LXVIII.
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Alla fine furo sconfitti li Cartagginesi ed Anibal altresì, che tanto si tenne nello stormo, che non v'erano più che venti cavalieri di rimanente, e non fuggiva, però che ontia li pareva di fuggire. E vinti difendevano loro signore, che non volevano fare dislealtà nè fellonia; e tanto dimorò Anibal, che nolli rimasero più che quattro cavalieri, e con questi quattro cavalieri si partì Anibal tristo e corruccioso, perciò che non vi poteva più dimorare; e sì se ne venne fuggendo ad Adrumento sua città per campare sua vita, e d'inde n'andò in Cartaggine, ove elli non era mai entrato in ventisei anni ch'erano passati, che se ne partì la prima volta collo re Amilcar suo padre. Intanto li Romani che la vittoria avevano auta, si trassero a' padiglioni dello re Anibal, ove trovarono duecento miglia di grossi d'argento e grande quantità d'oro e tante altre ricchezze, che non si potrebbe dire nè contiare. In quella battaglia furono morti quaranta migliaia di Cartagginesi e cinque milia presi, e ottanta olifanti tra presi e morti.
Intanto ch'e Romani ragunavano loro guadagno e loro prede, che seppellivano loro uomini morti secondo loro costume e loro usanza, Anibal ch'era in Cartaggine, ove grande dolore era fatto, parlò co' baroni e colli alti uomini di Cartaggine, e disse che neuno altro rimedio era, che di fare pace co' Romani, acciò che la città non fusse distratta nè confusa. E baroni e altri uomini di Cartaggine, che viddero e cognobbero che altrimenti non poteva essare, richiesero pace a Scipio, siccome avevano dinanzi divisato, e Scipio il consentì di volontà de' consoli e de' senatori, a cui mandò suoi messaggi, e ferma triegua fu fatta per cinquanta dì, tanto ch'e messaggi potessero andare e tornare.