LIBRO TERZO. [1495-97.]
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CAPITOLO PRIMO. Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano Piero de’ Medici a tentare il suo ritorno in Firenze. Il Savonarola predica contro la tirannide e contro i Medici: questi vengono respinti. [1495-96]
Le cose d’Italia riceveano nuova alterazione, e con esse mutavano grandemente le condizioni della Repubblica e del Savonarola. — Nel principio dell’anno, la fortuna di Francia aveva sempre maravigliosamente prosperato: il re Carlo era giunto a Napoli senza incontrare al suo cammino ostacolo di sorte alcuna; gli Aragonesi eran fuggiti; il nuovo dominio s’era stabilito come per incanto.[382] Ma ben presto, le cose precipitarono al fondo con quella medesima rapidità con cui erano salite in alto. In brevissimo tempo, i Francesi avevano trovato il modo di scontentare ugualmente tutti i governi e tutti i popoli d’Italia. La loro condotta verso i Fiorentini non potrebbe essere condannata con parole abbastanza severe: essi non facevano altro che chieder danari, dando sempre nuove promesse, che non mantenevano mai. I Napoletani ancora erano scontentissimi della loro insolenza; già agognavano il ritorno degli Aragonesi. I governi erano atterriti dalla potenza di questo nuovo esercito che aveva corso vittorioso l’Italia da un capo all’altro; ma più di tutti era scontento quel medesimo Lodovico il Moro, che lo aveva invitato a passare le Alpi. Egli vedeva, con inquietudine grandissima, l’esercito francese pieno d’emigrati lombardi e genovesi; vedeva con terrore il suo nemico personale Gian Giacomo Trivulzi, fra i primi generali e più accetti al re; e finalmente, cresceva adesso la sua irritazione e il suo sospetto, dacchè il re Carlo gli negava quel principato di Taranto che gli era stato nei patti della guerra promesso. Eccolo, adunque, nuovamente dominato dalla paura, darsi tutto a meditar nuove trame; ed egli che aveva chiamato la Francia ai danni d’Italia, tentare ora di farsi capo d’una lega italiana per cacciare i barbari, e riuscirvi![383]
Il giorno 31 marzo 1495, la lega era segnata a Venezia. Vi pigliavano parte quella repubblica, il papa, l’imperatore e il re di Spagna. Il fine che si palesava era: difendere la Cristianità contro il Turco, mantenere l’integrità dell’Italia e degli Stati alleati, mettere in armi 34,000 cavalli e 24,000 fanti. Nel fatto però, il Sultano era stato uno di quelli che più avevano favorito la lega, e prometteva uomini e danari per aiutarla; il suo vero scopo era di cacciar dall’Italia i Francesi.[384] Gli articoli segreti stipulavano, che la Spagna avrebbe mandato un’armata navale per aiutare il re Ferdinando a riconquistare il Regno; i Veneziani avrebbero attaccato le coste dell’Adriatico; il duca preso Asti e chiuso la via ai rinforzi francesi; l’imperatore e la Spagna assalirebbero per terra le frontiere francesi. Così, in un momento, il Moro riusciva a sollevare da per tutto armi contro la Francia.[385] Queste cose non restavano ignote al re Carlo. L’accorto ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, penetrava subito lo scopo della lega; ed il medesimo giorno che si concludeva, egli ne scriveva a Napoli: affrettavasi, poi, a partire per raggiungere il re, cui non restava altra via di salvezza, che lasciare nel Regno forti presidii, e tentare col resto dell’esercito d’aprirsi una via per tornare in Francia.
Nel suo viaggio, l’ambasciatore prendeva la via di Toscana, dove era l’unico stato italiano che, respingendo tutte le offerte degli alleati e non curando le loro minacce, si manteneva ancora fedele a Carlo. Giunto a Firenze, il primo pensiero del Comines fu di andare a San Marco: voleva conoscere da vicino il Savonarola, e formarsi un concetto chiaro di quest’uomo che aveva saputo riempiere il mondo della sua fama. E quello sperimentato conoscitore degli uomini, uscì dalla cella del frate, pieno d’un’ammirazione e d’una venerazione grandissima, di cui nelle sue Memorie parla continuamente. Egli credeva trovare un uomo singolare, ma trovò invece un uomo straordinario. La sua maraviglia cominciò subito, giacchè lo intese discorrere di politica con una conoscenza grandissima delle cose. «Egli mi parlò della grande assemblea[386] che facevano i Veneziani, meglio di me che allora ne venivo. La sua vita era, poi, la più bella del mondo, come ognuno poteva vedere; le sue prediche erano contro i vizi, ed hanno introdotto il buon costume in Firenze. Io non voglio giudicare le sue rivelazioni; ma è certo che ha predetto a me ed al re cose che niuno credeva, e che si sono tutte verificate. Quanto al valersi, come dicevano i suoi nemici, della confessione per conoscere i segreti dello Stato; dirò che io lo credo un uomo buono, e che egli ha rivelato cose che niuno dei Fiorentini potrebbe mai avergli dette.» E tanta fu la fede che il Comines pose nel Savonarola, ch’ei lo interrogava con istanza e con fiducia perchè gli dicesse se il re sarebbe scampato dai pericoli che lo circondavano. Qui il Frate prese un tuono solenne, e cominciò a riandare la fede dal re violata, le promesse mancate, i comandi di Dio disubbiditi, la grande opera della riforma d’Italia e della Chiesa abbandonata. «Questi nuovi pericoli», così egli concludeva, «sono precursori d’un castigo assai maggiore da cui il re sarà flagellato, se non torna all’obbedienza del Signore ed alla buona via. Quanto al presente, dovrà combattere molto; ma pure ne uscirà finalmente vittorioso.» Dopo questo singolare colloquio, il Comines continuava subito il suo viaggio verso il Regno.[387]
Il re Carlo era, intanto, già partito da Napoli il 20 maggio: lasciava forti presidii nel Regno e menava seco tutto il resto dell’esercito sotto i comandi del Trivulzi, onde aprirsi col ferro una via per tornare in Francia. Entrato a Roma il dì primo giugno, desiderava venire ad abboccamento col papa; ma questi era il giorno innanzi fuggito alla volta d’Orvieto. Alessandro Borgia avea molte ragioni per temere lo sdegno dei Francesi. Egli li aveva dapprima invitati in Italia; il danaro avuto, poi, dagli Aragonesi gli aveva fatto voltar faccia; venuta in auge la fortuna francese, si avvicinava di nuovo ad essi; ed ora, non solamente diveniva un’altra volta loro nemico, ma uno degli autori principali della lega. A tutto ciò s’univa anche una storia assai singolare, propria del carattere di quei tempi e del Borgia. — Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, si trovava quivi prigioniero il principe Gemme, fratello del Gran Sultano Bajazetto II. Esso era un giovane d’una fisonomia e d’un’indole tutta orientale, pieno d’ardire; onde aveva trovato molti partigiani, e, non senza qualche speranza di successo, aveva conteso il trono a suo fratello. Costretto poi dall’avversa fortuna a fuggirsi nell’isola di Rodi, veniva fatto prigioniero dal gran Maestro dell’ordine e da lui consegnato a papa Innocenzo VIII; morto il quale, Gemme venne nelle mani d’Alessandro Borgia, che ne faceva mercato. Il Sultano, infatti, temendo moltissimo la liberazione di suo fratello, pagava al papa 20,000 ducati annui pel suo mantenimento; e più volte aveva offerto di dargliene 200,000, quando lo avesse ammazzato. Nel passare, adunque, i Francesi da Roma, la prima cosa che il re Carlo domandava al papa, era di portar seco Gemme, onde servirsene nella guerra che voleva fare al Sultano. Alessandro Borgia, sebbene assai di mal animo, dovette pur cedere alla volontà del re; ed ancora, dovette mandare suo figlio Cesare (che fu poi il Duca Valentino), a seguire il campo francese col nome e gli onori di ambasciatore; ma, in verità, come ostaggio contro la sempre mutabile politica del padre. Ad un tratto, però, si vide che Cesare era fuggito dal campo, e subito dopo moriva inaspettatamente il giovane Gemme. Dissero alcuni che il papa lo aveva dato nelle mani del re, già avvelenato; assicuravano altri, che gli aveva fatto somministrare il veleno per mezzo del figlio. Comunque sia di ciò, è certo che il Sultano mandò subito i 200,000 ducati promessi, più la veste inconsutile di Cristo; ma i suoi inviati furono presso a Sinigaglia fatti svaligiare da Giovanni della Rovere. Tali erano allora i tempi, e tali gli uomini.[388]
Malgrado tutte queste cagioni di risentimento, il re Carlo, non potendo fermarsi a Roma nè pensare allora a vendette, continuava il suo viaggio ed il 13 giugno entrava in Siena. Non è credibile come questa nuova sollevasse gli animi fiorentini, e quanto il re fosse ormai divenuto esoso a quella Repubblica. Essa rimaneva ancora ferma nella sua alleanza; ma non gli poteva perdonare la fede violata, i patti traditi, e l’avere aiutato e sostenuto i Pisani nella loro sollevazione. Non aveva il re fatto altro che chieder sempre nuovi danari, promettendo continuamente di render le fortezze e di far sottomettere Pisa; ma nè l’una cosa nè l’altra aveva poi mantenuta. E per queste ragioni, i Fiorentini, malgrado ogni loro sforzo, s’erano trovati in condizioni sempre peggiori. Essi avevano mandata la loro più ardita gioventù a combattere sotto il comando di Piero Capponi, avevano assoldato Ercole Bentivoglio ed altri capitani; ma i Pisani ricevevano da Genova, da Siena, da Milano e perfino dallo stesso re Carlo, nuovi aiuti. Quando gli ambasciatori fiorentini rammentarono a quel re le promesse da lui fatte, egli aveva risposto: «Ma che posso fare, se i vostri Signori scontentano tutti i loro sudditi?» E poi, mandava ai Pisani ben 600 de’ suoi fanti svizzeri e guasconi, che eran loro d’un grandissimo aiuto nella guerra.[389] Così la ribellione veniva incoraggiata su tutto il territorio fiorentino, e Montepulciano si dava ora (26 maggio) ai Sanesi, che subito vi mandavano un presidio. In tale stato di cose, si avvicinava il re Carlo; e, quasi tutto questo non fosse ancora cagione bastevole di malcontento, egli menava seco Piero de’ Medici!
