LIBRO PRIMO. [1452-1494.]
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CAPITOLO PRIMO. Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata nel chiostro. [1452-1475.]
La famiglia dei Savonarola traeva la sua antica origine dalla città di Padova. Nel principio del secolo XV si trasferì a Ferrara, dove fu invitata dagli Este, che allora vi signoreggiavano. Niccolò III, amante delle lettere e delle arti, mecenate dei dotti, orgoglioso di tenere una corte fiorita d’ingegni rinomati, chiamò presso di sè Michele Savonarola. Questi era un medico a quel tempo divenuto famoso nella Scuola Padovana; ed il suo nome è passato ai posteri, non solamente pei suoi molti e pregevoli scritti,[1] ma ancora per l’affetto che portò al nipote Girolamo Savonarola, il quale più tardi riempì il mondo della sua fama.
Venuto a Ferrara, Michele fu nella corte assai ben veduto, ottenne favori ed onori d’ogni sorta, visse con agiatezza e con bella fama. Poco sappiamo del suo figlio Niccolò: pare che studiasse molto la scolastica, ma niuno scritto ricorda il suo nome: passò i suoi giorni bazzicando per la corte, e consumando il patrimonio che suo padre avea cogli studi e colla industriosa perseveranza raccolto. La sua moglie Elena, venuta dalla illustre famiglia dei Buonaccorsi di Mantova, fu però donna di elevata indole; ebbe una forza di carattere, una fermezza d’animo quasi virile. Poco raccontano di lei i cronisti, ma quel poco raccontano a provare la grandezza del suo animo.[2] Ed in vero, le lettere con le quali il figlio Girolamo, in tutti i suoi pericoli o dolori si rivolge a lei, quasi alla sola confidente intima della sua vita, ci confermano da un lato le virtù di lei; mentre da un altro ci fanno ripetere l’osservazione, che uno degli affetti più costanti e inalterabili nelle anime grandi è appunto questo amore e direi quasi culto alla madre.
Girolamo Savonarola, del quale intendiamo scrivere la vita, nacque il giorno 21 settembre dell’anno 1452, e fu il terzogenito di sette figli[3] che nacquero a Niccolò ed Elena. I suoi biografi raccontano maraviglie di lui sin dalla più tenera età; ma ognuno conosce che fede sia da dare a simili racconti. Assai più facilmente si può credere che egli non avesse nulla di tutto ciò che fa amare i bambini; non era nè bello nè ridente, ma fin d’allora serio e tranquillo; niuno forse immaginava quale avvenire la sorte volesse apparecchiargli. Nondimeno, il primogenito della famiglia, Ognibene, essendosi dato all’armi; il secondo prendendo cura degli averi paterni, e forse anche promettendo troppo poco di sè; non appena Girolamo fu uscito dalla fanciullezza, che verso di lui si rivolsero tutte le speranze della famiglia: farne un gran medico divenne il loro sogno. Quella professione parea loro la sola nobile e dignitosa: sopra di essa erasi fondata la casa dei Savonarola. E l’avo Michele rivolse ora al nipote Girolamo tutte le sue cure più affettuose. Con quella pazienza e quella ingenua semplicità che dánno i molti anni e la lunga esperienza, con la chiarezza e precisione d’un forte ingegno educato allo studio delle scienze naturali, si prese la cura di aprire il tenero fiore di quella giovanile intelligenza ai primi pensieri, alle prime idee. Certo niuno potrebbe augurarsi una scuola migliore di questa, ed il giovane Girolamo corrispose ben presto al paziente e tenero amore dell’avolo, innamorandosi dello studio e dei libri, quasi prima di poterli comprendere: vi correva dietro come ad arca di tesori sconosciuti.
Sfortunatamente però l’avo morì assai presto (1462),[4] ed al giovinetto non rimase altra guida che quella del padre, il quale prese ad insegnargli la filosofia. Le scienze naturali non erano allora che una parte principalissima della filosofia, colla quale lo studio della medicina solea sempre incominciarsi; la filosofia poi, come ognun sa, altro non era che la scolastica. In alcune parti d’Italia era cominciato, è vero, qualche primo albore di filosofia platonica, qualche traduzione fedele dell’originale greco d’Aristotele; ma di ciò si discorrea solo come di gran novità: i libri che vennero nelle mani del giovine Savonarola, furono San Tommaso e i commentatori arabi di Aristotele. Questi libri gli eran dati come una guida e un indirizzo necessario alla medicina; e fu singolare il vedere come egli, così giovane, si abbandonasse e quasi deliziasse in quel mare o piuttosto in quel laberinto d’incomposti sillogismi, e come presto divenisse valente nella disputa.[5] Le opere di San Tommaso lo attiravano con una forza incredibile; egli vi rimanea estatico a meditarle i giorni interi, e con difficoltà potevano separarnelo per ricondurlo agli altri studi più necessari alla medicina. Così da un lato lo trasportava e chiamava la natura della sua mente, da un altro lo trattenevano i suoi genitori; e già, senza che alcuno se ne avvedesse, era cominciata quella lotta che dovea più tardi decidere il suo avvenire e deludere le speranze della sua famiglia. Innamorato del vero, inconsapevole ancora di sè stesso, egli era allora tutto pieno di quella felice ebbrezza che prova il giovane, quando per ogni dove la natura sembra invitarlo ad entrare lietamente nella vita; leggeva con fervore gli antichi scrittori, scrivea versi, studiava il disegno e la musica.[6]
Sfortunatamente però mancano tutti i particolari di questa prima giovinezza: la storia sembra averci voluto nascondere come si svolgesse il suo spirito, come si educasse la sua mente, quali fossero in particolare i progressi de’ suoi studi, quali le difficoltà con cui dovette combattere, come si andassero formando la mente ed il cuore d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose del mondo. Se non che, si può osservare che ciò deve esser nato dalla mancanza di fatti notevoli, e degni d’essere tramandati ai posteri. Probabilmente, la vera storia della sua giovanezza riducesi a quei pensieri intimi, a quelle impressioni segrete, che pochi poterono conoscere. Noi perciò rivolgiamo invece lo sguardo alle cose che lo circondarono, per argomentarne le impressioni del suo animo; giacchè egli non fu mai un uomo chiuso tutto nelle solitarie meditazioni, ma si sentì sempre trascinato verso la società e verso il popolo, col quale infatti visse ogni qual volta non fu costretto a separarsene per troppo disgusto de’ suoi vizi.
Chi oggi osserva l’abbandono in cui trovasi la città di Ferrara, le vie solitarie ove di rado s’incontra un uomo, ove l’erba cresce fra le lastre, immagina difficilmente la splendida città degli Este coi suoi 100,000[7] abitanti, con una corte fra le prime d’Italia, col passaggio continuo di principi, d’imperatori e di papi, colle feste che parea non avessero mai fine: pur tale essa era quando vi nacque e visse il Savonarola. Il quale essendo d’una famiglia che vivea nella corte, udiva i discorsi rivolgersi continuamente intorno a queste feste ed a questi sollazzi, dai quali dovè pure ricevere le prime impressioni della sua infanzia. Non sarà, dunque, fuor di proposito, se ci fermiamo a dire qualche parola di quella corte.
Nel 1402 Niccolò III governava, col titolo di marchese, lo stato di Ferrara, a cui andava unita ancora la ricca e fertile provincia Modanese. Egli dovette per sedici anni combattere di continuo la nobiltà dei castelli intorno; e dopo averla con ogni arte di guerra, d’astuzia e di tradimenti sottomessa, si trovò assoluto signore, e diedesi colla pace a rendere illustre la sua corte. Fece innalzare la torre del Duomo, i palazzi di Belriguardo e S. M. Belfiore, ed altri splendidi edifizi. Abbiamo visto che chiamò da Padova Michele Savonarola, e così fece di molti altri; fra i quali fu il celebre erudito Guarino Veronese, a cui affidò l’educazione dei suoi due figli naturali, Lionello e Borso. Questi furono poi legittimati, e per espressa volontà del padre gli successero nel governo, a preferenza di Ercole, figliuolo legittimo, ma di età troppo tenera. Lionello, adunque, successe a Niccolò l’anno 1441, e Borso successe a Lionello l’anno 1450. Essi governarono in tempi assai difficili. L’estinzione della casa Visconti, la sollevazione di Milano, la gelosia dei Veneziani e degli stati vicini, aveano per tutto acceso la guerra; onde parea quasi impossibile che gli Este non vi fossero dagli uni o dagli altri trascinati. Pure seppero non solamente tenersene fuori, ma composero in Ferrara tante discordie fra principi e stati avversi, che le acquistarono il nome di terra della pace. Ma ciò che più di tutto fece crescere la fama degli Este, fu la magnificenza della corte, e il titolo di mecenati che essi acquistarono prima d’ogni altro principe italiano. Lionello era, infatti, amico di molti dotti; il Guarino, il Valla, il Trapezunzio ed altri furono da lui protetti: egli avea scritto orazioni latine, sonetti in volgare, dato principio ai famosi musei degli Este, messo in fiore l’Università, fondato lo Spedale di Sant’Anna e molti pubblici edifizi. Tenne la corte in un lusso sfolgorante, e le feste che diede in occasione delle sue nozze furono materia di discorso in tutta Italia. Ma egli non regnò che nove anni, ed alla sua morte avvenuta nel 1450, gli successe Borso, che fece assai presto dimenticare la munificenza e la magnificenza del fratello. Il marchese Borso era un uomo della stampa dei Medici: a lui non mancavano buone qualità, ma nascevano tutte dal bisogno di primeggiare e far parlare di sè. Quando la giustizia non era a suo danno, egli l’amava e facevala severamente osservare; ma assai più della giustizia, amava il nome di giusto, che presso tutti s’era acquistato. Egli divise equamente fra i cittadini il peso delle imposte, pigliò a suo carico le spese dell’Università, introdusse a Ferrara la stampa, allora appena in sul nascere; fondò la Certosa, fortificò di bastioni la città dalla parte del Po, ed allargò il suo stato. Le discordie nate in Italia ai tempi di Lionello, crebbero ancora nei suoi, ed egli visse in tempi più difficili: pure seppe tenersi neutrale, e fu arbitro di quasi tutte le discordie occorse al suo tempo fra gli Stati italiani. Il suo nome andò tanto oltre, che gl’Indiani inviarongli ricchi donativi, credendolo il re d’Italia.
Ora, se noi dicessimo che questo gran nome gli veniva principalmente dal lusso della corte, e dalle feste con cui sollazzava di continuo il popolo ferrarese, parrebbe strano, e sarebbe pure la verità. La sua rinomata giustizia non avea mai potuto sostenere una prova difficile; nè la sua vita passò senza qualche grave accusa. La vantata prudenza colla quale seppe mantenersi in pace fra vicini che guerreggiavano, si riduceva in fondo, per chi bene l’avesse considerata, all’arte di non sposare mai la causa d’alcuno, e tenersi pronto per unirsi sempre al più forte. Ma il marchese Borso apriva liberalmente la sua casa a tutti, aveva una rara collezione di codici ed antichità, vestiva sempre di broccato d’oro; nella sua corte sfoggiavano le più ricche stoffe d’Italia; avea i più bei falconi, cani e cavalli che si fossero mai visti; gli stessi buffoni della sua corte eran divenuti famosi, e le descrizioni delle feste che egli dava correvano stampate da un capo all’altro d’Italia.
Quando nel 1452 l’imperatore Federigo III scese in Italia con un séguito di 2000 uomini per andare in Roma a prendere la corona imperiale, passò per Ferrara. E Borso gli andò incontro colla nobiltà e col clero, lo accolse sotto un ricco baldacchino; e per dieci giorni continui tenne la città intera fra giostre, conviti, musica e danza. Nel ritornare da Roma, l’imperatore si era deciso di dare a Borso i! titolo di duca; le feste furono perciò riprese con più fervore. Fu eretto nella piazza un suntuoso palco, sul quale sedeva l’imperatore, col manto e la corona imperiale ricchi per 150,000 fiorini di gioie. Borso mosse dal suo palazzo vestito di broccato d’oro, carico di gioie, accompagnato dalla nobiltà ferrarese, fra lo schiamazzo del popolo che andava gridando: Duca, duca, viva il duca Borso. Giunto innanzi all’imperatore ed inginocchiatosi a’ suoi piedi, ne ricevette il titolo desiderato.
