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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

LIBRO PRIMO. [1452-1494.] (continued 3)

Reading edition

CAPITOLO NONO. Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII; elezione d’Alessandro VI. Viaggio del Savonarola a Bologna: separazione di San Marco dalla Congregazione Lombarda: riforma del Convento. [1492-93.]

Lorenzo il Magnifico si era ritirato nella sua amena villa di Careggi. Un male fierissimo travagliava le sue viscere, e già nei primi giorni dell’aprile 1492 non v’era più alcuna speranza di guarigione. Invano i medici tentavano ogni prova dell’arte salutare; invano era venuto da Pavia il rinomato Lazzaro da Ficino: la sua maravigliosa bevanda di gemme distillate non dava alcun risultato; il Magnifico era vicino a morte. I pochi amici che restano fedeli in quelle ore estreme, gli dimostravano un grande affetto; il Ficino ed il Pico lo visitavano di continuo; Angelo Poliziano non s’era mai dipartito dal suo letto. Questi amava sinceramente il suo mecenate; sentiva di perdere in lui quello a cui dovea tutto nella vita, quello a cui la gratitudine lo avea legato più che ad ogni altro uomo sulla terra. Invano cercava nascondere il suo dolore, invano voleva trattenere le lacrime: Lorenzo lo fissava con quello sguardo misterioso dei moribondi, ed egli non era più padrone di sè, dava in un pianto dirotto.‍[133]

L’affetto rendeva solenni queste ultime ore del Magnifico, che avendo rivolto sinceramente i suoi pensieri alla religione, sembrava essere tutto mutato. Ed infatti, quando gli fu portata la comunione, si forzò di levarsi; volle essere sostenuto sulle braccia dei suoi familiari per andare incontro al sacerdote; che, vedendolo così stranamente commosso, dovette ordinargli di ritornare a letto, ove si durò non poca fatica per rimetterlo in calma. Il passato ridestavasi alla memoria di Lorenzo terribile e spaventoso: a misura ch’egli si avvicinava all’ora estrema, le sue colpe parevano giganteggiare innanzi ai suoi occhi e divenire sempre più minacciose. A questo terrore gli estremi uffici della religione non davano alcun conforto, perchè egli avendo perduto ogni fiducia degli uomini, non credeva neppure alla sincerità del suo medesimo confessore. Usato a vedere ognuno obbedire ai suoi cenni, piegarsi alla sua volontà, non sapea persuadersi che alcuno potesse ardire di negargli l’assoluzione; onde essa non avea di niente alleviato il peso che opprimeva la sua coscienza, ed i suoi rimorsi erano sempre più crudeli. — Niuno osò mai darmi un no risoluto, — andava egli fra sè ripensando; e questo pensiero che una volta era stato il suo orgoglio, diveniva ora il suo martirio.

Ad un tratto, però, gli venne innanzi l’immagine severa del Savonarola; si rammentò che esso non aveva ceduto nè alle minacce nè alle lusinghe, ed esclamò: — «Io non conosco altro vero frate, se non questo;» — e mostrò desiderio di confessarsi a lui. Fu subito mandato a San Marco pel Savonarola, il quale restò così maravigliato d’una tanto insolita e inaspettata chiamata, che quasi non vi credette; e fece rispondere, come gli pareva inutile il suo andare a Careggi, perchè certo le sue parole non sarebbero state di buon animo accolte da Lorenzo. Ma quando gli fu descritto il grave stato del malato e il desiderio da esso manifestato di confessarsi a lui, si mise subito in cammino.‍[134]

Lorenzo sentivasi quel giorno più che mai presso alla morte. Aveva chiamato a sè il figlio Piero, e dato i consigli ultimi e l’estremo addio. Quando gli amici, che erano stati esclusi da questo colloquio, poterono rientrare in camera ed allontanare il figlio la cui presenza lo avea già troppo commosso, egli mostrò desiderio di rivedere Pico della Mirandola, che subito venne. Parve che la dolce presenza di quel giovane benevolo e tranquillo lo calmasse un poco, e gli disse: «Io sarei morto assai scontento, se non mi fossi prima rallegrato un poco della tua vista.» Il suo volto si rasserenava, i suoi discorsi divenivano quasi lieti; cominciava, infatti, a ridere e scherzare col suo amico. Non appena si partiva il Pico, che entrava il Savonarola e s’accostava ossequiosamente al letto del moribondo Lorenzo. Tre peccati egli voleva confessare a lui e chiederne assoluzione: il sacco di Volterra; i danari tolti al Monte delle fanciulle, cagione a moltissime di perduta vita; il sangue sparso dopo la congiura dei Pazzi. Nel parlare, il Magnifico si agitava di nuovo, ed il Savonarola per calmarlo andava ripetendo: — Iddio è buono. Iddio è misericordioso. — «Ma,» aggiunse, non appena Lorenzo ebbe finito di parlare, «vi bisognano tre cose.» — «E quali, padre?» — rispose Lorenzo. Il volto del Savonarola divenía grave, e spiegando le dita della sua destra, egli incominciava a dire. — «Primo. Vi bisogna avere una grande e viva fede nella misericordia di Dio.» — «Questa io l’ho grandissima.» — «Secondo. Vi bisogna restituire tutto il mal tolto, o commettere ai vostri figli che lo restituiscano per voi.» — A questo il Magnifico parve rimanere maravigliato e dolente; pure, facendo forza a sè stesso, acconsentì con un cenno del capo. Il Savonarola levossi finalmente in piedi, e mentre il moribondo principe si rimpiccioliva pauroso nel letto, egli sembrava divenire maggiore di sè, dicendo: — «Ultimo. Vi bisogna restituire la libertà al popolo di Firenze.» — Il suo volto era solenne; la voce quasi terribile; gli occhi, per indovinare la risposta, stavano intenti e fissi in quelli di Lorenzo; il quale, raccogliendo quante forze la natura gli avea lasciate in quel punto, volse sdegnosamente le spalle senza pronunziar più parola. E così il Savonarola si partiva senza dare l’assoluzione; ed il Magnifico, lacerato dai rimorsi, dava poco dipoi l’ultimo fiato, il giorno 8 aprile 1492.‍[135]

La morte di Lorenzo dei Medici portava un gran mutamento nelle cose di Toscana e d’Italia. Il suo accorto procedere, il sapersi con prudenza destreggiare fra i vari potentati, il tenerli con molta arte uniti fra loro, lo aveano fatto quasi moderatore della politica italiana; e Firenze ne era divenuto centro delle più gravi faccende di stato. Piero, invece, parea che in ogni sua qualità fosse opposto al padre. Bello e valido della persona, s’era abbandonato tutto ai piaceri delle donne ed agli esercizi del corpo. Egli aveva una facilità grande di verseggiare improvviso, ed una pronunzia grata e piacevole; ma poneva la sua ambizione nel cavalcare e giostrare, nei giuochi del calcio, del pugno e della palla, nei quali si teneva tanto valente da sfidare i primi giocatori d’Italia, che venivano perciò in Firenze. Egli aveva ereditato dalla sua madre tutta la superbia di casa Orsina; ma dal padre, niuna di quelle maniere modeste e civili che tanto avevano contribuito a renderlo popolare. Era invece di modi rotti e spiaceva ad ognuno: lasciavasi poi trasportare così violentemente dall’ira, che un giorno, in presenza di molti, dètte uno schiaffo ad uno de’ suoi cugini. Queste cose erano tenute in Firenze assai più intollerabili d’ogni aperta violazione delle leggi, e bastavano per sè sole a creargli un gran numero di nemici.‍[136]

Nè i suoi modi spiacevano solo ai privati; ma fin dal principio del suo governo, s’era in maniera disgustato tutti i principi italiani, che Firenze ne perdeva tutta quella preminenza che Lorenzo aveva saputo conservarle. Trascurava affatto le cose dello Stato, nè si dava altra cura se non quella di cercare una occasione a restringere vieppiù il governo nelle sue mani: ogni giorno distruggeva qualcuna di quelle apparenze di libertà, che il Magnifico con tanta cura aveva lasciate intatte, ed a cui il popolo era ancora assai affezionato. Onde l’universale dei cittadini ne stava sempre più malcontento; e s’era già formato un partito avverso, che veniva di continuo accresciuto da moltissimi di coloro medesimi che sotto Lorenzo erano stati dei più affezionati ai Medici. Già cominciava una certa espettazione di cose nuove, le quali divenivano d’ora in ora più desiderabili e più necessarie, perchè Piero, vedendosi abbandonato dai cittadini di reputazione, era costretto circondarsi di gente sempre più nuova ed incapace.

La moltitudine cresceva perciò intorno al pergamo del Savonarola, il quale veniva considerato come il predicatore del partito avverso ai Medici. L’essersi il Magnifico, presso alla morte, voluto confessare a lui, avevagli fatto guadagnare infinitamente nell’opinione di tutti coloro che erano stati ammiratori di quel principe, e che ora si allontanavano dal figlio pe’ suoi modi violenti e per la sua mal sicura politica. Il popolo andava da un altro lato rammentando, come nella sagrestia di San Marco, in presenza d’alcuni rispettabili cittadini,‍[137] il Savonarola aveva predetto la morte vicina di Lorenzo, del papa e del re di Napoli. Una parte di questa predizione erasi quasi immantinente verificata; un’altra sembrava già vicina al suo adempimento.

