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Alcibiade

Note 275 — QUADRO TERZO

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«Essendo già ben avanti il convito e ormai girando assiduamente il bicchier dell’amicizia...» (Alcifr., Lett., III, 55). «Non è lecito invitare alla stessa mensa quelli che trattano queste brutte cose e bere con essi la tazza dell’amicizia e stender la mano alli stessi cibi» (Luciano, Conto senza l’oste. — Cfr. Aristof., Lisistr., 203). κύλιξ φιλοτησία o anche semplicemente φιλοτησία, calice dell’amicizia, chiamavano la tazza, più ampia dell’altre, che veniva fatta girare al finir del pranzo tra i convitati e della quale tutti bevevano, facendosela passare un dopo l’altro; il che diceasi ἔν κύκλῳ πίνειν, propinare in circolo, e fra i latini bibere a summo, cioè a cominciar dal commensale che stava nel luogo più onorevole a quello che stava nell’infimo. Questa cerimonia significava che i commensali partivano dalla mensa buoni amici. Il Negri nei commenti ad Alcifrone fa di essa una propinazione separata e ben distinta dall’altre libazioni e brindisi; però sembra ch’essa dovesse precedere immediatamente o coincidere colla libazione al buon genio che segnava il levar delle mense; di che si dirà più sotto.

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