Ma le feste a cui, per la sua età, potette assistere il Savonarola, furono ancora più magnifiche, ed ebbero una ragione assai più notevole. Allora era un continuo discorrere della caduta di Costantinopoli (1453), della potenza sempre crescente del Turco, del pericolo che esso minacciava a tutta la Cristianità: ognuno voleva fare una crociata, ma per la indifferenza e la fiacchezza universale niuno si movea. Finalmente, nell’anno 1458, Enea Silvio Piccolomini salito al pontificato col titolo di Pio II, ordinò un concilio a Mantova, nel quale egli dovea in persona incitare alla guerra santa i principi cristiani. Dieci cardinali, sessanta vescovi, un gran numero di principi secolari lo accompagnavano con indicibile pompa, nel 1459, per le città italiane, che gareggiavano a sfoggiare di lusso nel riceverlo e rendergli onore. A Firenze il Santo Padre entrò sulle spalle di Galeazzo Maria Sforza, e dei signori Malatesta, Manfredi ed Ordelaffi; la repubblica gli fece quelle feste con cui onorava solamente l’imperatore o altri gran principi secolari. A Ferrara il papa entrava sotto un baldacchino di broccato; le vie per cui passava eran coperte di drappi e sparse di fiori; dalle finestre pendevano arazzi ricchissimi; la città era piena di musica e di canto. Nel Duomo il Guarino lesse una lunga orazione latina tutta piena d’erudizione e di lodi al Santo Padre; il quale per otto giorni continui fu tenuto in festa. Così procedette oltre per la sua via fino a Mantova, ove giunse il 27 maggio 59. Ivi fece prova della sua maravigliosa facondia latina, e mosse il pianto degli uditori nel descrivere la miseria dei cristiani di Costantinopoli. Parlò il dottissimo Francesco Filelfo, parlò anche in latino Ippolita figlia di Francesco Sforza; e finalmente gli ambasciatori Greci mossero una più vera e profonda pietà col descrivere le sventure della loro patria, la feroce crudeltà dei Turchi. Tutti i principi offerirono aiuto d’uomini e danaro, ed il duca Borso promise la somma, per lui esorbitante, di 300,000 fiorini. Ben presto però si vide che egli era stato più astuto che volenteroso: questi grandi apparecchi non si facevano che in parole, e bastò il pazzo tentativo di Renato d’Angiò, il quale con pochi Francesi voleva andare alla conquista del Regno di Napoli, per mandare a vuoto tutta l’impresa d’Oriente.
L’anno 1460, il papa ritornava a Ferrara senza aver nulla concluso: nondimeno le feste furono maggiori di prima. Il duca venne ad incontrarlo nel Po sopra un magnifico bucintoro, circondato per ogni dove da una miriade di barchette ornate a festa, con bandiere e con musica, le quali occupavano tutta la gran larghezza del fiume, e procedevano lentamente col bucintoro. Sulle rive sparse di fiori attendeva una moltitudine di giovanetti vestiti di bianco, con ghirlande in mano; e nel posto ove dovea discendere il Santo Padre, gli facevano corona tutte le statue degli Dei pagani!
Il Savonarola assistè certamente a quella festa, e ne udì lungamente parlare. Nè è da dirsi con parole che profonda impressione queste cose producessero su quel giovane animo. Il suo entusiasmo religioso era fieramente scosso da tali profanazioni, e fin dalla più tenera età il suo cuore veniva travagliato da passioni diverse, e si trovava in guerra aperta col mondo in cui vivea.
La vita di Borso procedè sempre allo stesso modo, e tali continuarono ad essere i fasti del popolo ferrarese. Tali erano, pur troppo, anche quelli del resto d’Italia: indifferenza e corruzione per tutto, il paganesimo che invadeva da ogni lato, ed il popolo che si abbandonava ad una gioia lasciva e spensierata.
Il 27 maggio 1471, moriva il Duca; e le sue ceneri erano ancora calde, quando Niccolò figlio di Lionello, ed Ercole I (il figlio legittimo di Niccolò III, pervenuto ora all’età maggiore), si contrastarono fieramente la successione, tentando la fortuna dell’armi, che fu favorevole ad Ercole. Il 20 agosto, egli entrava trionfante in Ferrara, veniva ad alta voce acclamato signore del popolo; mentre che i seguaci di Niccolò erano scannati per le vie, e quelli che potevano sfuggire, venivano, come contumaci, condannati a morte. Le feste e le danze riprendevano poi il loro usato giro, e l’indomani il popolo sembrava avere dimenticato il sangue che s’era versato il giorno innanzi.[8] — Tale era la famosa, splendida e allegra corte degli Este; tali i signori che venivano corteggiati e probabilmente levati a cielo dalla famiglia del nostro Savonarola.
Noi chiediamo invano ai biografi del Savonarola quali fossero le impressioni e i giudizi suoi sopra questi fatti. Essi si tacciono tutti. Ci descrivono però il suo vivere tristo e solitario, il suo andare dimesso e sconsolato, il quasi mai non parlare, il dimagrare continuo, il pregare sempre più fervido, le lunghe ore passate nelle chiese, i digiuni frequenti. Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum, erano le parole che di continuo e quasi involontariamente, gli uscivan di bocca.[9] Era allora tutto immerso nella lettura della Bibbia e di San Tommaso; nè pigliava altro riposo che quello di sonare qualche mesta melodia, o scrivere dei versi, nei quali, non senza energia e semplicità, dava sfogo ai dolori del suo cuore. E di ciò si può avere un esempio nella canzone De ruina mundi, composta l’anno 1472, nella quale descrive a chiare note lo stato del suo animo, la tristezza e lo sconforto de’ suoi pensieri.
Vedendo sotto sopra tutto il mondo, Ed esser spenta al fondo Ogni virtude ed ogni bel costume, Non trovo un vivo lume, Nè pur chi de’ suoi vizi si vergogni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Felice ormai chi vive di rapina, E che[10] dell’altrui sangue più si pasce; Chi vedoe spoglia e i suoi pupilli in fasce, E chi di povri corre alla ruina. Quell’anima è gentile e peregrina, Che per fraude e per forza fa più acquisto; Chi sprezza il ciel con Cristo, E sempre pensa altrui cacciare al fondo.
E questi sentimenti agitavano così fortemente l’animo del Savonarola, che i suoi biografi raccontano, come avendolo una volta i genitori condotto nel palazzo ducale, egli, con una tenacità di proposito assai notevole nella sua età, non volle d’allora in poi mai più rimettervi il piede.[11] Veramente, quella severa massa quadrangolare, con le sue quattro torri, coi larghi fossati, coi ponti levatoi, dovea in quei giorni rendere immagine della tirannide trincerata in mezzo al popolo ferrarese. Quelle mura non erano ancora consacrate dalla memoria d’Eleonora e del Tasso, le cui ombre immortali sembrano ancora passeggiare le splendide sale, e mandano in oblio ogni altra sinistra ricordanza. Nè allora si andava per diletto a visitare le sottoposte carceri, a cui sette inferriate chiudono la luce, ma ivi si udiva il rumore delle catene, il gemito dei miseri che viveano quasi sepolti sotto la terra. E sul loro capo la musica, la danza, i conviti non avevano mai posa; il rumore degli argentei piatti, delle scintillanti maioliche, dei veneziani bicchieri era continuo! Questi contrasti non sfuggivano certo all’animo fervido, al cuore passionato del Savonarola: egli fremeva a quella vista, e tutta la sua vita portò una dolorosa rimembranza dei fatti che vide nella sua prima giovinezza: spesso la sua mente si esaltava nel dolore, e non sapeva trovare rifugio altrove che nelle chiese. La preghiera fu il continuo conforto di quell’anima esaltata; egli bagnava di lacrime le soglie degli altari, sui quali rimaneva prostrato lunghissime ore, chiedendo a Dio conforto contro i mali di un secolo dissoluto, vile e corrotto.
In quel tempo appunto abitava accanto alla sua casa un esule fiorentino, che portava il nome illustre degli Strozzi, e avea seco una figliuola naturale. Un cittadino esiliato dalla patria di Dante dovea sul suo animo avere un gran prestigio. Egli lo immaginava, infatti, oppresso da nemici ingiusti, sofferente per amore della libertà e della patria; e in quella casa dell’esule cominciò ad immaginare una gente diversa da quella che lo circondava. I suoi occhi s’incontrarono con quelli della giovane fiorentina, e provò quella prima arcana rivelazione del cuore, che fa credere alla felicità sulla terra. Il mondo s’illuminava innanzi a lui di nuova luce, la fantasia accesa di mille speranze sognava giorni beati; ed egli, tutto pieno d’ardore e di fiducia rivelò il suo animo alla giovane amata. Ma qual fu il suo dolore nel sentirsi una superba risposta, che, rifiutandolo, gli faceva capire che gli Strozzi non s’abbassavano a far parentado coi Savonarola! Egli respinse quest’ingiuria con parole piene di sdegno;[12] ma il suo cuore ne restò desolato. In un istante cadeva nel nulla un mondo di sogni e speranze lungamente nudrite nell’animo, gli fuggiva dinanzi tutta la felicità della vita, ed egli era nuovamente solo in mezzo ad una moltitudine che d’ognintorno lo respingeva. Ancora non avea venti anni: i fatti recentissimi della successione d’Ercole I lo facevano disperare della sua patria; e l’affetto in cui avea riposto tutta la sua felicità, era finito con una crudele illusione. Ove, dunque, riposare l’animo affaticato e stanco? I suoi pensieri si volsero allora spontaneamente a Dio.
Se non che una speranza Pur al tutto non lascia far partita, Ch’io so che in l’altra vita Ben si vedrà qual alma fu gentile E chi alzò l’ale a più leggiadro stile.[13]
Il sentimento religioso s’impadroniva prepotentemente di tutto il suo animo, gli creava nel cuore una nuova sorgente di conforto, aprivagli una via ormai sicura. La sua preghiera era ogni giorno più fervida, e quasi sempre egli concludeva con queste parole: «Signore, fammi nota la via per cui deve camminare la mia anima.»[14] Già il pensiero di abbandonare il mondo e darsi alla religione si affacciava assai spesso alla sua mente, e la sua ammirazione per San Tommaso gli facea inclinar l’animo all’ordine domenicano. Ma nel 1474 essendo andato a Faenza, vi udì predicare un Agostiniano, le cui parole s’impressero così fortemente in lui, che da quel giorno egli si era irrevocabilmente deciso di darsi alla vita claustrale.[15]
Tornando a Ferrara, era per la via tutto lieto; ma quando mise il piede sotto il tetto domestico, s’avvide che cominciava per lui una prova durissima. Bisognava celare la sua deliberazione ai genitori; e la sua madre, quasi fosse consapevole di tutto, lo fissava con uno sguardo che parea volesse penetrargli il cuore, ed egli non ardiva più guardarla in viso. Questa lotta durò un anno, e più volte il Savonarola ne rammentò i supremi dolori: «Se io avessi manifestato il mio animo, egli diceva, io credo che il cuore mi sarebbe scoppiato, e mi sarei rimosso dal proponimento già fatto.»[16] E fra gli altri giorni, il 23 aprile 1475, il Savonarola sedutosi, prese in mano il liuto e sonò una canzone così mesta, che la madre, quasi mossa da uno spirito di divinazione, rivolgendosi ad un tratto pietosamente verso di lui, gli disse:[17] «Figliuolo mio, questo è segno di partenza.» Egli allora si fece forza, e colla mano tremante continuò a toccare il liuto, senza punto rimuovere gli occhi da terra.
L’indomani, 24 aprile, era un gran giorno per Ferrara: celebravasi in tutta la città la festa di San Giorgio, ed i parenti del Savonarola, insieme cogli altri, vi assistevano. Quel giorno egli avea deliberato di lasciare la casa paterna, e come si vide tutto solo, si pose in viaggio per Bologna, ove s’indirizzò al convento di San Domenico, ed espresse la sua volontà di vestir l’abito, chiedendo d’essere adoperato agli uffici più vili del convento. Voleva essere il servo di tutti, e veniva per far severa penitenza de’ suoi peccati, non per passare, secondo il costume allora generale, da Aristotele nel secolo, ad Aristotele nel chiostro. Venne ricevuto, e subito s’apparecchiò al suo noviziato.