Le forze vitali d’Innocenzo VIII svanivano rapidamente: egli era da più tempo caduto in una specie di sopore, cresciuto qualche volta sino al punto di farlo creder morto a tutta la corte. Si cercava invano ogni mezzo per ridestare la spenta vitalità del papa, quando un medico ebreo propose di tentare con un nuovo strumento la trasfusione del sangue; cosa tentata fino allora soltanto sugli animali. Il sangue del decrepito pontefice doveva passare tutto nelle vene d’un giovane, che dovea cedergli il suo. Tre volte fu tentata la difficile prova, nella quale, senza alcun giovamento del papa, tre giovanetti perderono successivamente la vita; forse a cagione di aria introdottasi nelle loro vene. Il giorno 25 aprile 1492 cessava di vivere Innocenzo VIII; e cominciavasi subito a trattar la nuova elezione.‍[138]

La corruttela era nella corte romana giunta a tal segno, che quelle medesime enormità le quali una volta si facevano in segreto ed erano nondimeno cagione di scandalo e di rammarico universale, avevano luogo adesso, sotto agli occhi di tutti, senza che alcuno quasi se ne maravigliasse. I cardinali non passarono nel conclave il numero di ventitrè; la elezione si ridusse ad un semplice mercato di voti, nel quale riuscì vittorioso Roderigo Borgia, per essere il cardinale che poteva offerire un maggior prezzo ed un maggior numero d’impieghi. Quel giorno medesimo, i Romani videro con indifferenza le mule cariche di oro entrare nel palazzo d’Ascanio Sforza,‍[139] che era stato il più forte rivale del Borgia; e parlavasi dei particolari di quel mercato come di cose ordinarie e naturali.‍[140]

Il nome d’Alessandro VI, che fu assunto dal nuovo pontefice, è noto abbastanza per turpe fama, senza che vi sia bisogno di fermarsi a parlarne troppo lungamente. Di nazione spagnuolo, egli era in origine avvocato di Valenza. La sua grande facilità nel parlare, un’attitudine maravigliosa a tutti gli affari, specialmente di finanza e di amministrazione, lo avevano di grado in grado fatto salire al cardinalato. Una delle passioni che più fortemente lo dominarono, era l’avidità insaziabile del danaro; per cui egli si trovava di continuo in intimi rapporti coi Mori, coi Turchi e cogli Ebrei, disprezzando ogni pregiudizio ed ogni uso più rispettato del suo secolo. Così potè raccogliere quella ricchissima fortuna che lo fece ascendere al papato. Amava la vita libera e sciolta dei sensi, ed era sempre stato sotto il dominio di qualche donna. Quando pervenne al pontificato, era la famosa Vannozza; prima era stata la madre di lei; e più tardi fu la figlia Lucrezia Borgia, cagione di quegli scandali e quelle sanguinose gelosie che tutto il mondo conosce, e che resero il nome di quella famiglia un disonore della specie umana. Tale era la fama di colui che saliva al pontificato, che l’annunzio ne fu ricevuto in tutta Italia con un rammarico universale; e Ferdinando di Napoli non potè trattenere le lacrime: cosa che non gli era seguita neppure nella morte dei figli.‍[141]

Parve, nondimeno, che il principio di questo pontificato volesse smentire l’opinione che se n’era concepita. Si vide per la prima volta rimessa in qualche ordine l’amministrazione delle entrate pontificie: i delitti che negli anni decorsi avevano infestato la Campagna e tutte le province, numerandosi per ogni settimana quasi a centinaia, furono severamente repressi, e scemarono ad un tratto maravigliosamente. Troppo presto però si conobbe che tutto ciò aveva un solo scopo; quello di cavare più facilmente dai sudditi una maggior quantità di danaro, e creare dei principati più fermi e sicuri ai figli del papa, i quali già si rendevano noti per la oscenità delle loro libidini e l’atrocità dei loro delitti.‍[142]

Per questi fatti, gli animi erano davvero atterriti, e guardavano con trepidazione il futuro. Gli occhi si volgevano involontariamente a colui che sempre avea predetto sventure all’Italia ed alla Chiesa, e le cui parole sembravano stranamente verificarsi tutte. Due dei principi ai quali aveva predetto la morte, erano adesso già scesi nella tomba; il terzo non poteva, per la sua decrepitezza, tardare ancor molto; e la Chiesa non avea da secoli versato in condizioni sì tristi. Le tre famose Conclusioni passavano perciò di bocca in bocca: lo sconforto dei veri credenti faceva ch’essi vi cominciassero a prestare un’intera fede, e lo strano terrore che s’era impadronito dell’universale spargeva nel mondo il nome del Savonarola. Il quale era nel medesimo tempo causa e vittima di queste voci. Il vedere come allora quasi ognuno si volgesse verso le sue idee, lo confermava ed esaltava più che mai in esse. I tempi destinati gli parevano ormai vicini; leggeva e rileggeva i profeti; predicava con maggiore impeto; nè è maraviglia che in tale stato crescessero le sue visioni.

Infatti, questo medesimo anno 1492, mentre che egli predicava l’avvento, ebbe un sogno che aveva tutta l’apparenza d’una visione, e che il Savonarola non esitò un istante a credere una rivelazione divina. Gli parve di vedere nel mezzo del cielo una mano con una spada, su cui era scritto: Gladius Domini super terram cito et velociter. Udì molte voci chiare e distinte, che promettevano misericordia ai buoni, minacciavano flagelli ai cattivi e gridavano che l’ira di Dio era vicina. Ad un tratto la spada si rivolge verso la terra; l’aere s’oscura; piovono spade, saette e fuochi; s’odono terribili tuoni; e tutta la terra è in preda alle guerre, alla fame, alla peste. La visione sparisce, con un comando al Savonarola di minacciare i flagelli, ispirare agli uomini il timore di Dio ed indurli a pregare il Signore perchè mandi alla Chiesa buoni pastori, che prendano finalmente cura delle anime smarrite.‍[143] Più tardi noi vediamo questa visione rappresentata in un numero infinito d’incisioni e medaglie, e quasi divenuta un simbolo del Savonarola e della sua dottrina.

In questi mesi, però, inaspettatamente lo troviamo lontano da Firenze: nell’aprile del 1492 egli era a Pisa, dove fece alcuni sermoni nel monastero di Santa Caterina, e strinse amicizia con Stefano da Codiponte,‍[144] che fu poi uno dei suoi più fedeli ed affettuosi seguaci. Nella quaresima del 93 è più lontano ancora, giacchè predica a Bologna. Sembra che Piero dei Medici, annoiatosi di questo predicatore troppo popolare, intorno al quale si radunavano i suoi nemici, lo facesse per mezzo dei superiori di Roma o di Milano allontanar qualche tempo da Firenze. I frati di San Marco ne erano dolentissimi, ed il Savonarola cercava di confortarli per mezzo di lettere. «Io mi ricordo sempre della vostra dolce carità, e spesso ne ragiono con Frà Basilio, diletto mio figliuolo e unanime vostro fratello in Cristo Gesù.....: noi stiamo molto solitari, come due tortorine che aspettano che torni la primavera, per tornare nei luoghi caldi, dove siamo usati di vivere in mezzo i fiori e gaudi dello Spirito Santo.... Ma se vi par troppo essere contristati, reputando di non poter vivere senza me, la vostra carità è ancora imperfetta, e però Dio mi ha tolto a voi per qualche tempo.»‍[145]

A Bologna il Savonarola predicava, però, di mala voglia. Mandato via da Firenze come troppo amico del popolo, si trovava in città governata dalla ferrea mano dei Bentivoglio; bisognava dunque tenersi assai stretto nei limiti. Obbligato ad un predicare tutto contrario a’ suoi impulsi, riuscì freddo, e lo chiamavano «uomo semplice e predicatore da donne.»‍[146] L’uditorio nondimeno era numeroso, e la folla, invitata dal suo nome, accorreva. Vi frequentava, fra gli altri, la moglie del Bentivoglio, la quale veniva assai tardi, e traendosi dietro un lungo strascico di dame, di cavalieri e di paggi, interrompeva ogni giorno la predica. Questo era uno di quei disordini che il Savonarola non sapeva tollerare. Le prime volte fermò il suo discorso, credendo che fosse un rimprovero bastevole: la cosa procedeva invece più oltre; onde egli fece qualche cenno sul peccato di distorre i fedeli dai loro uffici religiosi. Ma la superba dama, messa in punto, veniva ogni giorno con maggiore strepito e più orgoglioso dispetto. Sino a che il Savonarola, trovandosi una mattina nel fervore della predica e venendo secondo il costume interrotto, non seppe più trattenersi e gridò: « — Ecco, ecco il diavolo che viene ad interrompere il verbo di Dio.»‍[147] — La Bentivoglio fu talmente presa dall’ira, che ordinò a due de’ suoi staffieri che andassero a finirlo sul pergamo; ma ad essi mancò in sul fatto l’animo di commettere una tanta enormità. Ella non pertanto fremeva al pensiero d’essere stata umiliata da un frate, e mandò due altri de’ suoi satelliti perchè lo cercassero nella cella e gli facessero qualche grave ingiuria. Ed il Savonarola seppe riceverli con una tale fermezza d’animo, e parlò loro con un accento tanto sicuro e quasi imperioso, ch’essi lo udirono e si partirono confusi.‍[148] Per buona fortuna, la quaresima era già in sul finire, ond’egli ben presto dètte il suo addio al popolo. Pure, volendo dare un’altra prova che non si lasciava facilmente spaventare, disse pubblicamente sul pergamo: «Questa sera piglierò il cammino verso Firenze col mio bastoncello e fiasco di legno, ed albergherò a Pianoro. Se alcuno volesse nulla da me, venga prima che io parta. Sappiate però che la mia morte non si deve celebrare a Bologna.»‍[149]

