator del messaggio. Provvedi a’ casi tuoi...» (interrompendo la lettura) Onesto Tessalo! La tua mano non poteva mancare qui dentro! O gli Dei sono ingiusti che a tuo padre, Cimone, disonorano con simile prole il sepolcro, — o tu, ombra di Cimone[311] perdonami, hai qualche colpa ignorata da espiare colla ignavia di costui!... No, no, sono ingiusti i Numi!... (riprende a leggere, sedendo sur un masso) «I sacerdoti ti hanno scagliato l’anatema...»[312] (interrompendosi di nuovo con sarcasmo) Mestiere di questa gente! non sa far altro! «Ma Teano, la giovine sacerdotessa di Agraulo...»[313] (ancora interrompendosi mesto) Povera Teano!...

Timand. (è entrata da qualche tempo in iscena, non vista da Alcibiade; porta la corazza sopra la tunica femminile, e l’elmo in testa, disotto al quale le sfuggono i capelli ricadendo sciolti sulle spalle: ha osservato Alcibiade per alcuni istanti con aria tra il mesto e l’affettuoso, se gli è avvicinata, e standogli dietro si china su di lui seduto e gli cinge con un braccio il collo, mentre continua ella stessa con voce affettuosa e dolce la lettura)... la giovane sacerdotessa di Agraulo[314] ricusò, dicendo officio dell’altare benedire e non maledire!»

Alcib. Timandra![315]

Timand. (con voce lenta, dolcissima) Tu vedi, Alcibiade, che non tutti i sacerdoti bestemmiano i Numi!... Alcibiade, fu santa la risposta di costei: compenserebbe essa sola il bando d’Atene. M’avean detto in Atene che un dì tu l’amasti, la giovane Teano...

Alcib. Io?

Timand. Mi fu detto. Vi è male in questo?...

Alcib. Fu il sogno purissimo di un’ora, nel mattino de’ miei dì. Tutta la sua storia fu... un bacio. Ci vedemmo, ci separammo. Io mossi ad Olimpia, ai grandi clamori della vita. Ella all’altare. Povero giglio! Non lo toccai. Era troppo puro per me.

Timand. (con accento di rimprovero) Sei cortese, Alcibiade!...

Alcib. O Timandra, perdona! Non il cuore ti offese. Ma tu sei forte, e la tua anima è ardente come il sole di Grecia. Queste febbri, che sono la mia vita e la tua, non erano per quel gracile fiore. (prendendole una mano, con voce affettuosa) Era un giglio; tu la rosa superba...

Timand. Adulatore...

Alcib. (con voce mesta e commossa) Povera Teano! Il giorno che partii, mi dissero ch’ella era inferma, e non potei salutarla. Dal suo letto di dolore si è ricordata di me. Oh, sì, Timandra, hai ragione! tutte le maledizioni sacerdotali non valgono questa unica voce d’amore! La voce d’una fanciulla pietosa... ecco tutto ciò che resta ad Alcibiade della sua aura popolare e dell’amore di Atene!

Timand. Alcibiade, questo scoraggiamento non è degno di te. Oggi mi hai fatto di te andar superba, quando ti vidi irrompere come leone nel folto della mischia!... Oh, eri bello, eri grande nella vittoria!... Siilo ora nella sventura!

Alcib. (cupo) Grande?... Chi sa!... Timandra, ascolta. Mi ami tu sempre?

Timand. Lo chiedi? (baciandolo in fronte)

Alcib. Ebbene, — là in Atene — te ne ricordi? — fosti tu che chiedesti di seguirmi. Oggi è Alcibiade che lo domanda a te. — Non ho vergogna di confessarlo: ma sento che con te affronterei più ardito il mio destino. Una sorda tempesta rugge qui dentro (porta la mano alla fronte): mille pensieri confusi vi combattono una triste battaglia. Pavento di me. Timandra, vuoi tu accompagnarmi ovunque io ne vada e dividere meco la sorte?

Timand. Alcibiade, per la prima volta, da che ci demmo promessa d’amore, hai per me dei misteri. Mi fai temere. Che pensiero è il tuo?

