LIBRO SECONDO. [1494-1495.] (continued 2)
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A misura, però, che l’onda del popolo diveniva più agitata, questi discorsi riuscivano meno efficaci, ed il frate, quasi per forza e violentemente, diveniva cittadino. Egli vedeva innanzi a sè un popolo intero, confuso e desolato, che aveva bisogno d’aiuto, e volgeva verso di lui solo uno sguardo pieno di fiducia. Vedeva la vanità della scienza, l’incapacità dei prudenti, la tristizia dei molti; mentre il suo buon senso, il suo forte volere, il suo sincero amore del bene, gli facevano vedere chiarissima la via da percorrere. Egli diveniva maggiore di sè; parevagli aver la forza di riunire le discordi volontà, per dirigerle alla religione ed alla libertà; sentivasi capace di riempiere col suo amore e colla sua anima l’intero popolo. «O Firenze,» egli esclamava allora, «io non ti posso dire ogni cosa che io sento in me.... Oh! se io ti potessi dire il tutto, vedresti come un vaso nuovo e serrato, pieno di mosto che bolle per ogni verso, ma non può uscir fuora.»[271]
Queste parole egli diceva il giorno 12 dicembre, terza domenica dell’avvento, e quel giorno medesimo entrava a discorrere più decisamente di politica. Incominciava collo spiegare una teoria, allora molto diffusa nelle scuole: che il governo di un solo, cioè, sia ottimo, quando il principe è buono; pessimo, quando il principe è cattivo; perchè esso è più forte ed unito così al bene come al male, e rende immagine del governo di Dio sopra la natura, la quale in ogni cosa ricerca la sua unità.[272] Tale era il linguaggio della scuola, e tale era anche il principio del discorso con cui il Savonarola entrava nella politica. Ma procedendo oltre, il suo buon senso veniva a cavarlo fuori del vecchio formalismo. «Questi principii,» egli continuava a dire, «si debbono, però, adattare alla natura del popolo, cui si vogliono applicare. Nei popoli del nord, ove è molta forza e poco ingegno, e nei popoli del sud, dove al contrario è molto ingegno e poca la forza, il governo d’un solo può essere qualche volta ottimo. Ma in Italia, e massime in Firenze, ove abbonda forza e intelletto, ove gl’ingegni sono sottili e gli animi inquieti, il governo d’un solo non può riuscire altro che tirannico. Il solo governo che a noi possa convenire, è il governo civile ed universale. Guai a te, Firenze, se tu fai capo che possa dominare e soperchiare gli altri! Da questi capi nascono tutti i mali che possono guastare una città. Tiranno è nome di uomo di mala vita, pessimo fra tutti gli altri, usurpatore degli altrui diritti, distruttore dell’anima sua, e di quella del popolo. Epperò, la prima legge che tu devi fare, sarà questa: che nessuno possa per l’avvenire farsi mai capo della tua città: altrimenti, tu sarai fondata in sull’arena. Questi uomini che si vogliono elevare sopra tutti, e che non sanno sopportare la civile uguaglianza, sono pessimi fra tutti gli altri; cercano la rovina delle anime loro, e di quella del popolo.»[273]
«O popolo mio! Tu sai che io non sono mai voluto entrare nelle cose di Stato: credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è necessario alla salute delle anime? Tu non volevi credere; ma ora hai visto che le mie parole si sono tutte verificate; che esse non sono di mia volontà, ma vengono dal Signore. Prestate, adunque, le orecchie a chi non cerca altro che la vostra salute. Purificate il vostro animo, attendete al ben comune, dimenticate i privati interessi; e se in tale disposizione voi riformate la vostra città, essa sarà più gloriosa che non è mai stata. E tu, popolo di Firenze, incomincerai in questo modo la riforma di tutta Italia, e spanderai le tue ali in tutto il mondo, per portarvi la riforma di tutti i popoli. Rammentati che il Signore ha dato segni evidenti ch’Esso vuole rinnovare ogni cosa, e che tu sei il popolo eletto a cominciare questa grande impresa; se però tu segui i comandi di Lui, che ti chiama e t’invita a tornare alla vita spirituale. Apri, o Signore, il cuore di questo popolo, acciocchè intenda quelle cose che sono in me, e che tu mi hai rivelate e comandate.»
«La vostra riforma deve incominciare dalle cose spirituali, le quali stanno al di sopra delle cose materiali, di cui formano la regola e sono la vita; e tutto il bene temporale deve servire al bene morale e religioso, da cui dipende. E se avete udito dire che gli Stati non si governano coi paternostri,[274] rammentatevi che questa è la regola dei tiranni, la regola degli uomini nemici di Dio e del ben comune, la regola per opprimere, e non per sollevare e liberare la città. Bisogna, invece, se voi volete un buon governo, che voi lo riduciate a Dio. Io certamente non vorrei impacciarmi dello Stato, se non fosse così.
«Quando, adunque, avrete purificato il vostro animo, corrette le vostre intenzioni, condannato i giuochi, le lascivie e le bestemmie; mettete allora mano al governo, e fatene prima la bozza, per venire più tardi alle minuzie, e correggerla. E questa prima bozza, o sia il modello e la sostanza del nuovo governo, deve esser questa: che nessuno conosca benefizio alcuno se non dallo universale, il quale deve, solo, creare i magistrati ed approvare le leggi. La forma che meglio si adatterebbe a questa città, è quella d’un Consiglio Grande, secondo la maniera veneziana. Io però vi consiglio di radunare tutto il popolo sotto i sedici Gonfalonieri, e ciascuna delle compagnie scelga una forma: dalle sedici così ottenute, i Gonfalonieri ne scelgano dipoi quattro, e le portino alla Signoria, che, fatta in prima solenne orazione, sceglierà la migliore. E quella che dal popolo sarà scelta in questo modo, voi potete tener per certo che verrà da Dio. Io credo che ne risulterà la forma dei Veneziani, la quale a voi non deve parer vergogna d’imitare, perchè anch’essi l’hanno avuta dal Signore, donde viene ogni cosa buona. Voi vedete come dal tempo che c’è quel governo in Venezia, non vi è nata alcuna setta o dissensione di sorta: epperò bisogna credere che sia voluta da Dio.»[275]
Dopo ciò, il Savonarola disse poche parole sopra alcuni provvedimenti più particolari, ma non meno necessari a farsi speditamente. L’uno di questi era il riordinar le gravezze, che non solo oppressavano il popolo minuto con una ingiustizia non credibile, ma facevano ancora che, mentre tutti lamentavano d’essere soverchiamente aggravati, lo Stato si trovasse in continue strettezze. Proponeva del pari, che mentre a tutti gli uffici di qualche importanza si dovesse provvedere con la elezione, si lasciassero gli altri alla sorte, per dare ad ognuno incoraggiamento e speranza di prender parte al governo. Concludeva, poi, col raccomandare pubbliche orazioni, ed una pace generale fra tutti i cittadini del vecchio e del nuovo governo.[276]
Nelle prediche antecedenti, queste medesime idee avevano cominciato già a filtrare separatamente; ma dal giorno 12 dicembre in poi, il Savonarola le trattò di proposito, e con un discernimento che destò maraviglia universale in tutti gli uditori; perchè, considerando la sua vita e i suoi studi, niuno aveva immaginato che egli potesse discutere così minutamente le cose di Stato. E tanto le sue prediche parvero savie e prudenti, che più volte fu dalla Signoria medesima richiesto di consiglio in San Marco, ed anche in Palazzo; ove egli non ricusò di fare qualche sermone.[277] Ma, finalmente, volle raccogliere in Duomo tutti i magistrati ed il popolo, escludendone le donne e fanciulli, e fece un sermone, nel quale propose principalmente quattro cose:
1º Il timore di Dio, e la riforma dei buoni costumi.
2º L’amore al governo popolare ed al pubblico bene, posponendo ogni privata utilità.
3º Una pace universale, colla quale si assolvessero gli amici del passato governo da ogni colpa, perdonando anche le pene pecuniarie; e si usasse indulgenza verso tutti i debitori dello Stato.
4º Costituire una forma di governo universale, che comprendesse tutti i cittadini ai quali, secondo gli antichi ordini della città, apparteneva lo Stato.[278] E proponeva, come più adatta, la forma del Consiglio Grande dei Veneziani, accomodandolo però all’indole del popolo fiorentino.[279]
Questi consigli dati sul pergamo di S. M. del Fiore, da un frate, dal Savonarola, quando le sue profezie s’erano verificate, quando l’incertezza dominava tutti gli animi; ebbero una forza grandissima, e fecero decidere la vittoria in favor del partito popolare. È opinione unanime di tutti gli storici, che, senza quelle prediche, avrebbe vinto in Palazzo l’opinione del Vespucci, e si sarebbe formato un governo di ottimati, che avrebbe dato origine ad altri disordini e nuove rivoluzioni.[280] Ma quando la voce del frate tuonò in favore della libertà, allora niuno potette più resistere. Il popolo, che era stato sinora incerto, senza sapere a qual partito appigliarsi, ed ignorando perfino il linguaggio stesso della politica, credette ora di esser chiaro di tutto; voleva assolutamente il Consiglio Grande al modo viniziano, e lo andava gridando per la città.
L’autorità divina che il Savonarola mescolava nella politica, aveva poi una forza assai grande in tutta Firenze, ove sempre la repubblica era stata sotto la speciale protezione dei santi, ove sempre la religione e lo Stato s’erano uniti a difesa della libertà. E se faceva qualche maraviglia vedere un frate sul pergamo parlar di politica, questa maraviglia accresceva la sua autorità. E, davvero, nel leggere gli storici di quel tempo, nel leggere ciò che più tardi dissero il Giannotti, il Guicciardini ed il Machiavelli intorno al governo allora istituito, si direbbe quasi che in Firenze sia avvenuto un miracolo; giacchè noi vediamo un frate, senza nessuna esperienza delle cose del mondo, riuscire a confondere i savi, a salvare la patria, a fondare una nuova repubblica. Se non che, questo fatto straordinario viene, come abbiam detto, spiegato dal riflettere, che in quei momenti solenni nei quali tutta la società e tutti gli ordini che la tengono unita vanno in fascio, una sola forza fu quella che sempre riuscì a salvarla: quella forza vergine ed ingenua, che si trova solo nell’indole degli uomini veramente grandi; la fervida, cioè, e forte aspirazione al vero; la ferma e tenace volontà nel volere il bene: cose tutte le quali erano nel Savonarola grandissime, e formavano l’essenza stessa del suo generoso carattere. Nei momenti di prova, qual dottrina sostenne mai il paragone con questa sapienza? qual prudenza vantò mai le vittorie e le conquiste di questo amore?
Ed ora, sarà egli mestieri difendere il frate del suo essere entrato nella politica? Bisognerà egli ripetere che il Savonarola voleva la libertà per far meglio trionfare la religione? Bisognerà chiamare in aiuto l’esempio e l’autorità d’altri ecclesiastici e frati che fecero lo stesso? Noi ci fermeremo, piuttosto, a dire che il Savonarola non entrò di sua elezione nella politica; ma, come si è visto, vi fu inevitabilmente trascinato dalla necessità delle cose. Diremo ancora, che non vi è abito nè legge nè giuramento che valga contro le leggi della natura; contro il giuramento che ogni uomo onesto ha fatto nel suo cuore; d’operare, cioè, il bene sotto ogni forma, in ogni tempo e condizione.
Ma, lasciando da un lato queste vane discussioni, il passo era oggimai dato, e le conseguenze doveano esserne molte ed inevitabili. Il Savonarola si trovava ad un tratto divenuto capo di tutta la città; e bisognava procedere oltre rapidamente nella formazione del nuovo governo, se non si voleva che i molti nemici avessero vittoria. Già Piero dei Medici era corso verso Napoli al campo francese, ove era stato assai bene accolto da quel re Carlo, che portava così indegnamente il nome di protettore della libertà fiorentina. Un tiranno era, dunque, già pronto per tornare in Firenze, ad ogni cambiamento di fortuna che vi potesse aver luogo. Bisognava, perciò, adoperarsi a tuttuomo per condurre e compiere la costituzione del governo popolare; farlo unito, forte, potente e rispettato, se non si voleva esser vittima d’una nuova tirannide. E noi vedremo con quanta prudenza e quanta esperienza il Savonarola continuasse a consigliare tutte le leggi fondamentali del nuovo Stato, come il suo spirito animasse e quasi penetrasse tutto quel popolo; come ognuno sembrasse a un tratto avere le sue stesse idee, parlare il suo medesimo linguaggio.
CAPITOLO QUINTO. Formazione del nuovo governo per opera del Savonarola. Si costituisce il Consiglio Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si riordinano le gravezze, riducendole tutte alla Decima o imposta fondiaria. Discussione nella quale si vince la legge che decreta la pace universale; e l’appello delle sei fave, o sia l’appello dagli Otto al Consiglio Maggiore. Si ristabilisce il tribunale della Mercatanzia, o di Commercio: li Accoppiatori depongono il loro ufficio: i Parlamenti sono aboliti: si fonda il Monte della Pietà. Opinione del politici italiani sulle riforme operate dal Savonarola. [1495.]