Volgendo i passi a Firenze insieme col suo compagno Frà Basilio, egli pensava alle mutate condizioni della città, al malcontento del popolo, allo sdegno di Piero e alle difficoltà che avrebbe incontrate nelle sue future predicazioni. E mentre l’animo suo era occupato da questi pensieri, e che si trovava ancora parecchie miglia lontano da Firenze, fu in modo vinto dalla stanchezza, che non aveva più forza di continuare oltre il suo cammino nè di prendere cibo. Quand’ecco gli viene in aiuto la visione d’un uomo incognito, che gli ridona forza e coraggio, ed accompagnatolo a Firenze infino alla Porta San Gallo, gli dice: — «Rammentati di fare quello per cui sei stato mandato da Dio;» — e così detto, sparisce.‍[150] Non è certo da maravigliarsi che il Savonarola, vinto dalla stanchezza, avesse un’altra visione. Il lettore potrà d’altronde fare di tali leggende il giudizio che crede: noi le raccontiamo perchè sono parte della storia di quei tempi, avendovi allora prestato fede uomini grandissimi,‍[151] e più di tutti il Savonarola medesimo; come abbiamo già notato altrove, e come avremo occasione di discorrerne assai più a lungo.

A Firenze trovò peggiorato assai lo stato della città, essendo cresciuta l’insolenza di Piero, e i mali umori del popolo divenendo ogni giorno più manifesti. Il priore di San Marco doveva trovarsi perciò in condizione assai più difficile: bisognava tacersi, o esporsi ad esser mandato via con qualche nuovo ordine che venisse dai superiori di Lombardia o di Roma. Considerando questo stato di cose, rammentò il Savonarola che la Congregazione Toscana era stata divisa dalla Lombarda sino all’anno 1448, quando vi fu unita a cagione della peste che aveva in Toscana disertato i conventi: non dovea quindi riuscir difficile ridurla alla sua prima indipendenza, ora che i frati vi si erano moltiplicati.‍[152] Si mise, dunque, con ogni ardore a quest’opera, dalla quale dovevano dipendere tutti i suoi futuri disegni. Ed in essa manifestò per la prima volta una grande attività pratica; mentre l’indole leggiera ed inconseguente di Piero de’ Medici ne risultò sempre più manifesta. Questi, infatti, si lasciò persuadere a favorire una domanda che era diretta solo a render vana la sua autorità sul convento di San Marco; e fece dai magistrati scrivere più lettere all’ambasciatore fiorentino a Roma ed al cardinal di Napoli, caldamente raccomandandola.‍[153] La condotta di Piero era tanto più inesplicabile, in quanto che egli s’era allora appunto dato a favorire i Frati Minori, stati sempre nemici dei Domenicani, e i quali ora predicando, contro a gli ordini espressi della Signoria, la cacciata degli Ebrei, avevano fatto nascere in Firenze non pochi disordini.‍[154] Ma, sia che egli non capisse l’importanza della domanda, sia che volesse dispiacere a Lodovico il Moro signore di Lombardia, certo è che in questa cosa favorì il Savonarola; il quale profittando del momento, mandò subito a Roma Frate Alessandro Rinuccini e Frà Domenico da Pescia, di cui avremo in appresso lunga occasione di discorrere. Egli era il suo più sincero e ardente seguace: nato ai piedi della montagna pistoiese, aveva tutto l’ardire e l’audacia di quei montanari; animo pieno di sincerità e di fede, era tutto entusiasmo e devozione pel Savonarola; lo credeva un profeta mandato da Dio a Firenze, e si sarebbe per lui gettato nel fuoco senza esitare un istante. Questi due frati trovarono a Roma, che i favori ottenuti non bastavano a combattere i Lombardi, i quali, per mezzo di Lodovico il Moro, avevano l’aiuto di molti ambasciatori; onde quella disputa di conventi sembrava essere divenuta un affare di stato.‍[155] Da Roma scrivevano perciò al Savonarola, che bisognava deporre il pensiero di riuscire nell’impresa; ma egli in risposta diceva loro: «Non dubitate, state forti ed avrete vittoria: il Signore disperde i consigli della gente, e manda per terra i disegni dei principi.»‍[156]

Ed invero, la vittoria si ebbe in un modo inaspettato e strano. Il 22 maggio 1493, ogni speranza di successo sembrava perduta; il papa, svogliato, licenziava il concistoro, dicendo di non volere per quel giorno firmare alcun breve. Restava solamente il cardinal di Napoli, con cui si tratteneva in discorsi piacevoli ed ameni, abbandonandovisi col solito eccesso della sua indole. Al cardinale parve essere venuto il momento opportuno, e destramente cavatosi di tasca il breve, che già era stato disteso, pregava il papa di firmarlo. Questi sorridendo negava, e quegli sorridendo, cavatogli dal dito l’anello, bollava il breve.‍[157] Non aveva appena finito, che, quasi l’avessero saputo, arrivavano messi pressantissimi dei Lombardi con nuove e più valide raccomandazioni. Ma il papa non volle più udir parola di questo affare, che già lo aveva noiato, dicendo: Quel che è fatto è fatto. In tal modo, San Marco otteneva la sua indipendenza, e le parole del Savonarola si verificavano.

I Lombardi, rimasti vinti così inaspettatamente, fecero mille tentativi per annullare o almeno scemare la forza del breve; e furono in questo favoriti dallo stesso Piero dei Medici, che dopo averli combattuti, voleva aiutarli.‍[158] Ma ormai era troppo tardi: San Marco, divenuto centro d’una congregazione, dipendeva solo da Roma. Il Savonarola venne subito rieletto priore; e nella sua nuova condizione, libero finalmente e padrone di sè, poteva parlar franco e sicuro; nè doveva più riuscire ad alcuno rimuoverlo da Firenze, sua unica sede. Egli solo aveva sin dal principio capita l’importanza del breve ottenuto; gli altri dovevano avvedersene più tardi. Nuovi e più gravi pericoli si avvicinavano però rapidamente, ed il nostro frate vi si apparecchiava.

Bisognava, innanzi tutto, riordinare e disciplinare il convento. Una volta, egli aveva pensato di ritirarsi coi suoi frati sopra un monte solitario, ed ivi menare vita povera e romita;‍[159] ma ora questi sogni giovanili aveano ceduto il luogo a più mature idee. Si trattava, non di abbandonare la società, ma di viverci in mezzo per correggerla; non di formare dei romiti, ma dei buoni religiosi, che menassero vita esemplare e fossero pronti a spendere il sangue per salute delle anime. Correggere i costumi, riaccendere la fede, riformare la Chiesa: ecco ciò che il Savonarola voleva promuovere. E quando il Signore avesse adempiuti questi santi desiderii, si sarebbe allora partito d’Italia coi suoi più animosi frati, per andare a portare in Oriente la religione di Cristo. Costantinopoli era uno dei sogni di quel tempo: i politici volevano umiliare il nemico dell’Europa e ristabilire l’impero latino; i religiosi volevano convertire gl’infedeli e rimettere Gerusalemme in mano dei credenti; e moltissimi credevano col Savonarola, che si avvicinasse il tempo annunziato nelle profezie e che si dovesse finalmente avere un solo ovile ed un solo pastore.

