LIBRO SECONDO. [1494-1495.]
Reading edition
CAPITOLO PRIMO. La venuta dei Francesi in Italia. [1494.]
Dopo la morte di Lorenzo dei Medici e la elezione del nuovo papa, le cose d’Italia avevano rapidamente peggiorato. Il Borgia, divorato dall’ambizione di creare uno stato ai suoi figli, volgeva l’occhio avido di preda ovunque vedesse un principe debole o pauroso; faceva e disfaceva trattati, amicizie e giuramenti; avrebbe messo l’Italia e l’Europa intera a qualunque cimento, per ottenere i suoi fini.[191] Nè meno pericolosa era l’indole di Lodovico il Moro, dominato dalla paura e dall’ambizione nel medesimo tempo. Il suo nome era conosciuto in tutta Italia per doppiezza e mala fede: i trattati da lui giurati erano alla prima opportunità violati; anzi, nel momento stesso che li segnava, studiava fra sè il modo di romperli quando un’occasione lo richiedesse. Si vantava d’essere il più astuto uomo d’Italia, e non aveva mai posa nel mulinar sempre nuovi disegni e nuove trame per raffermare il suo stato, spegnere i suoi nemici, crescere la sua potenza. Quando egli era, poi, assalito dalla paura, allora tutte le facoltà della sua mente crescevano di forza e venivano in una specie di convulsa attività, nè vi era mente umana che potesse prevedere i partiti a cui egli era allora capace di ricorrere.[192] Sfortunatamente per lui e per l’Italia, la paura dominavalo appunto in quel tempo di cui ora discorriamo, e lo teneva continuamente sospeso.
La signoria di Milano era stata da lui crudelmente usurpata al nipote Giovan Galeazzo, che egli teneva prigioniero a Pavia, non senza sospetto d’amministrargli lento veleno. Quel giovane, infatti, era già debole, malato ed ogni giorno più esausto di forze. Esso non era perciò capace di fare alcuna resistenza al Moro; ma sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso di Napoli, non sapeva tollerare la violenta usurpazione dei loro diritti, la umile e trista condizione a cui erano condannati. Ella empieva perciò de’ suoi rammarichi tutta Italia, invitava continuamente il padre e l’avo, perchè venissero a vendicar le ricevute ingiurie, a rimettere lei ed il marito nei loro stati. Il re Ferdinando e suo figlio Alfonso, signori d’un vasto reame, superbi del nome acquistatosi nelle armi, per le guerre avute contro i Baroni e per l’assedio di Otranto, trattavano il Moro con un alto disprezzo, lo chiamavano nei loro dispacci il Duca di Bari o anche Messer Lodovico,[193] e di continuo minacciavano di andare a torgli l’usurpata signoria, per rimettervi la figlia. Non è descrivibile in quale stato si trovasse allora il Moro e che disegni passassero per l’animo suo: se egli avesse potuto dar fuoco all’Italia ed al mondo per salvarsi da questa paura, non avrebbe certo esitato un momento.[194]
Lorenzo dei Medici aveva, al suo tempo, mostrato una grandissima prudenza nel mettersi fra queste due parti, e, restando neutrale, mantenerle amiche, con una specie quasi d’equilibrio politico, per cui fu allora chiamato l’ago della bilancia d’Italia. Sino dal 1480, egli aveva, con un trattato, riunito le corti di Napoli, Milano e Firenze; e dipoi, col piegare ora da un lato ora dall’altro, aveva sempre impedito che quest’alleanza venisse sciolta. Ma dopo la sua morte, si vide subito le cose mutare aspetto; onde il primo pensiero del Moro fu di esperimentare in qualche modo l’animo de’ suoi nuovi alleati. Propose, adunque, che nella elezione del Borgia, gli ambasciatori delle tre corti entrassero contemporaneamente in Roma, e come amici riuniti si presentassero al papa. Ma Pietro de’ Medici, avendo stabilito farsi capo d’una solenne ambasceria fiorentina, di cui già aveva apparecchiato la pompa, indusse il re di Napoli a trovar pretesti per negarsi alle proposte del Moro. Ed il re prese subito questa occasione per ferire il suo nemico personale, dimostrando nel medesimo tempo, che e’ lo faceva per secondare i desiderii di Piero. Di quanto sospetto un tal fatto empiesse l’animo del Moro, non è facile immaginarselo. Ben presto, però, egli si dovette anche avvedere, che questi erano segni d’una discordia assai più profonda, e che egli si trovava ora isolato in Italia; giacchè gli Orsini, i quali ricevevano condotte dal re di Napoli, erano già riusciti a tirare Piero de’ Medici dal loro lato.[195] Questo fece sì che il Moro cominciasse a pensare deliberatamente ai casi suoi, nè mai potesse fermar l’animo suo, fino a tanto che non si fu deciso d’invitare i Francesi a venire alla conquista del regno di Napoli. E in tal modo cominciò quella serie di lunghe calamità, che per tanti secoli desolarono l’Italia, e vi distrussero ogni prosperità di commercio, ogni cultura di lettere e di scienze, ogni aura di libertà. Il Moro fu, certo, la colpevole occasione che dètte principio a tante sventure; ma a torto si è accumulato sul suo nome un odio infinito, facendolo autore di quei fatti, le cui vere cagioni erano di lunga mano già apparecchiate, e dandogli così una importanza storica che egli non merita neppure nel male che ha fatto.