Per mettere in luce tutta l’importanza politica del Savonarola, bisogna seguire passo a passo la formazione del nuovo governo, e leggere nello stesso tempo le prediche che egli faceva in quei giorni. Quando noi vediamo che tutte le nuove leggi sono precedute da una o da più prediche del Savonarola, che le propongono, le consigliano e le spiegano al popolo; quando assistiamo alle Pratiche[281] che la Signoria tiene in Palazzo, e sentiamo quei cittadini discutere col linguaggio stesso del frate, addurre le sue ragioni con le sue medesime parole, in maniera da farci quasi credere che i loro discorsi sieno una copia delle sue prediche, e la legge che essi discutono qualche sua nuova epistola; allora noi potremo dire di aver visto come un uomo solo fosse divenuto l’anima di tutto un popolo. E quando, alla fine di questo esame, raccogliendo insieme le varie leggi, e ricostruendo, per così dire, la forma di tutto il governo, noi lo troveremo ammirabile nelle sue parti, stupendo nel suo insieme, e udiremo la voce di tutti i più grandi storici e politici italiani assicurarci quello essere il migliore, anzi il solo buon governo che abbia avuto Firenze in tutta la sua lunga e tumultuosa istoria; allora solo noi potremo equamente giudicare il Savonarola.
Le prediche che egli fece in Duomo, nel tempo che in Palazzo si formava la nuova costituzione della repubblica, furono quelle dell’Avvento sopra Aggeo; a cui bisogna unire altre otto che fece sui Salmi, nei giorni di festa che seguirono l’Avvento. La loro principale importanza è tutta politica: non perdono, però, mai il carattere religioso, perchè la riforma politica non era pel Savonarola che una parte minima della sua universale riforma; ed il nuovo governo non dovea essere altro che il primo passo al rinnovamento della morale e della Chiesa. Egli, perciò, non tralasciava mai i suoi discorsi sul buon costume e sulla vera religione: la politica vi dava, anzi, continua occasione. Queste prediche di cui parliamo, non sono per eloquenza notevoli sopra le altre; ma preziosissime sono certamente più di tutte, per la storia dei tempi e per la biografia del Savonarola. Se le altre ci fanno conoscere la sua bontà e la sua vasta dottrina religiosa, queste ci presentano un nuovo lato del suo ingegno e ci manifestano la forza grandissima del suo carattere. Noi vi troviamo ancora un trattato compiuto sul nuovo governo; assistiamo alla storia viva della sua formazione; e quasi potremmo da esse ricostituire tutta la storia politica della repubblica di Firenze in quei giorni.
Abbiamo già visto come, nel giorno 12 dicembre, il Savonarola volgesse il discorso decisamente alla politica, e quali fossero i nuovi principii, che egli raccomandava. Il 22 e 23 dello stesso mese, noi vediamo che già una legge di gravissima importanza era stata distesa, tutta secondo le idee del frate, e veniva con grandissimo favore votata nei Consigli del Comune e del Popolo. Questa legge o, come dicevano allora, provvisione, fermava la base del nuovo governo; e noi dobbiamo perciò esaminarla minutamente. Essa, adunque, costituiva il Consiglio Maggiore, e gli dava facoltà di creare tutti i principali magistrati, di approvare tutte le leggi: in altri termini, lo faceva sovrano dello Stato. Dovevano entrare nel Consiglio, indistintamente, tutti quelli che avevano l’età d’anni 29 e che erano cittadini beneficiati;[282] il che, secondo un’antica legge, voleva dire quelli che fossero stati veduti o seduti[283] nei tre maggiori uffizi, o che avessero avuto questo beneficio dal padre, avo o bisavolo. Qui non importa esaminare qual fosse l’origine e lo scopo di quell’antica legge: basti solamente osservare, che nel Consiglio Maggiore, anzichè avervi luogo tutti i cittadini (come voleva far credere chi accusava di troppo democratico quel nuovo governo), vi entravano solo i beneficiati. E quando il numero di questi passava i 1,500, la legge stabiliva che fossero sterzati; cioè divisi in tre parti, ognuna delle quali dovesse per sei mesi formare successivamente il Consiglio Maggiore. Fatto il primo squittinio, si trovò che in tutta la popolazione di Firenze, la quale ascendeva a 90,000[284] abitanti incirca, v’erano solo 3,200[285] beneficiati che avessero l’età richiesta; in modo che il Consiglio dovevasi per 18 mesi formare di poco più che mille persone per volta.[286] Perchè la radunanza fosse poi valida, bisognava che fossero presenti almeno due terzi dei chiamati. La nuova legge stabiliva inoltre, che, «per dare animo ai giovani ed incitare gli uomini a virtù,» si dovessero, ogni tre anni, eleggere 60 cittadini, non beneficiati, e 24 giovani d’anni 24, per farli entrare nel Consiglio Maggiore. E questo doveva anche, cominciando dal 15 gennaio prossimo futuro, eleggere 80 cittadini, d’anni 40 ciascuno, i quali avrebbero formato il Consiglio degli Ottanta, che ogni sei mesi doveva rinnovarsi. Esso assisteva di continuo la Signoria, che aveva obbligo di consultarlo una volta almeno ogni settimana; ed insieme coi Collegi e gli altri magistrati, nominava gli ambasciatori ed i capitani, faceva le condotte, ed altre cose d’importanza che non si potessero decidere in pubblico.
In questo modo era formata la base del nuovo governo: col Consiglio Grande, cioè, e con quello degli Ottanta; i quali erano come il Senato e l’Assemblea del popolo. Quando, adunque, si voleva vincere una legge, il Proposto, che era uno dei Signori e mutava ogni giorno, la proponeva alla Signoria: vinta che s’era nella Signoria e nei Collegi, si poteva raccogliere una Pratica di esperti cittadini, se la legge era di straordinaria gravità, o portarla addirittura negli Ottanta: da questi passava al Consiglio Maggiore, dove ricevea l’ultima sanzione. Le leggi poi non si discutevano, ma si votavano solamente; e niuno poteva parlare se non ne veniva richiesto dalla Signoria; nel qual caso non gli era lecito di farlo altrimenti che in favore di essa. Onde, quando la Signoria richiedeva i Consigli del loro parere, i cittadini allora si ristringevano nelle pancate, secondo i magistrati a cui appartenevano, o l’ordine in cui erano stati squittinati; consultavano tra loro, e poi mandavano a riferire il parere uno di essi, il quale doveva ragguagliare dei voti, ma non poteva parlar mai contro la legge dalla Signoria proposta. Queste erano antiche usanze di una repubblica, la quale avendo troppo facilmente aperte le porte del Palazzo alla moltitudine, voleva poi frenarla con quelle leggi improvvide e inefficaci.[287]
Comunque sia di ciò, la provvisione di cui abbiamo discorso concludeva: «Che trovandosi la città in grandissima confusione di leggi, nè essendovi alcuno magistrato di dentro o di fuori che sappia il certo del suo ufficio, si ordina che sia scelto un numero di cittadini che riducano in un volume tutte le leggi.»[288] La importanza di un tale provvedimento si può giudicare solamente da coloro che hanno una qualche pratica degli antichi statuti fiorentini, e che sanno in quale disordine si fossero, sotto i Medici, ridotte tutte le istituzioni e le leggi della repubblica.
Insieme colla legge del Consiglio Maggiore, ne veniva in quei due medesimi giorni votata ancora un’altra, la quale ordinava che si eleggessero dieci cittadini per far grazia, in tutto o in parte, delle gravezze non pagate e delle pene pecuniarie incorse nei passati governi; e per riformare tutte le imposte, ponendole sopra i beni stabili, includendovi anche gli ecclesiastici, quando però se ne fosse avuto il permesso da Roma.
In questo modo s’erano messe in atto, e quasi letteralmente, tutte le parole del Savonarola. Il nuovo governo era fondato; gli Accoppiatori dovevano di necessità rinunziare al loro ufficio, divenuto inutile; i due vecchi Consigli del Comune e del Popolo dovevano subito essere sciolti. Ed infatti, l’ultima provvisione di qualche importanza, che veniva da essi votata, fu quella del 28 dicembre, colla quale toglievasi per certo tempo ogni dazio sulle armi, acciò ognuno potesse facilmente armarsi.[289] Coi Signori di gennaio e febbraio 95, le leggi cominciarono ad essere approvate dal Consiglio Maggiore,[290] il quale doveva ora compiere e condurre a perfezione il nuovo governo.
La prima cosa a cui bisognava adesso provvedere, era la riforma delle imposte.[291] Il Savonarola v’insisteva continuamente nelle sue prediche: «Mettete le gravezze sui beni stabili solamente, distruggete i prestiti continui, distruggete gli arbitrii;» ecco ciò che esso consigliava ai magistrati. Al popolo, poi, diceva: «Cittadini, io vorrei che stessi saldi ad amare ed aiutare il Comune vostro. Il figliuolo è tanto obbligato al padre, che non potria mai satisfargli. Così dico a voi: il padre è il vostro Comune, e però ciascuno è obbligato aiutarlo; e se tu di’: Io non ho utile nessuno; sappi che tu non puoi dire così, perchè lui ti conserva la tua roba, la famiglia e li figliuoli. Doveresti andare là e dire: Ecco qua cinquanta fiorini, eccone cento, eccone mille. Così fanno i buoni cittadini che amano la patria loro.»[292] Ed invero, da un lato il disordine delle imposte era grande, oltre quello che possono descrivere le parole; da un altro, il malcontento del popolo, mosso in origine da giuste cagioni, era poi divenuto eccessivo, e molti pretendevano quasi dover essere esenti da tutte le imposte.
In origine, la repubblica fiorentina, vivendo sobriissima, bastava a sè stessa col provento delle sole gabelle. Dipoi, le guerre resero necessarii prestiti volontari, che andavano sempre crescendo e non si restituivano mai, con tale danno del credito pubblico, che di volontari bisognò mutarli in obbligatori. Nei bisogni della repubblica, cominciò la Signoria ad imporre ciascun cittadino ad arbitrio, o secondo che stimava le sue ricchezze: i potenti cercavano allora ogni modo di esimersi; il peso maggiore cadeva, di necessità, sul popolo minuto, ed ognuno si chiamava scontentissimo. Nel 1427, i Medici, volendo acquistar favore appresso il popolo ed abbassare i grandi, ordinarono il Catasto, cioè a dire la stima dei beni d’ognuno; acciò nei prestiti si potesse a ciascuno imporre giustamente secondo la sua fortuna. Ma quello che nei detti appariva giustissimo, si trovò nei fatti ingiusto e crudele. Essi vollero imporre i beni vari e mutabili delle industrie e del commercio: cosa in Firenze tanto inusitata, e ricevuta con sì straordinario malcontento, che moltissimi abbandonarono perciò i loro traffici; onde il Catasto dette così l’ultimo crollo all’industria fiorentina. E mentre portava tanti danni, non rimediava ad alcuno dei disordini già esistenti: era sempre un prestito, la cui somma variava ogni volta ad arbitrio, e che la repubblica poteva assai di rado restituire. Il valutare, poi, le fortune del commercio, era cosa tanto incerta, che dava ai Medici un adito assai maggiore di favorire o disfavorire chi essi volevano. — Tale era lo stato delle cose, quando il 5 febbraio 1495 si presentava nel Consiglio Maggiore la nuova legge, che riordinava le imposte secondo i consigli del Savonarola; e le riordinava con tanta prudenza, sapienza e stabilità, che oggi ancora si continua ad osservare quel sistema medesimo che fu introdotto al tempo e sotto i consigli del Frate! La nuova legge stabiliva, per la prima volta in Firenze ed in Italia, l’imposta fondiaria; e distruggendo tutti i prestiti e gli arbitrii, obbligava ogni cittadino indistintamente, a pagare il dieci per cento sulla rendita de’ suoi beni stabili, senza diritto ad alcuna restituzione. Si chiamò la Decima, ed un nuovo ufficio fu creato per accatastare tutti i beni e riscuotere ogni anno equamente le imposte.[293]
Messo termine con tanta prudenza e tanta prosperità ad una materia così grave, nella quale l’ufficio del Savonarola era stato degno dei più grandi riformatori degli Stati, rimanevano due leggi d’una importanza non punto minore. La prima era quella sulla pace e perdono generale; circa la quale, mercè le prediche continue di lui, pareva che tutti fossero venuti d’accordo. Non così era dell’altra, che chiamavasi la legge delle sei fave, della quale bisogna ora fermarsi a parlare; perchè dètte occasione a lunghe discussioni nel Senato, e fu in appresso cagione di molti disordini e pericoli alla Repubblica, d’ingiuste e gravissime accuse contro la memoria del Savonarola. I delitti di Stato e i delitti criminali venivano, secondo gli statuti, giudicali generalmente dagli Otto di Guardia e Balía, il quale magistrato con sei fave, cioè a dire sei voti, poteva confinare, esiliare, condannare nella roba e nella vita.[294] Ora, con quei magistrati che mutavano sì spesso, cogli odii di parte così vivi in Firenze, seguivano ogni giorno ingiustizie crudeli ed incomportabili. Tutti gli uomini di legge giudicavano, quindi, essere indispensabile un qualche appello, che, frenando la soverchia autorità delle sei fave, mettesse un argine a questi mali che affliggevano la città: e tale era l’opinione anche del Savonarola.[295]
Nel gennaio e febbraio 95, egli, avendo terminato l’Avvento, faceva alcune prediche sopra i Salmi,[296] nelle quali raccomandava di continuo la pace generale e questo appello dalle sei fave, dicendo quasi ogni giorno: «Firenze, perdona e fa’ la pace, e non gridare più: carne, carne e sangue, sangue.»[297] E poi continuava: «Bisogna temperare un poco questa autorità delle sei fave, con l’appello ad un Consiglio di ottanta o di cento, cavandoli dal Consiglio Grande. Tu dici che questo scema l’autorità della Signoria: io ti rispondo invece che l’accresce. O la Signoria vuol fare il male, ed allora non deve averne autorità; o la vuol fare il bene, ed allora avrà l’aiuto d’un Consiglio di buoni cittadini.[298]» Altra volta raccomandava con moltissima istanza il riformare l’amministrazione della giustizia; discorreva contro il continuo abuso che allora si faceva della tortura; inculcava la pace, e di nuovo concludeva: «Io ti dissi di quelle sei fave, che bisognava dargli uno certo bastoncello, cioè quel Consiglio dello appello.»[299] E ritornava sempre sullo stesso argomento, fino a che la Signoria non si decise a distendere una provvisione, che il 15 marzo 1495 presentava agli Ottanta; e, vista la gravità della cosa, essa li richiedeva solennemente del loro parere. L’uso voleva che la legge fosse presentata nei Consigli innanzi che alcuno l’avesse veduta; onde l’attenzione di tutti nel leggerla e sentirla fu grandissima.