Ma, per tornare al convento, la prima riforma che fece il Savonarola, fu di rimettere in vigore la povertà. San Domenico avea con terribili parole minacciata la sua maledizione contro coloro che ardissero introdurre le possessioni fra i suoi religiosi; ma dopo la morte di Sant’Antonino, quelle parole rimanevano solo scritte sulle mura dei chiostri:‍[160] il convento di San Marco aveva, con una riforma, assunto la facoltà di possedere, ed in breve tempo erano moltiplicate le sue ricchezze. Il Savonarola, adunque, chiamò in vigore l’antica costituzione; ma siccome le oblazioni erano già da lungo tempo scemate, bisognò provvedere in modo da sopperire altrimenti ai bisogni del convento. Ne scemò le spese col vestire i frati di panni più poveri; col rendere le loro celle più semplici e disadorne; col vietare di tenervi libri miniati, crocifissi d’oro o argento, e simili vanità. Ma ciò non bastava. Volle, adunque, che i suoi frati vivessero col frutto delle loro fatiche, e fece quindi istituire delle scuole nelle quali studiavasi pittura, scultura, architettura, arte di scrivere e miniare codici. I conversi e quei frati che erano meno atti alle più alte opere di spirito, dovevano esercitare queste arti per aiutare ai bisogni del convento. I sacerdoti e prelati in tal modo potevano più liberamente attendere alla confessione, aver cura delle anime, dirigere l’educazione intellettuale e spirituale dei novizi. I più provetti nello spirito di carità e nella teologia, dovevano darsi alla predicazione e percorrere le varie città, accompagnati da un solo converso, che non doveva mai tralasciare il lavoro, per potere coi suoi guadagni, in parte almeno, aiutare il compagno. Tre sorta di studi il Savonarola promosse dipoi principalmente nel convento: teologia, morale, e sopra ogni altra cosa lo studio delle Scritture, per l’intelligenza delle quali s’insegnava il greco, l’ebraico ed altre lingue orientali. E queste lingue dovevano servire anche di più in quel giorno in cui, siccome sperava, egli ed i suoi sarebbero stati dal Signore inviati a portare il Vangelo fra i Turchi.‍[161]

Non tutte queste idee si misero facilmente in atto nè tutte restarono senza ostacoli, ma il convento cominciò rapidamente a fiorire: cresceva il fervore e lo zelo per gli studi; cresceva l’amore per le Sacre Carte e lo spirito di religione. Facile riusciva il progredire, quando si vedeva il priore essere un modello vivo e parlante dei principii che inculcava. I suoi panni erano sempre i più rozzi; il suo letto era il più duro; la sua cella la più povera; severo verso gli altri, era severissimo verso di sè. Onde un entusiasmo nacque nel popolo in favore di San Marco; molti nobili cittadini domandarono di vestir l’abito; si diceva che Angelo Poliziano e Pico della Mirandola vi fossero assai inclinati: ma quello che è più, queste simpatie eran sórte ancora negli altri conventi. Quelli di San Domenico di Fiesole, Prato e Bibbiena; i due ospizi della Maddalena in pian di Mugnone e di Lecceto, chiesero di rientrare nella nuova Congregazione Toscana e furono ricevuti.‍[162] Le cose arrivarono a segno, che i Camaldolensi del monastero degli Angioli stesero per man di notaio un contratto, col quale si obbligavano di mutare ordine per riunirsi a San Marco. Il Burlamacchi fu portatore di questa domanda al Savonarola, che la ricusò, perchè fuori del suo arbitrio e dell’autorità concessagli dal breve. Non voleva dare ai suoi nemici occasione di muovergli giuste accuse: avrebbe bensì desiderato di raccogliere intorno a sè tutti i Domenicani della Toscana; ma questo neppure poteva facilmente riuscire, a cagione degli odii politici che dividevano quel paese.‍[163] Infatti, noi lo troviamo a Pisa assai male ricevuto; e di quarantaquattro frati non poterne avere che soli quattro, fra cui primo fu quello Stefano Codiponte di cui abbiamo più sopra accennato.‍[164] A Siena venne accolto anche peggio, perchè ricevette dalla Signoria ordine di partire; ed egli tornossene sdegnato a Firenze,‍[165] dove la Congregazione di San Marco cresciuta e fiorente procedeva innanzi, piena di fervore in quelli che ne facevano parte, incoraggiata dalle simpatie di coloro che la circondavano.

NOTA. Sulla morte di Lorenzo il Magnifico, e sulle ultime parole che gli disse il Savonarola.

Alcuni storici, desiderosi di difendere i Medici in ogni occasione, a torto e a diritto, hanno voluto negare che il Savonarola dicesse veramente a Lorenzo le tre parole da noi riportate. Di tutte le ragioni che adducono per sostenere la loro asserzione, una sola merita di essere presa in considerazione. — Il Poliziano, nella sua lettera a Iacopo Antiquario (XV kalendas iunias 1492), descrive minutamente la malattia e la morte di Lorenzo, parla della visita del Savonarola, e non riferisce le tre parole da noi citate. Ora, aggiungono quegli storici, esso era il solo testimonio oculare del fatto; scriveva privatamente ad un amico, e quindi non avea alcuna ragione di alterarlo: esso, dunque, merita più fede dei biografi del Savonarola, che per lodare il loro eroe, hanno probabilmente colorito i fatti a lor modo. —

Innanzi tutto, non ci è alcuna ragione per accertare che il Poliziano fosse stato presente al colloquio di Lorenzo e del Savonarola; anzi, il biografo Razzi (Cap. VI) dice espressamente che in quel momento gli altri usciron di camera. Certo è che il Poliziano dice di essere stato più volte rimandato nella vicina stanza, ed è assai probabile che ivi ritornasse quando si trattava di confessione: se pure restò presente, non è da credere che il Magnifico volesse confessare i suoi peccati ad alta voce. Quanto poi allo scrivere privatamente ad un amico, questa è una ragione che si può addurre solamente da chi ignora come le lettere che gli eruditi del XV secolo si scrivean tra loro, erano pubbliche quanto le loro opere, e assai spesso venivano da loro medesimi raccolte e messe a stampa.

Ma volgiamoci a considerare un poco, chi sono coloro che raccontano il fatto nel modo da noi descritto. Il numero ne è infinito: possiamo dire che tutti i biografi del Savonarola, antichi o moderni, a stampa o manoscritti, sono d’accordo a seguire la medesima narrazione; fatta eccezione solamente del signor Perrens e del Rastrelli, che scrisse un lavoro anonimo (colla data di Ginevra 1781), il quale può chiamarsi un libello piuttosto che una biografia. La nostra narrazione, adunque, è appoggiata all’autorità di questi scrittori: Burlamacchi, pag. 19; Pico, cap. VI; Barsanti, lib. I, paragr. XXVI-VII; Razzi, cap. VI, Ms. nella Riccardiana e nella Magliabechiana; Cinozzi Ms., come sopra, nella Riccardiana 2053, e nella Magliabechiana XXXV, 206; Fra Marco della Casa, Vita ec., Ms. nel convento di San Marco a Firenze; Vita Fratris Hieronymi, Fratris Salvestri et Fratris Dominici, prezioso Ms., che sembra autografo, passato dalla biblioteca del noviziato di San Marco alla Magliabechiana, I, VII, 28. Nel cap. XXIII di questa Vita l’autore dice: «Omnia hæc quæ in hac Vita scripta sunt, aut ab autore visa aut a fide dignis audita;» e nel cap. XI egli racconta il fatto siccome il Padre Burlamacchi e gli altri. Nella biblioteca di Gino Capponi, Cod. CCCXIII, si trova un Ms. che, sebbene sia una parafrasi del Burlamacchi, pure serve a confermare il medesimo fatto; un altro simile se ne trova nella Biblioteca imperiale di Parigi, e ve n’è un numero infinito in altre biblioteche pubbliche e private, che è inutile di qui riferire. Vedi anche ciò che dice il Rubieri, intorno a questo fatto, nelle sue pregevolissime Osservazioni critiche al Perrens, Polimazía, Num. 3 e 4, anno II.

Non volendo, però, discutere ad una ad una tutte le autorità che sostengono la nostra opinione, ci fermeremo solo a quelle del Burlamacchi e del Pico. (Burlamacchi, pag. 28 e 29; Pico, cap. VI.) Messa in questi termini la cosa, si tratta di sapere: se bisogna credere al Poliziano, che era un cortigiano costretto dalla sua condizione ad adular sempre; o pure al Burlamacchi, uomo onesto e sincero, ed al Pico, non solo onesto e sincero, ma principe ricco e indipendente, e di famiglia amica ai Medici: se bisogna credere ad un cortigiano il quale tace un fatto che non poteva raccontare senza mettere in pericolo tutta la sua fortuna; o pure a due uomini onesti, contemporanei e conoscenti del Savonarola, i quali scrivevano in tempi affatto contrari alla sua memoria, ed affermavano di lui cosa che, quando non fosse stata vera, avrebbero dovuta inventare, e moltissimi si sarebbero trovati interessati a contrastarla. Essi invece ci raccontano il fatto come generalmente noto, e dicono d’averlo potuto confermare per mezzo di Silvestro Maruffi, che l’ebbe dal Savonarola stesso; e per mezzo di Domenico Benivieni, che l’ebbe da alcuni familiari di Lorenzo, a cui egli medesimo lo aveva prima di morire raccontato. (Riscontra anche il Cinozzi, che conobbe personalmente il Savonarola, ed è su questo punto molto minuto e preciso.)

Sembrerebbe invero, che non dovesse restarvi dubbio di alcuna sorte; ed infatti, sino al secolo passato niuno pensò di negar fede a quella narrazione. Il Fabroni, nella sua Vita Laurentii Medicis, lavoro dottissimo ma pure tutto ligio ai Medici, fu il primo che, appoggiandosi alla lettera del Poliziano, la impugnasse. Il Roscoe, che tanti documenti prese dal Fabroni e assai spesso lo copiò, volle anche in questo seguirlo; e finalmente il Perrens, che più d’una volta cadde in errore per seguire il Roscoe, v’è anche questa volta caduto.