La vita troppo attiva ed irrequieta dei tempi passati aveva logorato l’Italia, che si trovava nel secolo XV invecchiata d’una vecchiezza precoce, divisa e debole. E intorno ad essa crescevano già degli Stati grandi, forti, pieni di gioventù e di vita: il Turco era nel vigore della sua potenza, aveva già messo piede in Europa, minacciava per mare e per terra l’Italia e tutto l’Occidente: la Spagna aveva unito i reami di Castiglia e d’Aragona, cacciato i Mori e già traversato l’Atlantico, guidata dal genio e dall’ardire di Colombo. In Francia, Luigi XI aveva, col suo ferreo dispotismo, abbassato l’aristocrazia e sollevato il popolo; dato ordine alla finanza, unità alla nazione, allargatone i confini sul Reno e sui Pirenei; mentre l’estinzione della casa d’Angiò faceva ricadere nei re di Francia il Ducato, la Provenza, e tutti i diritti che gli Angioini vantavano sul regno di Napoli: la Germania, sebbene apparisse infiacchita sotto il debole ed incerto governo di Massimiliano, aveva pure le sue forze nazionali più che mai vive: gli Svizzeri, finalmente, divenuti la prima fanteria d’Europa, si tenevano pronti a scendere formidabili dalle Alpi per chiunque li pagasse.
Il sentimento della propria forza, il desiderio d’avventure, il bisogno di civiltà e, più che ogni altra passione, una certa gelosia nazionale, spingeva tutti questi popoli verso l’Italia. Non le sapevano perdonare che ancora fosse maestra al mondo; che ancora la gioventù movesse da tutte le parti d’Europa per accorrere nelle sue università; che sempre fosse la sede unica delle arti e delle lettere; che in tutte le corti, ognuno si studiasse d’imitare i modi e la lingua italiana; che gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i medici, gli astrologi, i navigatori d’Italia avanzassero ancora tutti gli altri nella gloria, come i signori e mercatanti li avanzavano nelle ricchezze. Ciò faceva nascere come un misto di amore e di odio, che spingeva verso di essa tutte le altre nazioni d’Europa. Era divenuto inevitabile che l’Italia spargesse nel mondo i semi della sua civiltà; e non avendo ormai forza di essere conquistatrice, bisognava che fosse conquistata. L’impresa d’Italia era, infatti, divenuta la crociata del secolo XV: i capitani e gli uomini di stato ci vedeano una preziosa e facile conquista; i dotti ci vedevano il mondo della scienza e dell’arte rivelato all’Europa; i soldati sognavano il sacco dei tesori raccolti nei palazzi e nelle ville italiane; tutti il bel cielo e le ubertose campagne.[196]
Ma quello che fra tanti popoli sembrava allora destinato a passare le Alpi, era senza dubbio il popolo francese. La sua posizione nel centro d’Europa ed ai confini d’Italia, la sua indole, il suo stato politico e militare; tutto, insomma, lo chiamava ad essere primo in quel gran moto che doveva, col dar morte all’Italia, portar vita all’Europa. Si aggiungeva a questo, l’essere allora salito sul trono Carlo VIII, che non aveva più di ventidue anni, ed era pieno d’uno strano desiderio di avventure. Debole di complessione, piccolo di statura, d’aspetto quasi deforme; conosceva appena i caratteri dell’alfabeto; non aveva nè consiglio nè prudenza; era avido di comandare, ma incapace di ritenere co’ suoi alcuna maestà.[197] Egli veniva sempre aggirato da uomini di basso lignaggio, i quali ottenendo i suoi favori, salivano alle più alte dignità dello stato; e costoro eccitavano di continuo la sua puerile ambizione d’imitare San Luigi di Francia, e rendere immortale il suo nome con una crociata contro i Turchi, di cui la conquista di Napoli doveva essere il primo passo. Mentre essi cercavano così indurlo a far valere quelle ragioni che dalla casa d’Angiò si credevano scadute alla corona di Francia,[198] gli esuli napoletani stavano sempre ai suoi fianchi per ridestare queste medesime ambizioni. I principi di Salerno e di Bisignano, scampati alla strage dei baroni, non si fermavano mai dal parlare contro il crudele dispotismo di Ferdinando e d’Alfonso; dipingevano il partito angioino potentissimo nel Regno, assicuravano che il re sarebbe ricevuto a braccia aperte da tutto il popolo. Ed invero, a tutti era noto lo stato infelice dei Napoletani; ed il desiderio d’un qualunque mutamento, per quanto potesse dagli esuli essere esagerato, era pure assai universale.