La prima parte di questa provvisione era affatto secondo le idee del Savonarola; pareva anzi che egli medesimo l’avesse scritta, e diceva presso a poco così: «Visto di quanta utilità sia l’unione e la concordia in una repubblica bene istituita; e per seguire i vestigi di nostro Signore, il quale in ogni sua operazione, o andando o predicando o quiescendo, sempre diceva: pace; e questo medesimo potendo vedere nelle cose naturali, le quali cercano sempre l’unità, secondo la loro natura; onde il filosofo diceva: la virtù unita è più forte; ed ammonendoci, finalmente, le cose soprannaturali che abbiamo sperimentate questo anno, nella formazione di questo governo, e la misericordia usataci dal Signore, la quale noi siamo obbligati d’imitare:
»I magnifici Signori e Gonfalonieri ordinano che sia fatta pace generale, e sieno perdonate tutte le ingiurie e tutte le pene in cui sono incorsi i fautori del passato governo.»[300]
Procedendo poi oltre alla seconda parte, la legge deviava alquanto dai consigli del Savonarola, e stabiliva: «Che qualunque cittadino abile agli uffici venisse dalla Signoria o dagli Otto, per causa di Stato, condannato nella vita, o in una pena corporale qualunque, o in una pena pecunaria maggiore di 200 fiorini, o confinato, ammonito ec., potesse nello spazio di quindici giorni appellare al Consiglio Maggiore. Nel quale caso, doveva la Signoria accettare chiunque volesse parlare in difesa; proporre il caso in Consiglio sei volte in due giorni; ed avendo due terzi dei voti in favore di lui, assolverlo.»[301]
Il punto sul quale questa legge deviava dai consigli del Savonarola, era di molta importanza; perchè in luogo di portare l’appello ad un Consiglio ristretto, di uomini prudenti e periti nelle leggi, portavalo al Consiglio Maggiore; ove avrebbero deciso più le passioni del momento che la giustizia, più l’imperizia dei molti che la prudenza dei pochi. Gli Ottimati si erano fin dal principio opposti ad ogni sorta di appello, perchè essendosi usati a vedere l’ufficio degli Otto cader quasi sempre nelle loro mani, non sapevano comportare che se ne scemasse in modo alcuno l’assoluta autorità. Ma, da un altro lato, il popolo adesso considerava che il Consiglio Maggiore fosse il solo signore della città, e che a quello dovesse ogni cosa, per legge, ricadere. Queste passioni, urtandosi in Palazzo, si erano accese; ed il partito popolare, trovandosi assai più forte, trascorse all’eccesso di questa nuova legge, che nelle cause più gravi faceva giudice la moltitudine. Ma, ora che la provvisione era fatta, tornava difficile assai moderarla. Non potendosi parlare contro di essa, bisognava o respingerla o accettarla; e respingerla era divenuto quasi impossibile, dacchè i suoi fautori l’avevano, a disegno, unita con la legge della pace universale, che tutti credevano indispensabile.
Nondimeno, dai discorsi che si tennero nella Pratica, apparisce che gli onesti popolani s’erano avveduti dell’eccesso, e facevano ogni sforzo per mettervi rimedio. Vi sarebbero forse anche riusciti, se i nemici del nuovo governo non avessero usata un’arte ed un’astuzia quasi infernale. Quando essi videro che il popolo, i prudenti, il Savonarola stesso volevano assolutamente un appello dalle sei fave; si persuasero che niente poteva venir meglio a loro proposito che la nuova legge, la quale, essendo eccessiva, avrebbe nella prima occasione partorito gravi disordini; e coi disordini solamente, essi speravano poter mutare la forma del governo e metterlo in mano dei pochi. Così, dopo avere con ogni modo contrastato l’appello ad un Consiglio ristretto di savi e prudenti cittadini, si dierono, tutti uniti, a favorire energicamente e quasi furiosamente l’appello al Consiglio Maggiore. Per queste ragioni, con grande meraviglia si vide nella Pratica, che mentre i popolani andavano moderati, ed i partigiani del Savonarola ardivano anche esprimere la loro disapprovazione contro una legge proposta dalla Signoria; gli ottimati, i nemici del nuovo governo, i partigiani dei Medici, la favorivano con tutta la forza della loro eloquenza. In un volume di Frammenti di Pratiche,[302] noi abbiamo, per fortuna, trovato la bozza o, come allora dicevano, lo straccetto di questi discorsi, fatto dal notaio della Signoria; e con essi, possiamo assistere ad una delle principali e più animate discussioni di quella repubblica. Il soggetto era di gravissima importanza: parlarono uomini di molta autorità, e fecero sforzo di tutta la loro facondia in quei discorsi, che mentre ci rappresentano come in quegli antichi consigli si formassero e discutessero le leggi, mettono in nuova luce un fatto sinora assai male conosciuto, e difendono il Savonarola da una delle più gravi accuse che gli vennero mai fatte.
Presentata, adunque, la legge e richiesto dalla Signoria il parere dei cittadini, essi si ristrinsero nelle pancate; e, dopo avere fra loro consultato, fu primo a parlare messer Domenico Bonsi, amico del Savonarola, ed uno degli Accoppiatori. Riferendo il parere della sua pancata, egli raccomandava la pace, dimostrandone l’utile e la necessità con molte citazioni del Vangelo e di san Paolo, insieme con altre di Demostene e d’Aristotele. Venendo, poi, a discorrere dell’appello, diceva che esso era certamente assai utile: dava però a conoscere, che tra’ suoi colleghi era una grande diversità di pareri; ma, quasi egli non ardisse andare più oltre e discorrere contro una legge proposta della Signoria, si fermava a questo. Pigliava poi la parola messer Francesco Gualterotti; il quale, dopo aver levata a cielo la pace universale, veniva a parlare della necessità d’un appello contro la soverchia autorità degli Otto, dicendo che essi avevano sempre empito la città di esilii e di confische: pure, tanto esorbitante dovette a lui parere la nuova legge, ch’egli si fece ardito proporre, che la facessero a tempo, e non in perpetuo.
Essendosi in questo modo animata la discussione, si levava a parlare messer Luca Corsini, uno di quelli che nel giorno del tumulto avevano chiuso la porta del Palazzo in faccia a Piero de’ Medici. Egli era cittadino di maggiore autorità ed eloquenza, tra i più riscaldati nella parte popolare, e descrisse con vivi colori le tristissime condizioni dei tempi. — «Noi vediamo,» egli diceva, «tutta Italia per nuovi e grandi pericoli fluttuare; e, trovandoci nel centro di essa, siamo, per necessità, più d’ogni altro esposti a soffrire. Epperò, l’unione e la concordia è la sola medicina utile a farci rispettare dai potenti vicini, che già si vede essere pronti per assalirci nella nostra prima divisione. Noi, d’altronde, abbiamo data ad ognuno facoltà libera d’entrare nel Consiglio: onde, se non teniamo contenti tutti gli amici del vecchio Stato, essi, colle fave ed in segreto, ci lavoreranno contro. Che se niun’altra cosa vi dovesse muovere,» egli gridava con voce più alta e sonora, «dovrebbe pure bastare l’esempio che ci ha dato Nostro Signore, il quale, dopo avere stretto contro di noi il brando della sua giustizia, lo ha voluto allontanare, perdonandoci misericordiosamente. Facciamo, adunque, anche noi misericordia; facciamo un generale perdono. Che se questo pare a qualcuno rimedio estraordinario, si rammenti allora che nei casi straordinari, ordine sia l’andar fuori dell’ordine.»
Venendo poi alle sei fave, egli si riscaldava ancora più nel discorso, dicendo essere assolutamente necessaria una qualche modificazione. E tutto pieno di quello spirito democratico che assai facilmente eccede, aggiungeva: — «Il corpo della repubblica è un solo, e questo è l’universo popolo; il quale, non potendo amministrare ogni cosa, elegge i magistrati. Ma se nascono dubbi o disordini o dissensioni, come vediamo tuttogiorno seguire; non è ingiusto che si ritorni a quel Maggiore Consiglio che rappresenta il popolo, e da cui i magistrati hanno ricevuto gli uffici: nè si viene a diminuire l’autorità dei Signori col fare appellare a quel popolo a cui appartiene tutta la repubblica. Che se poi consideriamo le cose avvenute in questi ultimi tempi, diremo essere somma prudenza e consiglio, il desiderare che queste leggi sortiscano buon fine.»
Quando ebbe il Corsini messo termine al suo animato discorso, tutti gli occhi si volsero verso il dottore in legge messer Guidantonio Vespucci, noto per la sua eloquenza, per la sua dottrina e per essere uno dei più forti sostegni nel partito degli ottimati; quello stesso che noi abbiamo visto, nel dicembre passato, addurre in Palazzo tutte le ragioni per contrastare la nuova forma del governo popolare. La sua dottrina dava un peso grandissimo alla sua opinione; ed egli, che lo sapeva, parlò con molta gravità, e fece saggio della sua celebrata facondia. Lodò, innanzi tutto, i discorsi di coloro che lo avevano preceduto; «perchè ognuno,» egli disse, «in diversi modi ha mirato al medesimo fine, quello cioè di raffermare la libertà: mi piace anche il vedere che molti hanno francamente espressa un’opinione contraria a quella della Signoria; perchè in questo modo solamente si può giungere al vero.[303] In quanto a me,» continuava il Vespucci, entrando direttamente nella quistione delle sei fave, «non vedo altro, se non che bisogna cercare la via alla eguaglianza di tutti i cittadini; e se la vecchia strada vi conduce, si deve seguirla; se non vi conduce, bisogna mutarla. In vero, l’antica legge a me pare assai pericolosa; e chi bene la considera, vedrà che non è bene ordinata, nè bene si pratica, nè è giusto concedere ai Signori tanta autorità, che non sia lecito da loro appellare. Dal Re di Francia si appella al Consiglio Parisiense, dall’Imperatore si appella al Papa, ed anche contro la sentenza del Sommo Pontefice si ritrova appello.[304] Niuno, adunque, deve sdegnarsi di veder corretto da altri quell’errore in cui per troppa celerità o inavvertenza, sia caduto. E se i principi, i quali sono sciolti da ogni legge, si sottomettono spontaneamente all’appello; perchè debbono ricusarlo i magistrati, che hanno dal popolo tutta la loro autorità? Questo appello, adunque, non fa altro che restituire al popolo un suo diritto, e reprimere le voglie immoderate di quelli che troppo ambiscono. Un gran freno sarà certo a coloro che giudicano, il pensar che le loro sentenze debbono essere approvate dal Consiglio Maggiore. Onde io non vedo che danno si debba temere, se una volta si distrugge questa perniciosa autorità delle sei fave.»
