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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

LIBRO SECONDO. [1494-1495.] (continued 3)

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Cominciarono, adunque, la loro guerra sin dal principio dell’anno 1495; e quando i Venti Accoppiatori, dopo molta discordia, elessero a gonfaloniere messer Filippo Corbizzi, uomo inetto a governare, poco amico del popolo e punto del Savonarola,‍[352] gli Arrabbiati s’accostarono a lui e lo trovarono docile strumento delle loro voglie.‍[353] Un giorno egli fece cosa assai insolita, raccogliendo in Palazzo un consiglio di teologi e maestri in divinità, abbati, priori, canonici di San Lorenzo e del Duomo: vi fu, tra gli altri, invitato anche Marsilio Ficino, il quale, sebbene fosse ammiratore della dottrina del Savonarola, era pure un partigiano dei Medici.‍[354] Non appena costoro si furono radunati, che il gonfaloniere espose come egli voleva muovere accusa contro al Frate, perchè s’impacciava nelle cose di Stato. Nè andò guari, che il Priore di San Marco, ignaro di tutto, entrava accompagnato dal suo fedele Frà Domenico da Pescia; e non aveva appena varcato la soglia, che si vide assalito da quella turba di teologanti, i quali tutti furiosi si scagliarono contro di lui. Più terribile degli altri era un tal domenicano di Santa Maria Novella, il quale aveva nome di gran teologo, e per esser piccolo assai della persona, e pieno d’impeto e di sottigliezza nell’argomentare, veniva chiamato il Garofanino. Costui, pigliando per testo quelle parole dell’Apostolo: Nemo militans Deo, implicat se negotiis sæcularibus, fece un discorso pieno d’invettive contro al Savonarola; il quale, dopo che tutti gli altri ebbero finito, si levò tranquillamente a parlare. Egli disse: «In me si verifica ora quel detto del Signore: Filii matris meæ pugnaverunt contra me; pure, mi duole di vedere che il mio più fiero avversario vesta lo stesso abito di San Domenico. Quell’abito gli doveva rammentare che il nostro fondatore si è impacciato non poco nelle cose di questo mondo; che dal nostro ordine è uscita una moltitudine di religiosi e di Santi che si sono occupati nelle faccende di Stato. Deve la repubblica fiorentina ricordarsi del cardinale Latino, di San Pietro Martire, di Santa Caterina da Siena, di Sant’Antonino, che sono tutti usciti dall’ordine di San Domenico. Non è l’occuparsi delle faccende di questo mondo nel quale Iddio pure ci ha messi, ciò che in un religioso si deve condannare; ma l’occuparsene senza un fine più alto, senza mirare al bene della religione.» Sfidò, quindi, ognuno a citare un solo passo della Bibbia, che condannasse il favorire un governo libero per far meglio trionfare il buon costume e la religione. E concluse col dire: «Assai più facilmente voi troverete che la religione non si deve trattare nei luoghi profani, e che la teologia non si discute in Palazzo.» Quella radunanza di teologanti restò talmente confusa a questo discorso, che niuno seppe rispondervi altro. Se non che, si levò uno tutto adirato, e gridava: — «Orsù, dicci chiaro; le tue parole vengono esse veramente da Dio, o pur no?» — «Ciò ch’io ho detto, l’ho detto in palese,» rispose il Savonarola; «ora non ho altro da aggiungere.» — E così fu sciolto quel singolare consesso.‍[355]

Vinti e confusi in questo modo gli avversarii, il Savonarola continuava la sua predicazione, adoperandosi a conciliare gli animi, a calmare e spegnere le parti. Ora discorreva della pace universale, ora dimostrava i vantaggi del Consiglio maggiore: un giorno, lo troviamo sul pergamo, tutto pieno di entusiasmo, paragonare i vari gradi che ha percorso il governo da lui istituito, alle sette giornate della creazione;‍[356] un altro giorno, egli lo paragona a quello delle gerarchie angeliche.‍[357] — «Continuate questa riforma», egli diceva sempre, «procedete nella via già intrapresa; e voi sarete benedetti dal Signore.» — Nell’ultima predica che fece sopra Aggeo, disse che il Signore voleva dar nuovo capo alla città di Firenze; tenne l’uditorio lungamente sospeso sopra quel discorso, e finalmente concluse: — «Questo nuovo capo è Gesù Cristo; egli vuole essere il vostro re!» — Descrisse poi, che grande felicità sarebbe quella di non avere altro capo, altra guida che Lui, e le grandi prosperità che ne verrebbero a tutti. «Oh Firenze! tu allora sarai ricca di beni temporali e spirituali; tu farai la riforma di Roma, d’Italia e di tutti i paesi; tu spanderai nel mondo le ali della tua grandezza.»‍[358]