Non appena ne giunse la nuova in città, che tutti corsero furiosamente alle armi. E fu cosa maravigliosa a vedere, dice lo storico Jacopo Nardi, in quanto poco tempo si fossero armati uomini e fanciulli; e come i privati cittadini facessero a gara coi commissari della Signoria, per empiere la città di vettovaglie e di armi. Nei borghi, vennero in brevissimo tempo raccolti undicimila fanti di corazza; nelle case, ognuno aveva raccolto amici e familiari, provveduto le torri di sassi, sbarrato le porte; molte vie furono asserragliate; e i gonfalonieri delle compagnie percorrevano di notte la città, perchè non si volle in questa occasione permettere ad alcun fante forestiero di entrarvi. E tutto ciò era provveduto da quei Piagnoni che gli Arrabbiati dicevano buoni solo a borbottare Ave-Marie. Essi non tralasciarono, è vero, gli uffici divini; fecero pubbliche orazioni, molte limosine, e portarono in solenne processione la Madonna dell’Impruneta; ma quelli che più erano caldi in questi uffici divini, più erano pronti a pigliare le armi. Ed il Savonarola, che si trovava allora a continuare le prediche delle feste sopra i Salmi, gridava dal pergamo: «Fate orazione, ma non tralasciate i provvedimenti umani: bisogna aiutarsi in ogni modo, con tutti mezzi, chè allora il Signore sarà con voi: animo, o fratelli, e soprattutto unione. Se voi starete uniti e concordi in un solo volere, sia pure tutto il mondo contro di noi, la vittoria sarà nostra. Non vi spaventate di queste cose, perchè noi siamo appena al principio del gioco. Voi vi troverete in tempi terribili, voi vedrete nemici da tutte le parti, voi udirete: eccoli a Roma, eccoli da quella parte, eccoli da questa, eccoli, son qui. Ed allora, oh povera Firenze! oh povera Italia! Unione, adunque, fra voi, unione nel Signore; perchè la vittoria dev’essere in fine dei buoni.»[390]
Ma, intanto, i primi ambasciatori che la Repubblica mandava al re Carlo, non ottenevano altro che brusche risposte. Essi chiedevano per qual via volesse passare, acciò la fornissero di vettovaglie; ed il re: «Fornite tutto il dominio.» Era sdegnatissimo di vedere la città di Firenze mettersi tutta in armi, come all’avvicinarsi d’un nemico. E dall’altro lato, gli ambasciatori, vedendo nel campo Piero de’ Medici e dubitando che il re non volesse rimetterlo in Firenze, usarono parole più ardite che savie; onde ne era a vicenda cresciuto lo sdegno, e senza un uomo che avesse avuto grande autorità e fermezza, non era più sperabile accordo amichevole. Tutti si rivolsero, allora, unanimi al Savonarola. Egli solo aveva saputo usare un linguaggio fermo ed imperioso verso quel re, senza irritarlo; egli ne era quasi venerato, ed aveva tenuto con lui continua corrispondenza di lettere, delle quali ora tutti sapevano quale fosse il tenore. Una di esse, venuta nelle mani de’ suoi nemici, era stata da loro pubblicata per muovergli contro lo sdegno della lega; ma, invece, gli aveva immensamente accresciuto l’amore del popolo, perchè discorreva presso a poco in questi termini: «Cristianissimo Sire, il Signore vuole che i Fiorentini restino collegati con la Vostra Maestà, ma vuole che sotto la vostra protezione sia ampliata la loro libertà e non l’autorità di alcuno particolare cittadino; imperocchè la Divina Bontà ha disposto e deliberato di mandare, per tutto, a terra i tiranni. Il Signore punirà terribilmente quei privati cittadini che volessero usurpare il dominio di questa florida repubblica, come nel passato è avvenuto; perchè questo nuovo e popolare governo e reggimento è stato fatto da Dio, e non da uomo alcuno; e perchè Egli ha eletta questa città e vuole magnificarla e l’ha ripiena dei suoi servi; e chi la tocca, tocca la pupilla del suo occhio. Onde, o Sire, se voi non obbedirete, e non manterrete le promesse ai Fiorentini, e non restituirete le loro fortezze, molte saranno le avversità che vi verranno addosso, ed i popoli si ribelleranno contro di voi.»[391]
Chi altri poteva, chi doveva presentarsi al re per liberare la Repubblica da tanto pericolo, se non colui che sapeva usare un tale linguaggio? A Poggibonsi, adunque, s’incontravano di nuovo Carlo VIII ed il Savonarola; il quale, assumendo il suo tono profetico ed imperioso, ripeteva a voce quelle cose medesime che aveva dette in iscritto. Rammentava al re, che ora tornava quasi fuggendo verso casa, come questi nuovi pericoli erano quelli appunto che esso gli aveva già predetti a Firenze, e che gli aveva riconfermati nelle sue lettere. «Cristianissimo principe,» egli diceva, «tu hai provocato l’ira del Signore per non avere mantenuta la fede ai Fiorentini; per avere abbandonata quella riforma della Chiesa, che il Signore ti aveva per mezzo mio tante volte annunziata, ed a cui ti aveva eletto con segni così manifesti. Tu, per ora, uscirai da questi pericoli; ma se non riprendi l’opera abbandonata, se non obbedisci ai comandi che di nuovo il Signore ti ripete per mezzo del suo inutile servo, io ti annunzio che maggiori assai saranno le sventure che ti manderà l’ira di Dio, ed un altro sarà eletto in tua vece.»[392] Il re parve quasi atterrito a questo linguaggio, e continuando subito il suo cammino verso Pisa, pregò il Savonarola di accompagnarvelo. Ma questi, dopo avergli parlato una seconda volta a Castel Fiorentino, volle tornarsene indietro, per non avere a capitar nelle mani dei nemici di Firenze. Il 21 di giugno, egli annunziava dal pergamo che il pericolo era anche questa volta passato; e di qui pigliava occasione per raccomandare di nuovo le orazioni, il ben vivere, l’unione ed il governo popolare.[393]
L’entrata del re a Pisa era, intanto, trionfale. I Pisani gli aprivano le case dei principali cittadini; le loro donne si privavano di tutte le gioie per donarle a lui ed ai suoi baroni: così, facendo contrasto al mal umore che avevano mostrato i Fiorentini, cercavano, contentando la sua avarizia, tirarlo dalla parte loro. E quando egli, per questi segni d’affezione, era già assai ben disposto, ecco che, uscendo un giorno dalla messa, gli vengono incontro le più belle donne pisane vestite a bruno, colle chiome sciolte, coi piedi nudi, con funi al collo, in segno dell’odiata servitù, e ad alta voce chiedevano la loro libertà. Il popolo intero si univa a quelle voci, il re e i suoi generali parevano commossi a questa scena. Si raccolse, difatti, il consiglio dei baroni e si tenne, per un momento, serio discorso d’aiutare i Pisani; ma questo pensiero fu, poi, come tutti gli altri abbandonato. Ai Pisani non fu data la libertà, ai Fiorentini non si resero le fortezze, al Savonarola non si tennero le nuove promesse; ma, pigliando la via di Lucca e Pontremoli, il re insieme coll’esercito continuava il suo cammino. A Fornovo sul Taro, incontrava gli eserciti alleati; egli aveva 9000 uomini, i nemici assai di più. Si venne a giornata il 6 luglio, e fu poi lunga disputa da qual lato fosse stata la vittoria. Ma certo, il re volendo passare, passò; gli alleati volendolo impedire, nol poterono. Carlo VIII si fermava ad Asti, ove s’abbandonò di nuovo ai piaceri; tornava poi lentamente in Francia. — Il 7 luglio, Ferdinando II d’Aragona faceva la sua entrata in Napoli, ristabiliva il caduto governo; e non gli restava altro a combattere se non quelle poche guarnigioni che, ancora non avendo ceduto, si trovavano sparse nel Regno senza aiuto e senza consiglio. — Così i Francesi, in meno d’un anno, avevano traversato due volte tutta Italia, conquistando e perdendo colla medesima facilità; scontentando ugualmente amici e nemici, nè lasciando di loro altra memoria che di avidità e di mala fede.[394]
La loro condotta verso Firenze continuava ad essere sempre la stessa. Sia che il generale che teneva la fortezza di Pisa ricevesse in segreto ordini diversi da quelli che il re gli mandava in palese; sia, come altri dicevano, che egli si fosse innamorato d’una giovane pisana: certo è, che non solamente non rese mai le fortezze; ma giunse (una volta che i Fiorentini, combattendo i Pisani, s’erano spinti assai oltre verso la porta di San Marco), a far fuoco addosso a loro colle sue artiglierie, ammazzandone parecchi. La Repubblica faceva, per queste cose, continue rimostranze, mandava nuovi ambasciatori e nuovi danari al re, prometteva d’aiutare i soldati sparsi nel Regno. Nel mese di settembre, messer Niccolò Alamanni tornava, finalmente, dalla Francia, con un ordine espresso del re ai suoi generali e soldati, che rendessero le fortezze e lasciassero il soldo pisano: ma, lungi dall’obbedire, nel gennaio del 1496, i Francesi vendettero ai Pisani la loro fortezza per 14,000 fiorini, ed altri 10,000 ne ricevettero pel prezzo delle artiglierie che lasciavano. Le fortezze di Sarzana e Sarzanello furono, per 20,000 fiorini, vendute ai Genovesi; quella di Pietrasanta ai lucchesi, per 30,000; ai Fiorentini non fu rilasciata che la fortezza di Livorno.[395]
Eppure, malgrado tutto ciò, la partenza dei Francesi dall’Italia aveva peggiorato gravemente le condizioni della Repubblica. Gli alleati, ormai liberi e sicuri da ogni pericolo, si potevano rivolgere contro di essa. Odiavano mortalmente quel nuovo governo, e volevano punirlo per essersi mantenuto fedele alla Francia, e non aver voluto entrare in quella lega, che essi dicevano aver fatta per liberare Italia dai barbari. Il pericolo diveniva, quindi, gravissimo; e la sola speranza che Firenze potesse avere contro nemici così potenti, stava nel poco accordo che regnava fra di loro. Il papa ed i Veneziani volevano, infatti, rimettere Piero de’ Medici; ma il Moro, sebbene in apparenza consentisse a questa proposta, odiava personalmente Piero, andava d’intesa cogli Arrabbiati, e nutriva qualche lontana speranza di potere un giorno stendere la sua potenza anche su quella Repubblica. Nondimeno, fu concluso, per allora, d’incoraggiare il Medici a raccogliere uomini e danari, onde tentare il suo ritorno in Firenze. Egli, come è ben da credere, si mise all’opera assai volenteroso; e sebbene fosse già rovinato nella fortuna e nel credito, pure, fatto il suo maggiore sforzo, raccolse 10,000 ducati, che pose nelle mani di Virginio Orsini, acciò radunasse i suoi antichi soldati. E l’Orsini, che il giorno della battaglia del Taro s’era vergognosamente fuggito dal campo francese, pigliò con ardore questa occasione, onde mettersi di nuovo sulla riputazione delle armi. — Nel tempo che Piero e l’Orsini si sarebbero avanzati verso Firenze, Giovanni Bentivoglio, assoldato dai Veneziani e dal Moro, doveva irrompere dai confini bolognesi contro la Repubblica; Caterina Sforza, signora d’Imola e Forlì, mandare da un altro lato le sue genti a fare lo stesso; i Sanesi e Perugini facevano sperare larghi aiuti: e così tutto sembrava augurare prospero esito al tentativo di Piero de’ Medici. Ma quando si venne al fatto, le cose mutavano aspetto. Piero e l’Orsini s’erano avvicinati colle loro genti, a piccole giornate, verso i confini della Repubblica; aspettando sempre gli aiuti promessi, i quali non venivano mai: onde consumavano invano il tempo e i danari.
Mentre nel campo mediceo le cose procedevano con tanta freddezza, a Firenze i cittadini, animati dal Savonarola, mostravano grandissima energia. Il Frate s’era da più tempo taciuto, a causa dei cresciuti mali umori di Roma, de’ quali parleremo a lungo nel capitolo seguente. Ma nel ritirarsi dal pergamo, aveva annunziato che gravi pericoli sovrastavano alla città, ed aveva fatto votare quella legge contro i Parlamenti, che doveva essere la guardia principale della libertà. Ora, verificandosi i pericoli annunziati, il suo nome saliva in nuovo auge; ed egli, messo da banda ogni riguardo, tornava sul pergamo il giorno 11 ottobre, per dare animo ai cittadini e incoraggiarli alla difesa della patria. La sua predica incominciava col discorrere di cose tutte religiose: — «La vita dell’uomo, o fratelli,» così egli diceva, «è una milizia continua sopra la terra; e la maggiore milizia è quella del vero cristiano, perchè egli deve combattere contro ogni cosa che impedisce lo spirito. Combatte contro il mondo, contro la carne, contro il demonio; ed è sempre in continua guerra. Così fu degli Apostoli, così fu dei martiri, così sarà sempre dei buoni cristiani: Iddio lo vuole, per dar poi a loro maggiore gloria nell’altra vita. Onde non vi dovete maravigliare se, annunziando noi cose nuove, abbiamo tanta contraddizione. Io mi maraviglio che non le abbiamo ancora maggiori. E perchè noi dobbiamo combattere, così siamo tornati in campo, per rassettare un poco le schiere disordinate ed apparecchiarle ad una nuova guerra. E vogliamo far due cose: l’una combattere, che non cesseremo mai insino alla morte; l’altra vincere, perchè le cose di Cristo debbono sempre avere vittoria. Voi non dubitate di nulla, chè in ultimo la vittoria sarà nostra; e se io morissi, questa cosa sarà come l’idra dei poeti, che tagliato un capo, ne uscivano sette.» Procedendo oltre in questo modo, egli volgeva il discorso dalle cose religiose alle politiche; e prima discorse ironicamente contro coloro che dicevano male del nuovo governo. «Magnifici Signori, io vorrei che quando voi avete qualche cosa difficile alle mani, chiamaste uno di questi cicalatori e gli diceste: — Di’ su un poco, che s’ha egli a fare di questa cosa? — E s’ei sa quel che si dice, io voglio perderci il mantello. Voi vedrete che egli non saprà cosa rispondere, o pure dirà qualche gran pazzia. E voi allora, togliete un quarteruolo di panico e ditegli: vien qua, prendi e dài beccare ai polli; ma lascia le cose di Stato.»
Questo tuono burlesco continua ancora un poco; e finalmente il Savonarola, entrando nella quistione grave e seria del giorno, muta linguaggio e diviene terribile. Egli non vuole mezze misure quando la patria è in pericolo. In chiesa, sul pergamo, col crocifisso in mano, egli consiglia apertamente e ad alta voce, di mettere a morte quelli che vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, che vogliono farvi ritornare i Medici. «Bisogna usare con costoro, come fecero i Romani contro quelli che volevano rimettere Tarquinio. Tu che non vuoi avere riguardo a Cristo, vuoi averne ai privati cittadini? Fa giustizia, ti dico io. Tagliali il capo; e sia pure il maggiore della casa sua quanto voglia: tagliali il capo. Rammentati la legge che si è fatta contro i parlamenti, insegnala ai tuoi figli, scrivila per tutto. Tu non devi fidarti in altro che in questo Consiglio Grande, che è opera di Dio e non degli uomini; e chi vuole mutarlo, chi vuol fare tiranno, chi vuol fare governo di privati cittadini, sarà dal Signore maledetto in eterno.» Raccomandava poi energia, coraggio e risoluzione nel prendere i necessari provvedimenti; perchè «colui che spera negli aiuti divini senza aiutarsi da sè, tenta il suo Signore.» Queste medesime cose ripeteva con uguale energia i giorni 15 e 25 dello stesso mese; e solo quando fu sicuro che il popolo aveva ripreso il suo coraggio, tornò di nuovo in quel silenzio che gli era imposto da cagioni di cui fra poco dovremo discorrere.