«Della pace, poi, è inutile discorrere; giacchè non v’è altro parere fra i cittadini, se non che: quanto prima e quanto più generale si faccia, tanto più sarà utile. Ma,» e queste furono le sue ultime parole, «niuna pace più utile si potrà concludere, che togliere questa maledetta autorità delle sei fave, causa di tutte le discordie.[305]»
Fu grande la maraviglia di tutti nel vedere il Vespucci difendere con tanto ardore quei diritti del popolo, che aveva, nel dicembre passato, con uguale ardore oppugnati. Pure, il suo discorso fu quello che dètte il crollo alla bilancia; ed il 18 marzo, noi vediamo la nuova legge approvata nel Consiglio degli Ottanta con 80 voti favorevoli contro 13;[306] il 19, approvata nel Consiglio Maggiore con 543 contro 163. Tale è la storia vera di questa discussione: ma tutti gli scrittori si sono intorno ad essa taciuti, accusando poi con grave ingiustizia il Savonarola, come autore d’una legge eccessiva; mentre le sue prediche ci dimostrano ch’egli ne favoriva un’altra assai moderata; e dalle Pratiche della Signoria, come noi abbiam visto, resulta che i partigiani di lui avevano quasi violato gli antichi usi parlamentari della Repubblica, per opporsi a quelle intemperanze.[307]
Questa legge si deve considerare, invece, come il primo passo ed il primo trionfo del partito che mirava alla distruzione della repubblica: partito che noi cominceremo ben presto a vedere instancabile nel cercare la rovina del Savonarola; e disposto sempre a valersi di queste arti doppie e subdole, nelle quali dètte prova d’una finezza e d’una astuzia politica da disgradarne tutti i diplomatici dei nostri tempi. Il Savonarola si tacque, è vero, dopo che la legge fu fatta; perchè era inutile seminare discordie e mali umori fra il popolo e la Signoria; e fors’anche, nè egli nè molti altri potevano, allora, prevedere tutte le sinistre e pericolose conseguenze che dovea portare, l’aver solo alquanto ecceduto nel fare una legge che per sè stessa era, poi, giustissima. Ma di tutti i mali prevedibili e futuri, maggiore era il presente e visibile; giacchè si vedeva come in quei giorni medesimi, nei quali il popolo faceva una pace e perdono universale, i nemici del nuovo governo si univano per formare un partito e rovinare la repubblica, nel momento stesso ch’essa li beneficava. Certo, quel giorno le passioni s’inasprirono assai, e quella ingratitudine e doppiezza dovette molto irritare l’animo franco ed aperto del Savonarola. Egli serbò su quel fatto un profondo silenzio; ma, nei seguenti sermoni, si tradisce un certo irritamento ed un’asprezza di parole che non avevamo mai veduta in lui. Tanto è vero quell’antico proverbio che dice: una goccia d’aceto guasta una botte di miele!
Essendosi colla legge delle sei fave cominciato a pensare all’amministrazione della giustizia, si continuava ora a volervi provvedere, perchè in tutte le sue prediche il Savonarola la raccomandava.[308] Infatti, in essa era un disordine grandissimo; una confusione indescrivibile di leggi e di magistrati, creata specialmente da Lorenzo il Magnifico, il quale aveva nella repubblica mescolato in maniera il vecchio ed il nuovo, che quasi non si poteva più venire a capo di nulla.[309] I giudici principali nelle cose civili e criminali, erano in antico due magistrati forestieri, il Potestà ed il Capitano del popolo: ad essi andavano le liti di maggiore importanza, e si appellava dalle sentenze emanate dai giudici minori, che risiedevano nei vari quartieri.[310] Verso il 1477, furono aboliti quei due magistrati;[311] onde ne crebbe moltissimo l’importanza della Signoria e degli Otto, a cui ricadde gran parte della loro autorità. In quel medesimo anno, decadde ancora grandemente il tribunale di commercio o la Casa della Mercatanzia, che risiedeva accanto al Palazzo dei Priori ed aveva una grandissima importanza nella repubblica; giacchè essa era come il nucleo, il centro principale della vita delle Arti in Firenze. Nè essendosi pensato di mettere a queste cose alcun rimedio, ora non sapevasi mai con certezza a quale magistrato bisognasse ricorrere, e la giustizia veniva assai male amministrata. Il Savonarola, quindi, raccomandava una riforma generale: voleva che si creasse una Ruota, o sia un tribunale di giudici cittadini, savi, ricchi e bene pagati, acciò fossero incorruttibili. «Ma se questo,» egli diceva, «è per ora troppo grande spesa, fate almeno venir subito un buono e valente giudice delle appellazioni;[312] e fate ancora che si riordini la Mercatanzia, e si elegga il suo giudice forestiero, secondo gli antichi statuti.»[313] In quanto alla Ruota, essendo essa una istituzione affatto nuova in Firenze, non si potè fondarla che parecchi anni dopo;[314] ma si pensò, invece, di restituir subito la Mercatanzia nella sua primiera grandezza.
Il 20 ed il 21 maggio 1495, passava, quindi, nei due Consigli la nuova legge, il cui tenore era questo: «Considerando che niuna cosa importi quanto l’amministrazione della giustizia; e vedendo come sia caduta basso la reputazione della Casa della Mercatanzia, per la confusione delle leggi fatte dopo gli antichi statuti;[315] e volendo i Magnifici Signori e Gonfaloniere rimediarvi coll’imitare le antiche e bene considerate leggi, e ridurre tale Casa nella sua buona e antica riputazione; provvidero e ordinarono:
«Che i Signori della Mercatanzia debbano eleggere trentotto savi cittadini d’anni trentacinque, i quali verranno squittinati nel Consiglio Maggiore; e i tredici che avranno più fave, saranno Statutari e Riformatori della Casa e Corte della Mercatanzia ed Università dei mercatanti, colla medesima autorità avevano gli statutari nel 1477; di togliere, cioè, aggiungere e riformare affatto lo statuto; il quale, dopo essere stato approvato nel Consiglio Maggiore, avrà pieno vigore.» — In questo modo rinacque l’antica ed illustre Casa della Mercatanzia, e venne compilato in Firenze quel secondo Codice di commercio, che si chiamò dai mercatanti lo Statuto del novantasei.[316] Esso fu nuovo documento della risorta sapienza civile dei Fiorentini, e riuscì di vantaggio grandissimo al popolo, alla giustizia ed alle Arti.
Mentre che il nuovo governo s’andava sempre più conducendo alla sua perfezione, era necessario che gli Accoppiatori deponessero il loro ufficio, il quale o restava inutile, o veniva a contrastare con quello dei nuovi magistrati. A ciò si adoperava il Savonarola; e messer Domenico Bonsi, suo amico, fu dei primi a deporre volontariamente l’ufficio.[317] Gli altri seguirono il suo esempio; e l’8 di giugno, si vinceva una provvisione che dava loro «autorità, facoltà e balía di renunziare, e trasferire nel Consiglio Maggiore tutta quella autorità e potenza che avevano avuta dal Parlamento.[318]» La medesima legge stabiliva il nuovo modo e le nuove forme con cui si doveva d’ora innanzi eleggere la Signoria.[319]
Cessata, fortunatamente e senza disordini, l’autorità degli Accoppiatori, restava ancora una legge gravissima da fare: bisognava, cioè, abolire i parlamenti, cagione in Firenze di tutti i disordini, di tutte le mutazioni, di tutte le tirannidi. Ora che il Consiglio Maggiore poteva fare e disfare ogni cosa, il parlamento aveva perduta ogni ragione di essere; nè altro scopo si poteva avere nel radunarlo, se non quello di distruggere la repubblica. E certo, se Piero de’ Medici, che già tutti vedevano adoperarsi, non senza fortuna, appresso i Francesi e i potentati d’Italia, fosse riuscito a tornare in Firenze; egli non avrebbe avuto altra via a volgere la plebe in suo favore, che quella dei parlamenti. E se i suoi amici, i quali, come ora pur troppo si vedeva, non erano nè pochi nè deboli, avessero pensato di tentare in suo favore qualche cosa nella città stessa; essi certo non speravano in altro, che in quei parlamenti, stati sempre a Firenze il più docile strumento della tirannide, e la via più facile a mutare gli Stati.
Spesso, negli storici e politici fiorentini, noi troviamo lunghi ragionamenti che dimostrano i danni, i pericoli e le enormità dei parlamenti;[320] ma in quei giorni la questione era divenuta assai più viva. Si vedevano di lontano i Medici tramare; si era, nel deliberare la legge delle sei fave, scoperto che nel seno stesso della repubblica v’erano i nemici della libertà: gli animi s’erano, perciò, su quella questione alterati; ed il Savonarola stesso si lasciò trasportare a tenere sul pergamo un linguaggio insolito, e che certo non conveniva ad un ministro di pace, qual egli era: — «Io ho pensato a questo tuo parlamento, che non mi pare che sia altro che uno distruggimento, e però è necessario di levarlo via. — Popolo, fatti innanzi. Non sei tu, ora, signore tu? — Sì. — Or guarda che non si faccia parlamento, se tu non vuoi perdere il governo tuo. Sappi, che non vuole dire altro parlamento, che voler torre di mano al popolo il reggimento. Tenetelo a mente, e insegnatelo ai vostri figliuoli. Popolo, come tu senti la campana che si vuole fare il parlamento, lieva su, e tira fuori la spada e di’: — Che vuoi tu fare? Non può egli questo Consiglio ogni cosa? Che legge vuoi tu fare? Non può farla questo Consiglio? — E però vorrei che voi facessi una provvisione, che quando entra la Signoria, giurasse di non fare parlamento; e che se nessuno volesse pure tentare di fare parlamento, chi lo rivela, se quello è dei Signori, guadagni trentamila ducati; se altro, mille. E se quello volessi fare parlamento sarà dei Signori, gli sia tagliato il capo; se è altro, sia rubello e confiscatogli tutti i beni. E che tutti i gonfalonieri, alla entrata dell’ufficio loro, giurino tutti, che come e’ sentano sonare a parlamento, la prima cosa corrino a mettere a sacco le case de’ Signori; e guadagni quello gonfaloniere che va a mettere a sacco una delle case de’ Signori, il quarto della roba; il resto guadagnino e’ suoi compagni. Item, che quando e’ Signori voglion far parlamento, che come mettono el piede in ringhiera, subito s’intenda non essere più Signori; e ognuno li possa tagliare a pezzi senza pecca.[321]» — Questo era un momentaneo eccesso; e noi potremmo osservare, che la confisca, ed il mettere a sacco e distruggere le case, erano pene, a quel tempo, comunissime nei delitti politici. Ma nè questo nè il rammentare che i Medici e i Medicei avevano già cominciato a lavorare contro la repubblica; anzi, come noi vedremo, si accostavano già alle mura di Firenze; potrà affatto scusare il Savonarola del suo essersi lasciato trasportar così oltre dalla passione.
Comunque sia di ciò, il giorno 28 luglio 1495 egli aveva fatta quella predica, ed il 13 agosto la legge era già vinta, e diceva: «Che la riforma del presente Stato, avendo ad essere della libertà di questo fiorentissimo popolo; e desiderando conservare in perpetuo questo governo, acciò non solo noi ma i nostri figliuoli godano di questa santa libertà; e nessuno ardisca, levando capo, farsi tiranno e sottomettere i liberi cittadini; e conoscendo nessuna via essere tanto facile a sottomettere la nostra libertà, ed impedire questo nuovo e buono reggimento e Stato, quanto la via del parlamento; e considerando, finalmente, che non può occorrere caso nessuno, per il quale abbi ad essere necessario fare parlamento, essendo venuto il governo in mano del popolo, che è vero e legittimo signore della nostra città, e può fare ogni nuova legge senza convocare il parlamento ec.:
»I magnifici Signori e Gonfaloniere provvedono ed ordinano: che per l’avenire non si possa più fare parlamento; che la Signoria debba per lo innanzi giurare di mai più convocarlo; e chi macchinasse una tal cosa, sia sottoposto alla pena di morte, e 300 fiorini dati a chi lo rivelasse.»[322]
Dopo quel primo furore, il Savonarola tornava alle sue idee ed alla sua opera di pace, occupandosi tutto intorno alla formazione del Monte di Pietà. «Io vi raccomando questo Monte di Pietà, che ognuno l’aiuti; massime queste donne doverrebbono dare tutto quello che hanno di superfluo..... Ognuno offerisca; e non si dieno quattrini, ma ducati.»[323] Ed in questo modo continuando, predicava assai spesso in favore di quella istituzione, e raccomandava il basso popolo alla carità dei cittadini, delle donne, dei ricchi.