Alcib. Oh, non domande! per ora. Rispondi. Vuoi tu seguirmi?

Timand. Sì... e dovunque... in capo alla terra... tra le fiamme e tra le spade...[316]

Alcib. Grazie!

Timand. (terminando la frase e poggiando sulle parole)... fin che Alcibiade sia degno di Alcibiade.

Alcib. Più tardi, più tardi lo saprai.

Timand. No, no, per gli Dei Immortali, dimmi...

Alcib. (vivissimo) Dirti che cosa? Che l’ora del destino di Alcibiade è suonata e la man di un codardo non la arresterà. Sali sulla mia trireme. Cimoto ha i miei ordini. Fra breve ti raggiungerò. Va, va presto! Qui giungono i capi.

Timand. Addio. (si allontana pur volgendosi a guardarlo, e scrollando mestamente il capo) Oh, tristi presagi del core!

SCENA V. ALCIBIADE solo, poi subito LAMACO, ANTIOCO, EUFEMO, indi soldati ateniesi.

Alcib. (appena uscita Timandra, prorompe con voce tonante di collera) Ora della gloria mi fuggi? Venga dunque l’ora della vendetta! (al sopraggiunger di Lamaco e degli altri, immediatamente si padroneggia e va loro incontro colla massima calma)

Lam. (entrando precipitoso e impetuoso) Salve, valoroso Alcibiade! Nicia è alle navi.[317] Ebbene, che è questo? La nave Salaminia è ancorata nel porto.

Alcib. (calmo) Lo so.

Lam. E Tessalo ne è disceso...

Euf. Con un messaggio per te... del popolo...

Alcib. (sempre calmissimo) Che mi richiama. Lo so.

Lam. Oggi! il giorno stesso della vittoria?

Alcib. Appunto. E sai tu, prode Lamaco, di che sono accusato?

Lam. (concitatissimo) Ne corre una voce pel campo — ma non può essere vera...

Alcib. (c. s.) Anzi, è verissima. Sono accusato di profanazione de’ misteri e di intelligenze con Isparta.

Euf. e Ant. Che?!

Lam. (con impeto) Ma è un’infamia questa!

Alcib. (colla massima calma) Oh, buon Lamaco, sotto la vôlta del cielo vi può star questa... e delle altre! Tu sei un soldato leale e valoroso: io, più giovine, ho imparato da te come si combattono i nemici: ma io, forse, conosco gli uomini meglio di te. La tua anima generosa, che non sa cosa sia invidia, nè menzogna, usa a guardar di fronte i nemici, ignora che vi sono altri metodi di guerra, coi quali si va innanzi più presto e si vincono le battaglie più sicuramente che in campo... Impara, impara, Lamaco!... Non per niente, tu, il più vecchio, il più bravo... e il più ingenuo dei nostri capitani, sei rimasto l’ultimo in grado!

Lam. (impetuoso) Ma tu che conti di fare?

Alcib. Quel ch’è naturale. Ottemperare al richiamo.

Lam. Ma qui ci son io... qui siamo in molti a difenderti...

Euf. e Ant. Sì, sì, Alcibiade!

Lam. Ed io, per gli Dei, posso costringere l’inviato a rifar la sua strada!

Ant. Se tu parti, anch’io parto...

Alcib. No, no, amici, non fate nulla. Tu, Antioco, resta co’ tuoi. Tu, ottimo Lamaco, non far violenza all’inviato. Ti comprometteresti in faccia ad Atene. Se vittime ci hanno ad essere, basta una sola.

Sold. aten. (entrano correndo alla rinfusa)

1.º Sold. Alcibiade, non vogliamo che tu parta!

2.º Sold. Se tu parti, partiamo anche noi!

Lam. Li senti?

Alcib. (forte ai soldati) No, amici! In nome dell’affetto che ci lega, seguiamo tutti e ciascuno la via del dover nostro. Io provvederò alle mie difese. Voi restate alle vostre bandiere. I Numi, testimoni e campioni della mia innocenza,[318] veglieranno su me! Lasciate agli accusatori la responsabilità della loro opera — e pregate gli Dei che essa non pesi su Atene.

