← Table of contents
La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

LIBRO TERZO. [1495-97.] (continued 3)

Reading edition

Noi abbiamo visto in che grandi strettezze si fosse trovata la repubblica negli anni passati. Per queste ragioni, dovette decidersi a porre in vendita la biblioteca dei Medici, la quale, dopo che essi furono cacciati, era stata insieme coi loro beni confiscata. Ma le strettezze dei privati cittadini non essendo punto minori di quelle della repubblica, nasceva il pericolo che quella stupenda collezione dovesse andare dispersa, o forse anche cadere in mano straniera; giacchè molti erano i creditori dei Medici; e fra gli altri, v’era l’ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, che faceva adesso valere un suo credito di mille fiorini. Per buona fortuna, potevano i frati di San Marco disporre d’una forte somma di danaro; perchè essi si trovavano ora appunto in sul finire la vendita dei loro beni, secondo i consigli di povertà dati dal Savonarola. Qual più bella occasione, pensò questi allora, per mettere a profitto ciò che se ne era riscosso? Comprando quella ricchissima collezione di codici, egli la salvava dalla dispersione e dal pericolo d’andare in mano straniera; l’avrebbe messa nella biblioteca del convento, la sola in Italia che stesse aperta al pubblico; e nel medesimo tempo, veniva, coi danari cavati dalla vendita di tutti i beni, ad aiutare la repubblica nelle sue grandi strettezze. Quale uso più nobile e più santo dei loro averi potevano fare i frati di San Marco?

Essi, adunque, comprarono quei libri per la somma di tremila fiorini, pagandone subito due mila, che già avevano; e per gli altri mille, ne restarono debitori sino al gennaio 1498, quando, avuta in aiuto la firma di Bernardo Nasi, s’obbligarono di pagarli fra diciotto mesi a Filippo di Comines, sperando che in un’opera di pubblica utilità, sarebbero aiutati da tutti gli amici e parenti. E tutto ciò aveva luogo in quegli anni medesimi, in cui veniva distrutto il Carnovale mediceo; e quei contratti si facevano nel tempo medesimo in cui seguiva il tanto vituperato bruciamento delle vanità. Così il Savonarola impiegava il provento di tutti i beni del suo convento, gravandolo anche di un fortissimo debito, per salvare al mondo quella stupenda collezione Laurenziana, che oggi forma una delle più belle maraviglie di Firenze, ed era allora la più compiuta e preziosa raccolta di autori greci e latini che si conoscesse in Europa. Tale fu colui che molti vorrebbero chiamare barbaro frate, bruciatore di codici antichi, distruttore di quadri e di statue!‍[546]

Ma se il nostro Frate portò tanto amore agli antichi codici, non fu minore la sua ammirazione per le arti belle. Infatti, non era egli che fondava le scuole di disegno in San Marco? che voleva fare delle arti belle la professione dei suoi novizi, per sostenere col lavoro le spese del convento, senza bisogno di limosine? Non era egli forse circondato sempre dalla schiera eletta dei migliori artisti del suo secolo? L’affezione ch’ebbe per lui Frà Bartolommeo della Porta, il quale per quattro anni dopo la morte del suo maestro non potè riprendere i pennelli, è nota al mondo.‍[547] Tutti i Della Robbia furono devoti al Savonarola; due di essi vestirono l’abito per le sue mani, e la devozione al suo nome rimase per molti anni tradizionale in quella famiglia. Di Lorenzo di Credi dice il Vasari, che «fu partigiano della setta di Frà Girolamo;» del Cronaca racconta, «che gli era entrata in capo tanta frenesia delle cose del Savonarola, che d’altro che di quelle non voleva ragionare;» e Sandro Botticelli fu tra i primi di quelli che illustrarono con belle incisioni i suoi scritti. Ma basterà per tutti il nome di Michelangiolo Buonarroti, di cui è noto che fu dei più costanti uditori alle prediche del Savonarola; che le rileggeva di continuo nella sua vecchiezza, rammentando sempre la potenza che avevano avuto il gesto e la voce di quel frate.‍[548] E sugli spaldi di San Miniato al Monte, dove il Buonarroti difendeva la Repubblica risorta (1527-30), non dimostrava egli di aver profittato di quelle prediche?