L’effetto di quelle parole non tardò molto a farsi sentire. Quattro giorni dopo la prima predica, si vinceva una provvisione, che, mentre rimetteva la taglia sopra i Medici, era quasi un generale eccitamento alle armi. Essa diceva, presso a poco, così: «Avendo Piero de’ Medici, pel suo tirannico appetito, tentato molte cose contro la libertà fiorentina, viene per gli Otto della Balía dichiarato ribelle; onde, secondo gli statuti, può essere impunemente ammazzato. E perchè si vede perseverare nel cattivo animo, incitando ai danni di questa città, non solo molti baroni di Roma, ma il sommo Pontefice e quasi tutti i potentati d’Italia; sperando con questi favori occupare la vostra libertà, usurpare le vostre entrate, violare le vostre donne e fanciulle, e riassumere quella tirannica vita colla quale egli e i suoi antenati hanno tanto tempo afflitto la vostra città: venne pei medesimi Signori Otto di Guardia e Balía deliberato, che chiunque uccidessi detto Piero de’ Medici, debba avere fiorini 4000 larghi di oro.»[396] Più tardi fu messa una taglia di 2000 fiorini anche sulla testa di Giuliano dei Medici;[397] e furono creati uffiziali per amministrare i loro beni a vantaggio della Repubblica.[398]
Ma ciò non bastava, nè il popolo fiorentino si fermava a questo. Le prediche del Savonarola avevano allora mosso a prendere le armi Arrabbiati e Piagnoni; perchè l’odio contro i Medici era loro comune, e la vicinanza di Piero metteva sdegno e paura sì agli uni come agli altri. I provvedimenti presi furono, quindi, forti e prontissimi. La guerra di Pisa venne subito sospesa, lasciandovi solo 2000 fanti e 300 uomini d’arme. Mandarono 1000 fanti e 3000 uomini d’arme presso Cortona, per tener fronte al nemico, che sembrava avvicinarsi da quel lato. Nel medesimo tempo, venne formato un campo di 1500 fanti e 300 uomini d’arme, presso al confine dei Sanesi, per impedire che questi si riunissero coi Medicei. In tal modo Piero dei Medici era come circondato da ogni lato. Egli aspettava ozioso, fra le Tavernelle e Panicale, gli aiuti promessi, che non vennero mai. Ed in su questo aspettare, finivano i danari e l’esercito si scioglieva, partendone anche lo stesso Virginio Orsini. Così Piero de’ Medici si trovava nella campagna, solo con qualche soldato, con l’impresa andata a vuoto, e senza aver fatto altro che raccogliere danno e vergogna, e dare l’ultimo crollo alla sua già rovinata fortuna. Si dava, dunque, ramingo alla fuga, e, lamentando la tradita fede e le vane promesse degli alleati, tornava a Roma per cercare ricovero nella corte o presso i suoi amici.[399] I Fiorentini, lieti del pericolo superato, rimandavano le genti a Pisa, e si mettevano in sempre maggiore sospetto della Lega; la quale, come si vedeva ora troppo chiaro, coprivasi col nome d’Italiana, per meglio opprimere la Repubblica.
CAPITOLO SECONDO. Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del papa: sua risposta. Un nuovo breve gli sospende la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il cappello cardinalizio, ed egli lo rifiuta. [1495-96.]
Il tentativo di Piero dei Medici non riusciva, per l’odio che avevano contro di lui Arrabbiati e Frateschi: ma quando gli alleati avessero voluto aiutarlo davvero, la città di Firenze non avrebbe facilmente potuto resistere alla forza delle loro armi; onde il niun successo di quella impresa deve attribuirsi ancora al non regnare fra di essi alcuno accordo. Lodovico il Moro non aveva mai dimenticato le ingiurie ricevute da Piero dei Medici; e malgrado le continue proteste che questi ora faceva, di amicizia, anzi di soggezione, egli non lo voleva ristabilito in Firenze. Andava, invece, d’accordo cogli Arrabbiati, i quali erano riusciti ad irritarlo fortemente contro al Savonarola, dandogli ad intendere ch’ei lo pigliasse direttamente di mira, anzi lo nominasse personalmente nelle prediche che faceva contro i vizi dei principi italiani, e nelle sue descrizioni del tiranno. Onde, già da più tempo, s’erano uniti a procurare la rovina del Frate, il Moro e gli Arrabbiati.[400] Questi, così, ottenevano il loro fine di combattere il governo popolare, senza parere; mentre il Moro, nel perseguitare un frate a lui già avverso, si creava degli amici in Firenze, e nutriva le sue speranze d’avere un giorno a mettervi piede.
Quanto al resto degli alleati, i Veneziani che non vedevano di buon occhio questi segreti accordi e maneggi del Moro, favorivano sempre Piero de’ Medici; ma erano soli a volerlo decisamente rimettere in Firenze. Il papa stesso vi andava assai freddo, giacchè il suo fine principale era solo di accrescere stato ai suoi figli: simpatie vere non aveva per alcuno, ed anch’egli agognava segretamente di stendere le sue avide mani sulla repubblica fiorentina. Facile assai dovette, quindi, riuscire agli Arrabbiati ed al Moro, tirarlo con loro nella sanguinosa guerra che disegnavano fare contro al Savonarola. Ed una volta acceso il fuoco dell’ira, in quell’animo così tenace nell’odiare, la cosa procedette da sè stessa rapidamente al suo fine.
Alessandro VI, noi lo abbiamo detto più sopra, non aveva sul principio alcuna cagione di particolare odio contro al Savonarola; ma quando cominciarono, sin dal principio dell’anno 1495, a venir lettere da Firenze e da Milano, che gli dipingevano il Frate come un audace accusatore del clero e del Santo Padre; quando quelle prediche, già per sè stesse ardite, venivano messe sotto ai suoi occhi, alterate, esagerate, trasformate; quando gli dicevano che il priore di San Marco era il solo sostegno del partito popolare, il solo autore dell’odio contro ai Medici; Alessandro cominciò allora a destarsi ferocemente. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro e strumento principale nella elezione del Borgia, era quegli che con maggiore efficacia maneggiava queste trame, e soffiava abilmente in quel fuoco, appena acceso. A Roma si trovava ancora un altro dei più fieri persecutori del Savonarola in quel predicatore Frà Mariano da Gennazzano, che mai non gli aveva perdonato la vergognosa disfatta da lui ricevuta in Firenze. Egli era dei più attivi a cospirare in favore dei Medici e contro al Savonarola; lo accusava con ogni sorta di calunnie; lo chiamava istrumento del Diavolo; e pretendendo conoscere i suoi segreti fini, lo faceva autore di mille trame contro al papa istesso.[401]
Il Borgia finalmente si pose all’opera, e cominciò con un’astuzia degna di lui. Il giorno 25 di luglio 1495, scriveva al Savonarola un breve tutto pieno di dolcezza. «Diletto figlio,» ei gli diceva, «salute ed apostolica benedizione! Noi udimmo che, fra tutti quelli che lavorano la vigna del Signore, tu ti adoperi con maggiore zelo: di che siamo altamente lieti[402] e ne innalziamo lodi all’Onnipotente Iddio. Udimmo ancora come tu affermi, quello che pronunzi dell’avvenire, non procedere da te, ma da Dio: onde desideriamo, siccome è dovere del nostro pastorale ufficio, discorrerne teco; acciò, per tuo mezzo meglio conoscendo quel che a Dio piace, noi possiam praticarlo.[403] Così, in virtù di santa obbedienza, ti esortiamo a venir quanto prima presso di noi, che ti vedremo con amore e con carità.[404]»
Quel breve era tanto più finamente astuto, in quanto calcolava sulla buona fede del Savonarola, la quale era invero grandissima. Ma il carattere del Santo Padre era troppo noto; ed in Firenze si conoscevano troppo bene le trame degli Arrabbiati, che già avevano col ferro o col veleno tentato d’ammazzare il Savonarola, ed ora si vantavano apertamente della loro amicizia con Roma: sì che a niuno poteva essere nascosto il fine di un invito così stranamente benigno. Era chiaro che trattavasi o d’ucciderlo per via, o, quando questo non potesse riuscire, di farlo morire nelle prigioni di Castel Sant’Angelo.[405] I suoi amici, perciò, vennero a pregarlo che non volesse muoversi da Firenze, ove la sua presenza diveniva più che mai necessaria, quando già la partenza dei Francesi faceva correre nuovi pericoli al governo popolare. Era un caso pel Savonarola assai grave e difficile: trattavasi o di non obbedire alla chiamata del papa, o di esporsi ad essere vittima degli Arrabbiati, che volevano in lui uccidere la Repubblica. Fortunatamente, però, aveva una scusa assai legittima per non partire. Egli era appena guarito della sua grave infermità viscerale, da cui si trovava in modo rifinito, che secondo i medici, ove non sospendesse lo studio e la predica, sarebbe stato in pericolo di morte. Già alcuni giorni innanzi, egli aveva annunziato queste cose al popolo, dicendo che la sua malattia lo costringeva a sospendere la predicazione;[406] ognuno, d’altronde, poteva leggergli nel volto il suo esaurimento, e vedere come a fatica salisse le scale del pergamo. È ben vero che, arrivato in presenza del popolo, e cominciato una volta a parlare, egli riacquistava subito il suo vigore, e sembrava anzi più fiero e più forte che mai. Ma tutto ciò era solo un momentaneo e quasi fittizio eccitamento, del quale si risentiva assai spesso in maniera, che per molti giorni ne restava affatto esausto. Decise, adunque, di sospendere del tutto le sue prediche, e nello stesso tempo addurre al papa queste giuste e valide ragioni che l’obbligavano, per ora, a ritardare la sua partenza. Ma prima di ciò fare, volle pigliar commiato dal popolo, e dare quei consigli che, nelle presenti condizioni, erano divenuti necessari. Egli prevedeva i pericoli che soprastavano alla Repubblica; vedeva che bisognava allora guardarsi, non solo dagli Arrabbiati, ma ancora dai Medici, tanto più pericolosi, quanto meno erano temuti.
Il 28 luglio fece, quindi, una delle sue prediche terribili. La Signoria venne, quel giorno, in Duomo con tutti i magistrati, ed il Savonarola saliva il pergamo coll’animo assai contristato. Doveva prendere commiato dal suo popolo, nel momento in cui la partenza del re Carlo, e la fede da lui violata, avevano messo la Repubblica in nuovi pericoli; nel momento in cui i suoi nemici gli movevano guerra per cominciare colla sua rovina quella della Repubblica, ed erano abilmente riusciti a fare il papa valido strumento di queste ire di parte. Se, però, in lui si voleva attaccare la Repubblica, egli vedeva assai chiaro che nel difendere sè stesso, difendeva il popolo intero. Onde, sebbene salisse a fatica le scale del pergamo, quando si trovò in presenza del popolo e riguardò in faccia l’attenta moltitudine, fu come animato d’un subito spirito.
Prese a discorrere dei corrotti costumi, e degli scandali che sempre avevano luogo in Firenze. I giuocatori, i bestemmiatori, le donne di mala vita, ed altra gente dedita a vizi che il pudore non permette di nominare, ammorbavano ancora Firenze, e più audaci divenivano a misura che il Frate era perseguitato: che sarebbe, ora che egli doveva tacersi? Il Savonarola, perciò, fu quel giorno senza pietà contro di loro. Raccomandava di punirli severamente, di punirli anche colla morte, se non si potevano altrimenti frenare. Narrava il delitto di Acor, e come il Signore si fosse, per quello, adirato contro tutto il popolo ebreo, nè fu placato altrimenti che colla morte del colpevole. «Vedi, adunque, Firenze, tu che vuoi essere così pietosa, vedi quello che fece fare Iddio. Sei tu più savia di Dio? sei tu più misericordiosa di Dio? sei tu più d’assai di Dio, tu?»... «O Firenze! tu vuoi essere più clemente di Dio; ma la tua clemenza è una demenza: tu hai una pietà crudele: fa giustizia, ti dico io, di quel vizio nefario.[407] Io vi dico che l’onnipotente Iddio vuole giustizia: bisogna levarsi su e pigliare uno di questi, e menarlo là e dire: costui merita la morte. Altrimenti, pericolerete voi e la vostra città. Sospendete i balli, sospendete i giuochi, chiudete le taverne. Io ti dico, o Firenze, che questo è tempo di pianto e non di festa.» — Queste, però, non erano che minacce, fatte solo per spaventare il popolo; giacchè il Savonarola non abbandonò mai la sua naturale moderazione, sebbene più volte si lasciasse trasportar dalle parole.