Voci dei sold. Viva Alcibiade!

Alcib. Ed ora — venga l’inviato.

Lam. (brusco e cupo) È qui.

SCENA VI. Detti e TESSALO.

Alcib. (movendogli incontro calmo e sorridente) Salve, Tessalo! Molte cose sono cambiate, sembra, dall’ultimo dì che ci vedemmo.

Tess. Molte infatti. Alcibiade, il popolo ateniese ti prega di venire a discolparti delle accuse contenute in questo foglio. (gli consegna un rotolo)

Alcib. (sempre sorridente e calmo) Mi prega?... Il popolo ateniese è molto cortese con me.[319]

Tess. Oh, esso spera, esso è certo che tu potrai discolparti...

Alcib. (con ironia sempre dissimulata) Ah! ed è per questa certezza che mi si obbliga ad abbandonar le schiere! Anche tu, n’è vero, Tessalo, ne sei certo? E la tua parola non avrà mancato di alzarsi in mia difesa..

Tess. (imbarazzato) Sì..., Alcibiade...

Alcib. Bene hai fatto, per Ercole! (con ironia coperta) Te ne compensino i Numi! Vedi qui che cosa mi consigliavano? Lamaco, un prode guerriero incanutito sui campi della Calcidica e del Peloponneso, dove tu, o Tessalo, non c’eri; Antioco, il leale ateniese altero della corona di quercia, guadagnata a Mantinea, dove, o Tessalo, non ti vidi; tutti costoro che oggi han rotto le coorti di Siracusa su questo campo dove, o Tessalo, giungesti un po’ tardi, — tutti costoro mi han consigliato a non partire e han messo le loro spade a mia disposizione!... Tu (con calma ironica) che mi consigli, o Tessalo?

Tess. (confuso, guardandosi intorno, spaventato dalle facce scure e minacciose dei capitani e soldati) Alcibiade...

Alcib. (vedendo la sua paura, lo tranquillizza con calma sardonica) No... no... rassicurati. Io li ho sconsigliati. A Nicia ed a Làmaco ho già ceduto il comando e i miei trierarchi[320] hanno ordine di non obbedir più che a loro. Mi arrendo all’invito... e ti seguo... (s’arresta, sospendendo la frase)

Tess. (rifattosi d’animo) Nobile atto!...

Alcib. (completando la frase e poggiandovi sopra) ... sulla mia nave...

Tess. (sconcertato) Perchè non sulla Salaminia?

Alcib. Mi ci trovo meglio! È la mia nave il mio tribunal di Freatte![321] Tu non hai nulla in contrario, n’è vero, buon Tessalo? poichè tu non diffidi di me, tu sei certo che io mi discolperò... (con ironia dissimulata sempre) tu sai che non per nulla, innanzi di bandir l’accusa, avrà imprecato l’araldo a quei che ingannano i giudici...[322] Va dunque tu innanzi colla Salaminia: ti verrò dappresso sulla nave mia. Mandai per uno schifo che mi rechi a bordo... Oh, eccolo già... (approda il palischermo) Addio, prode Làmaco! Antioco, Eufemo compagni d’arme, addio. (con voce profondamente commossa) Triste il lasciarci nel dì della vittoria! Ma lo vuole Atene... Che le sue Dee venerande[323] vi siano propizie... Addio... (Capi e soldati gli fan ressa intorno per istringergli la mano, con tacito dolore; imbarazzo e rabbia di Tessalo, per forza dissimulata in silenzio)

Lam. Non addio! A rivederci, prode Alcibiade!

Alcib. Chi sa?... Domandalo al Fato... e a costui. (Addita Tessalo: stringe la mano ad altri; poi si avvia allo schifo e vi si imbarca. Ritto poi, in atteggiamento fiero, sulla poppa del palischermo, si volge di nuovo agli astanti e chiama ad alta voce) Tessalo!

Tess. (facendo un passo verso lui) Alcibiade!