Non appena però egli fu solo, che il primo pensiero si rivolse alla famiglia; e quel medesimo giorno 25 aprile, scrisse al padre una lettera assai affettuosa, nella quale cercava confortarlo e rendergli ragione della sua decisione. La cagione che lo avea mosso, era stata il non poter più tollerare la gran corruzione del secolo, e il vedere per tutta Italia sollevato il vizio, messa in fondo la virtù. Non si era deciso puerilmente, ma dopo una lunga meditazione ed un lungo dolore. Non avea avuto il cuore di rivelare il suo pensiero, perchè forse allora non gli sarebbe più bastato l’animo a metterlo in atto. «Padre carissimo,» egli conclude, «non vogliate col vostro dolore accrescere il mio, già gravissimo. Fatevi animo, confortate mia madre, e insieme con essa datemi la vostra benedizione.»[18]
Tale era il tenore di questa lettera; nella quale disse ancora, che vicino alla finestra avea lasciato alcune carte, ove era descritto lo stato del suo animo. Ed il padre ricercò subito fra i libri del figlio, e nel luogo da lui indicato ritrovò uno scritto Sul dispregio del mondo. Ivi sono i medesimi sentimenti espressi nella lettera: descrive i costumi del suo tempo, e li paragona a quelli di Sodoma e di Gomorra. «Non v’è rimasto pure uno, uno solamente, che voglia il bene: a noi bisogna imparare dai bambini e dalle donnicciuole, perchè in essi soli è rimasta ancora qualche ombra d’innocenza. I buoni sono oppressi, ed il popolo Italiano è divenuto simile all’Egizio, che teneva in soggezione il popolo di Dio. Ma già le carestie, le inondazioni, le malattie ed altri segni moltissimi preconizzano futuri mali, annunziano l’ira di Dio. Apri, apri, o Signore, nuovamente le acque del mar Rosso, e sommergi gli empi nelle onde del tuo furore.»[19] Questo breve scritto si credette perduto da tutti i biografi; ma si ritrova presso la famiglia Gondi di Firenze, cui fu religiosamente confidato da un Marco Savonarola l’anno 1604. Esso è assai notevole, perchè vi si scorge chiaramente come sin dal suo primo entrare nel chiostro, il Savonarola prevedesse flagelli all’Italia; e perchè fin d’allora trovasi in lui il sentimento d’una straordinaria missione affidatagli da Dio. Egli chiede al Signore che le acque del mar Rosso aprano il passaggio ai buoni e sommergano i tristi; ma egli non può nello stesso tempo nascondere la speranza, che la verga la quale dovrà comandare a queste acque, sarà un giorno messa tra le sue mani. Invano volea nasconderlo a sè stesso, invano umiliarsi ed essere adoperato agli uffici più vili del convento: nel suo petto si nutrivano speranze e disegni straordinari.
Quale effetto producessero sull’animo dei genitori quegli scritti, non sappiamo; ma si può bene argomentare che si dolessero amaramente della risoluzione imprevista del loro figliuolo, giacchè noi troviamo di lui una seconda lettera, nella quale rimprovera i loro immoderati rammarichi. «Se un principe temporale,» egli dice, alludendo al mestiere del suo primo fratello, «mi avesse cinto la spada e fattomi de’ suoi seguaci, voi ne avreste creduto onorata la vostra casa e fattone allegrezza; ed ora che il Signore Gesù Cristo mi cinge la sua spada e mi fa suo cavaliero, voi piangete!»[20] Dopo ciò i parenti si dovettero rassegnare, ed il Savonarola pose tutto il suo animo ai nuovi doveri assunti.
Egli era di mediocre statura, di colore scuro, di temperamento sanguigno-bilioso, d’una fibra oltre ogni dire delicata e sensibile. I suoi occhi fiammeggiavano sotto nere sopracciglia, il naso era aquilino, la bocca larga, le labbra grosse, ma strette in modo fra loro, che manifestavano una fermezza irremovibile di propositi: la fronte, sin d’allora solcata da profonde rughe, indicava una mente già data alla contemplazione di gravi pensieri. Tutta la sua fisonomia invero non avea bellezza di forme: esprimeva però una severa nobiltà di carattere; ed un certo sorriso di mestizia rendeva a que’ suoi lineamenti rozzi e taglienti, una tale aria di bontà, che al solo vederlo ispirava fiducia. I suoi modi erano semplici, sebbene incolti; il discorso disadorno e quasi rozzo, divenia nel suo animarsi efficace e potente in maniera, che convinceva e dominava ognuno.[21] In quei giorni però egli era chiuso in un silenzio profondo, e dato alla contemplazione delle cose celesti. A vederlo passeggiare pei chiostri, parea piuttosto un’ombra che un uomo vivo; tanto i digiuni e le astinenze lo aveano macerato: le prove più dure del noviziato gli parevano lievi, e i superiori doveano di continuo trattenerlo per non farlo eccedere. Quando egli non digiunava, mangiava appena tanto che bastasse a sostenerlo. Il suo letto era un graticcio con un saccone di paglia ed un lenzuolo di lana; gli abiti erano sempre i più rozzi che potesse avere, ma la nettezza ne era esemplare; la modestia, l’umiltà, l’obbedienza, senza pari nel convento; il fervore della orazione tale e tanto, che i superiori ne restavano ammirati, ed i confratelli assai spesso credevano di vederlo rapito in ispirito. E veramente parea che le mura del chiostro, separandolo dal mondo, gli avessero restituito la calma dello spirito, e che egli allora non desiderasse altro che obbedire e pregare.
CAPITOLO SECONDO. Dalla sua entrata nel Chiostro, sino alla prima venuta in Firenze. [1475-1482.]
Il Savonarola dimorò sette anni nel convento di San Domenico a Bologna. Ivi, fra i solitari chiostri, nel tempio maestoso, ove le ceneri del fiero fondatore dell’ordine riposano sotto quel monumento, che è opera stupenda di Nicola Pisano, divise i suoi giorni fra la preghiera e le privazioni. I superiori però, si avvidero ben presto della dottrina e delle qualità non comuni della sua mente; onde, invece di adoperarlo a quegli umili uffici a cui volea solamente darsi, lo posero all’insegnamento dei novizi. In sul primo fu dolente di togliere una parte del suo tempo alla preghiera ed alle pratiche religiose; ma considerando poi che l’obbedienza era divenuta il suo primo dovere, e che egli poteva dirigere i suoi compagni nella via della virtù e della vera religione, si piegò volonterosamente al nuovo ufficio.
Chi però dalla obbedienza ed umiltà del Savonarola volesse argomentarne tutti i suoi pensieri, anderebbe di gran lunga errato. Il suo era uno spirito pieno di fede, ma anche pieno d’impeto e pieno d’ardore. La corruzione del secolo lo avea deciso a chiudersi nel chiostro, ove sembrava aver trovato pace nella solitudine e nella preghiera: ma quando egli si faceva a considerare le tristi condizioni della Chiesa, l’animo ribolliva di sdegno, e nel suo petto nascevano pensieri che invano egli s’adoperava a frenare colla disciplina religiosa e con tutte le forze della sua volontà.
L’anno medesimo che lasciava il mondo, quell’anno d’esaltato fervore, egli dava sfogo ai pensieri più segreti del suo animo in una Canzone, che intitolò De ruina Ecclesiæ. In essa egli domanda alla Chiesa, che figura sotto l’immagine d’una casta vergine: — Ove sono gli antichi dottori, gli antichi santi; ove la dottrina, la carità, il candore antico? — Ed in risposta la vergine, presolo per mano, lo conduce in una spelonca e gli dice: — Quando io vidi la superba ambizione penetrare in Roma e contaminare ogni cosa, allora mi ritirai e chiusi in questo luogo,
Ove io conduco la mia vita in pianto. —
Dopo ciò gli mostra le piaghe che avevano contaminato il suo bellissimo corpo; ed allora il Savonarola, tutto pieno di dolore, si rivolge ai santi nel cielo e li invita a piangere tanta sventura: —
Prostrato è il tempio e l’edifizio casto. —
— Ma chi ha ridotto le cose a tale? — riprende nuovamente il Savonarola. E la Chiesa, riferendosi a Roma, risponde: — Una fallace, superba meretrice. — Allora il giovane e devoto novizio, il solitario ed umile fraticello, dice una di quelle parole, che rivelano tutta la sua anima: —
deh! per Dio, donna, Se romper si potria quelle grandi ale? —
A che la Chiesa, quasi in tuono di rimprovero gli dice: —
Tu piangi e taci; e questo meglio parmi.[22] —
Tale era dunque il Savonarola nel convento: i digiuni e la preghiera confortavano il suo cuore, l’insegnamento dei novizi era il suo riposo; ma nell’animo suo era già sorto un dolore profondo, uno sdegno irrefrenabile di vedere la Chiesa di Cristo abbandonata e piena di corruzione. Egli piange e si tace, è ben vero, ma nella sua mente ritorna assai spesso quel pensiero: — Deh! per Dio, se rompere si potriano quelle grandi ali, ali di perdizione! — Or si mettano innanzi ad un’anima così esaltata i fatti che di giorno in giorno seguivano per tutta Italia, gli si dipinga il quadro tristo ed osceno di ciò che avea luogo nella corte romana; ed allora solo si potrà comprendere che fuoco dovesse finalmente accendersi in quel cuore già per sè stesso infiammato.
Sin dalla morte di Pio II (1464) era cominciata quella scandalosa corruzione dei papi, che in Alessandro VI dovea raggiungere il suo apice. La mala fede, e la smisurata avarizia di Paolo II divennero ben presto note in tutto il mondo; e quando Francesco della Rovere gli successe (1471) col nome di Sisto IV, si previdero alla Chiesa degli anni ancora più tristi. Assicuravasi pubblicamente che l’elezione del nuovo papa era stata simoniaca; si ripetevano per tutta Roma i nomi di coloro che aveano venduto i loro voti, e gl’impieghi che ne aveano ricevuto. La scandalosa libidine di Sisto non riconosceva, poi, limiti di sorte alcuna; la sua prodigalità nello spendere era uguagliata solamente dalla sete inestinguibile di oro; le passioni lo accecavano così fieramente, che per raggiungere i suoi disonesti fini, non retrocedeva innanzi ad alcuna disonestà di mezzi, e non v’era scandalo che non fosse stato per commettere.
Si vide quasi in un istante sparire il tesoro con infinita avidità raccolto da Paolo II; e ben presto il lusso sfolgorante dei nipoti di Sisto, fece comprendere in quali mani fosse stato versato. Essi eran quattro: uno di loro fu fatto prefetto di Roma; un altro cardinale, che fu poi papa Giulio II; un terzo comprò per 40,000 ducati d’oro la città d’Imola, e sposò la figlia di Galeazzo Sforza; ma di tutti il più scandaloso e più prediletto era Pietro Riario. La preferenza del papa per questo giovane di ventisei anni fu tale, che fece correre per Roma mille scandolose dicerie. Da semplice frate fu levato alle dignità di cardinale prelato col titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Firenze. Egli ebbe pienissima autorità nella corte, e quando vi andava, le vie non bastavano alla folla che lo accompagnava: le sue udienze erano più frequentate di quelle del pontefice stesso. Il suo fasto, dice uno scrittore contemporaneo,[23] avanzava tutto ciò che i nostri padri seppero mai fare, tutto ciò che i nostri nipoti potranno mai immaginare. Nel ricevere gli ambasciatori di Francia, dette loro un pranzo, in cui si usarono quasi tutte le arti conosciute a quel tempo: fu messo sossopra il paese per ricercare tutto ciò che v’era di più raro e pregiato; fu fatto ogni sforzo perchè la posterità non potesse produr nulla di simile: e le descrizioni in versi d’una tal festa corsero non solamente per le città d’Italia, ma andate oltre le Alpi, si sparsero in tutta l’Europa. Quando Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, andando sposa al Duca di Ferrara, si fermò a Roma (1473), il lusso passò ogni confine. Cardinali ed ambasciatori ricevettero la sposa, e la menarono al papa per vie ricoperte di veli ed arazzi; dipoi la condussero in un palazzo, fatto costruire a bella posta dal giovane Riario accanto alla sua casa. Le mura erano di bellissimi legni; l’interno splendeva di seta ed oro; i piatti, i bicchieri, ogni specie di vasellame era d’oro e argento.[24] Così il cardinal Riario avea in meno d’un anno speso la somma di 200,000 fiorini, e malgrado i molti e ricchissimi impieghi, avea già 60,000 fiorini di debito. Non perciò moderava i suoi eccessi; ma invece, quell’anno medesimo, partiva per Milano, dove entrava in gara di lusso col duca Galeazzo, uno dei principi più dissoluti in Italia. Dipoi andossene a Venezia, ed ivi si abbandonò così perdutamente alle lascivie, che finalmente le forze vennero meno alla mala volontà, e tornato a Roma, cessò di vivere il giorno 5 gennaio 1474. In questo modo ebbe origine quello scandalo e quella piaga profonda del papato, che fu conosciuta nella storia col nome di nepotismo; e Sisto IV continuò a vivere sempre nello stesso modo sino al 1484, anno ultimo del suo pontificato. In verità, sebbene quella età fosse corrottissima, v’era pure un generale sconforto nel vedere così desolata la Chiesa. Il mondo aborriva gli scandali dei quattro nipoti del papa, e quelli di lui, che, pieno d’avarizia e libidine, si dava ciecamente in preda a tutte le passioni.[25]
Chi poi dalla Chiesa si fosse volto a guardare il resto delle cose d’Italia, ne avrebbe ricevuto non minore sconforto. Erano tempi veramente infelici. Non solo si lamentava la libertà già da lungo tempo perduta; ma in quei medesimi signorotti che tiranneggiavano, non si vedeano più quelle doti d’energia e d’accortezza politica, che erano state nei loro padri ammirate. Spenti quei forti desiderii, quelle ardenti e smisurate ambizioni, parea che per tutto contemporaneamente decadesse la razza dei principi. — Nel regno di Napoli, ad Alfonso il Magnanimo era successo (1458) Ferdinando I d’Aragona, che ben si avrebbe meritato il nome di crudele. Egli non seppe spegnere i suoi nemici altrimenti che coll’astuzia, la simulazione e i tradimenti; avaro poi e meschino in maniera, che negoziava sopra gli averi e le proprietà dei suoi sudditi stessi. In Firenze, all’accorto ed intelligente Cosimo dei Medici era successo (1465) l’incapacissimo Piero, che in pochi anni di governo seppe mettere la supremazia della sua casa in tale pericolo, che se la morte fosse venuta più tardi, suo figlio Lorenzo non avrebbe potuto prendere in mano le redini dello Stato. In Milano, al valoroso condottiero, all’astuto politico Francesco Sforza, era successo (1466) il debole Galeazzo; ed in Venezia, finalmente, all’abile ed ambiziosa politica di Francesco Foscari, era seguita quella di Pasquale Malipiero (1457), le imprese più notevoli del cui dogato furono le feste che dètte in piazza San Marco. Questo peggioramento così universale sembrava quasi fatale e misterioso: ma egli era che i padri di coloro che regnavano allora, s’erano impadroniti degli Stati attraverso mille pericoli, rimovendo ostacoli d’ogni sorta, combattendo un numero infinito di nemici; mentre i loro figli, nati nella pace, cresciuti fra i cortigiani, s’erano educati alla mollezza.
