Note 306 — QUADRO QUARTO
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I Misteri di Eleusi (o Eleusinie): celebri nella antica Grecia. Potevano dirsi una imitazione de’ misteri di Samotracia, salva la sostituzione del mito di Cerere e Proserpina alla favola e ai riti dei Cabiri. Più in su risalendo, può ritrovarsene l’origine nelle antiche dottrine orfiche dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi, raccolte più tardi e sviluppate dalla filosofia pitagorica; colle quali dottrine dovettero avere qualche relazione i riti simbolici egiziani d’Iside e di Osiride, introdotti probabilmente nell’Attica dall’egiziano Cecrope. E però Cecrope potrebbe riguardarsi il vero istitutore de’ misteri eleusini: lo stesso Trittolemo, infatti, a cui Eusebio e Giustino attribuiscono, insieme colla prima seminagione nell’Attica, l’istituzione dei misteri di Eleusi, sembra vissuto poco dopo Cecrope, al tempo di Cranao suo successore.
Diodoro Siculo fa invece istitutore de’ misteri Eretteo, quinto successore di Cecrope, e come lui egizio di nazione: il quale avendo dall’Egitto portato nell’Attica, afflitta da carestia, gran copia di granaglie, gli Ateniesi per gratitudine il fecero loro re; indi dissero Cerere essere venuta nell’Attica con lui; e aver egli perciò portati seco dall’Egitto i riti della Dea (τὰ μυστήρια ποιῆσαι, μετενεγκοντα τὸ περὶ τούτων νὸμινον ἐξ Αἰγύπτου.) e instituiti ad essa in Eleusi i misteri. Ma Pausania negli Attici, parlando della guerra tra Eretteo e gli Eleusini d’Eumolpo riguarda i misteri come già esistenti a quel tempo; e solo è a notarsi nella versione di Diodoro la conferma dell’origine egizia od orientale di quei riti, contemporanea alla venuta delle colonie nell’Attica. Prima d’allora la religione fra’ Greci consisteva, più che altro, in un superstizioso timore delle forze della natura: tutt’al più, se anche prima di Cecrope e di Cadmo gli Dei tutelari di ciascun popolo, i lari e i penati protettori delle famiglie avean vittime e voti, era per assicurarsene la protezione e calmarne lo sdegno, da cui faceansi provenire tutti i mali fisici e morali della vita privata e pubblica. La credenza che Giove fosse il custode dei diritti dell’ospitalità e il punitore degli spergiuri, e che qualunque omicidio anche involontario fosse senza tregua perseguitato dalle Eumenidi, era al più tutto quello che la religione contribuiva di suo allo svolgersi della vita sociale fra quelle orde elleniche primitive. Ma i nuovi colonizzatori e legislatori, venendo in Grecia dai paesi orientali, già mansuefatti alle idee dei governi teocratrici e alla venerazione e al timore delle caste sacerdotali, non tardarono a sentire il bisogno di puntellare con quelle idee l’edificio sociale di quelle loro nuove colonie fra popolazioni indomite e semiselvaggie. Bisognò rinvigorire la fiacca autorità delle leggi col sostegno della fede, diffondendo la credenza che gli Dei prendessero immediata cognizione delle azioni degli uomini; che essi non solo presiedessero alle prosperità e ai mali fisici presenti, ma che non contenti di punire il malvagio e premiare il giusto in questa vita, citassero anche le anime dei trapassati ad un tribunale inesorabile, per essere da questo serbate secondo i meriti o i demeriti ad una nuova vita di delizie o di orribili tormenti. Questa dottrina, inculcata al popolo con la sola esposizione orale, non poteva impressionarlo gran che: ma simboleggiata nei misteri e proposta fra una quantità di apparati incutenti immediato terrore ai sensi, doveva di necessità agire potentemente sullo spirito di uomini eccessivamente sensuali e superstiziosi, che nei sotterranei di Eleusi si trovavano portati, per via di artificiose illusioni, prima nel Tartaro, poi negli ameni boschetti dello Eliso. — Indi colla venuta dell’egizio Cecrope e colla instaurazione dei misteri noi vediam prodursi il contatto più importante e caratteristico fra la deisidemonia, ossia il politeismo materiale, fisiocratico, degli antichi Elleni e lo spiritualismo delle religioni orientali, egizia, israelitica, ecc. E come in queste, così pure nei misteri Eleusini il filosofo scopre, allato ad un intento presunto spirituale e morale, rivolto alla pratica del vero e del giusto, un intento più materiale e più concreto: la brama di dominio e di potenza della casta sacerdotale, volta colle arti dell’impostura ad impadronirsi dell’uomo nella persona, nell’anima e negli averi. Le ricchezze prodigiose accumulate dai sacerdoti del tempio di Eleusi provano come l’intento fosse abbastanza riuscito.
