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Alcibiade

Note 307 — QUADRO QUARTO

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Erme (V. sopra, nota 8), così dette da Ἐρμῆς, Mercurio, erano masse di marmo dell’altezza di un uomo, che nella parte superiore ritraevano la testa di Mercurio, e nella inferiore terminavano in colonna tetragona. Di queste Erme ve n’erano molte per le vie, nei vestiboli delle case private e nei templi, — postevi dai privati o per ordine dei magistrati. Anzi una via intera in Atene chiamavasi delle Erme perchè tutta decorata di questi busti. Ipparco, figlio di Pisistrato, ne aveva fatte por molte nel mezzo delle vie tra la città e i singoli demi rurali, con suvvi iscrizioni o precetti morali, per esempio: cura la giustizia — non ingannar l’amico, ecc. (Platone, Ipparco, 228 seg.; Tucidide, VI., 27; Suida, Arpocraz. a q. v.).

Questi simulacri di Ermete eran riguardati dagli Ateniesi come custodi tutelari dei lari domestici, delle vie, della prosperità della città, della pace pubblica e delle istituzioni; e negli Ateniesi, come bene osserva l’Houssaye, l’idea religiosa associavasi siffattamente alla idea politica, che una offesa fatta ad un Dio protettore della città, come quella che poteva attirar su di essa la collera del Dio offeso, consideravasi quale un attacco contro la repubblica. — Indi il crimine di tradimento e di sacrilegio eran fatti sinonimi (Senof., St. Ell., I; Meurs., Them. Att., II, 2. — Cfr. Timeo, Fragm. Hist. gr.; e Houssaye, Hist. d’Alc., II, 42).

Il guasto di queste Erme, che poco innanzi la spedizione di Sicilia furono trovate una bella mattina quasi tutte mutilate nella faccia, fu tenuto in Atene per grave sacrilegio e vi destò un’emozione indicibile, di cui si valsero i nemici d’Alcibiade, per darne la colpa a lui, collegandovi anco l’accusa di avere in un’orgia contraffatto i misteri di Eleusi. Sulla mutilazione di queste Erme, sulle accuse di Pitonico e Andromaco, Dioclide e Teucro, contro Alcibiade, sulla deposizione di Andocide e Tessalo contro il medesimo, e sul processo relativo che provocò, oltre il richiamo e la condanna di Alcibiade, molte esecuzioni capitali di presunti suoi complici, vedi Tucidide, VI, 28, 53, 60, 61; Andoc., Or. dei misteri; Lisia, Contro Andoc., 36; Ps. Andoc., Contro Alcib.; Isocr., De Big., III; Plutarco in Nicia, 13, in Alcib. 18 seg.; Corn. Nep. in Alcib. — Cfr. Grote, tom. XI.

Ma il racconto del coscienzioso Tucidide (VI, 60) intorno al modo con cui fu ottenuta la propalazione d’Andocide, che formò la base della accusa di Tessalo, e la accusa di Lisia contro Andocide stesso (c. 36), danno fondamento a dubitare della verità di quell’accusa riguardo ad Alcibiade. Infatti Tucidide afferma che «niuno nè allora, nè poi potè mai nulla affermare di certo sugli autori del misfatto, e gli Ateniesi medesimi non sapevano se la punizione delle vittime fosse giusta» (ib.).

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