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L'eresia nel Medio Evo

LIBRO SECONDO DALLO SCISMA ALL'ERESIA (continued 3)

Reading edition

E codesto rapporto tra i Gioachimiti e Guglielmo di S. Amour non si smentisce neanco negli altri scritti successivi, nè nel rifacimento del De Periculis che va sotto il titolo Collectiones catholicae et canonicae scripturae ad defensionem ecclesiasticae hierarchiae,[727] nè nel libro De Antichristo, che dal Le Clerc venne rivendicato al nostro Guglielmo. Intorno a quest'ultima opera va notato che il discorso sull'Anticristo era comune a quanti credevano alla prossima rinnovazione del mondo. Chi fosse quest'essere misterioso, che dovea apportare tanti danni alla Chiesa, quali segni l'avrebbero preceduto, in qual tempo sarebbe nato, eran tutte dimande che correvano per le bocche dei Gioachiti. L'abate calabrese avea ben pensato d'intender per l'Anticristo non un essere unico, bensì il complesso di tutti gli oppositori e vecchi e novi della Chiesa; ma codesta interpetrazione, così elastica, non bastava più ai suoi successori, che amavano maggiore precisione e determinatezza. E già sappiamo che la maggior parte dei gioachiti intendeva Federigo II. Guglielmo riprende l'interpetrazione di Gioacchino, e lasciando nell'ombra la figura dell'Anticristo non ha cura di determinare se non i suoi predecessori, che già indoviniamo quali debbono essere, quei falsi profeti, quegl'ipocriti, quei monaci girovaghi, di cui si doleva la Regola di S. Benedetto.[728]

Ma torniamo al libro De novissimis periculis, che fu come il grido d'allarme dato dal clero regolare contro i frati mendicanti. Non occorre dire che fu condannato nel 1256 da Alessandro IV, strenuo protettore dei nuovi ordini.[729] Il Rettore dell'Università parigina, difendendo la gerarchia cattolica, e l'autorità dei vescovi contro le usurpazioni fratesche avea stabilito che quest'ordinamento era stato istituito direttamente da Gesù Cristo, e neanche il Papa avrebbe potuto mutarla. Talchè quando il Papa concedeva ai domenicani di predicare nel suo nome, era da supporre vi sottintendesse il beneplacito del vescovo, senza di che il governo della diocesi non sarebbe stato affidato ad un solo capo, ed il disordine e la ruina della Chiesa ne sarebbe conseguita.[730] Codesta argomentazione feriva l'illimitata supremazia del Pontefice, nè v'è da far le meraviglie che Alessandro l'abbia condannata. Nel sostenere la causa dei domenicani il Pontefice sosteneva la sua, perchè i frati e da predicatori e da inquisitori si presentavano come legati del Papa, e per quanto prestigio e credito togliessero all'autorità episcopale, altrettanto ne crescevano alla pontificia.[731]

La condanna del De Periculis portava con sè quella dell'Evangelo eterno; chè se quel libro colpiva di fianco la gerarchia, questo la feriva nel cuore. Nè Alessandro senza taccia di parzialità avrebbe potuto passar sotto silenzio un libro denunziato dall'Università, e mandato dal vescovo di Parigi al predecessore Innocenzo IV. Ma d'altra parte il Papa ben sapeva che l'opera incriminata apparteneva a quel partito gioachimita, che contava tanti illustri seguaci tra i francescani, a cominciare da frate Giovanni da Parma, eletto a voti unanimi generale dell'ordine sin dal 1247. Oltrechè una censura pubblica del libro si sarebbe certo ripercossa su quei frati, dei quali egli era stato sempre il più strenuo difensore da cardinale, e seguitava ad esserlo da papa. Per queste ragioni decise di sottoporre lo scritto incriminato ad una Commissione di prelati consapevoli della gravità del verdetto, che stavano per pronunziare. I commissarii si riunirono tosto ad Anagni, e con tutta diligenza si misero all'opera, come si pare dal resoconto delle loro sedute, che tuttora si conserva in due manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi.[732] Ben s'accorsero i giudici che l'Evangelo eterno constava di due parti, l'una moderna, l'introduzione e le note, l'altra antica, le tre opere dell'abate Gioacchino;[733] ma e l'una e l'altra condannarono del pari come contrarie all'ortodossia, ed Alessandro s'accomodò al loro giudizio.

Fu giusta la sentenza dei giudici, e doveva Gioacchino esser coinvolto nella condanna dei suoi interpetri? Che l'Introduttorio e le note fossero giudicate poco ortodosse non è da far le meraviglie, perchè i Gioachimiti non ponevano nessuna cura ad attenuare il contrasto tra il Vangelo del Figlio e quello dello Spirito, ovvero sia l'Evangelo eterno. E questa differenza abbiamo già notata tra Gioacchino e i suoi seguaci, che mentre ei cerca di attenuare il contrasto tra la legge presente e la futura, e questa considera come l'integrazione di quella, i suoi discepoli al contrario tengono a rilevarne le discrepanze.[734] E nell'Introduttorio vien dato al nuovo Vangelo un nome differente chiamandolo, ad imitazione dell'Apocalisse, eterno come se volessero contrapporlo ad un vangelo mutevole e caduco;[735] laddove Gioacchino dichiara espressamente non esservi due evangeli, ma un solo, nè usa mai il nome di Vangelo eterno parlando del nuovo periodo, bensì l'altro d'intelletto spirituale.

L'Introduttorio non dubita di affermare che il Nuovo Testamento avrà vigore solo fino al 1260, e che da quel tempo in poi al vangelo di Cristo succederà un nuovo vangelo, come ai sacerdoti di Cristo sottentreranno altri sacerdoti; perchè nessuno altro potrà insegnare la dottrina dello Spirito se non quelli che a simiglianza degli apostoli vanno a piè nudi.[736] Gioacchino non avrebbe mai tenuto un linguaggio così irriverente. E certo non sono estratti dalle sue opere genuine quei passi arditi, che feriscono la Chiesa romana, come questo, che a lei appartiene la sola interpetrazione letterale del Nuovo Testamento, non la più profonda e spirituale, e che i Greci fecero bene a separarsi da essa, e che la Chiesa greca cammina sulle orme dello Spirito molto più che la latina.[737] Abbiamo già ricordate le preferenze di Gioacchino per la Chiesa greca; ma certo non l'avrebbe esaltata di tanto egli che soleva rimproverarle alcune istituzioni come il matrimonio dei preti. Nè avrebbe in ogni modo approvato lo stacco delle due Chiese, ei che tante volte lo avea rimpianto nei suoi scritti.

Non meno esplicite dell'Introduttorio son le note, che senza alcun riguardo coloriscono quelle parti, che Gioacchino lascia nell'ombra. Come ad esempio nei luoghi della Concordia ove l'abate calabrese aveva toccato dell'abbominio, che avrà luogo nello scorcio del secondo periodo, le note ci dicono che cosa s'intenda per codesto abbominio, che sarebbe il pseudo Papa, ovvero il Papa simoniaco che regnerà sul finire del sesto tempo.[738]

Ma se l'Introduttorio e le note usavano frasi più incisive, e davano al pensiero di Gioacchino maggiore precisione, non s'ha da inferire che la dottrina, in esse insegnata, fosse diversa da quella del pio abate. La copia di passi, raccolti dai giudici di Anagni, mette fuor di dubbio, che nei punti essenziali commento e testo andavan pienamente d'accordo. La maggior parte delle immagini adoperate nell'Introduttorio per colorire il rapporto tra i tre periodi sono tolte di peso da Gioacchino, sopratutto da un capitolo della Concordia, da noi già citato altrove, ed accortamente rilevato dai giudici di Anagni.[739] E se Gioacchino non adopera la parola di Vangelo eterno, certo è che se avesse dovuto dare un nome all'interpetrazione allegorica dei sacri testi, non ne avrebbe scelto un altro. Nè solo i giudici di Anagni, ma i Gioachimiti stessi citavano un luogo del Decacordo, a dimostrare che con quella denominazione non si dipartivano dall'insegnamento di Gioacchino.[740] Un altro punto rilevavano a ragione i giudici di Anagni, l'esaltazione del monachismo a scapito[741] del clero secolare. Ed in verità se pure i commentatori leggevano negli scritti di Gioacchino accenni a lui, a S. Domenico e S. Francesco, che egli non avea fatti, nè poteva fare,[742] certo è che dei nuovi ordini mendicanti non dicevano nè più nè meno di quel che avea scritto lui intorno ai monaci spirituali. Il monachismo per Gioacchino è un istituto, che col tempo assorbirà tutti gli altri della Chiesa, quando al Vangelo inteso secondo la lettera sottentrerà il vero spirito evangelico. Allora succederà una profonda innovazione, ed a quel modo che la legge mosaica venne abolita all'apparire della nuova legge, così il Vangelo letterale dovrà cedere alla nuova interpetrazione. La parola evacuatio applicata al vangelo non appartiene ai Gioachimiti, ma a Gioacchino stesso, il quale, benchè non osasse confessarlo a sè stesso, era pur portato dalla sua teoria dei tre stati alla conseguenza, che il secondo debba scomparire per far luogo al terzo.[743] E questa teoria avea profonde radici nelle sue convinzioni teologiche, formulate non pure nell'opuscolo polemico che nel 1255 non esisteva più, ma nel Decacordo, e nel De Articulis fidei, come appar chiaro dai passi, che i giudici di Anagni seppero raccogliere.[744]

La condanna dunque del Gioachimismo era giusta, e per nulla esagerato il grido d'allarme levato dal clero parigino. La dottrina dell'Evangelo eterno menava dritto alla distruzione della gerarchia, stantechè nel terzo periodo ha da prevalere quella legge d'amore, che agguaglia tutti i membri della società umana, sciogliendoli dai vincoli della subordinazione. Non è dunque meraviglia che Alessandro IV l'abbia solennemente riprovata, ingiungendo al vescovo di Parigi di sequestrare e bruciare tutti i libri dove fosse esposta.[745]