In vero, tanto furono ingiuste le accuse di coloro che dissero il Savonarola poco amico delle arti belle, che un eloquente scrittore francese volle prenderne la difesa.‍[549] Se non che, egli dominato soverchiamente dall’amore del soggetto e dallo spirito di sistema, trascorse assai i limiti del vero, e rese così meno efficace la sua giusta e nobile difesa. Egli volle vedere nel Savonarola un caposcuola della pittura italiana, ed un restauratore di quella che chiamò arte cristiana. Trasformò tutti gli artisti che erano stati suoi ammiratori in altrettanti discepoli di quella scuola, a fondar la quale, quando pure il Savonarola avesse avuta l’attitudine, gli sarebbe certamente mancato il tempo e il modo; perchè, come egli stesso ripete più volte, l’agitazione soverchiante della vita politica e religiosa gli fece trascurare ogni altro studio, ogni altra occupazione.

Ma qui, il soggetto stesso ci porta ad esaminare quali fossero le idee del Savonarola intorno al bello, perchè esse furono parte non piccola nè dimenticabile de’ suoi pensieri. La mente di quel frate si allargava sopra un campo vastissimo: colla sua filosofia egli abbracciava lo scibile intero, ed ovunque fermava lo sguardo, gli sorgevano innanzi concetti nuovi ed originali. Noi incominciamo col raccoglierne alcuni dalle sue prediche. «In che consiste la bellezza? — Nei colori? — No. — Nella effigie? — No. — Ma la bellezza è una forma che resulta dalla corrispondenzia di tutte le membra e dei colori..., e questo è nelle cose composte: nelle semplici, poi, la bellezza loro è la luce. Vedete il sole e gli astri, la bellezza loro è aver luce; vedete li spiriti beati, la loro bellezza consiste nella luce; vedete Iddio, che è luce, egli è la stessa bellezza.‍[550].... Così la bellezza dell’uomo e della donna, quanto è più simile alla prima bellezza, tanto è maggiore e più perfetta. Ma che cosa è, dunque, questa bellezza? Essa è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenzia delle membra e delle parti del corpo. Tu non dirai che una donna sia bella per avere uno bello naso e belle mani; ma quando vi sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, vedrai che è dall’anima....‍[551] Togli qua due donne di pari bellezza; l’una sia buona, costumata e pura; l’altra diventi meretrice: vedrai in quella buona rilucere una bellezza quasi angelica; ed in quell’altra, benchè sia formosa, non vi sarà comparazione con quella buona e costumata....‍[552] Vedrai che quella santa sarà tanto più amata da ciascuno, e tutti gli occhi saranno volti a lei, etiam degli uomini carnali.‍[553]

»E questo nasce perchè l’anima buona partecipa della bellezza di Dio, e diffonde nel corpo la sua celeste bellezza. Leggiamo della Vergine, che, per la sua grande bellezza, gli uomini che la vedevano, stavano stupefatti; e, nondimeno, per la tanta santità che riluceva in lei, non fu mai alcuno che avesse verso lei mala volontà; anzi ciascuno l’aveva in reverenzia.» Da ciò il Savonarola pigliava argomento per rivolgersi alle donne, e condannare quel bello esterno e materiale a cui esse andavano dietro, trascurando la bellezza spirituale, che sola egli teneva in pregio. «Donne che vi gloriate dei vostri ornamenti, dei vostri capelli, delle vostre mani; io vi dico che voi siete tutte brutte. Volete voi vedere la vera bellezza?» «Abbiate cura a una persona divota, uomo o donna, che sia di spirito; abbiategli cura, dico, quando è in orazione, e quando gli viene quel caldo della bellezza divina, e quando e’ torna dalla orazione: vedrete la bellezza di Dio rilucere in quella faccia, ed uno viso quasi angelico.»‍[554] Si volgeva poi agli artisti, i quali nel ritrarre i Santi e la Vergine, non solamente si perdevano dietro alle svariate fogge di vestimenti, ma in luogo di ricercare la nobile e santa espressione d’un tipo elevato e sublime, ritraevano assai spesso da persone note a tutti per mala vita, per costumi osceni e scandalosi. «E li giovani vanno poi dicendo a questa donna ed a quell’altra: costei è la Maddalena, quello è san Giovanni, ecco la Vergine; perchè voi dipingete le loro figure nelle chiese, e questo è in grande dispregio delle cose divine. Voi dipintori fate male assai; e se voi sapeste, come so io, lo scandalo che ne segue, certo nol fareste.» «Voi mettete tutte le vanità nelle chiese: credete voi che la Vergine Maria andasse dipinta a questo modo come voi la dipingete? Io vi dico che ella andava vestita come una poverella.»‍[555]