Eppure, quasi tutti questi mali non fossero bastevoli ad affliggere l’Italia, se ne aggiungevano molti altri non meno gravi. Pareva che questa mollezza dei principi facesse risentire i popoli, fra i quali si trovava ancora un pugno d’uomini, che scontenti di quel nuovo stato di cose, erano pronti di mettersi ad ogni cimento, di tentare ogni impresa più disperata. Quegli anni, infatti, pareva fossero divenuti gli anni delle congiure. Nel 1476 ne seguirono tre. — Girolamo Gentile tentò di sottrarre Genova al giogo milanese: l’Olgiati, il Visconti ed il Lampugnani pugnalarono in chiesa il duca Galeazzo, e furono poi a furore di popolo ammazzati per le vie di Milano: a Ferrara, Niccolò d’Este con 600 uomini ritentava la fortuna delle armi, ed insieme colla più parte dei suoi vi perdeva la vita. Così queste congiure risultavano sempre a danno di chi le tentava, nè facevano altro che peggiorare la condizione dei popoli, rendere la tirannide sempre più ferma e più crudele.
Nondimeno, la gravità del pericolo, invece di spaventare, parea che eccitasse gli animi a fatti sempre più disperati, ed ogni anno se ne udivano dei nuovi. Niuna delle congiure però fu terribile quanto quella avvenuta a Firenze l’anno 1478, il giorno 26 aprile, quando nella Cattedrale, mentre che si celebrava la messa, nel momento stesso in cui si levava l’ostia consacrata, i Pazzi pugnalarono Giuliano dei Medici, e fallirono il colpo dato a Lorenzo, che avuto tempo di sguainare la spada, potè, difendendosi, ricoverare e salvarsi nella sagrestia. Angelo Poliziano, che fu subito pronto a chiuderne la porta, racconta che il disordine e le grida di quel momento furono tali, che parve il tempio intero ne rovinasse.[26] Certamente in questa congiura ogni cosa era fuori dell’ordinario: l’accortezza e l’ardire con cui l’aveano tramata; il momento scelto per menarla ad effetto; la nobiltà delle famiglie che vi aveano preso parte; le vittime che allora, e per molto tempo dipoi, ne seguirono. Ma ciò che più di tutto faceva maraviglia, era il numero e la qualità degli ecclesiastici che vi si erano mescolati: ad un prete era stato affidato il pugnale che dovea ferire Lorenzo dei Medici; il cardinal Salviati era stato il centro principale dei congiurati a Firenze ed a Roma; il più caldo ed instancabile istigatore ne era stato il santo padre medesimo, Sisto IV. Egli avea sperato con questi modi crescere stato ai suoi nipoti; onde non potè resistere allo sdegno di veder fallita la congiura, e posto da banda ogni rispetto, divenne nemico dichiarato, e mosse guerra aperta ai Fiorentini.
In questi tempi e fra questi fatti, s’andava formando l’animo di Girolamo Savonarola. Egli riguardava l’andare del mondo e le condizioni della Chiesa con un orrore ed un dolore, a cui non sapeva ritrovare altro conforto che la preghiera e lo studio. I suoi superiori, crescendo però sempre più nella stima che aveano già concepita di lui, dall’insegnamento lo passarono alla predicazione. Ed egli intraprese con ardore anche questo nuovo ufficio; giacchè il suo primo proponimento di chiudersi nel silenzio e nella solitudine, cominciava a cedere terreno innanzi all’imperioso e sempre crescente bisogno di attività morale ed intellettuale: onde questa nuova palestra riusciva assai gradita alle forze giovani e rigogliose del suo spirito.
Pare che in questi primi sermoni seguisse lo stile medesimo delle sue lezioni; distendendosi però nelle osservazioni pratiche e nei precetti di morale; allontanandosi a poco a poco da Aristotele per avvicinarsi sempre più alla Bibbia, che dovea finalmente divenire il compagno unico e indivisibile della sua vita. Nè altro possiam dirne, giacchè pare ottennessero assai poco successo, non trovandosi scrittore del tempo che ne accenni pure una sola parola, nè restandone memoria di sorte alcuna.
L’anno 1482, i superiori lo mandarono a predicare in Ferrara. Ivi egli fu come morto al mondo: non vide alcuno dei conoscenti; assai poco i parenti, per non ridestare affetti ancora vivi nel suo cuore. Le vie, le case, le chiese della sua patria gli richiamavano un passato che egli voleva allontanare dalla sua mente. Ma neppure i suoi concittadini fecero gran plauso al suo predicare; giacchè noi lo udiamo più tardi lamentarsi che in lui si era verificato l’antico detto: nemo propheta in patria sua.[27] Non avendo alcuno di quei sermoni, potremmo difficilmente indagare la cagione di questa indifferenza de’ suoi uditori; la più probabile congettura però è questa, che egli non volle seguire la via tenuta dagli altri predicatori, i quali si perdevano sui loro pergami negli interminabili sofismi della scolastica, o scendevano a bassezze tali di linguaggio, che ai nostri giorni sarebbero permesse appena nelle bettole.[28] Il Savonarola, d’altronde, ancora non avea potuto ritrovare la sua maniera: rimanea, quindi, troppo incerto per dominare l’uditorio e ricondurlo in un’altra via. Pure, fin d’allora vi era qualche cosa di eloquente ed efficace nella sua parola, come si può cavare dalla narrazione che fanno i biografi di molti aneddoti simili al seguente. — Da Ferrara navigava egli un giorno sul Po verso Mantova, con una piccola nave, in cui si trovavano ancora tredici soldati che giocavano e bestemmiavano, senza rispetto alcuno all’abito nè alla dignità del frate. A questo il Savonarola sdegnato, indirizzò loro la parola; e subito dopo undici di quei soldati caddero in ginocchio ai suoi piedi, pentiti dei loro peccati.[29] — Di certo però, altra cosa è rivolgere efficacemente il discorso a pochi soldati e persuaderli, per così dire, coll’impeto della propria coscienza; altra cosa parlare sul pergamo a un uditorio numeroso e fare un sermone. Nel primo caso basta la natura, che nel Savonarola era fecondissima; nel secondo ci vuole l’arte, che sembrava ancora mancargli.
In quell’anno medesimo (1482), una guerra addensavasi d’ognintorno sopra Ferrara; onde il superiore dei Domenicani mandava altrove buona parte dei suoi frati; ed il Savonarola dovette volgere i passi a Firenze, dando così l’ultimo addio ai parenti, agli amici ed alla sua patria, che vedea per l’ultima volta.
Questa guerra mossa da principio contro il solo duca di Ferrara, s’era a poco a poco sparsa per ogni dove, ed avea diviso in due fazioni quasi tutta Italia. Le cagioni vere che la moveano, erano da una parte la nuova ambizione dei Veneziani, che si volevano stendere sulla terra ferma; da un’altra, lo smodato desiderio che avea il Papa d’accrescere stato ai nipoti. Queste cagioni però si tenevano celate; ed il Papa adducea, volersi vendicare contro il duca, per essersi egli condotto al soldo dei Fiorentini, nella guerra che questi aveano dovuto sostenere contro di lui dopo la mal riuscita congiura dei Pazzi; i Veneziani pigliavano occasione da certe contestazioni di confini, e dalle loro eterne quistioni pel commercio del sale. Il duca di Ferrara si offerì pronto a cedere in tutto, ma non gli valse a nulla: quei due potentati erano omai decisi alla guerra, e si tiravano dietro la repubblica di Genova, ed un gran numero di quei signorotti che dominavano nelle Marche e nelle Romagne. Pigliavano da un altro lato le parti del duca, la repubblica Fiorentina, il re di Napoli e il duca di Milano; a cui si univano il marchese di Mantova, il Bentivoglio signore di Bologna e la potente casa dei Colonna. L’Italia si trovava tutta sulle armi, e non v’era che la repubblica Fiorentina la quale pigliasse parte a queste contese solamente in parole: nel resto s’era già cominciato a guerreggiare. Il duca di Calabria veniva alle mani coi pontificii, comandati da Roberto Malatesta; i Colonna, usciti dai loro feudi, devastavano la campagna Romana; e i Genovesi attaccavano il confine occidentale del ducato di Milano. Ma il nodo principale della guerra era nelle mani dei Veneziani: essi stringevano fortemente Ferrara con due eserciti, mentre un terzo portava la guerra al duca di Milano; e spingevano le cose in modo, che già la fame opprimeva la città di Ferrara, e la sua resistenza non poteva andare più in lungo. Si vedea chiarissimo che, fra poco, il premio di tutta la guerra sarebbe caduto nelle mani dei Veneziani.
Non appena Sisto IV s’avvide come la preda tanto desiderata fosse per fuggirgli di mano, che, quasi cieco per la rabbia, voltò bandiera; e fece un trattato col re di Napoli; concesse al duca di Calabria il passaggio pe’ suoi stati; scomunicò i Veneziani, chiamandoli nemici di Cristo; invitò tutti i potentati d’Italia a portar loro la guerra. Questo subito mutamento poteva sorprendere solo quelli che non conoscevano qual fosse la furiosa natura di Sisto, e ove lo conducesse la sete dell’oro e degli stati. I Veneziani non si lasciarono, è vero, spaventare dal Papa; ma la sua defezione avea mutato tutte le condizioni della guerra. Il duca di Calabria avea già col suo esercito approvvigionato Ferrara, e veniva a disturbare i lavori d’assedio: le cose doveano perciò di nuovo procedere in lungo. I due eserciti si posero l’uno accanto all’altro, senza che si venisse ad alcun fatto risoluto di armi: le campagne erano ogni giorno devastate; moltissimi moriano di fame, niuno di ferro. Con questa incredibile fiacchezza procederono le cose sino all’anno 1484, quando ognuno si trovò stanco d’una guerra egualmente dannosa a tutti. Allora il generale dei Veneziani accettò le proposte d’un trattato di pace; gli eserciti da ogni banda si ritirarono; ed in un punto cessò tutta la guerra, con soddisfazione generale.
Il papa solamente non avea mai lasciato di soffiare nel fuoco da lui acceso: troppo gli era crudele il pensiero di perdere le speranze concepite nella guerra; onde, quando il 12 agosto vennero presentati gli ambasciatori e che gli lessero le condizioni della pace, egli, tutto pieno di furore, levatosi in piedi, gridò: — Voi mi annunziate una pace di onta e di vergogna. — Il giorno seguente la gotta, di cui già da lungo tempo soffriva, gli andò al petto, ed il santo padre moriva pel dolore della pace conclusa.[30]
Questa era, dunque, la guerra che cacciava il Savonarola da Ferrara verso Firenze; ed egli traversava l’alpestre e solitario Appennino per venire in città nuova, fra gente sconosciuta, con l’animo travagliato dal pensiero di vedere che un papa, per accrescere stato a due o tre giovani dissoluti, metteva in tanto disordine tutta Italia: mentre i Turchi erano quasi alle porte, mentre ancora non erano scorsi due anni dalla loro discesa in Otranto. Il vento che sibilava fra quegli abeti e faggi, pareva quasi sonasse maledizione contro coloro che laceravano il manto alla sposa di Cristo; e forse gli portava di nuovo alle orecchie quel suo troppo audace verso:
Se romper si potria quelle grandi ale!
Arrivato, dunque, la prima volta a Firenze nel 1482, egli entrò in quel convento di San Marco, ove passò poi gli anni più belli e i più infelici della sua vita. E siccome nella memoria dei posteri il nome del Savonarola va inseparabilmente unito a quello di San Marco, così sarà bene dire anche di questo qualche parola.
