Note 733 — LIBRO SECONDO DALLO SCISMA ALL'ERESIA (continued 3)
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L'Introductorius talvolta apparisce come un opuscolo separato, ed il Renan osserva che alcuni scrittori contemporanei come Matteo Paris, e Guglielmo di S. Amore chiamano Evangelo eterno l'Introduttorio (op. cit., pag. 115). Nella nota precedente abbiamo riportato il principio del resoconto d'Anagni, dal quale apparisce che l'opuscolo, mandato al Papa dal vescovo di Parigi, è appunto codesto Introductorius. Ma che in seguito di esso fossero pubblicate o le opere autentiche di Gioacchino, o almeno estratti da esso lo prova l'altro documento, il terzo della nota precedente, del quale sarà utile riportare il principio (Renan, pag. 110). Anno Domini MCCLV, VIII idus Julii Anagniae coram nobis Odone episcopo tusculano, et fratre Hugone presbytero cardinali, auditoribus et inspectoribus datis a Papa, una cum reverendo patre Stephano Praenestino episcopo se excusante per proprium capellanum suum, et nobis quantum ad hoc vices suas committente, comparuit Magister Florentius episcopus Acconensis, proponens quaedam verba de libris Joachim extracta suspecta sibi, ut dicebat, nec publice dogmatizanda aut praedicanda, sive in scriptis redigenda, ut fieret inde doctrina sive liber (par che accenni alla nuova pubblicazione fattane) prout sibi videbatur. Et ad haec audienda et respicienda una nobiscum duos alios scilicet fratrem Bonevaletum, episcopum Pavendensem, et fratrem Petrum lectorem fratrum Praedicatorum Anagniae, quorum unus tenebat originalia Joachim de Florensi monasterio, et inspiciebat coram nobis utrum haec essent in praedictis libris, quae praedictus Acconensis legebat, et legi faciebat per tabellionem nostrum et inspiciebat sic. Questi libri, che Florenzo leggeva, erano probabilmente o la nuova edizione degli scritti di Gioacchino, o almeno gli estratti, che se ne fecero per uso dell'Evangelo eterno. Ed i giudici di Anagni, che scrupolosamente riscontrarono la nuova edizione coll'antica, non trovarono differenza. Il che prova che i Gioachimiti non alterarono i libri dell'abate, come sospetta il Renan (pag. 121); ma vi aggiunsero note quando pareva loro di dover compiere il pensiero del profeta.