In questo modo, fra un indescrivibile entusiasmo del popolo, egli poneva termine a quell’Avvento sopra Aggeo, nel quale la politica e la religione sono così strettamente e così singolarmente mescolate, ch’esso rimane un monumento eterno della storia dei tempi, e delle diverse passioni che agitarono l’anima di quel frate. Egli aveva preso, quell’ultimo giorno, licenza dal popolo, dicendo di volersi riposare: ma poco durava il suo riposo; perchè, nel gennaio 95, lo troviamo di nuovo sul pergamo a fare le prediche sopra i Salmi, continuandole per tutte le feste che precedettero la quaresima. In questo modo, noi abbiamo sette lunghi sermoni i quali, sì per la materia come per la forma, son simili a quelli sopra Aggeo.‍[359] Se non che, vi si scorgono già chiaramente i segni delle discordie cittadine, e di quella lotta che esso cominciava a sostenere cogli Arrabbiati. — «Oh ingrata Firenze, ingrato popolo! Io ho fatto per te quello che non volli fare per i miei fratelli, pei quali mi son sempre ricusato pregar pure una sola volta un principe del mondo. Ed ora quello che io ho fatto per te, mi concita addosso tanta invidia di religiosi e di secolari.»‍[360]

Fra queste prediche sopra i Salmi, merita di essere particolarmente considerata una che fu fatta il giorno 13 gennaio, e si chiamò Predica della Rinnovazione. Il Savonarola, pigliando allora per testo quelle famose parole da lui udite nelle sue visioni: Ecce gladius Domini super terram cito et velociter, esponeva tutte le sue idee intorno alla Rinnovazione. Incominciava col dire che le cose future e contingenti sono note solamente a Dio; onde l’astrologia, che pretende conoscere il futuro per mezzo degli astri, è falsa, perchè contraria alle regole della fede ed ai principii delle scienze. E dopo averla con tali argomenti lungamente combattuta, viene a parlar del lume profetico, «che per divina partecipazione fa conoscere il futuro, senza che per questo giustifichi l’uomo: come se ne può vedere un esempio in Balaam, che fu peccatore e profeta.» Espone i vari modi in cui può essere manifestato il futuro, e viene finalmente alle sue visioni: «Io le ebbi,» egli dice, «fin dalla mia prima giovinezza; ma cominciai a manifestarle solo a Brescia. Di là fui dal Signore mandato a Firenze, che è il cuore d’Italia, perchè così venisse incominciata la riforma di tutta Italia.»

Dopo queste generali premesse, viene a discorrere la necessità del flagello e della rinnovazione. Espone dapprima le ragioni naturali, che sono: l’oppressione degli eletti, l’ostinazione dei peccatori, il desiderio dei buoni, e via discorrendo sino all’ultima, che è l’opinione universale. «Tu lo vedi! ognuno pare che annunzii il flagello e la tribolazione. Tu lo vedi! ad ognuno sembra giusto che venga la punizione di tante nostre iniquità.» Rammenta l’abate Gioacchino, «il quale anch’egli predisse la rinnovazione per questo tempo;» porta innanzi un gran numero di parabole, che servono tutte a dimostrare la grande probabilità del flagello; ripete mille distinzioni sulla diversità delle visioni; racconta, finalmente, le sue. Si restrinse a descrivere principalmente quella della spada che s’avvicina alla terra, e quella delle due diverse croci che vide sorgere sopra Roma e sopra Gerusalemme. — Niuno potrebbe mai dire con quale accento, con che ardore egli descrivesse queste sue immaginazioni; con quanta fede le desse per visioni celesti. Egli ripeteva le parole che aveva udite pronunziare nel cielo da esseri invisibili;‍[361] la sua voce risonava grave e solenne sotto le arcate del tempio, scendeva come una divina manifestazione su quel popolo estatico, che fremeva di terrore, di maraviglia e diletto nello stesso tempo. Tutti gli uomini erano allora eccessivamente vaghi delle cose soprannaturali; l’uditorio e l’oratore si scambiavano, quindi, uno sguardo quasi magnetico, in cui non si potrebbe appieno distinguere chi dominava e chi era dominato: si esaltavano a vicenda, e venivano in uno stato di febbrile eccitamento, che noi non potremmo facilmente nè descrivere nè comprendere.