Prendendo ora a leggere la lettera del Poliziano, si vedrà che lungi dall’impugnare il fatto, egli lo storpia solamente in modo così visibile, da farci nelle sue stesse parole trovar la conferma di ciò che voleva nasconderci: «Abierat vixdum Picus, cum Ferrariensis Hieronymus, insignis et doctrinâ et sanctimoniâ vir, cœlestisque doctrinæ prædicator egregius, cubiculum ingreditur: hortatur ut fidem teneat; ille vero tenere se ait inconcussam: ut quam emendatissime posthac vivere destinet; scilicet facturum obnixe respondit: ut mortem denique, si necesse sit, æquo animo toleret; nihil vero, inquit ille, iucundius, si quidem ita Deo decretum sit. Recedebat homo iam, cum Laurentius: heus, inquit, benedictionem, pater, priusquam a nobis proficiscaris. Simul demisso capite vultuque, et in omnem piæ religionis imaginem formatus, subinde ad verba illius et preces rite ac memoriter responsitabat, ne tantillum quidem familiarium luctu, aperto iam neque se ulterius dissimulante, commotus. Diceres indictam cœteris, uno excepto Laurentio, mortem.»

Or chi sarà di tanto buona fede, da voler credere che il Savonarola si presentasse spontaneamente a Lorenzo moribondo, e gli dicesse: 1º Abbiate fede: 2º Proponetevi di viver bene: 3º Apparecchiatevi alla morte; e che, avendo il Magnifico risposto a tutte queste domande affermativamente, il frate si partisse senza dare neanche la benedizione? È fuor di dubbio, che se il Savonarola andò da Lorenzo, dovette essere chiamato; perchè nè egli era uomo da andare non chiamato nè i cortigiani lo avrebbero lasciato passare. E per quale altra cagione poteva Lorenzo richiedere in quel momento il Savonarola, se non per confessarsi? E se vi fu confessione, quali peccati doveva principalmente dire, se non quelli che erano noti in tutto il mondo, come i più gravi della sua vita; quelli appunto di cui parlano il Pico ed il Burlamacchi? Finalmente, se il frate partiva senza dare la benedizione, è segno evidente che i peccati non furono perdonati. Tutta la quistione si restringe adunque, non sulla visita, nè sulla confessione, nè sull’assoluzione che certamente non fu data; ma solo sopra le tre parole del Savonarola. Or, quanto alla prima di queste parole, la narrazione del Poliziano non differisce punto dalle altre; quanto alla seconda, la differenza è di poco momento; non vi rimane che la terza, cioè: restituire la libertà al popolo fiorentino; e questa è quella appunto che il Poliziano doveva tacere, ed è troppo naturale che la mutasse in quest’altra: apparecchiarsi alla morte.

CAPITOLO DECIMO. Il Savonarola espone i punti principali della sua dottrina, nell’Avvento del 1493: predice la venuta dei Francesi, nella Quaresima del 1494. [1493-1494.]

Nell’avvento del 1494 riprese, adunque, la sua predicazione in Firenze, coll’animo più sicuro e la parola più franca, con un uditorio sempre crescente. Era il capo della Congregazione Toscana che parlava, il frate di vita esemplare; quegli le cui parole si verificavano così stranamente, la cui assoluzione era stata desiderata dal Magnifico. Queste cose tutte gli accrescevano talmente il favore della moltitudine, ch’ei poteva spingersi a parlar con ogni ardire, senza più temere le vendette di Piero de’ Medici. Ed infatti, la cattiva vita dei principi italiani e dei grandi ecclesiastici, la corruzione e rovina di tutta la Chiesa, l’avvicinarsi dei flagelli, ed il desiderio che dovevano averne i buoni affinchè si mettesse finalmente un argine a questa universale depravazione; tali furono gli argomenti su cui versarono di continuo le venticinque prediche che egli fece nell’avvento di quest’anno sul salmo Quam bonus. In esse si occupava, però, anche di trattare distesamente punti gravissimi di teologia cristiana; perchè allora volle far quasi un quadro compiuto della sua dottrina, disegnandola a grandi tratti e fermandola bene nell’animo degli uditori, acciò si apparecchiassero ai flagelli che dovevano venire. Ed invero, possiam dire che quanto alla parte teologica, queste vanno fra le migliori prediche del Savonarola.

Incominciamo adunque dalla fede, riportando le sue parole medesime: «La fede è dono di Dio, data in salute di ciascheduno credente; però, figli miei, non vogliate errare con molti che dicono: se io vedessi qualche miracolo, suscitare almanco un morto, io crederei. Costoro s’ingannano, perchè la fede non è messa in potestà nostra, ma è un dono soprannaturale, cioè un lume infuso di sopra nella mente dell’uomo. E qualunque lo vuole ricevere, deve dentro prepararsi e umiliarsi a Dio.»‍[166] «Qui potrà dirsi: — Se tutte le cose che sono ordinate ad un fine, vi pervengono coi loro mezzi naturali; come mai la natura dell’uomo non basta per sè stessa a raggiungere il fine a cui è ordinata? È forse l’uomo inferiore agli animali? — No: questo gli si deve attribuire a nobiltà e ad eccellenza; giacchè egli ha un fine divino, un fine che trascende la natura.‍[167] — Ma perchè, potresti tu allora domandarmi, perchè alcuni vengono eletti, ed altri no? — Le cose della fede, figliuol mio, «tu hai a cercare d’intenderle mediante il lume della fede, in quello modo che te le pongono le Scritture; e più oltre non ti debbi estendere, se tu non vuoi inciampare. Chi sei tu che replichi a Dio? Non ha il vasellaio la podestà sopra l’argilla, da fare d’una medesima massa un vaso ad onore e un altro a disonore?‍[168]» «Negli eletti Iddio mostra la sua misericordia, nei reprobi la sua giustizia. Ma se tu domandi: perchè Iddio ha predestinato questo e non quello? perchè Giovanni è più predestinato di Pietro? Allora dirotti, che Dio vuole così; e non c’è altra risposta. Origene volle passare questi termini, e disse che la predestinazione dipendeva dai meriti d’un’altra vita anteriore a quella. I Pelagiani dissero che dipendeva dalle nostre opere in questa vita: secondo questi eretici il principio del ben fare veniva da noi, la consumazione e perfezione veniva da Dio. Essi vollero varcare i termini assegnati, e caddero nell’eresia. La Scrittura è chiarissima: non in un luogo solamente ma in molti essa dice, che non il fine solo del bene operare, ma il principio ancora viene da Dio; anzi tutte le nostre buone opere, è Iddio che le opera in noi.» «Non è, adunque, vero che per l’opere e meriti preesistenti Iddio ci dia la grazia, e che siamo per ciò predestinati a vita eterna, quasi che l’opera e meriti siano causa della predestinazione; ma la volontà divina è causa della predestinazione, come di sopra abbiamo detto.»‍[169]

«Dimmi, Pietro, dimmi, o Maddalena, perchè siete voi in Paradiso? Voi pur peccaste come noi. Tu, Pietro, che confessasti il figliuolo di Dio, che conversasti con lui, l’udisti predicare, vedesti i suoi miracoli e, solo con due discepoli, lo vedesti trasfigurato nel monte Tabor, udisti la voce paterna; e nondimeno, poi, alla voce d’una femminuccia lo negasti ben tre volte, e poi fosti restituito alla grazia, e fatto capo della Chiesa, e ora possiedi la beatitudine celeste; donde hai avuto tanto bene?... Confessa, adunque, che non per li meriti tuoi, ma per la bontà di Dio, che t’ha fatto tanto bene, che ti dette in questa vita tanta grazia e tanto lume, sei salvo. E tu, Maddalena, che volgarmente eri chiamata la peccatrice, udisti molte volte predicare il tuo maestro Cristo Gesù; nondimeno tu stavi dura, e quantunque Marta tua sorella ti correggesse ed esortasse a mutar vita, tu non attendevi. Ma quando piacque al Signore, e che ei ti toccò il cuore, tu corresti come ebra col vaso d’alabastro in casa del Fariseo, colle lacrime gli bagnasti i piedi, e meritasti d’udire quelle dolci parole: Dimittuntur tibi peccata multa. Dipoi fosti tanto accetta al Salvatore, che tu meritasti di vederlo prima di tutti resuscitato, e fosti fatta apostola degli apostoli. Queste grazie, Maria, questi doni non furono per li meriti tuoi; ma perchè Iddio t’amò e volseti bene.»‍[170]

Fermandoci però a citazioni come queste, ed isolandole dal resto, potrebbe alcuno trovare appiglio a cadere nell’errore medesimo d’alcuni tedeschi o inglesi, i quali hanno voluto vedere nel Savonarola un sostenitore di quella parte delle dottrine riformate, che dice: la giustificazione essere per la sola fede senza le opere, ed il credente non essere altro che uno strumento passivo nella mano del Signore, il quale può eleggerlo o abbandonarlo, senza che la volontà libera dell’uomo possa per nulla contribuire alla propria salvazione. Sopra punti così importanti, il Savonarola s’è però spiegato con tanta chiarezza, che non si può dar luogo ad alcun dubbio; e non appena le sue opere furono esaminate con diligenza, quegli scrittori stranieri vennero nella loro patria medesima combattuti.‍[171]