Viene poi a discorrere della profezia; e dice ch’essa è necessaria alla salute del popolo e della Chiesa, «la quale, oggi, è desolata per la corruzione de’ suoi capi, per la mancanza di buoni predicatori. Il vero predicatore dovrebbe mettere in abbandono la sua vita per la verità, e per cercare la salute del suo popolo: ma dove si trovano oggi questi predicatori? Io ti dico che sino a tanto si continua così, la Chiesa anderà sempre in maggiore rovina, l’Italia non avrà più riposo. Te l’ho già detto, o chierica, per te è nata questa tempesta.»
Qui muta di nuovo soggetto, e si rivolge alla politica. «Io vi ho predicato quattro cose: il timore di Dio, la pace, il bene comune e la riforma del governo, cioè il Consiglio Maggiore: ora non mi resta che confermarvele.» E così, pigliandole in esame ad una ad una, le ribadisce con nuovi argomenti. Raccomanda soprattutto l’unione, e vuole che si facciano Uffiziali di pace, «i quali tolgano questi nomi di Bigi, di Bianchi e di Arrabbiati, che sono la rovina della città.... Si solleciti in ogni modo la costruzione della sala del Consiglio; si prendano, se bisogna, gli operai del Duomo, chè la loro opera sarà così più accetta al Signore. Si tenga fermo questo Consiglio, si migliori, si corregga; e sia la sola speranza, la sola fortezza del popolo.» Fu in questo giorno e in questo punto che il Savonarola propose quella legge per l’abolizione dei parlamenti, della quale abbiamo più sopra discorso; e disse quelle tremende parole contro coloro che sempre li desideravano, «e non si vogliono persuadere che questo Consiglio è divenuto il padrone di tutto, e deve fare ogni cosa.» Egli non trovava minacce, non trovava pene bastevoli contro di essi; perchè sapeva che il Parlamento era l’arme a cui gli Arrabbiati, e massime i Medici, volevano fra poco ricorrere per mutare la forma del governo. Quando egli ebbe, così, persuaso al popolo d’assicurarsi contro i nuovi pericoli, dètte alcuni altri brevi consigli, e s’affrettò a concludere. Raccomandava alla Signoria di non perdere il tempo continuamente nelle piccole cose, come troppo si usava in Firenze; ma provvedere solo a ciò ch’era d’importanza, e commettere il resto agli altri magistrati. Raccomandava si facesse ogni cosa per incoraggiare il lavoro, «quando bene si dovessero lasciare le gabelle all’arte della seta e della lana.» E, finalmente, così prese commiato: «Popolo mio, quando io sono quassù, io son sempre sano; e se fuori di pergamo io stessi come sto qua sopra, io starei sempre bene.» «Ma quando sarò disceso giù, credo che avrò le mie, e per questa ragione starò un pezzo a rivedervi; chè bisogna pure attendere un poco a guarire. Ricomincerò poi a predicare, se sarò vivo. Credo di stare un mese, se già le vostre orazioni non mi rivocassero prima. In questo tempo verrà a predicare Frà Domenico: io tornerò poi, se sarò vivo.» «Ma il bene di Firenze starà in ogni modo. Si affatichino pure i malvagi a lor posta, chè questa sementa deve fruttificare, perchè Iddio lo vuole. Oggi io potrei dirvi chi sono gli autori dei vostri pericoli; ma non voglio far male a nessuno, e voi li saprete quando saranno puniti. Io ora concludo, che ho tanto predicato e sonmi tanto affaticato, che ho abbreviato la vita mia di molti anni, e sono forte mancato. — Orsù, frate, che premio vuoi tu? — Io voglio il martirio; io sono contento di sopportarlo; io te ne prego ogni giorno, o Signore, per amore di questa città.»[408]
Fatta questa predica, il Savonarola subito rispose al papa, il giorno ultimo di luglio; e la sua lettera è notevole per decorosa umiltà, e per nobile franchezza nello stesso tempo. Egli diceva, che il primo dovere del religioso è certamente l’obbedienza ai superiori; ma, pure, gli è permesso di addurre quelle ragionevoli scuse che qualche volta possono farvi ostacolo; e citava a questo proposito le parole di papa Alessandro IV al vescovo di Ravenna. «Beatissimo Padre,» continuava poi, «nulla io desidero più ardentemente che vedere la soglia degli apostoli Pietro e Paolo, per adorarvi le reliquie di tanti Santi; e assai più volentieri sarei venuto ora, che il Santo Padre si degna chiamare a sè l’umile servo. Ma esco appena da una gravissima infermità, che mi ha fatto sospendere la predicazione e lo studio, e mi tiene ancora in pericolo di vita.
»Io sono, d’altronde, tenuto d’obbedire più alla benigna intenzione del comando, che alle semplici parole di esso. Ora, avendo il Signore per mezzo mio liberata questa città da una grande effusione di sangue, e ridottala a buone e sante leggi;[409] son molti i nemici, così dentro come fuori di essa, che avendo desiderato metterla in servitù, e trovandosi invece delusi, vogliono il mio sangue; e più volte hanno col ferro e col veleno attentato alla mia vita. Onde io non potrei muovermi senza manifesto pericolo, e neppure in città posso camminare senza una scorta armata. Inoltre, questa nuova riforma che il Signore ha voluto per mezzo mio introdurre in Firenze, ancora non ha ferme radici, e, senza un continuo aiuto, pericola visibilmente: onde, per giudizio di tutti i buoni e savi cittadini, la mia partenza sarebbe di danno grandissimo alla città, mentre riuscirebbe costì di poco profitto.[410] Io non debbo supporre che il mio superiore desideri la rovina d’una intera città: spero, quindi, che la Vostra Santità voglia benignamente tollerare questo indugio; acciò sia condotta a perfezione la riforma incominciata per volontà del Signore, e per vantaggio della quale, io ne son certo, Esso ha fatto ora nascere questi impedimenti al mio partire.[411]
»Che se la Vostra Santità desidera farsi più certa delle cose da me pubblicamente predette intorno al flagello d’Italia ed alla rinnovazione della Chiesa, le potrà leggere in un mio libro che ora viene alla luce (Compendium revelationum). Io volli per le stampe pubblicare queste predizioni, acciò, se non si verificano, sia chiaro a tutto il mondo che io sono falso profeta. Quelle cose, poi, che sono più occulte e che debbono ancora restare nell’arca, non le posso, per ora, rivelare ad alcun mortale.
»Supplico, adunque, la Vostra Santità che voglia accettare le mie tanto vere e così manifeste scuse, e credere che io desidero ardentemente di venire a Roma; onde non appena potrò, sarò di sprone a me stesso.[412]»
Il papa non diede a questa lettera alcuna risposta, ma fece espressamente sapere al Savonarola che accettava le sue scuse.[413] E questi, ritiratosi in San Marco, attendeva a curare la sua salute, facendo solo qualche breve discorso ai frati. Nel Duomo predicava in sua vece Frà Domenico da Pescia, il quale cercava ripetere la dottrina, imitare lo stile e il modo di porgere del suo maestro.[414] Egli non aveva nè quella originalità nè quella energia ed eloquenza: nondimeno, il popolo andava assai volentieri ad ascoltarlo, perchè tutti amavano quel carattere pieno di sincerità e buona fede, e perchè ognuno sapeva che Frà Domenico era sotto la direzione del Savonarola.
Ma quando le cose procedevano così tranquillamente e pacificamente, ecco, in data del dì 8 settembre, un nuovo ed inaspettato breve venire da Roma, indirizzato ai frati di Santa Croce, poco amici di quelli di San Marco. Esso parlava del Savonarola, come d’un tal Frà Girolamo, seminatore di falsa dottrina; e con parole minacciose gl’intimava d’andare a Roma.[415] Perchè mai questo mutamento e così subita ira, dopo di avere accettato le scuse? Perchè indirizzare a Santa Croce un breve che andava a San Marco, ed alimentare, così, quegli odii che pur troppo regnarono sempre tra i frati di ordine diverso? Era un mistero inesplicabile davvero; nè altra ragione si poteva allora supporre a questo procedere, se non che, forse, il papa cercasse metterlo in fallo davanti agli occhi del popolo, e suscitargli contro l’odio d’altri religiosi. Ben presto, però, si cominciò a vedere la cagione di quella nuova ed inaspettata insistenza di volerlo a Roma. I pericoli che dal Savonarola erano stati predetti nella sua ultima predica di luglio, si verificavano tutti; e si vedeva quanta ragione egli aveva avuta d’inveire contro ai parlamenti, giacchè seguiva quel tentativo di Piero de’ Medici, che il nesso della storia ci ha obbligati a narrare nel capitolo antecedente. Il Savonarola, perciò, invece d’andare a Roma, risaliva il pergamo nel mese d’ottobre, e faceva quelle tre prediche nelle quali lo abbiam visto incoraggiare il popolo alla difesa della patria: la città intera correva alle armi, il campo mediceo si scioglieva, e la impresa di Piero, come abbiamo già detto, andava a vuoto. In che modo il papa restasse adirato contro al Savonarola, per questo effetto straordinario dalle sue prediche ottenuto, può ciascuno immaginarlo facilmente. Egli fulminava, nel principio di novembre, un quarto breve[416] col quale sospendeva del tutto la predicazione al Frate; e questi, essendo già tornato nel silenzio, non doveva fare altro che persistervi. Nell’avvento di questo anno 1495, infatti, si tacque, e Frà Domenico continuava a tenere il suo luogo sul pergamo di Santa Maria del Fiore.
L’agitazione del Savonarola, in quei mesi di silenzio e di salute ancora mal ferma, dovette, però, essere grandissima. Egli si vedeva tirato a combattere con Roma, per difendere la sua dottrina da accuse evidentemente calunniose, per difendere la sua vita da quelle insidie di cui l’odio di parte circondavalo. E nel pensare a difendere la sua persona, egli doveva trascurare quella riforma politica che tanto bene s’era avviata, quella riforma di costumi che aveva già dato così felici risultati. Nè altro i suoi nemici desideravano. Le accuse di eretico, di seminatore di scandali, di seduttore del popolo e via discorrendo, non erano credute da coloro stessi che le facevano. Il papa, noi lo vedremo assai chiaramente, non trovava nulla a ridire sulla dottrina del Frate; ma esso gli faceva, insieme cogli Arrabbiati e col Moro, una guerra tutta politica, nella quale si cercava di spegnere in lui il suo partito. Fino a che la lotta s’era manifestata, qual essa era veramente, ristretta cioè nella politica, il Savonarola aveva sempre tenuto la fronte altissima: ma ora il terreno mutavasi, dacchè si cercava astutamente di nascondere la lotta politica sotto una disputa religiosa; ed egli vedeva tutta la grave e pericolosa difficoltà della nuova posizione. Se fosse stata davvero una quistione di domma, avrebbe potuto sottometterla all’autorità della Chiesa; ma il papa non faceva che chiamarlo, in generale, seminatore di falsa dottrina, ed imporgli silenzio. Trattavasi, adunque, o di abbandonare il popolo, per obbedire ai comandi di uno che evidentemente non aveva altro fine se non quello di distruggere la libertà fiorentina; o di resistere all’autorità del pontefice, portare la propria causa innanzi al pubblico, e così seminare scandali e discordie nella Chiesa. Egli fu rattristato di molto dolore; ma non esitò un momento a tacersi, aspettando che i magistrati ed i cardinali amici avessero tentato piegare di nuovo alla benignità l’animo del Borgia. E dalle lettere che il Savonarola scrisse in quel tempo, noi vediamo che egli era fermissimamente deciso a non risalire sul pergamo, senza ottenerne da Roma il permesso.[417]
Ma se egli si tacque, non perciò dubitava della giustizia della sua causa: egli non credeva punto validi quei comandi venuti per fini politici, mossi da informazioni false e calunniose de’ suoi nemici. Anzi, in quel tempo appunto, cominciava a pigliare nel suo animo sempre maggiore consistenza il pensiero di trovare un modo onde mettere fine ai mali che tanto travagliavano la Chiesa. Era, allora, presso molti buoni e valenti cattolici sparsa l’opinione che la elezione del Borgia, così patentemente simoniaca, fosse nulla; e che il solo modo di rimediare ai tanti scandali da lui cagionati, fosse il radunare un Concilio per deporlo. Alla testa di tutti costoro s’era messo quel bellicoso cardinale di San Piero in Vincola che fu poi papa Giulio II:[418] egli chiamava il Borgia marrano ed eretico, e stava di continuo ai fianchi del re Carlo per sollecitarlo a radunare il concilio, onde riformare la Chiesa. Nè il re si mostrava da ciò punto alieno; anzi lo stesso Comines, suo ambasciatore, ci ripete più volte: «mancò poco che non si venisse al fatto di questa riforma.[419]» Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, non meno di diciotto cardinali si erano stretti, insieme con quello di San Piero in Vincola, intorno al re, per sollecitarlo istantemente di dare opera alla desiderata riforma. E due volte furono puntati i cannoni a Castel Sant’Angelo, per impadronirsi della persona di Alessandro, e raccogliere violentemente il Concilio;[420] ma dipoi, restando il re sempre più dubbioso quanto più si avvicinava ad una risoluzione, prevalsero i consigli di quel Brisonnetto, che tanto dominava sull’animo di Carlo, e tanti favori e danari aveva dal papa ricevuti.