E queste idee, che si trovano spesso ripetute nelle prediche del Savonarola, formano parte integrante di tutto un sistema. Egli volle sempre il trionfo del cristianesimo e delle cose spirituali; e quindi nell’arte, nei costumi, nella politica, in ogni cosa, quello era il suo fine. Ma per meglio conoscere la sua estetica, noi dobbiamo esaminare l’operetta che scrisse intorno alla poesia. Essa ebbe origine in questo modo. Il Savonarola, nel calore della sua eloquenza, s’era assai spesso lasciato trascinare ad usar parole molto severe, e qualche volta forse anche eccessive, contro i poeti osceni, e contro l’abuso che facevano i predicatori al suo tempo, di riempiere le loro prediche con citazioni d’autori pagani. Ciò fece subito mormorare contro di lui, che egli fosse, in generale, poco amico dei poeti e del poetare. Per tal ragione, Ugolino Verino, uomo dottissimo e suo amico, gli scrisse una lettera su questo argomento, invitandolo a rispondere ed a mettere in chiaro le sue idee. Il Savonarola pubblicò, allora, l’operetta intorno alla Divisione ed utilità di tutte le scienze, una parte della quale era intitolata Apologetica del poetare.‍[556] Scopo dell’autore fu di provare che egli non dispregiava parte alcuna dello scibile, ma voleva dare a ciascuna di esse il suo vero luogo. Noi, però, essendoci altrove occupati intorno alla divisione delle scienze adottata dal Savonarola,‍[557] esporremo qui solamente quella parte dell’opera che tratta della poesia, per metter termine alla quistione discussa in questo capitolo, colle parole stesse dell’autore. Ma innanzi tutto, vogliamo osservare, come qui l’autore non accenna mai al fatto del bruciamento; mentre se vi fosse stato alcun bisogno di difesa, sarebbe stata in questo luogo non solamente opportuna, ma anche necessaria.

