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Alcibiade

Note 212 — QUADRO TERZO

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«Come si suol dire, ai soli spergiuri degli amanti gli Dei perdonano; perchè il giuramento venereo — ἀφροδίσιξς ὄρκος — non vale» (Plat., Simposio, c. 10). — «Il piacere è la più bugiarda di tutte le cose: e come va per proverbio, nei piaceri di Venere, i quali pur sembrano essere i massimi, anche allo spergiurare è accordato perdono dagli iddii, appunto come se i piaceri, a guisa di fanciulli, non avessero pur un briciolo di cervello» (Plat., Filebo, c. 41). — E in Aristeneto una donna così rinfaccia al suo amante la incostanza maschile: «Fintanto che siete innamorati, voi altri uomini, passate le intere notti ai nostri usci per terra e senza letto, piangendo chiamate in testimonio gli Dei, e avete i giuramenti sulla punta della lingua... Ma tosto che avete a sazietà soddisfatta la vostra libidine, e avete ridotte le amate or dianzi ad amarvi alla lor volta, allora tronfi vi ridete del rapito fiore di quelle, e prendete a ludibrio le misere ch’eran prima l’oggetto delle vostre brame: e dite che i giuramenti non arrivano all’orecchio degli Dei» (Aristen., Lett., II, 20). — E Pavillon, illustrando a sua volta un po’ crudamente la teoria greca della nullità del giuramento degli amanti:

Dès qu’un objet cesse de plaire Le commerce amoureux aussitôt doit finir, Le respect des serments n’est plus qu’une chimère La perte du plaisir qui nous les a fait faire Nous dispense de les tenir.

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