Nel principio del secolo XV, esso era una fabbrica miserabile e quasi rovinata; ove abitavano alcuni frati Silvestrini, i quali vi menarono una vita così scandalosa, che molti ne fecero richiamo alla corte di Roma. Finalmente, Cosimo il Vecchio, avutone il permesso dal papa, trasmutò altrove i frati Silvestrini, e concesse il convento ai Domenicani riformati della congregazione Lombarda. Volle rifare dalle fondamenta un nuovo edifizio, dandone l’incarico al celebre architetto Michelozzo Michelozzi; che, dopo sei anni di lavoro ed una spesa di 36,000 fiorini, lo condusse finalmente a termine l’anno 1443. Il vecchio Cosimo non era mai avaro quando si trattava di chiese, di monasteri o d’altre opere che potessero accrescere il nome della sua munificenza, e dargli ascendente sul popolo. Durante i sei anni nei quali si era condotta la costruzione del nuovo convento, egli avea continuamente sovvenuto i Domenicani; ed ora che ogni cosa era stata menata a buon termine, non si teneva ancora contento, se non lo avesse dotato anche d’una ricca biblioteca. Questo però non era nè facile nè di piccola spesa, trattandosi di raccogliere manoscritti, che specialmente allora erano saliti a prezzi esorbitanti: ma la fortuna gli porse una buona occasione, ed egli seppe valersene. Era morto Niccolo Niccoli, il più celebre raccoglitore di manoscritti che si conoscesse in Europa: egli era stato uno dei più dotti uomini del suo tempo; avea consumato un patrimonio ed una vita intera a mettere insieme una collezione di codici che era l’ammirazione di tutta Italia. Nel testamento la lasciava ad uso del pubblico; ma la sua donazione restava inefficace, perchè gravata di moltissimi debiti. Cosimo allora pagò i debiti, e fatta una scelta di alcuni più pregevoli codici, che ritenne per sè, affidò tutto il resto al convento di San Marco. Così venne aperta in Italia la prima biblioteca pubblica; la quale fu tenuta da quei frati sì bene ordinata, che si mostrarono degni veramente del dono ricevuto. San Marco divenne quasi un centro di studi; e, riunendo la sua congregazione tutti i conventi dell’alta Italia, da per ogni dove venivano in Firenze i frati più dotti e crescevano lustro al nuovo convento, ove assai spesso gli uomini più reputati di quel tempo erano a conversare coi frati. In quegli anni medesimi, Fra Giovanni da Fiesole, più noto col nome di Beato Angelico, venne con profusa mano a spandere su quelle mura gl’impareggiabili tesori del suo pennello. Ma tutte queste glorie venivano di gran lunga avanzate dall’avere quei frati avuto per padre e fondatore religioso un santo conosciuto col nome di Antonino, uno di quei caratteri che onorano veramente la specie umana.
Difficilmente si trovano nella storia esempi di abnegazione più costante, di carità più attiva, d’un amore del prossimo più evangelico. Non v’è quasi istituzione di beneficenza che egli non abbia o creata o rinnovata in Firenze. A lui si deve il santo pensiero di aver mutato in una istituzione di carità, quella compagnia del Bigallo fondata da San Pietro Martire a sterminio degli eretici, e che di tanto sangue avea macchiato le vie e le mura fiorentine. D’allora in poi i capitani del Bigallo, in luogo di bruciare o ferire a morte, raccolgono e soccorrono gli orfani vagabondi. Sant’Antonino fu il fondatore dei Buoni Uomini di San Martino, che ancora oggi adempiono il cristiano ufficio di raccogliere le oblazioni e portarle alle case dei poveri vergognosi. Sarebbe veramente impossibile raccontare tutto ciò che egli fece in benefizio del popolo; ma al tempo di cui noi discorriamo, molti rammentavano ancora averlo visto le mille volte percorrere la città o la campagna, conducendo un somiero carico di pane, di panni o di altro, per soccorrere gli abituri dei poveri che la peste o la carestia avea desolati. La sua morte, avvenuta l’anno 1459, fu pianta in Firenze come una sventura pubblica; e quando nell’82 il Savonarola entrò in San Marco, ne trovò la memoria così viva e venerata da tutti, che quasi pareva la sua ombra passeggiasse ancora quei chiostri. Niuno pronunziava il suo nome senza un profondo rispetto; i suoi detti tenevano un’autorità incontrastabile; e quando i frati volevano citare un modello di virtù cristiana, pareva non sapessero trovare altro nome che quello di Sant’Antonino.[31]
In quei primi giorni, perciò, il Savonarola sembrava quasi inebriato di tutto ciò che vedea. L’amena campagna, le linee vaghe dei colli toscani, il linguaggio sempre più elegante, le maniere sempre più gentili degli abitanti, a misura che s’era avvicinato a Firenze; tutto lo avea predisposto a bearsi in questo veramente fiore delle città italiane, ove la natura e l’arte gareggiano di bellezza. Pel suo animo così pieno di sentimento religioso, l’arte fiorentina era come una musica sacra, e attestava l’onnipotenza dei genio ispirato dalla fede. Le pitture dell’Angelico, gli parea quasi che avessero chiamato gli Angeli ad abitare i chiostri di San Marco: innanzi ad esse il Savonarola era portato in un mondo beato, che parevagli il mondo della sua anima. Quelle sante tradizioni di Sant’Antonino; le sue opere di carità vive ancora e tanto lodate tra quei frati, più culti e gentili di quanti avea sino allora conosciuti; tutto gli faceva sperare d’essere finalmente venuto in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore si apriva quindi perdutamente alla speranza, e non rammentava più i tristi disinganni provati, nè pensava doverne avere dei nuovi, quando fosse restato ancora qualche tempo in Firenze, quando ne avesse imparato a conoscere gli abitanti più da vicino.
CAPITOLO TERZO. Lorenzo il Magnifico[32] e i Fiorentini del suo tempo.
Quando il Savonarola venne a Firenze, dominava già da più anni Lorenzo il Magnifico, ed era nell’auge del suo nome e della sua potenza. Sotto il suo governo, ogni cosa avea preso apparenza prospera e felice: cessati da lungo tempo quei partiti che d’ora in ora aveano sollevato la città; imprigionati, esiliati o spenti coloro che non s’erano voluti piegare alla dominazione Medicea, la calma e la tranquillità erano per tutto. Le feste, le danze, le giostre tenevano occupato continuamente quel popolo fiorentino che, una volta così geloso de’ suoi diritti, sembrava che ora avesse dimenticato il nome stesso della libertà.
Lorenzo era sempre mescolato in questi sollazzi; ne ricercava, ne inventava ogni giorno dei nuovi. Ma fra tutte le sue invenzioni, la più celebre fu quella dei Canti Carnascialeschi, da lui per la prima volta composti, e destinati a cantarsi nelle mascherate del carnevale, quando la nobile gioventù, travestita a rappresentare ora il trionfo della morte, ora una schiera di diavoli, ora un’altra simile bizzarria, percorreva schiamazzando la città. La lettura di questi canti ci può dipingere la corruzione di quei tempi, assai meglio d’ogni altra descrizione. Oggi non la nobile gioventù, ma l’ultima plebe li avrebbe a sdegno; e l’andarli cantando per la città sarebbe considerato un’offesa al pubblico decoro, nè resterebbe impunito. Allora essi erano la prediletta occupazione d’un principe lodato per tutto il mondo, e tenuto come il modello d’ogni sovrano, un prodigio d’accortezza, un genio politico e letterario. E quale i più lo dicevano allora, tale molti vorrebbero giudicarlo oggi. Gli si perdona il sangue sparso per mantenere un dominio ingiustamente acquistato da lui e dai suoi; il disordine che mise nella repubblica; il rubare che fece gli averi del comune per sopperire alle sue strabocchevoli spese; la invereconda libidine,[33] a cui, malgrado una salute cagionevole e mal ferma, abbandonavasi perdutamente; ed anche quella rapida ed infernale corruzione del popolo, alla quale studiò di continuo con tutte le forze e la capacità del suo animo: e tutto ciò gli si perdona per essere stato protettore delle lettere e delle arti belle!
Nella condizione sociale di Firenze a quel tempo, eravi invero un contrasto assai singolare. La cultura si era universalmente diffusa; tutti conoscevano il latino ed il greco, tutti ammiravano i classici; moltissime donne eran note per la eleganza dei loro versi greci e latini. La pittura e le arti belle, dopo i tempi di Giotto decadute, aveano ripreso una nuova vita; e per tutto si vedevano sorgere palazzi, chiese, edifizi pieni d’eleganza. Ma artisti, letterati, politici, signori e plebe, eran tutti d’animo corrotto, privi d’ogni virtù pubblica o privata, di ogni sentimento morale. La religione o era strumento di governo o bassa ipocrisia; non aveano fede nè civile, nè religiosa, nè morale, nè filosofica; neppure il dubbio pigliava forza nei loro animi. Dominava una fredda indifferenza per ogni principio; e nei loro volti pieni d’accortezza, pieni d’acume e di sottile intelligenza, appariva un freddo sorriso di superiorità e di compassione, ogni volta che vedevano sorgere qualche entusiasmo per le idee nobili e generose. Non le combattevano nè le mettevano in dubbio, come avrebbe fatto un filosofo scettico, ma le compativano; e questa loro forza d’inerzia opponeva alla virtù un ostacolo assai maggiore che non avrebbe fatto una guerra dichiarata ed aperta.
Un tale stato morale doveva, di necessità, agire potentemente sulla cultura intellettuale. La filosofia, infatti, erasi ridotta ad erudizione; era caduta quella scolastica contro cui s’è tanto declamato, ma che pure ebbe una gioventù, una vita, un ardore, che invano cerchiamo negli scritti del secolo XV. Le lettere o erano filologia o imitazione di Virgilio, d’Omero, di Pindaro e via discorrendo. Sin dalla morte del Boccaccio, Franco Sacchetti piangeva ne’ suoi versi, pieni di semplicità e di candore, la decadenza delle lettere; e ciò che maggiormente lo affliggeva, non era (egli dice) la perdita di quei sommi ingegni, ma il non esservi speranza che alcuno sorgesse simile a loro, il non trovarsi più chi sapesse almeno comprenderli.[34] E se egli fosse vissuto ai tempi di cui ora parliamo, avrebbe avuto ben più alta cagione di pianto: avrebbe udito coloro che dichiaravano la lingua italiana incapace di esprimere gli alti concetti; avrebbe udito coloro che giudicavano la Divina Commedia inferiore alle Ballate ed ai Canti Carnascialeschi di Lorenzo dei Medici![35] Le arti belle, che sono ultime a risentirsi delle sventure morali e politiche di un popolo, perdettero anch’esse quegli arditi ed universali concetti coi quali Giotto, l’Orgagna e tanti altri aveano ornato i monumenti d’Italia. E certo, nè il Duomo nè il Palazzo Vecchio avrebbero in quel secolo potuto trovare un altro Arnolfo, che sapesse infondere nelle loro mura tanto spirito di libertà e d’indipendenza.
Ma fra questi danni, avea pure la caduta libertà recato un solo vantaggio alle lettere ed alle arti. Chiuse le vie ad ogni attività politica, ad ogni civile ambizione, ad ogni virtù pubblica; decaduto quel commercio e quelle industrie con cui s’erano raccolte fortune così straordinarie; le forze che restavano ancora vive, si rivolsero tutte allo studio delle arti e delle lettere. E così, sebbene non si trovassero più di quegli altissimi ingegni fioriti nel tempo della repubblica, si aveva almeno un moto universale di studi, una moltitudine avida d’imparar nuove lingue, di produr nuovi libri e nuovi quadri; e tanto più ingordamente avida, in quanto che non sapea degli studi farsi scala a fini più alti. La città aveva infatti l’apparenza d’una grande scuola; la passione che dominava ognuno era quella di raccogliere codici e statue antiche; tutte le discussioni erano grammaticali, filologiche o erudite. I Greci che per la caduta di Costantinopoli riparavano in Occidente, venivano in Firenze accolti con entusiasmo; ed essi, colle loro lezioni, colla loro dottrina, accendevano sempre più la passione verso gli antichi; il desiderio di conoscere la Grecia, di ricercare i suoi conventi, i suoi tempii; di scavare il terreno per trovarvi gli antichi frammenti. E si facevano delle spedizioni in Oriente; donde, dopo aver corso non pochi disagi e pericoli, dopo avere spesso consumato patrimoni non piccoli, si tornava carichi di tesori più o meno preziosi. Sono note nella storia le ricerche fortunate che Poggio Bracciolini fece in quasi tutte le città d’Europa; i viaggi in Oriente di Guarino Veronese, a cui un naufragio rapì in poche ore il frutto di tante fatiche, e fece pel dolore incanutire i capelli; quelli di Giovanni Aurispa, il quale tornò a Venezia con 238 manoscritti, avendo però consumato ogni suo avere, onde nell’estrema vecchiezza si trovò ricco di gloria, ma poverissimo d’ogni bene di fortuna; quelli di Francesco Filelfo e di tanti altri, che si partivano allora per visitare le classiche terre della Grecia. Ogni volta che uno di costoro ritornava in Italia, ma specialmente in Firenze, il suo arrivo era una pubblica festa, un trionfo. Gli andavano incontro i primi del paese; il principe lo accoglieva con grandi onori; le sue scoperte venivano celebrate in iscritto, e le lettere dei privati amici non parlavano d’altro. Cominciavano poi le discussioni sull’autenticità e la interpretazione dei codici; si accendevano le quistioni filologiche o grammaticali, e le ire non aveano allora più limiti: si laceravano quei dotti nella fama, nell’onore, con tutti i modi più violenti. E questa poteva dirsi l’unica libertà lasciata ai Fiorentini.