La necessità delle opere, il libero arbitrio e la cooperazione dell’uomo alla grazia, che è pure un dono gratuito del Signore, sono argomenti sui quali il Savonarola ritorna ad ogni piè sospinto, dicendo sempre che non solo possiamo, ma dobbiamo apparecchiarci a ricevere questo dono della fede e della grazia, il quale non mancherà mai a coloro che fanno quanto è in poter loro.‍[172] Tre sono le cose che, secondo lui, ci apparecchiano e dispongono; cioè: sforzarsi a credere, pregare ed operare.‍[173] «Epperò noi non dobbiamo mai giudicare il peccatore, ma piuttosto piangere i suoi peccati ed avergli compassione; giacchè fino a tanto che dura il libero arbitrio e la grazia di Dio, egli si può sempre volgere al Signore e convertirsi.‍[174] E se uno domandasse perchè la volontà è libera, noi rispondiamo: perchè è volontà.‍[175] Bisogna, dunque, che l’uomo concorra all’atto della giustificazione, e faccia dal canto suo quello che può, perchè Dio non è per mancargli. Vuoi tu, fratel mio, ricevere l’amore di Gesù Cristo? Fa che tu consenta alla voce divina che ti chiama. Il Signore ogni giorno ti chiama; fa anche tu qualche cosa.‍[176]»

Invero, il motto dal Savonarola assunto nella sua giovinezza, era questo: Tanto sa ciascuno quanto opera;‍[177] e noi diremmo la sua esser la dottrina delle opere, se non dovessimo invece chiamarla dottrina dell’amore; prendendo questa parola nel senso da noi più sopra espresso, cioè a dire per quello stato in cui l’animo tocco dalla grazia è già acceso di carità. «Questo amore, egli dice, è anch’esso un dono del Signore; ma è come un fuoco che accende ogni cosa arida, e chiunque vi si dispone, lo sentirà subito scendere nel suo cuore ad infiammarlo.»

«Gran cosa è certamente l’amore potente, perchè l’amore fa ogni cosa, muove ogni cosa, supera e vince ogni cosa.... Niente si fa se non è impulso dell’amore.... E perchè la carità è un massimo amore infra tutti gli amori, però opera cose grandi e mirabili.» «Essa adempie facilmente e dolcemente tutta la legge divina, perchè è misura e regola di tutte le misure, di tutte le leggi. Ciascuna legge particolare è misura e regola d’un atto e non d’un altro; ma non così la carità, perchè la è misura e regola d’ogni cosa e di tutte l’operazioni umane. E però, chi ha questa legge della carità, regola bene sè e altri, e interpreta bene tutte le leggi. Questo si può assai bene notare in quelli che hanno cura delle anime e si lasciano guidare da ciò che trovano scritto nelle leggi canoniche, le quali essendo leggi particolari, senza la carità che è misura e legge universale, non reggeranno mai bene.» «Piglia l’esempio del medico che porta amore e carità all’infermo, che se egli è buono e amante, dotto ed esperto, niuno è meglio di lui. Tu vedrai che l’amore gli insegnerà ogni cosa, e sarà misura e regola di tutte le misure e di tutte le regole della medicina.» «Durerà mille fatiche senza che gli paia, chiederà di tutto, ordinerà le medicine e vorrà vederle fare; non abbandonerà mai il malato. Se, invece, uccellerà al guadagno, allora non si curerà dello infermo, e la sua scienza stessa gli verrà meno.» «Guarda quel che fa l’amore: piglia l’esempio dalla madre verso il figliuolo. Chi ha insegnato a quella giovanetta che non ha mai più avuto figliuoli, governare ora il suo? L’amore. Vedi quanta fatica dura il dì e la notte per allevarlo, e parle ogni gran cosa leggeri. Chi ne è causa? L’amore. Vedi quanti versi, quanti atti e gesti e quante dolci parole fa verso del suo figliuolino. Chi le ha insegnato? L’amore.... Piglia l’esempio da Cristo, che, mosso da intensissima carità, è fatto a noi piccolo fanciullo; assomigliatosi in ogni cosa ai figliuoli degli uomini; in sopportare fame, sete, freddo, caldo e disagi. Chi gli ha fatto far questo? L’amore. Ora conversa con giusti, ora con pubblicani; e tenne tal vita, che tutti gli uomini e tutte le donne, piccoli e grandi, ricchi e poveri, lo possono imitare, ognuno secondo il modo suo e secondo lo stato suo, e senza dubbio si salva.... E chi gli ha fatto tenere tal vita comune e così mirabile? Senza dubbio, la carità.... La carità lo legò alla colonna, la carità lo menò in croce, la carità lo risuscitò, fecelo ascendere in cielo, e così operare tutti i misteri della redenzione.» «Questa è la vera, questa è la sola dottrina; ma oggi invece i predicatori non predicano che vane sottilità.»‍[178]

E così viene a parlare degli ecclesiastici. «Con Aristotele, Platone, Virgilio e Petrarca, solleticano le orecchie, e non si occupano della salute delle anime. Perchè, invece di tanti libri, non insegnano quel solo dove è la legge e lo spirito della vita? L’evangelio, o Cristiani, bisognerebbe portarlo sempre indosso: non dico già il libro, ma lo spirito di esso. Che se tu non hai lo spirito della grazia e che tu porti indosso l’intero volume, non ti gioverà a nulla. Oh quanto sono più sciocchi ancora quelli che s’empiono il collo di brevi, di polizze e di carte, che sembrano botteghini che vanno alla fiera! La carità non sta nelle carte. I veri libri di Cristo sono gli Apostoli e i Santi; la vera lettura sta nell’imitare la vita loro. Ma oggi gli uomini sono fatti libri del diavolo.» «Parlano contro la superbia e l’ambizione, e sonvi immersi fino agli occhi; predicano la castità, e tengono le concubine; comandano che si digiuni, e vogliono splendidamente vivere.... Costoro sono libri disutili, libri falsi, libri cattivi e del diavolo, perchè esso vi scrive dentro tutta la sua malizia.»‍[179] «Questi prelati s’estollono delle loro dignità e disprezzano gli altri; sono quelli che vogliono essere reveriti e temuti; sono quelli che cercano le prime cattedre nelle sinagoghe, i primi pergami d’Italia. Costoro cercano la mattina d’essere trovati in piazza, ed essere salutati, ed essere chiamati maestri e rabbi; dilatano le fimbrie e filatterie‍[180] loro; sputano tondo; vanno in sul grave e vogliono essere intesi ai cenni.»‍[181]

Dai prelati passa a descrivere i principi d’Italia. «Questi principi cattivi sono mandati per punire i peccati dei sudditi: essi sono veramente un gran laccio alle anime: i palazzi e le corti loro sono il rifugio di tutti gli animali e mostri della terra; il ricovero, cioè, dei ribaldi e scellerati. I quali vi accorrono perchè vi trovano modo e incitamento a cavarsi tutte le sfrenate voglie, tutte le malvage passioni. Ivi sono i cattivi consiglieri, che studiano sempre nuovi pesi e nuovi balzelli per succiare il sangue del popolo. Ivi sono i filosofi e poeti adulatori, i quali con mille favole e bugie fanno cominciare dagli Dei la genealogia di questi principi malvagi; ma, quel che è peggio, ivi sono i religiosi che seguono il medesimo stile. Questa, o fratelli, è la città di Babilonia, la città degli stolti e dagli empi, la città che il Signore vuol distruggere.»‍[182]

E qui viene a descrivere minutamente la costruzione di questa città, la quale è stata edificata dalle dodici stoltezze degli empi. «Essi vedono la luce e le tenebre; preferiscono queste a quella: trovano una via agevole ed una aspra e pericolosa; preferiscono la seconda alla prima, e così via discorrendo. Essi entrano in mare e salgono sopra una balena, che credono uno scoglio, e vi si fermano sopra. — Che generazione mai è questa? Che fine è mai quello di costoro? Massime, che io intendo essi vogliono edificarvi sopra una città. — Che fate voi? dico io. Voi aggravate troppo la bestia; voi affogherete. — Ma essi si affaticano tuttavia, e discutono, e si fortificano, e s’azzuffano, e l’uno vuole soggiogare l’altro; e finalmente sorge un tiranno, che li opprime tutti. Costui cerca a morte i suoi nemici, ha spie per tutto; e quindi nuove guerre e nuove dissensioni. La balena, stanca finalmente di tanto rumore, si muove, e tutti affogano, e la città di Babilonia è distrutta. Così viene manifestato,» conclude il Savonarola, «che gli empi si perdono nelle fatiche degli stolti, e che gli stolti saranno flagellati.»‍[183]