Ma chi è l'autore dell'Evangelo eterno? L'Eccard, che scrisse nella seconda metà del secolo decimoquarto, l'attribuisce secondo la comune tradizione a Giovanni da Parma.[746] Il Salimbene invece nomina esplicitamente un altro gioachimita, Gherardo di S. Donnino.[747] E l'autorità del Salimbene, cronista contemporaneo, e gioachimita anche lui, è tale, che tutti gli scrittori moderni vi s'acquetarono. Il buon frate, ammiratore ed amico del suo generale, avea certo tutto l'interesse di nascondere la verità, ma che la sua testimonianza almeno in parte sia veridica, è provato dal resoconto del processo di Anagni, dove esplicitamente è detto che l'autore delle note è frate Gherardo. Se non che è da dubitare che l'autore delle note abbia anche scritto l'Introduttorio, perchè gl'inquisitori d'Anagni nel citare i passi dell'Introduttorio si sarebbero serviti della stessa dicitura, che costantemente adoperano per le note, nè avrebbero dato come anonimo l'Introduttorio, mentre tutte le volte che vien fatto di citare una nota, ripetono costantemente il nome dell'autore.[748] L'ipotesi più semplice per spiegare le reticenze è questa, che l'autore dell'Introduttorio sia diverso da quello delle note, e che agl'inquisitori rincresca di nominarlo. E se codesto autore fosse Giovanni da Parma, che godeva una grande reputazione di santità, ed a quel tempo era tuttora generale dell'ordine, i riguardi degl'Inquisitori sarebbero facilmente spiegabili.[749] Se la cosa stesse così, dovremmo ammettere che la compilazione dell'Evangelo eterno non appartenga ad un solo, bensì a due e forse anche a tre membri del partito gioachimita. L'un d'essi, il più autorevole, scrisse l'Introduzione generale, l'altro o gli altri le glosse introduttive ed esplicative.[750]

Questa ipotesi spiegherebbe perchè dopo la condanna dell'Evangelo eterno venissero sottoposti a processo non solo fra Gherardo, ma fra Giovanni e fra Tommaso e tutti e tre condannati del pari. Nè fanno intoppo le ragioni che il Wadding e l'Affò hanno recato per scagionare fra Giovanni.[751] Perchè al di sopra di tutte le apologie sta il fatto che fra Giovanni apparteneva al partito gioachimita, anzi ne era come il capo e l'ispiratore.[752] E noi vedemmo che tra l'Introduttorio e le opere autentiche di Gioacchino non corre disparità sostanziale, se non che in quello sono più nettamente e con maggior vigore formolate le stesse dottrine, insegnate in queste. Se dunque ripugna che abbia scritto l'Introduttorio un uomo di grande pietà, da Innocenzo IV mandato per gravi missioni in Grecia, e da questo e da Niccolò III[753] preposto ad alti ufficii, ripugnerà altresì che egli abbia appartenuto al partito gioachimita, e creduto nel prossimo avvenire di una nuova fase nella vita religiosa dell'umanità.[754]

Ma chiunque sia stato l'autore dell'Evangelo eterno, certo è che la condanna del libro fu un terribile colpo per la frazione gioachimita dei francescani, e le stesso generale dell'ordine, appartenente a quella parte, fu costretto a dimettersi, come un tempo toccò al capo della parte moderata.[755] Gli successe un uomo di gran cuore e di grande mente, S. Bonaventura, il quale sapeva tenersi lontano dagli eccessi dei due partiti, e difensore caloroso della povertà, sapea pur tener conto dei temperamenti necessarii alla pratica della vita. I cronisti francescani raccontano che fra Giovanni stesso avea indicato a suo successore fra Bonaventura. Ma questo racconto, dovuto all'industre pietà dei narratori, che amavano di attenuare i contrasti, e mostrare l'ordine molto più unito di quel che in realtà fosse, è in contraddizione con altre fonti gioachimite che presentano sotto altra luce S. Bonaventura.[756] Però questo è fuor di dubbio, che il nuovo generale si comportò con molta umanità verso il partito dei gioachimiti; nè frate Ugone, nè il Ghiscolo, nè altri molti furono molestati, benchè è da credere che non abbiano rinunziato all'antica fede. I soli perseguitati furono gli autori del libro condannato tra i quali lo stesso generale, testè rimosso.[757] Non valse la dignità dell'ufficio disimpegnato con apostolico zelo per lo spazio di dieci anni, non valse la santità della vita, e la grande reputazione a salvare fra Giovanni, il quale insieme ai suoi compagni, fra Gherardo e fra Leonardo, sarebbe stato condannato alla prigionia perpetua, se non fosse accorso in suo ajuto il cardinale Ottoboni, che fu poi papa Adriano V.[758] In grazia di questo potente intercessore fu concesso a Giovanni di scegliersi il luogo del suo ritiro, mentre Leonardo e Gherardo morirono in prigione.[759]

V

Queste misure di rigore portarono lo scoraggiamento nei Gioachimiti, e parecchi senza dubbio sentirono intiepidire la loro fede, come accadde al Salimbene, che morto Federico II, prima di avere apportato alla Chiesa gli estremi danni, cominciò a dubitare delle dottrine a lui sì care, e le sconfessò del tutto allorchè si chiuse il fatale anno 1260, senza la sperata innovazione.[760] Ma se i più vacillavano, non mancava certamente chi tenesse fermo negli antichi convincimenti, e le dottrine di Gioacchino rinfrescasse adattandole alle nuove condizioni. Tale fu Pier Giovanni Olivi, col quale la Cronaca a noi già nota comincia la quinta tribolazione.

Nacque il nostro frate nel 1247 a Serignano nella diocesi di Béziers; a dodici anni entrò nella religione dei minoriti, il che non gl'impedì di fare i suoi studii nell'Università parigina, ove prese il grado di baccelliere.[761] Scrisse molti libri, tra i quali uno in lode di Maria, ove pare avesse talmente esaltata la vergine, che il generale dell'ordine, succeduto a S. Bonaventura, fra Girolamo d'Ascoli, lo condannò a bruciare il libro colle sue mani.[762] Questa prima persecuzione ebbe luogo nel 1278; e ben presto le tenne dietro un'altra più grave. In un Capitolo generale tenuto a Strasburgo nel 1282 fu accusato d'eresia, e l'anno dopo il generale Bonagrazia si recò a bella posta in Francia per fare esaminare gli scritti di lui, che da una Commissione di quattro dottori e tre baccellieri, furono condannati come pericolosi. Nel frattempo il generale morì, ed essendosi l'autore sottomesso,[763] le persecuzioni cessarono per ricominciare nel 1285, quando il nuovo generale, Arlotto da Prato, lo chiamò a Parigi per difendersi dalle accuse, che gli movevano Riccardo di Middleton e Giovanni di Muro. Pietro v'andò e si difese abilmente, e confuse così i suoi accusatori, che il generale non ebbe animo di condannarlo.[764] Cinque anni dopo ricominciarono le persecuzioni non in verità contro di lui, bensì contro i suoi discepoli, che per ordine dell'antico generale Girolamo Ascolano, divenuto ora papa Niccolò IV, vennero inquisiti e condannati. Il maestro fu risparmiato per quella volta;[765] ma nel 1292 ebbe novamente a scolparsi innanzi ad un Capitolo tenuto a Parigi, e fu salvo in grazia di alcune accorte dichiarazioni.[766] Morì il 6 marzo 1297, e dal letto di morte par che abbia ribadita la dottrina esposta nei suoi scritti.[767]

Di questi scritti io non conosco se non alcuni opuscoli intorno alla povertà, ed i commenti all'Evangelo di Matteo e di Luca manoscritti nella Laurenziana. Frammenti delle quistioni quodlibetali ci sono conservati nella sentenza pronunziata dai sette dottori nel 1282. Del Commento all'Apocalisse abbiamo molti estratti nel rapporto della Commissione dei teologi incaricata da Giovanni XXII dell'esame di questo scritto.[768]

Qual'era la dottrina insegnata in codesta opera? La quistione dell'interpetrazione da dare alla Regola di S. Francesco, quando meglio si credeva sopita rinasceva con maggior furore. Si era cercato di sfuggirle dando la proprietà dei beni al Papa, e l'uso di essi ai frati. Ma codesta finzione legale salvava solo in apparenza la regola, che sotto il pretesto di farne omaggio al Papa, i minoriti avrebbero potuto accettare lasciti e doni non meno degli altri ordini religiosi, e per tal guisa quelli, che si dicevano mendichi o poveri di Cristo, poteano vivere più lautamente dei benedettini. Rinacque dunque la quistione, e gl'intransigenti con a capo Pier Giovanni Olivi dicevano, che per conformarsi alla regola di S. Francesco non bastasse rinunziare alla proprietà dei beni, ma anche il loro uso dovesse andare ristretto nei più angusti confini. Per essere veramente poveri bisognava che l'uso fosse povero del pari. Certo era difficile definire in che cosa consistesse l'uso povero, e codesta difficoltà dava buon gioco agli avversari di cogliere in fallo la dottrina degl'intransigenti;[769] ma chi voleva intendere, sapeva bene a che tenersi. E si capiva benissimo che i difensori dell'uso povero voleano proscrivere tutto ciò che non fosse strettamente indispensabile pel sostentamento della vita.[770] Così ad esempio è necessaria la casa, ove i frati possano convivere, ma un comodo ed elegante fabbricato non è lecito possederlo nè in proprietà nè tampoco in usufrutto. È permesso servirsi del pane, che s'accatta di porta in porta, ma è severamente proibito di tenere ben provvisti i granai e le cantine del convento.[771] Il seppellire i morti nella propria chiesa è certo un'opera meritoria, ma i frati, a cui è vietato di accettar denaro, non possono riscuotere i diritti, che il clero secolare ricava dalle sepolture. E se a cagione di siffatti guadagni il clero contende ai frati questo pio ufficio, come tanti altri parimenti lucrosi, dev'essere proibito severamente di mover liti, che sono così contrarie allo spirito della Regola.[772] La quale impone severamente codesto uso povero, e quelli, che le abbiano giurata obbedienza, debbono osservarlo, se anche diventino vescovi o cardinali. Codesto era un punto molto delicato. La regola avea consigliato di schivare gli onori ecclesiastici, ma in pratica anche i zelanti, come il Salimbene, non che avversare, favorivano le promozioni dei frati, per fermo assai vantaggiose all'ordine. Volevano solo che anche nel nuovo stato si sentissero tuttora membri dell'antico sodalizio, ed alla regola strettamente si conformassero,[773] perchè dal loro giuramento neanche il Pontefice li poteva sciogliere. Dottrina ardita codesta, che limitava il potere del sommo gerarca, ed apriva il varco a teorie più radicali. Per ora il pericolo era lontano, perchè il pontefice Onorio III nella bolla Qui exiit l'avea data vinta agl'intransigenti prescrivendo l'uso povero, e condannando qualunque interpetrazione o attenuazione che si volesse ulteriormente dare della Regola.[774] Ma l'esperienza avea provato che non sempre i pontefici se l'intendevano col partito del rigore, e si poteva ben prevedere, quello che di fatto avvenne, che la pace non sarebbe durata lungo tempo.[775] Perchè gl'intransigenti non aveano scordate le idee gioachimite, e contro il clero secolare e la Chiesa di Roma seguitavano a nutrire la diffidenza e l'odio, punto dissimulati nell'Evangelo eterno.