I misteri Eleusini erano di due sorta: i grandi, τά μεγάλα ossiano i veri misteri (μυστήρια) consacrati a Cerere; i piccoli, τά μικρά, ossia inizj dei misteri (τελεταὶ) consacrati a Proserpina. I piccoli celebravansi nel mese di Antesterione, ed erano propriamente una preparazione ai grandi misteri. Durante i medesimi, i candidati alla iniziazione, o iniziati di primo grado (detti misti, μύστης) si purificavano nell’Ilisso, si preparavano con digiuni, preghiere, sacrificj, e sopratutto con offerte alla Dea. Più queste eran ricche e più probabilità si aveva di essere iniziati, e meno terribili eran le prove da subirsi.
Questi misti, ossia iniziati ai piccoli misteri, dopo cinque anni, e per somma grazia dopo un anno, potevano essere ammessi ai grandi — e allora prendevano il nome di epopti (ἐπὸπτης), ossia ispettori, ossia iniziati di secondo grado. La quale iniziazione ai grandi misteri celebravasi ogni tre anni, d’autunno, poco prima delle Tesmoforie, nel mese di Boedromione. Durava nove giorni, dal 15 del mese in poi: le cerimonie avean luogo la notte: e giammai festa sacra fu tanto solennizzata nella Grecia come questa. Tutto che la scienza e l’arte avevan potuto scoprire di più meraviglioso era posto in opera per colpire la fantasia del candidato, già estenuato anticipatamente dai digiuni, dalle macerazioni e da altre pratiche tendenti a debilitare il corpo e la ragione. I primi tre giorni, dei nove, si passavano ad Atene in sacrificj, digiuni, purificazioni, processioni in riva al mare ed altre cerimonie preparatorie. In una di queste un fanciullino di puro sangue ateniese era posto vicino alla fiamma del sacrificio e compiva i riti espiatorj, in nome dei futuri iniziati. — Il quarto giorno, danze sacre, pantomime rappresentanti il ratto di Proserpina e l’invenzione dei processi agronomici di Trittolemo. Portavasi da Eleusi ad Atene il calato (κάλαθος), canestro sacro di Cerere, sopra un carro seguìto da una turba acclamante a Cerere, dea nutrice, dea delle messi. Seguivano vergini, con panieri o ceste (κίστη) di frutta e dolci, che servivano, insieme col ciceone, a rompere il digiuno commemorativo del digiuno di Cerere, giusta la formula degli iniziati: «ho digiunato, ho bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta e dopo aver gustato ho deposto nel calato; ho ripreso dal calato e riposto nella cesta.» — Il quinto giorno, cerimonia delle fiaccole, altra imitazione del rito egizio di Sais. Gli invitati sfilano a due a due in gran silenzio, con in mano torcie accese, poi scambiano e si ripassano le torcie di mano in mano. — Il sesto giorno, la statua di Iacco (figlio di Cerere) inghirlandata di mirto, veniva portata con gran pompa in processione, dall’Eleusinio in Atene, per la via sacra, sino all’Anattorio o tempio di Eleusi. Il calato, il rombo, il fallo, seguono la processione, mentre i sacerdoti cantano gl’inni a Iacco e la turba acclama: Iacche! evoè! Iacche! — Il settimo, ottavo e nono giorno, detti mistici, impiegavansi nella cerimonia della iniziazione degli aspiranti o iniziati di primo grado (misti). Gli iniziati indossano lunghe tuniche di lino, colle quali devono essere iniziati. Essi attendono la notte nel Pronao, o vestibolo, che le porte del tempio si aprano: ed ecco, ad un tratto, là, in mezzo alla più profonda oscurità, scoppiar tuoni e folgori, tremar la terra e il tempio tutto, come scrollato dalle fondamenta. Romori spaventevoli e