Incomincia, dunque, il Savonarola coll’indirizzare una lettera al Verino, nella quale dice: «Io non ho mai avuto in animo di condannare l’arte del poetare, ma solamente l’abuso che molti ne facevano;‍[558] sebbene colle parole e cogli scritti si sia da molti cercato calunniarmi. In verità, io aveva deliberato di non farne caso, seguendo quel motto che dice: non rispondere allo stolto, secondo la sua stoltezza; ma ora le tue parole mi fanno prendere la penna. Non ti attendere, però, da me alcuna eleganza di stile, perchè sono ormai venti anni, che io ho lasciati tutti gli studi di umanità per discipline più gravi.» Dopo questo breve preambolo, egli entra in materia, cominciando primieramente col distinguere la sostanza dalla forma della poesia. «Alcuni vorrebbero restringerla tutta nella forma,» egli dice; «ma costoro s’ingannano di gran lunga: l’essenza della poesia è costituita dalla filosofia stessa; senza di che non ci è vero poeta. Se alcuno crede che l’arte del poetare insegni solamente i dattili e spondei, le sillabe lunghe o brevi, e l’ornato di parole; costui certamente è caduto in un grande errore.»‍[559] Viene poi a definire la poesia, secondo un concetto tutto scolastico; dal quale, però, subito si allontana, per seguire idee più originali. «Il fine della poesia,» egli dice, «è di persuadere per mezzo di quel sillogismo che chiamasi esempio, espresso con eleganza di parole, per convincere e dilettare nello stesso tempo. E perchè la nostra anima si diletta sovranamente nei cantici e nelle armonie, così gli antichi trovarono la misura del verso, acciò con questi mezzi gli uomini fossero più agevolmente spinti alla virtù. Questa misura, però, non è altro che una pura forma, ed il poeta può discorrere il suo argomento senza metro e senza verso.‍[560] Così, infatti, vediamo nella Sacra Scrittura, nella quale il Signore volle dare la vera poesia della sapienza, la vera eloquenza dello spirito di verità; onde essa non trattiene gli animi nella corteccia della lettera, ma subito li riempie di spirito, li porta alla essenza del vero, e in modo mirabile pasce le menti libere dalle terrene vanità. A che giova, infatti, quella eloquenza che mai non può arrivare al fine proposto? A che giova la nave dipinta ed ornata, che travaglia sempre tra i flutti, e giammai non conduce gli uomini al porto, anzi se ne allontana sempre? O grande vantaggio delle anime! dilettare le orecchie del popolo, dare a sè stesso lodi divine, allegare con labbro rotondo i filosofi, cantare con vana modulazione i carmi dei poeti, e l’evangelo di Cristo abbandonare o rammentarlo di rado!»‍[561]

Dopo avere parlato della poesia in generale, viene a discorrere dei poeti del suo tempo. «V’è una falsa genía,» egli dice, «di pretesi poeti, i quali non sanno fare altro che correre dietro alle orme dei Greci e Romani: vogliono la medesima forma, lo stesso metro; invocano i loro medesimi Dei, nè sanno usare altri nomi, altre parole che quelle usate dagli antichi. Noi siamo uomini al pari di loro, ed avemmo da Dio uguale facoltà di dar nome alle cose che vanno ogni giorno mutando. Ma costoro si resero schiavi degli antichi, in maniera che non solamente non vogliono parlare contro la loro usanza; ma neppure vogliono dire ciò che essi non dissero.‍[562] E questo non è solamente un falso poetare; ma è anche una peste perniciosissima alla gioventù. Io certo m’affaticherei a provarlo, se non fosse più chiaro del sole: l’esperienza che è l’unica maestra delle cose, ha resi così manifesti agli occhi di tutti i danni che nascono da questo falso genere di poetare, che è vano ormai fermarsi a condannarlo.‍[563] Ma che diremo noi, quando i pagani stessi condannarono questi poeti? Non fu quel Platone medesimo che oggi tanto si leva a cielo, colui che disse necessaria una legge che scacciasse dalle città questi poeti, i quali coll’esempio e l’autorità di nefandissimi Dei, col solletico di turpissimi versi, empievano ogni cosa d’ignominiose libidini e devastazione morale? Che fanno, adunque, i nostri principi cristiani? Perchè dissimulano questi mali? Perchè non mettono fuori una legge che scacci dalle città, non solo questi falsi poeti, ma anche i loro libri, e quelli degli antichi che discorrono di cose meretricie, che lodano i falsi Dei? Gran fortuna sarebbe se questi libri venissero distrutti, e vi rimanessero solo quelli che incitano a virtù.»‍[564]