Le belle arti furono più fortunate: gli artisti si abbandonavano alla vita gaia del tempo, godevano, sollazzavano e lavoravano colla stessa spensieratezza. Il costume divenuto universale di proteggere le arti, faceva sì che per tutta Italia i ricchi, i signori, le chiese ed i conventi volevano le loro opere, ed essi erano invitati e bene accolti dovunque; onde, beati di questa vita, lavoravano e godevano. Perderono molto nell’altezza ed universalità dei concetti; guadagnarono però infinitamente nella imitazione del vero, nel disegno, e nel meccanismo dei colori: si trovò allora la pittura ad olio, che segnò un nuovo periodo nella storia dell’arte. La scultura e l’architettura, in cui la materia piglia una parte maggiore assai che nella pittura, fecero anche dei grandi progressi, sia coll’aiuto delle statue o monumenti greci e romani, sia per le mille difficoltà che la pratica insegnò a superare: talchè i nomi del Donatello, del Ghiberti, del Brunellesco, restarono immortali. L’arte raggiunse certamente in quel tempo una finezza, che nel passato non avea avuta, e nel secolo dipoi perdette.
Ma i fatti da noi qui sopra descritti, ebbero la più parte luogo prima che la dominazione dei Medici si fosse stabilita, e furono affatto indipendenti dai loro aiuti. L’amore per gli studi classici si era diffuso fin dai tempi del Boccaccio, ed era andato di poi sempre crescendo: nei viaggi e nelle ricerche sopra accennate, privati cittadini aveano consumato private fortune, senza speranza di aver compenso d’altro che di gloria. Quanto agli artisti, essi eran quasi tutti fioriti nel principio del secolo, come Brunellesco (1337-1446), Ghiberti (1381-1455), Donatello (1386-1468), Masaccio (1402-1443); e le loro più grandi opere furon fatte senza protezione nè consiglio dei Medici.[36] La cupola del Brunellesco venne ordinata, per consiglio dei cittadini liberamente adunati nel Duomo, l’anno 1407. Le porte del Ghiberti furono cominciate l’anno 1400, e la enorme somma di 30,798 fiorini fu pagata tutta dall’arte dei doratori. La cappella del Carmine, in cui lavorò Masaccio ed altri celebri artisti, fu fatta a spese di privati cittadini; e le pitture del Beato Angelico furon dipinte per amore dell’arte e per sentimento religioso, assai spesso senza volerne accettar compenso di sorta.
I Medici, adunque, non crearono uno stato di cose che non era in forza umana il creare; ma questo fu la conseguenza inevitabile delle vicissitudini per tanti secoli corse dalla repubblica; del generale rovescio di ogni libertà, che allora aveva luogo in tutta Italia. Essi lo trovarono già apparecchiato; ebbero però la rara accortezza di saperne profittare e, secondandolo, volgerlo a loro profitto. E se mai vi fu uomo che potesse dirsi nato a ciò, questi fu certamente Lorenzo il Magnifico. Egli aveva ereditato da Cosimo tutta quella sottile astuzia, per la quale, senza essere un grande uomo di stato, era prontissimo nei sottili ritrovati, pieno di prudenza e d’acume, abile nel trattare cogli ambasciatori, abilissimo nello spegnere i suoi nemici, ardito e crudele quando gli pareva che l’opportunità lo permettesse. Non avea rispetto nè a fede, nè ad onestà, nè a condizione alcuna di cittadini: andava direttamente al suo fine, senza riguardi umani nè divini. Il crudele sacco della infelicissima città di Volterra; i danari presi dal Monte delle fanciulle, per cui moltissime, rimaste senza dote, si dierono alla pessima vita; la disonesta avidità con cui pose le mani negli averi del comune, sono macchie che neppure i suoi più caldi adulatori poterono cancellare.[37] Il suo volto dipingea veramente tutto il suo carattere: avea qualche cosa di sinistro e spiacevole; un colore olivastro, una bocca assai grande, il naso schiacciato e la voce nasale; ma il suo occhio era vivo e penetrante, la fronte alta, le sue maniere aveano quanto di più gentile può immaginarsi in un secolo culto ed elegante come quello; il suo conversare era pieno di vivacità, d’ingegno e di dottrina; coloro che erano ammessi alla sua familiarità, restavano sempre di lui innamorati. Egli secondò il secolo in tutte le sue tendenze: di corrotto che era, lo fece corrottissimo, spingendolo a ciò per tutte le vie: abbandonossi ai piaceri, e vi fece perdutamente abbandonare il suo popolo, per ubbriacarvelo ed addormentarvelo. Infatti Firenze era al suo tempo divenuta un’orgia di piaceri e dì feste.
Lorenzo però avea per la poesia e le arti un gusto assai squisito. Abbandonato e mandato a male tutto il commercio della sua casa, dètte le ore d’ozio alle lettere, nelle quali era stato educato dagli uomini più dotti del suo tempo: il Landino eragli stato maestro nella poesia, l’Argiropulo nella filosofia aristotelica, ed il Ficino nella platonica. Fin dai primi anni avea mostrato un’intelligenza degna del culto delle muse, una grande facilità di comprendere, una precisione nell’esprimersi ed una fantasia assai vivace; messosi poi a proteggere i dotti e gli artisti, la sua casa era divenuta il ricovero degl’ingegni più chiari del suo tempo: ogni uomo di riputazione nelle lettere, che si trovasse in Firenze, faceva capo a lui; molti venivano d’altre parti d’Italia per vivere in quel cerchio fiorito di dotti. E sia nelle radunanze tenute in sua casa, sia nella famosa Accademia Platonica, il suo ingegno brillava in quella eletta schiera, da cui la sua cultura letteraria ricevea non piccolo profitto. Così Lorenzo andò lodato fra gli scrittori del suo tempo, e le sue opere allora portate a cielo, neppure oggi restano senza fama. Le sue poesie volgari, e specialmente la favola dell’Ambra, hanno una certa naturalezza e disinvoltura, una spontanea eleganza, un’osservazione ed un sentimento della natura, che a quei tempi non erano comuni. Spesso vi è troppo chiara l’imitazione delle ottave del Poliziano; ma anche allora non si possono negare a Lorenzo le rare doti del suo ingegno. Egli era proprio l’uomo di quel secolo: nella intelligenza venivano ristrette tutte le qualità del suo spirito; le sue maniere medesime erano in lui conseguenza di cultura intellettuale, e non di gentilezza d’animo; la protezione ai dotti era consiglio di governo, o desiderio di passar lietamente il tempo. — Singolare vita fu veramente quella di Lorenzo! Dopo essersi adoperato, con tutta la forza della sua volontà e della sua mente, a distruggere con qualche nuova legge, qualche ultimo avanzo di libertà; dopo aver fatto decidere qualche nuova confisca o condanna di morte;[38] egli entrava nell’Accademia Platonica, e disputava con calore sulla virtù e sulla immortalità dell’anima; di là usciva, e mescolandosi colla gioventù di perduti costumi, cantava i suoi Canti Carnascialeschi, abbandonavasi al vino ed alle donne; ritornava a casa, ed alla sua tavola, insieme col Pulci e col Poliziano, recitavano versi, discorrevano di poesia: ed in tutte queste occupazioni egli vi si recava tanto intero, che ciascuna di esse pareva esser l’unica della sua vita. Ma più singolare di tutto si è, che in tanta varietà di vita, non si trovi a citare un atto solo che sia veramente di virtù generosa verso il suo popolo, o i suoi familiari, o i suoi parenti: e sì, che ove mai vi fosse stato, non lo avrebbero i suoi infaticabili lodatori dimenticato. Segno in lui d’animo tristo, ma di tempi ancora tristissimi; perchè se mai la virtù e la giustizia fossero state in quel secolo, tenute nel grado che si dovea, egli non era uomo da non istudiarsi, con qualche apparenza teatrale, d’averne almeno il nome.
Intorno a Lorenzo dei Medici si vedeano sempre due uomini i quali godevano allora una grandissima fama in tutta l’Europa, e tramandarono dipoi i loro nomi alla posterità. L’uno di essi era Angelo Poliziano; il dotto di più vasta erudizione letteraria in quel secolo eruditissimo, ed il solo che avesse nell’anima una vena ingenua di poesia. A 13 anni aveva scritto bellissimi epigrammi latini, a 17 ne aveva scritto degli altri in greco; e si vuole che di poco avanzasse i 18 anni, quando compose quelle stupende ottave sulla giostra di Lorenzo e Giuliano, che lo resero il primo poeta del secolo e fecero il suo nome immortale. Per esse egli acquistò il favore di Lorenzo, ne divenne segretario privato, bibliotecario, educatore de’ suoi figli, e visse sempre nella sua medesima casa. Ma in questa nuova e più agiata condizione, parve che s’estinguesse in lui la sacra fiamma della poesia: l’erudizione soltanto andò sempre crescendo, e divenne col tempo straordinaria. Lorenzo ricevè non poco vantaggio dai servigi e dal conversare d’un uomo di sì vasta dottrina, ma la fama del Poliziano ne soffrì grandemente; e forse a questa sua troppo intima familiarità col Magnifico, si deve attribuir l’insistenza colla quale i posteri hanno voluto accusarlo di vizi così osceni, che la storia sdegna di rammentare. L’altro amico intimo di Lorenzo fu messer Luigi Pulci; giovane di nobile famiglia, fratello di due poeti, dei quali fece quasi dimenticare il nome col suo famoso Morgante Maggiore: poema pieno di brio, di vivaci e strane fantasie; nel quale alla invocazione della Vergine succede quella di Venere, ed a questa la satira della immortalità dell’anima. E quale era il poema, tale fu l’uomo: spirito bizzarro ed allegro, se mai ve ne fu; scettico pieno d’ironia, amante dei piaceri e dell’ebbrezza dei sensi, anima e corpo con Lorenzo, che accompagnava sempre alle veglie, ai sollazzi leciti o illeciti; ad istanza della cui madre, Clarice Orsini, scrisse il poema, che lesse alla loro tavola; accompagnando la poesia col vino. Oltre di questi amici, Lorenzo passava assai spesso le sue ore in mezzo agli artisti; pigliava parte ai loro piaceri, amava singolarmente le loro strane avventure ed il loro carattere. Non potè già verso di loro usare una protezione uguale a quella di Cosimo, il quale avea speso tesori a fondare chiese e palazzi; ma pure li accoglieva sempre con lieto viso, li soccorreva ed aiutava in tutti quei modi che un principe come lui poteva. E se egli non avesse fatto per le arti altro che fondare il giardino di San Marco, sarebbe già degno di grandissima lode. Ivi raccolse tutte le statue o frammenti antichi che gli riuscì d’avere, tutti i disegni dei più valenti artisti; e lo aperse ad ogni giovane di qualche speranza. Ivi segnò le prime linee Michelangiolo Buonarroti, quando ancora giovinetto, povero e da pochi conosciuto, trovò quella ospitalità che tanto onore fece a Lorenzo.[39]
Ma noi abbiamo fino ad ora taciuto di un uomo che più d’ogni altro poteva dirsi creatura dei Medici. Questi fu Marsilio Ficino, amico e maestro di Lorenzo, capo di quell’Accademia Platonica le cui idee si sparsero allora per tutto il mondo; e modificarono in modo quelle del Savonarola, che noi crediamo doverne tenere più minuto discorso nel capitolo seguente.
CAPITOLO QUARTO. Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica.
Il Concilio che si tenne a Firenze l’anno 1439, per riunire le due Chiese greca e latina, non riuscì di alcun giovamento alla religione; ma profittò invece assai alle lettere. L’imperatore mandò a rappresentare la Chiesa orientale uomini di molta dottrina, i quali parlando la medesima lingua di Platone e d’Aristotele, oggetto allora di tanto studio e di tanta ammirazione, venivano dappertutto circondati, riveriti e quasi corteggiati.