Riguardando, poi, al resto d’Italia, si vedeva che la venuta dei Francesi era assai più desiderata che temuta da tutti quelli che amavano la libertà. L’indole facile e pieghevole di quel popolo, l’incerto e l’impreveduto che si trova sempre in quel carattere, facevano sì che ognuno aspettasse da loro quello che desiderava: onde non v’era popolo oppresso o repubblica tiranneggiata, che non sperasse colla loro venuta sollevare le sue miserie. Già Luigi XI era stato più volte da vari partiti invitato a venire in Italia; ed ora che Lodovico il Moro mandava i suoi ambasciatori per tentare l’animo di Carlo VIII, sembrava che neppure i governi gli fossero del tutto contrari. Sia che Alessandro volesse spaventare il re di Napoli, per offerirgli poi la pace a miglior prezzo; sia che si fosse lasciato aggirare dalle arti sottilissime e dalla politica astuta del Moro; certo è che anch’egli incoraggiava la venuta dei Francesi.[199]
Onde riesce assai singolare il pensare come questa invasione straniera, cagione a noi di tanti mali, fosse in quel momento da quasi tutti gl’Italiani desiderata, e dai Francesi contrastata. I baroni di Francia, infatti, radunati a consiglio, s’erano apertamente dichiarati contrari ad una impresa che giudicavano inconsiderata e pericolosa. Non doversi fidare, dicevano essi, negli aiuti d’un alleato come il Moro, d’un papa vario e mutabile come il Borgia; le armi del re di Napoli non essere spregevoli, e la Francia esausta di danari, non avere alcun mezzo per sostenere una lunga campagna. In fondo, diffidavano più di tutto del loro medesimo re, che non tenevano capace a condurre un’impresa di sì grave momento. Ma egli sprezzava i loro consigli, e lasciavasi guidare da due uomini che non s’intendevano nè di guerra nè di stati. Uno di essi era Stefano di Vers, in origine cameriere ed ora maresciallo Beaucaire; l’altro era Guglielmo Brissonet, che da semplice mercante era salito ad essere generale di Francia e ministro delle finanze. Costoro, per la speranza di nuovi guadagni, e per le promesse del Moro e del papa, erano i soli che favorissero allora la guerra e la persuadessero al re Carlo.
Egli licenziò, finalmente, dalla sua corte gli agenti del re di Napoli, e mandò quattro oratori francesi a riconoscere le intenzioni dei vari stati italiani. Questi, invero, non trovarono alcuna simpatia nei governi: la repubblica di Venezia era neutrale; Piero dei Medici tutto amico degli Aragonesi; ed anche il papa, dopo avere invitato i Francesi, voltando faccia, s’era unito a Napoli. Al re Ferdinando, quando la sua fortuna cominciò a pericolare, non potè mai riuscire, malgrado le molte promesse, guadagnarsi l’animo del Borgia: onde egli moriva, il giorno 25 gennaio del 1494, tormentato da rimorsi atrocissimi, che lo lacerarono crudelmente nelle sue ultime ore d’agonia, e col dolore di lasciare la sua famiglia in procinto di perdere il regno. Dopo una vita lunga e piena di prosperità, egli, secondo l’espressione d’uno scrittore contemporaneo, finiva sine lux, sine crux.[200] Suo figlio Alfonso si apparecchiava, però, con tutte le forze alla guerra; e mentre raccoglieva i soldati e metteva in ordine le navi, era riuscito a tirare dal suo lato il pontefice con la somma di trentamila ducati pagati a lui, e larghi assegnamenti fatti ai figli.
Ma se gli oratori francesi trovarono che tutti i governi italiani, eccettuatone solo il Moro, erano divenuti contrari alla venuta del re; videro, invece, che le popolazioni si tenevano sempre assai favorevoli. A Firenze soprattutto, dove il Savonarola invitava apertamente dal pergamo il nuovo Ciro a passare i monti, la pubblica opinione si mostrava senza ritegno favorevole ai Francesi, e contraria a Piero de’ Medici. Questi aveva dovuto confinare in alcune ville i suoi medesimi cugini, che s’erano dati al partito popolare; ed avendo mandato in Francia ambasciatori a difendere e scusare appresso il re Carlo la sua politica, essi invece si manifestavano quasi tutti avversi al governo Mediceo. Eravi andato, fra gli altri, Piero Capponi, il quale essendo stato sempre uomo di partiti risoluti, consigliava al re di cacciar via di Francia i mercatanti fiorentini; e con questo grave colpo agl’interessi materiali della repubblica, far sollevare tutto il popolo contro ai Medici.[201]
Queste cose avrebbero dovuto sollecitare il re Carlo a partire; ma pareva, invece, che lo stato più naturale al suo animo fosse l’esitare. Quando tutto era pronto per agire, quando il tempo d’operare veniva, allora cominciavano i suoi dubbi. Come, infatti, si fu accertato che le popolazioni erano in suo favore, cominciò allora a vedere tutte le difficoltà dell’impresa. Ma ecco, a Lione dove il re si trovava, arrivare il cardinale di San Piero in Vincola, che fuggiva dalla fortezza di Ostia; donde aveva prima minacciato e spaventato il papa, e dove era dipoi stato assediato e stretto in maniera, che trovatosi in grave pericolo, e’ si era appena potuto salvare colla fuga. Egli era quel medesimo che ascese più tardi al pontificato col nome di Giulio II; uno dei pochi cardinali che non avevano voluto vendere il loro voto al Borgia, di cui era nemico a morte, e che chiamava sempre marrano ed eretico. Non si stancò mai di muovergli guerra; voleva raccogliere un concilio per farlo deporre; ed era uomo che nè gli anni nè le fatiche nè i pericoli sbigottirono mai. Venuto adunque alla presenza del re, le parole del cardinale furono tali, che gli tolsero ad un tratto ogni incertezza dall’animo, e lo decisero finalmente a mettersi in punto di partire.[202]
Innanzi tutto, bisognò pensare a raccogliere danari, dei quali v’era in Francia grandissima penuria; sebbene Lodovico il Moro avesse già dato 200,000 ducati, e facesse ora nuove promesse.[203] Si ricorse perciò ai banchieri di Genova, pagando fortissimi interessi; s’impegnarono le gioie della corona e di vari signori della corte. Dopo ciò, bisognò anche fare accordo colla Spagna e coll’imperatore, per non lasciarsi due nemici alle spalle. Si fece, adunque, colla prima un trattato d’alleanza, con cui si cedettero Perpignano e la contea di Rossiglione, che formavano la chiave de’ Pirenei, e che Luigi XI con molta fatica e gloria aveva conquistate. La contea d’Artois, altra conquista del medesimo re, fu ceduta all’imperatore, a cui venne rimandata la sua figlia, che era stata già da lungo tempo ripudiata dal re Carlo, senza che la volesse mai rilasciare, malgrado le istanze continue del padre. Queste cose spiacevano naturalmente ai Francesi, i quali vedevano l’onor nazionale gravemente compromesso dalla cessione di provincie così importanti, da trattati che offendevano la dignità del paese, da nuovi debiti che non si potevano comportare. Tutti auguravano perciò male d’una impresa disapprovata dagli uomini di guerra e di stato, e per cominciare la quale era bisognato umiliarsi in faccia ai vicini. Nondimeno, Iddio aiutava la Francia, e la fortuna doveva esserle prospera, perchè l’Italia non poteva fare alcuna resistenza.