Fra quelli che sollecitavano il Concilio e la riforma, il Savonarola era certamente dei più caldi; e se aveva qualche volta esitato a spingere le cose, pel timore di mettere scandali in quella Chiesa la cui unione gli era sopra ogni cosa carissima, la condotta del papa veniva ora a togliere ogni esitazione dall’animo suo. Egli sapeva, d’altronde, d’avere un valido appoggio nel Cardinale di San Piero in Vincola:[421] onde, sebbene la prudenza non gli permettesse parlare sul pergamo di tali materie, non tralasciava di sollecitare il re Carlo con lettere continue, che ora divenivano, assai più del solito, numerose e stringenti.
Tre lettere che noi troviamo indirizzate al re, post admissionem regni neapolitani,[422] furono scritte in questi mesi; e ne fanno supporre ancora delle altre. In esse il Savonarola parla sempre come il profeta del Signore: «Rammentatevi,» egli dice al re, «che io ho già tante volte annunziata la vostra venuta in Italia, quando nessuno ci pensava; ho predetta la vostra fortuna e i vostri pericoli. Il Signore v’ha punito perchè, deviando dai suoi comandi, voi avete abbandonato la sua opera. Ma più gravi saranno le punizioni, se ora non tornate alla buona via. Io vi annunzio da parte di Dio, che se non mutate modo, se non mantenete le giurate promesse, se non fate ciò che v’è stato per mezzo mio comandato, «il Signore rivocherà la vostra elezione da questo ministero al quale vi ha eletto suo ministro, ed eleggerà un altro.» Il caso volle che in questi giorni appunto morisse il Delfino di Francia,[423] con dolore grandissimo del re; il quale, così, sempre più si andava persuadendo della verità di ciò che il Savonarola gli profetizzava. Tutto questo, però, non bastava ancora a farlo uscire da quella sua eterna irresolutezza, con cui sembrava destinato a scontentare ognuno.
Intanto il Savonarola perseverava nel silenzio, occupandosi de’ suoi studi, e scrivendo lettere alla famiglia, ch’era allora oppressa dalla povertà e da sventure domestiche. Queste lettere ci manifestano che l’affetto ai suoi parenti era nel Savonarola, come fu sempre negli uomini veramente grandi, tenace ed inalterabile. Egli raccomandava affettuosamente ai fratelli, che s’aiutassero vicendevolmente; perchè, quanto a sè, avendo rinunziato al mondo, non poteva dare altro che conforto di parole. Coll’animo, però, partecipava a tutte le loro gioie, a tutti i loro dolori.[424] Alla madre, poi, che aveva allora perduto il fratello Borso, scrisse una lettera, nella quale il suo cuore si espande teneramente verso di lei, che era la sua più forte affezione su questa terra, la confidente più intima de’ suoi pensieri.[425] E questa lettera è notevolissima, non solo pel delicato sentire di cui è piena, ma ancora perchè in essa noi possiamo vedere come il Savonarola che discorre affettuosamente alla madre, sia identico a quello che predica e fulmina sul pergamo, in faccia alla moltitudine esaltata. Sono le medesime idee, le stesse parole: egli è sempre pieno della sua alta e profetica missione; anche alla madre predica sul ben vivere, sulla vanità del mondo; e conclude annunziando la sua morte vicina. «Io vorrei che tanta fosse la vostra fede, che voi poteste, come quella santissima donna ebrea del vecchio Testamento, vedere senza lacrima i vostri figli martorizzati innanzi ai vostri occhi. Madre carissima, io non dico questo per non volervi confortare; ma perchè, se mai avvenga che io debba morire, vi troviate apparecchiata.»[426]
In questo mezzo, cominciava a rimettersi la sua salute, e il bisogno d’attività rinasceva in lui più forte. Ma che fare? Ritornare sul pergamo senza il permesso di Roma, non voleva; e nel dirigere le prediche di Frà Domenico, non poteva sperare quei grandi risultati che aveva ottenuti colle sue. Pure il Savonarola era uomo che trovava sempre modo a fare il bene; e, quando non poteva il molto, contentavasi del poco. In quei giorni s’avvicinava il carnevale dell’anno 1496; e gli Arrabbiati, ora che il Frate taceva, s’apparecchiavano a celebrarlo come a tempo dei Medici, per dare sfogo a quelle sfrenate passioni, a quegli osceni sollazzi che erano stati per loro troppo lungamente repressi. Ed il Frate si propose, invece d’impedirlo.
L’impresa, però, non era facile quanto a primo aspetto si sarebbe creduto. I Fiorentini erano stati sempre vaghissimi di quelle feste carnovalesche; e, venuti poi i Medici, s’erano abbandonati a quegli eccessi con una sfrenatezza non facilmente credibile: la città intera diveniva in quei giorni un’orgia, ognuno s’abbandonava al vino ed alla crapula, il pubblico decoro veniva affatto dimenticato. Colle prediche del Savonarola, è ben vero, le cose cambiarono molto; ma certe usanze del carnevale s’erano così profondamente radicate, che nè la nuova dottrina, nè le mutate leggi, nè i magistrati, con severissimi bandi, avevano mai potuto distruggerle. E, come è ben naturale, quelli che più affezione avevano per quelle feste, erano i fanciulli. In quei giorni, essi usavano di fermare continuamente la gente per via, chiudendo loro il cammino con certi lunghi pali, che non venivano rimossi, se prima essi non avevano ricevuta qualche moneta, per far, poi, la sera i loro pazzi desinari. Dopo de’ quali, accendevano grandi fuochi nelle piazze, vi ballavano e cantavano intorno; e finalmente, facevano ai sassi con tanta violenza, che ogni anno più d’uno di loro restava morto per le vie. Fu più volte proibito questo pazzo e bestiale giuoco dei sassi; furono minacciate pene severissime: ma tutto era inutile. I più savi cittadini, gli Otto, la Signoria stessa vi s’erano invano adoperati: la sera, i fanciulli si trovavano in modo eccitati dal baccano di tutto il giorno, che non v’era pena che li spaventasse. Si pose finalmente a quest’opera il Savonarola. Dopo avere, negli anni passati, condotto a così prospero successo la riforma politica e la riforma dei costumi, ora che le mutate condizioni gl’impedivano di condurre innanzi opere di sì grave momento, immaginò questa terza e più modesta riforma, che chiamò la riforma dei fanciulli.
Egli comprese che sarebbe stato assai difficile distruggere affatto le vecchie usanze: decise, quindi, di mutarle, sostituendo alle feste carnascialesche delle feste religiose. Su quelle medesime cantonate, adunque, dove i fanciulli si raccoglievano a chieder danari per le loro cene, fece costruire piccoli altari, innanzi ai quali dovevano, pure, stare i fanciulli a chiedere danari; ma invece di spenderli in gozzoviglie, dovevano darli ai poveri. Si canti pure, egli disse; ma in luogo di oscene canzoni, sieno inni e laudi spirituali. Ed egli medesimo volle comporne alcune, tornando così alla poesia da tanti anni abbandonata: altre ne fece comporre dal poeta Girolamo Benivieni. E perchè queste cose seguissero con maggiore ordine, fece da Frà Domenico radunare i fanciulli, ed eleggere fra loro stessi dei capi, alcuni dei quali si presentarono alla Signoria, ed esposero il fine e l’ordine della loro riforma. Avutane l’approvazione, quei fanciulli, tutti pieni della nuova importanza per loro acquistata, si misero volonterosi all’opera. Invero, neppure in quel carnevale la città fu molto tranquilla, nè per le vie si poteva camminar molto liberi: ma quella importunità dei fanciulli non era nuova; nuovo era il fine di carità a cui era stata dal Savonarola indirizzata. E così, l’anno 1496, si vide per la prima volta abbandonato il giuoco dei sassi, abbandonate le smoderate cene, e trecento ducati furono raccolti per darli ai poveri. L’ultimo giorno di carnevale fu poi fatta una solenne processione, alla quale assisteva, per la novità del caso, l’intero popolo. Andarono i fanciulli cantando inni religiosi e visitando le principali chiese della città: dopo di che depositarono i danari raccolti nelle mani dei Buoni Uomini di San Martino, acciò li distribuissero ai poveri vergognosi.[427] Alcuni mormorarono contro questa cosa, perchè mormoravano sempre contro ogni buona opera che venisse dal Savonarola; ma la generalità dei cittadini e degli uomini dabbene disse che anche questa volta il Frate aveva saputo fare quel che non era riuscito ad alcun altro in Firenze.[428]
In questo mezzo, i Dieci della guerra, che nel nuovo governo si chiamavano Dieci di libertà e pace, essendosi mantenuti sempre amici del Savonarola, s’erano efficacemente adoperati perchè il papa gli concedesse licenza di predicar la quaresima. Ne aveano scritte lettere continue a molti cardinali, ed all’ambasciatore messer Ricciardo Becchi cui dicevano: «Non potreste far cosa che a tutti i vostri cittadini più fusse grata e accetta, e sarà sempre dalla prudenza di tutto questo popolo riconosciuta» (26 gennaio 1496).[429] Ed, infatti, pare che, con l’aiuto del cardinal di Napoli e di quello di Lisbona, si riuscisse a piegare, almeno in parte, l’animo del papa; giacchè, se non si ebbe un nuovo breve che rivocasse quello di sospensione, fu per mezzo di un cardinale rimesso al Savonarola l’arbitrio del predicare.[430]
Un altro fatto, il quale merita di essere particolarmente considerato, pare che avesse luogo appunto in questi giorni medesimi; sebbene la data non ci venga con precisione indicata dai molti storici che lo raccontano. Avendo il papa rimesso le prediche del Savonarola ad un dotto vescovo domenicano, perchè cercasse se vi era materia di condanna; questi, dopo averle esaminate, ritornava col volume in mano, dicendo: «Santo Padre, questo frate dice cose tutte savie, tutte oneste; esso parla contro la simonia e contro la corruzione dei preti, che pure è grandissima; egli rispetta i dommi e l’autorità della Chiesa: onde io cercherei piuttosto farmelo amico, offerendogli, quando fosse necessario, anche la porpora cardinalizia.» Sia che il papa cominciasse, ora, a temere del frate, e non volesse altro che farlo tacere; sia che pensasse tendergli qualche nuova rete; certo è che, per mezzo di un domenicano a bella posta mandato da Roma, venne fatta al Savonarola l’offerta del cappello rosso, a patto però ch’egli avesse nelle sue prediche mutato linguaggio. Qual fosse la confusione della sua mente al sentire una offerta così inaspettata, quanta l’indegnazione del suo animo, non è facile descriverlo. Egli aveva ora in mano le prove visibili che a Roma facevasi mercato d’ogni cosa più sacra: e tanta fu la piena del suo sdegno, che non seppe dare alcuna risposta, ma disse solo a colui che faceva la scandalosa proposta: «venite alla mia prossima predica, e voi udirete la risposta che mando a Roma.»[431]
Con tali auspici dovea, dunque, cominciare il quaresimale dell’anno 1496. La folla accorreva con raddoppiata curiosità, a udire quella voce che i fulmini di Roma avevano per più mesi ridotta al silenzio. Intorno alla chiesa, che più non bastava a contenere tanta moltitudine, s’era costruito un alto anfiteatro, che saliva fino alle prime finestre, con diciassette scalini sui quali sedevano i fanciulli: essi erano divenuti ora una parte importantissima dell’uditorio del Savonarola, che spesso indirizzava a loro la sua parola. Andando al Duomo, egli si trovava in continuo pericolo di vita; perchè molti Arrabbiati volevano ammazzarlo, e dicevasi che il Moro avesse mandato sicari prezzolati. Veniva, perciò, circondato da molti de’ suoi amici armati, che si prestavano volontariamente a difendere la sua vita: essi andavano a prenderlo in San Marco e, udita la predica, lo riaccompagnavano al convento, senza mai lasciarlo solo. Quella quaresima era pel Savonarola un tempo di nuovo e maggiore esaltamento. Egli risaliva sul pergamo coll’animo traboccante di tristezza e di sdegno: dopo aver durata una lotta sempre più aspra colla corte di Roma; nel momento in cui si cercava di corromperlo con una dignità ecclesiastica; veniva per rispondere all’indegna offerta, e deciso ormai di portare la sua causa in faccia al mondo. Il suo quaresimale fu più audace di quanti ne aveva fatti sinora, più eloquente di quanti ne facesse mai il Savonarola. Noi dobbiamo, perciò, renderne minuto ragguaglio nel capitolo seguente.