Che Pier Giovanni Olivi fosse tenero delle idee gioachimite,[776] e le modificasse per adattarle ai tempi nuovi, è fuor di dubbio. Una prova inconfutabile ce la porge il Commento all'Apocalisse scritto nello stile non di Gioacchino, ma dei suoi più fervidi commentatori, e dove son fatte all'interpetrazione gioachimita quelle mende e ritocchi, necessarie ormai per le mutate condizioni dei tempi. Così il re dell'Apocalisse non sarà più Federigo II, già morto da un pezzo, bensì qualcuno del seme maledetto, che sarà per conquistare non pure l'impero romano, ma la Francia eziandio.[777] Il terzo periodo che per Gioacchino cominciava da S. Benedetto, e per i gioachimiti dal 1200 (anno in cui Gioacchino pubblicò i suoi libri) per l'Olivi invece comincia dal tempo in cui la regola di S. Francesco fu impugnata e condannata dalla Chiesa carnale.[778] Per i gioachimiti l'angelo che porta l'Evangelo eterno è Gioacchino stesso, per l'Ulivi invece è S. Francesco, il quale ad imitazione di Cristo risorgerà al tempo delle tribolazioni, come ad imitazione del Crocifisso portò le sacre stimate.[779] Per Gioacchino tutta la storia dell'umanità va divisa in sette periodi, per l'Ulivi invece soltanto quel tratto di storia che corre dalla predicazione di Cristo alla consumazione dei secoli, sicchè a ciascuno di questi periodi poneva cominciamento e fine diversi da quel che solessero e Gioacchino, e i Gioachimiti insieme.[780] Ma queste differenze non toccano l'accordo fondamentale delle dottrine. Anche per l'Ulivi si debbono distinguere tre fasi nel corso religioso dell'umanità; la prima, che appartiene al Padre, ove regna il timore e la legge; la seconda, che appartiene al Figlio ove domina la sapienza, e si predica l'evangelo; la terza che appartiene allo Spirito, ove si svela tutta la verità, e la legge evangelica viene intesa ed osservata in tutta la purità sua.[781] E come l'Evangelo pose fine alla legge mosaica, così l'Evangelo nuovo farà cadere l'antico,[782] ed al clero secolare che mal si conforma ai precetti di Cristo sottentrerà il monacato che spoglio di effetti terreni menerà una vita di sacrifizi e di povertà, in una parola la Chiesa carnale, simboleggiata nell'impura donna dell'Apocalisse, farà luogo alla Chiesa spirituale.[783] Ma prima del trionfo la Chiesa spirituale sarà combattuta aspramente dalla carnale, come il Cristianesimo fu perseguitato a morte dalla Sinagoga.[784] E se S. Francesco non fu condannato al pari di Cristo, e la guerra contro al sodalizio francescano scoppiò non nel suo cominciamento, ma alquanto più tardi, ciò si deve a varie ragioni, tra le quali la principale che l'analogia non esclude le differenze, e benchè la Chiesa carnale dovesse comportarsi come la Sinagoga, non era necessario che agisse con pari prontezza.[785] Codeste lotte però non debbono scoraggiare i fedeli seguaci dell'uso povero, perchè l'avvenire è loro, nè molto andrà che sarà pronunziato il tremendo giudizio sulla nuova Babilonia.[786]

Queste idee doveano incontrare fiera opposizione non pure nel partito moderato, ma benanco in quella parte degl'intransigenti, che pur professando la teoria dell'uso povero, non volevano romperla colla corte di Roma. E forse fino dalle prime persecuzioni contro Giovanni Olivi si formarono i tre partiti, a cui accenna la testimonianza di un beghino, i Conventuali che si attenevano all'interpetrazione più larga della Regola, i Fraticelli che abbracciavano la più rigida ma non accoglievano per questo le idee gioachimite, infine gli Spirituali che aspettavano il trionfo dell'uso povero dalla totale rinnovazione della Chiesa e del mondo.[787] Il nome di fraticelli sarà stato ancor prematuro al tempo di Giovanni Olivi, ma non è men vero che il partito, che più tardi prese questo nome, era già formato ed ottenne dal pontefice Celestino V che si staccasse dal resto dell'ordine e formasse una corporazione a sè sotto il nome di Celestini o pauperes heremitae domini Coelestini. Codesto sodalizio che aveva a capo fra Liberato, ed a poeta fra Jacopone, fu costretto ad esulare in Grecia, quando al Papa che fece per viltate il gran rifiuto successe Bonifacio VIII.[788] E neanche lì potè vivere in pace, ed i suoi membri perseguitati per sollecitazione del Papa dal patriarca di Costantinopoli ebbero a far ritorno in Italia. E fra Jacopone stette molti anni in prigione, e fra Liberato morì di stenti e di crepacuore.[789] Simili travagli ebbero a sostenere alcuni frati della Marca, che condannati ad una carcere dura, non ne uscirono se non per ripartire verso il lontano oriente, ove parecchi subirono eroicamente il martirio.[790]

Ma più gravi furono le persecuzioni contro gli Spirituali. Essi eran cresciuti così di numero che quando fu assunto al cardinalato il generale Matteo d'Acquasparta, al quale Dante rimprovera la fiacca interpetrazione della regola, riuscirono a far nominare all'alto ufficio uno dei loro, Raimondo Gaufrido, amico ed ammiratore dell'Olivi.[791] E per fino fuori dell'ordine francescano par che trionfasse la loro propaganda, quando dopo due anni e tre mesi di vacanza i cardinali levarono al soglio pontificio l'eremita Pietro de Morrone (1294). Ma queste fortune durarono ben poco. Che dopo pochi mesi il buon Celestino depose la tiara, e il suo successore rimosse dall'ufficio fra Gaufrido sostituendogli quel Giovanni di Muro, che era stato tra i più fieri persecutori dell'Olivi. Allora ricominciarono le dolorose prove per gli Spirituali. Il loro capo non venne risparmiato neanco morto, chè il nuovo generale avendone fatte condannare le opere da un Capitolo generale, ordinò che si bruciassero insieme al cadavere dell'autore, tolto alla pace del sepolcro sei mesi dopo che v'era stato calato con solenni esequie.[792] Fu proibito ai frati di leggere e serbare libri maledetti, ed un fra Ponzio, che non volle consegnarli al suo superiore morì in prigione tra stenti e sofferenze incredibili, e molti altri frati furono perquisiti ed incarcerati.[793]

Ma codeste misure di rigore non scoraggiavano i seguaci dell'Olivi, ed uno fra essi, Ubertino da Casale, ebbe il coraggio di prenderne le difese, e scrivere contro i potenti accusatori una calda apologia. Ubertino nacque nel 1259, e quattordicenne entrò nell'ordine dei Minori. Lesse per nove anni nello studio parigino, e tornato in Italia continuò nell'insegnamento per altri quattro; poscia abbandonata la cattedra si mise alla predicazione, fino a che gli fu imposto silenzio dai suoi superiori, che lo mandarono nell'eremo della Vernia, ove scrisse un libro, tuttora esistente, arbor vitae crucifixae.[794] La ragion per cui fu imposto silenzio al focoso predicatore non è difficile scoprire. Egli apparteneva al partito intransigente, e forse pubblicò la sua prima apologia di Giovanni Olivi alla morte di Bonifazio VIII, quando si sperava che col nuovo papa cessassero le fiere persecuzioni contro gli spirituali. Mi pare molto improbabile che ei l'avesse scritta prima, come sospetta il Wadding, perchè da una parte non sarebbe andato impunito, e dall'altra la Cronaca delle Tribolazioni dice espressamente che fra Ubertino fu accusato al papa Benedetto XI (1303-1304), e seppe così abilmente difendersi da andare assolto.[795] Ma quando che fosse scritta, l'apologia era intesa a provare: 1º che Pier Giovanni nè nella Postilla all'Apocalisse nè in altro libro non parlò mai irreverentemente della Chiesa, alla quale invece si mostrò sempre devoto; 2º che l'uso povero è siffattamente ortodosso da potersi dire la lampada della nostra fede;[796] 3º che le persecuzioni, patite dai rigidi osservatori della Regola, sono mostruose, ed il Papa deve interporre la sua autorità per farle cessare.

Così si rinnovarono le contese tra i conventuali e gli zelanti, ed entrambi concordemente se ne appellavano al Papa. Benedetto XI morì prima di poter dare alcun provvedimento, ma il successore Clemente V credette opportuno di riprendere la cosa in esame. E chiamò in Avignone molti francescani, tra i quali il generale dell'ordine che sosteneva le ragioni dei conventuali, e l'ex generale fra Gauffrido, insieme ad Ubertino da Casale, fra Siccardo ed altri molti, che rappresentavano la parte degli spirituali. E comandò che fin che la controversia non fosse composta dal collegio dei vescovi e cardinali da lui stesso nominato, dovessero cessare tutte le misure di rigore per ragione di opinione. E principalmente quegli tra gli Spirituali, che egli aveva chiamati alla Corte, sottrasse alla giurisdizione dei loro superiori,[797] e volle che si riprendesse l'esame delle dottrine di Pier Giovanni, e si definissero i punti controversi della regola più chiaramente che non fosse riescito a Niccolò III.

Le discussioni durarono lungamente, i due partiti si rimandarono le opposte accuse di licenziosi od ipocriti colla consueta acredine. Gli uni rimproveravano agli altri di voler scalzare l'ordine colla fiacca interpetrazione della regola, e l'abbandono di quello spirito di assoluto sagrifizio e di fervida carità, che l'informa; gli altri replicavano che la rovina dell'ordine viene da coloro che mettono la propria opinione al di sopra del dovere d'obbedienza, ed intendono la regola in modo così rigido da non potersi umanamente osservare.[798] Il più abile tra tutti par che fosse Ubertino, perchè riuscì non solo a convincere delle verità dell'uso povero, ma benanco a scagionare Pier Giovanni dalle accuse che gli si movevano. Ed in virtù di queste difese il Papa nel Concilio di Vienna condannò alcune dottrine teologiche di Pier Giovanni, ma tacque il nome dell'autore, e pronunziò la sua decisione, come se si trattasse di punti controversi, intorno ai quali prima della decisione si potesse opinare in un modo o nell'altro senza incorrere in eresia.[799] Le altre dottrine di Pier Giovanni, e certo le più importanti, come quella dei tre stati e dell'uso povero non solo furono risparmiate, ma una di esse fu solennemente adottata nella nuova interpetrazione che Clemente dette della regola francescana.[800] Gl'intransigenti trionfarono di nuovo, ma anche questa volta per poco. Il partito dei conventuali, non ostante la vittoria dei loro avversarii, riuscì nel 1313 a creare generale dell'ordine uno dei suoi, frate Alessandro di Alessandria, stato già appo Clemente uno dei più vigorosi difensori dell'ordine contro Ubertino di Casale e gli altri seguaci dell'Olivi.[801] Il che prova quanto fosse numeroso ed audace codesto partito, il quale anche dopo le raccomandazioni di Clemente non cessava di perseguitare gli spirituali.[802]