Queste son di quelle parole, sopra cui molti fondarono le loro accuse contro al Savonarola: ma noi abbiamo già visto più volte, come esse non sono che parole, e come nel fatto egli teneva carissimi tutti i tesori dell’arte antica e moderna; sebbene, trascinato qualche volta nel calore del discorso, sembrasse trascorrere ad una eccessiva severità. Questo era, però, divenuto scusabile per la corruzione di que’ tempi, nei quali s’era abbandonata la vera, la nobile e forte poesia, onde correre dietro alle oscenità che quasi unicamente si tenevano in pregio. «Ei vi son pure fra gli antichi;» così continuava il Savonarola, «di coloro che sdegnarono le cose turpi, che esaltarono le azioni generose di uomini forti: costoro bene usarono la poesia, ed io non posso nè debbo condannarli.‍[565] Nondimeno, anche questi migliori poeti pagani vanno studiati dopo una sana e ferma educazione cattolica. Si sottraggano questi libri dagli occhi dei giovanetti, sino a che essi non abbiano bevuto il primo latte dalle dottrine cattoliche, e che queste non sieno bene impresse nelle loro tenere menti. Non è di poco momento il cominciare ad avviare i giovanetti in una via piuttosto che in un’altra; anzi è molto, anzi è tutto, giacchè il principio è più che la metà delle cose. Per me, stimo assai meglio avere i Cristiani ornati di buoni costumi e splendere di minore eloquenza; che vederli, a cagione della eloquenza, rendersi indegni del nome di Cristo.»‍[566]

Viene, finalmente, il Savonarola a considerare la poesia in rapporto alla religione, e dice: «Quando un poeta non volesse cantare altro che le lodi della religione, potrebbe certamente riuscirle di decoro: di utile vero non mai. Lo spirito solo vivifica, la lettera uccide: l’onore e la gloria che cerca il poeta stanno sempre nell’arte che adopera, non già nel soggetto che tratta: come mai potrà egli, in questo modo, essere utile alla religione, innanzi a cui ogni altro umano interesse sparisce? L’esempio d’una poverella ignorante e semplice, che inginocchiata prega fervidamente, reca agli animi un utile assai maggiore del poeta o del filosofo che celebrano pomposamente le lodi del Signore: il cuore di quella è riscaldato dalla fede; la mente di questi è piena di mondana vanità.»‍[567]

Di certo, molti potranno trovare questo un modo soverchiamente esclusivo di considerare le cose: nondimeno, esso parte da una critica assai più sana di quello che non si crederebbe a prima giunta. L’arte, in vero, vive in un mondo suo proprio, nel quale ritrova il suo fine e basta a sè stessa. Coloro che, credendo nobilitarla, l’hanno voluta ridurre ad esser mezzo di un fine morale, politico o religioso, l’hanno sempre fatta scendere al grado della prosa. Ed infatti, niun poema, o quadro, o musica restò mai immortale per lo scopo, quanto si voglia nobile e generoso, che s’era proposto; mentre parecchi lavori valicarono secoli di molte civiltà, sebbene si fossero proposto un fine assai poco lodevole. Onde il Savonarola non ebbe già un concetto poco adequato dell’arte; egli anzi ne aveva compreso la vera indole: il suo torto fu, piuttosto, di avere qualche volta troppo poco considerato quanto la coltura della mente nobiliti il cuore, e come il mondo dell’arte sublimi gli animi. Egli, allora, si scagliava con parole troppo severe contro quella filosofia nella quale era così valente, contro quella poesia che pure aveva tanto amata. Ma andarono assai lungi dal vero coloro che vollero crederlo insensibile alla sublime armonia del vero, all’arcana musica del bello. Chi, infatti, gli diè conforto e coraggio nelle dure prove della giovanezza, se non la filosofia? Chi fu confidente de’ suoi primi dolori, se non la musica e la poesia? I suoi versi attestano ch’egli non fu indegno cultore di quelle muse, di cui alcuni lo vorrebbero chiamare cieco dispregiatore. E se essi non meritano sempre il nome di vera poesia; non pérdono, però, mai una loro particolare originalità ed altezza di concetti, che li rende preziosi a conoscere la nobiltà dell’animo di chi li scrisse: onde noi veniamo ora a prenderli in esame.