Le nostre armi erano cadute assai basso, per non dire spente del tutto; e quella reputazione che i soldati del re di Napoli ancora godevano, per aver combattuto alla spicciolata contro i Baroni, non era per far buona prova in campo aperto. I nostri famosi condottieri e capitani di ventura, che una volta con tanto onore avevano incontrato i soldati stranieri, che erano stati i primi a fondare la scienza della guerra e maestri a tutta l’Europa nella milizia moderna, erano omai tutti spenti. I loro successori non avevano ereditata alcuna delle loro qualità: tiravano vergognosamente innanzi una guerra di mestiere, in cui non s’occupavano d’altro che d’accrescere la paga e risparmiare la vita. Erano i tempi di cui Niccolò Machiavelli raccontava, che spesso due eserciti combattevano per più ore senza che alcuno vi morisse di ferro, e perivano solo quelli che, caduti, erano pestati dai cavalli.[204] Allora la forza degli eserciti italiani consisteva quasi unicamente nella cavalleria: il cavaliero, poi, ed il suo cavallo erano così gravemente armati, che una volta caduti, riusciva quasi impossibile il potersi rilevare senza aiuto. La fanteria era invece troppo leggera, ed appena si erano introdotti l’archibugio e la picca: combatteva sparsa per la campagna, o dietro i fossati e gli argini; e quando si raccoglievano le schiere, erano larghe di fronte, strette di fianco; facilissime quindi a sfondarsi. Le artiglierie, poche e pesanti, tirate dai bovi, difficili a caricarsi, con palle grosse e per lo più di pietra, facevano pochissimo danno.[205]
L’esercito francese era, invece, modello di quanti se ne vedevano in Europa. Migliorato secondo tutti i progressi dell’arte, la sua forza consisteva principalmente nella fanteria, che camminava in ischiere grosse e serrate, le quali con un numero grandissimo di nuove manovre, si disponevano facilmente in tutte le guise, con agilità incredibile di movimenti. Aveva nell’avanguardia ottomila svizzeri, e nella cavalleria era la più ricca nobiltà di Francia e la più bella gioventù di Scozia: onde l’emulazione ne cresceva la forza. I Francesi avevano anche le migliori armi che si lavorassero allora. Splendeva la loro fanteria di bellissime alabarde e picche, ed in ogni mille fanti v’erano cento fucili. Oltre le colubrine ed i falconetti, portavano trentasei cannoni, che erano tirati da cavalli, sopra quattro ruote, due delle quali si smontavano per metterli in batteria; ed andavano quasi di pari passo colla fanteria: il che era in quel tempo tenuta cosa meravigliosa.[206] Il valutare con precisione il numero di questo esercito, riesce quasi impossibile; perchè gli antichi scrittori sono sempre inesatti sopra tali materie, ed il loro uso di numerare per uomini d’arme,[207] ne accresce non poco la confusione. Nondimeno, i più stimano che Carlo VIII comandasse 22 mila fanti e 24 mila cavalieri; e che unendovi tutta la gente che lo accompagnava, e i soldati del Moro che dovevano raggiungerlo in Italia, le sue forze potessero ascendere a 60 mila uomini.[208]
Il re Alfonso di Napoli si apparecchiava, dal suo lato, alla guerra con tutta l’attività e le forze di cui era capace. D. Federico, suo fratello, andava con l’armata ad assalire Genova, dove si raccoglievano le navi di Francia; D. Ferdinando, duca di Calabria, assistito dal conte di Pitigliano e da Gian Iacopo Trivulzi, capitani rinomatissimi di quel tempo, avanzavasi nelle Romagne per allontanare la guerra dai confini del Regno.