Per tal guisa seguitarono i dissidii, principalmente nella provincia toscana, ove gl'intransigenti, seguendo l'esempio dei Celestini, decisero di staccarsi dall'ordine, e formare un corpo a sè.[803] Parimenti nelle provincie di Narbona e di Béziers, ove la memoria di fra Pier Giovanni era più viva, i frati zelanti non vollero più far vita comune coi loro avversarii, e vestita una tunica più corta e tutta logora e rattoppata, si ridussero in meschini ricoveri, ove metteano in pratica le regole dell'uso povero. Codesti frati, che si dissero per umiltà fraticelli, non poterono certo trarre dalla loro tutti gli spirituali, e molto meno il capo, Ubertino da Casale, il quale ben sapeva, che entrando nella nuova comunità avrebbe perduto in un punto tutto il favore, che s'era acquistato presso il Papa. Nè furono più fortunati appo Clemente, il quale pur approvando l'uso povero, non volea a nessun patto che servisse di pretesto ad una scissione dell'ordine. E scrisse lettere severe ai vescovi di Genova, Lucca e Bologna per richiamare i dissidenti all'obbedienza, e fulminò la scomunica contro i ricalcitranti.[804] Perlochè come al tempo di Celestino, si formarono ora di nuovo i tre partiti nell'ordine dei francescani, i conventuali, i dissidenti o fraticelli, gli spirituali. Ma gli ultimi due insieme uniti non eguagliavano nè per numero nè per forza il primo, il quale ben seppe trarre profitto dall'errore commesso dai dissidenti toscani e narbonesi per agire più severamente contro gli avversarii. E le circostanze stesse furono loro propizie, che a non lungo andare morì Clemente V (20 aprile 1214), e dopo una vacanza di due anni e quattro mesi fu assunto al trono pontificio un uomo punto mistico e poco scrupoloso, Giovanni XXII (scelto il 7 agosto, e coronato il 5 settembre 1316). Allora il partito dei conventuali ebbe la mano libera; il nuovo generale Michele da Capua potè agire energicamente contro i dissidenti, e lo stesso Ubertino da Casale ebbe a chiedere in grazia al nuovo Papa il trapasso dall'ordine francescano a quello dei benedettini. Strano destino del capo degli spirituali, il quale dopo aver predicata la necessità dell'uso povero, entra nell'ordine, che a detta di Gioacchino più si allontanava da quell'uso.[805]

VI

Con Giovanni XXII comincia un'altra fase del movimento francescano. Ad istanza del generale Michele da Cesena il nuovo Papa non solo scrisse lettere più incalzanti a principi e vescovi contro i dissidenti,[806] ma nell'aprile del 1317 in loro danno pubblicò la costituzione Quorundam per stabilire che la qualità della tunica e le sue dimensioni debbono essere determinate dai superiori locali, ed al loro giudizio venga lasciato se pei bisogni del convento si debbano tener provvisti e granai e cantine.[807] La povertà, aggiunge il Papa, è una grande cosa, ma al di sopra di lei sta la conservazione di sè, e al di sopra di entrambe l'obbedienza ai legittimi superiori.[808] Così la quistione dai meschini piati frateschi era sollevata alla sua vera altezza. Da una parte s'affermava come primo dovere quello dell'obbedienza assoluta, senza di che è impossibile la rigida gerarchia, dall'altro si teneva duro a metter l'osservanza scrupolosa della regola innanzi a qualunque altro dovere. Imperocchè, la regola è come l'Evangelo di Cristo, e chiunque porti offesa a lei, viola la fede; nè c'è persona, per quanto alto sia il suo ufficio, che stia al di sopra della Regola; talchè quando o il Papa o altro chiunque comandi qualche cosa che sia contro questa, gli si deve per la salvezza dell'anima negare obbedienza. Tali dottrine sostenevano gl'intransigenti francescani, e quattro di essi nel 1318 in Marsiglia anzi che sconfessarle, preferirono di lasciare la vita sul rogo[809] e molti altri fuggirono appo gl'infedeli.[810] Certo non eran nuove, e l'inquisitore a ragione ne riconobbe la prima fonte nell'Olivi, le cui opere vennero in quel tempo ancora una volta esaminate e condannate.[811] Ma se l'Olivi aveva detto che S. Francesco era come un nuovo Cristo, che sofferse al pari di lui, e forse come lui risorgerà, ora s'aggiunge che la Regola bandita da S. Francesco, per diretta inspirazione di Dio è da tenersi non meno del Vangelo, ed al pari di quello non può essere nè abolita, nè forse anco modificata.[812] E la vita povera, che essa prescrive, è la vera vita evangelica, perchè nè Cristo, nè gli Apostoli possedevano nulla in proprio, ed a simiglianza dei frati spirituali andavan ramingando e stentando la vita.[813]

La quistione, come si vede, si faceva grossa. Non si trattava più di sapere quanti centimetri dovesse esser lunga la tunica, o di qual rozzo panno contesta; nè si chiedeva più se fosse lecito tener granai e cantine, o stringere contratti per mezzo dei procuratori. Gl'intransigenti sotto questi meschini pretesti miravano ben più alto, a dichiarare cioè che la vita prescritta dalla regola non differisce dall'evangelica, e che ad essa si fosse conformato Gesù, e gli Apostoli, e ad essa quindi dovrebbero conformarsi non soltanto i frati Minori, ma i cristiani tutti che debbono porre l'Evangelo a norma della loro vita; il che è come dire che non solo il clero, ma tutta la Cristianità dovesse tramutarsi in un vasto cenobio francescano. Contro siffatte massime protestavano già da un pezzo i frati domenicani, emuli dei francescani, e professanti anche loro il vòto di povertà, ma così temperato che ben poco differivano per codesto capo degli altri ordini; ed uno di essi, l'inquisitore fra Giovanni di Belna,[814] citò al suo tribunale un beghino narbonese per avere affermato secondo un'antica cronaca «che Cristo e gli apostoli, via di perfezione seguitando, niuna cosa ebbono per ragione di proprietade e di signoria nè in ispeziale, nè eziandio in comune. Il quale inquisitore, seguita la cronaca, vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a consiglio tutti i priori e guardiani e lettori de' religiosi e molti altri savi. Intra' quali fu presente frate Beringario Talloni, lettore nel convento de' frati minori da Nerbona. Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore fece leggere, (si fu) il predetto articolo della povertade di Cristo e degli appostoli suoi, per lo quale voleva condannare questo cotale bighino. Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto articolo richiesto, rispuose che questo dire non era eretico, ma era dottrina sana, cattolica e fedele massimamente, conciò sia cosa che questo fosse diffinito per la chiesa cattolica nella dicretale che comincia: Exijt q. seminat. La quale cosa fatta, nè più nè meno, come se il detto lettore avesse affermata eresia, il predetto inquisitore comandò a questo medesimo lettore che il detto suo immantinente, in presenza di tutti, rivocasse. Il quale lettore non volse rivocare per niuno modo, ma imperò ch'era costretto a rivocare quella cosa che era sana e cattolica, e come sana e cattolica diffinita per la chiesa. E temendo per questo d'essere agravato per molti modi contra la giustizia, alla sedia appostolica solennemente appellò, e colla sua appellazione venne a Vignone dove il predetto papa Giovanni allora colla sua corte risedeva».[815]

La quistione, sottoposta al Papa, era ben grave. Deciderla contro i francescani non si poteva senza contraddire alla bolla Qui exiit, ben a proposito invocata da fra Berengario;[816] deciderla contro i domenicani sarebbe stato lo stesso che darla vinta agl'intransigenti, contro i quali Giovanni avea già cominciato a pronunziarsi. In tanta incertezza il Papa sottopose la vertenza ai più dotti teologi, e tra gli altri ad Ubertino da Casale, il quale per mostrarsi nello stesso tempo grato al suo protettore, che gli avea concesso il passaggio ai benedettini e fedele al suo partito emise un parere, che dovea contentar tutti, e tutti scontentò.[817] Le mezze misure ormai a nulla approdavano. Al punto cui erano giunte le cose bisognava prender partito o per l'uno o per gli altri,[818] e Giovanni lo prese animosamente, e dopo un lungo concistoro,[819] si decise a revocare la bolla di Niccolò III, dichiarando: la vera interpetrazione della Regola non essere peranco trovata; e dopo le nuove quistioni insorte occorrere nuovi studii per risolverle, ed esser quindi necessario, di togliere il divieto delle glosse e commenti, per lasciar campo alla libera discussione,[820] dalla quale sarebbe emersa la verità.

Questa misura radicale provocò le proteste di tutti i francescani. Non solo gli spirituali ed i fraticelli, ma benanco i conventuali se ne risentirono, e lo stesso generale fra Michele da Cesena, che sinora avea agito con tanta energia contro i dissidenti, ed insieme all'inquisitore narbonese avea dichiarate eretiche le dottrine dei beghini e spirituali, ora credendo minacciate le fondamenta stesse dell'ordine, si mise a capo dell'opposizione contro il Papa. E convocato un Capitolo generale in Perugia il 4 giugno 1322, fece dichiarare solennemente «che la renunziazione della proprietà di tutte le cose sì in speciale come eziandio in comune fatta per Dio, è meritoria e santa, la quale renunziazione Cristo, via di perfezione mostrando, per parola la 'nsegnò, e per esemplo la confermò; e la quale i primi fondatori della Chiesa militante, cioè li apostoli, sì come da essa fonte, cioè Cristo, aveano attinto, in coloro che volgliono perfettamente vivere, per rivi di dottrina e di loro vita, dirivarono. La quale determinazione della Chiesa nel VI libro per essa Chiesa cattolica è inframessa e per altra decretale nel Concilio di Vienna promulgata e divulgata...... Et ultimamente per lo santissimo padre e signiore, messer Giovanni, per divina provvidenzia, papa vigesimo secundo, in alcuna sua dichiarazione fatta sopra la regola e sopra lo stato de' frati minori, che comincia: Quorundam exiit, è questa medesima dichiarazione molto commendata, come santamente composta, soda, lucida e con molta maturità esaminata».[821]