Sebbene questi versi trattino sempre soggetti religiosi, pure si dividono in due ordini assai diversi, e confermano singolarmente ciò che il Savonarola aveva detto intorno all’indole ed ai vari generi della poesia. Egli scrisse le Canzoni principalmente nella sua giovinezza, quando ancora non era divenuto estraneo al mondo, quando amava ardentemente le lettere, e scriveva solo per dare sfogo alla piena degli affetti interni. Le Laudi spirituali, che sono in assai maggior numero, furono scritte in età più matura, con un fine unicamente religioso, e per combattere i Canti Carnascialeschi, che avevano allora grandissima voga nel popolo. In queste Laudi, noi sentiamo subito d’esser fuori del libero campo dell’arte e della poesia: il metro, la forma e, quasi, le idee stesse vengono suggerite e determinate da un’altra poesia colla quale si mettono in opposizione. L’autore scrive sulla stessa musica dei Canti Carnascialeschi; ne segue l’andamento, e cerca di mettere a contrasto con ognuna di quelle bestemmie, una parola di religione e di fede. E così, postosi volontariamente sopra un letto di Procuste, viene dallo stesso antagonismo obbligato ad imitare quei versi che sono poveri d’idee e pieni d’artificiosi concetti; onde è costretto ad una miserabile industria di parole e di sofismi. Non è, quindi, da maravigliarsi se in queste Laudi non si trovi la vera poesia: si potrebbe piuttosto notare che esse conservano, quasi sempre, una certa temperanza, un certo decoro e buon senso. Quando Girolamo Benivieni, poeta al suo tempo famoso, volle tentare lo stesso genere di poesia,‍[568] egli balestrò, assai spesso, non solamente fuori dell’arte, ma anche del senso comune; e cantando la gioia ed il sollazzo di divenir pazzo per amor di Gesù,‍[569] poteva dar nome di poesia a questi versi:

To’ tre once almen di speme, Tre di fede e sei d’amore, Due di pianto, e poni insieme Tutto al foco del timore: Fa dipoi bollir tre ore; Premi, in fine, e aggiungi tanto D’umiltade e dolor, quanto Basta a far questa pazzía.‍[570]

Vicino a questi versi, le Laudi del Savonarola risplendono di bellezza: il concetto ne è più semplice, il sentimento più spontaneo, lo scopo più pratico e morale. Ne riportiamo una, che fu scritta nello stesso anno in cui si formava il nuovo governo:

Viva, viva in nostro core Cristo re, duce e signore! Ciascun purghi l’intelletto, La memoria e volontade, Del terrestre e vano affetto: Arda tutto in caritade, Contemplando la bontade Di Gesù re di Fiorenza; Con digiuni e penitenza Si riformi dentro e fore. Se volete Jesù regni, Per sua grazia in vostro core, Tutti gli odii e pravi sdegni Commutate in dolce amore; Discacciando ogni rancore, Ciascun prenda in sè la pace: Questo è quel che a Gesù piace. Su nel Cielo e qui nel core.‍[571] . . . . . . . . . . . . . .

Parecchie furono le Laudi che scrisse il Savonarola, ed alcune se ne trovano tuttora inedite: ma queste aggiungono assai poco al suo nome di poeta; perchè, oltre ad avere tutti i medesimi difetti delle altre, vi mancò l’ultima mano dell’autore, e restarono, perciò, incompiute.‍[572]

Quando, però, il Savonarola abbandona quei vincoli e quella servitù che il soggetto stesso delle Laudi gl’imponeva; quando i suoi versi non debbono essere mezzo e strumento d’uno scopo estraneo alla poesia, e la voce esce libera e spontanea dal petto suo; allora egli può dire: «Son poeta anch’io.» Questo gli avvenne più volte nelle sue Canzoni, scritte quasi tutte nella prima giovanezza; quando l’animo ancora travagliato dalle passioni, non era stato rapito in quei celesti diletti che gli fecero soverchiamente disprezzare il mondo. In quelle De ruina Ecclesiæ e De ruina mundi, noi già ammirammo una rozza vigoria, ed un poetare, sebbene trascurato nella forma, pure energico e forte. In altre Canzoni troviamo, invece, che non manca una gran delicatezza di sentire, espressa non senza eleganza di forma; come si può vedere in alcune parti di quella che incomincia:

Quando il soave e mio fido conforto, Per la pietà della mia stanca vita, Con la sua dolce citara fornita Mi trae dall’onde al suo beato porto, Io sento al core un ragionare accorto.