Era assai facile vedere, che in questa città degli stolti il Savonarola ardiva simboleggiare la potenza di Piero de’ Medici e de’ suoi amici, la quale, secondo le sue predizioni, non doveva tardare molto ad essere rovesciata. Ma egli non si fermò a questo. Dopo aver parlato della corruzione del popolo e dei principi italiani, ritorna a discorrere con uguale ardire il soggetto assai più grave dei sacerdoti e della Chiesa. Seguendo una interpetrazione assai singolare d’alcune parole della Bibbia, egli diceva: «In securi et in asciâ deiecerunt eam. — Il demonio, quando vede che un uomo è debole, gli dà dei colpi d’ascia per farlo cadere nel peccato; quando vede invece che è forte, dà colpi di scure. Sarà quella giovane onesta e bene allevata; le si mette intorno quel giovane scorretto, e con mille lusinghe la inganna e fa cadere nel peccato. Ecco il demonio le ha dato un colpo di scure. Sarà quel cittadino onorato; egli entra nelle corte dei gran maestri; ivi è la scure bene affilata; non è virtù che vi sappia resistere. Ma oggi siamo in tempi ancora più tristi: il demonio ha chiamato a raccolta i suoi, ed hanno dato colpi terribili alle porte stesse del tempio. Le porte sono quelle che t’introducono in casa, e li prelati son quelli che debbono introdurre nella Chiesa di Cristo i fedeli. Ecco perchè il diavolo ha misurato contro di loro i gran colpi, ed ha spezzato queste porte. Ecco perchè ora non si trovano più nella Chiesa buoni prelati.» «Non vedi tu ch’ei fanno ogni cosa a rovescio? Non hanno giudizio. Non sanno discernere inter bonum et malum, inter verum et falsum, inter dulce et amarum: le cose buone paiono loro cattive, le cose vere paiono loro false, le dolci paiono loro amare, e così viceversa.... Vedi oggi li prelati prostrati coll’affetto in terra ed in cose terrene; la cura dell’anime non è più loro a cuore; basta tirar le entrate: e i predicatori predicano per piacere ai principi, per essere da loro laudati e magnificati.... E v’è peggio ancora: non solo hanno distrutta la Chiesa di Dio, ma ne hanno fatta una a lor modo. Questa è la Chiesa moderna, non edificata più di pietre vive, cioè di Cristiani stabiliti nella fede viva, formata di carità.... Vattene a Roma e per tutto il Cristianesimo; nelle case de’ gran prelati e de’ gran maestri non s’attende se non a poesie e ad arte oratoria. Va’ pure e vedi, tu gli troverai co’ libri d’umanità in mano; e dánnosi a intendere, con Virgilio, Orazio e Cicerone, saper regger le anime. Vuoilo tu vedere che la Chiesa si regge per mano d’astrologi? E’ non v’è prelato nè gran maestro che non abbia familiarità con qualche astrologo, che gli predica l’ora ch’egli ha a cavalcare o fare altra faccenda. E questi grandi maestri non uscirebbono un passo fuora della volontà dei loro astrologi.»

»Solamente una cosa è in questo tempio che ci diletta assai. Questo è, che egli è tutto dipinto e morpellato. Così la nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficii ecclesiastici, con bei paramenti, con assai drappelloni, con candellieri d’oro e d’argento, con tanti calici, che è una maestà. Tu vedi là quei gran prelati, con quelle mitrie d’oro e di gemme preziose in capo, col pastorale d’argento; tu gli vedi con le belle pianete e piviali di broccato all’altare, cantare quei vespri e quelle belle messe, adagio, con tante cerimonie, con tanti organi e cantori, che tu ne stai stupefatto; e paionti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare: ma ciò che dicono e fanno credi che s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche e rallegransi di queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai così bene esercitato quanto al presente..., e che li primi prelati erano prelatuzzi rispetto a questi nostri moderni. Non avevano ancora tante mitrie d’oro nè tanti calici; anzi quei pochi che gli avevano, li disfacevano per la necessità dei poveri: i nostri prelati, per far de’ calici, tolgono quello che è de’ poveri, senza di che questi non possono vivere. Ma sai tu quello che ti voglio dire? Nella primitiva Chiesa erano li calici di legno e li prelati d’oro; oggi la Chiesa ha li calici d’oro e li prelati di legno.» «Essi hanno introdotto fra noi le feste del diavolo; essi non credono a Dio e si fanno beffe dei misteri della nostra religione!».... «Che fai, adunque, o Signore? Perchè dormi tu? Levati su, e vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani dei diavoli, dalle mani dei tiranni, dalle mani dei cattivi prelati.... Ti sei tu dimenticato della Chiesa tua? Non l’ami tu? Non l’hai tu cara?».... «Noi siamo divenuti, o Signore, l’obbrobrio delle genti: i Turchi sono padroni di Costantinopoli; abbiam perduto l’Asia, abbiam perduto la Grecia, già siamo tributari degl’infedeli. O Signore Iddio, tu hai fatto come il padre adirato, tu ci hai scacciato da te. Accelera almeno la pena ed il flagello, perchè presto ci sia dato ritornare a te.»....‍[184] «Effunde iras tuas in gentes. Nè vi scandalizzate, o fratelli, di queste parole; ma anzi, quando vedete che i buoni desiderano il flagello, egli è perchè essi desiderano che sia scacciato il male e prosperi nel mondo il regno di Gesù Cristo benedetto. A noi oggi non resta a sperare altro, se non che la spada del Signore s’avvicini presto alla terra.»‍[185]

Così questo avvento discorre i costumi, la politica, la religione e la Chiesa; condanna i principi ed i sacerdoti, e viene alla conclusione: che il flagello si avvicina ed i buoni debbono desiderarlo. Dopo avere esposta tutta la sua dottrina, gettava il Savonarola un guanto di sfida a tutti i potenti della terra: principi temporali e principi ecclesiastici, ricchi, dignitari della Chiesa e dei governi; tutti erano bersaglio alle sue accuse. «Io sono, egli diceva, come la gragnuola, che colpisce chiunque si trova allo scoperto.» E così, sebbene queste prediche del 93 non sieno nè le più eloquenti nè le più ardite, son quelle che più compiutamente rappresentano la dottrina del Savonarola in tutte le sue parti. Noi possiamo vedervi ad un tempo l’acuto esponitore dei dommi, l’ardito accusatore dei corrotti costumi della Chiesa, il dichiarato amico della libertà e del popolo.

Riposatosi fino alla quaresima del 91, ripigliò l’esposizione della Genesi, da lui cominciata già nel 1490, e continuata poi senza quasi mai interromperla.‍[186] Le prediche che fece allora, portano il nome di Prediche sopra l’Arca di Noè. Noi le troviamo rammentate da tutti i biografi; ognuno ci parla della grande impressione che fecero sul popolo, dell’uditorio maravigliato e rapito, delle predizioni stranamente verificatesi. Ma, sfortunatamente, possiamo assai poco giudicarne, perchè l’edizione ne è tanto incompiuta e scorretta, da aver quasi perduta ogni orma del Savonarola. Colui che le raccolse dalla viva voce, non ebbe la mano abbastanza rapida per seguir l’oratore; e lasciò un manoscritto informe e pieno di lacune, che poi venne, per dargli una forma più letterata, tradotto e pubblicato a Venezia in un latino quasi barbaro.‍[187] Per queste ragioni, il Quetif ed altri dubitarono che fossero veramente del Savonarola. Certo, il disordine vi è grandissimo, e ne riesce impossibile una lettura continuata; ma pure son troppo chiare le parole degli storici, e le idee sono in fondo con troppa evidenza quelle medesime del Savonarola, per ammettere il dubbio del Quetif.

Dopo avere nel precedente avvento dimostrato la necessità e prossimità del flagello, viene il Savonarola a costruire un’arca mistica, nella quale debbono rifugiarsi tutti coloro che vogliono salvarsi dal nuovo e vicino diluvio. Quest’arca, che nel senso letterale è quella costruita da Noè nella Genesi, nel senso allegorico è la riunione dei buoni: la sua lunghezza è la fede, la larghezza è la carità, l’altezza è la speranza. Il Savonarola si trattenne tutta la quaresima in questa strana allegoria, ed ogni giorno, dicendo di mettere una nuova tavola, veniva ad esporre un’altra delle virtù che debbono avere i buoni cristiani. Finalmente, la mattina di Pasqua l’arca era compiuta. «Ognuno s’affretti,» egli concluse quel giorno, «ognuno s’affretti ad entrare nell’arca del Signore. Noè oggi invita tutti, la porta è aperta; ma verrà tempo in cui l’arca sarà chiusa, e molti invano si pentiranno di non esservi entrati.» In tutta la quaresima parlò a lungo di questi vicini flagelli, ed annunziò la venuta d’un nuovo Ciro, che avrebbe traversato vittorioso l’Italia, senza trovare ostacoli e senza rompere lancia. Moltissimi storici e biografi ci hanno lasciato memoria di tali predizioni; e Frà Benedetto riferisce le parole del suo maestro nei versi che seguono:

Presto vedrai sommerso ogni tiranno, E tutta Italia vedrai conquistata Con sua vergogna e vituperio e danno. Roma, tu sarai presto captivata; Vedo venir in te coltel dell’ira, E tempo è breve e vola ogni giornata. . . . . . . . . . . . . . . . . . Vuol renovar la Chiesa el mio Signore, E convertir ogni barbara gente, E sarà un ovile et un pastore. Ma prima Italia tutta fia dolente, E tanto sangue in essa s’ha a versare, Che rara fia per tutto la sua gente‍[188] . . . . . . . . . . . . . . . . .