Tale protesta fu come un guanto di sfida al Papa, e Giovanni lo raccolse. E per tutta risposta pubblicò la celebre bolla ad Conditorem, nella quale sostenne esser lecito di revocare i decreti e le costituzioni dei predecessori, quando l'esperienza, maestra della vita, dimostra che falliscono al fine per cui furono promulgate. E criticò con vigore l'espediente imaginato dai suoi predecessori di attribuire alla Chiesa la proprietà di quello, che i frati minori usano per le necessità della vita. Imperocchè, ei dice, v'ha cose che struggendosi coll'uso non consentono ne sia proprietaria una persona diversa da chi le adopera. E nel fatto i mendicanti più che usufruttuari ne sono i veri padroni, e le vendono e le barattano, quando loro torni, per mezzo dei loro procuratori, talchè la Chiesa ha solo di nome siffatta proprietà, della quale altri raccoglie i frutti, ella invece i danni e l'onta d'interminabili liti. Per queste ragioni Giovanni dichiarò di rinunziare alla proprietà dei beni spettanti ai frati minori all'infuori degli stabili, o degli arredi delle chiese,[822] sicchè i minoriti contro loro volere tornavano proprietarii a simiglianza degli emuli loro, i frati predicatori. Era una misura audace codesta, ed i francescani per mezzo del loro procuratore Buonagrazia da Bergamo[823] seppero ben rilevare come rompesse contro la tradizione pontificia da Gregorio IX a Clemente V; ma Giovanni tenne duro, e messo in prigione l'audace autore della protesta, ritirò la prima bolla per pubblicarne un'altra più diffusa sotto la stessa data e colla stessa iniziale della precedente.[824] Nè di ciò pago, più tardi con decretale del 12 novembre 1323 condannò come eretica la dottrina sostenuta dal Capitolo generale di Perugia intorno alla povertà di Cristo e degli apostoli.[825] E facendosi contro codesta bolla sempre più vive le opposizioni, alle quali fece eco Ludovico il Bavaro nella protesta di Sachsenhäusen,[826] non dubitò Giovanni di difenderla nella decretale del novembre 1324, combattendo punto per punto gli argomenti degli avversarii.[827]

Ma non ostante che la lotta fosse già così ardente, pure i minoriti non seguirono l'esempio dell'Imperatore, e per tre anni di seguito agirono copertamente senza romperla del tutto col Papa; talchè il loro generale quando fu chiamato alla corte pontificia,[828] si fece scusare per la malattia, che lo tratteneva a Tivoli,[829] e non appena ristabilito si recò in Avignone. Se non che ben presto le cose volsero al peggio. Il Papa nell'udienza solenne del 9 aprile 1328 amaramente rimproverava il generale francescano della sua resistenza ai decreti pontifici,[830] e dal suo canto il generale non pure tenne fermo nelle sue idee, ma per sottrarsi all'ira pontificia fuggì la notte del 25 maggio accompagnato dai frati Occam e Bonagrazia, e tutti insieme ripararono in una nave imperiale, che li trasportò a Pisa.[831] Gli avvenimenti incalzavano rapidamente. In un'adunanza tenuta nella Piazza di S. Pietro in Roma il 18 aprile dello stesso anno Ludovico, mettendo in pratica le idee rivoluzionarie dei suoi consiglieri Marsilio da Padova e Giovanni di Gianduno, avea deposto come eretico il papa Giovanni, e nel 12 maggio successivo gli avea sostituito a voce di popolo il minorita Pietro da Corbara, che prese il nome di Niccolò V.[832] Non occorre dire che all'Imperatore s'unirono i francescani fuggiti d'Avignone, ed una testimonianza della loro opera ce la porge la nuova edizione fatta a Pisa della sentenza, già pubblicata a Roma contro papa Giovanni.[833] Dopo questi fatti scoppiò aperta la guerra tra la Curia e gli uomini più eminenti dell'ordine francescano. Il Papa depose Michele di Cesena dal suo ufficio, e scomunicò con lui i compagni Bonagrazia ed Occam,[834] e dal canto suo il generale francescano pubblicò in Pisa prima una lettera giustificativa della sua condotta[835] e poi due proteste contro i decreti del Papa, dei quali si appellava al giudizio di tutta la Chiesa.[836] Alle ragioni addotte in codesti scritti il Papa credette di rispondere nella bolla Quia vir reprobus,[837] e di rimando il generale minorita pubblicò un'altra protesta, che ribadiva le accuse contro Giovanni, combattendone le difese.[838] Al generale si associarono altri minoriti, nè solo i suoi compagni di fuga Occam e Bonagrazia, ma benanco il provinciale tedesco Enrico di Thalheim e Francesco d'Ascoli. Ed insieme pubblicarono uno scritto contro la nomina del nuovo generale frate Oddone fatta nel Capitolo di Parigi il 10 giugno 1329,[839] e quando da molte parti si faceano vive premure al Cesenate perchè si riconciliasse col Pontefice, ei lo incoraggiavano a tener fermo salvando il suo diritto e l'autorità sua.[840] Il più celebre tra loro era certo il provinciale inglese Guglielmo Occam, non meno forte d'ingegno che d'animo, il quale ben protestava, che se pure i più piegassero, se pure lo coprissero di vituperii, ei seguiterebbe sempre a difendere la verità, finchè gli bastino la mano e la penna.[841]

E tenne per fermo la promessa, e nel corso di venti anni non ismise mai di scrivere per la causa, che i più l'un dopo l'altro disertavano. Intorno al 1330[842] compose in novanta giorni un'opera voluminosa, in cui seguendo passo per passo la bolla Quia vir reprobus, riassume da prima le ragioni ivi addotte, e poi con più largo discorso espone le risposte degli avversarii.[843] Più tardi, poichè Giovanni XXII in concistoro ebbe dichiarato che della visione beatifica non potessero godere i trapassati se non dopo ripreso il loro corpo, scrisse animosamente contro la nuova dottrina del Papa.[844] Ed alla morte di lui, quando fu certo che il successore Benedetto XII seguiva la stessa via del predecessore, ritornò anch'egli sull'antica polemica, pubblicando il compendio degli errori di Giovanni XXII.[845] In questi faticosi lavori, col vuoto argomentare scolastico, infarcito di sottili distinzioni e di citazioni infinite, vengono provate le tesi francescane sulla povertà assoluta e sulla vita apostolica, e contro alle teorie di Giovanni XXII è rifermata la distinzione tra la proprietà e l'uso anco nelle cose consuntibili. Ma in fondo a codeste quistioni, che paiono e sono oziose, si nascondeva un'altra ben più grave sui limiti della potestà papale. E l'Occam, d'accordo colle proteste del suo generale, credeva che il Papa non potesse revocare le decisioni dei suoi predecessori in fatto di costumi o di domma,[846] tanto più se codeste dottrine sono o chiaramente insegnate nei libri sacri, o approvate dalla Chiesa universale. E se ardisce di farlo è manifestamente eretico, e per conseguenza perde ipso facto ogni autorità e dignità.[847] Nè alcun cattolico è tenuto ad obbedirgli, anzi tutti debbono fuggirlo se non vogliono intingersi della sua pece. Nè vale il dire che non essendovi al di sopra del Papa altra autorità, non si può nè convincerlo d'eresia, e molto meno appellarsi di lui ad un tribunale superiore;[848] perchè, dice Occam, al di sopra del Papa sta la Chiesa ed il Concilio che la rappresenta. Così stante l'appello il Papa deve astenersi da qualunque decisione e rimettersene al Concilio, che ha da essere immantinenti convocato. Se ardisce di levarsi a giudice, egli che è parte; se nega di riunire il Concilio e ne usurpa l'autorità, è eretico manifesto,[849] e tale lo dovrebbero dichiarare i custodi della fede, i vescovi, e deporlo dall'alto ufficio, che ei mal sa reggere. E quando i vescovi si rifiutino, l'Imperatore stesso, se cattolico, varrà a condannarlo.[850]

Quest'ultima sentenza si legge nell'opera pubblicata intorno al 1338, ove si discutono otto gravi quistioni intorno all'Impero ed ai suoi rapporti colla Chiesa.[851] L'Occam, al pari degli altri minoriti, non abbracciava le idee radicali dei consiglieri laici di Ludovico, come Gianduno e Marsilio da Padova; nè credeva che si dovesse rompere così contro la tradizione da rimettere nel popolo di Roma la fonte dell'autorità imperiale, e s'oppose al giurista imperiale Leopoldo di Bamberga, che in parte rinnovava le idee del Defensor pacis.[852] Ciò non pertanto opinava che le due autorità, la spirituale e la temporale, non pure non si potessero riunire in una persona, ma fossero così indipendenti, che l'una non dovesse tenersi per la fonte dell'altra.[853] Egli in verità era d'avviso che il re dei Romani non potesse assumere il nome d'Imperatore senza la coronazione e l'unzione sacerdotale, ed in questo punto certo non andava ai versi di Ludovico;[854] ma a differenza dei papisti sosteneva che la coronazione e l'unzione non conferiscono poteri temporali, bensì doni spirituali soltanto.[855] Talchè allorquando l'autorità ecclesiastica, che per consuetudine soleva ungere o coronare il re eletto, si rifiuti, può bene farne le veci un altro arcivescovo,[856] il quale non cessa pertanto di essere suddito del sovrano che incorona.[857]

Da queste citazioni ben si raccoglie come l'Occam non fosse da meno di nessuno nel sostenere la causa dell'Imperatore, il quale, non perchè sia cristiano, ha perduto nulla dei diritti, che spettavano ai suoi predecessori pagani. E se questi decidevano intorno alle cause matrimoniali, perchè il loro successore non potrà fare altrettanto? Lo può, e lo deve quando sopratutto l'interesse di Stato lo consiglia, come nel caso del figlio di Ludovico e della principessa Margherita, il cui matrimonio con Giovanni Enrico di Boemia non essendo stato consumato, si può tenere per apparente più che per reale.[858] Questi concetti sono chiaramente ripetuti nella terza parte di quella voluminosa opera intitolata il Dialogo, ove l'Occam fa discutere da un maestro ed un discepolo le quistioni più ardenti del suo tempo.[859] Anche qui la teoria, che attribuisce al Papa una padronanza assoluta non pure nelle cose spirituali, ma nelle temporali, vien condannata come falsa, perniciosa ed eretica, perchè contraddice all'essenza stessa del Cristianesimo che sta nella libertà; laddove se il Papa avesse un così sconfinato potere sui fedeli, la legge di Cristo sarebbe più dura e più tirannica della legge mosaica.[860] Parimenti eretica e contraria alle sacre carte è l'altra teorica, derivata dalla precedente, che riadduce al Sommo Pontefice l'autorità imperiale.[861] Non che l'Occam creda l'Impero sia una istituzione sacra, emanante direttamente da Dio; imperocchè già notammo nell'Introduzione, che ei lo tiene per una creazione umana, voluta per fermo da Dio, ma nata da certi bisogni degli uomini, e vôlta ad alcuni fini, e ben peritura quando quei bisogni cessino o quei fini falliscano.[862] Però fin che vige l'Impero, tutti debbono inchinarsegli, e l'Imperatore, il cui dominio s'estende per quanto gira il mondo, non pure sugli averi e sulla libertà dei suoi sudditi ha piena potestà (in quanto almeno alla legge di natura non contraddica, ed al bene pubblico conferisca);[863] ma benanco sulle cose e persone spirituali esercita diritti. E talvolta può bene nominare i papi, non in quanto imperatore per fermo, ma come rappresentante del laicato, ed in particolare del popolo romano, al quale dev'essere restituito l'antico diritto di elezione, quando gli elettori ecclesiastici o per eresia o per quale altra ragione se ne siano mostrati indegni.[864] E se può nominare il Papa, ha diritto altresì di giudicarlo, e punirlo se occorra, imperocchè se Cristo e gli Apostoli si sottomisero alla giurisdizione imperiale, ragion vuole che anche il Papa vi si pieghi, quando pur la comunità cristiana debba avere, come ogni Stato ben costituito, un solo e supremo giudice.[865] Nè manca il caso, in cui lo deve anche deporre, se il Papa, poniamo, sia caduto in eresia, ed i cardinali ed i vescovi, non che richiamarlo sulla buona strada, si uniscano a lui.[866]