sibili di serpenti e muggiti s’alzano dagli abissi; fantasmi e spettri ributtanti e cadaveri insanguinati sfilano alla luce sinistra dei lampi. Più in là appare Ecate tricipite, circondata da orrendi mostri. Poi tutto ritorna silenzio e buio; poi lo squarciarsi come d’una cortina metallica annunzia nuove apparizioni. È il Tartaro co’ suoi fiumi di fiamma, e i suoi odori sulfurei, i suoi tormenti e tormentati, Sisifo, Tantalo, Issione, le Danaidi, ecc. Ma il Tartaro scompare, e alle scene spaventose succedono le scene gioconde: sono i campi Elisj coi prati smaltati di fiori e il dolce mormorio degli uccelletti e i boschetti profumati, e le ombre amene, rallegrate dai cori e dalle danze delle coppie dei beati, dai banchetti di nettare e di ambrosia, dalle mistiche melodie. Dagli Elisj ecco i novizi passare ad un sotterraneo illuminato da torcie, ove si svolgono ai loro occhi le vicende di Cerere, di Proserpina e di Iacco, più o meno lubricamente, più o meno oscenamente rappresentate. Il novizio là vede dove Iside nascondesse suo figlio Oro dall’ira di Tifone; e quello che mostrasse a Cerere la vecchietta Baubo per far che la dea nel colmo della mestizia si scompisciasse dalle risa; e quel che contenessero i canestri chiusi delle figlie di Cecrope, ecc., ecc. Terminato lo spettacolo, i novizj son condotti nel recinto sacro fuori del tempio: e là trovansi ancora nel buio: quand’ecco ad un tratto le porte del tempio spalancarsi con fracasso; e nella gran navata, immenso spazio capace di cinquemila persone, in mezzo ad un mare di luce e di torcie scintillanti, apparire la statua di Cerere tutta oro e gemme, circondata da’ suoi ministri in ricchissimi paludamenti. È il gerofante (ἱεροφάντης) supremo pontefice di Cerere, ed in pari tempo il gran sacerdote dell’Attica, assistito dal fiaccolifero (δᾳδοῦχος), dall’araldo, o cerice (κήρυξ) recante il caduceo, e dagli altri sacerdoti. All’entrar degli iniziati nel tempio, l’araldo grida: lungi i profani, gli empj e tutti quelli di cui l’anima è macchiata di delitti: e commina pena di morte a chi non iniziato sarà sorpreso nel tempio. Poi ad un segnale dell’jerofante gli Dei olimpici appariscono nel santuario (teofanìa) e da quel punto comincia l’iniziazione, e gli iniziati son proclamati epopti, siccome ammessi alla visione della divinità. Il gerofante li arringa, promettendo loro, dopo morte, le voluttà degli Elisi, negate ai profani e invitandoli a giurare per la triplice Ecate il silenzio più assoluto su tutto ciò che hanno udito ed inteso, sotto minaccie terribili di morte a chi commettesse la menoma indiscrezione. Tutti gli iniziati prestano il giuramento, ed escono dal tempio in gran raccoglimento, per recarsi in processione all’Eleusinio. Il giorno dopo gli iniziati fan festa e si ricreano dalle fatiche dell’iniziazione nelle braccia delle cortigiane; il nono ed ultimo giorno infine si rimandano i pusillanimi che non superarono le prove, e gli epopti celebrano la iniziazione con ricchissime offerte al tempio di Eleusi — magnifica gazzarra pei sacerdoti.
(Diod. Sic., lib. I; Callimaco, Inno a Cerere; Platone, Fedone, Gorgia; Pausan., Att., 38; Giustino, lib II; Meursius, Gr. fer.; Eleusinia; Reg. Ath., lib. II; Wieland, Aristip., IV, 1; Maury, Hist. des relig. de la Gr. ant.; Robinson, Antiq. of Greece; Barthelemy, Anac.; Preller, Demeter und Persephone; Cl. Bader, La femme grecque, I, cap. 6; Debay, Nuits Corinthiennes, ecc.).