Alcib. Guarda l’orizzonte! Vola un’aquila a sinistra[324] e sta per sorgere in cielo il Toro.[325] (con voce tonante, terribile) Bada a te! Minaccia tempesta!... Ateniesi! (ai soldati) Alcibiade offerse la sua vita a voi e ad Atene, non agli indegni che tradiscono Atene e voi! Tessalo ha le parole di miele sulla sua bocca, e il decreto di morte contro di me nella sua clamide.

Molti sold. Che?! (esclamazioni, moti di collera e di indignazione di Lamaco ed altri)

Alcib. (continuando colla stessa voce tonante, rivolto a Tessalo) Tessalo, il giorno che partimmo era il dì delle Adonie, ed erano infausti (beffardo) quel giorno gli augurj! Ricordalo agli Ateniesi; e di’ a coloro i quali mi vogliono morto, che Alcibiade — per gli Dei! — MOSTRERÀ LORO DI ESSERE VIVO![326] (parte sulla navicella)[327]

SCENA VII. Detti, meno ALCIBIADE.

Tess. (riscotendosi alle ultime parole di Alcibiade) Egli fugge e minaccia! In nome d’Atene, si insegua il ribelle! Si insegua per i Numi!

Lam. (brusco e risoluto, fermandolo per il petto) I Numi? han fatto anche troppo col darti questa toga che ti protegge. Prega Crateide,[328] non ti colga di peggio!... (a voce sorda, risolutissima, di minaccia) — e sta zitto! Se fai una parola o un passo di più... parola di Lamaco... la toga ti vuol servir poco. (Tessalo rimane immobile, spaventato dalle parole e dall’accento risoluto di Lamaco e dal contegno minaccioso dei soldati. Quadro)

CALA LA TELA.