Ma, nel dimostrare la necessità del flagello, ancora il Savonarola non si fermava a questi argomenti; egli, anzi, riprendeva da capo il soggetto per dimostrarlo colle ragioni cavate dalla Sacra Scrittura. — «Il profeta Daniele ha detto, che l’Anticristo verrà a perseguitare i Cristiani in Gerusalemme: bisogna dunque che i Turchi sieno convertiti. E come potranno essere convertiti, se la Chiesa non si rinnova? San Matteo dice che il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo; ma chi è oggi capace di farlo? Ove sono i buoni predicatori e pastori?» E così procedendo oltre, conchiudeva: «Tu lo vedi, adunque, che la Scrittura e la rivelazione, la ragione naturale ed il consenso universale ti annunziano che il flagello è vicino. O Italia! o principi! o prelati della Chiesa! l’ira di Dio è sopra di voi, e non avete rimedio alcuno se non convertirvi al Signore. O Firenze! o Italia! pei vostri peccati sono venute le avversità. Fate penitenza, mentre che la spada non è fuori della guaina, mentre che essa non è ancora insanguinata: altrimenti, non basterà nè potenza nè sapienza nè forza.... Oramai eccoti le mie ultime parole: io ti ho rivelato ogni cosa con ragioni divine e con umane, ti ho pregato, ti ho supplicato; comandare non li posso, perchè ti sono padre e non signore. Fa tu, o Firenze; a me non resta che pregare il Signore perchè t’illumini.‍[362]»

Questa predica fu subito stampata, e corse tutta Italia, diffusa dagli amici e dai nemici del Savonarola: gli uni volevano far conoscere la sua eloquenza, spargere la sua dottrina; volevano gli altri mostrare la sua audacia, irritare contro di lui i principi italiani ed il papa. Ed essa fu, nelle mani degli Arrabbiati, un assai utile documento per muovere lo sdegno dei Borgia. Riuscirono, infatti, verso la fine di quello stesso mese di gennaio, a far venire da Roma un ordine che imponeva al Savonarola di andare a predicare in Lucca:‍[363] nè v’era cosa che non sperassero di poter fare, con una Signoria amica e col Frate lontano. Questi, onde non muovere scandali, già s’apparecchiava a partire pel tempo ordinato. Faceva, però, altre quattro prediche, nella prima delle quali inculcava al popolo di persistere nella formazione del nuovo governo, raccomandava la carità, la pace e l’unione. Discorreva in un’altra della semplicità e dei buoni costumi; consigliava di levar via ogni cosa superflua per darla ai poveri, incominciando a farlo dai conventi. E quando il governo fosse riuscito ad ottenerne il permesso da Roma, il suo sarebbe stato dei primi. «Io non ho mai trovato evangelo che raccomandi le croci d’oro e le pietre preziose; ho bene trovato: io ebbi sete, e tu non mi desti da bere; io ebbi fame, e tu non mi desti da mangiare. Se voi ottenete il consenso di Roma, io, per me, voglio dare, dal mantello in su, ogni cosa.»‍[364] Nelle due ultime prediche,‍[365] prese commiato dal popolo, dicendo che doveva dar luogo all’ira. «Io debbo andare a Lucca, e di là forse altrove, secondo gli ordini; pregate il Signore che mi aiuti a predicare la sua dottrina. Vi sono molti in questa città, che vorrebbero ammazzarmi; ma sappiate che la mia ora non è anche sonata. Io parto perchè debbo obbedire agli ordini, e non voglio generar scandalo nella nostra città. — Voi, o eletti del Signore, perseverate nella orazione e nella carità; non vi spaventate dei flagelli, non delle tribolazioni, che sempre perseguitano i buoni; ma siate fermi nel ben fare.» Ciò detto, fra la commozione e lo sconforto di tutti i suoi, discendeva dal pergamo.

Se però la Signoria, a causa del gonfaloniere Corbizzi, era stata avversa al Frate, i Dieci si erano invece mostrati favorevolissimi. Sapendo d’essere sostenuti dalla opinione di tutto il popolo, scrissero a Roma, pregando istantemente il Santo Padre perchè volesse concedere al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze, nonostante l’ordine ricevuto di andare a Lucca.‍[366] La città intera s’era, poi, commossa all’annunzio che il Frate partiva; molti già tenevano per ispacciato il governo popolare; e lettere d’ogni sorta arrivavano a Roma, sollecitando dal papa una revoca dell’ordine dato. Il Borgia, veramente, non aveva ancora alcuna grave cagione di odio contro al Savonarola: delle sue accuse contro il mal costume, delle sue visioni e predizioni, poco allora sapeva e meno si curava. Il re Carlo, d’altronde, amico del Frate e dei Fiorentini, era nel regno di Napoli nella maggiore prosperità della sua fortuna, e il papa non voleva farselo nemico. Per tutte queste ragioni, si lasciò assai facilmente indurre a consentire al desiderio dei Fiorentini; e, revocato il breve, permise al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze.‍[367]