In vero, niuna cosa poteva immaginarsi più utile a sollevare la miseria del popolo, che questo Monte della Pietà. Eranvi allora a Firenze gli Ebrei, i quali imprestavano al 32½ per cento, con interesse composto; in maniera che s’era visto, che 100 fiorini, imprestati alla loro ragione ordinaria, arrivavano, dopo 50 anni, a 49,792,556 fiorini, 7 grossi e 7 denari.[324] Queste cose avevano sollevato un grande odio del minuto popolo contro gli Ebrei, e facevano a molti pensare di trovar modo per mettervi qualche rimedio. Frà Barnaba da Tenti aveva da più tempo predicato il Monte di Pietà, e fondatolo a Perugia; Frà Bernardino da Feltre si dette, poi, a diffonderlo in Italia; e a tempo di Lorenzo dei Medici, venne a predicarlo in Firenze. Il 26 marzo 1473 era già fatta la provvisione, quando pare che un ebreo arrivasse con 100,000 fiorini a corrompere i magistrati e lo stesso Lorenzo il Magnifico: in questo modo la cosa andò a vuoto, e Frà Bernardino fu esiliato da Firenze. A tempo di Piero de’ Medici, i Frati Minori eccitarono il minuto popolo contro gli Ebrei, e predicarono di nuovo il Monte della Pietà: dal che seguirono molti disordini, cagionati specialmente dalla imprudenza di Piero; il quale, solo per andare contro alla opinione dei magistrati e della gente più culta, favoriva i Frati Minori.[325]
Il Savonarola si era sempre astenuto dall’entrare in quelle inutili controversie; nè mai una sola parola era uscita dalla sua bocca contro gli Ebrei: esso voleva convertirli, e non perseguitarli. Quando, però, il popolo divenne libero, egli si mise a propugnare il Monte della Pietà, ed a lui solo riuscì di fondarlo in Firenze. Il 28 decembre 95, veniva approvata la legge, che incominciava così: «Beato colui che veglia sul bisognoso e sul povero: nel giorno dell’avversità sarà liberato dal Signore.» Essa procedeva, poi, a parlare contro «la pestifera voragine e pessimo veneno dell’usura; già sopportata in Firenze 60 anni, da quella pessima e di Dio inimica setta ebraica.» Ordinava, finalmente, che si eleggessero otto cittadini, i quali, senza avere alcun salario, facessero lo statuto del Monte; dopo di che s’intendesse finito ogni contratto cogli Ebrei, cui si dava tempo un anno a partire. — Il 15 dell’aprile 1496, era già scritto lo statuto, che veniva approvato nei Consigli. Tutto vi era inteso a vantaggiare il popolo: le spese d’amministrazione non dovevano passare i 600 fiorini l’anno: l’interesse che pagherebbero i portatori dei pegni, non eccedere il sei per cento: essi dovevano, però, giurare di non venire al Monte per giocarsi il danaro che ricevevano.[326] Nel promuovere questa santa istituzione, tanto il Savonarola favoriva il popolo, che il suo disegno proponeva che gl’impiegati venissero salariati a spese del Comune, e i prestiti fatti senza interesse.[327] Ciò non fu possibile, ma il nuovo statuto del Monte riusciva a sollevar molto la minuta gente; nè per questo fu necessario cacciare gli Ebrei, chè i tempi del Savonarola erano tempi d’esaltate passioni, non però d’intolleranza.
E queste furono le leggi colle quali il popolo fiorentino ordinava la sua libertà, e dava a sè stesso una nuova costituzione. Di certo, aprendo i libri delle provvisioni fatte in questi anni, se ne può trovare un numero assai maggiore; che noi abbiamo tralasciate, per essere d’interesse tutto particolare. Fra queste, però, vogliamo nominarne una, che fu fatta l’8 di giugno 1495. Con essa, i magnifici Signori e Gonfalonieri: «Considerando che messer Dante Alighieri, bisnipote di Dante poeta, non può rientrare in Città per non aver potuto pagare la tassa impostagli dai Signori di novembre e dicembre passato; e giudicando essere bene usare qualche gratitudine alla posterità di quello poeta, il quale è di tanto ornamento a questa città; provvedono che il detto messer Dante s’intenda essere, e sia, libero da qualunque bando, relegazione ec.[328]» Era un tardo perdono alla memoria del gran Ghibellino; una troppo debole giustizia al nome del divino poeta: pure, fece molto onore a quella repubblica l’avervi, nel suo primo nascere, pensato. — Di altre leggi non parleremo, perchè noi abbiamo voluto mettere innanzi agli occhi del lettore solamente l’insieme del nuovo governo.
In un anno si era, dunque, costituita la libertà di un popolo; concessogli le armi; ordinato le gravezze; spenta l’usura col Monte di Pietà; fatta la pace universale; riordinata la giustizia; aboliti per sempre i parlamenti; e costituito quel Consiglio Maggiore, a cui il popolo di Firenze restò sempre affezionato con una tenacità che non ebbe mai per alcun’altra delle sue politiche istituzioni. Si mise, allora, sulla ringhiera di Palazzo quella statua di Giuditta che ammazza Oloferne, la quale è opera dell’immortale Donatello; e perchè da quel luogo eminente stesse a simboleggiare agli occhi di tutto il popolo il trionfo della libertà sopra la tirannide, vi posero quella iscrizione che dice: Exemplum sal: pub: cives posuere. MCCCCXCV.[329]
E tutto ciò venne fatto in così poco tempo, senza sguainare una spada, senza versare una goccia di sangue, senza una sola discordia cittadina; e questo in Firenze, la città dei tumulti! Ma più di tutto, fu maraviglioso a vedere, come un uomo solo, un semplice frate,[330] potesse reggere dal pergamo tanta impresa, e guidarla sempre al bene: esempio unico nella storia, della onnipotenza della parola e dell’umana volontà. Egli non era in piazza, non sedeva in Palazzo: eppure seppe divenire l’anima di tutto il popolo, l’autore principale di tutte le leggi che fondarono il nuovo governo. Dopo la rivoluzione del 1494, noi subito scorgiamo nelle provvisioni, a chiare note ed in ogni parola, l’impronta del democratico frate. Esse diventano italiane, di latine che erano;[331] una nuova forma, un nuovo stile, un nuovo spirito le anima; vi riconosciamo quasi la voce stessa del Savonarola: spesso, anzi, non sono altro che il brano medesimo della predica in cui egli le aveva raccomandate. Noi entriamo nei Consigli, e sentiamo i cittadini sostenere le sue medesime idee, discorrere il suo stesso linguaggio. Ma che diremo quando, arrivati alla fine di questo anno 1495, e rivolgendo indietro lo sguardo, noi troviamo che Firenze non è stata mai così savia e prudente; che la forma di governo ora costituita è la migliore, la sola stabile che, in tanti anni di tumultuosa vita, il suo popolo abbia saputa creare? Che diremo quando noi vediamo i più grandi politici fiorentini prenderla in esame, e non potersi trattenere di levarla a cielo?[332]
Il Machiavelli, il Guicciardini, il Giannotti, che scrissero quando la libertà fiorentina era caduta, quando le speranze dei patrioti erano spente; meditarono tutta la storia di Roma, tutta la storia di Firenze e d’Italia, per trovare una forma di governo che meglio si potesse adattare alla loro patria, quando la fortuna volesse mutare aspetto: e tutti conclusero sempre, non esservi altro che il Consiglio Maggiore e la forma del 94, che eglino s’adoperavano solamente a modificare, per adattarla ai tempi mutati. Ed è meraviglioso veramente a considerare, come anche nelle modificazioni che proposero, quei grandissimi ingegni non si discostassero dalle idee del Frate: essi volevano un gonfaloniere a vita, ed egli lo aveva prima di morire consigliato più volte: essi volevano un nuovo tribunale per le cose criminali, ed egli lo aveva nei suoi sermoni predicato: essi proponevano una libera discussione nei Consigli, e niuna cosa egli aveva più costantemente raccomandata.
Alcuni, è vero, si sono affaticati a provare che il Savonarola non fu autore del Consiglio Maggiore, perchè il Soderini ne aveva portato l’idea da Venezia; che non inventò il Monte della Pietà, perchè era stato già predicato da altri; e così via discorrendo. Ma questa è una vana fatica: il Savonarola non inventò alcuna delle istituzioni che fece adottare in Firenze; ed in ciò sta, anzi, il suo merito maggiore. Le istituzioni non si creano nè s’immaginano; ma debbono essere il resultato dei tempi e delle condizioni d’un popolo. Egli seppe, per così dire, ritrovarle e riconoscerle; ebbe la forza di persuaderle e farle adottare: e questo è il più grande elogio che si possa fare al suo ingegno politico. Noi lo ripetiamo: il Savonarola vide più giusto di tutti, perchè vide col suo buon senso naturale, col suo profondo amore del bene, colla mente libera da teorie e l’animo libero da spirito di parte. Egli va messo, perciò, tra i più grandi fondatori di repubbliche.
Che se a persuadere la verità di questi giudizi non basta l’evidenza della storia, non bastano le leggi stesse che abbiamo riportate quasi alla lettera, non basta l’autorità dei grandi politici italiani; noi non sapremmo davvero a quali argomenti ricorrere. Oggi, pur troppo, è invalsa una opinione che, ponendo in vista alcune particolari stranezze del Savonarola, sopra quelle solamente vorrebbe giudicarlo. Ma noi diremo, innanzi tutto, che nella vita politica di questo anno, egli aveva saputo assai moderarle; e dipoi, che se troppo spesso le troviamo mescolate nei suoi discorsi religiosi, scientifici ed anche politici, questo fu un errore ch’esso ebbe comune cogli uomini più grandi del suo tempo. Di certo, maggiori assai furono le stranezze di Girolamo Cardano, del Pomponaccio, del Porta e di tanti altri; ma niuno pensò mai che si dovesse perciò negare ad essi l’ingegno che pure ebbero nelle scienze fisiche e matematiche. E si potrà negare al Savonarola la sua grandezza politica, e cercare di spargere il ridicolo sulla sua persona, quando abbiamo innanzi a noi un popolo che quasi vive solamente della vita ch’egli ha saputa infondergli, e vediamo ordinata da lui una costituzione che è l’ammirazione di tutti gli antichi e moderni scrittori? Che se certe singolarità del suo carattere dánno ombra, ed impediscono, ancora, che nell’animo del lettore si formi un giudizio chiaro e sicuro; noi lo preghiamo che seguiti oltre questa narrazione, perchè, quando di esse avremo fatto un esame minuto e diligente, appariranno, forse, sotto un aspetto assai diverso da quello che hanno loro dato gli altri biografi.
NOTA. Delle opinioni che professarono i grandi politici fiorentini, intorno al Savonarola ed al governo da lui istituito.
Non pare che il Machiavelli avesse avuta molta simpatia pel Savonarola; giacchè, in una delle sue prime lettere, ne parla solamente come d’un frate furbo e astuto: ma ciò non fa che dare maggior peso al rispetto con cui ne parlò in età più matura. Egli non si astiene, è vero, dal notare alcuni di quelli che credette errori politici del Frate: specialmente a proposito della legge delle sei fave, di che abbiamo parlato più sopra ed avremo altrove occasione di tornarvi: ma assai più spesso, parla della «dottrina, prudenza e virtù dell’animo suo» (Discorsi lib. I, Cap. XLV); lo chiama «afflato di virtù divina» (Decennale primo); e dice, che «d’un tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza» (Discorsi lib. I Cap. XI). Quando, poi, viene a discorrere delle istituzioni fondate dal Savonarola, è costretto confessarne tutta l’importanza; come si vede nel suo Discorso a Leone X, ove dice espressamente: non esservi altra via a riordinare lo Stato di Firenze, che quella di aprire il Consiglio Maggiore. «Senza satisfare all’universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile. Non si satisferà mai all’universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la sala (del Consiglio); e sappia vostra Santità, che chiunque penserà tôrle lo stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla.» Se, poi, si volesse osservare che le lodi del Machiavelli sembrano assai più sentite, quando riguardano le leggi dal Savonarola istituite o il predominio ch’egli seppe acquistare sul popolo, piuttosto che quando discorrono della persona stessa del frate; questo sarà assai facilmente spiegato dal considerare la grande diversità e quasi l’opposizione di que’ due caratteri, l’uno tutto fede e spontaneo entusiasmo, l’altro tutto analisi, dubbio e ricerca. Eran certamente due grandi uomini che non si potevano intendere. Il Savonarola avrebbe condannato con soverchia severità le idee del Segretario fiorentino; e questi, malgrado la sua ammirazione pel fondatore della repubblica del 94, non poteva risparmiare i suoi sarcasmi contro al frate ed al profeta. Onde, quell’ironia che trasparisce qualche volta di sotto alla lode, e quel biasimo che viene sempre moderato dalla stima e dal rispetto, ci dipingono la vera impressione che era nell’animo del Machiavelli, assai meglio d’ogni giudizio più definito.