In tale stato di cose, tutto spingeva il re Carlo ad affrettare i suoi movimenti; e quei medesimi generali che avevano contrastato l’impresa, ora la sollecitavano, persuasi che l’indugio non avrebbe fatto che peggiorare le sue condizioni. Ma appunto allora il re cominciava di nuovo a dubitare e perdersi in mille incertezze: egli sembrava aver quasi del tutto mutato il suo animo; tanto che alcune delle sue genti che già s’erano poste in moto, ricevettero ordine di retrocedere. Allora il cardinale di San Piero in Vincola presentossi di nuovo, e le sue parole furon quasi violente: egli accusò il re di mettere a repentaglio non solo il proprio onore, ma quello anche di tutta la nazione; e il suo impeto fu tale, che vinse ogni incertezza. Così, finalmente, il giorno 22 agosto 1494, il re e l’esercito si mossero; pel Monte Ginevra andarono ad Asti, dove vennero loro incontro il Moro colla moglie, e il duca di Ferrara.
Tra le feste e le donne, Carlo dimenticava nuovamente la guerra, e si abbandonava in modo ai piaceri, che ammalatosi gravemente, fu costretto fermarsi per un mese. Da Asti andò a Pavia, dove visitò l’infelice Giovan Galeazzo, che nel fiore degli anni consumavasi in un letto; e udì i lamenti della moglie di lui, che gettandoglisi ai piedi, raccomandava a calde lacrime il loro stato infelice. Parve che il re si commovesse grandemente, tanto che promise a quel principe aiuti efficaci: ma non era appena da Pavia giunto a Piacenza, che ivi gli pervenne la nuova della morte di quel giovane, e la fama riportava essere seguita per veleno amministratogli dal Moro. Tutto l’esercito era indegnato di questo fatto, perchè vedeva con che sorta d’alleato si aveva a fare: il re solo pareva non darsene alcun pensiero. Egli, caduto un’altra volta nelle sue incertezze, non sapeva se prendere la via di Romagna o procedere per la Toscana; e in questo mezzo, si fermava di nuovo e davasi nuovamente ai piaceri.
Intanto, arrivavano da tutti i lati notizie di fortuna prospera ai Francesi. In Romagna, ove già era stato mandato il valoroso generale d’Aubigny per tenere a bada i Napoletani, egli aveva saputo, con poca gente e senza venire ad alcun fatto d’armi, stancarli in modo, che già si ritiravano nel Regno. A Genova, il duca d’Orleans aveva potuto, con una flotta assai maggiore, obbligare D. Federico a retrocedere. Sbarcò poi a Rapallo, dove era piccola guarnigione di Napoletani, un certo numero di Svizzeri; che, aiutati dalle artiglierie delle navi, poterono prendere la terra, metterla a sacco ed a fuoco, passare a fil di spada non solo la guarnigione che si arrendette, ma tutti gli abitanti ed anche quaranta malati che trovarono in letto. La nuova d’un tal fatto sparse un terrore indescrivibile per tutta Italia, dove questo modo feroce di guerreggiare era insolito e sconosciuto. Ogni città, ogni più piccolo borgo s’immaginava d’avere a dividere la medesima sorte dell’infelice Rapallo; ed il nome dell’esercito francese ne diveniva terribile, il suo cammino si rendeva sempre più libero da contrasti.
In questo medesimo tempo, arrivavano al campo Giovanni e Lorenzo de’ Medici, cugini di Piero, che s’erano dati al partito popolare; e fuggiti dalle ville ove erano stati confinati dal fratello, venivano ad assicurare al re, lo stato della Toscana essere tutto favorevole al passaggio dei Francesi. E così l’esercito, messosi finalmente per la Lunigiana, procedeva oltre, lungo la Magra. Giunti innanzi al castello di Fivizzano, i Francesi lo presero d’assalto, ed emularono le crudeltà degli Svizzeri. Ben presto però si dovettero accorgere d’essersi messi per una via piena di pericoli. Essi erano in un paese sterile; chiusi a sinistra dai monti; a destra, col mare tenuto ancora dal nemico; ed in fronte avevano le fortezze di Sarzana, Sarzanello e Pietra Santa, le quali con piccola guarnigione potevano facilmente chiudere il passo ad ogni più formidabile esercito. Se Piero de’ Medici avesse ardito prendere qualche forte provvedimento, egli poteva anche in su quell’ultima ora respingere i Francesi, con loro gravissimo danno e vergogna. Ma sembrava davvero che la Provvidenza guidasse miracolosamente quegli eserciti alla nostra rovina; e che, malgrado la stolta indolenza del re e il niun provvedimento d’ogni cosa più necessaria, tutto dovesse riuscire, per loro, a prospero fine.