Eravi fra costoro l’aristotelico Teodoro Gaza, eravi il Bessarione, convertito più tardi al cattolicismo; ma fra tutti splendeva il nome di Giorgio Gemisto, di cui la posterità assai ingiustamente ha quasi dimenticato la fama, sebbene fosse in quel tempo tenuto, fra tutti i greci, il filosofo più valente. Egli sembrava essere davvero vissuto cogli antichi: i suoi scritti erano tali, che anche i più consumati filologi duravano fatica a non confonderli con quelli dei più bei tempi della Grecia;[40] la sua ammirazione e la sua profonda conoscenza di Platone gli fecero dare il nome di Giorgio Gemisto Pletone. Tanta era la sua passione per gli antichi, che parlando assai spesso dell’approssimarsi d’una riforma religiosa, nella quale un solo predicatore avrebbe predicata una sola dottrina a tutto il genere umano e sarebbe sparita ogni differenza di culto, si vedea dalle sue parole che egli sperava nel ripristinamento degli Dei pagani. L’opera in cui espresse queste idee, andò dopo la morte dai suoi nemici bruciata; ma tali erano i tempi che, sebbene egli ne parlasse liberamente, venne pure scelto a sostenere i diritti della Chiesa greca nel concilio di Firenze. Dappertutto egli trovava una grande accoglienza: la gravità dei suoi modi, la vastità della dottrina, l’eleganza degli scritti, il parlare quasi il linguaggio stesso di Platone, gli davano un’autorità non contrastata da alcuno. Le sue platoniche convinzioni dovettero però essere assai poco soddisfatte in Firenze, ove allora si leggeva con uguale avidità Aristotele e Platone, senza notare e senza quasi discernere alcuna differenza fra loro. Dopo avere studiato per sì lungo tempo la filosofia Aristotelica sui commentatori arabi, gl’Italiani ebbero nel secolo XV, per la prima volta, fra le mani le opere originali d’Aristotele, insieme con quelle di Platone. Essi passavano perciò dall’uno all’altro filosofo, senza fare ancora alcuna distinzione: le difficoltà dell’interpetrazione e della lingua tenevano occupata la mente dei dotti; l’erudizione filosofica ancora non era cominciata; tutte le discussioni versavano sopra soggetti di grammatica o di filologia.[41]
Gemisto ad un tratto portò la quistione nel campo filosofico, col suo opuscolo De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiâ;[42] nel quale paragonando con molto acume e penetrazione le due filosofie, dava su tutti i punti la preferenza a Platone. Si accese allora una gran lite fra i Greci, che si tirarono dietro gl’Italiani; e sorsero così i due partiti degli Aristotelici e dei Platonici, che si attaccarono con una violenza non credibile ai giorni nostri. Giorgio Scolario[43] e Teodoro. Gaza, ambedue greci ed aristotelici, furono primi a rispondere con violenza contro l’opuscolo di Gemisto: prese dipoi la penna il Bessarione, che era suo discepolo, e difese il maestro in una lettera anonima, nella quale cercava rimettere la quistione in termini più civili. Ma, per mala sorte, si lasciò sfuggire che egli stimava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio,[44] altro greco che trovavasi allora in Firenze. Questi era un uomo di carattere violento e presontuoso, di modi rotti, facile a prender briga con tutti. Entrò subito nella lite con una tal violenza,[45] che fece maravigliare ognuno: era aristotelico, ma attaccò platonici ed aristotelici col medesimo furore; li chiamò non philosophos sed philotenebras; aggiunse villanie e scurrilità d’ogni sorte; finalmente non contento di avere oltraggiato i vivi, si volse contro i morti. Platone, secondo lui, s’era abbandonato a tutti i vizi, dato alla gola, alla libidine, ad ogni crapula; era uomo senza fede, senza dignità, senza onore, e così via discorrendo. Un linguaggio a tal segno privo di decoro, di convenienza e di verità, dovea naturalmente disgustare tutti gli uomini onesti; ed infatti il Trapezunzio fu abbandonato e disapprovato da ognuno. Nè per questo egli fece senno; ma continuando sempre nello stesso tenore, passò infelicemente gli ultimi anni della sua vita, senza neppure trovar compatimento.
Il Bessarione avea intanto lavorato ad una grande opera, In calumniatorem Platonis,[46] che diede finalmente alla luce quando più fervea la lite. Dopo aver vittoriosamente difesa la memoria di quel filosofo, veniva a dimostrare che la sua discordanza da Aristotele non era nè così grande nè così profonda, come molti volevano far credere. L’Aristotele ellenico,[47] egli concludeva, può e deve mettersi in accordo con Platone: questo hanno fatto gli Alessandrini; questo possono e debbono fare gl’Italiani nel secolo XV. Così fu rimesso un poco di ordine e di civiltà nella discussione, e finalmente trionfò in Firenze quella filosofia, che sebbene abbia sempre portato il nome di platonica, non fu che neo-platonica o alessandrina. La sua tradizione si era tenuta sempre viva in Grecia, ed ora gli ultimi sostenitori venivano a trapiantarla in Italia.
Ma più di tutto fu notevole in quella battaglia filosofica, il punto in cui tutta la quistione s’era ristretta. Platone ed Aristotele, aveva detto Gemisto, convengono ambedue che la natura opera ad un fine determinato; ma Platone sostiene che la natura opera con consiglio (consulto agit); che in essa, cioè, v’è uno spirito, una essenza che si rende ragione del fine a cui cammina: mentre Aristotele la paragona ad un operaio, che, appresa una volta la sua arte, lavora poi istintivamente (non consulto), sebbene vada sempre al fine determinato. E qui, Gemisto notava la grande superiorità del concetto platonico: la natura, egli diceva, è l’arte di Dio, superiore di gran lunga a quella dell’uomo; in essa la mano ed il consiglio divino son sempre presenti; e se l’uomo può qualche volta operare per abito, Iddio opera solo e sempre per suprema ragione. Una tal quistione, sebbene espressa in una forma arida e confusa, era pure nel fondo gravississima. Trattavasi di determinare se nella natura opera la ragione o il caso; se essa è la manifestazione di uno spirito divino ed universale che anima e regola il mondo, o l’effetto cieco delle leggi che governano la materia. L’avere il Pletone, nel secolo XV, saputo non solo portare d’un tratto l’erudizione italiana nel campo della filosofia, ma anche fermarla sopra una quistione di vitale importanza, fu in lui prova d’una grande penetrazione filosofica. Nè fu meno notevole che quegli eruditi ne comprendessero così presto il valore, e si disputassero con tanto ardore il terreno.[48]
Quando Gemisto vide l’ardore con cui il Bessarione sosteneva le idee platoniche e conobbe che esse trionfavano in Firenze, si astenne da ogni discussione, e cercò invece un modo più efficace a diffonderle durevolmente. Egli avea un’arte singolare d’infondere negli altri quell’ammirazione e quasi culto che avea per Platone: avvicinossi perciò a Cosimo dei Medici, e dopo lunghi ragionamenti, che furono uditi con molta attenzione, riuscì ad infondere entusiasmo anche nell’animo di quel principe. Quando lo vide acceso di quelle idee, procedette ancora più oltre, e gli comunicò il pensiero che avea di ripristinare in Firenze quell’antica Accademia, che tanto onore avea portato alla Grecia e tanto utile alla filosofia platonica.[49] L’idea piacque a Cosimo, che subito se ne impadronì, e adoperossi a metterla in atto. Tale fu l’origine di quella famosa Accademia Platonica, che ebbe tanta parte nei destini della filosofia di tutto quel secolo.
Assicurato in questo modo il trionfo della sua dottrina, Gemisto se ne tornò nel Peloponneso sua patria, a passare tranquillamente i pochi anni che gli avanzavano di vita. Ma i suoi nemici non lo lasciarono in pace; giacchè quello stesso Scolario che era stato dei primi a combatterlo in Firenze, fatto ora patriarca di Costantinopoli, continuò più fieramente la guerra. Lo perseguitò in vita colle accuse di eretico e miscredente; dopo la morte cercò ogni modo di macchiarne la fama, e bruciò parecchie delle sue opere, che andarono perciò inevitabilmente perdute.[50] Pletone lasciò nondimeno in Italia un gran nome e tanto amore di sè, che nel 1471, venti anni dopo la sua morte, le ceneri di lui furono mandate a richiedere da Pandolfo Malatesta signore di Rimini, il quale fattele portare in quella città, dette loro onorevole sepoltura. Il decadere fra noi degli studi greci ha fatto dipoi assai ingiustamente dimenticare la fama di questo filosofo; ma chiunque legge la storia di quel tempo, vi troverà sempre che egli fu il vero iniziatore della filosofia platonica in Italia, e però uno degli uomini più benemeriti della nostra patria.[51]
Quando egli fu partito d’Italia, Cosimo s’avvide che l’Accademia Platonica non fioriva, per mancanza d’un uomo che ne pigliasse la direzione e ne fosse la forza animatrice. I suoi sguardi si volsero allora ad un giovane che dava già maravigliose speranze di sè. Questi era Marsilio Ficino, figlio del suo medico, nato l’anno 1433, e da lui protetto d’aiuti ed incoraggiamenti efficacissimi, senza i quali non avrebbe potuto studiare la filosofia. Egli s’era immerso avidamente nello studio di Platone, e in età giovanissima avea scritto intorno a quella filosofia opere voluminose.[52] Avanzatosi poi nello studio del greco, si dètte a commentarne più diligentemente e tradurne ogni scritto, apparecchiando quella traduzione che anche oggi, dopo tanti progressi della filologia greca, è la migliore che abbia l’Italia. Il suo culto per quell’antico filosofo andò crescendo in maniera, da far credere che egli, canonico di San Lorenzo e ripristinatore della filosofia cristiana, tenesse accesa una lampada innanzi al busto di Platone. S’andò più oltre allargando nello studio di tutta l’antichità, e non incontrò nome d’antico filosofo di cui non cercasse avidamente le opere. Leggeva con ardore instancabile aristotelici, platonici, alessandrini; cercava frammenti di Confucio e Zoroastro; studiava la Genesi; passava da un’età ad un’altra, da un sistema ad un altro, senza quasi avvedersene: bastava essere antico per aver la sua ammirazione. Un tempo s’era giurato sopra Aristotele, ora si giurava sopra tutta l’antichità. Era certo un gran passo; ed infatti, già nella lite dei platonici e degli aristotelici si potea prevedere che il rivolgersi alla ragione sarebbe stato fra poco inevitabile.[53] Ma prima di fare una sì grande conquista, la filosofia avea ancora bisogno di percorrere tutta l’antichità; e solo dopo averla, per così dire, smaltita, poteva acquistare la coscienza della sua indipendenza.
Questa febbre di lettura invase e dominò talmente il Ficino, che la sua testa divenne quasi un dizionario vivo dell’antica filosofia, e le sue opere debbono considerarsi come una grande enciclopedia di tutte le dottrine del suo secolo. Egli conosceva, oltre la filosofia, le scienze naturali e la medicina, a cui suo padre avea voluto nei primi anni indirizzarlo. Tutto ciò non gli avea però dato l’abito dell’esperienza e dell’osservazione: a provare un vero, a lui non bastava la sua ragione, non bastava la natura intera nè la coscienza del genere umano; bisognava assolutamente trovarne riscontro in qualche verso di Platone, o di altro autore antico, fosse pure scettico o materialista.
Un’operetta di poca importanza che il Ficino scrisse Sulla religione cristiana, potrà forse più facilmente d’ogni altra dipingere quella strana mescolanza d’idee ch’erasi formata nella sua mente.[54] Egli vuol provare la verità della dottrina di Cristo, la divinità della sua missione, ed incomincia il discorso così: «La venuta di Cristo è stata più volte profetizzata dalle Sibille: i famosi versi di Virgilio sono noti a tutti. Platone, domandato quanto tempo sarebbero i precetti della sua filosofia durati, rispose: — insino a tanto che non verrà Colui che aprirà la fonte d’ogni vero; — e Porfirio dice nei suoi responsi: — gl’Iddii pronunziarono Cristo sommamente pio e religioso, ed affermarono ch’era immortale, molto benignamente testificando di lui. — » E su questi argomenti riposa principalmente tutta l’opera. A provare la verità della religione cristiana, v’era dunque bisogno delle Sibille, di Virgilio, di Platone; v’era, bisogno che Porfirio ci assicurasse, avere gli Dei benignamente testificato di Gesù Cristo! Tale era la mente e tali gli studi di Marsilio Ficino. Quella universale ammirazione destata in tutta Europa allo scoprirsi degli antichi tesori, si era in lui personificata ed avea in modo soggiogata la sua mente, ch’egli era divenuto incapace d’ogni slancio di libero pensiero. Confessava ingenuamente ai suoi amici, che quando ebbe la prima idea di scrivere la grande opera della Teologia Platonica, voleva scriverla in senso tutto pagano, e solo dopo una più matura considerazione, s’era indotto a renderla cristiana.[55]
Questa è l’opera principale del Ficino,[56] quella in cui cercò raccogliere tutta la sua dottrina e darle un certo insieme e forma di sistema. Ma chi credesse potervi trovare una vera unità filosofica, andrebbe di gran lunga errato: essa mancava nella mente stessa dell’autore, i cui scritti piglian sempre la forma d’una lunga dissertazione, che una folla d’idee secondarie, accattate da un numero infinito d’autori diversi, viene di tratto in tratto ad interrompere e confondere. Non vi si trova nè unità scientifica nè séguito di ragionamento, e neppure eleganza di forme; cosa che poteva attendersi da chi avea consumato la sua vita sopra gli scrittori greci. Tanto è vero che essa procede solo dalla chiarezza e precisione delle idee, da quello spontaneo e libero svolgersi del pensiero, che nel Ficino era stato soffocato.