Il Giannotti, poi, quel nobile e generoso cittadino che ebbe la sventura di vedere due volte caduta la libertà della sua patria, e due volte sopportò l’esilio, temperandone il dolore col darsi tutto a studiare il modo come riordinare il governo di Firenze pel tempo in cui fosse ritornata libera; egli non s’imbatte mai nel nome del Savonarola, senza che quel cuore di bravo popolano palpiti più forte; e la sua ammirazione per le istituzioni da lui consigliate, si manifesta con una sì spontanea ingenuità, che muove quasi le lagrime. «Chi fece il Consiglio Grande,» egli dice, «fu più savio di Giano della Bella; perchè questi pensò, per assicurare il popolo, d’abbassare i grandi; mentre l’altro cercò d’assicurare la libertà a tutti.» (Della Repubblica fiorentina, pag. 87; Firenze 1850.) Così tutto il suo libro è pieno di questa ammirazione. E quando egli vuole rimproverare l’abuso che facevano i frati al suo tempo, del predicare di continuo sulle cose di Stato ed in Palazzo, egli aggiunge: «E se Frà Girolamo vi predicò, egli non è più un Frà Girolamo ornato di tanta dottrina, di tanta prudenza e di tanta sapienza; e però non debbono essere sì presuntuosi, che paia loro conveniente di fare quello che faceva, chi di gran lunga in ogni cosa li superava.» (Della Repubblica fiorentina, lib. III, pag. 233.)
Ma chi volesse veramente conoscere il giudizio che i grandi uomini di Stato facevano del Savonarola, e vedere esaminata minutamente la forma di governo da lui ordinata, ed i grandi servigi ch’egli rese alla libertà della sua patria; bisogna che legga le Opere inedite di Francesco Guicciardini. Nella Storia d’Italia, egli, scrivendo in tempi avversi al Frate, aveva frenato la sua penna; ma in quelle opere che scrisse nel segreto del suo studio, e che non destinava forse alla luce, noi troviamo in lui un altro uomo. Pare come s’ei volesse alleviare un peso che opprime troppo la sua coscienza, e dare sfogo a sentimenti con violenza e lungamente repressi nell’anima sua. Quasi ci sembra vedergli cadere di dosso il pomposo manto del corrotto diplomatico, ed uscirne di sotto lo schietto lucco repubblicano. Dall’anima sua esce spontaneo un inno eloquente alla libertà, ed egli è forzato di gridarlo alle mura della sua stanza, non avendo avuto il coraggio di farlo sentire ai suoi concittadini. In questi scritti, egli non ha parole bastevoli per lodare il Savonarola, ed il Consiglio Maggiore da lui favorito. Nei suoi Ricordi egli dice: «Che i Fiorentini hanno messo tanto lo animo a questa libertà del 94, che ai Medici non basterà nè arte nè dolcezza nè astuzia per farla dimenticare. Che una volta era facile, perchè si trattava di togliere la libertà a pochi; ma dopo il Consiglio Grande, si tratta di toglierla a tutti.» (Ricordi, XXI, XXXVIII, CCCLXXVI.) E nel Reggimento di Firenze, egli ripete più e più volte: «Voi avete un grande obbligo a questo Frate, che ha levato il rumore a tempo, ed ha fatto senza sangue quello che, senza di lui, si sarebbe fatto con sangue e disordine grandissimo. Chè avreste avuto, prima un governo ristretto di ottimati, e poi un governo popolare eccessivo; dal quale sarebbero venuti i disordini ed il sangue, e forse sarebbe finito con una tornata violenta di Piero. Egli solo ha saputo, fin dal principio, essere largo, per frenare poi a tempo le cose.» (pag. 28, e passim.) Ma nella Storia di Firenze, il Guicciardini diviene quasi un Piagnone. Egli esalta la prudenza e l’ingegno pratico e politico del Savonarola, lo chiama salvatore della patria; e le sue parole son tanto eloquenti, che, non potendole riferire tutte, non vogliamo, riportandone il senso, scolorirle. (Quest’opera vedrà quanto prima la luce, nella bella edizione curata dal chiariss. Sig. Canestrini.)
Ai nostri tempi, è vero, si è da alcuni cominciato a discreditare il Savonarola come uomo politico; e quando non poterono fare altro, lo misero in ridicolo, giudicandolo sempre con una leggerezza incredibile. Ma anche appresso i moderni, se qualche scrittore serio ha preso in esame il soggetto, venne sempre nella medesima conclusione degli antichi. E certo, se fra i moderni politici fiorentini v’è un nome che ei possa ardire di citar dopo quei grandi Italiani; questo è senza dubbio quello di Francesco Forti, cui solo la morte immatura impedì ch’egli divenisse chiaro nel mondo quanto meritava. Egli, adunque, che ebbe nelle cose di diritto e nelle antiche istituzioni della sua patria una penetrazione veramente straordinaria, ecco in qual modo discorre del Savonarola: «La riforma del Frate è stata forse il solo giusto governo che abbia avuto Firenze in istato repubblicano. Difatti, quanti uomini di merito parteggiarono in Firenze pel governo popolare sino al 1530, tutti furono in devozione delle idee del Savonarola. Pochi uomini più grandi di lui ha da rammentare la storia italiana del secolo XV; forse nessuno la storia politica della Repubblica di Firenze.» (Forti, Istituzioni Civili.) — Riempire questa nota d’altre citazioni, ci sembra superfluo, giacchè i fatti parlano con troppa evidenza.
CAPITOLO SESTO. Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola.
Chi, leggendo le cose da noi discorse nel capitolo antecedente, volesse inferirne lo stato in cui era l’animo del Savonarola, anderebbe forse assai lungi dal vero. Ognuno crederebbe di trovarlo, se non superbo, almeno lieto del successo ottenuto, del gran bene che aveva fatto al suo popolo. Ma, invece, basta leggere le prediche che egli faceva in quel tempo, per vedere come una profonda tristezza occupava l’animo suo. Mentre che egli domina dal pergamo tutto il popolo, che pende da’ suoi cenni; mentre che la città intera ubbidisce alla sua volontà; egli è ben lungi dall’abbandonarsi alla gioia. L’avvenire si presenta tristo ai suoi occhi, ed invano egli cerca allontanarne la sinistra immagine. — «Io sono stanco, o Firenze, per quattro anni di continue predicazioni, nei quali non ho fatto altro che affaticarmi per te. Ancora, afflitto m’ha assai la continua memoria del flagello che io veggo venire, e la paura e timore di te, che tu non pericolassi in quello. Onde io faccio, per te, una continua orazione al Signore.»[333] — Invero, le grandi promesse e le belle speranze da lui date a Firenze, erano state sempre condizionate: «Se voi non vi convertite al Signore, i lieti augurii si muteranno in tristi.» E quel popolo era tanto inveterato nel male, che l’avvenire dell’Italia, l’avvenire della Chiesa ed il suo proprio avvenire apparivano agli occhi del Savonarola pieni di pericoli e dolori sempre maggiori.
Questi tristi presentimenti, pare che si affacciassero a lui più vivi, in quei momenti appunto nei quali si sarebbe creduto che più sereno e contento dovesse essere l’animo suo. Quando aveva superata la prima lotta politica; quando avea fatta vincere la forma del governo popolare ed il Consiglio maggiore; in quei giorni in cui il popolo tutto lieto andava ad ascoltarlo, e si aspettava da lui quasi un cantico di gloria al Signore; egli, cominciando invece una delle solite allegorie, dipingeva la tristezza del suo animo, e profetizzava agli uditori la sua morte violenta, della quale sembra che non abbia mai dubitato. — «Un giovane, partendosi da casa sua, si mise nel mare a pescare; ed il padrone della nave lo condusse pescando in alto mare, dove non si vedeva più il porto: onde il giovane cominciò a lamentarsi altamente. O Firenze! quel giovane che si lamenta, è su questo pergamo. Io fui condotto fuori della casa mia al porto della religione, ove andai nella età di ventitrè anni, solo per cercare la libertà e la quiete; due cose che amavo sopra tutte le altre. Ma ivi riguardai le acque di questo mondo, e cominciai colla predica a guadagnare qualche anima; e trovandovi io piacere, il Signore mi ha messo in mare e portatomi in alto mare, dove ora sono e donde non vedo più il porto. Undique sunt angustia. Dinanzi ai miei occhi, io vedo apparecchiarsi tribolazione e tempesta; di dietro io ho perduto il porto, ed il vento mi spinge in alto. A destra sono gli eletti che domandano aiuto; a sinistra i demonii e cattivi che ci molestano e tempestano: di sopra io vedo la virtù eterna, e mi spinge la speranza; di sotto è l’inferno, che come uomo io debbo temere, perchè senza l’aiuto di Dio vi cadrei certamente. — Oh Signore, Signore! dove mi hai tu condotto? Per volerti salvare alcune anime, sono in luogo donde non posso più tornare alla mia quiete. Perchè m’hai generato uomo di rissa e discordia sopra tutta la terra? Ero libero, ed ora sono servo d’ognuno. Io vedo per tutto guerra e discordia venire sopra di me. Almeno voi, o amici miei, o eletti di Dio, pei quali notte e giorno m’affliggo, abbiate misericordia di me. Datemi dei fiori, come dice la cantica, quia amore langueo. I fiori sono le buone opere, ed io non desidero altro se non che voi piacciate a Dio e salviate l’anima vostra.» E tanto il Savonarola s’agitava in questo discorso, ch’era costretto fermarsi: «or lasciami riposare in tanta tempesta.»
«Ma quale,» diceva egli, riprendendo il sermone, «quale sarà, o Signore, il premio conceduto nell’altra vita a chi riesce vittorioso in simile battaglia? — Cosa che l’occhio non può vedere, l’orecchio non può udire; la beatitudine eterna. — E quale fia il premio conceduto in questa vita? — Non sarà il servo maggiore del suo padrone, risponde il Signore. Tu sai che dopo la predicazione, io fui crocifisso: così il martirio toccherà anche a te. — Oh Signore, Signore!» esclamava qui il Savonarola con la sua voce sonora, che echeggiava in tutta la chiesa, «concedimi, dunque, questo martirio, e fammi presto morire per te, come tu sei morto per me. Ecco già parmi vedere il coltello affilato.... Ma il Signore mi dice: aspetta ancora un poco, acciò vengano le cose che hanno a seguire, e poi userai quella fortezza d’animo che ti sarà concessa.» E qui, riprendendo l’esposizione del Salmo al verso Laudate Dominum, quia bonus, continuava la predica.[334]
Fu questo uno di quei momenti, de’ quali egli soleva dire: «un fuoco interno brucia le mie ossa, e mi forza a parlare.» Il Savonarola era allora rapito come in una specie d’estasi, nella quale l’avvenire sembrava veramente aprirsi ai suoi occhi. Quando ciò gli seguiva nella solitudine della sua cella, esso rimaneva lungo tempo in preda alle visioni e vegliava le notti intere, fino a che il sonno, vincendolo, non veniva a riconfortare le stanche sue membra. Ma se ciò seguiva, invece, quando era sul pergamo, in presenza di tutto il popolo; il suo esaltamento allora non aveva più limiti, superava tutto ciò che la penna può descrivere: egli era come prepotentemente rapito, e rapiva seco il suo uditorio. Si vedevano uomini e donne, d’ogni età e condizione, artigiani, poeti e filosofi, prorompere in un pianto dirotto, che echeggiava per tutta la chiesa. Colui che dalla viva voce raccoglieva la predica, era allora costretto a scrivere: «qui il pianto mi vinse, e non potetti andare più oltre.» Il Savonarola stesso sedeva esausto, e qualche volta rimaneva ammalato ed a letto per più giorni.[335] La critica non potrà mai giudicare la forza e l’eloquenza di questi momenti, di cui le parole ci sono in gran parte sfuggite o rimangono prive dell’ardore con cui furono pronunziate; prive cioè della loro vita. E noi dobbiamo credere quell’esaltamento tanto maggiore, e tanto più straordinaria la veemenza dell’oratore, l’eloquenza, se così può dirsi, della sua persona; in quanto che le poche parole che ci restano di quei momenti solenni, non sempre sono atte a spiegarci la grande commozione che da esse veniva prodotta nel pubblico fiorentino, che pure era il più culto in Europa.
Invero, se ci mettiamo a considerare imparzialmente la vita e la dottrina del Savonarola, troveremo ch’egli ebbe un singolare ed inesplicabile presentimento dell’avvenire, il quale dètte ai suoi scritti, alle sue prediche, alla sua vita, una straordinaria potenza. Spogliando le sue molte predizioni da tutto ciò che vi è di particolare e d’accessorio, noi saremo sorpresi di vedere che si son quasi tutte verificate. Noi qui non vogliamo parlar solo di quell’acume politico che gli fece, prima d’ogni altro, annunziare la venuta dei Francesi, la cacciata dei Medici e i tanti altri avvenimenti che seguirono; quell’acume, che destava così gran maraviglia in tutti i più accorti uomini di stato in quel secolo.[336] Nè ci fermiamo a quel costante e continuo presentimento che il Savonarola ebbe della sua morte violenta, la quale annunziava con una sicurezza inesplicabile, e maravigliosa davvero. Ma vogliamo piuttosto notare, ch’egli fu il primo a sentire che si avvicinava un grande rinnovamento nel genere umano; che il senso religioso doveva rinascere nel cuore degli uomini per rigenerarli; che, attraverso sanguinose battaglie, la società avrebbe ripreso vigore. Altro non significano, se noi bene le esaminiamo, quelle sue famose conclusioni: — La Chiesa sarà rinnovata, ma prima flagellata; e ciò sarà presto. — Quel suo continuo ripetere che gl’infedeli saranno convertiti, che il Cristianesimo deve trionfare sulla terra, che vi sarà ben presto un solo ovile ed un solo pastore; ci fanno scorgere, assai spesso con grande evidenza, come egli presente che il genere umano è vicino a ritrovare la sua unità, e che ben tosto il Cristianesimo sarà la sola religione dei popoli civili. Leggendo e considerando attentamente le sue opere, noi restiamo davvero maravigliati nel vedere la costanza, l’insistenza con cui ripete le sue conclusioni; la certezza con cui sembra vederle verificate. E quando noi lo udiremo, più tardi, descrivere le future calamità dell’Italia con minuti particolari, con singolare evidenza; quando noi vedremo ch’ei si esalta, si commuove ed è quasi rapito in un delirio di dolore nel descriverle; noi non potremo spiegare il fatto, ma di certo è un fatto straordinario. Quest’uomo vede il tristo e doloroso avvenire della sua patria; e con tanta evidenza ne presente i dolori, che già quasi li soffre egli stesso.