Ma come può darsi codesto caso? Che cosa è mai l'eresia? Ed a quali caratteri si scopre? E chi dovrà riconoscerla? Non forse il canonista, che ben sa quali dottrine sieno state condannate dalla Chiesa e quali no? E quale più autorevole canonista del Pontefice, che non pure può interpetrare i vecchi canoni, ma crearne di nuovi? E come mai chi è chiamato a definir l'eresia può cadervi dentro? E poniamo che vi cada, chi può giudicarlo? E se egli è eretico, saranno altresì quelli che gli prestano obbedienza? Codeste quistioni furono già discusse dall'Occam nelle opere precedenti, ma ora nella prima parte del Dialogo vi ritorna su, dibattendole con maggior larghezza ed ordine.[867] Non può cader dubbio sulle sue opinioni, sebbene dichiari di non manifestarle, per tema che altro le abbracci sull'autorità di lui, o le rifiuti in odium auctoris.[868] L'eresia secondo l'Occam, è un domma falso contrario alla fede ortodossa, attestata non pure dalle sacre carte, ma benanco dalla tradizione della Chiesa,[869] ed eretico è quel cristiano, che pertinacemente erri o dubiti di codesta fede.[870] Decidere quale dottrina sia eretica e se altri sia caduto in eresia spetta ai teologi, non ai canonisti, come si pretendeva dagli aderenti di Giovanni XXII; perchè i canonisti ben conoscono le regole di procedura da osservare nei giudizii di eresia, e il modo di accusare, e le pene da infliggere; ma se non sono teologi, ignorano le più riposte ragioni della fede, nè sanno riconoscere quello che vi contraddica, nè possono dare da per loro l'esatta interpretazione dei canoni.[871] Anche il Papa stesso, quando sia sfornito di studii teologici, non solo non sa dare autorevole sentenza intorno agli eretici, ma egli medesimo può cascare in eresia, come lo provano gli esempi e le ragioni.[872] Ed in tal caso non manca chi possa e debba giudicare il Papa, perchè al di sopra di lui sta la Chiesa universale. E se fia impossibile che tutti i cattolici si raccolgano in assemblea, farà le loro veci il Concilio generale, il quale non ha d'uopo dell'invito del Papa per adunarsi, quando gl'interessi della fede lo richieggano.[873] E codesto Concilio, accertata l'eresia del Papa, deve espellerlo dalla sede, spogliarlo d'ogni dignità ecclesiastica e consegnarlo, se occorre, al braccio secolare come farebbe di qualunque altro eretico. E dove il Concilio non si possa riunire, nè altra autorità ecclesiastica ne faccia le veci, spetterà, come dicemmo più sopra, ai laici ed alle potestà secolari di salvare la fede.[874]

Intorno a codesta preminenza del Concilio, l'Occam va pienamente d'accordo con Marsilio da Padova; ma dissente da lui intorno al primato del vescovo romano. L'animoso minorita non è certo tenero della supremazia papale, e spende un libro intero del Dialogo per discutere se convenga all'università dei fedeli il governo di un solo. E benchè non neghi i vantaggi della monarchia, pure dichiara in certi casi preferibile l'aristocrazia; nè teme che la pluralità dei capi possa recar danno alla forza e compattezza della Chiesa.[875] Ma ciò non pertanto non gli basta l'animo di accettare le teorie storiche di Marsilio, secondo le quali nè S. Pietro avrebbe avuto da Cristo il primato sugli altri apostoli, nè avanti a Costantino il vescovo di Roma avrebbe esercitato alcun potere sugli altri vescovi. E gli argomenti addotti nel Defensor pacis in sostegno di codeste teorie ei li combatte ad uno ad uno,[876] ed apertamente dichiara che la dottrina del primato romano è una costante tradizione della Chiesa, a cui s'ha da prestare piena fede.[877] Nè s'ha da credere che codesta prova non sia secondo le convinzioni dell'Occam, perchè invece va d'accordo col suo principio fondamentale, che la tradizione cattolica, continua e costante, è l'unico e saldo criterio di verità. Può fallire il Papa; dice l'Occam, e non meno di lui il Collegio dei cardinali; può fallire lo stesso Concilio, e forse anche in qualche momento d'oblìo la Cristianità tutta; ma la dottrina canonica non verrà meno per questo, e dopo gl'intervalli d'oscuramento brillerà di più viva luce.[878] Così pare assicurata la supremazia di Roma, ma i principii da cui parte l'Occam menano a ben altre conseguenze; perchè se non solo il Papa, ma il Concilio e la Cristianità tutta può fallire, non resta nulla di saldo all'infuori dei sacri libri. È manifesto per tal guisa come per diversa via l'Occam riuscisse allo stesso risultato di Marsilio, vale a dire alla negazione della gerarchia medievale. E così il moto francescano, cominciato da un dissidio interno dell'ordine minorita, si dilarga oltre misura, e si tramuta in opposizione implacabile contro l'assolutismo teocratico e nell'ordine religioso e nel politico.

Dal movimento francescano furono provocate alcune sètte più o meno ereticali, come i flagellanti, gli apostolici, i beghini. I flagellanti apparvero nell'anno fatale 1260, in cui secondo i gioachimiti doveva aver luogo la fine del vecchio mondo. Gli apostolici, surti al tempo delle prime dissensioni francescane, si dettero per i soli e veri seguaci delle dottrine spirituali. I beghini, nati più tardi, non erano se non terziarii francescani, i quali mettevano la Regola al pari dell'Evangelo, e negavano obbedienza a qualunque autorità ecclesiastica non la interpetrasse a lor modo. Queste sètte solennemente condannate come eretiche, ci porgono la più chiara prova del fine che sortì l'agitazione gioachimita. E possiamo ben dire che il secondo periodo del movimento religioso medievale ha un corso opposto al primo, comincia dallo scisma e termina nell'eresia.