CAPITOLO TERZO. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la quaresima del 1496.
Il giorno 17 febbraio 1496, fu un giorno solenne nella vita del Savonarola. A lui era stato concesso il permesso di predicare ed offerto il cappello cardinalizio: malgrado ciò, egli vedeva assai bene che la guerra col papa andava divenendo ogni giorno più fiera, e che il Borgia voleva il suo sangue. Con tale disposizione di animo, incominciava il suo quaresimale sopra Amos e Zaccaria. Invero, se non si fosse trattato d’altro che della sua persona, egli si poteva offerire vittima volontaria alla pace della Chiesa; ma in lui veniva attaccata principalmente la repubblica fiorentina, di cui tutti lo riguardavano come la personificazione viva e parlante. Nel difendere sè stesso, egli difendeva, perciò, la libertà e la religione d’un popolo intero, che per sua opera cacciando i tiranni, era tornato alla morale ed alla fede cristiana. Di certo, niuno poteva dubitare delle sue dottrine religiose: non quel papa che gli offeriva la porpora cardinalizia; non quegli Arrabbiati che odiavano in lui il severo riformatore dei costumi, e non sapevano comportare il soverchio rigore della sua pietà. Nondimeno, ambedue s’erano uniti a nascondere la quistione politica sotto una quistione religiosa, sperando così di poterlo vincere più facilmente; ed egli, sicuro della sua coscienza, veniva ora deciso a difendersi audacemente su questo terreno.
La Signoria aveva quel giorno dovuto prendere molti provvedimenti per impedire i disordini che si apparecchiavano. Gli Arrabbiati s’erano disposti ad ammazzare il Frate, quando lo avessero potuto sorprendere per via; sapevasi anche dei sicari del Moro: i famigli degli Otto e alcuni Gonfalonieri delle compagnie percorrevano, quindi, la città per mantenervi l’ordine. Quando il Savonarola uscì dal convento, lo schiamazzo e le grida di gioia del popolo che lo attendeva, arrivarono al cielo; e molti de’ suoi amici armati subito lo circondarono per difenderlo da ogni insulto, e lo accompagnarono al Duomo. Quel giorno tutte le passioni erano esaltate: il Savonarola rompeva un silenzio di molti mesi, che aveva in ognuno cresciuto il desiderio d’udirlo; veniva a trattare un soggetto gravissimo; e sapeva che la sua predica doveva essere inviata subito a Roma, alle cui offerte e lusinghe egli aveva quel giorno promesso di rispondere. Salito che fu sul pergamo, egli stette col capo alto e volse intorno fieramente lo sguardo; i suoi occhi, quel giorno, fiammeggiavano come carboni accesi; la moltitudine era affollata in modo che niuno avrebbe potuto muovere un passo; l’attenzione ed il silenzio erano tali, che si udiva quasi il respiro dell’oratore, divenuto per la profonda agitazione assai più affannoso. Non pertanto egli, frenandosi, cominciava il suo discorso tranquillamente ed in forma di dialogo.
«Che vuol dir, frate, che tu sei stato tanto a riposarti, e non sei venuto in campo ad aiutare li tuoi soldati? — Figliuoli miei, io non mi sono stato a riposare, anzi io vengo di campo, e sono stato a difendere una rôcca, che se la fosse andata per terra, forse che anche voi eravate rotti; ma ora, per grazia di Dio, mediante le vostre orazioni, l’abbiamo salvata.... — Orsù, Frate, hai tu forse avuto paura d’essere stato morto? — Figliuoli miei, certo no; che se io avessi avuto paura, non saria venuto ancora adesso, perchè io porto maggiore pericolo al presente che prima. — Hai tu dunque avuto scrupolo di coscienza al predicare? — Non io. — Perchè, dunque? Noi intendiamo che è venuta una scomunica, e che t’è stato fatto comandamento che tu non predichi. — L’hai tu letta questa scomunica? Chi l’ha mandata? Ma poniamo caso che così fosse; non ti ricordi come io ti dissi, che ancora che la venisse, non varrebbe nulla e non gioverebbe a questi cattivi pieni di bugie?... — Che è stato dunque? Frate, tu ci tieni troppo a bada. — Ora ve lo dirò, se voi mi ascoltate pazientemente. — »
«Io ho detto e pensato: innanzi che io vada, custodiam vias meas; cioè, io riguarderò le vie mie se sono nette da ogni contaminazione. Vedendo tanta contradizione da tanti luoghi, contro uno omicciuolo che non vale tre danari, io ho detto nel mio cuore: forse forse che tu non guardasti bene le tue vie, e però la tua lingua ha fatto errore; ed holle riguardate ad una ad una. Io ho ricercato solo intorno alla fede, chè la grammatica e la logica non sono ora il mio ufficio; e certo, trovai in quella parte la via essere tutta netta;» «perchè io ho sempre creduto e credo tutto quello che crede la Santa Romana Ecclesia, e sempre a quella mi sono sottoposto e sottopongo....[432] Io l’ho scritto a Roma, che se ho predicato o scritto cosa eretica...., sono contento emendarmi e ridirmi qua in pubblico. Sono sempre parato alla obbedienza della Romana Chiesa, e dico che sarà dannato chi non obbedisce ad essa.... Dico e confesso che la Chiesa Cattolica non mancherà mai infino al dì del giudicio;... ed a chiarire, poi, qual sia questa Chiesa Cattolica, sono diverse le opinioni, onde io me ne riferisco a Cristo ed alla determinazione della Chiesa Romana.»[433]
Dopo che il Savonarola ebbe fatto una dichiarazione così esplicita, da non lasciar più dubbio d’alcuna sorte sulla cattolicità delle sue dottrine, venne alla parte più ardita di esse. Egli disse, allora, che sebbene la Chiesa sia nel domma infallibile, non per questo si è tenuti d’obbedire ad ogni sorta di comando che ci venga dai superiori, o anche dal papa. «Il superiore non può comandarmi contro alla costituzione del mio ordine; il papa non può comandarmi contro alla carità o contro al Vangelo. Io non credo che il papa voglia mai farlo; ma quando lo facesse, io gli direi: Tu, ora, non sei pastore, tu non sei Romana Chiesa, tu erri.»[434] Anzi io dico: «Ogni volta ch’ei si potesse vedere espressamente, che i comandamenti de’ superiori sono contrari a quelli di Dio, e massime al precetto della carità, niuno debbe in questo caso obbedire, perchè egli è scritto: oportet obedire magis Deo quam hominibus.»... «Se però il caso non fosse evidente, o che vi fosse il menomo dubbio, allora bisogna sempre obbedire.» Ciò premesso, egli procede oltre e viene al suo fatto particolare, per dire che non si crede punto obbligato d’obbedire a chi lo vuole allontanare da Firenze; perchè tutta la città, e fino le donnicciole, conoscono che questo si cerca per solo odio politico, e che risulterebbe a danno, non solo della libertà, ma anche della religione. «Quando io vedessi espressamente che il mio partire d’una città fusse ruina spirituale e temporale del popolo, non obbedirei a uomo vivente che mi comandasse di partire... Sì perchè questo sarebbe contro i comandi del Signore; sì perchè presumerei che il mio superiore non avesse l’intenzione di far male, e si fosse ingannato per false informazioni. — O tu che scrivi a Roma tante bugie, che scriverai tu ora? Io so bene quello che tu scriverai! — Oh che, frate? — Tu scriverai che io ho detto che non si debba obbedire al papa, e che io non voglio obbedire. Io non dico così: scrivi come io ho detto, e vedrai che non farà per te.»[435] Infatti, la dottrina esposta dal Savonarola era tutta cattolica, e per niente si allontanava da ciò che avevano detto San Tommaso, e molti dottori e pontefici della Chiesa: nondimeno era tale, che di poco alterandone le parole, si poteva facilmente farla cadere nell’eresia; e questo tentavano appunto i suoi nemici.
Egli, intanto, ripigliava il filo della predica, dicendo: che, dopo avere esaminato le sue vie e trovatele tutte nette, per aver sempre sottomessa la sua dottrina alla Chiesa; dopo essersi persuaso che i brevi venuti da Roma erano nulli, perchè mossi solamente da mendaci informazioni e contrari alla carità; aveva, nondimeno, deciso di usar prudenza, e si era, perciò, fino allora taciuto, e così avrebbe ancora continuato. «Se non che, quando io vidi che molti buoni si raffreddavano, che i tristi pigliavano animo, che l’opera del Signore andava per terra; allora io mi decisi audacemente a tornare quassù. Ma prima mi volsi al Signore dicendo: — Io mi dilettavo della pace e della quiete; ma tu m’hai tirato fuori mostrandomi la tua luce, ed io ho fatto allora come la farfalla, che, per desiderio di luce, brucia le sue ali. Io ho bruciato, o Signore, le ali della contemplazione; mi sono messo per un mare tempestoso, dove i venti sono da ogni parte contrari.» «Io vorrei andare al porto e non trovo la via, vorrei riposarmi e non trovo loco, vorrei star cheto e non parlare; ma non posso, perchè il verbo di Dio è nel mio core come un foco, il quale, se io non lo mando fuora, mi arde la medulla delle mie ossa. Orsù, o Signore, poichè tu vuoi che io navighi in così profondo mare, sia fatta la tua volontà.»
Il Savonarola concludeva finalmente questa predica, rivolgendo le sue parole, prima ai giovani, che egli credeva quasi tutti buoni; e dipoi ai vecchi, nei quali aveva assai minore fiducia. — «In voi, o giovani, sono le mie speranze e le speranze del Signore. Voi governerete bene la città di Firenze, perchè non avete preso la cattiva piega dei padri vostri, che non si sanno spiccare dal reggimento tirannico, nè sanno quanto è grande questo dono che il Signore ha fatto al popolo, della sua libertà.» «Voi, invece, o vecchi, voi state tutto il dì ai circoli e sulle botteghe a dir male, e con vostre lettere scrivete molte bugie fuor della città di Firenze. E perciò molti dicono che io ho conturbata la Italia; e questo mi è stato scritto anche in carte autentiche. Oh insensati! Quis vos fascinavit non obedire veritati? Dove sono le squadre mie e li danari da conturbare l’Italia?... Io non conturbo Italia, ma bene annunzio che la deve essere conturbata.» «Io annunzio che i vostri peccati affrettano il flagello. Una gran guerra, o incredulo, ti farà lasciare la pompa e la superbia. Una grande pestilenza vi farà lasciare le vostre vanità, o donne; popolo minuto e mormoratore, una grande carestia ti farà stare cheto. Cittadini, se voi non vivete col timore di Dio e non amate il governo libero, il Signore vi farà mal capitare, e serberà solo ai vostri figli le felicità promesse a Firenze.»[436]
Così finiva questa predica, nella quale il Savonarola restringeva, come in un quadro, tutto ciò che voleva dire nelle altre di quella quaresima. Le sue dottrine sono ardite, le accuse che muove contro Roma sono audaci, le parole con cui descrive il flagello che s’avvicina son parole di fuoco; ma nulla di ciò ch’ei dice può essere appuntato d’eresia. Noi dobbiamo anche ammirare la sua prudenza, che mai non gli permise di muovere sul pergamo discorso intorno alla simoniaca elezione del Borgia, od alla speranza del concilio; nè gli fece fare allusione d’alcuna sorte alle offerte dal papa ricevute. La sua generosa indole non gli permetteva di prendere vantaggio d’un fatto, che, giovando solamente a lui, poteva seminare scandalo nella Chiesa. In tutto questo quaresimale, noi troviamo il Savonarola sempre uguale a sè stesso; essenzialmente cattolico, ma, nello stesso tempo, pieno d’un coraggio e d’una indipendenza morale, che pochi ebbero prima o dopo di lui; non vi è cosa al mondo che lo spaventi, non vi è cosa che lo faccia retrocedere dalla sua via. Egli è solo a difendere la libertà del popolo, la libertà della propria ragione e della propria coscienza; ma pur tiene alta sul pergamo la sua bandiera, e sta fermo in faccia a tutti i principi d’Italia, in faccia alla corte di Roma, che fulmina mal consigliati brevi; nè teme i veleni e pugnali degli Arrabbiati, che nelle vie, in chiesa, sul pergamo stesso lo minacciano.