Tale ci apparisce il carattere profetico, se così possiam dire, del Savonarola, quando volgiamo uno sguardo a tutta la sua vita, a tutte le sue predizioni; fermandoci a quelle solamente che possono avere una generale importanza, e lasciando da un lato tutto ciò che v’è in esse di particolare e d’accessorio. Che se, invece, vogliamo fermarci a questa parte, le cose mutano aspetto, e noi saremo costretti di esaminare un altro lato affatto diverso nel carattere del Frate. Noi vedremo, allora, che in lui erano come due nature di uomini diversi: l’uno si spingeva nell’avvenire; l’altro, quasi, retrocedeva nel passato. Dopo avere esaminato il primo, ci viene innanzi il secondo, e bisogna conoscerlo.
Lo studio della scolastica avea avuto una parte così grande nel formare il carattere del Savonarola, ch’egli ne ricevette una grandissima disposizione al sottilizzare e sofisticare. Aveva poi sin da fanciullo preso una strana passione nel leggere e studiare in San Tommaso tutto ciò ch’esso dice sulle operazioni angeliche, sull’indole dei profeti e delle loro visioni: andava e riandava senza posa quelle minute e sottili distinzioni del dottore angelico, le accompagnava con una lettura continua del vecchio Testamento e dell’Apocalisse; onde non vi era sogno o visione dei profeti e patriarchi, che a lui non fosse divenuta familiarissima. Queste cose formavano, per giorni interi, l’occupazione della sua mente giovanile; accendevano la sua fantasia già per sè stessa esaltata; e la sua fibra, assai nervosa, ne veniva scossa ed eccitata in maniera, che la penna non potrebbe descriverlo. I sogni e le visioni, che aveva avute sin da fanciullo, cominciarono a moltiplicare; si affollavano intorno alla sua mente, e nella notte egli ne veniva quasi assalito. Quando poi s’avvide che la lettura della Bibbia e dei Padri, la fervida preghiera, le notti vegliate, le facevano crescere ogni giorno; incominciò a crederle ispirate dal Signore, prodotte nella sua mente dagli angeli, in quel modo appunto che San Tommaso dice avvenire dei profeti. Allora non vi fu più sogno da lui fatto, non vi fu strana immaginazione cui non trovasse un riscontro nella Bibbia, che non mettesse a scrutinio colle regole dell’angelico dottore. Passava, inginocchiato nella sua cella, le notti intere in preda a queste visioni, le quali esaurivano sempre più le sue forze, esaltavano il suo cervello; ed egli finiva col vedere in ogni cosa rivelazioni del Signore.
Ma qui dobbiamo narrare un altro fatto, che pure merita di essere preso in considerazione. Eravi tra i frati di San Marco un tale Silvestro Maruffi, che ebbe gran parte nei destini del Savonarola. Costui sembra che, per una malattia avuta sin da fanciullo, andasse soggetto ad una nuova specie di sonnambulismo, nel quale cadeva anche di giorno, vedendo singolari visioni, facendo strani discorsi. Ma lungi dal dare a queste cose alcun valore misterioso o soprannaturale, non appena egli seppe come il Savonarola cominciava a parlare di rivelazioni e ad annunziare il futuro, gliene fece aspro rimprovero, dicendola cosa pazza e indegna di uomo grave come lui. Ed il Savonarola, con quello sguardo e quella sicurezza che gli dava tanto ascendente sopra gli uomini, lo consigliò allora a pregare fervidamente il Signore, perchè lo illuminasse sopra la verità di questa cosa. Il Maruffi stesso, presso alla sua morte e quando non aveva più il coraggio di difendere il suo maestro, confessò esplicitamente: «O fosse la mia malattia, o altra ragione, certo a me parve che gli spiriti mi riprendessero del non gli credere.»[337] Era senza dubbio un altro effetto di quello strano sonnambulismo; ma pur fece una così grande impressione sull’animo de’ due frati, che da quel giorno non dubitarono più un solo momento, che quelle visioni fossero davvero rivelate dal Signore. Il Savonarola cominciò ad avere pel Maruffi una stima e quasi un rispetto che la sua poca dottrina ed il suo carattere debole e leggiero non meritavano punto; prestò una fede veramente cieca alle sue parole;[338] e così trascinato d’errore in errore, si confermò sempre più nelle sue strane idee intorno alle visioni. E veramente, la natura, il caso, lo studio, la preghiera, ed ogni cosa sembrava aver voluto contribuire a spingerlo, quasi per forza, in questo pericoloso pendío.
Non è descrivibile che cieca fede egli prestasse ormai a queste sue visioni e sino a che punto ne fosse divenuto schiavo. A sentirlo discorrere, si sarebbe in certi momenti creduto che in esse sole consistesse tutta l’importanza della sua missione. Egli vi faceva sopra uno studio continuo, una seria meditazione: si occupava lunghe ore a distinguere come gli angeli producono le visioni nella mente dell’uomo; come si odono le voci soprannaturali, e via discorrendo. Nelle prediche, nelle epistole, per tutto, noi troviamo sparse le idee ch’era riuscito a formarsi su questo soggetto. Ma nel Dialogo della verità profetica, pubblicato nel 1497, egli le raccolse insieme, per farne quasi un trattato scientifico. In esso si scorge, a chiare note, la ingenua credulità del frate, e la strana confusione ch’erasi fatta nella sua mente. Invano noi cerchiamo qual fosse il concetto preciso che egli aveva delle sue profezie e della sua profetica missione: sembra, invece, che nella sua mente fosse una strana mescolanza di opposte teorie, per niuna delle quali sapesse assolutamente decidersi. Qualche volta parrebbe ch’egli profetizzi l’avvenire per semplice ragionamento; giacchè lo studio della Bibbia, e la considerazione dei corrotti costumi della Chiesa, debbono persuadere ad ogni uomo savio che il flagello è vicino.[339] Altre volte, invece, egli crede conoscere l’avvenire per mezzo delle celesti visioni, le quali sono altrettante rivelazioni a lui fatte direttamente da Dio, per il bene del popolo italiano. E questo dono, secondo lui, è indipendente affatto dal suo carattere di buon cristiano: egli è un puro strumento nella mano di Dio; e, sebbene profeta, può anche non essere salvo. Con tale concetto, calcato sulla dottrina di San Tommaso, assumeva, dunque, esplicitamente il carattere di profeta, e dava alle sue visioni la spiegazione e l’importanza medesima che l’angelico dottore e la Chiesa dànno a quelle dei profeti. «Vengono,» egli diceva, «direttamente da Dio, e sono dagli angeli dipinte nella parte dello intelletto e non dello affetto, senza che per esse l’uomo debba esser salvo.»[340]
Ma nelle sue opere intorno alla profezia, si presenta assai spesso un concetto quasi opposto; il quale lasciando da un lato le visioni e i sogni puerili, considera quel maraviglioso istinto o, se così vuol dirsi, divinazione dell’avvenire, che niuno potrà mai negare al Savonarola, non già come una ispirazione venuta da Dio indipendentemente dalla grazia e dalla salute; ma, anzi, come un risultato e quasi una parte essenziale di quello spirito evangelico di cui il cristiano deve essere informato. «Io non sono,» esso diceva allora, «nè profeta nè figlio di profeta; io non voglio questo nome terribile; ma io sono certo che le cose che annunzio seguiranno, perchè esse partono dalla dottrina cristiana, dallo spirito di carità evangelica...[341] In verità, sono i vostri peccati, i peccati d’Italia, che mi fanno per forza profeta, e che dovrebbero far profeta ognuno di voi. Il cielo e la terra vi profetizzano contro, e voi non lo vedete nè lo udite. Voi siete ciechi della mente, voi chiudete le orecchie alla voce del Signore che vi chiama. Se voi aveste lo spirito di carità, voi tutti vedreste, come lo vedo io, il flagello che s’avvicina.»[342] — E questi varii concetti s’incontrano nelle sue opere ad ogni piè sospinto, si urtano, si contraddicono, senza che mai alcuno di essi riesca a dominare compiutamente. Una tale contraddizione si trova assai spesso nelle prediche; ma è anche maggiore in quelle opere che trattano specialmente di profezia, le quali meritano di essere esaminate più da vicino da chi vuol conoscere anche questo lato della mente di Frà Girolamo Savonarola.[343]
Nel Dialogo della verità profetica, che abbiamo più sopra accennato, egli discorre con sette interlocutori allegorici, che sono i sette doni dello Spirito Santo; e risponde alle loro varie obbiezioni. Essi cominciano col domandargli: — Se mai egli si finga profeta, onde più facilmente persuadere al popolo le verità della fede. — Al che egli, pieno d’indegnazione, risponde: — Che la verità è una sola, e che ogni menzogna è peccato; peccato gravissimo sarebbe, poi, quello di chi volesse ingannare tutto un popolo col nome del Signore, e così fare Dio medesimo impostore. — Non potrebbe tutto questo, gli domanda un altro, essere una tua arroganza, nascosta sotto l’abito di falsa modestia? — A ciò il Savonarola, citando l’autorità di San Tommaso, risponde: — Questo lume non giustifica l’uomo: su che cosa fonderei io dunque la mia superbia, la mia arroganza? — Non potrebbe essere, soggiunge un terzo, che tu, in buona fede, ingannassi te stesso? — No, risponde egli, non è possibile. Io conosco la purità delle mie intenzioni: io ho adorato sinceramente il Signore, io cerco imitarne i vestigi; io ho vegliato le notti intere nella orazione; io ho perduta la pace, ho consumato la salute e la vita pel bene del prossimo: no, non è possibile che il Signore m’abbia ingannato. Questo lume è la verità stessa; questo lume aiuta la mia ragione, regge la mia carità.[344] — E così va oltre, sostenendo con molta eloquenza un concetto affatto contrario a quello che aveva esposto poche pagine innanzi. Ad un interlocutore, egli ha provato la verità del suo lume col dirgli, che è indipendente dalla grazia; ad un altro vuol provarlo col dirgli, che è quasi una medesima cosa con essa.
Ma quello che, più di tutto, è meritevole di considerazione, si è ciò che risponde quando gli vien domandato: — Quale è, dunque, la certezza che tu hai di queste tue rivelazioni? — È singolare veramente il vederlo dibattersi fra mille argomenti, fra mille sillogismi, che sono altrettanti sofismi, per dimostrare la verità delle sue rivelazioni. Trista posizione è quella di chi deve colla ragione provare che egli è al di sopra della ragione, e cogli umani argomenti provare ch’egli è al disopra degli uomini. Il Savonarola, senza avvedersene, camminava sopra un terreno che poteva aprire sotto i suoi piedi una voragine pericolosa. Per dimostrare la sua soprannaturale potenza, non vi era che un solo modo irrecusabile: il miracolo. Tal domanda poteva un giorno essergli fatta da quella cieca moltitudine che, colla sua credulità, spingevalo a sempre maggiori eccessi; tal domanda poteva, nelle mani dei suoi avversari, divenire un giorno arme contro di lui potentissima. Ma egli era così cieco in queste sue credenze, che mai non gli poteva venire il pensiero di dubitarne: gli sarebbe, quasi, sembrata un’ingratitudine al Signore; nè sapeva persuadersi che coloro i quali non gli volevano credere, potessero essere in buona fede.