Ma questo fatto, che in apparenza era di assai poco momento, produceva sull’animo del Frate una profonda impressione, che egli non potette giammai dimenticare, e che diede un nuovo corso alle sue idee.‍[368] L’essere mandato a predicare fuor di Firenze, certo allora gl’incresceva assai; ma pure l’obbedienza era per lui un sacro dovere, ed egli per nessuna cosa al mondo avrebbe voluto violarlo. Ma che pensare quando il papa stesso teneva così poco conto de’ suoi brevi, da farli e disfarli a seconda di chi ultimo lo pregava? Oramai diveniva certezza che il breve era venuto solo per compiacere ai nemici del Frate, a quelli che avevano già cominciato a tendergli ogni sorta d’insidie. Che peso, adunque, poteva darvi egli, se il papa stesso non ve ne dava alcuno? Avrebbe dovuto obbedirvi, quando lo avesse sin dal principio saputo con certezza? Ma il Savonarola scacciò allora questi pensieri come importune tentazioni, e si pose subito a predicare la quaresima. Prese per soggetto il libro di Giobbe, quasi ad indicare che a lui conveniva far prova di pazienza; e si astenne, per quanto potette, dal discorrere di Stato, onde non dare nuovo appiglio ai suoi nemici. V’era da fare un’altra riforma, non meno utile, non meno necessaria della politica; la riforma dei costumi: ed a questa egli si mise con tutto l’animo nelle sue prediche sopra Giobbe. Esse, però, ci sono pervenute in uno stato poco meno imperfetto di quelle sopra l’Arca di Noè. Raccolte, incompiutamente e quasi a brani, da uno il quale di continuo ci avverte che la commozione lo vinceva e l’obbligava a smettere, furono poi tradotte in latino e quindi ritradotte in italiano, per essere in questa forma pubblicate la prima volta a Venezia, l’anno 1545.

Il ben vivere, l’unione e la concordia dei cittadini formano il soggetto principale di queste prediche. Fin dal principio comincia a stabilire, che tutti si possono salvare, purchè vogliano sinceramente il ben vivere: «Non ci è scusa nessuna, o fratelli; la rettitudine ci avvicina al Signore, e l’evangelo viene in aiuto della nostra debolezza.»‍[369] In questi sermoni tutto comincia e tutto finisce col ben vivere. Discorre dell’amicizia, e, dopo averne esaminato i vari gradi e qualità, conchiude, che «quella amicizia sola merita questo nome, ed è veramente ferma e stabile, che è fondata sopra il bene e sopra lo onesto e sopra la virtù.»‍[370] Discorre della essenza della libertà, e viene alla medesima conclusione: «Iddio è essenzialmente libero, e l’uomo giusto è libero a similitudine sua. La vera, la sola libertà sta nel volere il bene. A te pare che il buono religioso non sia libero, perchè ha sottoposto la sua volontà a quella d’altri; ma egli ha maggiore libertà di coloro che sono nel secolo, perchè egli vuole appunto ciò che altri gli comanda. Che libertà è quella di essere dominato dalle passioni? — Orsù, a proposito nostro: Firenze, vuoi tu libertà? Cittadini, volete voi esser liberi? Amate principalmente Iddio, amate il prossimo, amatevi l’un l’altro, amate il ben comune: se avrete questo amore e questa unione fra voi medesimi, avrete la vera libertà.»‍[371]