E così nell’altra a Santa Maria Maddalena,‍[573] nella quale è descritto, con molto affetto, la Santa che viene rapita in cielo da Gesù Cristo:

E tutto il suo cor arde, E nell’amor di Dio non si raffrena.

Ma per dare un esempio di queste Canzoni, ne portiamo, per intero, una che fu scritta in lode di Caterina de’ Vegri, nata l’anno 1463, e canonizzata poi dalla corte di Roma nel 1724.

I.

Anima bella, che le membra sante, Salendo al ciel, abbandonasti in terra, Per far fede fra noi dell’altra vita; Or ch’è fornita pur la lunga guerra, Ove giammai non fusti isbigottita, Nè mai voltasti al Sposo tuo le piante; Sei gita a lui davante Col cor pudico e con la mente pura, Per trionfar della tua gran vittoria, In sempiterna gloria, Fuor di quest’aspra e cieca vita dura, Là dove ormai con Cristo sei secura.

II.

Il sacro corpo ben dimostra quanto Esaltata t’ha Iddio nell’alto cielo: È la virtude che fra noi si vede, Spirto gentil, esempio al mondo felo, Fiamma celeste alle coscienze frede, E degli afflitti è refrigerio santo! Chi con devoto pianto A te s’inchina, Vergine beata, Sciolto riman da mille pensier frali; Perchè quanto tu vali Dinanzi a Cristo, o sposa coronata, Il ciel il vede e ’l mondo ove sei nata!

III.

Da mille parti, sol per fama, core Diverse genti a rimirar le membra Che, essendo spente, par che viva ancora, E del suo spirto par che si rimembra.‍[574] Ogn’uomo il vede, quivi ogn’uom l’adora, E pien di maraviglia gli fa onore. Deh! qual selvaggio core Non lacrimasse forte di dolcezza, Vedendo l’opre sante e l’umil viso? Se, adunque, è un paradiso Il corpo al mondo e tanto qui si prezza, Che ha a veder di spirto la bellezza? O felice alma, che giammai non torse Il santo piè dal dritto suo cammino, Sempre sprezzando quel che ’l mondo brama!

Se non andiamo errati, in questa canzone è una grande delicatezza di squisito ed affettuoso sentire. In generale, però, è ben vero che volendo giudicare i componimenti poetici del Savonarola solamente dal lato dell’arte, dovremmo assai spesso esser molto severi; perchè v’è una soverchia e continua negligenza della forma, ed il concetto stesso di rado si eleva all’altezza d’una vera creazione poetica. Nondimeno, questa lettura ci accresce sempre la stima dell’autore; perchè quando la vera poesia manca ne’ suoi versi, noi la troviamo nel suo cuore; essa non è in lui disciplina della mente, ma vita e realtà dell’animo. Trasparisce, è vero, a balzi e di rado; ma pure, vien fuori tanto più luminosa, quanto meno l’autore sembra esserne consapevole.

Il Savonarola dettò ancora alcuni componimenti latini, i quali, sebbene non serbano nessuna misura di verso, si possono chiamare poesia, in quanto che prendono a modello i Salmi. In uno di essi egli celebra le lodi del Signore, e dice: «Io ti cercai per tutto, ma non ti trovavo. Interrogai la terra: Sei tu il mio Dio? E mi rispose: Talete s’inganna; io non sono il tuo Dio. Interrogai l’aria, e mi rispose: Ascendi ancora più alto. Interrogai il cielo, le stelle, il sole; e mi risposero: Colui che ci ha fatto dal nulla, quegli è Iddio; esso empie il cielo e la terra, esso è nel tuo cuore. Io, adunque, o Signore, ti cercavo lontano, e tu eri vicino. Interrogai allora gli occhi, se tu eri entrato per essi; e risposero di non conoscere che i colori. Interrogai l’orecchio, e rispose di non conoscere che il suono. I sensi, adunque, non ti conoscono, o Signore; tu sei entrato nell’anima mia, tu sei nel mio cuore, ed operi in me quando io faccio le opere di carità.»‍[575] E così vi è sempre, in ciò che scrive il Savonarola, qualche cosa che lo spinge in alto: vi è una santa e nobile aspirazione che, rompendo l’involucro d’una forma spesso ostinatamente ribelle, ci fa sentire la sua grandezza morale; ed obbliga ciascuno a riconoscere, che se egli non era sempre poeta, poteva però esser sempre soggetto d’altissima poesia.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