Aveva scritto ancora un altro opuscolo sullo stesso soggetto della profezia, col titolo di Compendium Revelationum, che fu pubblicato nell’agosto dell’anno 1495.[345] Si trova in esso un compendio delle sue principali visioni, e molte notizie importantissime intorno alla sua vita; alcune delle quali si riferiscono, appunto, al modo con cui egli cominciò a profetare, ed alla lotta ch’ebbe a sostenere l’animo suo contro quel bisogno di raccontar visioni, che pur finalmente lo vinse. Questo scritto è dettato in un latino assai corretto e quasi elegante, se lo paragoniamo a quello delle altre opere del Savonarola: alcune delle visioni che racconta non mancano d’una certa vigorosa fantasia; come quella più sopra narrata (1492) della spada del Signore, e un’altra che vide circa il medesimo tempo. Gli apparve, allora, una croce nera, che si elevava nel bel mezzo della città di Roma e montava fino al cielo; dove era scritto: Crux iræ Dei. Il cielo conturbavasi; nuvoli terribili volavano per aria; traevano venti, tuoni e saette; piovevano fuochi e spade; moriva numero grandissimo di gente. A un tratto la visione si muta; il cielo rasserena e la croce nera sparisce. Di mezzo a Gerusalemme, ne sorge un’altra che sembra di oro, che illumina e rallegra il mondo; sopra vi è scritto: Crux misericordiæ Dei; e da tutte le parti della terra corre gente ad adorarla. Questa visione divenne anch’essa popolare, e fu incisa in un numero infinito di stampe e di opere del Frate: il significato e le speranze che voleva simboleggiare, erano facili assai a comprendersi. Ma che diremo quando il Savonarola, fattosi ambasciatore dei Fiorentini a Gesù Cristo, racconta il suo lungo e strano e incomprensibile viaggio nel paradiso, del quale dà una minuta descrizione, riportando i discorsi che gli furono tenuti da vari personaggi allegorici e dalla Vergine, di cui descrive il trono, e ci dà perfino il numero e la qualità delle pietre preziose che lo adornavano? Il misterioso viaggio si conclude, poi, con un sermone che Gesù Cristo fa, per mezzo del Savonarola, ai Fiorentini; nel quale sermone viene confermata tutta la dottrina del frate. E questa visione, che fu descritta la prima volta in una predica del maggio 1495, pare che sollevasse alcune critiche e contraddizioni nella città; giacchè troviamo che in una lettera ad amicum deficientem,[346] il Savonarola se ne lamenta, affermando che quelle diceríe erano mosse da malignità: «perchè, chi avesse udito attentamente, si sarebbe persuaso che io non ho inteso dire d’essere stato corporalmente in paradiso, ma che fu tutta una visione immaginaria; perchè in paradiso non sono nè alberi nè acque nè scale nè porte nè sedie; onde, se essi non erano maligni, potevano facilmente intendere, che tutte quelle cose furono formate nella mente per ministerio angelico.» Chi vorrà, però, credere che questi strani sogni sieno effetto d’operazioni angeliche, piuttosto che di fantasia alterata?
Ma la puerilità stessa di queste visioni ci presenta un forte argomento per difendere il Savonarola dalle accuse che molti gli han voluto fare di poca sincerità e di mala fede, quasi che egli avesse voluto, col secondare la credulità della plebe, rendersene meglio padrone. Questa opinione confonderebbe tutto il suo carattere, ridurrebbe tutta la sua vita in un caos, e renderebbe inesplicabili non solo le sue più belle qualità, ma anche i suoi più gravi errori. Come si potrebbe mai credere che un uomo dell’ingegno, della prudenza, della esperienza che aveva il Savonarola, fosse nel fingere così poco accorto, così puerile? Qual bisogno aveva egli, quando avesse voluto fingere, di raccontare le sue finzioni ai quattro venti? Qual bisogno aveva, per ingannare la plebe, di scrivere astrusi e difficili trattati sulle visioni; parlarne agli amici, alla madre stessa; discuterne sui margini delle sue Bibbie?[347] Quelle cose che i suoi imparziali ammiratori più vorrebbero nascoste; quelle cose che la doppiezza meno accorta avrebbe, forse, raccontate al popolo, ma non avrebbe certo messe a stampa; sono quelle appunto che egli pubblicava e ripubblicava, quelle ch’egli sosteneva colla Bibbia e con San Tommaso. Anzi, questa è la singolarità del suo carattere, questo è il fatto che più merita di essere considerato: il vedere, cioè, un uomo che dominava un intero popolo, che empieva il mondo della sua eloquenza, che era il filosofo più originale di quel secolo, che aveva dato a Firenze la miglior forma di repubblica che avesse mai avuta; il vederlo quasi inorgoglire d’aver sentito per aria delle voci, d’aver visto la spada del Signore, d’essere stato ambasciatore dei Fiorentini alla Vergine! Questo è un fatto che la storia non deve nascondere nè alterare; ma deve porlo nella sua vera luce, perchè esso può divenire soggetto d’alta meditazione pel filosofo. È certo uno spettacolo solenne il vedere come la Provvidenza umilia terribilmente gli uomini anche grandissimi, ponendo accanto alle loro quasi divine facoltà, debolezze tali, che ci rammentano come anche essi furono mortali.
Nè questo singolare contrasto fu mai così grande come nel Savonarola, ed in quella età ch’egli incominciava. Pareva che, in quel nuovo ringiovanire del genere umano, tutte le facoltà si fossero esaltate, e la vita fosse divenuta, quasi, una febbre, in cui gli uomini non potevano salvarsi dal delirio. Noi abbiam visto il grave e solenne Marsilio Ficino mutare ogni giorno le pietre de’ suoi anelli, a seconda dello stato del suo animo; mutare ne’ suoi amuleti le unghie, i denti dei vari animali, e discorrere dalla cattedra sulle loro occulte virtù. Abbiam detto come Francesco Guicciardini ci assicurasse di avere avuto esperienza degli spiriti aerei, e come Cristoforo Landino ricercasse negli astri l’avvenire della religione cristiana. Onde si può concludere, che tra il Savonarola ed i suoi più celebri contemporanei, non passava altra differenza, se non che egli attribuiva a cause tutte religiose e soprannaturali, quelle cose medesime che gli altri filosofi e pensatori attribuivano alle potenze occulte. Ma se diamo ancora un passo per entrare più oltre in quel periodo di storia che i Francesi chiamarono Rinascenza, la nostra maraviglia non avrà allora più limiti. I sogni del Pomponaccio, del Porta, del Cardano, lasciano di gran lunga addietro quelli del Frate di San Marco. Quegli arditi ingegni che, attraverso le scienze occulte, spianarono la via al Galileo, sembravano delirare in tutta la loro vita. Certo, niuno oggi vorrebbe creder veri i sogni del Cardano, se egli medesimo non li avesse narrati nella sua biografia; e niuno vorrebbe allora credere all’ingegno ch’egli ebbe, se i suoi scritti non stessero a confermare le sue scoperte. Le visioni tolsero alla scienza la metà della sua vita: un fischio che udiva nell’orecchio, era la voce del suo genio; una vespa che entrava nella camera, gli faceva quasi scrivere un volume di predizioni: alle quali prestava, poi, tanta fede, che gli storici raccontano come ei si lasciasse morir di fame, per farne verificare una![348]
Tali furono quegli uomini, tali que’ tempi, che dovevano dare alla religione, alla scienza ed alla libertà tanti martiri. E noi lo abbiam detto più volte: senza mettere il Savonarola alla testa della nuova età, non si potrà mai comprendere il suo carattere. Quando egli saliva sul pergamo ad annunziar l’avvenire; con tanta evidenza lo vedeva, che già quasi sembrava varcare la soglia del nuovo secolo; con tale forza lo presentiva, che già lo incominciava. Ma quando, invece, voleva ragionare e discutere su quel suo dono maraviglioso, la cui spiegazione stava solo nella grandezza del suo animo; egli, allora, retrocedeva nel passato e, ricadendo nella scolastica, non comprendeva neppure sè stesso. Onde in lui, come in tutto quel tempo, noi vediamo il passato e l’avvenire darsi come una fiera battaglia. Il passato tien profonde ancora le sue radici, ma già inaridisce e perde il senso della realtà; l’avvenire, invece, cresce giovane e rigoglioso, e sente che il mondo appartiene a lui.
CAPITOLO SETTIMO. Varii partiti si cominciano a scorgere in Firenze. Il Savonarola predica nelle feste, sopra i Salmi; nella quaresima, incomincia colle prediche sopra Giobbe la riforma generale dei costumi, ed ottiene grandissimo successo. Conversione di Frà Benedetto. [1495.]
Riprendendo il filo della storia, noi torniamo ai principii dell’anno 1495, e rintracciamo i semi di quelle discordie cittadine, che, sebbene non ancora visibili, dovevano pure germogliare più tardi e far rinascere le parti in Firenze. Invero, allora sembrava non esservi che una sola opinione, un solo partito; quello, cioè, che chiamavano del Frate e dei Frateschi. Chi, però, lo avesse riguardato un poco da vicino, subito vi avrebbe scorto una gradazione di opinioni assai diverse. Vi eran dapprima quelli che, sebbene amassero il governo popolare, non avevano alcuna simpatia nè pei frati in genere nè pel Savonarola in particolare. Costoro erano pochi di numero, e male riuniti insieme; vedevano, d’altronde, che il Frate conduceva le cose in favore di quella libertà che essi amavano; onde nei Consigli solevano votare in favore di lui e de’ suoi seguaci. E per questo loro carattere, quasi inoffensivo, ebbero il nome di Bianchi; mentre quello di Bigi veniva dato a un numero assai maggiore di cittadini, meglio uniti fra loro, e assai più pericolosi. Erano questi i partigiani dei Medici, che, avendo avuto il perdono generale per opera del Savonarola, s’erano in apparenza uniti a lui e si dicevano amici del governo popolare; ma, nel fatto, tenevano fra loro segreti colloquii e stavano in corrispondenza continua con Piero de’ Medici, di cui desideravano ardentemente il ritorno. Sebbene questi loro maneggi segreti non dovessero tardar molto a venire alla luce, restavano pure sul principio nascosti, e la Repubblica si covò lungamente una serpe nel seno. I Bigi, infatti, tanto più erano pericolosi, in quanto lavoravano sott’acqua, e si valevano della generosità verso di loro usata dal Savonarola e della soverchia buona fede de’ suoi seguaci, per più facilmente rovinare la patria. I buoni popolani, tutti pieni delle prediche del Frate, tutti contenti del perdono che avevano concesso e della libertà che avevano ottenuta, non sognavano neppure quei tenebrosi maneggi, quelle trame segrete; e quando il Savonarola li avvertiva dal pergamo che stessero desti, «perchè c’è chi lavora contro alla libertà e cerca di fare tiranno,» quasi pensavano che egli esagerasse per soverchio zelo del bene comune, e andavano ripetendo che, ormai, in Firenze non c’erano più amici dei Medici.
Il partito popolare teneva l’occhio ad altri nemici più scoperti; a quei partigiani dello Stato stretto, i quali noi abbiamo già visto con quanta energia combattessero, fin dal principio, il nuovo governo. Costoro erano uomini di ricche famiglie e di molta esperienza, per essere stati dai Medici adoperati nelle faccende di stato; avevano amicizie e relazioni d’importanza nella corte di Roma; ma soprattutto a Milano, donde il Moro, che odiava cordialmente la Repubblica e Piero de’ Medici, li favoriva con ogni aiuto. Essi avrebbero voluto stringere tutto il governo nelle loro mani, e fondare una specie di repubblica aristocratica, come al tempo degli Albizzi. Odiavano, perciò, fieramente i Medicei, che, lungi dal perdonare come aveva fatto il Savonarola, avrebbero voluto perseguitarli cogli esilii, le confische e le condanne a morte; odiavano tutti gli amici dal governo popolare: ma contro al Frate, che consideravano solo autore della loro disfatta, e contro i suoi seguaci, che per disprezzo chiamavano Piagnoni, erano davvero furibondi; e per queste ragioni furono chiamati gli Arrabbiati.[349] Avevano, infatti, tutto quell’antico e irrequieto spirito di parte che sembrava essere naturale a Firenze, e che il Savonarola solamente aveva saputo frenare; onde ne veniva da loro tanto più odiato. Avrebbero voluto mettersi a qualche cimento, venire a qualche fatto risoluto; ma si trovavano a ciò, ancora, troppo deboli e pochi di numero. Ed in vero, dopo che fu vinta la nuova costituzione, la condizione degli Arrabbiati era divenuta difficile assai: combattere il governo popolare non potevano in alcuna maniera, perchè avrebbero avuto contro di loro i Bianchi, i Piagnoni e, più di tutti ancora, i Bigi, i quali sapevano che in un governo di Arrabbiati non c’era per loro nè perdono nè speranza.[350] In tale stato di cose, pensarono anche gli Arrabbiati di mostrarsi amici o almeno tolleranti del governo popolare, e concentrare tutto il loro odio contro al Savonarola, che sapevano esserne l’anima ed il sostegno. Cercavano, quindi, argomento continuo di ridicolo nelle sue visioni e profezie; dicevano non essere ufficio di frate il mescolarsi di stato; chiamavano le sue accuse contro la corte di Roma enormi e scandalose. Speravano, in questo modo, allontanare i Bianchi ed i Bigi dal Savonarola e da’ suoi seguaci, e combattendo un uomo, aprirsi la via a combattere un partito.[351]