L’altro soggetto su cui ricadono continuamente queste prediche, è, come abbiamo già detto, l’unione e la concordia dei cittadini. «Firenze, io ti dico che ti bisogna essere unita, se tu vuoi essere liberata dai tuoi mali. E se tu dicessi: oh! noi abbiamo unione; tu ne menti. Dico che se tu dici d’avere unione, tu ne menti; la seconda e la terza volta tu ne menti.... E se tu fussi unita, quello che t’avevo promesso, tu di già l’avresti conseguito.... State dunque uniti; se volete avere forza e virtù da Dio, bisogna che la materia sia disposta a ricevere; e la disposizione sarebbe l’unione, la quale tu, Firenze, non hai. Dove è l’unione, quivi è Dio; e dove è Dio, quivi è ogni forza ed ogni bene.»‍[372] Queste medesime parole il Savonarola mette di continuo in bocca del Signore, e le fa da Lui pronunziare al popolo fiorentino. Pare che, essendosi per prudenza astenuto dalla politica, ricadesse allora con tanto maggiore abbandono nelle sue visioni. Una predica intera è sul lume profetico;‍[373] in un’altra egli divide il mondo in due schiere, l’una dei cattivi capitanati dal Diavolo, l’altra dei buoni capitanati da Gesù Cristo; propone agli eletti di far lega con Cristo, e si offre di andare ambasciatore a Lui. Nelle prediche seguenti riferisce, poi, i dialoghi avuti in questa strana ambasceria con la Vergine e con Gesù Cristo, ed anche in essi si discorre principalmente dell’unione e del ben vivere. «Guarda le cose naturali,» dice Gesù Cristo al Savonarola, «tutte si riducono, di grado in grado, ad una che è più perfetta in fra loro. Tutti i moti delle cose materiali si riducono al moto del cielo; tutti i moti del nostro corpo si riducono al cuore; tutti i moti dell’anima alla ragione; tutti i reggimenti e governi a Dio, primo rettore dell’universo. Considera che quando le parti d’una cosa sono disperse, non si dice più che quella esiste; e volendola tornare alla sua esistenza, vi bisogna una virtù che ricostituisca la sua unità. Se fosse stato possibile mostrare tutta la mia potenza e bontà in una sola creatura, l’avrei fatto; e solo perchè niuna sarebbe stata capace di tanto, ho fatta una moltitudine di creature, le quali tutte insieme rappresentano una maggiore e più larga unità. Osserva la natura intera, e tu vedrai che ogni essere desidera la sua unità; ogni essere la cerca, fuori che questo popolo fiorentino, il quale non vuole altro che separarsi e dividersi.» Continuando il medesimo discorso, si viene a parlar del ben vivere. «Il bene,» è sempre il Signore che parla, «è di sua natura diffusivo; e però, Io, che sono la somma bontà, mi diffondo nel creato, e ho dato l’essere a tutte le creature, nelle quali ogni bene che hanno, è partecipazione della mia bontà. Per essa Io discesi fra gli uomini, mi feci uomo e salii sulla croce. Questo, adunque, sarà il segno per cui si conoscerà chi è buono: quando uno, cioè, diffonde negli altri la sua bontà e li fa partecipi di quel bene che egli ha in sè, allora esso veramente è buono e partecipa della mia bontà.» «Ma dove si vede il contrario, che non diffondono nè spargono il talento che io loro ho dato, questo è manifesto segno che non partecipano della mia bontà. La vita cristiana non consiste in cerimonie, ma nell’essere buono; e chi è buono, non si può contenere che non mostri la sua bontà. L’essere buono vuol dire essere pietoso e misericordioso. E però dirai a ciascheduno, e siano di che stato e condizione si vogliano, che a questo si conosce la bontà dell’uomo: se lui, cioè, è pietoso e diffonde quel che è suo in altri, e massime ne’ poverelli. Ed in questo consiste la religione cristiana, che è fondata nell’amore e nella carità.»‍[374]

Il soggetto continuo, di queste prediche, dunque, è sempre la riforma dei costumi, necessaria adesso più della riforma politica, la quale camminava oramai da sè. È ben vero che esse son piene di visioni, di allegorie, di singolari interpetrazioni della Bibbia: cose le quali riescono ancora più strane, perchè la compilazione di quelle prediche fu inesatta ed incompiuta. Nondimeno, tutto ciò rimane come la veste esterna di esse, ed il soggetto è sempre il medesimo: egli, in fondo, non raccomanda mai altro che il ben vivere e l’unione. Ecco, infatti, un esempio delle allegorie bibliche che espose in quel quaresimale. «Narra San Marco, che, passato il sabato (santo), la mattina seguente, le tre Marie vennero di buona ora al sepolcro di Gesù, con quelli unguenti aromatici per ungere il corpo del Salvatore. Queste tre Marie significano i perfetti, i proficienti e gl’incipienti, che vanno cercando di Gesù. Come altra volta vi ho detto sopra questo evangelo, portano cose aromatiche ed odorifere; idest le virtù, con le quali piacciono a Gesù. Giungono al sepolcro, orto jam sole, cioè quando già era levato il sole.»... «Se tu cerchi Gesù, nascendo in te il sole della giustizia, tu sarai illuminato e avrai il desiderio bramato. Ma bisogna che tu vada con rettitudine e che tu operi, perchè l’opera è quella che ti farà perfetto. — Ecco qui le tre Marie che andavano rette, cercando il loro Signore, e vedi che al fine furono consolate. E camminando, pensavano in fra loro: chi sarà che rimuoverà la lapide? E così parlando, giunsero al tempio, e videro che la lapide era tolta. Questo significa che ancora che tu il quale vai col ben fare cercando Cristo, non lo conosci. Egli è in te, e sì ti lieva questa lapide della ignoranza, ed il lume rivelato diràtti come l’Angelo alle Marie: Jesum quæritis Nazarenum? surrexit, non est hic.» «Io so che voi cercate Cristo; Egli è resuscitato, non è qui. Cioè, cercate Cristo in cielo; nè lo cercate nelle cose della presente vita, non nelle cose di questo mondo; cercatelo nelle cose celesti e divine e spirituali; lasciate l’affetto delle cose temporali: Egli è in cielo, e sì vi aspetta. O cristiani! che state voi a fare qua? Cercate di andare dove è il vostro capo, chè quivi è la vostra felicità. Venite et videte, disse l’Angelo alle Marie; cioè venite e vedete qua, nel sepolcro, che Cristo non ci è, perchè Egli è risuscitato. Sed ite, ma andate, cioè camminate di virtù in virtù nella presente vita, se volete trovar poi Cristo nell’altra.»‍[375] E così finiva il quaresimale sopra Giobbe, rimanendo l’ultima predica, come molte altre, interrotta per la commozione di colui che le raccoglieva.‍[376]

