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Alcibiade

Note 265 — QUADRO TERZO

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Un critico trovò ultra-inverisimile questa difficoltà per Alcibiade di procacciarsi un Omero, dei cui poemi non v’era, a suo dire, libreria di Ateniese che fosse priva. Quel critico si inganna. Sebbene di Pisistrato e di Ipparco si narri, che coll’assistenza di Solone, avessero dato opera alla riordinazione dei canti omerici e vietato ai rapsodi di invertirne l’ordine nella recitazione, tuttavia l’edizione materiale, completa nel proprio senso della parola, dell’Iliade e dell’Odissea, a Pisistrato e Solone attribuita, non è positivamente asserita da nessun antico, sino al tardo e straniero Cicerone: e v’hanno ragioni per revocarla in dubbio. Infatti, il codice ateniese da essi compilato avrebbe dovuto tenersi prezioso siccome più vicino all’origine e avente una certa autorità pubblica: e gli Ateniesi, i quali posero nei loro archivj pubblici le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, v’avrebbero conservato gelosamente anche quelle epopee. Ora, al contrario, nè i sei codici omerici posteriori delle città, nè l’ultima famosa edizione della cassetta, ordinata da Alessandro il Grande, offrono alcuna traccia di codesta edizione ateniese o danno indizio alcuno di aver fatto appoggio su di essa. — Il vero è che fino all’epoca di quei codici, e cioè fino al quarto secolo, l’Iliade e l’Odissea vivevano ancora per la massima parte nella tradizione orale dei rapsodi, e neppure nelle più ricche librerie non se ne trovavano trascrizioni ordinate e complete che in un piccolissimo numero di esemplari. Tutt’al più, la maggior parte dei grammatici e dei privati possedevano trascritti soltanto alcuni frammenti o rapsodie isolate dei poemi omerici, come l’Addio di Ettore ed Andromaca — il valor di Diomede — la morte di Ettore — la strage dei Proci, ecc. (Vedi Pope, Essai sur Homère, p. 41; Wolf, Proleg., p. 143; Cesarotti, Ragion. st. crit. su Omero, I, 5; C. Cantù, St. della lett. gr., cap. 3; Müller, St. lett. gr., cap. 5, ecc.). Ciò può spiegare la risposta del grammatico, e calmar la meraviglia del mio critico, che Alcibiade non si trovasse ad avere in casa il canto che cercava: meraviglia che del resto potrebbe applicarsi anche al passo relativo di Plutarco: oltrechè non è detto che Alcibiade, padron di varie case in Atene, dovesse proprio avere sottomano, lì nella sala del convito, i suoi libri e le sue librerie.

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