Intanto, la confusione era a Firenze grandissima. Il partito popolare aveva sempre parteggiato per Francia; ma la pazza politica di Piero aveva fatto avanzare il re da nemico, onde il paese ne andava a sacco ed a fuoco: che fare, adunque, in tale stato di cose? Aprire la via quando si potevano chiedere patti, sembrava imprudenza e viltà; chiuderla, era un dichiarare la guerra. Il governo della città trovavasi intanto nelle mani di Piero, autore unico di questi disordini: tutti stavano perciò a guardare che partito egli fosse per prendere, e nel comune pericolo ognuno si compiaceva di notare il suo smarrimento e la sua confusione. La condizione di Piero era, infatti, peggiore di ogni altra: il nemico vittorioso e vicino era contro di lui personalmente adirato; egli, senza danaro, senza alcuno che volesse dargliene, e col paese avverso, aveva perduto ogni consiglio. Mandò Paolo Orsini, con alcuni cavalli e trecento fanti, a rinforzare la guarnigione di Sarzana; ma subito dopo, crescendo la paura, si decise di presentarsi al campo del re e chiedere egli stesso la pace. Questo doveva essere una imitazione del viaggio che Lorenzo suo padre fece a Napoli, quando si mise coraggiosamente nelle mani di quel re per ottenerne patti onorevoli. Ma le imitazioni riescono assai difficilmente; e Piero facendo per paura ciò che Lorenzo avea fatto per coraggio, riuscì a lui in umiliazione e rovina quello che al padre era risultato ad accrescimento di potenza e d’onore.[209]
Fattosi, adunque, accompagnare da ambasciatori della repubblica, se ne andò a Pietra Santa; ove subito seppe come l’Orsini, incontrato per via da alcuni Francesi, era stato disfatto. Cresciutogli perciò vieppiù il desiderio d’ottenere la pace a qualunque costo, mandò a chiedere un salvacondotto, ed ottenutolo, si presentò al campo. Ivi trovò che il re e l’avanguardia battevano invano da tre giorni il forte di Sarzanello. Ogni altro uomo si sarebbe vantaggiato della sua posizione e del grave pericolo in cui era l’esercito nemico; ma egli non potè mai uscire dal suo smarrimento, anzi ne fu sempre più dominato quando vide la fredda e severa accoglienza fattagli dal re. Senza neppure interrogare gli ambasciatori che lo accompagnavano, cedette, con una stoltezza veramente incredibile, tutte e tre le fortezze; dando immediato ordine a chi le teneva, di consegnarle ai Francesi; i quali subito ne presero possesso. Prometteva anche di somministrare danaro, e di cedere le fortezze di Pisa e Livorno; e ciò sino a guerra finita.
Padroni ormai del territorio toscano, si avanzavano i Francesi rapidamente, non credendo quasi alla loro medesima fortuna, che così miracolosamente li avea cavati di tanti pericoli. Divenne fra loro universale l’opinione, che la Provvidenza aiutava quest’impresa; e vi prestavano fede non solamente i soldati, ma anche i generali, e più di tutti il re stesso, che si era convinto di esser davvero quel nuovo Ciro che il predicatore di San Marco aveva annunziato.[210] Intanto, gli ambasciatori che avevano accompagnato Piero, senza più far parola nè a lui nè al re, partivano adirati e correvano a Firenze; dove trovavano ogni cosa già piena di disordine, di confusione e di sdegno, per le nuove già arrivate delle fortezze così vilmente cedute.
CAPITOLO SECONDO. I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola va ambasciatore al campo francese. [Novembre 1494.]
Il mese di novembre 1494 cominciava in Firenze con sinistri auspici. La notizia, già arrivata, dell’abbandono di quelle fortezze, che erano costate alla repubblica lunghi assedi e spese enormi,[211] e che erano la chiave di tutto il territorio toscano, aveva già sollevato il popolo. Il ritorno degli ambasciatori dal campo francese, fece poi crescere assai più il furore di tutta la città. Essi raccontavano quanto facile sarebbe stato ottenere dal re patti onorevoli: con quanta viltà, e con quanto orgoglio nel medesimo tempo, Piero dei Medici aveva messo l’intera repubblica nelle mani di Carlo VIII, senza neppure interrogarli. I discorsi erano perciò in Firenze tutti pieni di sdegno, e il popolo cominciava a radunarsi nelle piazze e nelle vie. Si vedevano nella folla comparire di nuovo certe vecchie armi, tenute nascoste per più di mezzo secolo; qualche pugnale che si vantava d’essere stato vibrato in Duomo il giorno della congiura dei Pazzi: uscivano dagli opifici dell’arti della lana e della seta alcuni di quegli uomini forti, tarchiati e con visi terribili, che rammentavano ancora i Ciompi di Michele di Lando.[212] Pareva quel giorno che si fosse, come per incanto, tornati un secolo addietro; e che quel popolo il quale aveva per sessanta anni sopportato così pazientemente la tirannide, fosse ora deciso di correre al sangue ed alle armi per riconquistare la sua libertà.
Se non che, in quello universale furore, una universale incertezza e diffidenza dominava gli animi. I Medici, è vero, non aveano lasciato alcuna guardia in Firenze, ed il popolo poteva d’ora in ora impadronirsi di tutta la città; ma esso non sapeva di chi fidare, a cui lasciarsi condurre. I vecchi amici della libertà erano quasi tutti morti nei sessanta anni trascorsi, fra gli esili, le condanne e le persecuzioni; i pochi che ancora s’intendevano dello stato, erano uomini vissuti sempre col favore dei Medici; e la moltitudine, uscendo dalla servitù, non poteva per sè stessa se non trascorrere alla licenza.[213] Era, quindi, uno di quei momenti terribili, in cui a nessuno è dato vedere quali eccessi, quali fatti atroci possono d’ora in ora commettersi. Il popolo scorreva tutto il giorno incerto per le vie, come un fiume impetuoso; guardava con occhio sinistro le case di quei cittadini che avevano accumulato ricchezze coll’oppressarlo; nè aveva altra direzione sicura, se non che in sull’ora della predica raccoglievasi tutto nel Duomo. Ivi non s’era mai vista la gente accalcarsi così stretta: gli uni pigiavano gli altri sino a che non si potevano più muovere; e quando il Savonarola saliva finalmente sul pergamo, egli era come sopra un piano fitto e immobile di teste che lo riguardavano. Si vedeva dipinta su quei volti un’insolita fierezza, un’insolita concitazione, ed a qualcuno di sotto al lucco rilucere la corazza.