Dopo questo quaresimale, il Savonarola sembrava affranto e vinto dalla fatica: sebbene la sua energia si leggesse ancora nel vigore dello sguardo e nel fuoco degli occhi, egli era straordinariamente dimagrato, visibilmente esausto di forze, ed una malattia viscerale lo indeboliva ogni giorno di più. La vita degli ultimi anni era stata una battaglia troppo continuata, un esaltamento troppo maggiore di quello che ogni fibra di uomo possa sopportare; la lotta politica lo aveva abbattuto assai più di quello ch’egli medesimo non credeva. Non era stato solamente un riflettere, un ragionare, un consigliare continuo per dirigere quei rapidi mutamenti che di giorno in giorno avevano luogo; ma fu quasi un sostenere sopra di sè i destini e l’avvenire di tutto un popolo che si affidava ed abbandonava in lui. Quindi il bisogno di mantenere sempre vivo il suo predominio morale, e quasi di animare l’intera moltitudine col suo animo, reggerla e sostenerla colla sua volontà: uno stato di tensione, di esaltamento, di febbre continua. Pur tale era il cuore di quel frate, che, non appena fu sedata un poco questa lotta politica, invece di riposare, egli si era messo colle prediche sopra Giobbe ad un’opera non punto minore. E vi si pose con tutto l’animo, come soleva mettersi ad ogni cosa, con un amore, una pertinacia ed una forza di volontà non descrivibile. Le parole son forse la parte minore di queste prediche che ci furono trasmesse così incompiute. Egli discorreva un soggetto che gli stava più d’ogni altro a cuore, e la sua debolezza fisica cresceva il suo morale esaltamento; i suoi occhi fiammeggiavano, il suo gesto era vibrato, il suo accento oltre il solito passionato e pietoso; e se un po’ troppo si perdette nelle visioni, questo veniva facilmente perdonato al suo straordinario eccitamento. Era in lui tanta l’espressione di sincerità, di bontà e di benefico desiderio, che mai non si vide una così grande moltitudine essere così pienamente dominata dalla pietà, così facilmente dare in pianti dirotti. Ed alla fine della quaresima, il Savonarola aveva ottenuto un trionfo quasi maggiore di quel trionfo politico che gli avevano dato le prediche sopra Aggeo.

L’aspetto della città era del tutto mutato. Le donne abbandonavano i loro ricchi ornamenti, vestivano semplici e andavano dimesse; la scorretta gioventù era come per incanto divenuta modesta e religiosa; i Canti Carnascialeschi cedevano il luogo alle canzoni religiose. Nelle ore di riposo, si vedevano gli artigiani seduti a bottega, con in mano la Bibbia o le opere del Frate; si riprendevano le orazioni, si frequentavano le chiese, si facevano limosine. Ma quel che più di tutto riuscì mirabile, fu il vedere banchieri e mercanti restituire, per scrupolo di coscienza, somme di danaro che montavano a più migliaia di fiorini male acquistati.‍[377] Tutti gli uomini restavano maravigliati di questo singolare e quasi miracoloso mutamento; e se il Savonarola era stanco, affranto e malato, noi possiamo facilmente immaginarci che grande consolazione dovette essere per lui, vedere il suo popolo divenuto più cristiano. Adesso avrebbe potuto morire contento: ma la sua ora non era anche sonata; Iddio lo serbava a maggiore destino.

In tutto questo, gli Arrabbiati, naturalmente, non volevano vedere altro che argomento di ridicolo; e andavano sempre più adirandosi, e beffando il Savonarola e i suoi seguaci, che essi chiamavano Piagnoni e Stropiccioni e Masticapaternostri. Ma questi Piagnoni erano i soli che fortemente sostenevano i diritti del popolo; quelli che più volenterosi si videro correre alle armi, quando avea minacciato il pericolo dei Francesi; quelli che erano più larghi del loro avere al Comune, che più amorevolmente soccorrevano il minuto popolo, oppresso ora dal caro dei viveri e dal poco lavoro. Essi amavano tanto più tenacemente la Repubblica, in quanto che la libertà s’era nel loro cuore unita alla religione; e nelle più gravi necessità dello Stato, solo su questi seguaci del Frate, su questi Piagnoni, appunto, la patria poteva sperare.