Questi sermoni, che noi possiamo dire di non conoscere, destarono un interesse così straordinario e così universale, che il Duomo s’empieva ogni giorno di maggior popolo, ed il Savonarola era divenuto il personaggio più importante che vi fosse in Firenze. Faceva solamente maraviglia che si fosse trattenuto così a lungo nel costruire l’arca, e in tutta la quaresima non avesse ancora finita l’esposizione di quel breve Capitolo della Genesi, che ne parla. Egli medesimo dice che si maravigliava di questa sua lentezza, e gli pareva quasi che una forza superiore ve l’obbligasse. Ma verso il settembre, avendo ripreso il predicare e fatto sul medesimo argomento altri tredici sermoni, s’affrettò di venire alla conclusione.‍[189] In fatti, il terzo di quei sermoni doveva già esporre il 17º versetto, che parla del diluvio; e cadde nel 21 settembre, giorno memorabile pel Savonarola e pel suo uditorio. Il Duomo bastava appena a contenere la folla, che, piena d’una nuova e strana ansietà, attendeva da più ore. L’oratore saliva finalmente sul pergamo; l’attenzione ed il silenzio erano maggiori assai del solito. Quando egli ebbe collo sguardo misurato il suo uditorio, quando egli ebbe visto l’insolita trepidazione che lo dominava, gridò terribilmente: Ecce ego adducam aquas super terram. Quella voce parve come una folgore che scoppiasse nel tempio; quelle parole sembrarono mettere uno strano terrore nell’anima d’ognuno.‍[190] Pico della Mirandola raccontava che un brivido era corso per tutte le sue ossa, che i capelli gli s’erano rizzati sulla fronte; ed il Savonarola ci assicura ch’egli non era quel giorno meno commosso de’ suoi ascoltatori.

Ma donde nasceva mai tanta agitazione? La cagione ne era veramente gravissima. In que’ giorni appunto era venuta la nuova, che un fiume d’eserciti stranieri traversava le Alpi per venire a conquistare l’Italia. E la fama, accrescendo il vero, ne diceva il numero infinito, la statura gigantesca, l’indole feroce e le armi invincibili. La nuova giungeva come inaspettata: niuno dei principi italiani vi era apparecchiato; le armi nazionali erano spente, le straniere nemiche; il terrore dominava talmente gli uomini, che già pareva di vedere scorrere i rivi del sangue. La folla correva, perciò, quasi ad implorare aiuto dal Savonarola. Tutte le sue parole s’erano verificate: i principi di cui avea predetto la morte, erano già scesi nella tomba; la spada del Signore s’era avvicinata alla terra; i flagelli cominciavano. Egli solo aveva predetto questi mali e veduto l’avvenire; egli solo doveva conoscere il rimedio a tanta sventura. Il suo nome si sparse perciò in tutta Italia; tutti gli occhi si rivolsero verso di lui, che, per la forza inevitabile delle cose, si trovava di essere divenuto un uomo politico. A lui ricorreva tutto il popolo, a lui andavano i più abili cittadini; il suo partito era divenuto, come per incanto, padrone della città. Invero, lo stato di Firenze e di tutta Italia era talmente mutato, che noi dobbiamo rifarci alcuni passi addietro, e parlarne distesamente nel Libro che segue.

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Note 1 · Politiani, Epistolæ. Iacopo Antiquario, XV kalendas iunias 1492.Note 2 · Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, ec.Note 3 · Vedi la nota in fine del Capitolo.Note 4 · Nardi, Storia di Firenze; Guicciardini, Storia d’Italia; Sismondi, Hist. des Rép. Ital.; ec.Note 5 · Erano: Alessandro Acciaioli, Cosimo Rucellai e Carlo Carnesecchi. Questa predizione, come abbiamo già detto, trovasi menzionata nel BurlamacNote 6 · Infessuræ, Diarium; Burchardi, Diarium; Sismondi, Hist. des Rép. it.; Leo, Storia d’Italia; Muratori, Annali, ec.Note 7 · Fratello di Lodovico il Moro.Note 8 · Infessuræ, Diarium; Burchardi, Diarium; Guicciardini, Storia d’Italia; Sismondi, Hist. des Rép, it.; Leo; Muratori, ec.Note 9 · Guicciardini, Storia d’Italia.Note 10 · Guicciardini, Storia; Machiavelli, Legazioni; Sismondi, Histoire des Rép. it.; Michelet, Renaissance; Burchardi Diarium.Note 11 · Comp. Revelationum, ediz. del Quetif, pag. 231 e seg.Note 12 · Era un giovane venuto dalla Liguria a studiar legge nello studio di Pisa. Noiatosi del mondo, volle nell’aprile 92 vestir l’abito; e dopo poNote 13 · Questa lettera, piena d’affetto e di consigli cristiani, si trova nel Quetif, vol. II, pag. 99.Note 14 · Burlamacchi, Barsanti, ec.Note 15 · Idem.Note 16 · Idem.Note 17 · Burlamacchi, 26-77; Barsanti.Note 18 · Burlamacchi (pag. 15-16) pone questa visione nel viaggio che il Savonarola fece dalla Lombardia a Firenze; ma egli venne allora per Genova eNote 19 · Il Libri, nella sua Histoire des sciences mathématiques, porta una lettera di Cristoforo Colombo, nella quale descrive una simile visione chNote 20 · Marchese, pag. 83. Di ciò parlò più volte il Savonarola: ne parlavano anche i Dieci nelle lettere che scrivevano a Roma su questo affare; peNote 21 · Nell’Archivio delle Riformagioni sono, infatti, due lettere dei Dieci; una all’ambasciatore Filippo Valori, a Roma; l’altra al Cardinale OliNote 22 · Una minuta narrazione di questi tumulti si trova nel Parenti, Storia di Firenze, vol. I, pag. 23 e seg. — Ms. nella Magliabechiana, palch. INote 23 · Erano per San Marco: il Card. Giovanni dei Medici; il Card. Oliviero Caraffa, arcivescovo di Napoli; il generale de’ Domenicani, Gioacchino Note 24 · Burlamacchi, pag. 47.Note 25 · È inedito nella Riccardiana, cod. 2053. Vedi nell’Appendice.Note 26 · Essi avevano, prima che fosse segnato il breve di Roma, spedito da Milano un ordine, col quale s’imponeva al Savonarola di partir subito da Note 27 · Vedi Burlamacchi, pag. 46; ec. Pare che il Savonarola andasse così oltre in questa sua idea, che avesse già fatto tagliare una selva sopra uNote 28 · «Abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà volontaria: la mia maledizione e quella di Dio cada sopra colui che porterà leNote 29 · Burlamacchi; P. Marchese, Storia di San Marco. Spesso il Savonarola parla nel suoi Sermoni di queste varie lingue che ha introdotte nel convNote 30 · Marchese, Storia di San Marco.Note 31 · In una lettera al Papa, della quale avremo più tardi occasione di parlare, il Savonarola discorre di questi odii, e dei pericoli ai quali fuNote 32 · Vedi Annali del convento di Santa Caterina di Pisa, pubblicati nell’Archivio Storico.Note 33 · Questi fatti si cavano da documenti esistenti nell’Archivio di Siena.Note 34 · Prediche sul Salmo Quam bonus; Prato 1846. È la medesima edizione delle prediche sulla I. Ep. di S. Giov.; Predica IV, pag. 237. Vedi anche Note 35 · Ibidem.Note 36 · Predica IX, pag. 20-21.Note 37 · Predica VIII, pag. 299 e seg.Note 38 · Predica IX, pag. 323.Note 39 · Il Rudelbach (vedi Savonarola etc., cap. 3º della 3ª parte: Savonarola’s dogmatischer Standpunct) è senza dubbio il più forte sostenitore deNote 40 · Predica IV, pag. 237-38.Note 41 · Predica V, pag. 246.Note 42 · Predica XII, pag. 373.Note 43 · Predica XIV, pag. 309-400.Note 44 · Predica XVI, pag. 443.Note 45 · Tutti i biografi riportano questo suo motto, che egli stesso ripete nelle sue prediche. Vedi p. es., la predica V sopra Giobbe.Note 46 · Predica II, pag. 208-10.Note 47 · Predica VII, 271-4.Note 48 · Filateria era una carta che gli Ebrei portavano avvolta intorno al braccio, e nella quale erano scritti i passi della Bibbia e i ComandamentNote 49 · Predica VIII, pag. 296.Note 50 · Predica X, pag. 344-5.Note 51 · Predica XIII, 383-4.Note 52 · Predica XVII, 543. e seg.Note 53 · Predica XXIII. Il medesimo pensiero trovasi ripetuto in molte di queste prediche, e quasi forma il fondo di questo Avvento.Note 54 · Compendium Revelationum.Note 55 · Venezia 1536, ex officinâ divi Bernardini. Per capire con quante lacune furono messi insieme questi sermoni, bisogna prima di tutto leggerliNote 56 · Frà Benedetto, Cedrus Libani, poemetto pubblicato dal Padre Marchese nell’Archivio Storico, Cap. II. «Sunto delle profezie le quali udì predNote 57 · L’editore veneto ha messo il titolo di Avvento a questi 13 sermoni, che sono premessi ai 43 della quaresima e furono stampati colle medesimeNote 58 · «Aveva predicato in Santa Reparata, ed avendo innanzi all’entrata del re di Francia appunto chiuso l’Arca, con tanto terrore, spavento e gri
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