Quel frate era il solo uomo che potesse in quei giorni comandare alla moltitudine; la quale sembrava pendere dalle sue labbra, e da lui solamente aspettare la sua salvezza. Una parola inconsiderata, uscita dalla bocca di lui, avrebbe potuto mandare a sacco le case dei più potenti cittadini, ricominciare l’antica storia delle guerre intestine, far versare dei fiumi di sangue; giacchè molte erano le ingiurie dal popolo ricevute, grande il desiderio della vendetta. Egli si astenne perciò da ogni discorso politico; ma, col cuore riboccante d’affetto, con ambe le braccia aperte, con la persona sporgente dal pergamo, con una voce che rimbombava in tutta la chiesa, predicava la pace, la carità, l’unione «Ecco la spada è venuta, le profezie si verificano, i flagelli cominciano: ecco il Signore conduce questi eserciti. O Firenze, è cessato il tempo dei canti e dei balli: ora è tempo di piangere con fiumi di lacrime le tue colpe. I tuoi peccati, o Firenze, i tuoi peccati, o Roma, i tuoi peccati, o Italia, sono causa di questi flagelli. Fate, adunque, penitenza; fate limosina; fate orazione; fate unione. O popolo, io ti sono stato in luogo di padre; sommi affaticato tutto il tempo della vita mia a farti conoscere le verità della fede e del ben vivere, e non ho avuto altro che tribolazioni, scherni ed obbrobrio: almeno mi fosse dato il compenso di vederti far le buone opere! Popolo mio, che altro ho mai desiderato che vederti salvo, che vederti unito? Fate penitenza, perchè s’avvicina il regno de’ Cieli.» «Ma io l’ho detto tante volte, io ho esclamato tante volte, io ho per te pianto tante volte, o Firenze, che ti doveria bastare.... Io mi volto a te. Signor mio, che se’ stato morto per nostro amore e per li nostri peccati: perdona, o Signore, perdona al popolo fiorentino, che vuole esser tuo.[214]» E così egli andò innanzi predicando la carità, la fede, la concordia degli animi, con tanto impeto, con tanta forza, che ne restò più giorni esausto e quasi ammalato.[215] Quei sermoni non furono dei più eloquenti, perchè l’agitazione toglieva luogo alla riflessione ed all’arte; ma l’affetto con cui furono pronunziati dominava, soggiogava quel popolo, che dopo il tumulto delle strade, veniva in luogo di pace, ove udiva parole evangeliche. Tanta fu la forza che ebbe in quei giorni la voce del Savonarola, che fra sì gran tumulto di passioni popolari, non si trascorse ad alcuno eccesso; e la rivolta che sembrava apparecchiarsi tumultuante e pericolosa nella piazza, si compiè tranquilla e pacifica nel Palazzo: miracolo nuovo nella storia di Firenze, che tutti gli storici di quel tempo attribuiscono al benefico ascendente che il frate di San Marco seppe acquistare sul popolo.[216]
Il giorno 4 di novembre, adunque; la Signoria raccolse i più reputati e prudenti cittadini in Palazzo, per consigliarsi sul partito da prendere. La legge e l’antica usanza della repubblica portavano che a niuno fosse permesso di prendere la parola, se non ne veniva richiesto dai Signori; ed allora doveva discorrere in favore del partito che essi proponevano. Nei momenti di tumulto, però, nè questa nè altra legge fiorentina veniva rispettata. Quel giorno, gli animi erano pieni d’agitazione; trattavasi della salute della patria; la Signoria domandava consiglio ad ognuno e tutti volevano parlare. Pure, tanto la lunga servitù aveva legato gli animi, che quando messer Luca Corsini ruppe l’antica usanza, e, senza esserne personalmente richiesto, levatosi in piedi, cominciò a dire che le cose andavano male, che la città rovinava nel disordine, che bisognava prendere qualche rimedio efficace; la maraviglia fu universale: qualcuno sussurrava, qualche altro tossiva, e, finalmente, a lui si avviluppò in modo la lingua in bocca, ch’egli non potette procedere più oltre.[217]
Il discorso, però, fu subito ripreso da Tanai di Jacopo de’ Nerli, giovanetto assai animoso, il quale rinforzava le parole del Corsini: ma anche a lui cominciò a tremare la voce; ed il padre, allora, levatosi in piedi tutto confuso, lo scusava appresso i colleghi, dicendo non badassero alle sue parole, perchè egli era giovane e di poca testa.