Epperò l’entusiasmo in favore di San Marco e del Savonarola andava sempre, a grandissimo dispetto degli Arrabbiati, divenendo più universale. Dalla campagna e dalle ville, si partivano di notte contadini e signori per trovarsi alla predica; alcuni eran venuti fino da Bologna a starsi la quaresima in Firenze;‍[378] e il Duomo stesso non bastava più a contenere la folla. Molti conventi chiedevano di nuovo unirsi a questa Congregazione Toscana, ed il numero di coloro che vestivano l’abito di San Marco era moltiplicato in modo non credibile. Da cinquanta, quanti erano nel principio i frati, arrivavano ora a duecentotrentotto; onde bisognò chiedere alla Repubblica la contigua fabbrica della Sapienza, che, mediante un traforo di sotto alla via del Maglio, si congiunse al convento. Vi erano giovani delle prime famiglie di Firenze, come i sei fratelli Strozzi; alcuni dei Gondi, Salviati, Acciaiuoli: vi entrarono uomini di matura età, reputati nelle lettere, nelle scienze e nel maneggio dei pubblici affari; come Pandolfo Rucellai, Giorgio Vespucci zio del celebre navigatore, Zanobi Acciaiuoli, l’ebreo Blemmet maestro di Pico della Mirandola, Pietro Paolo Urbino professore di medicina, e molti altri.‍[379]

Il modo, poi, in cui queste conversioni al chiostro avevano luogo, merita di essere particolarmente considerato; perchè si veda come il Savonarola, lungi dall’incoraggire le subite risoluzioni e i troppo facili entusiasmi, andasse invece con una prudenza grandissima. Ce ne darà esempio la conversione che racconta di sè stesso un tale Bettuccio fiorentino, più noto a noi col nome di Frà Benedetto. Era figlio di un orafo, ed esercitava l’arte allora assai profittevole della miniatura: giovane nel fiore degli anni, d’indole allegra, pieno d’impeto e di coraggio; conosceva il canto, la musica e la poesia; amava il bel vivere, e s’era perdutamente abbandonato ai piaceri. Così fu il ben venuto e ben veduto delle liete brigate, fra le quali passava una vita spensierata e galante:

Tanto musco e profumo allor portavo, Con tante pompe e leggiadrie e gale, Che col cervel senza penne volavo.‍[380]

Correvano allora, dice egli stesso, giorni infausti; erano i tempi di papa Alessandro, pieni d’avarizia, di lussuria e di miscredenza;

Nè quasi si credea dal tetto in su.

Tale era la vita che faceva il miniatore Bettuccio, quando incominciò a levarsi la fama del Frate di San Marco, ed ognuno accorreva alle sue prediche. Bettuccio, però, fu assai lontano dal seguire la folla; parteggiava, invece, per gli Arrabbiati, e insieme con essi beffava i Piagnoni. Pure, trovandosi una volta in casa d’una nobile e bella matrona, costei cominciò con calore a parlargli delle prediche del Savonarola, ed egli ne rise molto; ma un altro giorno, vinto da quelle gentili insistenze, si lasciò menare al Duomo. Ci descrive la grande confusione che provò allora, nell’entrare in chiesa e vedersi fra tanta moltitudine di devoti, i quali, pieni di maraviglia, lo guardavano: avrebbe sul primo voluto partirsi, ma poi rimase, sebbene assai malcontento. Quando, però, il Savonarola ascese sul pergamo, la cosa mutò subito aspetto. Fissati una volta sopra di lui gli sguardi, non potette mai più rimuoverli; la sua attenzione fu prepotentemente dominata, l’impressione fu grandissima; «ed allora,» così egli dice, «conobbi finalmente esser più morto che vivo.» Finita la predica, se ne andò per luoghi solitari, «e per la prima volta mia mente addussi dentro di me stesso.» Dopo una lunga meditazione, tornò a casa ed era tutto mutato. Abbandonò le carte del canto e gli strumenti di musica, lasciò l’usata compagnia, gettò via gli abiti profumati:

Come un vento, Spogliâmi al tutto d’ogni leggiadria.

Da quel giorno, fu dei più assidui alla predica; frequentava San Marco, recitava le orazioni e litanie. «Dura,» egli dice, «fu la lotta ch’ebbi a sostenere contro i miei compagni, i quali per tutto mi andavano deridendo: pure assai più dura fu quella che sostenni contro le mie stesse passioni, che d’ora in ora, sbrigliate di nuovo, m’assalivano fierissime.» Finalmente, quando credette poter esser sicuro di sè, andò ad inginocchiarsi ai piedi del severo priore di San Marco. La voce gli tremava, non poteva quasi profferire parola innanzi a quell’uomo che lo aveva rigenerato: pure disse che voleva vestir l’abito di quel convento. Il Savonarola gli parlò sul pericolo delle decisioni precipitose, sulle difficoltà della vita monastica, e concluse consigliandolo a fare una migliore esperienza di sè, col vivere cristianamente fuori del convento, prima di varcarne la soglia. Non fu inutile il consiglio, perchè Bettuccio ebbe di nuovo a sperimentare la fiera lotta delle sue violente passioni, nè sempre con felice successo. Pure, dopo fatta severa penitenza dei suoi nuovi trascorsi, e quando si fu per lungo tempo sentito padrone di sè, ritornò più sereno al Savonarola. Ma questi, che mai non lo aveva perduto d’occhio, non volle ancora concedergli l’abito. Lo pose invece ad assistere i maiali ed a seppellire i morti:

Così più mesi in un santo ospitale, A vivi e morti carità facevo.