Nondimeno, nella storia di tutte le scienze e soprattutto della filosofia, v’è una certa unità, una vita che appartiene più alla scienza stessa che ai suoi cultori, che procede continuamente e si fa strada malgrado le volontà particolari, malgrado gli ostacoli d’ogni sorta. Già la battaglia dei platonici e degli aristotelici avea fermata la filosofia sopra una quistione principale, e intorno ad essa si trovava il Ficino costretto a raccogliere le sue idee, recandovi, quasi senza avvedersene, una qualche unità ed ordine di sistema. — In qual modo opera la natura? — domandavano allora tutti i filosofi; non tanto perchè capissero l’importanza della quistione, quanto perchè essa era stata il soggetto della gran lite. Sebbene platonico, il Ficino avrebbe voluto dar ragione ad ambedue i partiti, o almeno tacersi; ma ciò non gli era possibile; bisognava invece fermarsi a ragionare e discutere il soggetto in tutte le sue parti. Così anche nella Teologia Platonica vi fu un problema fondamentale, intorno al quale si andarono di necessità raccogliendo tutti gli altri.
La natura, egli adunque disse, è animata da un numero infinito di anime; l’acqua, la terra, le piante, gli astri, la luce hanno tutte una terza essenza, o sia un’anima loro particolare. Queste anime sono tutte razionali, immortali, ma inseparabili però dai corpi: esse affaticano eternamente la natura d’una in un’altra trasformazione: per esse l’acqua genera spontaneamente animali, la terra continuamente fiorisce, gli astri si muovono con supremo ordine, e tutta la natura procede con eterna ragione. Ma queste anime, rispondono esse all’idea di Platone o pure alla forma di Aristotele? All’una e all’altra, diceva il Ficino. Per Platone, le cose in tanto esistono, in quanto corrispondono ad un’idea; per Aristotele, in quanto hanno una forma: questi riconosce però in ogni cosa una prima forma generale, che è forma di tutte le altre particolari; essa non differisce in fondo dall’idea platonica, e questa è una cosa stessa coll’anima razionale o la terza essenza. Ecco, adunque, in qual modo il Ficino cerca mettere in armonia Platone ed Aristotele.
Questo infinito numero di anime o terze essenze è diviso in dodici ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco: esse hanno una mutua corrispondenza fra loro, e si specchiano tutte nell’anima dell’uomo, che è quasi il microcosmo della creazione. In conseguenza di ciò, avviene che tutte le anime della natura possono agire su quella dell’uomo, perchè tutte vi trovano riscontro; e in questo modo viene spiegata l’influenza delle stelle. Se la stella Marte in una certa sua posizione può avere influenza sopra un uomo, egli è perchè nell’anima di lui già sono gli spiriti marziali ch’essa chiama in vigore. Se una pietra o un’erba desta in noi una passione e ne spegne un’altra, ciò è perchè l’anima della pietra o dell’erba trova nella nostra la sua corrispondenza o il suo opposto. Così il Ficino colla sua filosofia dava ragione a tutti i pregiudizi del secolo in cui viveva, pregiudizi dai quali non andava esente egli stesso. Attribuiva infatti a Saturno[57] la sua abituale malinconia; andava sempre pieno d’amuleti, che mutava continuamente secondo lo stato del suo animo: e nel suo libro De vitâ cœlitus comparandâ,[58] fece un trattato compiuto su queste influenze degli astri, delle pietre, degli animali; discorse a lungo sulle occulte virtù dell’agata e del topazio, dei denti della vipera, delle unghie del leone, e via discorrendo.
Nè questa era una singolarità del Ficino, ma, come abbiam detto, il carattere di tutto quel secolo, in cui tali credenze cominciavano a pigliare nuovo vigore e divenivano di giorno in giorno più generali. Sia che i Greci le riportassero d’Oriente, sia che gli animi vi fossero singolarmente inclinati per quella universale mancanza che vi era di sicura fede e di sicura scienza; certo è che gli uomini più gravi di quel secolo ne erano dominati; e non avendo la forza ed il coraggio di credere a se stessi, correvano avidamente dietro a questi fantasmi. L’alchimia, l’astrologia divinatrice, tutte le scienze occulte si propagavano di nuovo per le università e per le piazze. La natura intera sembrava piena di forze occulte, di spiriti misteriosi che parlavano ai mortali: un presentimento di strani casi, di grandi mutamenti, di grandissime sventure era comune a tutti gli uomini, ma più specialmente agl’Italiani. Molti parlavano anche di mutazioni e riforme che si apparecchiavano nella religione. Abbiam visto che il Pletone attendeva il trionfo degli antichi Dei; il grave e dotto Landino tirava l’oroscopo della religione, e dalla congiunzione di Giove e Saturno argomentava che il 25 novembre 1484, avrebbe avuto luogo una grande riforma nella religione cristiana.[59] Era un secolo di dubbio e di superstizione, d’indifferenza e di strano esaltamento. Non voleano gl’Italiani difendere la patria, ed affrontavano mille pericoli per ritrovare un codice; dubitavano dell’esistenza di Dio e credevano agli spiriti. Niccolò Macchiavelli, infatti, pensava «che questo aere fosse pieno di spiriti i quali, pietosi ai mortali, li avvertissero con sinistri auguri dei mali che loro soprastavano.[60]» E Francesco Guicciardini più tardi assicurava anch’esso, «che gli spiriti aerei, quelli cioè che dimesticamente parlano agli uomini, esistono; perchè n’ho visto esperienza tale, che mi pare esserne certissimo.»[61] Marsilio Ficino non faceva, dunque, che portare l’antichità a sostegno delle strane credenze di quel secolo; e la filosofia neoplatonica vi si prestava mirabilmente.
Noi dobbiamo, secondo il Ficino, distinguere nell’uomo due anime: l’una è l’anima sensitiva, o la terza essenza del corpo, che è inseparabile da esso, e dopo la morte lo sottopone alle eterne trasformazioni della materia: l’altra è la mente, o sia l’anima intellettiva, che è il soffio divino in lui infuso dal Creatore. Essa costituisce la nostra alta e universale natura, è il microcosmo del creato, risente il contatto di tutte le anime; e però mentre è attirata dalle cure terrene, soggetta alle passioni, piena di dolori e di miserie, si leva anche alla contemplazione delle cose celesti, può vedere oltre il presente, profetizzar l’avvenire e, nell’estasi, giungere alla beata visione di Dio. Questa visione, che fu concessa a Plotino e Porfirio, è la suprema felicità che possiamo sperare in questa terra; è un’immagine di quella beatitudine che ci attende in cielo. Ma che cosa è l’Essere Supremo secondo il Ficino? Esso è l’Unità. Il perfetto per lui e pei neoplatonici non è altro che l’uno; e però Iddio è essenzialmente uno, anzi è l’Unità stessa. Potrebbe anche dirsi che Iddio è la mente; ma allora bisognerebbe aggiungere che in lui la mente è anima e corpo nello stesso tempo. Il Creatore, poi, non poteva degnarsi di venire in contatto colla natura; ed ha perciò circondato il suo trono di angeli, i quali sono creature immortali e intellettive, per cui mezzo ha avuto luogo la creazione di tutte le terze essenze, che sono alla loro cura affidate. Così dal Supremo Essere si diffonde una serie infinita di anime, che vengono le une per mezzo delle altre create e governate. Nell’uomo soltanto il Signore volle infondere il suo divino soffio; volle che egli fosse opera delle sue mani e fatto a similitudine sua. Per questa ragione, conclude il Ficino, v’è nel centro della mente umana un punto, in cui avviene il sublime contatto della creatura col Creatore.[62]
Tale era in sostanza la dottrina del Ficino: una imitazione delle dottrine neoplatoniche; una fusione, per così dire, di tutta l’antichità nella scuola alessandrina; priva di originalità, priva di qualunque unità organica. Malgrado ciò, la scienza ha camminato; ed il Ficino, senza saperlo, ha servito al suo progresso. Quando egli diceva: — Il mare ha una terza essenza sua propria, i fiumi ne hanno un’altra, un’altra ne hanno le pietre, e così via discorrendo; ma v’è una terza essenza più generale, che è l’anima di tutto il nostro pianeta, come in ogni cosa v’è una forma che è forma di tutte le altre; — egli allora, senza punto avvedersene, apriva la via al primo filosofo indipendente ed originale che abbia avuto l’Italia. Che cosa, infatti, fece Giordano Bruno quando, sulle ali d’una nuova filosofia, levò quel volo audace e sublime che tanto dovea essergli fatale? Niente altro che riunire in una sola tutte le anime dei Ficino. — Questa, egli disse, è l’anima del mondo; è mente, anima e corpo nello stesso tempo; è Iddio e natura ad una volta; si manifesta per modi e mondi infiniti; non conosce nè tempo nè misura; in essa si trova l’armonia di tutti i contrari. — Impadronitosi di questa nuova e più alta Unità, in balia di se stesso, abbandonossi alle forze vive del suo ingegno, ruppe le servili tradizioni della scuola platonica, e pieno d’eroico furore si spinse nel libero cielo della scienza, ove il suo astro brilla eternamente. Ma il Bruno non venne che un secolo dipoi, ed il Ficino non sognava di spianar la via ad un ingegno così ardimentoso, che dovea muover guerra a quell’antichità da lui tanto adorata, per amor della quale avea speso tutta la vita.
Oltre i due grandi lavori della traduzione di Platone e della Teologia Platonica, fece Marsilio Ficino un numero infinito di traduzioni degli scrittori alessandrini; trattati, epistole, orazioni; diè pubbliche lezioni nello Studio fiorentino; insegnò a Cosimo, Piero e Lorenzo dei Medici; e fu l’anima della nuova Accademia, la quale sotto di lui cominciò finalmente a fiorire, con grande compiacenza de’ suoi mecenati e con plauso universale.
Quando poi Lorenzo dei Medici venne ad onorarla della sua presenza e s’animò anch’egli in quelle discussioni, v’accorse un numero infinito di dotti, e tutti sollecitarono l’onore d’esservi ammessi. Leggevano i dialoghi di Platone, ed alcuni di essi prendevano le parti dei vari personaggi, le commentavano e difendevano: si facevano lunghe orazioni latine, nelle quali trionfava sempre la vasta dottrina di Marsilio, era applaudito il vario e facile ingegno di Lorenzo. Il 29 di novembre, giorno in cui nacque e morì Platone, e secondo un antico uso solenne fra i platonici, divenne per quell’Accademia fiorentina quasi una festa religiosa. Il busto di quel filosofo, inghirlandato di lauro, messo in luogo eminente, era soggetto di continue apostrofi, di continui inni; ed alcuni andarono così oltre nel loro fanatismo, da proporre che si richiedesse alla corte di Roma la canonizzazione di Platone![63]
Pochi potrebbero immaginarsi l’importanza che acquistò quella riunione di dotti, e l’onore che ne tornò al Ficino, ai Medici ed a Firenze. La città divenne centro degli eruditi italiani; la gioventù studiosa accorreva di Germania, di Francia e di Spagna, per assistere alle pubbliche lezioni del Ficino; i suoi scritti erano letti avidamente in tutta l’Europa; i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi errori e le sue verità, tutto contribuiva a renderlo popolare. Invero, quei dotti e Firenze e l’Italia iniziavano allora una nuova civiltà; per tutto erano cattedre affollate, università fioritissime, un’attività incredibile di studi. La lingua latina, che tutti parlavano; la stampa, che moltiplicava per la prima volta i libri e spargeva in pochi giorni le idee per tutto il mondo; ogni cosa contribuiva a ravvicinare gli uomini, a destare nel genere umano la coscienza della sua unità, ed a far sorgere quel sentimento d’universale fratellanza, che un giorno sarà forse l’ultimo trionfo del Cristianesimo. Quello era infatti il principio della civiltà moderna, e l’Italia fu iniziatrice del gran movimento; divenne scuola e civilizzatrice del mondo; fu maestra a tutte le nazioni d’Europa, che poi la compensarono così amaramente dei benefizi ricevuti. E i dotti, gli eruditi, i servili imitatori degli antichi e lo stesso Lorenzo dei Medici, senza saperlo e senza volerlo, furono anch’essi strumento nella mano di Dio a questa grande opera; lavorarono, loro malgrado, al grande rinnovamento della civiltà moderna, alla conquista della libertà del pensiero!