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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

LIBRO PRIMO. [1452-1494.] (continued 2)

Reading edition

CAPITOLO QUINTO. Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia, ritorno a Firenze. [1482-1490.]

Il Savonarola si trovò di nuovo isolato dopo i primi giorni della sua dimora in Firenze. A misura che egli diveniva più familiare e dimestico con alcuno di quei cittadini, subito scorgeva attraverso quella grande cultura della mente, un dubbio eterno nell’anima, un sarcasmo continuo sulle labbra. Questa universale mancanza di principii e di fede, lo faceva di nuovo rientrare in sè stesso, e lo disgustava tanto più fieramente, quanto maggiori erano state le speranze da lui concepite nell’entrare in Firenze. Negli stessi frati di San Marco non vedea alcuna vera religione, e il nome di Sant’Antonino, che sì spesso ripetevano, era pronunziato piuttosto a stimolo di vanagloria, che di carità. Quei loro vantati studi più di tutto lo sdegnavano: vederli discutere con calore sopra i detti di Platone e d’Aristotele, non curando o non avvedendosi neppure quando l’amor di partito e l’impeto della discussione li portava a contrastare i principii stessi della religione, era cosa per lui nuova ed orrenda. Epperò, sin d’allora cominciò a nutrire nell’animo un certo sdegno e quasi disprezzo per tutti quegli eruditi, letterati e filosofi; sdegno che andò sempre crescendo, e qualche volta lo portò fino a sparlare della filosofia stessa, nella quale tanti anni avea spesi, tante fatiche durate e così valente era divenuto.

Nè è da credere che, a lungo andare, i Fiorentini potessero mostrargli simpatia; giacchè una diversità d’indole, profonda e irreconciliabile, li separava da questo frate nuovamente arrivato. In lui tutto partiva dal cuore, il cui impeto generoso moveva i pensieri stessi della sua mente: i suoi modi però e le forme del dire erano rozze e neglette; la pronunzia aspra; le parole incolte; il gesto impetuoso e quasi violento. I Fiorentini amavano invece nei loro predicatori uno studio misurato di gesti, di parole, di frasi; una imitazione visibile di qualche antico; citazioni continue d’altri: quanto alla sostanza delle prediche, non vi facevano gran caso; spesso anzi applaudivano chi lasciava travedere di crederci poco. Il Savonarola venia fuori ne’ suoi sermoni furioso contro i vizi, e la poca religione del clero e dei secolari; sparlava dei poeti e dei filosofi; condannava lo strano fanatismo per gli antichi; e non voleva citare altro libro che la Bibbia, sulla quale fondava tutti i suoi discorsi. Ma a Firenze pochi volevano leggere la Bibbia, perchè ne trovavano scorretto il latino, e non voleano guastarsi lo stile.‍[64]

Così avvenne che nella chiesa di San Lorenzo, ove l’anno 1483 predicava il frate di San Marco, non si raccolsero mai più di venticinque uditori; mentre a Santo Spirito, ove andava un tal Mariano da Gennazzano, la chiesa non bastava a contenere la folla. Questi era un favorito dei Medici, i quali gli aveano fatto edificare un convento fuori Porta San Gallo, ove Lorenzo il Magnifico, che voleva essere tenuto un uomo universale, andava spesso a trattenersi per disputare con lui di teologia. Il suo nome era divenuto grandissimo in Firenze, massime fra i letterati cortigiani, che correvano a udirlo e lo andavano lodando per tutto. In una lettera assai bella, il Poliziano descrive con molta eloquenza i pregi di questo oratore; ma nel lodarlo, senza avvedersene, scopre invece i difetti di lui e del suo uditorio. «Io andai, egli scrive all’amico Tristano Calco, assai male prevenuto, perchè le grandi lodi mi aveano reso diffidente. Non appena però entrai in chiesa, che l’abito, il volto, la sua figura mutarono il mio animo, e subito desiderai ed aspettai qualche cosa di grande. Io ti confesso che più volte mi è sembrato vederlo ingigantirsi sul pergamo assai al disopra della figura umana. Ecco egli incomincia a parlare. Io son tutto orecchi alla canora voce, alle parole elette, alle grandi sentenze. Discerno poi gl’incisi, riconosco i periodi, son dominato dall’armoniosa cadenza, ec.»‍[65] Così, anche un uomo di tanta dottrina e di tanto gusto, quale era il Poliziano, si fermava a notare principalmente la scelta delle parole e la cadenza dei periodi. La posterità, è vero, ha dimenticato il nome del Gennazzano;‍[66] ma i contemporanei lo levarono a cielo, ed il Savonarola rimanea allora da un tale emulo sopraffatto. Lo stesso Girolamo Benivieni, divenuto fin d’allora seguace del Savonarola, gli diceva: — «Padre, non si può negare che la vostra dottrina sia vera, utile e necessaria; ma il vostro modo di porgere manca di grazia, specialmente essendovi ogni giorno il paragone di Frà Mariano.» — Il Savonarola gli rispose: — «Questa eleganza di parole deve cedere innanzi alla semplicità del predicare sana dottrina.»‍[67] — Ma comunque si fosse dell’avvenire, era certo per ora che l’uditorio del Gennazzano ogni giorno cresceva. Egli studiava le frasi, le parole, i gesti; declamava con eleganza versi latini e greci; citava di continuo Aristotele e Platone: le sue prediche imitavano le orazioni del Ficino nell’Accademia Platonica, le quali erano tenute allora il perfetto modello d’ogni eloquenza; spesso raccontava aneddoti che facevano ridere gli uditori; e sempre si valeva di tutti i mezzi che potessero accrescerne il numero.

Il trionfo d’un tale emulo non doveva certo umiliare il Savonarola; ma chi conosce di quanti triboli sieno seminati i primi passi della vita, fra quante incertezze bisogni lottare prima d’acquistar sicura coscienza di sè, che inevitabile necessità sia per l’oratore la simpatia dell’uditorio, colui potrà facilmente comprendere che il Savonarola non restasse indifferente alla freddezza con cui veniva accolto. Egli si vedeva come arrestato nel principio del suo cammino; gli era chiusa una via necessaria, indispensabile alla sua esistenza. Un momento pensò di abbandonare la predicazione e darsi solo all’insegnamento; ma dipoi il suo impeto naturale si ridestò più forte, e decise di fulminare con voce più terribile i vizi di quel popolo addormentato, e scuoterlo così dal suo letargo.

Quella sua fantasia per sè stessa eccitabile, s’andò allora sempre più esaltando. In luogo di retrocedere, procedeva più oltre nelle sue idee: la freddezza e l’indifferenza del popolo continuavano a persuadergli sempre più la necessità della sua divina missione: innanzi alla mente gli ritornava la storia degli antichi profeti, che tutti e sempre aveano dovuto combattere colla ingratitudine del popolo Ebreo. Il paragone infiammava il suo animo, e dava maggior forza al pensiero d’una feroce guerra contro i vizi del suo tempo, contro gli scandali di Roma; guerra che egli cominciò a riguardare come ordinata dal Signore. Nella preghiera, nelle contemplazioni, nelle estasi si attendeva la diretta visione di Dio, quella visione che la filosofia del Ficino voleva far credere quasi familiare e domestica; ed il Savonarola la desiderò tanto ardentemente, che finì col persuadersi d’essere esaudito.

In questo strano esaltamento di spirito, non è da farsi maraviglia se molte e diverse visioni cominciassero realmente a circondarlo. Un giorno, mentre parlava con una monaca, gli parve ad un tratto che il cielo s’aprisse dinanzi a lui; vide descriversi ai suoi occhi le future calamità della Chiesa, e udì una voce che gl’imponeva d’annunziarle al popolo.‍[68] Da quel momento si tenne sicuro della sua divina missione, la considerò come il supremo dovere della sua vita e non pensò che a poterla adempiere. Avrebbe voluto una voce per tuonare sopra tutta la terra, per gridare a tutti i popoli: «Ravvedetevi, ritornate al Signore.» Le visioni del Vecchio Testamento e dell’Apocalisse si schieravano innanzi alla sua fantasia come cosa reale, e gli raffiguravano le sventure dell’Italia e della Chiesa; gliene simboleggiavano la futura rigenerazione per opera sua. Egli udiva per tutto risuonare voci che gl’imponevano di continuare l’intrapreso cammino, di non lasciarsi vincere dalla stanchezza, di non farsi umiliare dalla indifferenza del popolo fiorentino.

In quell’anno medesimo (1484) ebbe luogo la morte di papa Sisto IV; e mentre che molti si aspettavano dalla nuova elezione un conforto ai tanti mali che travagliavano la Chiesa, si udì invece essere nata fra i cardinali del conclave tanta dissensione, che temevasi d’uno scisma. Ed il Savonarola scrisse allora una poesia nella quale, rivolgendosi a Gesù Cristo, diceva:

Deh! mira con pietade in che procella Si trova la tua sposa, E quanto sangue, oimè! tra noi s’aspetta, Se la tua man pietosa, Che di perdonar sempre si diletta, Non la riduce a quella Pace che fu quando era poverella.‍[69]

La seguíta elezione tolse però ai buoni ogni speranza. Si udirono per tutta Italia i particolari dello scandaloso mercato tenuto nel conclave; si seppero il prezzo e i nomi di coloro che aveano venduto i voti. Ed il pontefice Innocenzo VIII, non appena salito sulla Sedia, condusse le cose a tale, che contro ogni immaginazione degli uomini rese desiderabili i tempi di Sisto! Egli non copriva più i suoi protetti col nome di nipoti, ma li chiamava principi pontificii e li riconosceva apertamente per figli: era non solo padre e padre dissoluto, ma così indulgente verso ogni sorta di vizi, che la corte romana divenne ricovero d’ogni lascivia e d’ogni scandalo. Ognuno era commosso per questi fatti, che minacciavano la religione e disonoravano l’umanità; nè si sapea preveder ove mai dovesse precipitare l’umana società con questa serie di papi che ogni giorno peggioravano. Alla morte di Sisto s’era creduto impossibile il non migliorare, ma ora si perdeva ogni speranza ed ogni fiducia nell’avvenire. Se questi fatti indegnavano in tal modo un popolo così corrotto, che dovea essere del Savonarola? È certo più facile immaginare che descrivere la tempesta che allora aveva luogo nel suo animo.

Fortunatamente, fu mandato a predicare le due quaresime dell’84 e 85‍[70] nella piccola terra di San Geminiano, posta fra i monti di Siena. Essa non era per altro il povero e abbandonato paesello che oggi si vede. I monumenti, le torri che si levano altissime e si scoprono così lontane alla vista di chi percorre la Toscana, le chiese adorne dei più vaghi concetti del Ghirlandaio, attestano ancora che San Geminiano fu una volta fiorente di arti e di senno civile. La sua popolazione non avea certo la squisita raffinatezza dei Fiorentini; ma neppure corrompeva col troppo studio e i molti sofismi la spontanea ingenuità del suo cuore; non perdeva le idee sotto alle frasi; nè, come il Poliziano, cercava nei predicatori solamente maestria di periodi e d’incisi, armoniosa cadenza di parole. Su quei monti e nelle pianure d’intorno la campagna vi sorride un sorriso eterno, la primavera vi è quasi divina, il largo e tranquillo orizzonte che si scopre da quelle alture riconcilia l’uomo colla natura e lo ravvicina a Dio.

Fra le torri di San Geminiano, adunque, la voce del Savonarola echeggiò più sicura e più padrona di sè; egli manifestò per la prima volta quelle idee che da lungo tempo lo dominavano, e mise fuori quelle parole che doveano essere il suo grido di guerra, la bandiera di tutta la sua vita:

1º La Chiesa sarà flagellata,

2º E poi rinnovata;

3º E ciò sarà presto.

Egli medesimo ci avverte che allora non manifestò queste cose come rivelazioni divine, perchè non credette quel popolo ancora maturo; ma si tenne solo all’autorità della Bibbia e della ragion naturale.‍[71]

Invero, la storia del popolo Ebreo non è che una serie di trasgressioni e punizioni continue: vi trovava perciò il Savonarola mille argomenti a provare che la universale corruzione della Chiesa rendeva inevitabile il flagello dell’ira di Dio. E questi argomenti venivano da lui esposti con tanto maggior forza, in quanto erano quelli appunto che aveano cominciato a persuadergli le sue idee prima che esse rivestendosi, per così dire, di realtà e pigliando forma d’immagini divine, gli fossero penetrate più profondamente nell’anima.‍[72] Ogni volta che parlò dei costumi corrotti, ogni volta che annunziò i futuri flagelli, sentì crescersi l’animo; la parola gli venne più franca, più efficace ed eloquente; l’attenzione del popolo era scossa, l’uditorio quasi rapito. A San Geminiano, adunque, egli ritrovò la sua strada; ivi conobbe che i tristi presentimenti i quali agitavano il suo petto, erano del pari nascosti nel cuore delle moltitudini; e che annunziando arditamente i futuri flagelli, egli veniva quasi a rivelare il popolo italiano a se stesso, e trovava sempre un eco universale. Ritornava, dunque, a Firenze più tranquillo e sicuro di sè: ma divenuto più certo dei suoi principii, egli era anche fatto più cauto dall’esperienza, più guardingo e accorto nel parlare a quel popolo indifferente.

Riprese perciò il suo modesto ufficio di lettore fino alla quaresima dell’86, quando fu mandato a predicare in varie città della Lombardia, e principalmente a Brescia. Ivi espose l’Apocalisse. La sua parola fu piena di fervore, il suo accento imperioso, la voce quasi tuonava: egli accusò quel popolo dei suoi peccati, accusò tutta Italia, minacciò l’ira di Dio. Descrisse le figure dei ventiquattro vecchioni, e immaginò che uno di loro sorgesse ad annunziare i futuri danni dei Bresciani. — La città verrebbe in preda di furiosi nemici, e si sarebbero visti per le vie rivi di sangue; le mogli verrebbero tolte ai mariti, le vergini violate, i figli trucidati sotto gli occhi delle madri; tutto sarebbe stato pieno di terrore, di sangue e di fuoco. Concludeva il sermone invitando ognuno alla penitenza, perchè il Signore avrebbe avuto misericordia dei buoni. — La misteriosa immagine del vecchione fece una profonda impressione sul popolo; la sua voce sembrò risuonar veramente da un altro mondo; le sue minacce spaventarono terribilmente. E quando nel 1512 la città dovette sopportare quel feroce sacco dai soldati di Gastone di Foix, nel quale morirono incirca seimila persone, i Bresciani rammentarono allora il vecchione dell’Apocalisse ed il predicatore ferrarese.‍[73]

Il successo di questo quaresimale fu quello che prima cominciò a spandere in Italia il nome del Savonarola, e pose un suggello alla sua vita, perchè da quel giorno egli non dubitò mai più di se stesso. Il candore però e la bontà dell’animo suo eran tali, che con questa sicurezza di sè cresceva la modestia e l’umiltà. La sua preghiera, la fede, il religioso esaltamento erano divenuti tali, che il suo compagno, Frà Sebastiano da Brescia, andava raccontando come il Savonarola era nella orazione continuamente rapito ai sensi; che nel celebrare la messa si trovava costretto ritirarsi in luogo solitario, tanto il fervore lo portava fuori di sè; che la sua testa gli appariva qualche volta circondata di luce.‍[74]

Un’altra occasione dètte al Savonarola un secondo successo. Tenevasi a Reggio un Capitolo di Domenicani, nel quale si doveano trattare discussioni teologiche e quistioni concernenti la disciplina: egli v’intervenne, ed insieme con lui v’assistevano non solo un gran numero d’ecclesiastici, ma ancora alcuni laici di grandissima fama nelle lettere e nelle scienze. Fra questi, quegli che più di tutti richiamava l’attenzione, era il celebre Giovanni Pico, principe della Mirandola.‍[75] Non aveva allora che ventitrè anni, ma già era conosciuto nel mondo come un prodigio d’intelligenza, e tutti gli davano il nome di Fenice degl’ingegni. Fin da’ suoi più teneri anni, fecero in lui maraviglia il precoce ingegno e la portentosa memoria. Avanzatosi ben presto negli studi, volle percorrere tutte le università d’Italia e di Francia, assistere a tutte le lezioni. Non contento di scrivere latino e greco più facilmente che il suo natio linguaggio, fu il primo che si désse in quel tempo allo studio delle lingue orientali, e di qualunque altra potè trovare un maestro o una grammatica; tanto che ebbe fama di conoscerne ventidue. E come nelle lingue, così nelle scienze sperava di essere universale, e pensava di potere abbracciare tutto lo scibile de’ suoi tempi. Furono poi tante le lodi che ricevè da tutti, e venne in tale opinione di sè, che andato a Roma propose di rispondere pubblicamente sopra novecento conclusioni, nelle quali pretendeva di aver raccolto lo scibile; ed invitò in suo nome tutti i dotti, promettendo ai meno agiati di pagar le spese del viaggio. Quelle conclusioni erano, in vero, una povera cosa, ed in fondo non contenevano nulla; pure alcune di esse riguardando l’astrologia divinatrice, furono tutte dal papa condannate, e la sfida perciò non ebbe effetto. Il Pico scrisse subito la sua Apologia e si sottomise alla Corte di Roma; sebbene la sua fama in luogo di sminuirne, fosse andata per questi fatti sempre crescendo. E certo, dopo il nome di Lorenzo de’ Medici, non ve n’era un altro che si fosse sparso nel mondo, quanto quello del Mirandolano. La posterità è stata però assai più severa, ed a poco a poco quella fama s’è andata oscurando: la sua vasta erudizione era, per verità, poco profonda; egli restava assai indietro al Poliziano nelle lettere, al Ficino nella filosofia.‍[76] Delle ventidue lingue che si vantava di conoscere, era sì poco pratico, che un ebreo potè vendergli sessanta codici come libri scritti per comando di Esdra, mentre non erano che la notissima cabala: di alcune altre sapeva poco più che l’alfabeto. In italiano scrivea poi senza alcuna eleganza, ed i suoi giudizi erano tanto mal sicuri, che egli fu di coloro i quali preferivano le poesie di Lorenzo a quelle del Petrarca e di Dante.‍[77] Nondimeno, molti erano i meriti del Pico. Egli fu il primo ad allargare l’erudizione del suo secolo nelle lingue orientali, che innanzi a lui non erano da alcuno studiate; egli dètte l’esempio d’un’attività instancabile, spesa tutta nel culto delle lettere; di un principe che rinunziava agli onori del suo grado per vivere da uguale fra gli studiosi. Il suo facile ingegno, la portentosa memoria, il conversare svariato e vivace, le maniere nobili e gentili, la bella e giovanile presenza, i biondi capelli che profusamente inanellati gli cadevano sulle spalle, tutto destava in lui simpatia ed aiutava a diffondere il suo nome.‍[78] — Tale era l’uomo intorno a cui facevano corona tutti i dotti che si trovavano nel capitolo di Reggio, a cui mostravano singolare deferenza anche i più alti dignitari ecclesiastici.

Il Savonarola sedeva in mezzo ai frati, tutto concentrato in se stesso: la testa avvallata nel cappuccio; il volto pallido e scarno; l’occhio infossato, immobile e vivissimo; la fronte solcata da rughe profonde; tutto attestava nella sua figura un animo dominato da forti pensieri. Chi lo avesse quel giorno paragonato al Pico, vedendo l’uno così vago, gentile, socievole e leggiero; l’altro grave, solitario, severo e quasi duro, li avrebbe giudicati due caratteri in opposizione fra loro, due uomini che non potrebbero giammai intendersi. Eppure quel giorno doveano divenire amici per tutta la vita. Nel Pico, la fama, gli elogi e l’opinione che aveva di sè, non erano arrivati a guastargli il cuore. Il suo animo, diverso assai da quello dei dotti del suo tempo, era essenzialmente buono, si apriva ingenuamente alle sante ispirazioni del vero e del bene; e questo dovea, malgrado ogni contraria apparenza, stringere fra due uomini così diversi un’amicizia eterna.

Quel giorno il Savonarola s’accese fortemente nella disputa. Fino a che si parlò di domma, egli restò immobile e silenzioso; non prese parte in una disputa nella quale si faceva prova solamente d’acume scolastico: ma quando si venne a parlare della disciplina, allora si levò, e la sua voce parve quella medesima di Brescia, scosse come una folgore gli uditori, li tenne immobili ed attoniti. Parlò contro la corruzione del clero, e l’impeto delle parole lo trascinò cosiffattamente, che egli medesimo durò fatica a fermarsi. Il suo discorso lasciò in tutti impressione d’un uomo straordinario, d’un uomo animato da uno spirito superiore.‍[79] Molti vollero conoscerlo, parecchi principi si misero con lui in corrispondenza di lettere; ma quegli che più di tutti restò rapito dalla sua eloquenza, fu il giovane Pico, che da quel giorno divenne ammiratore, seguace ed uno degli amici più cordiali del Savonarola. Cominciò a levarne a cielo il nome, a spanderne la fama per tutta Italia; e fermatosi a Firenze, non fu contento sino a che non ebbe persuaso Lorenzo dei Medici d’invitarlo a venire nuovamente in San Marco. Ivi si strinse sempre più la loro amicizia; l’ammirazione del Pico andò ogni giorno crescendo; ed è fuori di dubbio che solo la morte prematura gl’impedì di vestir l’abito ed entrare anch’egli nel convento.

Il Savonarola rimase ancora nella Lombardia fino al gennaio dell’anno 1470, quando partì per andare a predicare in Genova.‍[80] Ai 25 di quel mese egli era a Pavia, donde scriveva alla madre una lunga lettera, piena d’affetto e di abbandono. Si scusa di non aiutar la famiglia d’altro che orazioni, giacchè la sua professione di religioso gl’impedisce di fare altrimenti; egli però prende coll’animo parte a tutti i loro dolori, a tutte le gioie. «Io ho rinunziato a questo mondo e sommi dato a lavorare la vigna del Signore in diverse città, per salvare non solo l’anima mia, ma ancora quella degli altri. Se il Signore m’ha dato il talento, bisogna che l’adoperi come a lui piace; e poi che m’ha eletto a questo santo ufficio, siate contenta che l’adempia fuor della patria mia, perchè vi faccio assai maggior frutto che a Ferrara. Ivi mi avverrebbe come a Cristo, quando i suoi compatrioti dicevano: Non è costui fabro e figliuolo d un fabro? Ma fuori della patria mia non mi è detto così; anzi quando mi voglio partire, piangono uomini e donne, ed apprezzano grandemente le mie parole. — Io credevo di scrivere pochi versi; ma l’amore ha fatto trascorrere la penna, e vi ho aperto il mio cuore assai più di quello che non avevo pensato di fare. Sappiate adunque, che esso è più che mai fermo ad esporre l’anima, il corpo e tutta la scienza che Iddio m’ha data per amore di lui e salute del prossimo; e poichè questo non posso farlo nella patria, voglio farlo di fuori. Confortate tutti al ben vivere. Oggi partirò per Genova.»‍[81]

Dopo aver predicato la quaresima del 90 a Genova, il Savonarola era, per le istanze di Lorenzo il Magnifico, richiamato dai suoi superiori a Firenze. E così il fiero nemico dei Medici, il sovvertitore della loro potenza, veniva da essi medesimi invitato e pregato. Malgrado la sua accortezza, Lorenzo ignorava che tristi danni apparecchiava alla sua casa, e che fuoco accendeva in quel convento dal suo avo edificato.‍[82]

Il Savonarola non aveva ancora dimenticato la glaciale indifferenza dei Fiorentini, e non voleva esporvisi una seconda volta. Riprese perciò di nuovo l’insegnamento dei novizi di San Marco, che a poco a poco divennero la sua cura più tenera, la sua speranza più cara. Infondeva in loro i suoi sentimenti e le sue idee, e aspettava intanto giorni migliori. Ma il suo nome era già noto, e l’opinione del Pico avea molto peso in Firenze; onde un numero d’amici più benevoli lo pregavano che soddisfacesse alla curiosità del pubblico, e permettesse che almeno alcuni pochi venissero a udire le sue lezioni. Ed egli finalmente volle consentirlo: nel chiostro di San Marco, sotto una pianta di rose damaschine, che per la venerazione de’ suoi frati s’è andata fino ad oggi rinnovando, cominciò ad esporre l’Apocalisse ad un cerchio ristretto di pochi e benevoli uditori. Ma il numero ne andava ogni giorno crescendo; ogni giorno v’erano nuove istanze perchè salisse una volta sul pergamo. Non volendo più resistere a queste domande, raccomandò ai suoi uditori che pregassero per lui il Signore, ed un sabato disse loro: — Domani parleremo in chiesa, e sarà lezione e predicazione.‍[83] —

Era il primo d’agosto di quel medesimo anno 1490; San Marco era affollato di gente, che voleva conoscere questo nuovo predicatore, il quale, passato altra volta inosservato in Firenze, avea saputo levare così gran fama di sè nel resto d’Italia. Il Savonarola finalmente salì sul pergamo, ed egli stesso lasciò scritto che fece quel giorno una predica terribile. Continuò l’esposizione dell’Apocalisse; le mura di San Marco echeggiarono per la prima volta delle sue famose conclusioni, ed egli riuscì per un poco ad infondere in quella moltitudine estatica l’impeto del suo cuore; la sua voce parve quasi più che umana. Il successo di quel giorno fu compiuto; egli divenne il soggetto dei discorsi di tutte le brigate fiorentine; gli eruditi lasciarono un momento Platone, per disputare sui meriti del predicatore cristiano.

Ma egli non si lasciò illudere da questo momentaneo trionfo; capì che gli eruditi avrebbero ben presto mossa una guerra ostinata, e non potendo apporgli altro, lo avrebbero certamente accusato di poca dottrina. Onde, per ispegnere queste voci prima che nascessero, si decise a metter fuori parecchi de’ suoi scritti, acciò servissero nel medesimo tempo d’istruzione al popolo e di risposta agli eruditi. E noi prenderemo in esame questi primi lavori, affinchè ci facciano conoscere più da vicino il suo ingegno; del quale ancora non si è potuto dir nulla, per essersi perduto quasi tutto ciò che egli avea predicato o scritto finora.

CAPITOLO SESTO. La filosofia del Savonarola.

Fra tutte le opere del Savonarola, i suoi scritti filosofici, che servirono la più parte ad uso dei novizi, sono quelli che furono tenuti in minor conto. Quasi tutti i biografi, senza neppur leggerli, pigliarono in uso di ripetere ch’erano una debole e servile imitazione d’Aristotele e di San Tommaso. Più cose hanno contribuito a spargere questo giudizio, secondo noi, falsissimo: dapprima il piccolo volume di quelle opere, e il non essere tenute in grande considerazione neppure dal Savonarola medesimo: dipoi, le tante accuse che egli fece alla filosofia, ai filosofi ed alla vanità dei loro studi. Non potevasi credere che un uomo il quale avea tanto sparlato d’una scienza, potesse in quella medesima far cosa alcuna di pregio; ed a questo aggiungevasi, che quegli scritti, essendo veramente in molte parti una traduzione o un compendio di Aristotele e San Tommaso, confermavano secondo ogni apparenza il giudizio prevalso.

Tutte queste cagioni però, non poterono rimuoverci dal prenderli in maturo esame, nè dal desiderio di accertare noi medesimi intorno alla verità dell’opinione generalmente adottata. Noi sapevamo fra quali tenebre andassero nascosti i primi lampi di luce che mandò la filosofia moderna, e quanto agli storici fosse stato difficile rintracciarli: sapevamo come in quel tempo tutti indistintamente imitassero Aristotele o Platone o qualche altro antico; ma quando fu giunta l’ora in cui la nuova filosofia dovea risorgere, essa fecesi strada attraverso aristotelici e platonici, attraverso tutte le scuole. Allora imitatori, traduttori e commentatori cominciarono a poco a poco a risentire una nuova vita, a prendere un nuovo cammino; ma difficilmente si trova fra questi primi novatori alcuno che abbia lasciato del tutto la scorta di qualche antico. Non è dunque l’avere o no seguito Aristotele, l’averlo o no imitato e copiato in molti luoghi, ciò che deve farci giudicare il vero merito d’un filosofo del risorgimento; ma egli è piuttosto l’avere o no riconosciuta l’autorità della propria ragione, della propria coscienza. Vive in essi veramente lo spirito nuovo? Ecco ciò che noi chiediamo. E così, nel prendere in esame gli scritti del Savonarola, non siamo andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele, imitato Boezio, copiato San Tommaso; ma abbiamo cercato piuttosto se v’era qualche pagina in cui il Savonarola dicesse: vogliamo credere alla nostra propria esperienza, alla nostra ragione; vogliamo una volta credere alla voce che parla nella nostra coscienza, e nella coscienza del genere umano.

Ed invero, ciò che non poteva indurci a seguire l’opinione universalmente adottata dagli altri biografi, era il considerare con quanta energia il Savonarola avesse sempre combattuto sul pergamo tutta l’antichità, la quale andava invadendo col suo paganesimo la società di quei tempi. Mille volte egli aveva accusato di materialismo quella filosofia aristotelica di cui lo voglion far così cieco seguace. — «Il vostro Aristotele, egli soleva dire continuamente, non riesce a provare neppure l’immortalità dell’anima: rimane incerto sopra punti così capitali, che io non so veramente comprendere come voi possiate affaticarvi perdutamente dietro alle sue carte.» — Ma per noi era anche di maggior peso l’osservare come nei suoi scritti teologici il Savonarola ragionasse con tanta libertà, con tanta indipendenza, con un’analisi tanto sottile, un indurre così accorto. Di maniera che, volendo noi seguire l’opinione comune, ci saremmo veduti forzati a dire: — Il Savonarola ebbe due filosofie affatto contrarie fra loro: in una egli era schiavo d’Aristotele, seguace di quella scolastica che tanti aveano già abbandonata; e questa filosofia egli espose nei suoi scritti filosofici, insegnò ai novizi: in un’altra era libero, indipendente, pieno d’ardire e di fierezza; e questa si trova in un numero infinito di scritti teologici ed ascetici, la manifestò sul pergamo, la confermò con tutta la sua vita. — Il desiderio di risolvere una tal contradizione ci costrinse ad esaminare con molta diligenza gli scritti ed i principii filosofici del Savonarola; dopo di che a noi è sembrato che ogni contradizione sia sparita.

Due scuole di filosofia regnavano a quel tempo in Italia: la Platonica e l’Aristotelica. La prima, cominciata con l’Accademia di Firenze, si allargò verso il mezzogiorno; e procedendo sempre più oltre nelle sue idee, andò a finire, come abbiam visto,‍[84] nell’idealismo trascendentale di Giordano Bruno. La seconda cominciata a fiorire col Pomponaccio ed altri molti, si sparse invece nelle università di Bologna, Pavia, Padova e in tutta l’Italia superiore; raccomandò l’esperienza, dètte uno slancio grandissimo alle scienze naturali, e raggiunse in Galileo Galilei il suo più alto grado. Così, fra i moderni come fra gli antichi, Aristotele fu il vero instauratore della filosofia sperimentale; ed a torto la sua fama andò scadendo presso molti che non seppero distinguere il vero Aristotele da quello della Scolastica.

Da queste due scuole ne risultò più tardi una terza, che si può dire iniziata da Bernardino Telesio e stabilita da Tommaso Campanella. Il Telesio studiò a Padova, dove fu educato nella filosofia sperimentale e nelle scienze naturali. Egli volle combattere Aristotele e raccomandare l’esperienza, ma nel fatto seguì piuttosto Parmenide, con le cui idee scrisse il libro De Rerum Natura: tornato in patria, vi fondò la celebre Accademia Cosentina. In essa s’andò educando Tommaso Campanella frate domenicano, il quale dalla natura ideale del suo ingegno fu portato a deviare alquanto dalla via tenuta dal Telesio; e così ebbe propriamente origine la terza scuola di cui parliamo. Il Campanella, da un lato raccomandava l’esperienza, e dava, nella formazione delle nostre conoscenze, una parte così grande alla sensazione, da sembrar quasi un puro sensista; da un altro lato, ammetteva una cognitio abdita, o sia un intuito delle prime idee, delle quali diceva che senza aiuto della sensazione noi abbiamo una certezza maggiore d’ogni altra: ma non potè mai trovar modo di scendere da queste prime idee alle sensazioni, o dalle sensazioni risalire alle idee. Onde la sua dottrina riuscì nel fondo un imperfetto ecclettismo, nel quale la filosofia sperimentale si trova accanto ad una specie d’idealismo neoplatonico, a cui l’autore era per natura inclinato; e la teologia di san Tommaso ci si va sempre mescolando; senza che questi diversi elementi arrivino mai a fondersi insieme, o a prendere unità di sistema. Di tratto in tratto si vedono però lampi di genio maraviglioso, e per tutto una libertà, una indipendenza di pensare grandissima: quella dottrina era, infatti, concepita da una mente vasta, ardita, intraprendente; e quantunque disordinata e confusa, pure capace non di rado d’una penetrazione e precisione straordinaria.‍[85]

Nel Savonarola s’erano riscontrate, in modo singolare, quasi tutte le medesime condizioni che fecero più tardi nascere la filosofia del Campanella. Domenicano anch’egli, aveva fatto un lungo studio delle opere di San Tommaso, la cui dottrina formò parte di tutte le sue idee: educato nei suoi primi anni nelle scienze sperimentali e nella filosofia aristotelica, venne dipoi a Firenze, ove si trovò nel centro della filosofia neoplatonica, accanto a Marsilio Ficino ed all’Accademia, con un’indole che lo portava quasi al misticismo. E l’ingegno stesso del Savonarola avea non poca somiglianza con quello del Campanella. Anch’egli era uno spirito libero ed ardito che avrebbe colla sua mente voluto abbracciar l’universo; anch’egli prendeva a volte una luce ed una forza inopinata, mentre a volte si perdeva nelle formole della Scolastica. Aveva però un vantaggio sul Campanella, in quanto che nel fondo del suo cuore e della sua mente v’era un’idea morale, chiara, precisa, potente; anima de’ suoi pensieri, luce della sua vita, unità della sua esistenza. Le filosofie di questi due domenicani hanno perciò tanta somiglianza fra loro, che è molto da maravigliarsi come altri prima di noi non l’abbia osservata.‍[86]

Venendo ora a discorrere partitamente delle opere filosofiche del Savonarola, innanzi tutto, che dai vecchi cataloghi dei suoi manoscritti apparisce come egli avesse molto studiato la scienza e lasciato parecchi lavori, che sono dipoi andati smarriti, fra i quali vogliamo citare un compendio di quasi tutte le opere di Platone e d’Aristotele.‍[87] Ma le operette a stampa si riducono tutte in un sol volume, che contiene quattro piccoli trattati: Compendio di filosofia, di morale, di logica, e finalmente un opuscolo sopra la Divisione e dignità di tutte le scienze.‍[88]

La filosofia incomincia a parlare dell’ente, del moto, del primo motore, del cielo, della generazione e corruzione delle cose; e così discorrendo, piglia in esame la natura intera, e cominciando dagli oggetti inanimati, percorre tutta la scala insino all’uomo. Ci descrive il mondo, come lo descrivevano allora gli aristotelici; cioè quasi un grande animale in cui si trovano tre grandi anime; la vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Non staremo però in questo a seguire minutamente l’autore, perchè egli non fa che ripetere le idee della scuola, e niente altro. Ma nella teorica della cognizione noi riconosciamo la mano ardita del Savonarola, il suo libero ingegno; e però la esporremo più particolarmente. «Bisogna cominciare dalle cose più note, egli dice, per andare alle ignote; giacchè solo per questa via si perviene facilmente a ritrovare il vero.‍[89] Le sensazioni sono le cose a noi più note e vicine; esse vengono raccolte dalla memoria, ove la mente viene a trasformare più sensazioni particolari in una sola regola generale, o esperienza. Dopo ciò essa non si ferma ancora, anzi procede oltre, e da molte esperienze unite insieme raccoglie le verità universali.‍[90] Perciò la vera esperienza si volge verso i primi principii, le prime cause; è speculativa, libera, altissima.‍[91] Ogni nostra conoscenza, adunque, comincia dal senso; onde nella filosofia, quella parte che è della sostanza sensibile deve precedere l’altra che è della sostanza sovrasensibile.»‍[92] Altrove egli discorre in questo modo il processo con cui la sensazione si trasforma in idea. «Le sensazioni si raccolgono in forma d’immagini nella nostra fantasia; ivi l’intelletto se ne impadronisce, e per virtù sua propria le trasforma in atti intellettivi.‍[93] Dal senso, adunque, senza un raziocinio propriamente detto e senza alcuna autorità di dottore, si formano le nostre cognizioni. L’intelletto stesso però, non potrebbe trasformare le sensazioni in idee, senza preesistenti cognizioni intellettive; privo delle quali non sarebbe altro che una potenza, incapace di venire all’atto del conoscere, incapace di comprendere il significato stesso delle parole. Ogni dottrina, adunque, deve esser fondata sulle preesistenti cognizioni dei sensi, e sulla preesistente cognizione dei primi principii. Questi poi si conoscono senza alcuna dimostrazione, perchè veri e per sè evidentissimi.‍[94] Essi, infatti, ci sembrano in apparenza lontani da noi e difficilissimi ad intendersi; ma in sostanza la loro essenza stessa è la verità e l’evidenza. Non sono veri solamente in quanto a sè; ma ancora in quanto formano e sono la verità di quegli altri principii di esperienza, che a noi sembrano più vicini e più facili. Ed invero, le cose in sè più note son quelle che partecipano più dell’actum essendi; come appunto sono Iddio, le prime intelligenze ed i primi principii. Il nostro intelletto procede dalla potenza all’atto del conoscere: in potenza, esso vede con evidenza e quasi per intuito quei primi principii chiarissimi e vicini alla nostra mente; ma quando si viene all’atto del conoscere, quando cioè noi siamo forzati a salire dal particolare al generale, allora invece li troviamo ultimi e difficilissimi.»‍[95] La difficoltà, adunque, non è già di conoscere le preesistenti cognizioni dell’intelletto; ma essa sta nel mettere in rapporto le prime sensazioni con le prime idee, nel riempire l’immenso vuoto che è fra loro, cioè a dire nel fondare la scienza stessa.

In questo modo il Savonarola poneva, con acume grandissimo, il problema fondamentale della filosofia; ma egli non andava più oltre di ciò, nè volle pure arrischiarsi a superare le difficoltà che sì chiaramente avea vedute. Ci ripete più volte che l’induzione è il metodo più efficace per passare dal noto all’ignoto; ma si contenta di queste troppo vaghe generalità, e così rimane nel suo sistema quel vuoto medesimo che più tardi troviamo nella filosofia del Campanella. Anche nel nostro autore, infatti, si possono notare assai spesso più ordini d’idee che mal si conciliano insieme: anche nella sua mente le dottrine platoniche ed aristoteliche andarono mescolate insieme colla teologia di san Tommaso, senza mai compiutamente armonizzarsi fra loro. Di tale errore si potrà nondimeno più facilmente scusare il Savonarola, in quanto che egli non fece della filosofia il suo unico studio, e in quei brevissimi trattati, scritti solo per aiuto dei novizi, non era possibile affrontare e molto meno risolvere il problema più arduo della scienza.

Di questa prima parte degli scritti filosofici, o sia della filosofia propriamente detta, non ci resta a dire altro, perchè l’autore segue nel resto servilmente Aristotele, e spesso lo traduce. Passiamo quindi alla morale. In questo secondo trattato egli segue ancora san Tommaso; ma piega un poco più alle idee neoplatoniche, e vi si scorge chiarissima la prossimità dell’Accademia e del Ficino. L’ultimo fine dell’uomo, egli dice, è la beatitudine, la quale non istà già nella contemplazione delle scienze speculative, come vogliono i filosofi naturali, ma nella pura visione di Dio. In questa vita non possiamo averne che un’immagine lontana, un’ombra incerta; nell’altra solamente potremo gustarne la pienezza e la realtà. Sebbene questa beatitudine non si possa raggiungere per sola forza umana, pure l’uomo deve cooperarvi mediante un motus ad beatitudinem, che gli dà la disposizione necessaria a riceverla. Non v’è che Dio, il quale è per sè stesso beato; l’uomo ha bisogno di molti sforzi, motibus multis; e questi non sono altro che le opere buone, le quali si dicono anche meriti, perchè la beatitudine è il premio delle azioni virtuose.‍[96] E qui bisogna notare che, tanto in filosofia come in teologia, il Savonarola ha sempre insistito sulla efficacia e necessità delle buone opere, e quindi sulla libertà umana. «Ciò che distingue l’uomo dagli animali, esso dice, è il libero arbitrio, il quale non è una qualità o un abito, ma è l’essenza stessa della volontà; est ipsa hominis voluntas.»‍[97] Si scaglia poi contro gli astrologi, che la fanno soggetta agli astri. «La nostra volontà non può essere mossa fatalmente da alcuna forza estranea; sieno gli astri, sieno le passioni, sia Iddio medesimo. Il Creatore, infatti, conserva e non distrugge, muove il creato e tutte le cose secondo le leggi della loro natura. Or la nostra volontà è di sua natura essenzialmente libera; essa è la libertà stessa: Iddio, dunque, non potrà muoverla che liberamente, se non vuole distruggerla.» Noi potremmo notare in questo trattato moltissime osservazioni giuste ed acute; ma avremo occasione di trovarne maggior copia in altre sue opere: onde per ora le lasciamo da banda. Vogliamo però citare alcune sue idee intorno alla veracità; perchè servano a combattere l’opinione di coloro i quali vorrebbero credere che il Savonarola assumesse un carattere che sapeva non essere il suo, e si fingesse profeta per meglio condurre il popolo. Questa opinione noi crediamo combattuta dalla storia dei fatti e dalle parole stesse del Savonarola, delle quali ora diamo un solo esempio. «Per veracità noi intendiamo un certo abito, secondo il quale l’uomo nell’azione e nelle parole si mostra tale quale egli è veramente, e piuttosto minore che maggiore.... Questo non è già un dovere legale, bensì morale; in quanto che, per onestà, è certamente un debito che ogni uomo ha verso il suo simile, e la manifestazione del vero è sempre una parte di giustizia.»‍[98] Non ci fermeremo qui a parlare della politica e dell’economica, che secondo le dottrine scolastiche facevano parte della morale; perchè avremo occasione di discorrerne più largamente nell’esaminare le idee politiche dell’autore. Nemmeno prenderemo in esame la logica; giacchè essa non è altro che un sunto della dialettica degli scolastici; e le poche idee che si trovano in essa di qualche importanza, le abbiamo già esposte più sopra.

Ci resta ora a dir qualche cosa dell’opuscolo intorno alla Divisione di tutte le scienze, scritto dal Savonarola quando lo accusavano di tenere in dispregio la poesia e di non fare alcun conto della filosofia. Egli allora, per difendersi, presentò un quadro generale di tutte le scienze, mostrando che dava a ciascuna il suo proprio luogo, e le rispettava tutte secondo la loro dignità. Il quadro che egli presenta, è chiaro, preciso e felicemente condotto; ma in fondo, non è altro che la divisione medesima degli scolastici. La filosofia vien divisa in razionale e reale: la prima serve a guidar la ragione, ed è la logica: la seconda tratta dell’ente reale, e suddividesi in pratica e speculativa. — La pratica poi si divide in meccanica e morale, secondo che tratta delle professioni meccaniche o delle azioni morali dell’uomo; e la morale suddividesi in etica, economica e politica. — La filosofia speculativa si tripartisce in tre scienze: fisica, matematica e metafisica, secondo che tratta di ciò che è inseparabile dalla materia, di ciò che può separarsene solamente per astrazione, o di ciò che è assolutamente immateriale. — La metafisica siede regina di tutte le scienze, va in cerca dei più alti veri, più di tutte nobilita ed eleva l’uomo.‍[99] Ma questo però è un parlar secondo puri naturali, aggiunge il Savonarola; perchè, cristianamente parlando, la vera ed unica scienza è la teologia. Tutte le altre considerano cose particolari sotto aspetti particolari: essa solamente considera il tutto sotto un solo ed universale aspetto; essa è la scienza prima, e guarda tutte le cose nella prima causa: ma perciò appunto non le basta il lume naturale, ed ha bisogno del lume divino. Di qui è facile vedere come innanzi a questa scienza suprema, tutte le altre debbano oscurarsi e cederle il luogo; onde quel soverchio disprezzo che il Savonarola manifestò più tardi per la filosofia, la poesia e tutti gli studi profani in genere.

Noi ci siamo fermati solamente alle divisioni principali, e non volemmo venire a parlar della poesia (di cui, secondo il costume scolastico, egli fa una parte della logica), perchè anche di ciò avremo altra volta occasione di parlare più a lungo. Ci basti ora riportar le parole che dice contro coloro che in ogni cosa, ma specialmente nella poesia, volevano servilmente correr dietro agli antichi. «Alcuni si sono talmente ristretti e talmente hanno sottomesso il proprio intelletto al carcere degli antichi, che non solamente non vogliono dir nulla contro il loro costume, ma nulla che essi non dissero.... Che ragione è dunque questa, qual nuova forza d’argomentare? Gli antichi non hanno parlato così, epperò neppure noi parleremo in tal modo. Se dunque gli antichi non fecero una bella azione, neppur noi dovrem farla?»‍[100] E tale fu sempre il suo linguaggio. In quel secolo in cui non si scrivea libro che non fosse per levare a cielo gli antichi, il Savonarola era solo a prendere la penna e muovere la voce contro di loro. Ma egli fece ancora di più, quando, dimenticando affatto gli antichi, prese a guida la propria ragione, e appoggiandosi solo ad essa, procedette innanzi. Nè ciò fece solo negli scritti filosofici, ma, come abbiam detto più sopra, se ne trova un numero infinito d’esempi nelle prediche e nelle opere teologiche. Si pigli, infatti, il Trionfo della Croce, il suo lavoro principale; quello in cui espose tutta la dottrina cristiana con ragioni naturali. Ivi, nel proemio, egli discorre così: «E perchè in questo libro noi vogliamo disputare solamente con ragione, non ci fonderemo in alcuna autorità; ma per tal modo procederemo come se non si avessi a credere a veruno uomo del mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»‍[101] Ed altrove: «Noi bisogna per le cose visibili venire in cognizione delle invisibili, perchè ogni nostra cognizione comincia dal senso, il quale conosce solamente gli attributi corporali estrinseci; ma lo intelletto nostro, per la sua sottilità, penetra insino alla sostanza delle cose naturali, dalla considerazione delle quali si leva fino alla cognizione delle cose invisibili»‍[102] Nè si creda che questi sieno dei pensieri staccati che ci è venuto fatto di trovare nel corso dell’opera; perchè si trovano invece in sul bel principio di essa, e vi stanno ad esporre il disegno ed il metodo con cui deve esser condotta. Ogni capitolo comincia col premettere l’ipotesi, che non si sia imparato nulla da alcun uomo del mondo; col ripetere che non bisogna accettare altra autorità che la propria esperienza, la propria ragione; e così dal noto andando all’ignoto, procede infino alla fine.

Se ora si voglia riflettere che il Savonarola vivea quando ancora non era finito il secolo XV, quando il più gran filosofo dell’Europa era Marsilio Ficino, si dovrà senza dubbio consentire che egli fu primo‍[103] a scuotere il vecchio giogo dell’autorità in filosofia, e che le lodi da noi dategli sono veridiche e fondate sopra un esame accurato ed imparziale dei suoi scritti. Già l’antico biografo Pacifico Burlamacchi, che avea conosciuto di persona il nostro frate, lasciò scritto: «che fino dalla prima infanzia non volle giudicar gli autori secondo la maggior fama, nè seguire quelle opinioni solamente che erano in voga, ma avea sempre l’occhio alla verità ed alla ragione.»‍[104] Queste poche e semplici parole sono un ritratto assai più fedele di qualunque altro ce ne abbiano dato i biografi posteriori; e noi, dopo aver molto considerato le opere del Savonarola, torniamo al giudizio del vecchio cronista.

Sentiamo però l’obbligo di dire al nostro lettore, che non vogliamo con ciò tenere il nome del Savonarola tanto alto nella storia della filosofia, da dargli una importanza scientifica maggiore di quella che egli ebbe veramente. Assai spesso trascurò questa scienza; l’accusò di continuo, qualche volta anche disprezzandola; e volle quasi nascondere quei suoi brevi trattati, che perciò vennero in dimenticanza. Non si troveranno esaminati in nessuna storia della filosofia, non si troveranno citati in alcun filosofo posteriore; e lo stesso Campanella, il quale, come abbiam visto, potrebbe dirsi un suo seguace, non ebbe forse neppure una lontana notizia della loro esistenza. Ma se queste ragioni possono diminuire l’importanza che quegli scritti ebbero nella storia della filosofia, non potranno certo di niente scemarne il peso, quando si tratta di portare un giudizio sulla mente di chi li dettava. E per noi era di somma importanza il conoscere la forza intellettiva d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose de’ suoi tempi; tempi nei quali in tutta Europa si apparecchiava il rinnovamento della civiltà ed il ripristinamento dell’umana ragione. Qualunque fosse stata la missione del Savonarola, qualunque la sua indole e i fini che egli ebbe, era per noi sopra ogni altra cosa indispensabile il determinare l’altezza speculativa della sua mente, il decidere se egli dovea o no andare fra gli uomini nuovi. E ci pare omai certezza, che se il Savonarola non va messo alla testa del risorgimento, del quale ebbe come una profetica visione; se non viene considerato come il precursore di tutti coloro che più tardi ne fecero parte, e dei quali egli ebbe in supremo grado le eroiche virtù, le ardite aspirazioni e gli strani errori; non si potrà mai comprender nulla di quest’uomo, sul quale si è tanto scritto, senza che alcuno sia ancora riuscito a determinarne il vero carattere.

CAPITOLO SETTIMO. I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la sua interpretazione della Bibbia.

Se noi ci facciamo a considerare quel gran moto di civiltà che rinacque nel secolo XVI, troveremo che in fondo a tutte le dottrine, a tutte le dispute, a tutte le guerre religiose di quel tempo, v’era un bisogno universalmente sentito di ravvicinarsi a Dio: esso animava i dottori, creava il nuovo entusiasmo, dava la forza ai martiri. Che cosa, infatti, fu tutta la filosofia, tutta la scienza moderna, se non lo sforzo di ravvicinare la creatura al Creatore, sebbene eccedesse troppo spesso fino a confondere l’uno con l’altra? Che cosa promisero le nuove dottrine religiose, se non di mettere il fedele in rapporto diretto col Signore,‍[105] sebbene trascorressero poi, sino a distruggere la libertà umana? Pure, a chi bene lo considera, questo solo principio, malgrado i suoi eccessi, rinnovava la civiltà; quest’unico amore redimeva il genere umano dall’abisso di colpe in cui era caduto.

Già, in sul cadere del secolo XV, noi ci possiamo avvedere che un nuovo calore penetra gli animi, che si comincia a sperar nuovamente nella forza delle idee e dei principii. Anima e vita di questo moto fu allora la filosofia alessandrina, perchè essa prometteva la visione in Dio, ed in questa poneva la somma dell’umana felicità. Una tale idea si fece strada e penetrò rapidamente il cuore degli uomini, in un tempo in cui sembrava che il materialismo dovesse solo signoreggiare in eterno. Ma essa cominciava appena ad essere una teoria cavata dai libri, che già nel Savonarola era un sentimento nato con lui, che dominava tutta la sua vita, e poteva anzi dirsi la sua vita istessa. Egli non aveva, infatti, altra aspirazione che verso Dio; non sperava nè desiderava altro che trascinare dietro a sè il mondo nella beatitudine d’una tale aspirazione. E sotto questo aspetto, bisogna che noi prendiamo in esame la più parte dei suoi scritti religiosi, i quali assai spesso non sono altro che la manifestazione di questo sentimento religioso, di questo suo, per così dire, santo furore.

Gli opuscoli che pubblicò intorno al 1492, furono quattro trattati sull’Umiltà, l’Orazione, l’Amore di Gesù Cristo e la Vita vedovile; scritti in parte ascetici, in parte semplicemente religiosi e morali. Noi cercheremo di esporre le idee del Savonarola più fedelmente che sarà possibile, acciò il lettore conosca bene con quali mezzi egli cominciasse allora a stabilire il suo ascendente sul popolo.

«L’Umiltà e la Carità,» egli dice adunque nel suo primo opuscolo,‍[106] «sono due virtù nello edificio spirituale estreme; perocchè l’umiltà è il fondamento che porta tutta la fabbrica, e la carità è la perfezione e consumazione dell’edifizio. Bisogna perciò che il fedele si umilii dinanzi a Dio, che riconosca come egli è per sè stesso incapace di fare il bene, e come senza l’aiuto del Signore le sue opere non sarebbero altro che peccati. Nè basta che ciò sia una convinzione dell’intelletto; bisogna che sia anche un sentimento profondo dell’anima. La volontà dell’uomo è libera; ond’egli deve con tutte le sue forze adoprarsi a scacciare l’orgoglio, disporsi a ricevere la grazia; e gli atti esteriori saranno in ciò non solamente utili, ma anche necessarii. Si umilii perciò il credente verso i superiori, verso gli uguali; si umilii anche verso gl’inferiori. Ma se, giunto a questo punto, crederà di aver fatto gran cosa, allora l’umiltà esteriore sarà cresciuta a scapito della interiore, ed avrà perduto ogni merito. Si tenga, dunque, continuamente fermo nell’idea della sua nullità.»

La preghiera, di cui si discorre nel Trattato della orazione,‍[107] è, secondo il Savonarola, uno dei mezzi più efficaci a tener vivo nell’uomo il sentimento dell’umiltà. «Sia perciò lunga, fervida e diuturna: rammentiamoci però di continuo che essa deve essere accompagnata dall’umiltà e dalla carità; senza di che è nulla. Finchè vi è fervore, si può dire che vi sia preghiera; e quando si esercitano opere di carità, anche allora si può dire che l’uomo preghi.»

Queste medesime idee si trovano assai meglio svolte in un altro trattato Della orazione mentale.‍[108] «Colui che prega, deve parlare a Dio come se fosse presente; giacchè il Signore è per tutto, in ogni luogo, in ogni uomo; specialmente nell’anima del giusto. Epperò non si cerchi in terra o in cielo o altrove; si cerchi nel proprio cuore, si faccia come il profeta, che dice: — Io udirò ciò che parlerà in me il Signore. — Nella preghiera, l’uomo può attendere alle parole, e questa è cosa tutta materiale; può attendere al senso delle parole, e questo è piuttosto studio che preghiera; può, finalmente, mettere il suo pensiero in Dio, e questa è la vera, la sola preghiera. Non bisogna stare a discorrere su per le sentenze, nè su per le parole; ma elevare le mente sopra di sè, e perdersi quasi nel pensiero di Dio. A questo punto il credente dimentica il mondo e i suoi desiderii; ha quasi un’ombra della celeste beatitudine. A tale altezza può giungere l’ignorante così facilmente come il dotto; anzi assai spesso avviene che colui che recita i salmi senza comprenderli, fa una preghiera assai più santa del dotto che saprebbe spiegarli. Le parole, infatti, non sono indispensabili alla preghiera; anzi, quando l’uomo è veramente rapito in ispirito, l’orazione vocale diventa quasi un impedimento, e deve dar luogo alla mentale. Epperò si vede quanto sia grande l’errore di coloro i quali prescrivono un numero di orazioni determinate. Il Signore non si diletta di moltitudine di parole, ma di fervore di spirito. Qui ci si faranno incontro, continua a dire il Savonarola, coloro che non sanno difendere altro che le cerimonie e il culto esteriore della Chiesa. A costoro noi risponderemo come il Salvatore alla Samaritana: «Donna, credimi che l’ora viene in cui non adorerete il Padre nè in questo monte nè in Gerusalemme..... Ma l’ora viene, ed è già al presente, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità.» (Gio. VI, 21, 23.) Il che significa che il Signore vuole il culto interiore, senza tante cerimonie; e così infatti usava la Chiesa primitiva, quando non c’era bisogno di tanti organi e canti per levare la mente a Dio. Quando mancò il fervore, si cominciarono a introdurre le cerimonie per medicina delle anime: ma oggi noi siamo divenuti simili all’infermo che ha perduto ogni virtù naturale, e le medicine non hanno più forza sopra di lui. Ogni fervore, ogni culto interiore è muto; e le cerimonie crescono sempre, ma restano inefficaci. Perciò noi siamo venuti ad annunziare al mondo, che il culto esteriore è destinato allo interiore, e le cerimonie non sono altro che mezzi per eccitare lo spirito.»

Ma il Trattato dello amore di Gesù Cristo, di cui in poco tempo si videro più di sette edizioni,‍[109] esprime più chiaramente ancora quel mistico entusiasmo del Savonarola, di cui abbiamo più sopra parlato. «L’amore di Gesù Cristo è quel vivo affetto per cui il fedele desidera che la sua anima diventi quasi parte di quella di Cristo, e che la vita del Signore si riproduca in lui, non per esterna imitazione, ma per interna e divina ispirazione. Egli vorrebbe che la dottrina di Cristo fosse in lui cosa viva, vorrebbe patire il suo martirio, salire misticamente con lui sulla stessa croce. Questo amore è onnipotente, e non si può avere senza la grazia; perchè esso solleva l’uomo sopra sè stesso, e congiunge la creatura finita al Creatore infinito. L’uomo, infatti, sale continuamente dalla umanità alla divinità, quando è animato da questo amore; che è il più dolce di tutti gli affetti, penetra l’anima, s’impadronisce del corpo, e fa che il fedele cammini sulla terra come rapito in ispirito.»

Noi abbiamo riportato quasi le parole medesime del Savonarola, perchè questo concetto dell’amore, che ritorna di continuo nelle sue opere ed è un punto fondamentale della sua dottrina, non è stato ancora abbastanza osservato. È ben vero che nel definirlo il Savonarola non è molto preciso; giacchè qualche volta dice, questo amore non essere altro che la grazia; e qualche volta, non essere che la carità. In vero, esso partecipa d’ambedue, senza essere precisamente nè l’una cosa nè l’altra. — Quando la grazia s’infonde nell’uomo, genera immediatamente la carità; e senza la grazia, vera carità non può esservi: v’è però uno stato intermedio, in cui il credente, sentendo la vicinanza e quasi l’afflato di Dio, prova una suprema felicità, e come una celeste ebbrezza. Questo stato interno dell’anima che riceve la grazia ed è per generare la carità, è quello appunto che il Savonarola intende per amore di Gesù Cristo. E l’importanza di questo concetto nella sua dottrina, sta appunto nell’esprimere esso uno stato tutto subbiettivo dell’animo. Il Cristiano non può raggiungere la carità, senza la grazia che è un dono gratuito di Dio, per ottenere il quale la nostra volontà può assai poco contribuire; ma l’amore essendo invece una nostra disposizione, l’uomo può assai più facilmente elevarvisi: la grazia viene allora ad infondersi in noi quasi naturalmente, e la carità scaturisce dal nostro cuore come di necessità. Così l’amore ha la sovrumana potenza di riunire la creatura che è finita al Creatore che è infinito, e spiega in certo modo il mistero della libertà umana e della onnipotenza divina.

Quest’opuscolo si conclude con alcune Laudi e Contemplazioni infiammative, nelle quali il Savonarola s’abbandona ad ogni sorta d’esclamazioni intorno alla misericordia e bontà del Signore, al desiderio ardente che ha la sua anima d’essere una sola cosa con Lui, di salire sulla stessa croce, essere trafitto dagli stessi chiodi e dalla stessa corona di spine. Di certo, se noi le leggiamo collo scetticismo dei nostri giorni, non vi troveremo alcun valore; ma se ci poniamo invece a considerare che erano scritte per il popolo, che parlava un’anima ebbra veramente di questo suo abbandono in Dio, un uomo a cui questo santo delirio dava un conforto a noi sconosciuto, allora solamente potremo rettamente giudicarle. E più le valuteremo se ci rammentiamo che il Savonarola riuscì ad infondere questo suo entusiasmo in tutto un popolo; e fu il primo a prevedere e presentire che questo nuovo amore, questo nuovo delirio, impadronendosi delle moltitudini, dovea rigenerare e ringiovanire il mondo.

Nel Libro della vita viduale,‍[110] pubblicato fin dal 1491, egli dètte invece sani precetti di morale alle vedove. In questo opuscolo si potrà vedere quanto falsa sia l’opinione di coloro che ci rappresentano il Savonarola come nemico del matrimonio, e quasi gli attribuiscono l’idea di voler ridurre Firenze a forma di convento; quando esso invece insegnava su questo proposito una dottrina piena di buon senso. Le vedove, egli dice, son come gli orfani sotto la speciale proiezione del Signore. La vera loro vita sarebbe di abbandonare i pensieri del mondo, darsi intieramente a Dio, ed essere «come la tortola, la quale è uno animale casto; e però, che quando ha perso il suo compagno, mai più s’accompagna con altri, ma vive tutto il tempo della vita sua gemendo solitaria.» Nondimeno, se per la educazione dei figli, se per la povertà o per non sapere resistere agli stimoli della carne, volesse la vedova rimaritarsi, lo faccia pure: questo sarà assai meglio che circondarsi d’adoratori, esporsi alle calunnie, tenersi fra mille pericoli. Quella vedova che non si sente disposta a mantenere lo stretto decoro, le difficili riserve del suo stato, ritorni piuttosto alla vita dignitosa di moglie. Quelle poi che si sentono forza maggiore ed animo uguale al loro stato, sieno il modello di tutte le altre donne. La buona vedova deve vestire di bruno, vivere solitaria, evitare il consorzio degli uomini, essere la stessa gravità, portare nel volto tanta severità, che alcuno non ardisca muoverle parola o sorriso di poco rispetto. E questa vita sarà un insegnamento continuo alle altre donne; onde è inutile che la vedova si affatichi con parole ad ammaestrare gli altri: non dia precetti, se non quando l’occasione assolutamente lo richiede, e cerchi di farlo solamente verso i figli o nipoti. Disconviene alla gravità della vedova ricercare la vita ed i peccati altrui; disconviene a lei essere o anche parere vana, e per salvare gli altri, abbandonare sè stessa.

Con questi opuscoli il Savonarola riusciva nel suo intento, giacchè andava ogni giorno crescendo nella stima dei dotti e nell’amore del popolo. Sebbene però egli avesse nella filosofia con fermo proposito seguito la sola ragione, e negli scritti religiosi si fosse abbandonato tutto al sentimento spontaneo dell’animo suo; pure questo a lui medesimo parea non bastare in un secolo che volea fondarsi unicamente sull’autorità. È ben vero che egli era assai spesso dominato e trascinato dai suoi pensieri in modo, che si contentava di affermarli come verità innegabili; e che nel suo esaltamento religioso egli credeva di essere in diretto rapporto colla Divinità, onde non sentiva bisogno d’altra conferma alle sue visioni del futuro.‍[111] Nondimeno, quando si trattava di convincere gli altri, di far tacere la superbia e l’importunità dei dotti, di persuadere al popolo cose straordinarie, allora l’autorità d’un libro diveniva in quel secolo indispensabile. E quale altra autorità poteva il Savonarola accettare, se non quella della Sacra Scrittura? Chi avrebbe ardito resistere alla parola del Signore? La Bibbia, d’altronde, era stato il compagno più fedele dei suoi giovani anni, il conforto dei suoi dolori, l’educatore del suo spirito. Non vi era verso che non rammentasse a memoria; non vi era pagina che non avesse commentata, da cui non avesse preso qualche idea pe’ suoi sermoni. A forza di studio e di meditazione, essa avea cessato d’essere per lui un libro, ed era divenuto un mondo vivo e parlante; un mondo infinito, in cui trovava la rivelazione del passato e dell’avvenire. Non appena egli apriva le Sacre Carte, che era esaltato dal pensiero di leggere la parola rivelata dal Signore; vi trovava come il microcosmo di tutto l’universo, l’allegoria di tutta la storia del genere umano. Questo era uno studio che dava alimento a sè stesso; e quindi egli riempiva i margini del sacro volume d’interminabili postille, nelle quali notava le varie ispirazioni del momento, le moltiplici interpetrazioni di ciascun passo.‍[112]

Solamente esaminando i suoi Sermoni, si potrà avere un’idea del vario uso che il Savonarola seppe fare della Bibbia. Pure, riducendo le cose a sommi capi, per darne sin d’ora un’idea generale, diremo che, oltre la interpetrazione letterale, egli ne faceva altre quattro sopra quasi ciascun passo della Bibbia, ed erano: spirituale, morale, allegorica ed anagogica. Per meglio spiegarci, prendiamo ad esempio il primo verso della Genesi: «Nel principio Iddio creò il cielo e la terra ec.» Il senso spirituale riguarda lo spirito, e quindi cielo e terra significheranno anima e corpo. Il senso morale riguarda invece la morale, e quindi cielo e terra vorranno dire ragione ed istinto. Il senso allegorico è doppio, riguarda la storia della Chiesa ebraica, o della Chiesa cristiana: nel primo caso, cielo e terra rappresenteranno Adamo ed Eva; il sole e la terra significheranno il gran sacerdote ed il re del popolo ebreo: nel secondo caso, saranno invece significati il popolo eletto ed il popolo dei gentili, il papa e l’imperatore. Il senso anagogico si riferisce alla Chiesa trionfante; e quindi il cielo e la terra, il sole, la luna e le stelle, significheranno gli angeli, gli uomini, Gesù Cristo, la Vergine, i Beati, e così via discorrendo.‍[113]

In questo modo il Savonarola trovava nella Bibbia la conferma di tutti i pensieri, di tutte le ispirazioni, di tutte le profezie che sorgevano nel suo animo. Non vi era cosa grande o piccola, pubblica o privata, sacra o profana, di cui egli non trovasse un qualche riscontro nella Bibbia. Egli avvertiva però di andar cauto in questo studio. «Vi bisogna, egli diceva, una conoscenza della lingua e della storia, una continua lettura, una lunga familiarità:‍[114] bisogna guardarsi di non andar contro alla ragione, contro alle opinioni ricevute dalla Chiesa e dai dottori,‍[115] di non tirare la scrittura ai nostri propri fini; perchè allora si metterebbe il nostro intelletto in luogo della parola divina.‍[116] Ma chi guiderà il fedele in questo mare di pericoli, in questo laberinto inestricabile dall’umana ragione? Lo guiderà la grazia divina. Si apparecchi, adunque, il fedele a leggere la Bibbia con una grande purità di cuore, con un lungo esercizio della carità, con levare il pensiero dalle cose terrene; giacchè in questo libro non si può penetrare solo colla mente, ma bisogna entrarvi con l’anima e col cuore. Allora solamente il credente potrà entrare nel mondo infinito delle Sacre Scritture senza pericolare, ed aver quel lume che è necessario alla sua salute. Ma non a tutti questo lume è concesso ugualmente. Iddio manda spesso sulla terra degli uomini a cui concede un lume maggiore, col quale debbono illuminare le moltitudini: questi sono i dottori della Chiesa, ai quali il Signore spesso parla in ispirito, rivelando per diretta comunicazione cose occulte a tutti gli altri. Essi debbono essere la guida e la luce dei fedeli.»‍[117]

Malgrado però tutti questi riguardi, il Savonarola s’era messo sull’orlo d’un precipizio, dal quale era assai difficile salvarsi. Non v’era cosa che un sistema d’interpetrazione così vario e largo non potesse confermare coll’autorità della Bibbia: onde, quando egli si fosse lasciato trasportare dalla fantasia in un modo qualunque, le Sacre Carte, in luogo di essergli freno, sarebbero divenute sprone a maggiori eccessi. Ed infatti, quante volte la sua mente esaltata vide strane visioni del futuro; quante volte udì per l’aria voci di sinistri augúri, di flagelli minacciati all’Italia ed alla Chiesa; egli vi fu sempre dalla lettura della Bibbia riconfermato, e tanto più vivamente, quanto maggiori erano la fede e la sincerità del suo animo. Ma di ciò noi avremo altra volta lunga occasione di discorrere: bastici per ora avere interpretato generalmente il sistema del nostro autore.

NOTA. Sulla Esegesi biblica del Savonarola, e sopra alcune Bibbie postillate di sua mano.

Diamo qui sotto un saggio del vario modo tenuto dal Savonarola nell’interpretare la Bibbia, facendone applicazione al principio della Genesi. Questo saggio l’abbiamo cavato dalle postille marginali che egli fece di suo pugno in due Bibbie; una delle quali trovasi nella Biblioteca Magliabechiana, l’altra nella Riccardiana. La prima, che è la più preziosa delle due, è stampata a Basilea 1491, e contiene un numero assai maggiore di annotazioni, non solo nei margini ma anche in molti fogli aggiunti nel principio e nella fine del libro. Queste annotazioni sono però scritte in un carattere così minuto e così pieno di abbreviazioni, che senza molto studio e senza una lente non si possono leggere. Minori di numero sono le postille della Bibbia Riccardiana (Venezia 1492), ma il carattere però ne è assai più chiaro. Sono tutte interpetrazioni fatte secondo il sistema da noi esposto: dánno la moltiplice interpretazione di molte parole, di interi periodi; segnano notizie storiche e geografiche; dánno il significato d’alcune parole ebraiche, dal quale cavano poi la interpetrazione mistica, allegorica ec. È notevole però, che di rado entrano in discussioni puramente teologiche, come più tardi fece la Riforma; anzi noi abbiamo costantemente osservato, che quei passi sui quali i Riformati sollevarono più tardi le loro controversie, si trovano senza alcuna annotazione. Ma di ciò avremo altrove materia di discorrere. Per ora notiamo solo, che il Savonarola, leggendo la Bibbia, non faceva che appunti secondo il suo sistema, da noi esposto, e solo per servire alle sue prediche. Spesso queste sue postille riempiono tutti i margini, entrano fra un verso e l’altro della stampa, si continuano sopra fogli aggiunti, e sempre con un carattere fitto, uguale e microscopico.

Ponendo la Bibbia Magliabechiana, nel principio della quale si trovano le regole dei vari modi d’interpetrare, accanto a quella della Riccardiana, dove sono queste medesime regole applicate ai primi capitoli della Genesi, abbiam potuto formare il quadro che segue. Chi volesse poi più minuti particolari, potrebbe trovarne infiniti nelle suaccennate Bibbie, e in molte prediche del Savonarola; come, p. es., la XXIII di quelle sul Salmo Quam bonus. Le postille bibliche ci dánno però assai meglio tutto l’insieme di questa singolare esegesi.

Vogliamo ancora notare, che nel convento di San Marco si trovano due antiche Bibbie in pergamena, sui margini delle quali sono molte annotazioni di carattere minutissimo e simile alquanto a quello del Savonarola. Malgrado però questa somiglianza, e malgrado ancora che in una di esse si sia trovato un foglio che diceva: utebatur Hieronymus Savonarola; noi non crediamo che quelle postille sieno di lui, ma più antiche; giudicandolo tanto dalla forma del carattere, come dalla natura delle postille medesime. E ci ha confermato in questa opinione il vedere che nel catalogo: De operibus viri divini, non impressis, più sopra citato (Magliabechiana, cod. I, VII, 28), non sono menzionate altre Bibbie postillate, se non queste: «Bibliæ tres glossatæ, 1ª Apud Ferrariam, in conventu Angelorum; 2ª Florentinæ, apud Fratrem Nicholaum de Biliottis; 3ª Florentiæ, apud Marcum Simonem de Nigro.» Non è probabile che l’autore di quel catalogo, il quale sembra essere stato frate di San Marco e notava con tanta diligenza le cose inedite del Savonarola, sapesse delle Bibbie che erano allora presso i privati, ed ignorasse quelle che si trovavano nel convento.

Saggio delle varie interpretazioni che il Savonarola dava alla Bibbia, ricavato dalle sue postille autografe alla stessa.

Interpretazione Letterale. Interpretazione Spirituale. Interpretazione Allegorica. Si riferisce al Vecchio Testamento. Interpretazione Allegorica. Si riferisce al Nuovo Testamento. Interpretazione Morale. Interpretazione Anagogica.

1º Giorno. Cielo, Terra, Luce. Anima, Corpo, Intelletto agente. Adamo, Eva, Luce della grazia. Popolo Ebraico, Gentili, Gesù Cristo. Anima, Corpo (nel senso di ragione ed istinto), Luce della grazia. Angeli, Uomini, Visione di Dio.

2º Giorno. Firmamento. La volontà, fra le opposizioni dell’anima e del corpo. Arca di Noè. Gli Apostoli e gli altri Santi. Fermezza morale. Eternità della beatitudine e della dannazione.

3º Giorno. Divisione delle acque dalla terra, Il movimento delle passioni e degli errori che occupano l’intelletto. Gentili separati dal popolo eletto. Le tribolazioni, che dividono molti dalla Chiesa. Lotta delle passioni contro il dovere. Gaudio dei beati che furono liberati dalle tribolazioni.

Luoghi asciutti, Intelletto avido di scienza. . . . . . . . . . . . . . . . . Ragione. . . . . . . . .

Erbe e piante. . . . . . . . . La moltitudine degli eletti. Le buone dottrine della Chiesa. . . . . . . . . Le loro laudi e opere perfette.

4º Giorno. Sole, Luna, Stelle. Metafisica ed Etica, Scienze naturali e razionali. Gran sacerdote, Re, altri Sacerdoti. Papa, Imperatore, Dottori. La legge di carità antica e nuova, i precetti minori. Cristo, la Vergine, gli altri Beati.

5º Giorno. Uccelli, Pesci. Contemplazione delle cose superiori e delle inferiori. Maccabei (che sempre fluttuarono). Vita contemplativa, vita attiva. Contemplazione delle cose divine e delle umane. Angeli, ed uomini che entrano nel coro degli Angeli.

6º Giorno. Bestie, Appetito irascibile . . . . . . . . Anti-Cristo, coi suoi. Cattivi. Quelli che furono persecutori.

Animali terrestri, . . . . . . . . Popolo Ebraico (dato nel tempo di Cristo all’avarizia). Cristiani dati alle cose terrene. Persecutori. . . . . . . . .

Giumenti, Senso. I Buoni. Eletti. . . . . . . . . I predicatori.

Uomo ad immagine di Dio. Uomo che domina le passioni. Cristo (che era l’espettazione del vecchio Testamento). I perfetti che abbonderanno nel tempo dell’Anti-Cristo. Colui che progredisce nelle tribolazioni. . . . . . . . .

NB. Facciamo osservare, che sebbene nelle due interpretazioni, morale e spirituale, si trovino significate le medesime cose, debbono sempre intendersi in due sensi diversi: in un caso, p. es., ragione vorrà dire la forza che domina le passioni, nell’altro la facoltà che intende il vero. — Questo quadro che noi abbiamo dato, deve senza dubbio essere imperfetto, perchè cavato da appunti incompiuti e qualche volta appena accennati.

CAPITOLO OTTAVO. Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il Magnifico. Predica sulla prima Epistola di San Giovanni. [1491.]

Il popolo s’era andato sempre più affollando in San Marco, e la chiesa non era più capace di contenerne la moltitudine: onde, nella quaresima dell’anno 1491, il Savonarola predicò nel Duomo, e le mura di Santa Maria del Fiore echeggiarono per la prima volta della sua voce. Da quel momento, egli parve divenuto signore del pergamo, padrone del popolo, che ogni giorno crescendo di numero, raddoppiava d’entusiasmo verso il suo predicatore. Quelle immagini dal frate descritte, rapivano le fantasie della moltitudine; quelle minacce di futuri flagelli avevano una forza magica sull’animo d’ognuno, perchè parea veramente che tutti fossero pieni di sinistri presentimenti.

Ma questo appunto cominciava a dispiacere fortemente a Lorenzo dei Medici, e faceva ne’ suoi amici nascere una certa opposizione contro il Savonarola. Al quale furono un giorno mandati cinque dei principali cittadini di Firenze,‍[118] perchè mettendogli in vista i pericoli ch’egli faceva correre a sè ed al convento, lo consigliassero a moderarsi. Il Savonarola interruppe ben presto il loro discorso dicendo: «Vedo che voi non venite per vostro consiglio, ma siete mandati da Lorenzo. Ditegli che s’apparecchi a far penitenza de’ suoi peccati, perchè il Signore non risparmia nessuno, e non ha paura dei principi della terra.» Il frate era fierissimo della sua indipendenza ecclesiastica, e voleva smettere, sin dal principio, il costume invalso in San Marco di piegarsi e prostrarsi continuamente innanzi ai Medici. E quando gli fu da quei medesimi cittadini fatto osservare che egli poteva essere esiliato, rispose: «Io non temo i vostri esilii, perchè questa vostra città è come un grano di lente sulla terra. Ma sebbene io sia forestiero e Lorenzo cittadino ed il primo della città, io debbo restarvi ed egli dovrà partirsene.» Aggiungendo dipoi parole tali sulle condizioni di Firenze, che quei cittadini restarono maravigliati della sua intelligenza nelle cose di stato. In quel tempo medesimo, trovandosi nella sagrestia di San Marco in presenza di più persone, affermò che le cose d’Italia volevano mutar presto, e che il Magnifico, il papa e il re di Napoli s’avvicinavano alla morte.‍[119]

Il malumore dei medicei ne cresceva perciò a tal segno, che il Savonarola tornò più volte sopra sè stesso a considerare questo mormorare continuo, questa contraddizione sempre crescente d’una parte piccola ma potente dei cittadini; ed avrebbe voluto, per qualche tempo almeno, restringersi solo ai precetti di morale e di religione. Ma nel fatto trovò che un tal cambiamento era per lui assai più facile desiderarlo che metterlo in pratica. Egli medesimo ci descrive, nel Compendio di Rivelazioni, la lotta inutile che sostenne con se stesso, per mutar modo di predicare. «Ogni cosa che mi allontanava dal primo studio mi veniva subito a noia, e quante volte meditai di seguire un’altra via, venni subito in odio a me stesso. E mi rammento come predicando nel Duomo l’anno 1491,‍[120] ed avendo già composto il mio sermone sopra queste visioni, deliberai di sopprimerle, e nell’avvenire astenermene affatto. Iddio mi è testimonio, che tutto il giorno di sabato e l’intera notte sino alla nuova luce, io vegliai; ed ogni altra via, ogni dottrina fuori di quella, mi fu tolta. In sull’alba, essendo per la lunga vigilia stanco ed abbattuto, udii, mentre io pregavo, una voce che mi disse: — Stolto, non vedi che Iddio vuole che tu seguiti la medesima via? — Perchè io feci quel giorno una predica tremenda.»‍[121] Ed in verità, il Savonarola era nato a questa specie d’eloquenza, per così dire, battagliera. Persuaso come era d’una missione divina, non appena si trovava innanzi al popolo, che sentivasi esaltato ed era trascinato dal corso dei suoi pensieri; allora la sua fantasia s’animava, risorgevano le sue forze, raddoppiava la sua energia. Ma se egli avesse dovuto far violenza a sè stesso, non avrebbe di certo saputo più trovare i colori delle sue immagini, il vigore della sua eloquenza.

Nel luglio di quel medesimo anno 1491, veniva eletto priore di San Marco; e la nuova carica ponendolo più in vista ed in maggior grado, faceva crescere la sua indipendenza. Fin dal principio, egli ricusò di piegarsi all’abuso introdotto nel convento, che il nuovo priore, cioè, andasse a portare ossequio ed obbedienza al Magnifico. «Io riconosco,» egli disse, «la mia elezione solamente da Dio, ed a Lui porterò obbedienza.» Lorenzo dal suo lato se ne doleva, dicendo: «Voi vedete! un forestiero è venuto in casa mia, e non si degna neppure visitarmi.»‍[122] Pure, non volendosi mettere in guerra col priore d’un convento nè far troppo caso d’un frate, cercò di conciliarselo colla via della dolcezza. Andò parecchie volte a sentire la messa in San Marco, trattenendosi dipoi a passeggiare nell’orto, senza che il Savonarola volesse per questo lasciare i suoi studi e venire a fargli compagnia. Egli giudicava severamente il carattere di Lorenzo, sapeva tutto il danno che esso aveva fatto alla morale pubblica; non voleva perciò avvicinarsi ad un tiranno, in cui vedeva non solo il nemico e distruttore della libertà, ma ancora l’ostacolo maggiore a migliorare i costumi del popolo e rimetterlo nella vita cristiana. Vedendo che queste vie non riuscivano, Lorenzo cominciò a mandare al convento dei ricchi donativi e delle larghe limosine. Ma ciò dovea naturalmente accrescere il disprezzo che il Savonarola avea già concepito pel carattere morale di lui; e sul pergamo egli vi fece in fatti qualche sdegnosa allusione, dicendo che queste cose lo rendevano sempre più fermo nei suoi propositi. Non andò guari che trovò nella cassetta delle limosine certa quantità di monete d’oro; le quali, non potendo esser venute da altri che Lorenzo, egli mandò ai Buoni Uomini di San Martino perchè le dispensassero ai poveri, dicendo che ai bisogni del convento bastava il rame e l’argento. «E così,» osserva il Burlamacchi, «Lorenzo si persuase finalmente che questo non era terreno da piantar vigne.»‍[123]

Il Magnifico non era, però, uomo da cedere così presto; onde, per abbassare il crescente predominio del nuovo oratore sul popolo, egli incitò il Gennazzano a riprendere le sue prediche. Questo frate avea tutto l’impeto, la malignità e l’ipocrisia dei pedanti: sino ad ora egli s’era congratulato col Savonarola del successo da lui ottenuto; ma non appena ebbe da Lorenzo l’incarico di combatterlo, lo accettò subito baldanzosamente. Il giorno dell’Ascensione doveva predicare su quel passo della Bibbia: Non est vestrum nosse tempora vel momenta. Firenze era piena di questa voce, e la folla correva numerosissima alla predica del Gennazzano. Ma egli si lasciò tradire dal suo furore. Incominciò a pronunziare accuse d’ogni sorta contro il Savonarola, chiamandolo vano e falso profeta, seminatore di scandali e disordini nel popolo; ed arrivò a tanta insolenza e bassezza di linguaggio, da disgustare assai l’uditorio, in modo che quel giorno perdette della sua reputazione più che non s’era colle fatiche di molti anni acquistato. E così quello che, secondo i disegni di Lorenzo, doveva essere la disfatta, fu invece il trionfo del Savonarola; il quale aveva quel giorno predicato sul medesimo testo, interpretandolo tutto a favore della sua dottrina; e restò dipoi affatto padrone del campo, perchè il Gennazzano non ardì continuare le sue prediche.‍[124] Questi fece vista di prendere la cosa con indifferenza; invitò il Savonarola al suo monastero; celebrarono insieme una messa solenne, e si scambiarono ogni sorta di cortesie: ma il francescano aveva troppo vivamente sentito nell’anima l’umiliazione ricevuta. Essere tenuto il primo predicatore d’Italia, aver quasi annientato il Savonarola nella sua prima venuta in Firenze, e trovarsi ora vinto e disfatto innanzi a tutti, era cosa che egli non sapeva tollerare senza rancore. Da quel momento, infatti, covò nel petto un odio profondo contro il Savonarola, gli giurò un’eterna vendetta, nè si stancò mai di suscitargli nuovi pericoli e nuovi nemici, sino a che riuscì veramente ad essere uno dei principali autori della sua rovina.

Lorenzo allora, vedendo assolutamente fallito il suo intento, sentendosi già preso da quella infermità che doveva poi condurlo alla tomba, e stanco di lottare contro un uomo che, suo malgrado, cominciava ogni giorno a stimare di più, lo lasciò ormai predicare liberamente.

Noi non abbiamo fino ad ora, altrimenti parlato delle prediche del Savonarola, perchè le prime che si trovino a stampa, son quelle che fece sulla prima Epistola di San Giovanni, le quali non si possono riferire ad un tempo anteriore a quest’anno 1491. Ora, dunque, bisogna venire a discorrerne. È veramente un’ardua impresa il dar ragguaglio d’una raccolta di sermoni; la forma stessa dell’opera non presenta unità di soggetto nè connessione alcuna di parti: e se a ciò si aggiunga l’indole alquanto disordinata dell’ingegno e degli studi del Savonarola, si comprenderà quanto sia difficile il trovare in essi un punto fermo da cui partire, ed a cui far capo nel renderne ragguaglio. Egli comincia sempre con un passo della Bibbia, intorno al quale, col sistema d’interpretazione da noi esposto, raccoglie tutte le idee teologiche, politiche e morali che si presentano alla sua mente, appoggiandole sempre a qualche nuova citazione biblica. In questo modo si forma una massa eterogenea di materiali incomposti, fra cui il lettore quasi si smarrisce. Ad un tratto però il Savonarola se ne libera affatto: il discorso è caduto sopra un soggetto vivo, che interessa profondamente lui ed il suo uditorio: la fantasia gli si accende, immagini gigantesche sorgono innanzi alla sua mente, la voce si ode più sonora, il gesto è più animato, i suoi occhi quasi fiammeggiano: egli è divenuto in quel momento originale, è un grande, un potente oratore. Ben presto però egli ricade di nuovo in quel mondo artificiale d’idee mal connesse e mal digerite, per sorgerne di nuovo e di nuovo ricadervi, senza mai riuscire a liberarsene affatto, nè lasciandosene mai compiutamente dominare. Così, chi legge ed esamina con diligenza quei sermoni, sarà forzato a concludere che il Savonarola era nato oratore, mancava però di arte; onde, quando il soggetto lo dominava e s’impadroniva affatto di lui, la natura tenevagli luogo di arte, ed allora soltanto riusciva eloquente. Se poi ci mettiamo a paragonarlo coi suoi contemporanei più rinomati, come l’Attavanti e Frà Roberto da Lecce, i quali o rimanevano sepolti nella scolastica o ne uscivano solo per scendere a scurrilità tali di linguaggio, da far dubitare se fossero veramente in chiesa; allora il Savonarola ci parrà gigante anche ne’ suoi momenti meno felici. Ed invero, chi esamina pazientemente i suoi sermoni, troverà che nelle pagine meno eloquenti vi è pure disseminata una quantità immensa d’idee secondarie e di osservazioni particolari, le quali aggiungono merito al pensatore, quando anche tolgono pregio all’oratore.

Possiamo vederne un esempio appunto nei diciannove sermoni sulla prima Epistola di San Giovanni, i quali, sebbene d’incerta data, sembrano pronunziati nell’avvento di quest’anno 1491. L’autore vi espone lungamente i misteri della messa, con precetti e consigli utilissimi alla religione del popolo. Il ragguagliare dell’ordine e di tutta la materia di essi, ne darebbe però un’idea assai più imperfetta di quella che ne avremo, scegliendo quei pensieri e brani che, per così dire, rappresentano tutti gli altri. Fra i molti che si potrebbero notare, ve ne sono alcuni intorno alla parola della vita, dei quali l’oratore sembra particolarmente compiacersi. Oggi potranno a molti sembrare artificiosi e di poco peso; ma a chi bene li considera e li pone a riscontro collo stato degli studi teologici e di tutte le discipline religiose in quel secolo, riveleranno non poca originalità, e faranno vedere nel Savonarola una forza intellettiva di gran lunga superiore a quella di tutti gli oratori contemporanei. Egli, adunque, discorre in questo modo: «La nostra parola procede separata e diversa per una successione di sillabe; e però, quando una parte di essa vive, le altre ricadono nel nulla; quando tutta la parola è pronunziata, essa più non esiste. Ma il verbo o la parola divina non ha parti; procede unita in tutta la sua essenza, si diffonde pel creato, vive e sta in eterno, come la celeste luce di cui è compagna. Onde è parola della vita; anzi è la vita, ed è una cosa col Padre. Noi prendiamo, è vero, questa parola in diversi sensi: alle volte per vita intendiamo l’essere stesso dei viventi; altre volte invece la loro occupazione; onde diciamo: la vita di quest’uomo è la scienza, la vita dell’uccello è il canto. Ma la vita veramente non è che una, ed è Dio, perchè in Lui solo tutte le cose trovano il loro essere. E questa è quella vita beata che è il fine dell’uomo, e nella quale si trova la felicità infinita ed eterna. La vita terrena non solo è fallace, ma essa non si può godere tutta perchè manca della sua unità. Se tu ami le ricchezze, devi rinunziare ai sensi; se ti dài ai sensi, devi rinunziare alla scienza; e se vuoi la scienza, non godrai gli uffici. Ma i piaceri della vita celeste si godono tutti nella visione di Dio, che è la suprema felicità.»‍[125]

L’autore si trattiene a sviluppare lungamente queste idee; ma più spesso discorre contro il mal costume del secolo, condannando ad uno ad uno i vizi che vi dominavano. Ecco, per esempio, come parla contro il giuoco. «Se vedete alcuni attendere ai giuochi in questi giorni, non credete che sieno cristiani: sono peggiori che gl’infedeli, sono ministri del diavolo e celebrano le sue feste. Sono uomini avari, bestemmiatori, maldicenti, detrattori dell’altrui fama, susurroni, odiosi a Dio, ladri, omicidi e pieni d’ogni iniquità.... Io non vi permetto in alcun modo di giocare in queste feste: dovete stare in continua orazione.... rendendo continuamente grazie a Dio in nome del Signore Gesù Cristo. Sarà maledetto colui che giocherà e maledetto colui che lascerà giocare; maledetto il padre che giocherà in presenza del figliuolo; maledetto la madre che giocherà in presenza della figliuola.... Sarai, dunque, maledetto chiunque tu sii, che giocherai o acconsentirai che si giuochi; sarai, dico, maledetto nella città, maledetto nel campo della terra; sarà maledetto il frumento tuo, le reliquie tue, maledetto il frutto del ventre tuo e della terra tua, gli armenti de’ tuoi buoi e le greggi delle pecore tue; sarai maledetto andando e ritornando.»‍[126] E contro l’usura e gl’immoderati guadagni: «Voi, adunque, per l’avarizia non vivete bene nè voi nè li vostri figliuoli; e avete già trovato molte arti a guadagnare col danaro, e molti cambi che chiamate reali e sono ingiustissimi, e avete corrotto gli ufficii e i magistrati.... Niuno vi può persuadere che ’l sia peccato a fare usura ovver cambi ingiusti, anzi vi difendete in dannazione delle anime vostre...; nè più si vergogna alcuno a prestar con usura, anzi reputano pazzi quelli che fanno altramente; e così in voi si compie quel detto d’Isaia: — Il peccato loro, come Sodoma e Gomorra, predicarono nè lo ascosero; — e quello di Geremia: — Ti sei fatta la fronte come di donna meretrice, non hai voluto arrossirti. — Tu di’, la buona vita e beata essere il guadagno; e Cristo dice: — Beati i poveri di spirito, perchè di quelli è il regno dei cieli. — Tu di’, la vita beata essere i piaceri e le voluttà; e Cristo dice: — Beati quelli che piangono, perchè essi saranno consolati. — Tu di’, la vita beata essere la gloria; e Cristo dice: — Beati siete quando vi averanno perseguitato e dispregiato gli uomini. — La vita si è manifestata; e niuno la seguita, niuno la desidera, niuno l’apprende. Lamentasi adunque Cristo di voi, perchè essendosi molto affaticato per manifestar questa vita acciocchè tutti fossino salvi; ha giusta querela contro di voi; imperocchè dice per bocca del profeta: — Sonmi affaticato chiamando, son fatte rauche le mie fauci, perchè tutto il giorno grido per le bocche dei predicatori, e niuno ode. — »‍[127]

Altre volte il Savonarola si volge al cuore del suo popolo, e commovendolo, cerca di condurlo al bene. «Oh s’io vi potessi persuadere che lasciate le cose terrene seguitaste le eterne! Certamente, se Dio facesse questa grazia a me ed a voi, mi reputerei felice in questa vita. Ma questo dono è di Dio: Niuno può venire a me, dice il Signore, se il Padre non lo trarrà. Io non posso illuminare di dentro, posso solo percuotere le vostre orecchie; ma che giova se dentro non è illuminato l’intelletto, non è acceso l’affetto?»‍[128] «E ciò, chi potrà farlo se non la parola di Dio? Affaticatevi adunque intorno ad essa, e fate come si fa del grano, che si macina e si trita per cavarne la farina. Altrimenti, a che gioverebbe avere i granai pieni? a che gioverebbe avere i tesori delle Sacre Scritture, senza cavarne il senso spirituale? Io, adunque, mi affaticherò a fare l’ufficio degli Apostoli, dichiarandovi la Sacra Scrittura; a voi si apparterrà di essere operatori e non solamente uditori della parola di Dio.»‍[129]

Ma il Savonarola riuscì veramente superiore a sè stesso nell’esporre il vangelo dell’Epifania; e condusse il sermone non solo con fantasia ed affetto, ma ancora con arte grandissima. «Essendo nato Gesù in Betlem della Giudea, nei giorni del re Erode, ecco i Magi dell’Oriente vennero in Jerosolima, dicendo: — Dove è questo che è nato dei Giudei? Imperocchè abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e veniamo con doni ad adorarlo. — Notate le parole e segnate i misteri.... Ecco, adunque, che quello per il quale tutte le cose furono fatte, oggi è nato temporalmente. Onde il principio di tutte le cose, poi che ha creato ogni cosa, nasce ed ha madre una vergine giovanetta.... Ecco che quello che nel pugno porta il mondo, è portato da una vergine. Ecco quello ch’è sopra tutte le cose, comincia aver patria; già comincia essere compatriota degli uomini, compagno degli uomini, fratello degli uomini e figliuolo dell’uomo. Ecco quanto a voi s’approssima Dio! Cercate, adunque, il Signore mentre si può trovare, invocatelo mentre è appresso.... Questo è certamente quel pane che discende dal cielo, e ricrea i cuori degli angeli e degli uomini; acciocchè sia agli uomini e agli angeli un comun pane....

«Attendete, adunque, fratelli, e non vogliate essere vagabondi. Aprite gli occhi vostri e vedete chi son questi che vengono. Io esclamo a voi, uomini, e la mia voce è ai figliuoli degli uomini: Ecco i Magi; ecco i Caldei; ecco quelli che non sono nati tra i Cristiani; ecco quelli che non furono battezzati; ecco quelli che non sono istrutti nella legge evangelica; ecco quelli che non sono muniti di tanti e tanti sacramenti della Chiesa; ecco quelli che non udirono le predicazioni. Ecco i Magi dall’Oriente: dal mezzo della nazione prava e perversa, da lontano, da remote regioni; non s’aggravano delle spese, non della fatica, non dei pericoli. Vennero. Quando vennero? Quando tutto il mondo era pieno d’idolatria; quando s’adoravano le pietre ed i legni; quando era piena la terra di caligine di oscurità; quando tutti gli uomini erano pieni d’iniquità.... Quando vennero? Quando Gesù era piccolo, quando giaceva sopra il fieno, quando dimostrava ancora la sua fragilità, quando non avea ancora fatto miracoli.... Vedemmo la sua stella in Oriente; la stella che mostra il suo avvenimento. Ecco che videro la stella, non altri miracoli; non illuminare i ciechi, non suscitare i morti, non far altre cose visibili. E siam venuti ad adorarlo. Abbiam fatto un gran cammino, solamente per adorar i vestigi dei piedi di quello. Se lo possiam vedere, se lo possiamo adorare, se lo possiam toccare, se gli possiam offerire i nostri doni, stimiamo d’esser beati. Abbiam lasciata la patria, abbiam lasciati i parenti, abbiam lasciati gli amici, abbiamo lasciati i regni, abbiam lasciate molte ricchezze; siam venuti per così lungo cammino, in tanti pericoli, così velocemente; solamente per adorarlo. Questo a noi basta, questo stimiamo più che i nostri regni, questo più desideriamo che la propria vita.... Che cosa, adunque, diremo a queste cose, fratelli? Che cosa, per nostra fè, diremo? O fede viva, o carità grandissima! Or vedete quanta sia stata la perfidia dei Giudei, quanta la durezza di cuore; imperocchè nè per miracoli nè per profezie nè per questa voce si sono commossi.

»Ma perchè abbiam volto il nostro sermone contro i Giudei, e non piuttosto contro di noi?... Perchè vedi la festuca nell’occhio del tuo fratello, e la trave che è nell’occhio tuo non vedi? Ecco il Signore Gesù non è oggi piccolo nel presepio, ma è grande in cielo. Già ha predicato, ha fatto miracoli, è crocifisso, è resuscitato, siede alla destra del Padre, ha mandato lo Spirito Santo nel mondo, ha mandati gli Apostoli, ha già soggiogate le genti....» «Già per tutto è il regno dei Cieli; ecco è aperta la porta; il Signore ha corso la via, gli Apostoli e i martiri lo han seguitato. Ma tu sei pigro, e ogni fatica ti aggrava, e non vuoi seguitare i vestigi di Cristo. Ecco ogni giorno moltiplica l’avarizia, cresce la voragine delle usure, la lussuria ha già contaminato ogni cosa, la superbia ascende fino alle nuvole. Voi siete del padre diavolo, e volete fare i desiderii di vostro padre. Oh! quanto bene di voi si potria ripetere quel detto: — Ecco che io vado a gente che non mi sapeva e non invocava il mio nome; ho estese tutto il giorno le mie mani al popolo incredulo che va nella via della perdizione, popolo che mi provoca ad iracondia. — »‍[130]

Questa descrizione dei Magi che si muovono da lontani paesi, fra tanti pericoli, a cercare Gesù ancora bambino; mentre i Cristiani restano indifferenti a Lui che, cresciuto e nello splendore della sua gloria, apre le braccia invitandoli; fu certamente di quelle che più rapirono il popolo, e tutto il sermone è dei migliori che fece il Savonarola. Tali esempi d’eloquenza vergine e spontanea erano ignoti affatto in quel secolo d’erudizione e d’imitazione.‍[131] Allora era morta anche quella troppo semplice ed ingenua eloquenza che troviamo nei sermoni del trecento, e della quale San Bernardino da Siena era stato l’ultimo seguace. I predicatori, noi lo abbiamo già detto, quando non erano dei grammatici, come il Gennazzano, somigliavano a volgari istrioni, o parlavano un gergo scolastico che niuno più capiva. Il segreto, quindi, del gran successo ottenuto dal Savonarola, sta tutto nell’affetto ch’egli sentiva e sapeva ispirare nel popolo. La sua voce era la sola che riuscisse familiare e domestica;‍[132] egli parlava un linguaggio che toccava il cuore della moltitudine; discorreva cose che la riguardavano direttamente; era il solo a combattere sinceramente pel vero, ad avere un fervido amore pel bene; a commoversi profondamente delle sventure di quell’uditorio a cui parlava: e fu perciò il solo eloquente in tutto quel secolo. Da che si spense l’antica e santa eloquenza dei Padri e Dottori cristiani, non s’era più udita una voce che fosse degna d’essere tramandata ai posteri. Frà Girolamo Savonarola fu quegli che rimise in onore la predicazione e le ridonò vita; potrà quindi chiamarsi il primo oratore moderno.

NOTA. Sulla lingua in cui furono pronunziate le Prediche del Savonarola.

Da quanto si dice nel testo, apparisce come il signor Perrens e molti altri scrittori, si sieno di gran lunga ingannati quando han creduto che il Savonarola predicasse assai spesso in latino. Essi sono caduti in questo errore per aver visto che molti Sermoni, come quelli appunto sulla prima Epistola di San Giovanni, si trovano nell’autografo e nella prima edizione latini; e per averli in italiano, fa bisogno tradurli. Ma ciò è avvenuto solo per l’uso generalmente invalso a quel tempo di scrivere latino. Quando, infatti, i Sermoni furono raccolti dalla viva voce, come più tardi avvenne per opera di Ser Lorenzo Violi, si ebbero sempre in italiano; ma quando il Savonarola medesimo dovette scriverli per la stampa, gli riusciva più agevole il latino. Ed è tanto vero che nello scrivere preferisse sempre questa lingua, che noi troviamo latine tutte le postille ai margini delle sue Bibbie; ed in alcune selve, o sieno primi abbozzi di prediche, che si trovano autografi nella Magliabechiana (Vedi nell’Appendice), si osserva con evidenza, che quando il Savonarola voleva dare l’ultima forma ad un pensiero e ridurlo, per così dire, ad un pezzo della predica che dovea fare, allora solamente usava l’italiano; ma quando metteva giù l’idea alla prima per rammentarsene, usava sempre il latino. Molte delle sue opere scrisse in latino, per tradurle poi egli medesimo in italiano e farne così una seconda edizione, perchè servisse alla universalità dei credenti: parole che il Savonarola ripete innanzi a tutte le traduzioni delle sue opere, e che tolgono ogni peso all’opinione di coloro che vorrebbero farci credere che il latino fosse allora universalmente inteso. Quanto allo scrivere, essendo il latino comune a tutta Europa, era divenuta la sola lingua dei dotti; epperò, trattandosi di opere teologiche o filosofiche, si aveva un linguaggio scientifico già tutto formato in latino: per iscrivere italiano, sarebbe stato quindi necessario cominciare dal cercar nuove frasi e nuovi modi, e quasi creare un nuovo stile.

Per non distenderci ora in più parole, noteremo solo come le prediche sull’Arca di Noè, fatte dal Savonarola nel 94, vennero raccolte dalla viva voce in italiano; ma per dar loro una forma più letterata, furono poi (come l’editore stesso ci avverte) tradotte in pessimo latino, e così date alla luce. Le prediche sopra Giobbe furono del pari raccolte in italiano e tradotte in latino, ma da questa traduzione rimesse di nuovo in volgare, come a principio in verità furon fatte et predicate, secondo che anche qui ci avverte l’editore, il quale volle questa volta pubblicarle in italiano. Questi fatti debbono persuaderci che se ci avviene di trovare latini i Sermoni del Savonarola, sia nell’edizione originale, sia nell’autografo stesso, ciò non è argomento per credere che sul pergamo li dicesse in latino.

Notes in this chapter

Note 1 · Il Cardinal Bembo scriveva al Sadoleto: «Non leggere le Epistole di San Paolo, chè quel barbaro stile non ti corrompa il gusto; lascia da baNote 2 · Politiani Epistolæ, Lugduni, 1533, vol. 2. — Vedi lettera a Tristano Calco scritta nell’aprile 1489, vol. I, pag. 116. Questa lettera è statNote 3 · Non conosciamo di lui alcuna raccolta di prediche, nè a stampa nè manoscritte. Vien citato un suo Sermone fatto a papa Innocenzo VIII e stamNote 4 · Epistola di Girolamo Benivieni a Clemente VII, in difesa della dottrina e profezie del Savonarola. MS. riccardiano, cod. 2022.Note 5 · Processo a stampa. — I processi del Savonarola son due: uno è quello stampato nel sec. XV e dipoi dal Baluzio; l’altro fu da noi ritrovato, Note 6 · Lauda composta l’anno 1484; Poesia VIII, nell’edizione fiorentina.Note 7 · In quanto alla cronologia della Vita del Savonarola, noi dobbiamo rendere il debito onore al Padre Marchese, che nella sua Storia di San MarNote 8 · Nel Compendium revelationum e nei suoi Sermoni del 97 e 98, si trova più volte ripetuta la storia della sua predicazione. Vedi anche il ProcNote 9 · Jo. Francisci Pici, Vita ec. Nel cap. V di questa biografia, è minutamente esposto come il Savonarola trovasse nella Bibbia le prime ragioniNote 10 · Pico, Burlamacchi, Marchese ec. Vedi anche Barsanti, Della Storia del Padre Girolamo Savonarola da Ferrara; Livorno 1787. Questa biografia, Note 11 · Burlamacchi, Barsanti, ec.Note 12 · Zio di quel Giov. Francesco Pico della Mirandola, che scrisse la Vita del Savonarola.Note 13 · Jo. Pici, Opera; Basil. vol. 2, in fol. — La sua filosofia non era altro che una fiacca imitazione del Ficino.Note 14 · Lettera a Lorenzo de’ Medici: Idibus Julii 1484. Eran parecchi allora quelli che facevano pochissimo conto della poesia di Dante.Note 15 · Gli scrittori che parlano di Pico della Mirandola sono moltissimi; ma il vero giudizio intorno al suo ingegno si potrà cavare solo dalla letNote 16 · Burlamacchi, Pico, Barsanti.Note 17 · Ripetiamo un’altra volta che la cronologia di questi viaggi del Savonarola, è stata ordinata tutta dalle ricerche del Padre Marchese: StoriaNote 18 · Padre Marchese, Lettere inedite del Savonarola. Lettera I, scritta in Pavia, in fretta, il dì de la conversione di San Paulo Apostolo, 1490.Note 19 · Che il Savonarola sia venuto in Firenze la seconda volta, pregato da Lorenzo, il quale fu dal Pico indotto a chiamarlo, è un fatto che vieneNote 20 · Come abbiam detto più sopra, la storia della predicazione trovasi non solamente nei biografi, ma si può con maggiore esattezza cavar tutta dNote 21 · Capitolo IV.Note 22 · Campanella, Metaphysica; Parisiis 1638: si trova nella Magliabechiana. Nella Riccardiana e nella Marucelliana si trovano la più parte delle Note 23 · Il Padre Marchese, Storia di San Marco, pag. 164, volle notare una somiglianza fra le idee politiche del Savonarola e del Campanella, paragoNote 24 · Aristotelis pene omnia opera, et Platonis abreviati. Nell’Appendice daremo questo catalogo, De operibus viri divini non impressis, da noi trNote 25 · Venetiis, apud Juntas, 1542. Un’altra edizione ne fu fatta a Vittemberga, nel 1596. Non sappiamo quali sieno tutte le edizioni più antiche. Note 26 · Lib. I. 17. «In omni doctrina a notioribus nobis est incipiendum. Sic enim facilior est disciplina, quia faciliter magis nota ducunt in cognNote 27 · «Homo autem potest facere talem collationem: ratio enim hominis inferior, est collativa singularium et intentionum individualium; unde ex muNote 28 · Lib. I, 6, 7, 8, 9, 10.Note 29 · «Illa pars huius scientiæ quæ est de substantia sensibili, prior est ea quæ est de insensibili (qui sta per suprasensibili) ordine doctrinæ.Note 30 · L. XIV, 7. «Intellectus agens est virtus animæ. In anima est virtus quædam, per quam anima se ipsam possit reducere in actum intelligendi: hNote 31 · «Omnis doctrina et omnis disciplina intellectiva fit ex præexistenti cognitione. Primum quidem, omnis cognitio intellectiva fit præexistentiNote 32 · Comp. Phil. L. I, 13. «Cognitio veritatis partim facilis, partim difficilis. Facilis quidem est, quia nullus ita expers veritatis quin aliquNote 33 · Comp. Phil. Mor., Lib. I, 25.Note 34 · Idem. Lib. I, 2.Note 35 · Idem, Lib. III, 23.Note 36 · Sebbene siasi da alcuni levata a cielo la divisione delle scienze fatta da Tommaso Campanella, essa è quasi identica con quella del SavonaroNote 37 · De divisione etc., Lib. IV. Anche queste parole trovano un singolare riscontro nel Campanella. Vedi la sua Poetica, e il trattato De libris Note 38 · Proemio al Trionfo della Croce.Note 39 · Cap. I.Note 40 · Si potrebbe citare anche Lorenzo Valla, ingegno arditissimo; egli fu il primo che mosse guerra ad Aristotele: lo fece però in un senso piuttNote 41 · Burlamacchi, pag. 5. Pici Vita, pag. 8. «Mirus erat veritatis amator, eo usque provectus, eius gratia, ut in his quos coleret doctoribus, siNote 42 · Con questa promessa, la Riforma prima tolse allo scetticismo ed al materialismo una buona parte del genere umano; poi dètte occasione al catNote 43 · Trattato dell’Umiltà. In Firenze, per Antonio Miscomini, a dì ultimo di giugno 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495, Venezia 1538, 1Note 44 · Trattato o vero sermone della Orazione. Firenze, per Antonio Miscomini, 20 ottobre 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495; Venezia 153Note 45 · Firenze 1492, 1495. Venezia 1538, 1547: altre due edizioni del secolo XV, S. L. A.Note 46 · Firenze, per Antonio Miscomini, a dì XVII maggio 1492; 28 carte. Una seconda edizione se ne fece nel giugno dello stesso anno, altre cinque Note 47 · Libro della vita viduale; Firenze, per ser Francesco Bonaccorsi, 1391; 30 carte. L’Audin cita altre tre edizioni: due S. L. A.; una per ser Note 48 · Nel principio della Bibbia Magliabechiana (per cui vedi la nota in calce a questo Cap.), fra le altre postille autografe, trovasi questa: CoNote 49 · «Dictis quæ aperta credimus, cum interjecta aliqua obscuriora invenimus, quæri quibusdam stimulis pungimur ut ad aliqua altiora intelligenduNote 50 · Vedi la nota in calce a questo Capitolo.Note 51 · «Ad charitatem, familiaritatemque Christi non pervenerit quisquis Sacræ Scripturæ deliciis abundare non contendit. »Sic, si familiaritate alNote 52 · »In exponendis Scripturis, semper grammaticum utamur sensum, videlicet literalem primo; et ubi sunt plures sensus, eum maxime sequimur quem Note 53 · Egli stesso sembrava temerlo, perchè di continuo noi troviamo delle note con cui avverte sè stesso di stare in guardia; come si vede in alcuNote 54 · Ibidem.Note 55 · Erano messer Domenico Bonsi, Guidantonio Vespucci, Paolo Antonio Soderini, Bernardo Rucellai e Francesco Valori. — Vedi Burlamacchi, Pico ecNote 56 · Questi fatti si trovano ripetuti nel Burlamacchi, nel Pico e nella lettera di Girolamo Benivieni a Clemente VII, che trovasi nella Riccard.,Note 57 · Nell’originale dice 90, seguendo l’uso dei Fiorentini che cominciavano l’anno il 28 di marzo.Note 58 · Compendium Revelationum. Vedi l’edizione del Quetif, p. 227.Note 59 · Burlamacchi, p. 20 e seg.; Pico; Barsanti; Razzi, ec.Note 60 · Burlamacchi, p. 20 e seg.; Barsanti, ec.Note 61 · Pico, Burlamacchi, Barsanti, Razzi, ec.Note 62 · Sermoni sulla I Epistola di San Giovanni. Vedi tutto il Sermone I, il V e il VI passim. Citeremo l’edizione di Prato 1846, perchè è la più fNote 63 · Serm. X, p. 93.Note 64 · Serm. V, p. 47-50.Note 65 · Sermone VI, p. 52.Note 66 · Sermone V, p. 43, 44.Note 67 · Sermone XVII, p. 164-9.Note 68 · Il Cerretani, nella sua Storia di Firenze, che trovasi manoscritta e autografa nella Magliabechiana, discorre così delle prediche del SavonaNote 69 · Vedi la nota a pag. 133.
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