Le sue accuse contro i vizi di Roma, contro la falsa e ipocrita religione de’ suoi tempi, furono in questa quaresima continue e terribili. La seconda domenica, faceva su questo soggetto una predica divenuta celebre;[437] non tanto per l’audacia, che non era insolita, quanto per essere stata di quelle sospese dalla corte di Roma. Egli cominciava con una strana interpetrazione di queste parole: Audite verbum hoc, vaccæ pingues quæ estis in monte Samaria. «Vien qua: chi sono quelli che dicono che io debbo predicare la Scrittura Sacra?... Io non predico altro, io. Se tu sapessi quello che è la Scrittura Sacra, tu non diresti così. Tu dovevi dire, più presto, predica Tullio e Virgilio, e non t’avrei allora trovato; ma la Scrittura Santa la ti troverà in ogni luogo. Orsù, io predicherò la Scrittura; io voglio ubbidirti. Dimmi, come esporrai tu questa Scrittura: O vaccæ pingues.... A me queste vacche grasse vogliono dire le meretrici d’Italia e di Roma.... Eccen’egli nessuna in Italia e in Roma? Mille sono poche a Roma, diecimila sono poche, quattordicimila sono poche; quivi uomini e donne son fatte meretrici.» E così continuando, descrive i vizi di Roma con parole che ai nostri tempi non si potrebbero tutte ripetere. Si rivolge, quindi, al popolo per accusare la sua falsa e ipocrita religione, che si appaga solo di cose materiali. «Voi siete corrotti in tutto, nel dire e nel tacere, nel fare e nel non fare, nel credere e nel discredere. Voi parlate contro alla profezia; ed ecco viene un tale e vi racconta uno strano sogno, e voi gli credete; vi dice: digiunate il tale sabato, alla tale ora; e voi lo fate e credete di essere salvi. Io vi dico che il Signore non vuole il tale sabato o la tale ora; ma vuole che per tutta la vita vi allontaniate dal peccato. E voi, invece, siete buoni una ora del giorno, per esser poi cattivi tutta la vita. — Osservateli negli ultimi tre giorni della settimana santa. Ecco» «costoro vanno attorno alle indulgenze e perdoni. Va di qua, di là; bacia San Pietro, San Paolo, quel santo, quell’altro. Venite, venite, sonate campane, apparecchiate altari, ornate le chiese; venite tutti, quei tre giorni innanzi Pasqua, ma non poi più là. Dio se ne ride dei fatti vostri, e non si cura di vostre cerimonie,... perchè voi sarete dopo Pasqua peggiori di prima. Tutto è vanità, tutto è ipocrisia nei nostri tempi; la vera religione è spenta.»[438] Ed altrove: «Che vuol dire che se io dicessi: dammi dieci ducati per dare a un povero, tu nol faresti; ma se io ti dico: spendine cento in una cappella qua in San Marco, tu il faresti? Egli è per mettervi l’arme tua, e lo farai per tuo onore e non per onore di Dio... Guarda per tutti i luoghi dei conventi, tu gli troverai pieni di arme di chi li ha murati. Io alzo il capo di sopra a quell’uscio, io credo che vi sia un crocifisso, ei v’è un’arme; va più là, alza il capo, ei v’è un’altra arme; ogni cosa è pieno d’arme. Io mi metto un paramento, io credo che vi sia un crocifisso dipinto, ella è un’arme che vi hanno messa acciò si veda meglio dal popolo. Questi sono, adunque, i vostri idoli ai quali voi destinate i vostri sacrifici?»[439] E quando egli ha descritto e condannato la corruzione de’ suoi tempi, massime nel clero, allora si volge sempre ad annunziare il flagello a Roma ed all’Italia.
«Apparecchiati, dico, che la tua bastonata sarà grande, o Roma. Tu sarai cinta di ferro, tu andrai a spade, a fuoco e fiamme... Povera Italia! come ti vedo tutta conquassata; poveri popoli! come vi vedo tutti oppressati.....[440] Italia, tu sei inferma d’una grave infermità... Roma, tu sei inferma d’una grave infermità usque ad mortem. Tu hai perduto la tua sanità, ed hai lasciato Iddio; tu sei inferma di peccati e di tribolazioni.... Se tu vuoi guarire, lascia li tuoi cibi; lascia la tua superbia, la tua ambizione, le tue lussurie, la tua avarizia: questi sono i cibi che ti hanno infermata, questi sono quelli che ti conducono a morte... La Italia se ne ride, la Italia se ne fa beffe e non vuole la medicina; ma dice che il medico farnetica... O increduli, poi che non volete udire nè convertirvi, il Signore dice così: — Giacchè la Italia è tutta piena di giudicio di sangue...; piena d’iniquità, di meretrici, di ruffiani e scellerati; io condurrò in essa la più pessima gente che si trovi;... abbasserò i suoi principi e farò cessare la superbia di Roma. Questa gente possederanno li santuari loro, deturperanno le chiese loro: da poi che l’hanno fatte stalle di meretrici, io le farò stalle di porci e cavalli; perchè questo manco dispiace a Dio, che il farle stalle di meretrici. Quando verrà l’angustia, quando verrà la tribolazione, non avranno pace; vorranno convertirsi e non potranno; saranno conturbati e smarriti. — O Italia! sarà allora conturbazione sopra conturbazione; conturbazione di guerra sopra la carestia, di pestilenza sopra la guerra; conturbazione da una parte, conturbazione dall’altra. Sarà lo audito sopra lo audito; cioè udirassi da una parte uno barbaro, ecco dall’altra parte un altro barbaro. Sarà uno audito dall’oriente, uno dall’occidente; da ogni parte audito sopra lo audito.» «Cercheranno, allora, le visioni dei profeti e non potranno averle, perchè il Signore dice: — Ora tocca di profetare a me. — Andranno all’astrologia, e non varrà loro nulla. Perirà la legge dei sacerdoti e perderanno le loro dignità; i principi si vestiranno di cilizio; i popoli saranno conquassati di tribolazioni. Tutti gli uomini perderanno lo spirito, e come hanno giudicato, così saranno giudicati.»[441]
Ecco in che modo descrive, altrove, il flagello della peste che verrà in Italia. «Credetelo a questo frate, che non basterà la gente a seppellire i morti, e non vi sarà modo a fare tante sepolture. Saranno tanti morti per le case, che andranno gli uomini per le strade dicendo: mandate fuora i morti; e metterannoli sulle carra e sui cavalli, ne faranno monti e arderannoli. Passeranno per le vie gridando forte: Chi ha morti! chi ha morti! Verranno alcuni fuora e diranno: ecco il mio figliuolo, ecco il mio fratello, questo è il mio marito... Andranno ancor di nuovo per le strade gridando: Ècci più nessun morto? Chi ha più morti? E rarificherassi la gente in modo, che ne rimarranno pochi!»[442]
E così continua il Savonarola in tutto questo quaresimale. Egli prima descrive i peccati di Roma e dell’Italia; annunzia poi il flagello, per concludere sempre invitando i popoli alla penitenza. «Heu! Heu! Heu! fuge de terrâ Aquilonis. Fuggitevi dalla terra d’Aquilone, cioè dai vizi, e tornate a Cristo..... Ecco ch’ei viene un tempo oscuro; ecco ch’ei pioverà fuoco e fiamme, pietre e sassi; e sarà un tempo torbido... Io vi ho messo tra quattro venti, dice il Signore; cioè tra prelati, principi, preti e cittadini cattivi. Fuggitevi dai vizi loro, raccoglietevi tutti insieme in carità.... Fuge, o Sion, quæ habitas apud filiam Babilonis.... Fuggitevi, cioè, da Roma, perchè Babilonia vuol dire confusione; e Roma ha confuso tutta la Scrittura, ha confuso insieme tutti i vizi, ha confuso ogni cosa. Fuggitevi, dunque, da Roma; tornate a penitenza.»[443]
Questa continua descrizione delle miserie d’Italia è, invero, così viva, così evidente, che il Savonarola sembra quasi trasportato dalla sua fantasia nell’avvenire, ed esservi come presente. Nè meno straordinaria è la costanza con cui annunzia la sua vicina morte, l’insistenza con cui sempre ripete: «Il giorno in cui potrete fare di me ciò che vorrete, ancora non è arrivato; sed adhuc modicum tempus vobiscum sum....[444] Io ho detto al Signore: — Lascio a te il pensiero di quest’opera; io non sono che strumento nella tua mano. — Ed egli: — Lascia fare a me. A costoro avverrà come ai Giudei che si credettero spegnermi col mettermi in croce, ed invece dilatarono il nome mio in tutto il mondo. — Io, adunque,» così conclude il Savonarola,» voglio, come buono capitano, combattere e lasciarvi anche la pelle.»[445]
Ma, sebbene egli sempre resistesse, sebbene il papa non riuscisse mai a piegarlo; questi era, però, riuscito a metterlo sulla difesa. Sino ad ora, la vita del Savonarola è stata sempre un dirigere, un comandare, un infondere le sue idee e la sua volontà nella moltitudine, un allargarsi in una sfera sempre più larga; ma adesso, con grave danno del popolo, il campo della sua attività si restringe: egli deve pensare, invece, a difendere la sua dottrina e la sua vita. I suoi nemici crescono da ogni parte; essi hanno deciso che, se pure la repubblica resterà in piedi, deve perire almeno chi n’è stato autore; già circondano da ogni lato il misero Frate. Il quale si difende e combatte con sempre maggiore energia; grida all’Italia ed al mondo intero, che in lui si vuole uccidere la repubblica, distruggere i diritti inviolabili dell’umana ragione e della coscienza: ma, intanto, ha quasi dovuto abbandonare la riforma dei costumi e la riforma politica; la sua posizione è essenzialmente mutata, diviene ogni giorno più difficile e piena di maggiori pericoli.
La politica, però, non fu neppure in questa quaresima del tutto abbandonata; giacchè si presentò un’occasione di tornarvi per qualche giorno. Erasi, allora appunto, finita di costruire la nuova sala del Consiglio Maggiore, di cui, sin dal principio del nuovo governo, era stata affidata la cura al celebre architetto Cronaca; ma questi condusse la cosa con molta lentezza, fino a che il Savonarola non cominciò a sollecitarla nelle sue prediche. Allora si procedette, invece, con tanta celerità, che i popolani andavano dicendo, avervi messo mano gli angeli.[446] Il 25 febbraio, vi si radunarono 1,753 persone, che procedevano alla elezione della nuova Signoria.[447] Ed il Savonarola, tutto lieto in questa solenne occasione, volgeva alla politica due prediche del suo quaresimale.[448] Il suo discorso trattava particolarmente sul modo di fare le elezioni, e condannava aspramente quello spirito di parte che sempre le adulterava.[449] «Sono molti che vanno seminando polizze per la città, le quali dicono: non eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che suggeriscono queste polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti, son cattivi, voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c’è tiranno. Vieni, adunque, fuori e di’ su franco: il tale non è buono a questo uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere.»[450] Ed altrove: «Intendo che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono: diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. Et quod pejus est, intendo che v’è alcuni che dicono: egli è di quelli del Frate, diamoli le fave nere.[451] Come! hovvi io insegnato così? Io non ho amico nessuno, se non Cristo e chi fa bene: non fate più così, chè questa non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione. Chi rende le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente; secondo la coscienza sua, come io v’ho detto altre volte.»[452] E qui vogliamo osservare, che il Savonarola, quale noi lo vediamo nelle sue prediche, nei suoi scritti, nella storia vera dei fatti, è ben diverso da quello che ci hanno dipinto i tanti biografi antichi e moderni. Dove è mai quello spirito di parte che, secondo alcuni, era il solo movente delle sue azioni? Dov’è quel desiderio di aiutare i suoi amici e deprimere gli altri? Dove sono quelle idee ristrette, quei principii poco generosi? Noi troviamo, invece, un uomo di altissime vedute, di nobili principii, pieno di disinteresse, amante della libertà per tutti, senza volerne eccettuare quegli stessi che cercavano di ammazzarlo.
