XV.
Reading edition
Anibal inforzò e crebbe molto contra li Romani per queste vittorie in tal modo, che la maggiore parte di quelli di Italia vennero a sua mercè per paura ch'egli avevano di lui e di sua gente, e sì si sottomissero a sua signoria, e lassaro li Romani con chinche eglino erano, e là soggiornò Anibal tutto verno, e quando venne la primavera, elli si misse in via per venire in Toscana. Ma sì tosto come venne al monte Apennino, venne una sì gran tempesta di nieve e di gragnuola mescolata insieme, e con ciò folgori sì aspre e sì maravigliose, che ciò era terribile cosa a vedere, per la quale cosa due mesi tutti interi non si potero mutare; anzi furo caricati li olifanti e camelli e cavagli e altre bestie e tutta l'oste di nieve e di freddura e di gragnuola in tal modo, che appena si potevano tenere in piei nè muovare, ed erano sì coperti di nieve l'armadure e le bestie, che non si cognoscevano di che pelo si fussero. E sappiate che lo re Anibal perdè molti de' suoi cavalieri e delle sue bestie per la gran freddura che non potevano sofferire, e di poco si fallì, che tutti li olifanti non perdero la vita. E quando Anibal vidde ciò, elli si partì il più tosto che potè della montagna; e sappiate che ciò non fu niente grande maraviglia, se si partiro d'onde eglino avevano auto tanta pena e travaglio, e per questa pistolenzia e per questa disavventura ricevette lo re Anibal molta grande perdita e molto grande dannaggio maggiore che none aveva fatto in tutta l'altra via. Allora se n'andò Scipio figliuolo dell'altro Scipio, ch'era stato sconfitto per lo re Anibal nelle terre di Spagna.