Notes in this chapter

Note 1 · Che Alcibiade avesse già condotto, innanzi il suo richiamo, a buon punto le cose degli Ateniesi in Sicilia, colla presa di Catania, a lui maNote 2 · Delle quattro classi dei cittadini, stabilite ab antico da Solone, le tre prime in generale (pentacosiomedimni, cavalieri, zeugìti) fornivanNote 3 · I soldati in guerra portavano seco i viveri per tre giorni — carne salata, cacio, ulive, cipolle, ecc. (Cfr. Arist, Acarn., 197; Pace, 368; Note 4 · Non solo ogni comandante, ma anche ogni oplìte aveva seco in guerra un servo o scudiero (ὑπασπιστὴς) che gli portava lo scudo, e alle volte Note 5 · ὄμοιον ὀμοίῳ κατά θεῖον ἀεὶ προσπελάζει (Aristen., Lett., I, 10). Antico proverbio che Aristeneto ha preso da Platone (Simpos.) e da AristotNote 6 · Ramiferi, o tallofori (θαλλοφόροι) erano bei vecchioni impiegati a portar i rami d’ulivo nella processione delle Panatenee; non potendo per Note 7 · Cecrope fu antichissimo re di Atene, vissuto parecchi secoli innanzi la guerra di Troja. Indi in Alcifrone una cortigiana chiama per ischernNote 8 · Erme, busti di Mercurio, di cui si parlerà più innanzi. La iscrizione sulle Erme dei nomi dei valorosi ch’eransi distinti in guerra, era ricNote 9 · Lo starnuto era tenuto fra gli antichi ora per buono ed ora per cattivo augurio, secondo i casi. Infausti eran quelli della mattina, fausti Note 10 · Chiechenei, bocche aperte, spalancate, sbadiglianti; appellativo derisorio dato da Aristofane agli Ateniesi, per indicare con una sola caratNote 11 · Agora era la piazza maggiore di Atene, ove teneasi il mercato; la quale metteva da una parte a settentrione al Ceramico e all’Accademia, e aNote 12 · Giove fiscio, ossia fuggitivo (φύξιος Ζεὺς), veniva invocato dai fuggenti (Vedi Licofrone, Cassandra, v. 288, e lo scoliaste a quel verso). Note 13 · Le triremi, ch’eran le navi da guerra ateniesi (comandate ciascuna da un trierarca) secondo i calcoli del Boeckh (Econ. pol. At., II, 22), pNote 14 · Circa l’ambizione di Alcibiade e la sua sete di gloria, vedi massimamente il Primo Alcibiade di Platone già citato: «La gloria, che tu AlcibNote 15 · I Misteri di Eleusi (o Eleusinie): celebri nella antica Grecia. Potevano dirsi una imitazione de’ misteri di Samotracia, salva la sostituzioNote 16 · Erme (V. sopra, nota 8), così dette da Ἐρμῆς, Mercurio, erano masse di marmo dell’altezza di un uomo, che nella parte superiore ritraevano lNote 17 · Tucidide avverte che gli Ateniesi diedero al fatto delle Erme maggior importanza del dovere «giudicandola opera d’una cospirazione tendente Note 18 · Ecco il testo preciso dell’accusa contro Alcibiade assente in Sicilia, quale ci fu conservato da Plutarco: «Tessalo, figliuol di Cimone LaciNote 19 · Nave Salaminia. La Salaminia e la Pàralo (o il Paralio) erano le due principali triremi ateniesi che stavano sempre allestite e pronte a salNote 20 · Intorno a Cimone, vedi Plutarco e Cornelio Nepote nella sua Vita.Note 21 · Questo anatema fu scolpito su una colonna eretta in una delle piazze della città (Corn. Nep., Alcib., 4).Note 22 · «Avendolo quindi condannato (Alcibiade) per contumacia e pubblicate avendone le sostanze, determinarono di più che tutti i sacerdoti e le saNote 23 · Agraulo, sinonimo di Aglauro. Vedi quadro III, nota 53.Note 24 · Che una Timandra seguisse Alcibiade allo esercito si rileva da Ateneo: «Lo stesso (Alcibiade) partito per l’esercito, conduceva seco in giroNote 25 · πάν διὰ πυρὸς ἤ ξιφῶν — anche attraverso i fuochi e le spade! — passar si dovesse anche tra il fuoco e le spade! — esclamazione proverbiale Note 26 · Nicia e Lamaco furono i due capitani eletti a colleghi di Alcibiade nel comando della spedizione di Sicilia. Nicia era abile capitano, ma prNote 27 · «In prima è probabile che i Numi, fortissimi alleati e campioni, ci assisteranno» τούς θεοὺς μεγίστους ἡμῖν ὑπάρχειν συμμάκους κα’ βοηθούς (Note 28 · «Mandò (il popolo) ad esso (Alcibiade) la nave Salaminia, dando avvedutamente ordine agli inviati di non mettergli le mani addosso, nè di faNote 29 · Trierarchi, capitani di trireme (vedi sopra nota 13). Volendo alleviare i pesi dell’erario, Atene accollava ai più ricchi cittadini le speseNote 30 · Uno dei tanti tribunali d’Atene, il quale adunavasi in un luogo appartato del Pireo detto Freatte (da φρέαρ, pozzo, perchè ivi era un pozzo Note 31 · Imprecazione d’uso che precedeva i pubblici giudizj in Atene. Come è noto, i giudici eliasti e i senatori prestavano giuramento di esercitarNote 32 · Le Eumenidi, od Erinni vendicatrici (Furie), avevano altari in Atene dai tempi antichissimi, ed eran chiamate per antonomasia le Dee VeneranNote 33 · Infausto augurio. Reputavasi invece augurio felice se, mentre faceansi i sacrificj, comparivano aquile volanti a destra (Vedi Omero; EschiloNote 34 · «Il mare si va rabbuffando... i venti minacciano metter l’onde sossopra... e gli intendenti degli astri dicono che stia per nascere in cieloNote 35 · «In progresso di tempo, sentito avendo (Alcibiade) che gli Ateniesi condannato aveanlo a morte, Ma io, disse, mostrerò ben loro che sono ancNote 36 · Nella recita, per l’effetto scenico, cala la tela a questo punto.Note 37 · Invocar l’aiuto di Crateide, Κράταιιν σωστρεῖν (ἐπικαλέσασθαι), starsene al primo danno, prima che non capiti di peggio (Alcifr., Lett., I,
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