Di tanto in tanto era chiamato nella cella del Frate, da cui ricevea consigli e udiva lezioni sulla vita monastica: finalmente, il 7 novembre 1495, vestiva l’abito, ed il 13 dicembre pronunziava i voti solenni col nome di Fra Benedetto.‍[381]

In questo modo il Savonarola acquistò uno de’ suoi più fedeli seguaci, uno di quelli che fecero miglior prova nell’ora del pericolo, e che insino all’ultimo andò sempre crescendo nella sua ammirazione e quasi devozione pel maestro. Colla medesima prudenza consigliava tutti gli altri; nè mai sollecitò alcuno a vestirsi frate. Il suo unico scopo era migliorare i costumi, diffondere la morale, rigenerare quella religione di Cristo che sembrava morta negli animi. Ed a tal fine dedicava adesso, più specialmente, tutte le sue ore, tutte le sue forze, la sua volontà e l’anima intera. Quando egli predicava del buon costume e delle virtù cristiane, sembrava quasi che la sua anima rilucesse nei suoi occhi, che le potenze del suo spirito si effondessero colla sua voce sul popolo, il quale di giorno in giorno migliorava visibilmente sotto quella benefica forza. Tutti gli scrittori contemporanei non cessano mai di esprimere la loro maraviglia per questo quasi miracolo: alcuni sono edificati del trionfo che allora ebbe la religione, altri deplorano i tempi delle allegre ballate e dei canti carnascialeschi; ma tutti insistono ugualmente sul mutato costume, e sull’unico autore di ciò, Frate Girolamo Savonarola.

Notes in this chapter

Note 1 · Nardi, pag. 82; Ammirato, Storia di Firenze, lib. XXVI.Note 2 · Burlamacchi, pag. 69 e seg.Note 3 · Burlamacchi, idem. Ecco in che modo il Ficino parlava del Savonarola e delle sue predizioni: «Nonne, propter multa delicta, postremum huic uNote 4 · Burlamacchi, pag. 69 e seg.Note 5 · Predica XVIII, sopra Aggeo.Note 6 · Predica I, sopra i Salmi.Note 7 · Predica XXII, sopra Aggeo.Note 8 · Prediche del Rev. P. Frate Hieronimo, fatte sopra diversi Salmi e Scritture in S. M. del Fiore, cominciando il giorno della Epifania e seguiNote 9 · Predica II sopra i Salmi, fatta il dì 11 gennaio 1495 (stile nuovo.)Note 10 · Ecco alcune di quelle parole: «Audite omnes habitatores terræ, hæc dicit Dominus: Ego Dominus loquor in zelo sancto meo: ecce dies veniet etNote 11 · Predica della Rinnovazione. È la terza di quelle sopra i Salmi, e fu anche stampata a parte.Note 12 · Il Nardi, il Pitti, il Violi ed altri raccontano più e più volte, che i primi atti di Roma furono procurati dagli Arrabbiati e dal Moro.Note 13 · Predica V sopra i Salmi.Note 14 · Predica VI (fatta il 20 gennaio); Predica VII (25 gennaio).Note 15 · In data dell’8 gennaio 1495, avevano scritto all’ambasciatore: «Sarà con questa una lettera alla Santità di nostro Signore, pregando con essNote 16 · «Della qual cosa (cioè del suo partire) per la maggior parte degli uomini si prese grande alterazione, per ciò che e da’ magistrati tutti e Note 17 · Di queste impressioni il Savonarola stesso parlò più tardi nelle sue prediche.Note 18 · Prediche sopra Giobbe. Predica II.Note 19 · Predica III.Note 20 · Predica XIV.Note 21 · Predica XIII.Note 22 · Predica XII.Note 23 · Predica XVI sopra Giobbe.Note 24 · Predica XLV di quelle sopra Giobbe.Note 25 · «Tanto fu il dolore e il pianto che mi sopravvenne, ch’io non potetti andare più oltre.» Così scrisse l’amanuense alla fine dell’ultima predNote 26 · Qui non istaremo a citare Burlamacchi, Pico, Barsanti, Frà Benedetto e gli altri biografi: possiamo, invece, rimandare il lettore a tutti glNote 27 · Burlamacchi, Marchese, ec.Note 28 · Padre Marchese, Storia del convento di San Marco.Note 29 · Frà Benedetto, Cedrus Libani, poemetto pubblicato dal Padre Marchese nell’Archivio Storico.Note 30 · Tutta la Storia di questa conversione abbiamo cavata dalle parole stesse di Frà Benedetto, nel Cedrus Libani. Volendo altre notizie sulla su
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