Notes in this chapter

Note 1 · Noi abbiamo già parlato altrove della biblioteca di San Marco: diamo qui alcune altre notizie. Niccolo Niccoli lasciava al pubblico la sua fNote 2 · Il Vasari lasciò scritto, che nel giorno di carnevale, Frà Bartolommeo bruciò alcuni dei suoi disegni del nudo. Se il fatto fu vero, ne deveNote 3 · Oltre i moltissimi lavori italiani sopra Michelangiolo, vedi anche Harford, Life of Michel Angelo Buonarroti; pregevolissimo lavoro pubblicaNote 4 · Rio, Art Chrétien. — A questo proposito, non sarà fuori di luogo il fare alcune osservazioni sopra ciò che nel suo libro dice il signor Rio,Note 5 · Prediche sopra Amos e Zaccaria, predica del venerdì dopo la terza domenica di quaresima.Note 6 · Prediche sopra Ezechielle, predica XXVIII.Note 7 · Predica III, di quelle sopra Aggeo.Note 8 · Prediche sopra Amos e Zaccaria, predica del venerdì dopo la terza domenica di quaresima.Note 9 · Predica XXVIII, sopra Ezechiel.Note 10 · Prediche sopra Amos e Zaccaria. Vedi quella del sabato dopo la seconda domenica di quaresima.Note 11 · Opus perutile de divisione ac utilitate omnium scientiarum: in poeticen apologeticus. Venetiis 1542. Se ne trova anche una edizione del quatNote 12 · Vedi lib. I, cap. VI.Note 13 · «Nec ego aliquando artem poeticam damnandam putavi, sed quorumdam abusum.» Epistola ad Verinum, in principio dell’opera.Note 14 · «Si quis credit artem poeticam solum docere dactylos et spondæos, syllabas longas et breves, ornatumque verborum, magno profecto errore teneNote 15 · «Potest enim poeta uti argumento suo, et per decentes similitudines discorrere sine versu.» Ibidem.Note 16 · Ibidem, pag. 44.Note 17 · «Nam et nos homines sumus sicut et ipsi, et potestatem imponendi nomina æqualem a Deo accepimus. Possumus ergo addere et minuere sicut et ipNote 18 · «Modum autem artis, quem nunc nostri poetæ servant, hoc est metrorum ac fabularum, laudumque Deorum, adolescentibus pestis est perniciosissiNote 19 · Ibidem.Note 20 · «Verum quidam, non amatoria, non laudes idolorum, non turpia; sed virorum fortium gesta atque moralia versibus descripserunt, et bene usi suNote 21 · «Ego melius puto Christianos, moribus ornatos, minori fulgere eloquentia, quam propter eloquentiam Christi nomen perdere.» pag. 55.Note 22 · Questa idea non solamente è accennata nell’opera summenzionata, ma si trova continuamente ripetuta nelle prediche.Note 23 · Vedi Poesie di Girolamo Benivieni, Firenze 1500.Note 24 · Ognun gridi, com’io grido, Sempre pazzo, pazzo, pazzo.Note 25 · Poesie di G. Benivieni.Note 26 · Questa laude è la quinta fra le poesie del Savonarola, pubblicate dall’Audin; ed ivi si trova col titolo di Canzone ai Fiorentini.Note 27 · Il codice autografo posseduto dal signor Giberto Borromeo a Genova, sembra un abbozzo, ed è in molte parti quasi indeciferabile. Nell’appendNote 28 · È la XIII, nelle poesie pubblicate dall’Audin: la XII è anche indirizzata alla stessa Santa, ma è molto inferiore.Note 29 · Riuscirebbe difficile correggere le sgrammaticature di questa strofa, che pure non è senza pregio.Note 30 · Vedi Alcuni devotissimi trattati ec. Venezia 1537.
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings