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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

LIBRO TERZO. [1495-97.] (continued 2)

Reading edition

E mentre questa discussione s’era animata, ecco venir fuori un tal frate Angelo anacoreta, che, dall’eremo di Vallombrosa, indirizzava per le stampe lettere ai governi d’Italia. Ai Signori e popolo di Firenze riconfermava le promesse fatte dal Savonarola; e, pretendendo ad una particolare ispirazione delle Sacre Carte, assicurava di aver trovato nell’Apocalisse predetta la discesa di Carlo VIII in Italia, ed il suo passaggio in Oriente per ristabilirvi l’Impero Cristiano, diceva anche di avere scritto alle Chiese d’Affrica e di Asia, per annunziare questi prossimi eventi. Al Senato e Doge di Venezia mandava un’altra lettera, per disapprovare la loro politica e quella della Lega, che, opponendosi a Carlo, si opponeva alla volontà del Signore, che lo aveva eletto a questa impresa.‍[468]

Singolare veramente era questo frate, che dal suo eremo enumerava le forze del Turco e quelle di Francia, discorreva le probabilità e le conseguenze d’una guerra in Oriente. La politica era divenuta allora d’universale interesse, nè si trovava alcuno che non mulinasse nella mente i suoi piani e disegni dell’avvenire: gli uomini d’ogni partito avevano preso in mano la penna. Gli opuscoli politici, infatti, cominciavano ogni giorno a moltiplicare, e con essi gli Arrabbiati davano sfogo alle loro passioni, all’odio irrefrenabile che avevano contro al Savonarola; giacchè tentavano ogni via, non tralasciavano alcuna arme che potesse ferirlo. Tutti i giorni, gli Otto scoprivano nuovi attentati contro alla sua vita, e dovevano spesso mettere qualcuno alla fune; nè, a quanto dicevasi, mancarono dei casi in cui il delitto fu così presso a compiersi, che bisognò pronunziare la sentenza di morte.‍[469] Non perciò gli Arrabbiati si spaventavano, anzi procedevano oltre con uguale ardimento; e quando non potevano usare il ferro, si valevano della penna, come bisognava fare adesso che il Frate si era, causa dei brevi di Roma, ritirato nel suo convento. Furono epistole in versi o in prosa, sonetti, canzoni, frottole; ogni forma di scritto in cui si potessero mettere assieme ingiurie contro di lui.

Un tale Girolamo Muzi scriveva una frottola, che incominciava così:

O popolo ingrato, Tu ne vai preso alle grida, E drieto a un guida Piena d’ipocrisia...

Egli attaccava non solamente il Savonarola, ma, rivolgendosi contro ai magistrati, biasimava la loro condotta:

Che i ducati o marroni, Le some dei capponi Giovenchi, han sì gran forza, Che rompono ogni scorza Ch’è innanzi alla giustizia.

E procedeva oltre con tale insolenza, che venne dagli Otto privato per cinque anni di tutti gli uffici, e condannato a pagare 60 fiorini d’oro.‍[470]

Ma del linguaggio che tenevano allora gli Arrabbiati, ci darà forse più chiara idea, la Defensione contro all’Arca di Fra Girolamo, scritta da Francesco Altoviti.‍[471] L’autore dice di aver sofferto l’esilio ed ogni sorta di persecuzione dai tiranni, e di amare sopra ogni altra cosa la libertà, per difendere la quale scrive ora contro al Savonarola. «Egli pare,» così di lui discorre l’Altoviti, «che sia tanto accecato e acceso nel vizio e nella monarchia della sua superbia, che siccome ha simulatamente detto che parlava con l’alto Iddio, così crede dovere tenere lo stato e l’arme come dittatore; per dare le sue leggi a questa città, e poi a tutto il mondo, come Moisè; e stringere e minacciare ogni pontificale potestà, che le debbi ricevere e pigliare per forza.» Lamenta che il Frate ha tolto le feste di San Giovanni, ha distrutto il carnevale ed ogni allegria in Firenze; e, non sapendo poi dire altro, continua così: «Egli vuol fare tiranno, e se qualche volta gli ha parlato contro, si è poi mitigato, perchè Piero gli è divenuto amico.» «E ora, non è dubbio alcuno che ove è Fra Girolamo, quivi è Piero de’ Medici; e chi vuole Fra Girolamo, vuole Piero de’ Medici. E però, volendo spegnere in tutto il nome del tiranno, bisogna spegnere il nome del Frate; perchè egli è padre del tiranno e luogotenente del tiranno;» e così via discorrendo. Si può egli immaginare nulla di più assurdo? Eppure, tale era ogni giorno il linguaggio degli Arrabbiati.

I Frateschi, invero, non sempre restavano tranquilli; ma qualche volta anch’essi davano sfogo alla loro bile, come si può vedere nei versi che seguono:

Voi ridete, e con sonetti Dispregiate il divin verbo; Ma spectate il duro nerbo Che le spalle vi rassetti. Su, mosconi, a scompigliare; Scarafaggi, a vostra stalla; Calabron che siete a galla, Fate i vizi un po’ svegliare. Ma sappiate che mai falla La iustizia col supplicio....‍[472]

Questi scritti erano alle volte opuscoli, alle volte fogli volanti, che correvamo per le mani del popolo o si affiggevano alle cantonate; ma più spesso ancora, versi che venivano ripetuti e cantati per la città, e che Piagnoni ed Arrabbiati si scagliavano contro, quando s’incontravano per via. Se però vogliamo conoscere il carattere politico dei seguaci del Savonarola, non dobbiamo cercarne il ritratto in quegli scritti coi quali essi respingevano l’ingiuria coll’ingiuria. Noi dobbiamo, invece, cercarlo in quel numero assai maggiore di versi e di prose, nei quali viene esaltato il nome e la grandezza della patria fiorentina, nei quali essi propongono nuove leggi e nuove riforme, o discorrono l’indole di quelle che già sono in vigore.

E qui accenniamo alcuni brevi trattati Sul Cambio, Sul Monte Comune, e Sul Monte delle fanciulle; solo perchè sono indirizzati al Savonarola ed al suo convento da un Frà Santi Rucellai; e perchè, mentre discorrono d’alcune istituzioni importantissime nella repubblica fiorentina, ci dànno anche notizie utili a conoscere lo stato in cui erano allora le sue finanze.‍[473] Ma gli scritti più importanti, quelli cioè che ci ritraggono al vivo i seguaci del Frate, uscirono dalla penna dei popolani, che, senza grammatica, scrivevano solo per uno spontaneo impulso e per una interna soddisfazione dell’animo loro. Uno di questi scritti, che potrà darci un saggio di tutti gli altri, era intitolato: Riforma santa ha fatta Domenico Cecchi, per conservazione della città di Firenze. L’autore ci spiega la ragione del suo scrivere, in queste parole: «Per grande amore che io porto a questo popolo, mi sono messo colla mia fantasia a fare tale opera, e non ne posso fare altra; e dì e notte me ne pare essere sforzato, che ne potrei dire cose di miracolo me n’è avvenuto, ch’io stesso ne sto stupefatto.» Il Cecchi è un vero tipo dei popolani fanatizzati dalle prediche del Savonarola: la politica e la religione sono nella sua testa stranamente combinate; egli discorre, come se una forza superiore lo costringesse a consigliar la repubblica, ed è tutto pieno di entusiasmo, d’ingegno naturale e di amore alla libertà. Il suo scritto presenta un curioso misto d’ignoranza nei primi rudimenti dello scrivere e di singolare acume politico; i suoi suggerimenti manifestano un raro buon senso, e si direbbero fondati sopra una consumata esperienza delle cose di Stato. Egli propone che il Consiglio maggiore venga sciolto dall’incarico di provvedere ad un numero infinito di piccole faccende, le quali non solo tolgono il tempo alle cose di maggiore momento, ma disgustano molti dall’andare alle adunanze.‍[474] Discorre sulla Decima, e dimostra i grandissimi vantaggi d’avere un’imposta unica come quella; condanna gravemente gli arbitrii,‍[475] «imperò l’arbitrio,» egli dice, «è quella cosa che sotterra questa città;» approva l’imposta sopra i beni ecclesiastici, e vorrebbe che si mettesse un limite alle doti, «perchè così non si disfarà un gentiluomo o un artefice a maritare una sua fanciulla.»‍[476] In questo scritto noi troviamo, per la prima volta, l’idea di creare quella milizia cittadina che fu più tardi istituita dal Machiavelli, e che difese tanto eroicamente la repubblica. Il Cecchi avvisava che si dovessero eleggere alcuni uffiziali, per educare al mestiere dell’armi tutti coloro che, nella città o contado, fossero atti a portarle. «E così, oltre il vantaggio che i danari delle paghe girerebbero fra i cittadini, sappiate che farà più frutto mille dei nostri uomini, che non fanno tremila forestieri. E queste leggi,» così egli concludeva, «faranno diventare buoni i cattivi, ed in Firenze viverà ognuno in felice stato. Porteranno anche in brieve tempo la riforma, l’unione e la pace per tutta Italia; chè verranno a imparare qui, perchè questa città è il pernio ed il cuore d’Italia.‍[477]

Noi concludiamo, finalmente, il ragguaglio di questa letteratura popolare, col mettere accanto alle parole del Cecchi, i versi d’un tale che firmavasi: Io Giovanni non sere nè messere, ma sarto fiorentino.‍[478] Egli nutre per la repubblica il medesimo entusiasmo che aveva il Cecchi, ha il medesimo zelo per la patria; e sebbene sia lungi dall’essere dotto, non cade così spesso nelle sgrammaticature e negli errori d’ortografia. In un sonetto condanna quelli che vogliono sempre impieghi, ma ricusano di servire la patria quando bisogna portare pericolo: esalta il nome di coloro che combattono al campo di Pisa. Volge, in un altro, i suoi rimproveri contro quei Bigi che ipocritamente si fingono Piagnoni; ma li avverte che non riusciranno nel loro intento:

O prete, o frate, o secolare strano, Sia chi vuol, che non terrà la bocca Al popol fiorentino alto e sovrano. Che chi al popol vorrà porre il freno, Cadere lo vedrò in un baleno. . . . . . . . . . . . . . . .

In alcune ottave, loda l’amore alla patria e l’obbedienza al Consiglio Maggiore; in varie terzine, esalta la futura gloria di Firenze, biasima la politica del Moro, dei Veneziani e di tutta la Lega, minacciando ai Pisani una prossima rovina:

Però bisogna che il Pisano cali, Co’ ferri a’ piedi giù nella sentina, Po’ ch’è stato cagion di tanti mali. E la famosa patria fiorentina In alia stae come bel falcone, E la Lega nïente lo domina; . . . . . . . . . . . . . . . Però non creda nessun sottoposto Uscire delle branche al gran lione. E chi lo ingannerà, tornerà tosto, A suo dispetto, sotto il suo artiglio Come Cristo superno ha ben disposto.‍[479]

Quando consideriamo questi scritti, ed i molti altri che andavano allora per le mani di tutti, noi vediamo subito la gran differenza che passa fra quelli degli Arrabbiati e dei Piagnoni. L’onestà e la buona fede è senza dubbio coi seguaci del Frate; i suoi avversari esagerano, calunniano, fingono, non credono a loro stessi. Se, poi, lasciati da parte gli scritti di questi ultimi, ci facciamo a considerare solamente i primi; noi li troveremo allora divisi in due ordini assai distinti: politici e religiosi. Grande è la distanza che corre fra di essi; non solamente per la diversità del soggetto, ma ancora per l’indole di chi li scrive, pel modo con cui sono dettati. È il popolo che ragiona di politica, sono i dotti che discorrono di religione: il primo è ignaro affatto delle lettere; i secondi conoscono greco e latino, la filosofia aristotelica e la platonica: nondimeno, se vogliamo considerare il valore dei loro scritti, la palma tocca senza dubbio ai popolani. Tutti questi opuscoli erano, infatti, un prodotto della vita politica e della vita religiosa. Or la prima di esse rendeva in Firenze l’immagine d’un albero piantato sopra un terreno fertile e nel suo clima naturale, che subito spande i suoi rami verdeggianti e rigogliosi; l’altra, invece, a cui il Savonarola aveva profuso le sue cure più affettuose, sembrava una pianta che si trova in un terreno ingrato, e cresce solo a forza d’aiuti continui.

I Fiorentini furono un popolo essenzialmente politico; onde avevano subito ripresa l’antica loro indole, ed ora sembrava, quasi, che la repubblica non avesse mai cessato di esistere. Se noi vediamo che il popolo, sentendosi quasi profano, non piglia mai la penna per scrivere di religione; esso è, invece, occupato tutto il giorno a ragionare ed a scrivere di politica: gli manca l’ortografia e la grammatica, ma tanto più ingenuamente manifesta la sua indole; è sempre pieno di ardore, di vita e di spontanea originalità. Che se, poi, ci venisse domandato se, in questo ridestarsi dello spirito fiorentino, i dotti s’occupavano di politica e quale era il merito dei loro scritti; dovremmo allora rammentare, che il genio dei Machiavelli, Guicciardini e Giannotti incominciava a sorgere con questa repubblica, si spandeva al sole di questa libertà; e che essi furono, senza alcun dubbio, figli della rivoluzione del 94, di quella rivoluzione dal Frate iniziata. Noi troviamo, invero, la vita politica attiva e fiorente in ogni sua parte. Le nuove leggi e riforme si discutono con maravigliosa perizia, si vincono con facilità grandissima; sorge una gioventù novella, e gli uomini maturi paiono consumati al governo degli Stati. Nè meno felicemente procedevano le cose della guerra: Piero Capponi, che ne era l’anima, acquistava al campo di Pisa un nome sempre maggiore; e quello del valoroso Antonio Giacomini era già divenuto illustre: tutte le cose si conducevano in maniera da rendere onore ad ogni più agguerrita repubblica, non che ad una che aveva scosso appena il giogo d’una servitù di sessanta anni. E se di questo così gran vigore di libertà principale autore fu il Savonarola, che fondò la nuova repubblica; egli l’aveva, quasi, ritrovata nell’indole stessa del popolo fiorentino, a cui subito era divenuta tutta naturale. Essa, infatti, sopravvive alla morte del Frate: spenta dalla forza di molti nemici, risorge più gloriosa: circondata di nuovo da eserciti potentissimi, deve cadere; ma la sua caduta è eroica, e la sua gloria rimane eterna.

Assai muta l’aspetto delle cose, quando si rivolge lo sguardo alla vita religiosa di questo popolo. Noi vi troviamo qualche cosa di effimero e di forzato, che non sapremmo definire; ma di cui ognuno s’avvede, quando legge le storie di quei tempi e gli scritti religiosi dei seguaci del Savonarola. Essi non sanno fare altro che riprodurre languidamente le idee del maestro, ripetere senza calore le sue parole. Dalla loro mente non esce mai un pensiero originale; dalla loro penna non cade mai una parola energica.‍[480] Questo popolo che si dice rinato alla religione, non ha saputo lasciare ai posteri nessun monumento della sua fede. Il Savonarola è il solo personaggio veramente e grandemente religioso; egli sembra il solo uomo reale, in mezzo ad un mondo mutabile di sogni che svaniscono. Non è già che grande non sia la riforma religiosa, non è già che universale non sia il miglioramento morale; ma questo popolo che corre così spontaneo alla libertà, ha bisogno, per mantenersi saldo nella fede, di udire ogni giorno le prediche del Frate. Quando egli si tace, risorgono subito i vizi e la miscredenza. Ognuno si avvede che a lui sopravvive la repubblica, ma non la religione fiorentina.

Sebbene il Savonarola volesse nasconderlo a sè stesso, dovette pure più volte avvedersene. Moveva allora amari rimproveri contro quel popolo che tanto amava; minacciava la terribile ira del Signore, e diceva che le promesse felicità si sarebbero mutate in spaventosi flagelli. Ma aveva troppo bisogno di credere e sperare in quella moltitudine; ed il corso naturale delle cose era, d’altronde, così inevitabile, che trascinava fatalmente anche lui. Egli aveva cominciato a parlare di religione e di morale, ed i Fiorentini s’erano svegliati all’amore della libertà; li aveva allora secondati col consigliare e fondare la nuova repubblica, e subito divenne l’idolo della moltitudine: ma quando volle che la politica e la libertà servissero alla religione, i Fiorentini, invece, facevano servire la religione alla libertà. Ogni volta che il Frate perdeva affatto di mira la politica, l’attenzione dell’uditorio lo abbandonava; egli veniva, quindi, costretto a proclamare Gesù Cristo re di Firenze; a fare che la Vergine consigliasse sul pergamo la nuova costituzione, e che il Signore comandasse l’abolizione dei parlamenti. Doveva continuamente paragonare il nuovo governo a quello delle gerarchie angeliche, e i vari giorni della rivoluzione fiorentina alle sette giornate della creazione! In sostanza, il Savonarola che sembrava essere un uomo onnipotente sui Fiorentini, aveva trovato un ostacolo insuperabile nel loro indifferentismo religioso, il quale era la sola parte dell’opera dei Medici, che non gli potè mai riuscire di distruggere affatto. Quel popolo correva dal dubbio al fanatismo, e dal fanatismo ritornava al dubbio; senza che egli potesse mai renderlo veramente religioso, per quanto vi si fosse adoperato.

E questo è un fatto d’una importanza gravissima, che merita di essere seriamente considerato; perchè solamente esso potrà darci la chiave a comprendere lo scioglimento inaspettato di questo singolare dramma della vita del Frate. Egli volle essere il rinnovatore della religione; ma il popolo fiorentino volle in lui adorare il fondatore della repubblica. Lo difendevano con tanto ardore contro al papa, perchè questi voleva portare i Medici a Firenze, perchè la causa del Frate era divenuta la causa della libertà. Ma il giorno in cui Alessandro Borgia, il quale non pensava egli stesso gran fatto alla religione, fosse riuscito a separare l’una cosa dall’altra; il Savonarola non avrebbe potuto più contare sullo stesso ardore, sul medesimo zelo; il terreno avrebbe tremato sotto ai suoi piedi!

Ma, per tornare finalmente al corso della interrotta narrazione, colle prediche sopra Amos e Zaccaria, la fama della nuova dottrina s’era sparsa in tutto il mondo. Molto se ne parlò in Oriente, dove il gran Sultano per leggere quelle prediche le faceva tradurre in turco.‍[481] Di Francia, di Germania e d’Inghilterra, venivano al Savonarola lettere di nuovi seguaci che la lettura dei suoi sermoni gli aveva acquistati.‍[482] E nel medesimo tempo, i principi italiani gli scrivevano, movendo contro di lui aspri lamenti giacchè ognuno d’essi, o per falsi rapporti o per avere poco tranquilla coscienza, si credeva personalmente preso di mira nelle prediche che egli faceva contro i vizi e contro i tiranni.

Principalissimo fra questi era Lodovico il Moro, che scriveva al Savonarola: «La sua vita essere tutta pura, tutta cristiana; onde non vedeva perchè dovesse, così di continuo, essere accusato da lui, al quale piuttosto si poteva far grave rimprovero del suo dire che non si deve obbedire al papa.» Il Savonarola non lasciava questa lettera senza risposta, ma gli scriveva in data del 25 aprile, serbando il rispetto dovuto ad un principe, e tenendosi, nello stesso tempo, in una dignitosa riserva verso quell’uomo, cagione di tanti danni all’Italia, e così fiero nemico della repubblica. «Non è vero,» egli diceva, «che io abbia mai detto assolutamente che non si deve obbedire al papa; perchè questo sarebbe assai reprensibile, e contrario a quei sacri canoni, secondo i quali mi sono sempre governato. E così ancora, per darmi carico, è stato falsamente riportato che io ho sparlato di V. S. Io sono affezionato a tutti, e non debbo parlare di alcuno in particolare. Che se la V. S. è verso Dio di quello animo che dice, non deve fare altro che perseverare: nè in questo si può avere giudice migliore della propria coscienza.»‍[483]

Per le stesse ragioni e nel medesimo modo, doveva il Savonarola scrivere a Galeotto Pico, principe della Mirandola, che allora tiranneggiava crudelmente i suoi Stati, e credevasi, perciò, anch’egli preso di mira nelle prediche. Il Frate smentiva, di nuovo, queste accuse personali; ripeteva che il suo ufficio era solo di annunziare il flagello, e raccomandare ad ognuno di far penitenza.‍[484] Quel principe era fratello del famoso Pico della Mirandola, e padre dell’altro che fu biografo del Savonarola; ma per indole assai da loro diverso. La sua vita fu piena d’atroci crudeltà, ed egli tenne lungamente prigioni nel fondo d’una torre un fratello e la madre: onde il Savonarola, mutato dipoi linguaggio, gli scrisse, il 26 marzo 1496, una lettera assai minacciosa. «Io vi conforto di convertirvi a Dio, vivere come è obbligato ogni buon cristiano, dolervi del passato e ridurvi alla pietà. Altrimenti, io vi annunzio che è sopra di voi imminente un gran flagello, e sarete flagellato nella roba, nella persona e nella casa vostra. Vi annunzio ancora; che della vostra vita ce n’è per poco; che, se non farete quel che vi dico, anderete nell’inferno; e questa lettera vi sarà presentata innanzi al tribunale di Dio, nè vi potrete scusare.»‍[485] Ed il giovane Pico a questo proposito osserva: «Mio padre si trovava allora in età virile, era nel fiore della salute e poteva promettersi una lunga vita: pure, dopo quella lettera veramente profetica, non sopravvisse che due anni; e d’allora in poi, la storia della nostra famiglia fu una lunga tragedia di sangue, della quale ancora non si vede la fine.»‍[486] L’infelice giovane, certamente, non previde che egli doveva essere una delle vittime più infelici di questa tragedia profetizzata dal Savonarola. La notte del 5 febbraio 1533, veniva trucidato per le mani del suo stesso nipote!

Ma di tutti gli sdegni principeschi, maggiore di gran lunga era quello del papa: esso faceva continui e minacciosi rimproveri all’ambasciatore fiorentino messer Ricciardo Becchi, lamentandosi non solo del Frate, ma più ancora della Signoria che gli aveva permesso di predicare. I Dieci scrivevano e riscrivevano in sua difesa, ma il papa ne veniva in sempre maggiore sdegno; onde, per calmarlo, si pensò mandargli ambasciatore straordinario Messer Niccolò Pandolfini, arcivescovo di Pistoia. Non appena egli fu giunto alla presenza del Borgia, che questi cominciò a biasimare aspramente i Fiorentini del loro tenersi sempre uniti alla Francia, e non volere entrar nella Lega santa per cacciare i barbari; ma procurare, piuttosto, la rovina d’Italia. Veniva, poi, a parlare del Frate, e le sue parole erano brevi; ma rivelavano un odio cupo e profondo, un’ira assai male repressa. Cercava l’arcivescovo di scusare la repubblica nel miglior modo che poteva. Circa l’alleanza francese, egli adduceva la fede dei trattati, l’odio che i Veneziani ed il Moro avevano sempre manifestato verso la repubblica. Rispondendo poi alle cose del Frate, rammentava come la Sua Santità gli aveva, per mezzo d’un cardinale, concesso nuovamente il predicare; onde nè esso nè la Signoria avevano creduto d’incorrere in alcuna disobbedienza. Ed a questo, il papa interruppe bruscamente il discorso, dicendo: — «Ben, bene: di Frà Girolamo non ne parliamo ora; forse verrà tempo che ne parleremo assai meglio. Quanto al resto, voi non date che parole, e volete tenere il piè in due staffe.» — ‍[487] Così finiva quel primo colloquio.

Intanto, il papa radunava un concistoro di quattordici teologi domenicani, ai quali proponeva di esaminare la condotta e la dottrina del Savonarola; onde trovassero modo di condannare e punire con severità, non solamente lui, ma ancora i suoi seguaci. Fu singolare, però, il vedere come in tutta quella radunanza di teologi, la principale accusa che si movesse contro al Savonarola, fosse quella di essere suto cagione di tutto il male di Piero de’ Medici.‍[488] Prova indubitabile, se pure ve n’era bisogno, che si trattava d’un odio politico e non punto religioso. L’ambasciatore fiorentino messer Ricciardo Becchi, non restava, in questo mezzo, ozioso; ma, aiutandosi del favore e delle raccomandazioni d’alcuni cardinali, correva per le case di tutti gli altri, cercando volgerli in favore della repubblica e adoperandosi a guadagnare tempo; giacchè, per ora, non si poteva fare altro.‍[489]

Il Savonarola, intanto, finita la quaresima, era andato a Prato e Pistoia, dove riveduto i suoi frati e riposato alquanto, tornava subito a Firenze.‍[490] Ivi si affrettava a pubblicare il suo trattato Della Semplicità della vita cristiana, il quale doveva essere una seria risposta alla corte di Roma; giacchè l’autore veniva, con una compiuta esposizione di tutta la dottrina cattolica, a smentire le accuse d’eretico e scismatico che gli volevano muovere. Il merito principale di questo trattato sta solo nell’aver dato un compendio chiaro, preciso, intelligibile ad ognuno, dei principali dommi cattolici. E, sebbene questo non sia che un pregio di forma e di esposizione, fa pure un grandissimo onore all’ingegno del Savonarola, l’aver, prima d’ogni altro, tentato di spogliare la teologia del soverchio apparato scolastico con cui molti la ingombrano ancora oggi; e di avere, in questo modo, cominciato a renderla intelligibile a tutti. Noi dovremo più tardi notare questi medesimi pregi in un’opera di mole e d’importanza assai maggiore, di cui il presente trattato non essendo che un primo abbozzo, ci contenteremo discorrerne di volo.

L’autore lo pubblicò, quasi contemporaneamente, nell’originale latino e nella traduzione italiana, fatta da Girolamo Benivieni;‍[491] innanzi alla quale pose una prefazione, in cui dichiarava nuovamente di sottomettersi all’autorità della Chiesa Romana, e di scrivere e predicare solo «per combattere la miscredenza dei nostri tempi, nei quali si è raffreddata la carità e non apparisce più lume alcuno di buone opere.» Il primo libro di questo scritto è poi il solo che tratti propriamente della dottrina. Incomincia coll’insistere sulla necessità delle buone opere; viene, quindi, a descrivere la vita cristiana, e dice che il fondamento e la radice ne sta tutto nella grazia di Dio. Definisce la grazia, e conclude che a questa deve il cristiano tendere con tutto il suo animo; giacchè le buone opere senza di essa non acquistan valore. Nel medesimo libro si discorre a lungo ancora di quella estasi divina che era un portato delle dottrine neoplatoniche, e che il Savonarola tanto predilesse. Egli conchiude, però, col dire, che sebbene in quello stato di estasi le buone opere sono quasi inutili, pure il cristiano non può mai giungere alla visione di Dio, senza aver prima esercitato lungamente la carità. Vien poi a discorrere delle cerimonie e dei sacrifizi; intorno ai quali ripete affatto la dottrina di san Tommaso. Si ferma a notare la differenza che passa fra i sacrifizi della legge mosaica e della cristiana; notando che i primi operavano solo come mezzo, ed a seconda della disposizione di chi li faceva; mentre i secondi infondono la grazia, anche per loro intrinseca virtù. In tal modo finisce il primo libro, che è la parte principale di questo trattato. Gli altri contengono piuttosto precetti di morale; discorrono a lungo della semplicità interna del cuore, della semplicità esterna negli atti, nel vestire, e via discorrendo; concludono con una descrizione della suprema felicità nella vera vita cristiana. Questo scritto venne letto avidissimamente, fu più volte ripubblicato,‍[492] e dovè, certo, avere gran forza a combattere quell’accusa di eretico, sotto cui la corte di Roma voleva nascondere l’accusa politica.

Nel medesimo anno, il Savonarola pubblicava una esposizione del salmo Qui regis Israel; nella quale raccomandava al Signore che venisse a soccorrere il secolo caduto sì basso. «Ora è spenta,» egli diceva, «ogni religione, e si costuma: oggi in teatro, e domani nella cattedra episcopale; oggi in teatro, e domani canonico in coro; oggi soldato, e domani prete.» Nell’esporre il salmo, egli s’imbatte nella parola aper, e si ferma a notare le qualità di questo animale, per trovare ad ognuna di esse un corrispondente vizio nei preti de’ suoi tempi; e poi si rivolge di nuovo al Signore, esclamando: «mostraci finalmente la faccia tua, la tua luce, la tua verità.»‍[493] Tale fu sempre il Savonarola; sottomesso nel domma, ardito anzi audace nella disciplina: tale noi lo troveremo fino all’ultima ora della sua vita.

Nel mese di maggio, egli risaliva il pergamo a predicare nelle feste, sopra Rut e Michea. I suoi sermoni erano questa volta radi e lunghissimi; spesso si taceva più settimane o anche un mese, per tornare, poi, in Duomo a predicarvi molte ore di continuo. Così sperava non dare al Borgia continua occasione di lamentarsi; e da un’altra parte, teneva nel popolo sempre viva la sua dottrina e l’amore alla libertà. — «Noi siamo ancora qua, e non siamo fuggiti come molti hanno detto. La prima cagione che ci ha spinto a venire, è lo sparlare di questi avversari; dipoi, vedevamo che, mancando l’acqua della predicazione, ogni cosa diveniva arida, e la brigata andava per terra: anche vi dirò il vero, che senza predicare io non posso vivere; e finalmente, io sono venuto per obbedire a Colui che è prelato dei prelati e papa dei papi.» Il Savonarola spiegava in queste prediche, come lo spirito del Signore, per mezzo dei Santi, discendesse nei prelati, onde diffondersi poi in tutto il popolo. «Ma ora,» egli diceva, «la corruzione del clero, la corruzione della Chiesa impedisce che lo spirito si diffonda fra i credenti. Non resta, dunque, che raccomandarsi a Dio perchè ci aiuti; perchè mandi il flagello che, correggendo la Chiesa, riaprirà la via ad una larga diffusione della grazia e dello spirito.» Il 23 maggio, egli Avocava la discesa dello Spirito Santo con parole così ardenti, così passionate, che facevano scoppiare l’uditorio in un pianto dirotto. E il giorno seguente, ripigliando lo stesso soggetto, diceva: «Come gli astri, congiungendosi, producono sopra la terra effetti diversi; così i prelati, che dovrebbero essere gli astri della Chiesa, producono nel popolo vizi o virtù, a seconda delle loro qualità buone o cattive. Quando essi sono corrotti, tutta la Chiesa e la cristianità intera è corrotta. I buoni si trovano allora in una terribile guerra; giacchè debbono obbedire, perchè ogni potestà superiore è da Dio; ma non debbono, poi, piegarsi ai comandi che sono contro la legge del Signore. Grande è, perciò, la tribolazione; grande è la guerra, quando i principi cristiani sono cattivi; maggiore assai è quando alla potestà temporale si unisce ancora la spirituale. Allora l’angustia non si può comportare; ma pure bisogna tenersi sottomessi, perchè il Signore non vuole mutar chiavi. Costoro hanno doppia potenza, spirituale e temporale; e usano l’una e l’altra in difesa del male. Come, dunque, si può vivere bene? Ognuno par che ne abbia, invece, paura. Più felici assai erano i tempi degli Apostoli; chè essi, almeno, avevano a combattere un’autorità che non dovevano rispettare. Che s’ha dunque oggi a fare? Bisogna aspettare che venga il flagello.» Volgendosi poi ai sacerdoti, diceva. — «Io sono la porta, grida a voi il Signore; e chi non entra per questa porta, è ladro. — Tu, prelato, che compri i benefizi, sei ladro; tu, padre, chè li compri pe’ tuoi figliuoli, sei ladro. Non vendete le cose spirituali, vi dico io; voi le avete gratis, e datele anche voi gratis. Chi, dunque, vuol seguire l’invito che fa il Signore; chi si vuol vestire di semplicità e abbandonare ogni cosa per la Chiesa? — Oh prelati! Oh capi della Italia! Fatevi innanzi, volete voi questa donna? — Ecco, essi rispondono: Cedo jura propinquitatis; essi cedono i loro diritti, e non vogliono saperne altro. Siatemi, adunque, testimoni, che io li ho chiamati già sei anni continui; anzi Cristo li ha chiamati per mezzo mio, e non sono voluti venire, e hanno rinunziato ai loro diritti. — Scalzali, dunque, o Signore, dei beneficj loro, e togli loro ogni cosa. — Spada, spada, tu porrai rimedio a tutto. Io ti avviso, o Italia; io ti avviso, o Roma, che niuna cosa ti può salvare se non Cristo. Ancora non è venuto il tempo di mandare lo Spirito Santo; ma verrà il tempo suo; e allora, o Signore, tu sarai lodato in eterno.»‍[494]

Così finiva questa predica, e così continuavano, presso a poco, le altre che fece il Savonarola fino al 20 di agosto 1496. In quel giorno, noi lo troviamo nella sala del Consiglio maggiore, dove, a richiesta dei Signori, predicava a tutti i magistrati ed a tutti i principali cittadini quivi radunati. Il luogo lo richiamava alla politica; ed egli, facendo una generale esposizione della sua vita passata, prendeva occasione per respingere le tante accuse che contro di lui s’andavano spargendo. «A torto il clero si rammarica di me. Se io ho parlato contro i vizi, non ho offeso mai alcuno in particolare. Ma assai più grave è il torto dei cittadini che vanno gridando che io mi mescolo in tutte le faccende di Stato. Io non sono mai entrato nelle vostre faccende; io l’ho detto in pubblico ed in privato; io lo ripeto ora, in questo luogo, che tale non è il mio ufficio; e, quando io volessi impacciarmene, niuno dovrebbe prestarmi ascolto. Che se, poi, ho dato delle buone leggi per il bene del popolo e della sua libertà; se ho impedito le discordie, ho pacificato gli animi; ciò è stato in onore di Dio, e costoro vogliono lapidarmi d’una buona opera. Essi vanno gridando: — Il Frate vuole danari, il Frate ha intelligenze, il Frate vuole farsi tiranno, il Frate vuole cappello. — Io vi dico, che se così fosse, non avrei a quest’ora il mantello lacero. Io non voglio gloriarmi in altri che in te, Signor mio. Io non voglio nè mitre nè cappelli; io non voglio se non quello che tu hai dato ai Santi, la morte: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero. Ma io vi dico, che se voi non provvedete a queste mormorazioni, un gran danno ne seguirà alla vostra città.» Dopo questa lunga introduzione, l’oratore volgeva il suo discorso a consigliare sul modo di mantener fermo il nuovo governo. E il suo avviso era questo: che si dovesse dare nel Consiglio una piena libertà di discussione, una facoltà di dire tutto ciò che si volesse; ma fare nello stesso tempo una legge, che punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. «Quando i cittadini sono congregati, e’ non si può dire bene, se non si dice tutto quello che l’uomo ha in animo. Lascia pur dire a ognuno quel ch’ei vuole. — O padre, v’è di molti ai quali non ci si può fidare. — Non ti curar di ciò. Lascia pur dire, perchè la vita loro li farà sempre conoscere. Ordinate che niuno possa, sotto grave pena, sparlare di ciò che si dice nel Consiglio. Se a te non piace ciò che dice quel tale, non dir già male di colui, ma vien su e rispondi: a me non piace questa ragione; e allegane una migliore. Ma se voi siete sfiduciati gli uni degli altri, e non fate che sparlare; allora non nasce altro che divisioni e discordie.»‍[495]

Questa predica, fatta nella sala del Consiglio Maggiore, alla presenza di tutti i magistrati riuniti, sembra quasi trasportarci due anni indietro, a quei giorni pieni di vita e di successo, nei quali il Frate fondava la nuova repubblica. Come mai i Fiorentini ardiscono sfidare a questo segno l’ira del Borgia; mettere in non cale i brevi e le minacce? Noi dobbiam credere che le condizioni della repubblica sieno assai mutate. Ed, invero, i nuovi avvenimenti d’Italia avevano fatto da ogni lato sorgere nuovi pericoli; onde tutti si rivolgevano, spaventati, a quel Frate che solo aveva saputo nei momenti difficili guidarla a salvezza. Ed egli, sebbene fosse stato già una volta con tanta ingratitudine pagato, ritornava a prestare la sua opera in difesa della patria; per esperimentare, come noi vedremo, una ingratitudine maggiore e più crudele.

CAPITOLO QUINTO. Strettezze della repubblica, e rovesci nella guerra contro Pisa. Morte di Piero Capponi. Minacce degli Alleati, che chiamano l’imperatore Massimiliano in Italia. Nuovi brevi del papa contro al Savonarola, e sue risposte. La repubblica assediata in Livorno dagl’Imperiali e dagli Alleati. Il Savonarola, intanto ritorna sul pergamo. Si scampa maravigliosamente da ogni pericolo. [1496.]

I tumultuosi mutamenti degli anni passati avevano arrestato in Firenze il commercio e l’industria: le somme pagate al re di Francia e le spese della guerra erano state esorbitanti e continue: il credito pubblico era andato scemando in maniera, che chi aveva un luogo‍[496] di 100 fiorini sul Monte Comune, non poteva venderlo più di 10. Per due anni la Signoria aveva, quasi ogni mese, radunato il Consiglio per chiedere nuovi danari e mettere nuove imposte;‍[497] ma ora le finanze della repubblica e dei privati erano ad un tempo esauste. A tutto questo si aggiungeva anche la carestia; per il che le campagne erano crudelmente travagliate dalla fame, e i contadini venivano a branchi in Firenze, donde l’antica legge li cacciava come forestieri; ma la nuova carità li riceveva, invece, come fratelli. Si tenne lunga discussione su questo proposito; e vinse finalmente l’opinione dei seguaci del Frate, i quali aprirono le loro case per ricoverarvi quel maggiore numero che potevano.‍[498] In questo modo, però, avanzava maggiormente la povertà; e i visi sparuti e stenti di quei contadini crescevano la generale tristezza, mentre che la peste già cominciava a portarne via qualcuno.‍[499]

Nè con minore avversità procedevano le cose al campo di Pisa, che, sprovvisto di danari e di vettovaglie, assottigliava ogni giorno di uomini. Più volte si ebbe il dolore di vedere qualcuno dei capitani assoldati passare al nemico per paga migliore; giacchè i Pisani ricevevano ora sempre nuovi soccorsi, per la gara venuta fra il Moro ed i Veneziani di tenere un piè fermo in quella città. E mentre che i Fiorentini vedevano il nemico di fronte a loro crescere ogni giorno di forza e di numero, si trovavano da altri nemici combattuti alle spalle. I contadini, che per due anni avevano visto le campagne desolate dalla guerra, ora che sopravveniva la carestia, erano per la fame divenuti furiosi; e assai spesso, levandosi a tumulto, correvano ad assalire il campo in tanto numero e con tale impeto, che bisognava colle armi combatterli più ore prima di poterli respingere.‍[500]

Profittando i Pisani d’un tale stato di cose, uscirono, sotto il comando di Gian Paolo Manfroni, ad un assalto generale contro il nemico. Combattèssi dall’una parte e dall’altra con valore; ma i Fiorentini dovettero lasciare tutti i castelli che avevano sul piano,‍[501] e ritirarsi alle colline. Verso la metà del settembre-, essi furono una seconda volta assaliti, e dovettero cedere anche le colline; sicchè perderono, così, tutto quello che avevano acquistato. Ed ora, il nemico, spingendosi oltre con maggiore animo, mirava a tagliare la comunicazione fra Livorno e Firenze: cosa che, quando fosse riuscita, sarebbe stata l’ultima rovina della repubblica; giacchè solo per quella via potevano venire i soccorsi tanto necessari del grano.‍[502]

Ma fra le molte sventure, niuna pareva sì grande, niuna rattristò così universalmente gli animi, come la morte del prode e generoso cittadino Piero Capponi, seguita appunto in questi ultimi fatti, il giorno 25 di settembre 1496. Egli s’era messo ad assediare il castello dì Soiana, per riprenderlo al nemico; e siccome usava sempre far l’ufficio del soldato e del capitano, così, mentre che egli medesimo piantava le artiglierie sotto alle mura, venne da una palla nemica ferito e morto.‍[503] Il giorno innanzi, vedendo rompersi la maggiore delle due artiglierie, ne aveva preso sinistro augurio e si era predetta la morte; scrivendone a frate Salvestro Maruffi suo confessore, perchè lo raccomandasse a Dio.‍[504] È incredibile il terrore che la nuova di questo fatto sparse nella città e nel campo. I suoi soldati fuggirono, quasi spaventati, da Soiana, e ne abbandonarono per sempre l’assedio.‍[505] A Firenze, furon subito ordinate le esequie splendidissime a spese della Repubblica; e mai non s’era vista la morte d’un privato cittadino con tanto universale dolore compianta. Il suo corpo fu trasportato per Arno in una barca funebre; lo deposero a Firenze, nella sua casa presso al ponte a Santa Trinità; e di quivi fu portato a Santo Spirito, ove lo accompagnarono tutti i magistrati e una moltitudine innumerevole di cittadini. La chiesa splendeva per un grandissimo numero di doppieri, e intorno ad essa v’erano quattro ordini di bandiere, nei quali le insegne dei magistrati erano alternate con quelle della famiglia. In sulla bara venne, con altissime lodi, celebrata la vita e compianta la morte del valoroso soldato e del gran cittadino, che andò poi a riposare nella tomba medesima, che il suo avolo Neri aveva fatta all’illustre bisavolo Gino Capponi.‍[506]

Ma ancora l’avversa fortuna non era stanca di opprimere la Repubblica. Gli Alleati, vedendo in quanti pericoli ella versasse, la stringevano da tutti i lati, per indurla a separarsi dall’amicizia di Francia, ed entrare in quella lega che essi chiamavano santa. Non parlavano più di Piero de’ Medici, sapendo l’odio grandissimo che v’era contro di lui; promettevano, invece, di mantenere il governo libero, e di aiutare a sottomettere Pisa: in contrario, però, minacciavano di venire alla guerra. Gli Arrabbiati favorivano queste pretensioni; ma il popolo universalmente le avversava, perchè sapeva bene quello non essere altro che un principio a mutare il governo,‍[507] e perchè giudicava non potersi fare alcuno assegnamento sulle parole della Lega, nella quale erano tante le volontà, che mai non si veniva a capo di nulla. Il re Carlo, d’altronde, parlava nuovamente di tornare in Italia, e mostrava già apparecchiarsi all’impresa; onde fu deliberato di restar sempre fermi nell’amicizia di Francia.

Ma quella voce del ritorno dei Francesi, metteva nuovamente a soqquadro l’anima del Moro. Egli che si vantava d’essere il moderatore d’Italia, e che era, infatti, l’autore di tutti i disordini che vi seguivano; tremava ad ogni mutar di vento, e temeva sempre di perder la sua usurpata signoria. Eccolo, adunque, a meditar nuovi trattati e nuove alleanze, a chiamar nuovi stranieri. Esso era da qualche tempo in buona relazione coll’imperator Massimiliano, che aveva in moglie una sua nipote, e gli aveva concesso l’investitura del ducato di Milano qual feudo imperiale. Pensò, adunque, d’invitarlo a venire in Italia per pigliarvi la corona di ferro, stabilirvi l’autorità decaduta dell’impero, farsi arbitro nelle molte dissensioni dei vari Stati, e rimettervi l’ordine. Il nome dell’imperatore, egli pensava, avrebbe impedita la discesa dei Francesi; ed inoltre, trovandosi Massimiliano affatto sprovvisto d’uomini e danari, avrebbe dovuto stare alla discrezione di chi gliene forniva. E seppe il Moro così bene maneggiar la cosa, ch’egli potè invitarlo in nome di tutta la Lega, colla promessa di 40,000 ducati; dei quali 16,000 avrebbero pagato i Veneziani, altrettanti il Moro stesso, e 8000 il papa: nel caso, però, che l’imperatore fosse venuto con esercito capace di operar qualche effetto.‍[508]

Ma in questo mezzo, si seppe che il re Carlo aveva deposto ogni pensiero di tornare in Italia. Egli aspettava ben presto di essere nuovamente padre; e, tutto pieno di questa sperata felicità, abbandonava il pensiero d’Italia. Nel settembre nasceva, infatti, il Delfino; ma un mese dipoi moriva, lasciando il re oppresso da tanta tristezza, che egli non pensava neppure a soccorrere il piccolo resto de’ suoi soldati, che si trovavano nel regno di Napoli, sprovvisti di tutto, stretti da ogni lato, e vicini a cader nelle mani del nemico.‍[509] Fu vario l’effetto che queste nuove produssero in Italia. A Firenze, la morte del Delfino parve un altro avveramento delle profezie del Savonarola. La nuova, poi, che Carlo abbandonava il pensiero d’Italia, raffreddò subito gli alleati nell’invito fatto all’imperatore, e quasi ritiravano le loro promesse. Ma il Moro, sebben solo, restava fermo ne’ suoi propositi; anzi con più ardore spingeva l’imperatore a muoversi, avendo la speranza di poterlo maneggiare a suo arbitrio, ora ch’egli era solo ad aiutarlo. E mentre che Massimiliano si avvicinava, il papa, preso animo pel nuovo stato di cose, veniva, senza metter tempo in mezzo, a vie di fatto contro la repubblica. Le sue genti, unite a quelle dei Sanesi, erano sul ponte a Valiano e cercavano sforzare i confini fiorentini. Vennero, però, più volte respinte, e finalmente furono costrette darsi alla fuga e ricoverare in Montepulciano. Ma i Fiorentini, sebbene vittoriosi, s’erano per questi fatti trovati nella necessità d’indebolire il campo di Pisa; mentre esso era nelle tristi condizioni più sopra descritte, quando i movimenti dell’imperatore e del Moro facevano temere nuovi assalti da quel lato.‍[510] L’imperatore, infatti, aveva già varcato le Alpi; ma egli veniva con sì piccolo numero di gente, che, quasi vergognando di sè stesso, evitava il passar per Milano, ove il duca gli aveva apparecchiato una grande accoglienza. Prese, invece, la via di Genova; e di quivi, il giorno 8 di ottobre, partiva con sei galee veneziane ed alcuni legni genovesi. Sbarcava alla Spezia, donde, per la via di terra, entrò in Pisa con 100 cavalli e 1,500 fanti. I Pisani lo accolsero con festa grandissima: corsero subito al ponte dell’Arno e gettarono nel fiume la statua del re Carlo, per mettervi invece quella dell’imperatore: lo alloggiarono splendidamente. Essi erano pieni di speranza, avevano uomini e danari, buoni capitani e molte vettovaglie; da ogni parte venivano sempre nuovi aiuti; ed ora che cercavano tirare in loro favore il nome e l’autorità dell’impero, pareva che anche in ciò volesse la fortuna secondarli.‍[511]

Ogni cosa riusciva, invece, avversa ai Fiorentini, che avevano contraria la fortuna e gli uomini: nondimeno fu mirabile l’energia colla quale seppero aiutarsi in quelle avversità. Essi non perderono l’animo; ma raccolsero uomini, danari, vettovaglie quante poterono; e mandarono ogni cosa al campo. Scrissero ai loro mercatanti in Francia, perchè aiutassero la patria colle loro private fortune; assoldassero uomini; mandassero grano; facessero, come buoni cittadini, ogni cosa che era in loro. Nè si stavano a questo; anzi, vedendo che Livorno era in quel momento divenuta la chiave del territorio toscano, e che ad esso i nemici avevano messo la mira, mandarono subito a fornirlo e fortificarlo così gagliardamente, che quasi non pare credibile come in tanta strettezza si potessero fare tanti provvedimenti.‍[512] Il primo pensiero della Signoria, però, era già stato, come noi abbiam visto più sopra, quello di ricorrere al Frate; perchè venisse a mettere animo in quel popolo scoraggiato da tanti pericoli e da tanti nemici riuniti; in quel popolo che sembrava non essere più capace di nulla, senza l’aiuto delle sue prediche. Ed il Savonarola correva pronto e volenteroso all’opera; sebbene egli prevedesse che, in quel momento appunto, la corte di Roma avrebbe contro di lui cominciata una guerra assai più aspra e difficile.

Di tutti i nemici della repubblica, più fiero certamente era il papa. — Il Moro sarebbe stato contento di veder, per ora, trionfare gli Arrabbiati in Firenze; i Veneziani volevano acquistare qualche autorità in Pisa; ma il papa voleva, invece, distruggere assolutamente la repubblica, e rimettervi i Medici come suoi vassalli, per aprire, poi, la strada a’ suoi figli: e quando tutti gli alleati aspettavano la discesa dell’imperatore, egli solo, non sapendo frenare il suo impeto, s’era mosso colle proprie armi. Più d’ogni altra cosa era poi grande nel Borgia l’odio contro al Savonarola, di cui temeva assai il ritorno sul pergamo; perchè capiva che questo poteva ora mandare a vuoto tutte le speranze concepite per l’avvicinarsi dell’imperatore. Il popolo fiorentino, guidato nuovamente dal suo Frate, rianimato da quella voce, sarebbe forse divenuto capace di qualche eroica difesa. Decise, quindi, il Santo Padre di usare le minacce, le lusinghe, le promesse, ogni arte di cui era capace, per impedire che il Savonarola risalisse sul pergamo, ora che tutto il popolo e la Signoria stessa ne lo pregavano. Il breve che aprì questa nuova guerra, partiva da Roma il giorno 8 settembre; era indirizzato al convento di San Marco, e, simile a quello venuto nel settembre dello scorso anno ai frati di Santa Croce, parlava del Savonarola come di un tal Frà Girolamo amico di novità, e seminatore di falsa dottrina.‍[513] «Egli,» così diceva il breve, «è venuto, per queste commutazioni delle cose d’Italia, in tanta insania, da far credere al popolo che è mandato da Dio e che parla con Dio; senza provarlo nè con miracoli nè con speciale testimonianza delle Sacre Scritture, come esigerebbero le canoniche leggi. Noi abbiamo dato prova di lunga pazienza, sperando che volesse pentirsi e rimediare ai suoi trascorsi, col sottomettersi a noi e desistere da quella scandalosa separazione dalla Congregazione Lombarda, che alcuni frati con ingannevoli arti avevano da noi estorta.» Si conchiudeva, poi, col rimettere tutta questa causa a Frà Sebastiano de Madiis, Vicario Generale della Congregazione Lombarda; imponendo al Savonarola di riconoscere la sua autorità, di recarsi tosto ove da lui gli venisse comandato, e in questo mezzo astenersi da qualunque predicazione pubblica o privata. Il convento di San Marco veniva unito alla Congregazione Lombarda; ed era ordinato, a Frà Domenico, Frà Salvestro e Frà Tommaso Bussino, di recarsi fra nove giorni a Bologna. Tutto ciò sotto pena di scomunica latæ sententiæ.

Il fine di questo breve era per sè stesso evidente: il Santo Padre voleva, innanzi tutto, far tacere il Frate; ma perchè ad ognuno diveniva oggimai palese, che la guerra da lui mossa contro al Savonarola era una guerra tutta politica, e parte principale di quella che esso faceva alla repubblica; così, col rimettere la causa in altri, e col ridurla a una disputa di unione o separazione di conventi, esso cercava nasconderne il vero carattere e rendervi la repubblica indifferente. Una volta che la Congregazione di San Marco fosse sciolta, l’autorità del Savonarola cadeva; e se egli, obbedendo ai comandi del superiore di Lombardia, usciva dal territorio toscano, verrebbe subito nelle mani del Borgia.‍[514]

Il Savonarola, che capiva chiaramente tutto ciò, risolvette sin dal principio di non obbedire; ma, per non rendere la sua posizione più difficile coll’inasprire maggiormente l’animo del papa, mandò, il 29 settembre, una sua lunghissima risposta.‍[515] — Si doleva in essa, che i suoi nemici riuscissero ad ingannare il Santo Padre sopra cose che avevano avuto luogo alla presenza di tutto il popolo. «In quanto alla dottrina,» egli diceva, «io mi son sempre sottomesso alla Chiesa: in quanto alla profezia, io non ho mai detto assolutamente di esser profeta, sebbene questa non sarebbe eresia; ma bene ho predetto varie cose, alcune delle quali si sono verificate, altre lo saranno col tempo. Noto è, d’altronde, a tutta Italia, come il flagello sia già cominciato, e come, solamente per mezzo delle mie parole, sia seguita la pace in Firenze; senza di che le sventure sarebbero state per tutti assai maggiori.» Così, procedendo oltre, egli rammentava al Santo Padre, che il breve della separazione non fu estorto da pochi frati, ma venne chiesto da tutti, e fu concesso dopo lunga discussione. «Il rimettere, poi, la nostra causa alla decisione del vicario lombardo, questo è un volere far giudice il nostro avversario; giacchè a tutti sono note le contese delle due congregazioni. Donde mai può nascere, Santissimo Padre, tutto ciò, se non dalle false accuse, dalle mendaci relazioni dei nemici di questa repubblica che io ho salvata da tanti pericoli, che ho ridotta alla vera religione e libertà, distruggendo le fazioni, correggendo i costumi ed introducendovi la pace? E d’altronde,» così continuava il Savonarola, appoggiandosi sull’autorità di molti dottori di Santa Chiesa, «ad ognuno è permesso passare da una regola ad un’altra più stretta e severa. Questo è quello che noi abbiamo fatto colla nostra separazione. L’unirci poi ai frati lombardi, sarebbe un crescere i rancori che sfortunatamente già esistono fra le due congregazioni, un dare occasione a nuove dissensioni e nuovi scandali. E finalmente, dicendo la Vostra Santità di volere questa unione, per evitare che altri cada nei miei errori; ed essendo ora chiarissimo che io non sono in questi errori caduto; cessando la causa, deve cessare l’effetto. Avendo, dunque, provate false tutte le accuse mosse contro di me, conceda Vostra Santità che io attenda una risposta alla mia difesa, ed un’assoluzione. Io predico la dottrina dei Santi Dottori; in niente mi discosto da essi; e sono apparecchiato, ove avessi errato, non solo di correggermi, ma dichiararlo ancora e farne ammenda innanzi a tutto il popolo. Ed ora, ripeto di nuovo quel che ho sempre detto, che sottopongo me stesso e tutti i miei scritti alla correzione della Santa Romana Chiesa.» Nello stesso tempo, il Savonarola scrisse molte lettere che indirizzò ad amici di qualche autorità in Roma, ripetendo le medesime ragioni che adduceva al papa in favore della sua causa, e raccomandandola a tutti caldissimamente.

Alessandro VI, col suo occhio sagace e penetrante, comprese la difficoltà del caso, ed usò allora un’astuzia degna veramente dell’antico avvocato di Barcellona. Visto che il Frate era deciso a non sciogliere la sua congregazione ed a non partire di Firenze; visto che il momento era assai decisivo per la repubblica, onde la sola cosa che importasse al presente era di far sì che il Frate non predicasse; lasciò le minacce, e si volse alle lusinghe. Il 16 ottobre, partiva, quindi, un altro breve,‍[516] nel quale il Santo Padre, rispondendo alla lettera del Savonarola, rallegravasi come del ritorno d’una pecorella smarrita. «Noi ti abbiamo,» così gli diceva, «in altre lettere manifestato il nostro dolore per questi sollevamenti fiorentini, di cui le tue prediche sono state precipua cagione; giacchè, in luogo di predicare contro i vizi e raccomandare l’unione, tu vai annunziando il futuro: cosa che potrebbe far nascere discordia in ogni popolo pacifico; massime, poi, nel fiorentino, ove sono tanti semi di discordie e fazioni. Per queste ragioni ti chiamammo appresso di noi; ma ora che, per le tue lettere e per mezzo di molti cardinali, sentiamo che sei apparecchiato all’obbedienza della Romana Chiesa, grandemente ci siamo rallegrati, persuadendoci che tu abbi errato piuttosto per soverchia semplicità, che per animo cattivo. Onde rispondiamo di nuovo alle tue lettere, e in virtù di santa obbedienza ti comandiamo che ti astenga da ogni sermone, non solo pubblico ma anche privato; acciò non possa dirsi che dalla predicazione ti sei ridotto ai conventicoli. E questo modo terrai insino a che potrai, più sicuramente e con decoro, venire alla presenza di noi, che ti riceveremo con paterno e lieto animo; o insino a quando avremo più maturamente deliberato qual modo tu debba tenere, e destinato una persona idonea a riordinar queste cose. E se, come non dubitiamo, tu vorrai obbedire, fin da ora sospendiamo tutti i brevi antecedenti, acciò tu possa, per ora, attendere tranquillamente alla tua spirituale salute.»

Dopo questo breve, il Savonarola trovavasi in una difficilissima condizione. Egli capiva bene, che tutta quella paterna dolcezza, non era altro che un’arte per chiudergli la bocca nel momento in cui la repubblica aveva maggiore bisogno di lui: era la solita astuzia del Borgia, che ormai tutti conoscevano. Le lettere dell’ambasciatore di Roma, infatti, facevano sapere che l’ira del Santo Padre era più che mai violenta; ch’egli voleva assolutamente metter le mani sulla persona del Frate. Le armi dal papa mosse contro la repubblica; le istigazioni che faceva all’imperatore; il perfetto accordo che regnava fra lui e Piero de’ Medici, che s’era fermato a Roma, e di quivi cercava stendere nuove fila di congiure in Firenze;‍[517] tutto metteva fuori di dubbio, che il Borgia voleva, ora, far tacere il Savonarola, per poter meglio opprimere la repubblica; dopo di che gli sarebbe stato assai facile spegnerlo affatto. Nondimeno, in che modo poteva questi disobbedire ad un comando, in apparenza così giusto e benigno; ad un breve che gli offeriva generale perdono, a condizione solamente ch’ei si tacesse? Il disobbedire non sarebbe a molti sembrato un voler mettere scandalo nella Chiesa, un rendere impossibile ogni conciliazione? Sebbene, adunque, il Savonarola non fosse sordo alla voce della patria che lo chiamava; sebbene conoscesse in che gravi pericoli ella versasse, e fosse persuaso che la finta benignità del papa non era che astuzia; pure volle obbedire. Infatti, sin da che giunse il breve‍[518] dell’8 settembre, egli s’era taciuto, e continuava tuttavia nel suo proposito.

In una lettera che scrisse ad un amico, il 15 settembre di questo anno, manifestava chiaramente lo stato del suo animo. «È noto,» egli diceva, «a tutto il mondo, che le cose di cui vengo accusato sono false; e sarà d’una grande infamia a cotesti prelati ed a tutta la città di Roma. Io so bene che essi non hanno ragione di procedere contro di me, chè anzi mi lapidano per una buona opera; ma io non li temo, nè temo la loro potenza, perchè basta la grazia di Dio e la pura coscienza. Conosco la radice di tutte queste insidie, e so che procedono dai perversi cittadini, i quali vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, e vanno d’accordo con alcuni potentati d’Italia. Tutti costoro mi vorrebbero uccidere; onde ora non posso più camminare senza la guardia di gente armata. Nondimeno, se non potrò altrimenti soddisfare alla mia coscienza, io voglio obbedire, nè peccare anco venialmente.»‍[519]

Ma nel mentre egli si taceva, le cose della repubblica andavano di giorno in giorno rapidamente peggiorando. Gl’imperiali, accresciuti dai Milanesi e Veneziani, già stringevano d’assedio Livorno, in numero di 4000. Le navi venete tenevano il mare e chiudevano il porto, mentre un drappello delle loro genti era al ponte di Sacco, per impedire qualunque comunicazione fra Livorno ed il campo di Pisa. I Fiorentini, non pertanto, provvedevano ai loro stringenti bisogni con un coraggio degno dei loro antichi tempi. Mandavano al campo di Pisa Antonio Colligiani, perchè rimettesse disciplina nell’esercito disordinato dopo la morte del Capponi; e gli ordinavano di restringere le genti a Montopoli, per tenersi pronto ad accorrere dovunque il bisogno ed i movimenti del nemico lo chiamassero. Bettino Ricasoli, assai reputato per la sua energia e capacità militare, comandava in Livorno; ed, ora, i Dieci della guerra vi mandavano altri trecento uomini d’arme, guidati dal conte Cecco, il quale, profittando della oscurità della notte e d’una pioggia dirotta, passava per mezzo dei nemici ed entrava in città. In questo modo si riusciva a fare più d’una onorevole sortita, nelle quali gl’imperiali vennero battuti. Ciò che, fra tante avversità, aiutava i Fiorentini, era non solamente la incapacità dell’imperatore nel dirigere la guerra, ma ancora il trovare egli nei Veneziani e nel Moro più ostacoli che aiuto. Essi volevano bene opprimere Firenze, ma non volevano però levare un altro potente in Italia: onde spingevano l’imperatore, e spinto, poi, lo arrestavano; tanto da fargli molestare il nemico, ma non soddisfare l’ambizione che aveva di segnalare la sua venuta in Italia con qualche gran fatto d’armi. Era, inoltre, sorta una nuova discordia fra i Veneziani ed il Moro, non volendo alcuno di essi permettere all’altro d’occupare Livorno, finita che fosse la guerra.

Per tutte questo ragioni, i Fiorentini avevano potuto durare sino ad ora, non solo senza cedere a tanti nemici e tanto più potenti di loro, ma anche, qualche volta, battendoli. Non si poteva, però, continuare più a lungo; giacchè quel che le armi nemiche non facevano, cominciava ora a farlo la fame. Ed a togliere ogni altra speranza, arrivava la nuova che gli sforzi fatti dai mercatanti fiorentini in Francia per soccorrere la patria, erano stati tutti invano. Essi aveano assoldato il conte d’Albigion con la sua gente; avevano assoldate molte navi e caricatele di grano comprato a loro spese: ma, in sul momento di partire, il conte s’era ricusato di venire in Italia; e le navi, spaventate da un grosso temporale che avevano per via incontrato, s’erano parte tornate a Marsiglia, e parte, allargandosi sul mare, avevano preso diverso cammino, per speranza di maggiori guadagni. E quando pure fossero venute innanzi a Livorno, come mai potevano entrare nel porto, che era guardato dai Veneziani?‍[520]

A Firenze, perciò, lo squallore era cresciuto a un segno, che non si potrebbe con parole descrivere. Sul volto di ognuno si leggeva lo sgomento dell’avvenire, su quello dei popolani, poi, erano dipinti lo stento e i travagli della fame patita. I contadini, non di rado, si appoggiavano estenuati ai muriccioli delle vie, e vi morivano per mancanza d’alimento.‍[521] La peste ogni giorno faceva qualche progresso.‍[522] Pure, tanto lo spirito di parte può accecare gli uomini, che in questa universale miseria pareva che gli Arrabbiati ne trionfassero. Andavano ad alta voce gridando: «Ora, finalmente, siamo tutti chiari che al Frate ci ha ingannato. Ecco le felicità da lui promesse a Firenze.» E già parlavano di cedere; ardivano pubblicamente sparlare del nuovo governo, e dicevano ch’era venuta l’ora di mutarlo.

La Signoria, non sapendo più a quale partito appigliarsi, ricorreva agli uffici divini; ed ordinava che si facesse, con una solenne processione, entrare in Firenze quella miracolosa immagine della Madonna dell’Impruneta, a cui il popolo fiorentino soleva sempre ricorrere nelle sue avversità. Ma la sola cosa che ad ognuno pareva potesse veramente confortare il popolo in tanta avversità, era la voce di quel Frate, che tutti vedevano ora, con dolore e con disapprovazione, tacersi. Onde la Signoria tornò di nuovo a lui, supplicandolo e quasi imponendogli che non mancasse al dovere verso la patria: non volesse permettere che quel popolo, il quale aveva in lui riposta tanta fiducia, restasse ora, fra tanti pericoli, in tanta miseria, senza il conforto, almeno, della sua parola.

Il Savonarola, che già da più tempo era crudelmente afflitto, nel vedere lo sgomento, lo squallore e la desolazione di quel popolo, non seppe resistere alle nuove istanze della Signoria; ed il giorno 28 di ottobre, ritornava finalmente sul pergamo. Quanto diverso dal solito era l’aspetto del suo uditorio! Su tutti i volti stava dipinto lo sgomento del presente, il terrore dell’avvenire. Ad ognuno pareva che fosse vicina la fine del governo popolare, che gli Arrabbiati dovessero ben presto trionfare, e che alla fame ed alla guerra dovessero succedere gli esilii e le condanne. Tutti gli occhi si volgevano, dunque, a lui, pieni d’incertezza e titubanza. Egli, come spesso faceva, cominciò quella predica in forma di dialogo. «Io non avrei dovuto parlare. Ma io vengo per obbedire alla Signoria, e per invitarvi un’altra volta alla penitenza. — Voi siete chiari? Ed io vi dico che sono chiaro io, e che ogni cosa da noi detta, fino ad un minimo iota, si deve verificare. Io sono chiaro che Iddio aggira il cervello d’Italia, e che molti saranno ingannati. Questo flagello pare una cosa, e sarà un’altra. — Tu sei chiaro? Di che cosa? Che sono vicine le tribolazioni? che tu combatti contro a Cristo? Sappi che il bene promesso a Firenze verrà, e che i cattivi avranno l’inferno in questa vita e nell’altra. Siete adunque chiari, che se non mutate vita avrete guai? I vizi continuano sempre, o Firenze: si giuoca, si bestemmia; e in questo modo voi vi tirate addosso il flagello. Orsù, fate questa processione che sarà buona cosa; «e se voi ricorrete a Dio come si deve, io mi confido che si avrà qualche grande grazia, e che non dovremo avere paura di nessuno.»

«Ma tu poni sempre la tua speranza negli uomini, tu aspetti sempre soccorso da quel re che mai non viene, e che già è stato punito, come noi gli minacciammo;‍[523] ed io, invece, ti dico: maledictus homo qui confidit in homine. — Orsù, che dobbiamo noi dunque fare, o padre? — Prima di tutto, bisogna che ritorni a Dio; dipoi, che tu deponga il pensiero che già avevi fatto (di mutare governo e di arrenderti); che ti aiuti con ogni provvisione umana; che tu presti alla città tutto il danaro che tu puoi, e che tu lo presti gratis. Io vi dico finalmente: unitevi tutti insieme, e lasciate ogni dissensione. E se voi fate una vera unione, ascoltate bene le parole che vi dico: «Io voglio perdere la cappa, se non cacciamo ora li nostri nemici. Io dico che se voi fate questo, io voglio essere il primo ad uscire fuora contra di loro con uno crocifisso in mano, e faremo fuggire li nostri nemici insino in Pisa, ed ancora più là.» «Credi alle mie parole, o Firenze; rammentati quante lacrime versasti in questa chiesa il giorno 6 di novembre;‍[524] e, poi, fu fatta la rivoluzione quel medesimo giorno, e fosti libera. Rammentati che io feci partire da Firenze il re Carlo; e quando egli ritornò da Napoli, corsi quasi a rotta al suo campo e lo minacciai, onde egli non fece alcun danno. Credi, dunque, alle mie parole; confida nel tuo Signore. Segua quel che si voglia, io non temo nulla, se voi tornate a Dio e state uniti e fate ogni provvisione umana.»

Volgendo poi, di nuovo, il suo discorso a coloro che mormoravano contro il nuovo governo, diceva: — «Ora io voglio dirti un’altra parola. Voi siete cittadini di tre sorta: prima, quelli che nel vecchio governo erano esuli e desideravano invano la patria. Or tu l’hai; sta cheto, adunque. Secondo, quelli che avevano il capestro alla gola. Ora voi avete sicurezza e libertà; state cheti, adunque. — Io non mi muovo, padre. — Non è già vero; voi tutti macchinate, e lo so ben io quello che voi volete. — Finalmente, vi sono quei cittadini che hanno magistrati in questa presente Repubblica; e questi non fanno giustizia, e la città è tutta piena di giuochi, di bestemmie, di lussuria, di sodomia e disunione. A questi io dico: se non fate giustizia, il flagello verrà sopra di voi. Io dico, finalmente, a tutti, e lo dico in verbo Domini: chiunque vuole tiranno capiterà male. Unitevi, adunque; fate questa processione, e sperate nel Signore.»‍[525] Così parlava il Savonarola quel giorno; ma, in verità, sino a che durava il pericolo imminente, quelle parole d’una fiducia tanto cieca davano agli Arrabbiati nuovo argomento di mettere in canzone il Frate ed i frateschi. Nondimeno, al popolo era già un gran conforto che egli predicasse; e fino a tanto che la sua voce risonava sul pergamo, sembrava che Firenze non dovesse temere nuove sventure.

Il giorno trenta di ottobre, entrava in città la miracolosa immagine di S. M. dell’Impruneta; una moltitudine immensa l’accompagnava, e giammai i Fiorentini non avevano dimostrato una devozione più sincera. La gente procedeva mesta e silenziosa; le limosine erano larghissime; la tristezza stava dipinta su tutti i volti; e nella faccia del popolo minuto si vedevano i segni della fame già sopportata, il timore di stenti maggiori. La processione era giunta in Por Santa Maria, quando un messaggiero, entrato per la porta a San Frediano e passato di sul ponte alla Carraia, veniva lung’Arno correndo a cavallo, con un ramo d’ulivo in mano, per andare al Palazzo dei Signori. Ma, imbattutosi nella folla, si trovava da ogni parte circondato; ed afferrando il cavallo per la briglia, tutti domandavano le nuove di Livorno. Erano, finalmente, all’improvviso e quasi per incanto, arrivati da Marsiglia i tanto aspettati soccorsi di uomini e di grano. Le navi giungevano innanzi a Livorno, spinte da un vento così impetuoso di libeccio, che non s’erano appena viste sul mare, che già entravano nel porto; nè i Veneziani avevano potuto arrestarle, perchè dalla forza di que’ medesimi venti erano stati costretti a riparare sotto la Meloria. — Non si potrebbe mai con parole descrivere la sfrenata gioia del popolo. Il messaggiero veniva per tutto accompagnato con altissime grida; le sue parole ripetute di bocca in bocca, si amplificavano ed esageravano; la città era, quasi in un istante, tutta piena della lieta novella; le campane sonavano a festa; in tutte le chiese si rendevano pubbliche e solenni grazie del miracoloso aiuto. Invero, agli Arrabbiati stessi pareva che il Signore avesse voluto salvar la repubblica dalla imminente rovina, e che il Savonarola fosse stato questa volta, senza dubbio, profeta. Il suo nome, la sua autorità ne crebbero a mille doppi; ed il popolo minuto andava ora gridando: «Le prediche del Frate ci hanno anche questa volta salvato.»‍[526]

Il soccorso non era, in verità, gran cosa. Delle genti dai mercatanti assoldate, non erano voluti partire che 600 uomini; e delle navi già pagate, una parte, quando furono in alto mare, presero diverso cammino per speranza di maggiori guadagni, ed invece naufragarono: onde si era poi sparsa la voce, che i soccorsi non sarebbero altrimenti venuti. E adesso non erano entrati nel porto che cinque navi e due galeoni, carichi d’uomini e di grano. Ma il modo ne era stato così inaspettato, il tempo così opportuno, che l’effetto ne fu grandissimo, non solo in Firenze, ma anche a Livorno, dove gli animi si riempirono di tanta speranza, che fatto, per allegrezza, fuoco con tutte le artiglierie, uscirono ad assalire i Pisani; e contemporaneamente andarono, dall’altra parte, a rinforzare la bastía del Ponte a Stagno, che già minacciava cadere nelle mani del nemico. Ivi trovarono gl’imperiali così spaventati dal gran rumore delle artiglierie, e dalla voce che aveva, anche fra loro, esagerato assai la forza degli aiuti arrivati; che li misero in fuga, con grande uccisione di gente, con guadagno non piccolo di prigionieri e cavalli.

Intanto, nel primo giorno di novembre, il Savonarola saliva di nuovo sul pergamo; e, pigliando occasione dalla inaspettata fortuna, esaltava la misericordia di Dio; inculcava il bisogno di tornare alla religione, correggere i vizi, fare continue orazioni, e non fidare in altri che nel Signore. Cercava ancora di moderare la soverchia allegrezza del popolo. «Non bisogna lasciarsi vincere così facilmente dalla gioia e dal dolore; non bisogna abbandonare le provvisioni umane; bisogna più che mai provvedere alla guerra.» Il 2 novembre, giorno dei morti, fece un’altra predica, che ebbe grandissimo successo; e fu sull’arte del ben morire.‍[527] Diceva che il vero cristiano dovrebbe tener sempre presente l’idea della morte, e che una vera considerazione di essa condurrebbe ognuno alla buona vita. Con assai vivi colori descriveva lo stato dell’animo nostro in quell’ora suprema; faceva un’analisi ingegnosa e minuta di tutte le passioni che ci dànno assalto in quel momento di prova. «La morte,» egli diceva, «è il momento solenne della nostra vita: il diavolo ci dà allora la battaglia estrema. Egli è come se esso giocasse sempre a scacchi con l’uomo, ed aspettasse il momento della morte per dargli lo scacco matto. Chi lo vince in quel punto, vince la battaglia della vita. Noi, o fratelli, non viviamo in questo mondo, se non per imparare a ben morire.» Proponeva ad ognuno, di tenere al suo letto un quadro che gli rammentasse l’ora ed il pericolo della morte. Descrisse minutamente questi quadri fantastici, cui il popolo prestava un’attenzione grandissima, e che vennero nelle molte edizioni di quella predica incisi da Sandro Botticelli, e da altri principali artisti di quel secolo. Nè lasciava quel giorno di dare incoraggiamento al popolo, incitarlo a mantenersi unito e provvedere ai bisogni della patria. Dopo di che, tornava subito nel suo silenzio, dolendosi già d’aver dato al papa qualche pretesto di nuovi lamenti.

Infatti, quasi non era giunta a Roma la notizia dei soccorsi arrivati a Livorno e della prima predica del Frate, che un altro breve, in data del dì 7 novembre, veniva indirizzato a tutti i Domenicani di Toscana.‍[528] Ora non si trattava più di riunire San Marco alla Congregazione Lombarda; ma, invece, separarlo da essa, insieme con tutti i conventi di Toscana e di Roma, per fondare una nuova Congregazione Tosco-Romana, con un vicario suo proprio; il quale verrebbe, secondo gli statuti domenicani, eletto ogni due anni dai vari priori della nuova Congregazione, senza però derogare con ciò all’autorità del vicario generale di Roma. Pel primo biennio, il papa stesso nominava come nuovo vicario il cardinale di Napoli, stato sempre amico di San Marco e del Savonarola. Così il Borgia, ripigliando di nuovo la quistione dei Conventi, cercava destramente evitare tutte le obbiezioni che il Savonarola aveva fatte nella sua lettera. Non rimetteva la sua causa al vicario lombardo; non riuniva due congregazioni fra loro nemiche; sceglieva egli stesso un vicario stato sempre amico di San Marco; e finalmente, così diceva il breve istesso, si dava opportunità di allargare la nuova riforma a tutta Toscana ed allo Stato romano.‍[529] Ma questa non era che l’apparenza: la sostanza delle cose era, invece, assai diversa. Una volta sottoposto il Savonarola all’autorità del nuovo vicario che dipendeva sempre dal generale dell’ordine in Roma; egli avrebbe perduta quella sua indipendenza, per cui tanto aveva bramata la separazione dai frati lombardi; quell’imperio sopra i suoi frati, che gli dava tanta autorità in Firenze; e poteva d’ora in ora essere obbligato a partire per qualche altro convento: il che, in fondo, era sempre la mira del papa. Inoltre, egli vedeva assai chiaro, che nella nuova Congregazione, il convento di San Marco, stretto in mezzo ad una moltitudine d’altri conventi quasi tutti gelosi o nemici, ben lungi dal potere in essi infondere la sua riforma, ne sarebbe stato invece assai facilmente oppresso.

Per tutte queste ragioni, in luogo di obbedire, il Savonarola prese nuovamente in mano la penna, e scrisse la sua Apologia della Congregazione di San Marco; nella quale, non più rispondendo al papa, ma dirigendosi invece al pubblico, assumeva un linguaggio assai franco ed ardito. «Io non mi fermerò,» così egli diceva, «a confutare le accuse che mi vengono fatte circa la dottrina; perchè già vi ho tante volte risposto, e perchè mi apparecchio a combatterle tutte nella mia opera del Trionfo della Croce, che verrà ben presto alla luce. Ma io rispondo al comando che ora mi è fatto di riunirmi alla nuova Congregazione. Ed innanzi ogni altro, questo non dipende solo dalla mia autorità, ma dall’arbitrio ancora di 250 frati, i quali tutti hanno scritto al papa in contrario; ed io non posso nè voglio contrastare al loro proposito, che mi par giusto ed onesto.» E qui veniva adducendo le sue ragioni, per dimostrare come quella unione avrebbe corrotta e rilasciata la severità della regola di San Marco, con danno gravissimo di tutti loro; ma specialmente dei giovani che formavano, ora, la massima parte di quel convento. «Se gli altri frati non hanno bisogno di riformarsi, perchè unirsi a noi? Se poi si uniscono per essere da noi riformati, noi abbiamo già tanti giovani inesperti che a fatica bastiamo ad ammaestrarli: l’unirsi, adunque, non sarebbe altro che disordine e confusione per tutti; ma per noi specialmente.» Rammentava i deplorabili odii de’ vari conventi; il pericolo della vita che egli aveva, per questa ragione, corso a Pisa ed a Siena. E dopo ciò concludeva: «Questa unione adunque, è impossibile, irragionevole, dannosa; e i frati di San Marco non debbono esservi obbligati, perchè i superiori non possono comandare contro alla costituzione dell’ordine, contro alla carità ed al bene delle nostre anime. Bisogna, dunque, supporre che essi vengano da false informazioni ingannati; e resistere, intanto, ad un comando che è contrario alla carità; non lasciarsi atterrire da minacce o scomuniche, ma piuttosto esporsi alla morte, che sottomettersi a quel che sarebbe veleno e perdizione delle anime. Quando la coscienza ripugna al comando ricevuto dai superiori, bisogna prima resistere ed umilmente correggere: il che noi abbiamo già fatto: ma se ciò non basta bisogna allora far come San Paolo, qui coram omnibus restitit in faciem Petri.» Ed in questo modo, dopo un’assai breve tregua, il Savonarola si trovava di nuovo in aperta guerra col papa.‍[530]

Intanto, dopo quel primo successo degl’inaspettati aiuti, peggioravano di nuovo le cose di Livorno; e se non fosse stato la continua gelosia fra il Moro ed i Veneziani, già sarebbe da un pezzo venuta la fine dell’assedio. Ma parve che la Provvidenza volesse una seconda volta venire in soccorso dei Fiorentini. Quei medesimi venti di libeccio che, nella fine dell’ottobre passato, avevano condotto in Livorno le navi venute da Marsiglia; cominciarono, verso il 15 di novembre, ad imperversare di nuovo così furiosamente, che batterono a terra tutta l’armata veneziana. La Capitana urtò di fianco sulla rôcca Nuova, dove naufragarono gli uomini e le artiglierie; ed a fatica potè salvarsi l’imperatore stesso, che vi era sopra. Altre due navi corsero la medesima sorte: il resto fu ridotto in istato tale, da non poter più servire. Tutti i naufraghi, per salvare la vita, s’arrendevano; onde fu grande il numero di prigionieri che si fece quel giorno a Livorno; e molti, in poche ore, arricchirono della preda.‍[531] L’imperatore stanco, finalmente, di combattere, come egli stesso diceva, «contro a Dio e contro agli uomini,» abbandonò con poco onore quella impresa, che con tanto poca riflessione aveva cominciata e condotta.‍[532] Nè di questa subita risoluzione volle renderne ragione alcuna, o anche parlarne, fino a che non fu giunto in Lombardia; dove amaramente si dolse della condotta del duca e dei Veneziani. E parve che fino all’ultimo la fortuna volesse essergli nemica; giacchè, essendosi, nella ritirata, una buona mano de’ suoi Tedeschi uniti ad un numero di Pisani per assalire il castello di Lari, il commissario fiorentino, Alessandro degli Alessandri, li fece prima scendere nei fossati, e poi, colle artiglierie, ne ammazzò la più parte. Così, fra l’ottobre ed il novembre, l’avversa fortuna dei Fiorentini si mutava in prospera; ed essi erano, quasi per miracolo, liberati da ogni più urgente pericolo.

Il 26 novembre, il Savonarola, ritornando sul pergamo, rammentava ai suoi uditori, i pericoli per cui erano passati, lo scoramento a cui s’erano abbandonati, la misericordia infinita con cui erano stati salvati; e raccomandava a tutti di ringraziare il Signore con vera e viva riconoscenza. Continuava, poi, facendo di nuovo, la storia e l’elogio del governo popolare; paragonava, un’altra volta, i vari gradi della sua formazione alle sette giornate della creazione; confermava il lume profetico; e prometteva di tornare a predicare nel prossimo avvento.

Ed infatti ritornò, allora, e fece le prime otto prediche sopra Ezechielle; nelle quali si vede come egli avesse perduto ogni speranza di tregua o di riconciliazione col Borgia. «O Signore, io ti domando la via delle avversità. Io questa mattina ricomincio a predicare, solo per ripetere quello che ho detto infino a qui, e confermarlo di nuovo; e voglio metterci anche la vita.... Se io mi ridicessi,» così continuava, rivolgendosi al popolo, «di che questo frate contraddice a Dio, e che io mento per la gola; e lápidami e mandami fuor di questo pergamo.» Ritornava sul suo lume profetico; riconfermava i vicini flagelli, «i quali saranno tanto maggiori, quanto meno il popolo si manterrà fedele alla religione ed alla libertà.»‍[533]

Il più importante di questi otto sermoni fu il sesto, che fece il giorno 13 dicembre, a richiesta speciale dei Signori che assistevano in Duomo. Dopo la introduzione, che allora soleva fare quasi ogni giorno, sulla misericordia e bontà del Signore; venne ad enumerare le benedizioni ch’Esso aveva mandato a Firenze. «Questa è la tua città; tu l’hai eletta, o Signore, e l’hai benedetta; tu l’hai illuminata del ben vivere; hai infuso la fede e il lume tuo nell’anima di questo popolo. Dopo le benedizioni spirituali, tu gli hai voluto dare ancora le temporali;» «e la prima e maggiore di tutte è la libertà che gli hai restituita. Questa è una massima benedizione; quia non bene pro toto libertas venditur auro. Prima gli bisognava fare a modo di uno: ora non è così legato. Colui diceva: fa male, e bisognava farlo. Diceva quell’altro: marita la tua figliuola a colui, e bisognava dargliela: disfà quel parentado, e bisognava disfarlo: dà qui quei danari, e bisognava darli. Aveva questo popolo tuo delle bastonate, e bisognava avere pazienza.» Continuando in questo modo, il Savonarola fece tutta la storia della liberazione di Firenze, incominciando dalla cacciata di Piero de’ Medici insino alla partenza dell’imperatore, per dimostrare di nuovo la bontà del Signore verso quel popolo. Si rivolgeva, quindi, ad incitarlo al ben fare; e rimproverava la freddezza con cui ognuno continuava d’andare tutti i giorni alla predica, senza mai mettere in pratica le cose udite. «Predica a costoro quanto tu vuoi; essi hanno fatta una consuetudine di bene udire, e un’altra di male operare. Hanno fatto natura di questa consuetudine, e vanno in sul corso dell’udire senza operare. E così è difficile a voltare questo corso, come è difficile a voltare il corso delle acque. Tu hai fatto consuetudine di questo udire sempre: fate giustizia, fate giustizia. Tu diventerai cornacchia di campanile, la quale al primo suono della campana ch’ella sente, ha paura e spaventasi; ma, poi, quando ella ha cominciato a fare consuetudine, tu puoi sonare quanto tu vuoi, che sta in sulla campana e non si muove.»

Rimproverò al popolo la sua ingratitudine verso Dio, «che vi ha dato una libertà, che voi cercate sempre guastare col continuo mormorare e sparlare, colle congiure continue che si ordiscono dentro e fuori della città. Ingrato popolo! Iddio t’ha dato questo Consiglio grande, e tu cerchi guastarlo col mettervi dentro i nemici della patria. Questa non è stata già la mia intenzione. In sul cominciare, io permisi bene ad ognuno di entrarvi, perchè la libertà era allora sul principio e bisognava esperimentare; ma non lo feci già per dar luogo ai cattivi, come ora è seguíto. Magnifici Signori, io vi dico che bisogna tenere l’occhio a questo Consiglio, e andarlo limando e racconciando, e vedere se molti che vi sono è bene che vi sieno. Bisogna restare in sul numero grande; ma bisogna restringerlo solo per cacciarne i nemici della patria. Non approvo, però, quelli che vorrebbero astenersi dal votare sino a che non sia fatta questa nuova riforma; e molto meno approvo quelli che vorrebbero rimettere alla sorte le elezioni dei magistrati. Questo è contro alla libertà, vi dico io.» «Tu sei un cristianaccio! Va, leggi la istoria che scrisse Lionardo d’Arezzo, dove e’ dice che andò sempre bene la città mentre che si resse senza sorte; e che poi quella sorte fu trovata da gente ambiziosa. E se ne trova sempre di questi cattivi, che vanno sibilando simili cose nelli orecchi. Questi sono quelli che fanno i conventicoli contro la tua città, dentro e di fuori, con preti e con frati; e fanno quelle belle cene e desinari. E il parlar loro va sempre in su il frate; e quivi si mangia pane e frate, carne e frate, vino e frate.» «Provvedi, o Firenze, a questi conventicoli, i quali non cercano altro che la rovina della tua libertà. Questo povero fraticello è solo a combattere contro a tutto il mondo. Orsù, quanto a me, io vi dico: chiamate dottori, prelati e chi volete; io sono pronto a combattere contro tutti. Io vi annunzio che nella religione di san Domenico non vi è stato mai alcun eretico; ma bensì molti che hanno fatto grandi riforme in Italia. E voi dovete rammentarvi del Cardinale Latino, di Angelo Acciaioli e di sant’Antonino. Così deve seguire adesso; ma bisogna, innanzi tutto, fare giustizia ed essere severi. A voi, o Signori, tocca provvedere: fatevi una scorta di uomini armati e mettete mano alla spada: se questo non basta, chiamate il popolo e fatevi terribili. Quei Magistrati che non puniscono i delitti, abbiano la pena del reo.» «Giustizia, adunque, magnifici Signori; giustizia, signori Otto; giustizia, magistrati di Firenze; giustizia, uomini e donne; ognuno gridi giustizia.»‍[534]

E in questo modo si chiudeva l’anno 1496. La repubblica fiorentina era maravigliosamente uscita da un numero infinito di pericoli; il nome e l’autorità del Savonarola erano tornati in alto; il partito popolare era una seconda volta padrone assoluto del campo. Ma, nel medesimo tempo, s’era inasprita la lotta con Roma; e l’odio del papa contro al Frate e contro al governo da lui creato, sembrava essere divenuto inestinguibile. S’erano, inoltre, nel seno stesso della repubblica scoperti tanti nemici, tanti e così continui maneggi degli Arrabbiati e dei Bigi; che il Savonarola stesso credeva essere indispensabile non solamente l’usare molta severità, ma ancora il restringere un poco la forma del Consiglio maggiore, per non mettere il governo della repubblica nelle mani di coloro che altro pensiero non avevano, se non quello di distruggerla; nè ad altro scopo si valevano della indulgenza verso di loro sino ad ora usata, che a più sicuramente cospirare contro la libertà della patria.

CAPITOLO SESTO. Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone delle nuove leggi. Si celebra il carnevale col bruciamento delle vanità. I Frati di San Marco comprano la libreria dei Medici. Idee del Savonarola intorno al bello; sua difesa della poesia; suoi componimenti poetici. [1497.]

Nel gennaio e febbraio 97, avendo gli avvenimenti dell’anno passato rimesso in favore il partito popolare, veniva eletto Gonfaloniere di giustizia Francesco Valori, con una Signoria tutta a lui devotissima. Se egli fosse stato d’animo più temperato e di passioni meno ardenti, era forse venuto il momento di mettere un freno agli Arrabbiati ed ai Bigi. Ma il Valori che si lasciò sempre trascinare dal suo impeto, non volle questa volta prestare alcun ascolto alle parole del Savonarola, che suggeriva di restringere un poco il Consiglio Maggiore, per escluderne quelli che cospiravano contro alla repubblica; e volle invece allargarlo. Fece, quindi, vincere una nuova legge, la quale decretava, che per entrare nel Consiglio Maggiore, in luogo di trenta anni, bastasse averne ventiquattro. Il suo fine era di assicurare la repubblica, col renderne il popolo sempre più largamente ed assolutamente signore; ma l’effetto seguiva assai contrario ai suoi desiderii, giacchè questa legge apriva il Consiglio alla gioventù scorretta e tumultuosa degli Arrabbiati, la quale era quella che più di tutti odiava il Savonarola, il nuovo governo e il nuovo vivere da lui introdotto. Proibiti i balli e le feste, distrutto il carnevale, la vita avea per essi perduto ogni scopo; onde s’erano fatti autori principali di tutte le insidie dirette contro al Frate. E per meglio operare di concerto, s’erano uniti in una compagnia sotto il comando di messer Dolfo Spini: andavano armati, attaccavano brighe, commettevano atti violenti; onde il popolo li chiamava i Compagnacci. La nuova legge, aprendo ad essi il Consiglio, poneva nelle loro mani un’arme potentissima, di cui seppero subito profittare, con grave danno della repubblica.‍[535]

Nè il Valori sembrava accorgersi di questi pericoli; perchè, verso quel tempo medesimo, noi troviamo proposta dalla Signoria un’altra legge ugualmente improvvida. Le davano il nome di Decima scalata, ed altro non era, se non quella che noi chiamiamo oggi imposta progressiva. Essa trovava naturalmente una grave opposizione in tutti gli uomini di qualche fortuna; ma il partito popolare la favoriva con una grandissima insistenza. Si riscaldarono, quindi, le passioni, cercandosi dall’una parte e dall’altra argomenti per favorirla o disfavorirla; ed è singolare il vedere, come allora si portassero quelle ragioni e si facessero quei discorsi medesimi che, dopo quattro secoli, noi abbiamo udito ripetere ai nostri giorni.‍[536] Affermava il partito popolare: «Che la uguaglianza delle imposte consiste nello scommodare tutti ugualmente: al che neanche la nuova legge provvedeva abbastanza; perchè se una decima sola strema il povero nelle cose necessarie, due o anche tre decime non restringono al ricco che le cose superflue.‍[537] «Questo nostro paese,» essi dicevano «è come una pezza di panno che fosse capace a darci mantelli ragionevoli per tutti; ma è si male partito, che ci è tale che ha un mantello in cui si ravvolge tre volte dentro, e strascica due braccia di coda per terra; e ci è tale a cui non ne resta tanto che basti pure ad un pitocco.» E poi concludevano scagliandosi contro i ricchi, e le spese superflue, e i danni che queste recano alle città. Rispondevano, dall’altra parte, gli uomini più moderati: «La eguaglianza vuole che niun cittadino possa opprimere l’altro, e che tutti gli uomini sieno ugualmente sottoposti alle leggi: ma il dire che tutti debbano essere pari in ogni cosa, sarebbe un’intenderla ad occhi chiusi, e come un voler mettere tutte le abitazioni d’una casa in un medesimo piano, e far nascere un caos tale, da rovinarvi sotto un mondo, non che una città. Non vedete come voi con queste leggi improvvide seminate discordie, fate nascere disordini, aprite le porte a Piero de’ Medici?» — Sia che queste ragioni persuadessero la Signoria a ritirare la legge, sia che la votazione le risultasse contraria, certo è che non si potè vincere la Decima scalata; e d’allora in poi le cose andarono assai più moderate.

In questo mezzo, il Savonarola s’era ritirato nel silenzio della sua cella, ove attendeva a correggere il Trionfo della Croce, ed a scrivere un gran numero di minori operette che voleva ben presto dare alla luce, onde diffondere più largamente la sua dottrina, e trovare dei fautori in quella nuova lotta contro Roma, che pareva oggimai inevitabile. Per queste cagioni, la direzione delle cose spirituali era venuta nelle mani di Frate Domenico da Pescia, fervido e bollente nelle cose religiose, quanto il Valori nelle politiche. Egli era così cieco ammiratore del suo maestro, che non solo prestava una fede pienissima a tutte le sue profezie, ma lo teneva ancora capace di operare ogni più grande miracolo, e con infinita gioia avrebbe speso la vita per sostenere una qualunque delle parole di lui: se non che, tradito assai spesso da uno zelo eccessivo e da una soverchia credulità, era, sfortunatamente, troppo facile a trascorrere in pericolosi eccessi.

In tale disposizione d’animi e di cose, s’avvicinava il carnevale; e gli Arrabbiati s’erano apparecchiati a promuovere il ritorno delle antiche orgie, delle scandalose feste medicee, e soprattutto del giuoco dei sassi, a cui sapevano il minuto popolo essere più d’ogni altra cosa inclinato. Onde Fra Domenico, assai indegnato di ciò, si decise a combatterli con tutto il suo ardore. Ogni giorno faceva sermoni, indirizzava epistole ai fanciulli;‍[538] e con nuove leggi della Signoria, fece rafforzare quella loro riforma che il Savonarola aveva incominciata nel passato anno.‍[539]

Già essi, uniti sotto alla direzione dei loro capi, percorrevano la città, e, picchiando alle case dei ricchi e dei poveri, chiedevano ciò che chiamavano le vanità o l’anatema. Erano disegni e libri osceni, abiti e maschere carnevalesche; le quali cose non appena ottenute, ripetevano una certa orazione composta dal Savonarola, e andavano oltre. Fu in questo modo raccolta una grande quantità di oggetti che dovevano servire per una festa, immaginata da Frà Domenico e dal Savonarola. Infatti, l’ultimo giorno di carnevale (7 febbraio), niuno pensava più alle solite orgie pagane, ma tutti s’erano apparecchiati ad una solennità religiosa. Nella mattina, uomini, donne e bambini assistevano ad una solenne messa del Savonarola, e si comunicavano per le sue mani. Tornati alle loro case, e fatto un desinare assai frugale, andavano il giorno tutti uniti in una grande processione per la città. Portavano innanzi a loro un Gesù bambino, il quale, opera bellissima del Donatello, era sostenuto sopra quattro angeli, e colla sinistra accennava ad una corona di spine, mentre con la destra era in atto di benedire il popolo. Seguiva dietro la gran moltitudine: alcuni erano vestiti di bianco; la più parte avevano in mano croci rosse e rami d’ulivo; cantavano inni religiosi e laudi spirituali. I limosinieri giravano intorno con vassoi d’argento, accattando pei Buonuomini di San Martino, che ricevettero in quel giorno maggiore limosina che non avevano fatto in tutto l’anno. Arrivata finalmente la processione nella piazza, vi trovarono una gran piramide ottangolare, che sorgeva all’altezza di 30 braccia e girava nella base braccia 120. Era spartita in 15 scalini, sopra i quali erano depositate tutte le vanità raccolte nel carnovale, la cui mostruosa immagine fu posta sulla cima della piramide: l’interno di essa era tutto pieno di materie infiammabili. La folla riempì subito la piazza, ed i fanciulli furono disposti parte sulla ringhiera, parte sotto alla loggia dei Lanzi, continuando sempre a cantare canzoni religiose ed invettive contro al carnovale. Dato un segnale, i quattro custodi misero il fuoco ai quattro angoli della piramide: il fumo e le fiamme si alzarono subito al cielo; le trombe della Signoria sonarono, sonarono le campane di Palazzo; e la moltitudine levò un tal grido di gioia, che parve quasi fosse spento in quel giorno il nemico del genere umano. Così finiva la processione ed il carnevale dell’anno 1497.‍[540]

Quelli che sparlavano d’ogni cosa diretta o consigliata dal Savonarola e dai frati di San Marco, non potevano, certo, restarsi dallo sparlare contro la distruzione di quegli oggetti, e dal dire che assai meglio si sarebbero venduti per darne il valore ai poveri.‍[541] È singolare, però, che negli antichi storici si trovi appena qualche rara memoria di queste accuse; e che nel numero, quasi infinito, di quegli scritti in difesa o in detrazione del Savonarola, nei quali s’era preso ogni argomento per muovergli ingiurie, questo solo sembra essersi affatto tralasciato. Così non è avvenuto presso i moderni.

Quando incominciò a rinascere l’amore delle cose antiche, quando questo amore crebbe sino al fanatismo, in maniera da far credere che noi non fossimo destinati ad altro ufficio che a pubblicare antichi codici e restaurare antichi quadri o monumenti; allora il bruciamento delle vanità divenne un argomento rettorico per chiunque discorreva di quei tempi. Il nome di superstizioso, di barbaro e distruttore delle nostre antiche grandezze, venne profusamente dato al Savonarola. Un antico manoscritto era smarrito? Si affermava subito bruciato dal Savonarola. Un’edizione del Boccaccio diveniva rarissima? Ognuno assicurava che era stata dal Frate distrutta.‍[542] Fu perduta un’antica statua? Niuno dubitò che i Piagnoni l’avessero annichilata nel bruciamento delle vanità.

Ma qual fuoco dovette essere quello che bruciava statue di marmo? Era egli credibile che i fanciulli potessero raccogliere una intera edizione del Boccaccio? Il soggetto, però, si prestava così bene alla rettorica, secondava così mirabilmente le passioni del pubblico, che pochi sapevano resistere alla tentazione di ergersi a difensori dell’antica grandezza dei nostri monumenti, di fare una lunga orazione sopra i funesti effetti del fanatismo. E bisogna notare che il primo innocente autore di questi eccessi, fu il Burlamacchi medesimo, il quale, con una ingenuità sua propria, si fermò lungamente a raccontare e colorire ed esagerare quel bruciamento, come un’opera tutta religiosa, tutta cristiana: a lui non pareva mai di aver detto abbastanza, quando si trattava d’esaltare il santo zelo del suo eroe. Nondimeno, le sue parole non erano tali da dare appiglio all’eccesso cui arrivarono i moderni scrittori; giacchè, fra i molti oggetti di valore che menziona quel biografo, non riuscì a determinarne alcuno di cui si dovesse veramente deplorare la perdita.‍[543] Se non che, alla fine della sua narrazione, il Burlamacchi, tutto esultante, conclude: che avendo un mercatante veneziano offerto per quegli oggetti la somma di 22,000 fiorini, il suo ritratto venne posto sulla cima della piramide, accanto alla immagine del Carnovale, e fu con essa bruciato. Una somma così ingente e quasi favolosa, dava libero gioco alla fantasia, e permetteva facilmente d’immaginare la perdita di ogni oggetto più prezioso.

Avendo, dunque, amici e nemici del Savonarola, per opposte ragioni, ugualmente esagerato in questa materia, divenne assai difficile determinare i giusti limiti del vero. Si doveva, però, considerare che sebbene il Burlamacchi sia assai diligente nel raccontare i fatti che egli vide o sentì ripetere da testimoni oculari, è sempre inesatto ed esagerato in tutte le cifre che riporta. Quando egli ci parla della processione dei fanciulli, ne fa ascendere il numero quasi a tutta la popolazione di Firenze; quando ci parla di limosine raccolte, le cifre che menziona vanno sempre al di là del verosimile. Gli anni e le date sono poi sbagliate in maniera, che da questo principalmente nacque quella tanta confusione nello scrivere la vita del Savonarola, di cui bisognò rifare tutta la cronologia sopra i documenti originali. Che peso, adunque, possono avere dei giudizi fondati sopra una cifra addotta da tale scrittore? Che logica è quella che vuole in questo caso credere alle cifre del Burlamacchi, quando è stato forza discredergli in tutti gli altri? Ed è poi credibile che il Savonarola avesse potuto bruciare delle statue o dei codici preziosi, quando gl’Italiani facevano lunghi e pericolosi viaggi per ricercarli, spendevano la vita e la fortuna per averli? È egli credibile che, nel secolo di Marsilio Ficino e d’Angelo Poliziano, nessuna voce si levasse a condannarlo? e che il Nardi, traduttore di Livio e così caldo ammiratore degli antichi, accennasse con tanta noncuranza a quei pochi che mormoravano?

Ma nel respingere le strane esagerazioni, noi non vogliamo assolutamente negare l’esistenza d’un fatto di cui cerchiamo piuttosto, determinare il giusto valore. Quali fossero le vanità in quella occasione bruciate, noi non sappiamo; ma certo la più parte dovettero essere abiti, maschere ed altri oggetti carnevaleschi;‍[544] giacchè il bruciamento era stato immaginato, solo per distruggere il giuoco dei sassi, e metter fine alle antiche feste del carnovale. Crediamo pure, che a manifestare la sua disapprovazione contro il mal costume dei tempi, avesse il Savonarola fatto bruciare qualche copia di quel Decamerone che era allora divenuto lettura favorita delle suore nei chiostri, e di quei poeti più osceni che andavano per le mani dei fanciulli e delle donne, e contro i quali egli aveva fulminato nelle sue prediche con parole assai energiche. Nè di queste cose intendiamo scusarlo affatto; ma, se il dotto può lamentare la perdita di qualche volume, se il filosofo deplora l’umana debolezza che spesso combatte gli errori con altri errori, e ad un fanatismo ne oppone un altro; la storia deve rammentare che tale fu sempre il carattere degli uomini animati da un forte, da un eccessivo zelo di religione. Che cosa, infatti, non distrussero gl’iconoclasti in Oriente, o i primitivi Cristiani a Roma? Nè si adduca contro al Savonarola la progredita civiltà dei tempi; giacchè, nel secolo dipoi, niuna chiesa e niun quadro resisteva in Germania ed in Olanda alla furia, ben altrimenti devastatrice, dei distruttori delle immagini. Non era forse contemporaneo di Leone X e Francesco I, quel Giovanni Calvino, d’ingegno senza dubbio cultissimo e d’animo ferreo; il quale, fattosi anch’egli capo d’una repubblica, senza il merito d’averla fondata, e chiamandosi banditore di libertà e di tolleranza, non solo puniva severamente i bestemmiatori e chi lavorava la domenica, ma anche imprigionava le donne per la poco modesta acconciatura dei loro capelli.‍[545] Non era egli che, nell’anno 1553, bruciava a Ginevra l’innocente ed infelice Serveto?

Ma perchè andiamo noi risvegliando queste tristi memorie del passato, che umiliano tutte ugualmente il cuore dell’uomo? Per difendere il Savonarola, noi non abbiamo bisogno di ricorrere a questi esempi di fanatismo religioso. Quando le ragioni da noi già addotte non bastassero a provar falsa l’accusa di barbaro distruttore, basterebbero allora i fatti; fra i quali uno che avvenne nel tempo medesimo di questi bruciamenti, è tale che può mettere per sempre termine alla disputa.

Notes in this chapter

Note 1 · La prima di queste lettere era scritta nel giugno 1496; la seconda, indirizzata anche ai Signori Fiorentini, era del gennaio 97, e rispondevNote 2 · Lettera del Giugni, 18 marzo 1496, come sopra.Note 3 · Questa, che gli Otto chiamarono frottola inonesta, non venne stampata; ma l’autore ne dette ad un amico parecchie copie di sua mano, perchè Note 4 · Un’edizione del quattrocento, ma senza data, se ne trova nella Magliabechiana.Note 5 · Sono stampati, e si trovano nella Magliabechiana. Vedi fra i quattrocentisti, G, Custodia 14.Note 6 · Questi Trattati sono inediti nella Magliabechiana, Cl. XXIX, cod. 207. Il meno importante di essi è il primo, che tratta del Cambio; il secoNote 7 · Quest’occuparsi di minute faccende nella Signoria e nel Consiglio, avveniva con molta perdita di tempo, con danno gravissimo, e fu da tutti Note 8 · L’arbitrio, come abbiamo già detto, si poneva, quasi senza regola e senza legge, sopra tutti i beni, meno gli ecclesiastici.Note 9 · L’autore stabilisce quale dovrebbe essere il massimo di queste doti. «Chi va per la maggiore, non possi fare dota più che 500 fiorini larghiNote 10 · Noi abbiamo avuto quest’opuscolo, che non si trova nella Magliabechiana ed è assai raro, dal signor Seymour Kirkupp, dotto inglese che possiNote 11 · Questi versi sono nella Magliabechiana, e li daremo nell’Appendice, con un saggio di questi scritti popolari.Note 12 · Alla fine delle ottave è scritto: «finis addì 31 dicembre 1496;» alla fine delle terzine che seguono: «finis addì 19 luglio.» Si parla dellaNote 13 · Frà Benedetto potrebbe essere eccettuato: ma egli è originale ed eloquente, solo quando narra i fatti avvenuti; quando entra in discussioni Note 14 · Burlamacchi, pag. 71.Note 15 · Il Savonarola stesso lo disse più volte nelle sue prediche. «Insino di Alamania abbiamo lettere di coloro che credono a queste cose.» Vedi PNote 16 · Questa lettera si trova a Milano, ed è inedita. Vedi l’Appendice.Note 17 · Questa lettera è senza data, e fu pubblicata dal Padre Marchese.Note 18 · Anche questa lettera fu pubblicata dal Padre Marchese.Note 19 · Jo. Franc. Pici, Vita Hier. Savonarolæ, cap. XXI.Note 20 · In una lettera del 24 marzo 1496, indirizzata ai Dieci, il Pandolfini riporta minutamente questo dialogo. Vedi i Documenti pubblicati dal PaNote 21 · Questa, almeno, è la sola cui accenni l’ambasciatore messer Ricciardo Becchi, il quale discorre a lungo di quel concistoro in una lettera deNote 22 · Vedi i medesimi Documenti.Note 23 · Di questo viaggio si ha notizia in una lettera dei Dieci al Becchi, la quale fu accennata dal Padre Marchese in una nota ai suoi Documenti; Note 24 · Questo trattato era già compiuto, anzi ne era composta la stampa nel gennaio 1496; giacchè noi vediamo che il 10 di quel mese, il SavonarolaNote 25 · Fu stampato in latino a Firenze, anno Domini 1496, quinto Kalendas septembris, presso ser Pietro Pacini. Lo stesso stampatore pubblicò la trNote 26 · Expositio Fratris Hieronymi Savonarola, psalmi LXXIX: Qui regis Israel etc. Florentiæ anno salutis 1496, IV Kalendas maii. A Modena nello stNote 27 · Predica I. Vedi Prediche sopra Rut e Michea, fatte l’anno 1496 nel giorni di feste, finito che ebbe la quaresima. Firenze 1497; Venezia 1514Note 28 · Prediche sopra Rut e Michea; predica del 20 Agosto.Note 29 · Un luogo del Monte Comune, nel nostro linguaggio vorrebbe dire un’azione sul debito pubblico.Note 30 · Sebbene la nuova legge stabilisse, che i cittadini non dovessero pagare altro che una Decima l’anno, i libri delle Provvisioni, dal 94 al 98Note 31 · Nardi, Storia di Firenze, pag. 104.Note 32 · Nardi, Storia di Firenze; Burlamacchi ec. Il Savonarola, in una sua lettera al fratello Alberto (24 luglio 97), dice: «morono più di certi fNote 33 · Nardi, Storia di Firenze; Sismondi, Histoire des répub. ital.Note 34 · Soiana, Terricciuola, Cigoli ec.Note 35 · Guicciardini, Nardi, Sismondi.Note 36 · Vedi la più volte citata vita del Capponi, scritta dall’Acciaioli e pubblicata nell’Archivio storico, vol. IV, parte II. Questo volume, ove Note 37 · Machiavelli, Estratto di lettere ai Dieci di Balía.Note 38 · Acciaioli, Sismondi, ec.Note 39 · Nella chiesa di Santo Spirito. Vedi Acciaioli, Vita del Capponi; Giovanni Cambi, nella sua storia, a dì 25 settembre 1496.Note 40 · «Del che nasceva gran travaglio e mormorazione nel popolo, il quale universalmente non si voleva alienare dalla maestà del re; dubitando masNote 41 · Sismondi, Histoire des répub. ital. Il Guicciardini dice che all’imperatore vennero promessi 60,000 ducati. Tanta era la diffidenza che i FiNote 42 · Nardi, Guicciardini, Sismondi.Note 43 · Ibidem.Note 44 · Nardi, Guicciardini, Sismondi.Note 45 · Nardi, Sismondi.Note 46 · Questo breve venne pubblicato dal Quetif, colla data erronea del 16 ottobre 1497. Ma in quel tempo, il Savonarola era stato già scomunicato.Note 47 · «E voleva il papa riunire di nuovo tale Congregazione di Toscana colla solita e universale di Lombardia, per potere cavare in tal modo questNote 48 · Responsio Fratris Hieronymi Savonarolæ ad Alexandrum Papam sextum. Anche qui il Quetif pone la data erronea del 27 ottobre 1497. Il Meyer coNote 49 · Questo breve porta, nel Quetif, la data del 16 ottobre 97; il Meyer l’ha giustamente corretta in 16 ottobre 96. Ora, siccome è evidente che Note 50 · Questo si vedrà, in appresso, con ogni evidenza provato da nuovi e importanti documenti. Il Nardi dice continuamente: «il papa che voleva ogNote 51 · Si tacque fin dall’11 settembre, prima del qual giorno non poteva essere arrivato il breve dell’8 settembre.Note 52 · Questa lettera fu pubblicata dal signor Perrens, secondo copia avutane dall’abate Bernardi. Non avendo il signor Perrens visto il Codice delNote 53 · Sismondi; Nardi, pag. 105.Note 54 · Nel Codice magliab. Cl. XXV, Cod. 23, troviamo questa nota dei prezzi, nella carestia del 1497. Grano, lire 5 e soldi 10 lo staio; orzo, lirNote 55 · Nardi, pag. 104, 105 e 115, ediz. Arbib, Firenze.Note 56 · Carlo VIII, che aveva perduto allora il suo secondo ed unico figlio.Note 57 · Il testo dice: «a nove dì da questo;» ed era il 28 di ottobre. Il Savonarola riferisce probabilmente al giorno in cui egli partiva per andarNote 58 · Predica del Reverendo padre Frate Hieronymo da Ferrara, facta il dì di S. Simone et Juda a dì 8 d’octobre 1496, per commissione della SignorNote 59 · Tutto ciò viene minutamente descritto dal Nardi.Note 60 · Queste due prediche si trovano fra quelle sopra Rut e Michea: la seconda fu stampata a parte molte volte; e l’Audin ne cita tre diverse edizNote 61 · Questo breve è inedito nella Riccardiana, Cod. 2053. È importantissimo, perchè il non avere ubbidito ad esso, fu la causa principale della sNote 62 · «Dipoi venne uno breve che tutti li conventi di Toscana si congiungessino e facessino una Congregazione, nella quale dovessi entrare San MarNote 63 · Apologeticum Fratrum Congregationis S. Marci de Florentia. Fu ristampato dal Quetif. In questo scritto vengono, con minuta analisi, ponderatNote 64 · Nardi, Sismondi, Guicciardini, Machiavelli.Note 65 · Idem.Note 66 · Prediche sopra Ezechielle; Venezia 1520. Le prime otto furono dette nell’avvento del 96; le altre nella quaresima del 97. Vedi Predica primaNote 67 · Prediche sopra Ezechielle. Vedi la predica sesta.Note 68 · Iacopo Nardi, Storia di Firenze.Note 69 · La Decima scalata in Firenze, nel 1497; da’ manoscritti inediti di messer Francesco Guicciardini. Sono due lunghi e bellissimi discorsi, cheNote 70 · La nuova legge proponeva, che chi aveva 5 fiorini d’entrata, pagasse una decima sola; e che per ogni 5 fiorini di più d’entrata, si andasse Note 71 · Il Burlamacchi dice espressamente, che il Savonarola aveva, prima, colle prediche ben disposto l’animo dei fanciulli; e poi, «vista in questNote 72 · Il 25 gennaio 1496 (stile nuovo), si vinse nel Consiglio Maggiore una provvisione, che stabiliva alcune regole da osservarsi nel vestire i fNote 73 · Il Burlamacchi fece una minutissima descrizione di quella festa, di cui si parla anche in tutte le altre biografie.Note 74 · Nardi, pag. 114.Note 75 · Questo fu comunemente detto di quella edizione fatta dal Valdarfer, di cui una copia venne, nel 1812, venduta a Parigi 52,000 franchi! Vedi Note 76 · Infatti, il Burlamacchi nomina parecchi oggetti, ma di niuno si può determinare il valore artistico o letterario. Quando non sono abiti e maNote 77 · Questo vien pienamente confermato dal Guicciardini, nella sua Storia di Firenze: «andavano (i fanciulli) per Carnasciale congregando dadi, cNote 78 · Nell’Archivio di Ginevra si trova ancora l’atto che condanna alla carcere una donna, parce qu’elle n’avait pas les cheveux abattus.
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