Notes in this chapter

Note 1 · Questo scritto fu composto da Guglielmo quando sali sul trono Clemente IV, che gli concesse di far ritorno a Parigi, donde era stato esiliatNote 2 · Il titolo del libro pubblicato dal Martène (Amplissima collectio, IX, 1273) è il seguente: Nicolai Oresme episcopi de Antichristo et ejus miNote 3 · La Bolla è riportata dal De Boulay, III, 311. Nos libellum .... tanquam iniquum, scelestum et execrabilem, et instructiones ac documenta in Note 4 · De periculis, cap. 2º, pag. 21. Unde videtur quod authoritate sedis apostolicae, aut diocesanorum, praedicare possunt. Respondetur quod de pNote 5 · La prima osservazione che fecero i cardinali, cui fu commesso l'esame del libro di Guglielmo, è che in esso fosser contenute quaedam perversNote 6 · I manoscritti sono segnati al num. 1726, ed al num. 1706, fondo Sorbona. Alcuni documenti contenuti in questi manoscritti sono riprodotti anNote 7 · L'Introductorius talvolta apparisce come un opuscolo separato, ed il Renan osserva che alcuni scrittori contemporanei come Matteo Paris, e GNote 8 · L'Introduttorio insisteva sulle differenze nel 30º capitolo, ove (D'Arg., 161-62) dicit quod ALIA est scriptura divina, quae data est fideliNote 9 · Il Concilio di Arles nel condannare l'Evangelo eterno a ragione notava che questo nome fosse dato ac si Christi Evangelium non aeternum nec Note 10 · Queste proposizioni si trovano non nel resoconto d'Anagni, ma in quell'altro fascicolo d'estratti esistente solo nel num. 1706, già riportatNote 11 · Eymerich, loc. cit. Duodecimus error: Quod spiritualis intelligentia Novi Testamenti non est commissa Papae romano, sed tantum litteralis. TNote 12 · Cod., carte 142; Renan, pag. 111, nota 1. Quod exponens frater Girardus scripsit «haec abominatio erit pseudo-papa, ut habetur alibi», istudNote 13 · Vedi cod. carte 150. Item circa hoc idem diligenter notandum qualiter praefert tertium statum secundo, et quamvis hoc inveniatur in locis plNote 14 · Una nota di fra Gherardo (cod., carte 148 tergo; Renan, loc. cit.), rimanda infatti al Decacordo: Super hoc glossa fratris Girardi declaratiNote 15 · Cod., carte 144 tergo: In praenotatis videtur quod iste novas et falsas opiniones confingat, et hoc maxime vanae gloriae causa, idest ut exaNote 16 · Così ad esempio a carte 150 tergo del codice (Renan, pag. 112): Dicit frater Girardus in notula: iste doctor sive Angelus (che apre il sestoNote 17 · I Giudici d'Anagni a ragione citano a carte 142 la Concordia (V, 66, fol. 95, col. 4), ove si legge: Senectus David hujus secundi stati et oNote 18 · Cod., carte 152. Quinto notandum diligenter illud, quod dicit in primo libri Psalterii .... ubi invehitur primo contra Sabellium et Arrium, Note 19 · Vedi le bolle in Du Boulay, III, 292 .... Alexander ecc. Venerabili fratri Episcopo Parisiensi. Libellum quemdam, qui in Evangelium aeternumNote 20 · Direct., pag. 271, cujus auctor fuit ut fertur communiter quidam frater Joannes de Parma, italicus monachus.Note 21 · Il Salimbene dopo aver parlato del libro del S. Amour, seguita, a pag. 233: Alter vero libellus continebat multas falsitates contra doctrinaNote 22 · Anche il Renan ha notato, pag. 116: les documents d'Anagni ne disent pas avec la clarté désirable que Gerard soit l'auteur de l'IntroductoriNote 23 · Il Renan ha chiamato l'attenzione su questo passo dell'Introduttorio: (cod. car. 139; Renan, pag. 116; cfr. D'Arg., 164). Item VIII capituloNote 24 · Dico note introduttive, perchè parmi che si debbano distinguere nell'Evangelo eterno tre introduttorii. 1º Uno generale a tutte le tre opereNote 25 · L'Affò, Vita del beato Giovanni, Parma 1776, per iscagionare non solo il generale, ma tutto l'ordine francescano, escogita l'ipotesi strana Note 26 · Salimbene, pag. 97: Porro frater Hugo solitus erat dicere, quod quatuor habebat amicos, quos specialiter diligebat, quorum primus erat frateNote 27 · L'Affò, pag. 87 cita il Salimbene che a pag. 133 narra: Papa etiam Innocentius IV diligebat fratrem Johannem sicut animam suam, et quando ibNote 28 · Salimbene, pag. 131. Dixit mihi frater Bartholomaeus Calarosus de Mantua; .... dico vobis, frater Salimbene, quod frater Johannes de Parma tNote 29 · Secondo il Salimbene (pag. 137) le dimissioni furono spontanee, e più d'un giorno insisterono i capitolari perchè le ritirasse, ma persistenNote 30 · Per esempio la Cronaca delle tribolazioni a carte 181v: «Ma secondo che testifica esso frate Giovanni in questa parte molto fallì BonaventurNote 31 · Certo fra Giovanni fu accusato non solo quale capo del partito intransigente, bensì come gioachimita e l'Affò ha ben torto di sostenere che Note 32 · Salimbene non fa nessun cenno nè del processo nè della condanna, sebbene nel passo riportato più sopra dica chiaramente che Giovanni cadde iNote 33 · Cronaca delle Tribolazioni, carte 186: «E chiamati prima li due principali compagni di frate Giovanni, ciascuno delli quali era molto suffitNote 34 · Salimbene, pag. 131 .... Et tu similiter Joachita fuisti, cui dixi: verum dicitis sed postquam mortuus est Fridericus, qui Imperator jam fuiNote 35 · Wadding, Annales minorum, V, 52, che segna la Cronaca delle Tribolazioni, da lui citata nel nome di Chronica antiqua. Nelle note seguenti miNote 36 · Cronaca, carte 204 tergo: «Della quinta tribolazione dell'ordine delli frati minori della quale nelle parti ultramontane frate Pier GiovanniNote 37 · Cronaca, carte 214 «(fra Pier Giovanni) tolse un compagno, e non chiamato nè licenziato se ne andò a frate Bonagratia generale ministro ....Note 38 · Cronaca, carte 222-23: «Esso fu chiamato dal generale a Parigi, che dovessi rispondere alle cose proposte contro a lui davanti alli maestri Note 39 · Cronaca, carte 213: «Per la qual cosa si voltarono a perseguitare li germogli e figlioli delli suoi razzi, e tutti li giovani, che si sforzaNote 40 · Anche quest'altra dichiarazione fu pubblicata dal Wadding, V, p. 299: Ego frater Petrus Joannes dico et profiteor, fratres minores non tenerNote 41 · Il Wadding, V, 378, ci conserva le ultime parole dell'Ulivi.Note 42 · Il Daunou nell'articolo sull'Olivi (Hist. litt., XXI, 44) parla d'un codice di Santa Croce, che conterrebbe l'Esposizione dell'Apocalisse. MNote 43 · Nella professione di fede al letto di morte diceva l'Olivi (Wadding, V, 378): dico abdicationem omnis juris, seu jurisdictionis temporalis eNote 44 · I giudici del 1282 condannano la sentenza dell'Olivi (D'Arg., I, pag. 231): quod usus pauper rerum, prout in se includit necessitatem, quae Note 45 · Cronaca, carte 226 «epperò diceva esso frate Giovanni che li notabili eccessi delli luoghi e delli hedifitii quanto alla preziosità della maNote 46 · Cronaca, carte 227 «e similmente litigare e piatire per jurisdictione delle sepolture o delli funerali o per qualunque cosa temporale dicevaNote 47 · Cronaca, carte 228 tergo «Predicava ancora e diceva che li apostoli e li episcopi, li quali hanno professato la vita apostolica, come li apoNote 48 · Sexti Decret. De verb. signif., cap. 3. Insuper nec utensilia nec alia praeter eorum usum ad necessitatem et officiorum sui status executionNote 49 · L'ampia professione di fede cattolica riportata dal Wadding loc. cit., non impediva all'Olivi di sostenere che ei si sentiva obbligato di noNote 50 · Che l'Olivi appartenesse al partito creatore della letteratura pseudo profetica lo mostra la Cronaca delle Tribolazioni, a c. 208: «perocchèNote 51 · Dagli estratti dell'Apocalisse in Baluze, ediz. Mansi, II, 267 a: Quidam ex pluribus, quae Joachim de Friderico secundo et ejus semine scribNote 52 · Baluze, pag. 261 (cfr. Direct. inquis., pag. 268). Igitur commemorato est adhuc notandum a quo tempore debeat sumi initium hujus sextae aperNote 53 · Baluze, pag. 263 a (Direct., V). Hic ergo angelus est Franciscus, evangelicae vitae et regulae sexto et septimo tempore propagandae et magniNote 54 · Baluze, pag. 258 (Direct., I). Primus status proprie coepit a Spiritus Sancti missione, licet alio modo coeperit a Christi praedicatione. SeNote 55 · Baluze, pag. 260 b. Sicut enim in primo statu saeculi ante Christum studium fuit patribus enarrare magna opera Domini inchoata ab origine muNote 56 · Baluze, pag. 258 b. Septimum est quare sextus status describitur ut notabiliter praeeminens quinque primis, et sicut finis priorum, et tanquNote 57 · Pag. 261 a: Secunda ratio est, quia uterque illorum substitutus est alteri. Nam sicut gloria, quae fuerat Synagogae parata et Pontificibus sNote 58 · Baluze, pag. 263 b: Ex praedictis autem patent aliquae rationes quare ante exterminium novae Babilonis sit evangelica vita veritas a reprobiNote 59 · Baluze, pag. 262 a: Si quaeras quare Franciscus cum primis sui ordinis sociis non fuit personaliter in initio tertio et quarto .... dicendumNote 60 · Baluze, pag. 263 a. Est enim tunc nova Babylon sic judicanda sicut fuit carnalis Hierusalem, quia Christum Dominum crucifixit. Che cosa s'inNote 61 · Liber sententiarum inquis. tholos., pag. 326: Dixit tamen quod audivit ab aliquibus fratribus minoribus de illis vocatis spiritualibus de NaNote 62 · Cronaca delle Tribolazioni, carte 249: «In questo mezzo essendo frate Pietro detto Murrone fatto Papa, piacque al generale e a tutti li prinNote 63 · Cronaca, carte 262: «Ingannato il Papa (Bonifazio) colle loro bugie consentì alla loro perversa petizione e fecie fare littere nelle quali fNote 64 · Cronaca, c. 237: «Questa quinta tribolazione ebbe un altro principio nella provincia della Marca Anconitana pigliandola al tempo del ConciliNote 65 · Dante, Parad., XII, 124. Ma non fia da Casal, né d'Acquasparta, Là onde vengon tali alla scrittura, Ch'uno la fugge e l'altro la coarta. DNote 66 · Cronaca, carte 218: «Nientedimeno ebbe victoria la protervia e la voluntà delli persequitori, e condannorono la sua dottrina insieme con la Note 67 · Cronaca, carte 233: «Di poi quel sancto uomo di singolare perfectione, cioè frate Pontio di Buontungato, potente in opere e in parole .... pNote 68 · Queste notizie il Wadding raccolse dall'opera stessa di Ubertino, Annales, V, 417-18.Note 69 · Cronaca, c. 297: «Questo frate Ubertino habitando sul Monte della Vernia della provincia di Toscana tutto devoto a S. Francesco, fedele testNote 70 · Delle apologie, che Ubertino fece di Pier Giovanni, oltre al sunto che ne riporta il Wadding, V, 380, 390 abbiamo alcuni frammenti negli ArtNote 71 · Il Wadding, VI, pag. 168, pubblica la lettera di Clemente V dilecto filio generali ministro, caeterisque fratribus tum praelatis quam subditNote 72 · Nella bolla Exivi de paradiso (Clementinarum, lib. V, tit. XI) Clemente espone così la questione insorta tra i frati, e che egli risolve in Note 73 · Clem., lib. I, tit. I .... ipsum Dei verbi non solum affigi cruci et in ea mori voluit, sed etiam emisso jam spirito perforari lancea sustinNote 74 · Così si esprime Clemente nella bolla Exivi: declarando dicimus quod fratres minores ex professione suae regulae specialiter obligantur ad arNote 75 · Wadding, VI, pag. 313.Note 76 · Cronaca delle Tribolazioni, carte 300: «Per la quale cosa il Papa non volse che havessi alcuno vigore cosa, che si proponesse in juditio perNote 77 · Cronaca delle Tribolazioni, carte 305: «Conciosia cosa che Papa Clemente quinto avessi assignato nel Concilio