Dopo avere, in quella solenne occasione, insistito a lungo sul fare buone elezioni, senza spirito di parte; egli raccomandava affezione al Consiglio maggiore, al nuovo governo ed alla libertà. E, per maggiormente infonderne l’amore nel popolo, fece in ambedue quelle prediche una lunga descrizione del tiranno, e dei mali che esso produce nelle città che opprime. «Tiranno,» egli diceva, «è nome di uomo di pessima vita, che vuole tutto per sè e niente per altri, nemico di Dio e degli uomini. Egli è superbo, è lussurioso, è avaro; e come questi tre vizi contengono in germe tutti gli altri, così ne segue ch’egli contiene in germe tutti i vizi di cui l’uomo è capace. Esso ha corrotti ancora tutti i sensi: gli occhi al vedere lascivie; le orecchie ad udire laude per sè e vituperio per altri; il palato al vizio della gola; e così via discorrendo. Corrompe i magistrati, è rubatore di vedove e pupilli, opprime il popolo, favorisce coloro che lo eccitano a rubare il Comune. È pieno di sospetto e tiene spie per tutto; vuole che ognuno apparisca sciocco al suo cospetto e che sia suo schiavo; onde, dove è tiranno, non si può nè operare nè parlare liberamente. In questo modo il popolo diventa pusillanime, ogni virtù è spenta, ogni vizio esaltato. Ecco, o Firenze, quello che ti tocca se tu vuoi tiranno. Esso è causa di tutti i peccati che si commettono nel popolo; onde sarà chiamato a renderne conto innanzi a Dio, e porterà la pena dei suoi e degli altrui falli. E tu cittadino che lo seguiti, tu non sei meno misero di lui. La tua lingua è schiava nel parlargli, i tuoi occhi nel guardarlo, la tua persona è sempre schiava di lui, la tua roba è sua; ti tocca delle bastonate e bisogna dire: gran mercè! Tu sei misero da ogni parte. E queste,» così concludeva il Savonarola, «sono le miserie del tiranno e di coloro che lo seguitano; le quali essi hanno a sopportare in questa vita, per aver, poi, nell’altra la dannazione eterna.»[453] Questa descrizione egli la svolgeva minutamente, esponendo passo a passo tutta la vita, tutte le passioni, tutte le oppressioni del tiranno. E questo ritratto spaventoso e terribile, fatto qualche volta con arte grandissima, veniva da lui presentato di continuo agli occhi del popolo, per concludere sempre: «Ecco, o Firenze, quello che tu vai cercando.»
In questa quaresima, il Savonarola volgeva il discorso ancora a quei fanciulli che sedevano in grandissimo numero sull’anfiteatro del Duomo. Raccomandava la carità e lo studio; voleva che niuno di loro ignorasse, almeno, i principii della grammatica; ed ai padri imponeva non risparmiassero per ciò nè spesa nè fatica. Raccomandava, del pari, che si guardassero dal vestir troppo presto l’abito ecclesiastico, e dava altri utili consigli.[454] Avvicinandosi, intanto, la Domenica delle Palme, ordinava per questi fanciulli una solenne ed assai utile processione. Erano allora stati eletti gli uffiziali del Monte di Pietà; ed il Savonarola che l’aveva tanto favorito, volle che fosse dai fanciulli solennemente aperto.[455] Nella domenica delle Palme, adunque, fu sin dal mattino apparecchiato in chiesa un tabernacolo, su cui era dipinto Gesù Cristo quando entra in Gerusalemme sopra l’asinello. Venne più tardi il Savonarola, e fece a tutti i fanciulli riuniti una predica piena di buoni consigli, la quale concludeva così: «O Signore, dalla bocca di questi fanciulli verrà la tua vera laude. Li filosofi ti lodano per lume naturale, e costoro per lume soprannaturale; li filosofi per amor proprio, e costoro con semplicità; li filosofi con la lingua, e costoro con le opere.» Rivolgendosi poi a tutto il popolo, col Crocifisso in mano diceva: «Firenze, questo è il re dell’universo, questo vuole essere il tuo re. Lo vuoi tu?»[456] Al che, tutti ad alta voce e molti piangendo, rispondevano di sì; ed il Frate scendeva dal pergamo fra l’entusiasmo del popolo e il fremito degli Arrabbiati, che, sebbene si tenessero lontani e in disparte, non lo perdevano mai di vista. Il giorno, i fanciulli vestiti di bianco andavano col tabernacolo in processione, e, visitate le chiese, si fermarono in piazza a cantare una canzone di Girolamo Benivieni sulla futura felicità di Firenze.[457] Fatta poi una larga raccolta di limosine, le portarono agli ufficiali del Monte di Pietà, con questa processione solennemente aperto da quei fanciulli che, sotto la direzione del Savonarola, avevano lasciate le feste carnascialesche per darsi alle opere di carità.[458]
Se, però, noi vogliamo eccettuare queste due occasioni in cui venne aperta la sala del Consiglio ed il Monte di Pietà, il Savonarola non fece, in tutta la quaresima, altre prediche che mirassero al pratico vantaggio del popolo fiorentino. Egli procedette oltre nel modo stesso che aveva cominciato; ed il giorno ottavo dopo la Pasqua, fece l’ultima predica di quel quaresimale, la quale ne era la conclusione, come la prima erane stata, per così dire, il programma. In esse trovansi raccolte tutte le idee principali che il Savonarola s’era proposto di esporre. Quell’ultimo giorno, infatti, egli di nuovo si sottomise esplicitamente all’autorità della Chiesa Romana, dicendo che essa starà ferma in eterno, e sarà dannato chiunque se ne vuol separare; riconosce l’autorità del papa in quelle parole del Vangelo: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e ciò che tu legherai in terra, sarà legato in cielo.» Ma dopo ciò, egli ripete di nuovo: «Noi, però, non siamo tenuti d’obbedire a tutti i comandi. Se essi vengono per false informazioni, non sono validi; se essi contrastano evidentemente alla legge di carità che è nel Vangelo, si deve resistere, come San Paolo resistette a San Pietro. Noi dobbiamo supporre che ciò non sia possibile; ma quando pur fosse, bisogna allora rispondere al superiore: tu erri, tu non sei Romana Chiesa, tu sei uomo e peccatore.» Appoggiava il Savonarola queste idee sull’autorità di molte citazioni, le dichiarava con molti esempi. «Se il mio superiore mi comanda di abbandonare la povertà, io resisto; se il tuo confessore ti comanda cosa che è contro a Dio, tu devi resistergli e condannarlo: quando la cosa è per sè evidente, non bisogna temere di nulla, ma seguire solo la via del bene.» Quantunque, però, sostenute dall’autorità dei dottori, queste idee sembravano assai ardite, erano come un grido di guerra. Nè forse il Savonarola stesso le avrebbe esposte sul pergamo, se egli non si fosse convinto che la elezione di papa Alessandro era nulla,[459] e non avesse nudrito ferma speranza che il Concilio doveva presto venire a riordinare i mali della Chiesa, desolata da tanti osceni scandali, da tanti delitti, da tanto abbominio.
Venendo poi al caso particolare della sua disputa con Roma, ripeteva quel giorno: «Chi non sa che il breve è venuto per secondare i nemici miei e della repubblica, i quali spargono bugie e calunnie contro di me? Chi non sa che la mia partenza sarebbe non solo con pericolo grandissimo della mia vita, ma ancora con danno di questo popolo ed a rovina della libertà? Che il buon costume sarebbe abbandonato, che la religione anderebbe per terra? Questo, e non altro, vogliono i nostri nemici. Io, adunque, debbo credere che il Santo Padre sia stato ingannato dalle false accuse dei miei detrattori: obbedisco, piuttosto, a quella che debbo credere sua intenzione, e non voglio supporre che esso desideri la rovina di tutto un popolo.»
E quel giorno ancora annunziava al popolo la sua morte. — «Qual sarà la fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico, invece, morire ed essere tagliato a pezzi. Ma ciò servirà solo a sempre più dilatare questa dottrina, la quale non viene da me, ma da Dio. Io non sono che strumento nella sua mano; onde sto deciso a combattere fino all’ultimo.» Raccontò di avere, nella scorsa notte, avuta una visione, durante la quale parevagli di vedere un Crocifisso sorgere fra Roma e Gerusalemme. Da esso scorreva un fiume di sangue, in cui gl’infedeli mostravano grande desiderio di bagnarsi, mentre i cristiani andavano quasi renitenti. Quindi le tenebre ricoprivano la terra, pioveano fuochi, saette; e così via discorrendo. Da ciò, l’oratore pigliava argomento a fare un’altra di quelle animate ed eloquenti descrizioni dei flagelli d’Italia,[460] di cui tutto il quaresimale è pieno; e così concludeva.
In queste prediche vi sono davvero delle pagine che mostrano con grande evidenza, come in altre condizioni e con altri studi, il Savonarola sarebbe stato il più grande oratore italiano. V’è nelle sue parole un ardore, un fuoco d’una eloquenza tutta originale. Il suo linguaggio è affatto nuovo, e nel modo stesso che egli concepisce l’idea, ritrova anche una forma tutta propria; le sue immagini si presentano con forza e, quasi con violenza, dominano la immaginazione dell’uditorio. Se a ciò vogliamo, poi, aggiungere la forza del gesto e del suo accento, comprenderemo allora tutto il grande entusiasmo del popolo fiorentino. L’impressione che il Savonarola produsse in questa quaresima, fu superiore a quella di tutti gli altri anni; per tutto corse la fama di queste prediche; l’odio degli avversari giungeva al colmo; l’entusiasmo dei seguaci diveniva fanatismo; i principi d’Italia protestavano; il papa era pieno di feroce ira, e quasi gli pareva che il Vaticano tremasse sotto i fulmini di quella eloquenza. — Ma delle passioni che si destarono allora da ogni lato, noi discorreremo nel capitolo che segue.
CAPITOLO QUARTO. Scritti diversi intorno alla dottrina del Savonarola. Lettere che gl’indirizzano vari principi, e sue risposte. Colloquio del Papa coll’ambasciatore fiorentino. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica nelle feste sopra Rut e Michea. [1496.]
Per ben comprendere quale e quanta fosse l’impressione prodotta dalle prediche del Savonarola, bisognerebbe leggere le lettere che si scrivevano in quei giorni a Firenze.[461] Sembra, davvero, che i Fiorentini non sapessero ragionare d’altro che del Frate, e che niuno di loro potesse più stare nei limiti del vero. Alcuni dicono ch’ei si fa beffe d’una scomunica già arrivata;[462] che tratta il papa peggio che turco, i principi d’Italia peggio che eretici: altri assicurano ch’egli vuol rivelare sul pergamo i peccati de’ suoi persecutori; che s’apparecchia a far nuove e più maravigliose profezie. Chi dice che esso è divenuto il tiranno di Firenze; e chi, invece, ch’egli fra poco ridurrà a mal partito i nemici della repubblica, se non li distrugge con qualche miracolo: ognuno si aspetta cose grandi e maravigliose. E così, esagerandosi da una parte per odio e mala fede, da un’altra per fanatismo ed affezione, gli animi si andavano sempre più esaltando, e le passioni ricevevano ogni giorno nuovo alimento.
Nello stesso tempo, cominciava ad uscire per le stampe un numero così grande di strani opuscoli, che minacciavano, quasi, voler formare un nuovo genere di singolare letteratura. Da una parte, si esaltava insino alle stelle il nome del Frate; da un’altra, non si trovavano parole, accuse, contumelie bastevoli per denigrarlo. Invero, il merito letterario di quegli scritti non inviterebbe molto a discorrerne; ma pure ritraggono così bene i tempi e gli uomini, che dobbiamo fermarci a dirne qualche parola.
Uno dei più notevoli fra questi opuscoli, si chiamò Oraculum de novo sæculo:[463] fu scritto dal Nesi, discepolo assai riputato di Marsilio Ficino, e tutto pieno delle sue idee neoplatoniche. Il titolo stesso del libro dava subito a conoscer l’autore per un seguace del Savonarola: si discorre, infatti, d’una strana visione, in cui il Nesi, trasportato in un altro mondo, ragiona a lungo con le ombre di Enea e di Platone, il quale ci vien descritto come precursore del Cristianesimo. L’autore incontra, poi, il gran Pico della Mirandola, che, menandolo per le sfere celesti, gli mostra in esse un riscontro della dottrina del Savonarola; e mentre continuano questo celeste viaggio, il Pico esalta l’ingegno, il cuore, il carattere del Frate, e conclude dicendo: sed quid plura? Christi est in omnibus æmulator egregius.
Un predicatore in San Spirito attaccava la nuova dottrina, scagliava ogni giorno ingiurie contro al Savonarola, e lo sfidava ad entrare nel fuoco.[464] Questi, invece, lo disprezzava, e non faceva alcun caso delle sue parole: ma ecco subito venire in risposta un opuscolo di messer Filippo Cioni, notaio fiorentino, che prendeva la difesa del Frate.[465] Un altro avversario, per poterlo vie meglio ferire, pensa di fingersi suo seguace, e stampa una lettera, nella quale, sotto forma di dubbi, ripete le solite accuse che si fanno contro al Savonarola: che egli, cioè, semina scandali nella Chiesa, disobbedisce a Roma, si chiama profeta, e via discorrendo.[466] Domenico Benivieni, fratello del poeta e autore d’un gran numero di scritti religiosi, smascherava subito la grossolana ipocrisia dell’anonimo con una sua Epistola: veniva, poi, con molti dialoghi e trattati a difendere la dottrina e le profezie del Savonarola.[467] In essi faceva la storia della sua predicazione: descriveva lo stato di corruzione e d’incredulità, da cui il popolo fiorentino era stato liberato mercè la nuova dottrina: ne dimostrava la verità colla rettitudine della vita di tutti coloro che la seguivano, col suo perfetto accordo col Vangelo: enumerava finalmente le molte profezie del Frate, accennando così quelle che già s’erano verificate, come quelle che erano ancora in via di verificarsi.