di Vienna episcopi doctori in Note 78 · Le lettere di Clemente V sono riportate dal Wadding, VI, 214. Quia tamen relatione intelleximus fide digna quod nonnulli fratres occasione dNote 79 · Il Wadding riporta (VI, 271) la lettera indirizzata da Giovanni XXII dilecto filio fratri Ubertino de Ilia de Casali, vercellensis dioecesisNote 80 · Contro i dissidenti toscani, che s'erano rifugiati in Sicilia sotto la protezione di Federico II d'Aragona, scrisse la lettera del marzo 131Note 81 · Extravag., tit. XIV De verborum significatione. Nelle due disposizioni accennate Giovanni non avea fatto se non riprodurre, come lui stesso Note 82 · Extravag., loc. cit. Magna quidem paupertas, sed major integritas, horumque obedientia maximum, si custodiatur illaesa. Nam prima rebus, secNote 83 · L'inquisitore che li condannò fu frate Michele dell'ordine dei Minori, al quale Giovanni XXII nella bolla riportata dal Baluze (ediz. Mansi,Note 84 · Vedi le aggiunte al rapporto sulla Postilla dell'Olivi (Baluze-Mansi, II, 271): nonnulli alii ejusdem ordinis, qui praedictos errore abjuravNote 85 · Inquisitoris sententia (Baluze, II, 249). Et quia constat nobis quod praefati errores imo haereses manifeste processerunt seu originem habueNote 86 · L'inquisitore oppone naturalmente (pag. 247): quod nulla regula religiosorum aequanda est evangelio, cum evangelium Christi Sancta UniversalNote 87 · Inquisitoris sententia, pag. 248: ea quae in constitutione sive decretali de habitu et quaestu et similia mandabuntur (nella decretale QuoruNote 88 · Il Baluze attribuisce a Giovanni di Belna l'opuscolo intorno ai beghini e spirituali che comincia: Quaestiones aut dubia quae circa illa, quNote 89 · Cronica della Quistione insorta nella corte di Papa Giovanni XXII circa la povertà di Cristo pubblicata dallo Zambrini in appendice alla StoNote 90 · Niccolò III teneva per evangelica la regola della povertà (Sext. Decr., tit. XII, cap. III): Hi sunt illius sanctae regulae professores, quaNote 91 · La risposta di frate Ubertino è pubblicata dal Baluze (ediz. Mansi, II, 279). Vedi anche Cronica della Quistione, pag. 77-80.Note 92 · Marcour, Antheil der Minoriten im Kampfe zwischen Ludwig IV von Baiern und Papst Johann XXII, Emmerich, 1874, pag. 7.Note 93 · La traduzione italiana, pag. 64-76, tra le parole tradi fecit e volens igitur (Baluze, Mansi, 207 b) inserisce un lungo racconto del concistNote 94 · Vedi la Bolla Quia nonnumquam (Extravag., tit. XIV, cap. II). Nos autem attendentes quod argumentis frequenter et collationibus latens veritNote 95 · Niccolò Minorita ediz. Zambrini, pag. 84. Nell'originale latino sono riportate per disteso le due circolari di fra Michele (Baluze-Mansi, IINote 96 · Extrav., tit. XIV, cap. III. Ad conditorem .... ipsum (cioè il compromesso) non profuisse sed potius tam ipsis fratribus quam aliis obfuisseNote 97 · La protesta francescana è riportata da Niccolò (Baluze-Mansi, III, 213-221). Il frate Bonagrazia che la distese è quello stesso, come nota iNote 98 · Le due bolle sono riportate da Niccolò Minorita, la prima da pag. 211 b a 213 a, la seconda da pag. 221 a 224 a. Nelle decretali è riportataNote 99 · Extrav., tit. XIV, cap. IV: Cum inter nonnullos .... assertionem hujusmodi pertinacem, cum scripturae sacrae, quae in plurisque locis ipsos Note 100 · La protesta di Ludovico si trova nel Baluze (Vitae pap. Aven., II, 478-512) e nella Cronaca di Niccolò Minorita (Baluze-Mansi, 224 b-232 b).Note 101 · Extrav., tit. XIV, cap. V. Il Müller, op. cit., pag. 96, giustamente riproduce il giudizio del Wadding, al quale il Papa apparisce in questaNote 102 · Nella lettera papale, riportata da Niccolò Minorita (Baluze, pag. 237; Zambrini, pag. 95) non pure Michele da Cesena è chiamato diletto figlNote 103 · Lo stesso fra Michele nella sua protesta del 13 aprile 1328 (Baluze, 328) racconta che il Papa l'ebbe per iscusato, et quod non fuerat suae Note 104 · Niccolò Minorita, in Baluze, pag. 237; Zambrini, pag. 99: «Disse il detto Papa Giovanni a esso general ministro, riprendendolo intra molte aNote 105 · Niccolò Minorita, in Baluze, pag. 243; Zambrini, pag. 105. «Da poi che il predetto frate Michele, general ministro, udì che Papa Giovanni prNote 106 · Niccolò Minorita (in Baluze, pag. 243 a-b) dopo aver raccontato dell'elezione del frate di Corbara, cerca di giustificare con citazioni canoNote 107 · La sentenza fu pubblicata due volte, la prima a Roma il 18 aprile, e la seconda il 12 dicembre 1328 a Pisa. La prima edizione si trova nel BNote 108 · La sentenza del papa inserita in Niccolò Minorita (Baluze, pag. 243; Zambrini, pag. 106) porta la data: Avinionis VIII Idus Junii PontificatNote 109 · La lettera indirizzata universis ministris, Custodibus, Guardianis et eorum vicariis porta la data: nona die Julii a. d. MCCCXXVIII. (NiccolNote 110 · Delle due proteste, la prima più diffusa (in majori forma) si suppone già fatta in Avignone nel mese di aprile in presenza di frate Guidone,Note 111 · La data di codesta costituzione è del 16 novembre 1329 (Baluze-Mansi, pag. 323-341). La traduzione italiana della Cronaca nel capitolo, di cNote 112 · La cronaca del Minorita (in Baluze, pag. 341-355) riporta un'appellatio fratris Michelis a Generalis a Constitutione praescripta. Il Müller Note 113 · Niccolò, in Baluze, pag. 315-323. Una delle ragioni, su cui si appoggiavano è questa (pag. 319 b): Sed constat quod dictus Dominus BertranduNote 114 · Vedi la lettera di fra Michele pubblicata dal Goldast, II, 1236, che comincia: Literas plurium magistrorum in sacra pagina aliorumque notabiNote 115 · In una lettera scritta la pentecoste del 1324 e pubblicata da un codice parigino dal Müller (Aktenstücke, pag. 111) dice l'Occam: Nam contraNote 116 · Niccolò Minorita, in Zambrini, pag. 116: «Questa (Quia vir reprobus) è la quarta decretale eretica di papa Giovanni XXII, eretico manifesto,Note 117 · Opus nonaginta dierum, in Goldast, II, 993-1236. La bolla Quia vir reprobus secondo l'Occam pag. 996, in tres partes principales dividitur. Note 118 · Questo libro, come già dicemmo altrove, forma la seconda parte del Dialogo (Goldast, II, 740-70). È intitolato: De dogmatibus Papae JohannisNote 119 · Compendium errorum Johannis Papae XXII (Goldast, II, 957-76). Qui sono combattute di nuovo le quattro costituzioni di Giovanni, che l'Occam Note 120 · L'Opus nonaginta dierum, cap. 122, pag. 1224, riproduce la protesta di Fra Michele contro quella parte della decretale Quia quorundam, ove sNote 121 · Compendium, cap. 124, pag. 1232. Omnis error, qui contradicit aperte scripturae divinae vel determinationi ab universali ecclesia approbataeNote 122 · Queste erano le obiezioni tra gli altri del nuovo generale francescano Giraldo Odone, come dice l'Occam nell'Opus, pag. 1235. Il cap. 8 del Note 123 · Opus nonaginta, pag. 1233. Ipse autem non permittit generale concilium congregari, et ita se subjicere correctioni et emendationi illorum, qNote 124 · Octo quaestiones, I, cap. 17 (Goldast, pag. 332). Si autem episcopi vel noluerint vel nequiverint papam haereticum judicare, alii catholici,Note 125 · Magistri Guilhelmi de Ockam, Super Potestate summi Pontificis Octo quaestionum decisiones (Goldast, II, 313-391). Bisogna convenire col RiezNote 126 · Leopoldo di Bamberga avea distinto tra il regno tedesco e l'impero romano. Il re tedesco non appena eletto ha diritto di governare le provinNote 127 · V. più sopra, p. 538, nota 2. Qui aggiungo che nella seconda quistione: utrum suprema potestas laicalis proprietatem sibi proprie habeat immNote 128 · Ludovico nel decreto licet juris stabiliva che anche il titolo d'imperatore vien conferito dall'elezione, mentre i principi elettori credevaNote 129 · Pag. 369. Quinto quaeritur: utrum rex haereditarie succedens accipiat aliquam potestatem super temporalia ex eo quod a persona ecclesiasticaNote 130 · Pag. 374. Septima quaestio: utrum si talis rex ab aliquo altero archiepiscopo, quam ab eo, qui antiquitus coronare consuevit, vel sibi ipsi Note 131 · Pag. 374. Sexto quaeritur: utrum rex hereditarie succedens sit coronatori in aliquo subjectus. Anche qui la risposta negativa è più validameNote 132 · Tractatus de Jurisdictione in causis matrimonialibus (Goldast, I, 21-24). Vedi più sopra pag. 61, nota 1, ove ho riportato alcuni passi che Note 133 · Il Dialogo, come dicemmo più sopra (pag. 62), va diviso in tre parti. La prima (Goldast, II, 398-739) suddivisa in sette libri, è intitolataNote 134 · Dialogus, III, I, 5 (Goldast, pag. 776). Lex enim christiana ex institutione Christi est lex libertatis respectu veteris legis .... Et ita cNote 135 · Anche nella terza parte del Dialogo (trattato 2º, libro 1º) come nelle otto quistioni è discussa largamente la teoria: verum imperium romanuNote 136 · Nello stesso libro, citato nella nota precedente, l'Occam discute separatamente le due quistioni sull'utilità e sull'origine di una monarchiNote 137 · Dialogo, 3ª parte, trattato 2, lib. 2, ove, stabilita la distinzione delle due potestà temporale e spirituale, esamina (pag. 904) la quistioNote 138 · Dialogus, P. 3ª, tr. 2, lib. 3, cap. 3 (pag. 927) licet imperator specialiter ratione imperatoria dignitatis non habeat jus eligendi summum Note 139 · Dialogo, loc. cit., cap. 17, pag. 947. Quod imperator possit et debeat papam pro omni crimine judicare quampluribus viis ostenditur, quorum Note 140 · Vedi più sopra, p. 538, nota 1.Note 141 · La prima parte del Dialogo (pag. 398-739) si divide in sette libri, come dice l'autore stesso nel Prologo. Primam ergo partem de haereticis Note 142 · Che la opinione del maestro traspaia dal Dialogo, sebbene non la manifesti, lo dice chiaramente il discepolo nel Prologo: tuam conclusionem Note 143 · Dialog., Parte 1ª, lib. II, cap. V, pag. 415-16. Quinque sunt genera veritatum, quibus non licet Christianis aliter dissentire. Primum est eNote 144 · Lib. III, cap. III, pag. 437. Hereticus est vere baptizatus, vel pro baptizato se gerens, pertinaciter dubitans vel errans contra catholicamNote 145 · Tutto il libro primo della prima parte del Dialogo discute codesta quistione. E non è dubbia l'opinione dell'Occam, che viene riassunta nellNote 146 · Nel capitolo 2º del 5º libro, pag. 469-70 adduce alcuni esempii di papi eretici, a cominciare da S. Pietro, al quale S. Paolo resistè in facNote 147 · Lib. VI, cap. 57, pag. 561. Praedicta inquisitio primo et principaliter spectaret ad universalem ecclesiam, si essent ita pauci, quod omnes Note 148 · Lib. VI, cap. 86, pag. 605. Concilium generale debet Papam haereticum expellere de sede .... ab omni ecclesiastico ordine degradare .... et Note 149 · Dicemmo più sopra che il secondo libro del primo trattato della terza parte discute la quistione: an expediat toti communitati fidelium uni Note 150 · La quistione sul primato di Pietro è trattata, come dicemmo, nella 3ª parte, 2º trattato, libro 4º. Che l'Occam vi risponda in modo affermatNote 151 · Cap. 22, pag. 865. Tenendum est quod eadem assertio universali ecclesiae debet adscribi, universalis autem ecclesia nullo tempore etiam parvNote 152 · Che il Concilio possa errare lo dimostra con cinque ragioni nel capitolo 25 dello stesso libro quinto (pag. 494-95), e con esempi nel capito
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