Si levò, finalmente, Piero di Gino Capponi: la sua persona ben quadrata, il capo canuto, gli occhi fiammeggianti ed una certa aria di allegra fierezza, come di destriero ch’ha udito il suono della tromba guerriera, fecero rivolgere verso di lui tutti gli sguardi e tacere ognuno. Lo sapevano uomo di parole brevi, ma risolute, e di fatti ancora più risoluti. Egli parlò chiaro, e disse: «Piero de’ Medici non è più capace a tenere lo stato; la repubblica deve provvedere a sè stessa; ormai è tempo d’uscire di questo governo di fanciulli.[218] Si mandino ambasciatori al re Carlo; i quali se incontrano Piero, non lo salutino; ed espongano come tutto il male è venuto da lui, e che la città è amica del nome francese. Si facciano uomini d’onoranza, i quali non manchino di ricevere il re con ogni festa: ma, nello stesso tempo, si chiamino dal contado i comandanti coi loro soldati, e si nascondano nei chiostri od altri luoghi segreti, e insieme colle genti d’arme si tengano parati al bisogno; acciocchè quando non s’è mancato per nulla in quello che è onesto con questo Cristianissimo principe, nè tralasciato di contentare con danari l’avara natura dei Francesi, si possa, ove egli trascorra ad atti e pensieri non comportabili, mostrargli il viso e l’armi. E sopra ogni altra cosa,» egli disse conchiudendo, «non si manchi di mandar cogli altri ambasciatori il Padre Girolamo Savonarola, il quale ora ha tutto l’amore del popolo.[219]» E poteva aggiungere ancora, tutto il rispetto del re; perchè questi avea davvero concepita una quasi religiosa venerazione per quel frate, che da tanti anni predicava la sua venuta, dicendola ordinata dal Signore.
Il 5 novembre furono eletti gli ambasciatori, tra i quali erano il Capponi medesimo, il giovane Nerli ed il Savonarola.[220] Questi lasciò che gli altri partissero subito per Lucca, ove speravano d’incontrare il re; ed egli, con due suoi frati, li seguì a piedi, come era suo costume di viaggiare.[221] Ma prima di muoversi, parlò di nuovo al popolo, e fece un sermone, che concluse con queste parole: «Il Signore ha esaudito le tue orazioni; ha fatto pacificamente seguire una gran rivoluzione. Egli solo è venuto in aiuto della città, quando tutti l’avevano abbandonata. Attendi, e vedrai i disastri che seguiranno nelle altre città. Persevera, adunque, o popolo di Firenze, nelle buone opere; persevera nella pace. Se tu vuoi che il Signore perseveri nella misericordia, sii misericordioso verso i tuoi fratelli, verso i tuoi amici, verso i tuoi nemici: altrimenti, cadranno anche sopra di te i flagelli che s’apparecchiano al resto d’Italia. Misericordiam volo, grida a voi il Signore. Guai a chi non ubbidisce ai suoi comandi.»[222] Fatta questa predica, si partiva per andare alla volta di Pisa; giacchè gli ambasciatori arrivati a Lucca avevano trovato il re sul punto di partire; onde, dopo averlo salutato, lo seguivano in quella città.
Non appena Piero dei Medici ebbe veduto ch’essi venivano in nome della repubblica senza fare a lui alcun segno di ossequio, capì subito che qualche grave mutamento era avvenuto nella città. Raccomandava perciò caldamente al re la sua causa, e prometteva di pagargli 200,000 ducati:[223] raccomandava a Paolo Orsini di raccogliere le sue genti, di soldare nel contado quanti uomini potesse e venire subito a Firenze; dove egli entrava frettolosamente la sera dell’8 novembre.[224] La mattina seguente, presentavasi al Palazzo verso le ore 11, accompagnato da molta gente, con la intenzione di raccogliere il popolo a parlamento, e restringere nelle sue mani tutto il governo. Ma la Signoria, che era già istruita del suo disegno, lo fece passare con alcuni solamente de’ suoi compagni; e ricevutolo con gran freddezza, gli raccomandava di licenziare la gente assoldata, per non mettere sè stesso e la città a qualche inutile cimento. Pietro restò talmente confuso da un’accoglienza così fredda e risoluta, che non sapendo come decidersi, se ne uscì, dicendo ch’egli avrebbe prima deliberato sul da fare, e poi sarebbe venuto di nuovo a renderne conto ai Signori. Tornato a casa, mandava ordine all’Orsini che s’impadronisse della porta a San Gallo; ed egli armatosi, si presentava il giorno al Palazzo, con una guardia di gente parimente armata. Ma sull’uscio trovava alcuni dei Collegi che gl’impedivano l’entrata, dicendo avere ordine di non lasciarlo passare altro che solo e senza armi, e per lo sportello piccolo. Egli allora, tutto sbuffante di sdegno e minaccioso, tornavasene indietro. Non aveva però dato appena due passi, che veniva chiamato da un mazziere della Signoria, mandato per ordine di messer Antonio Lorini, il solo che fosse, tra i Signori, restato ancora amico ai Medici. Costui trovavasi appunto quel giorno tenere l’ufficio di Proposto;[225] onde, a lui toccando il proporre le deliberazioni da farsi, aveva in quel giorno potuto impedire che se ne facesse alcuna contro a Piero de’ Medici: ed essendo a lui pure affidate le chiavi della torre, avea sino allora impedito che si sonasse la campana per raccogliere il popolo. Ma ora che, trascorrendo tutti i limiti, contro alla volontà di ognuno richiamava indietro il Medici, messer Luca Corsini, insieme con Iacopo de’ Nerli e Filippozzo Gualterotti, scesero alla porta e di fatti gli vietarono il passo. Piero, che nel vedersi richiamato avea già ripreso il suo orgoglio, voleva usar modi superbi; ma il Nerli, respingendolo con ingiuriose parole, gli chiuse l’uscio in sul viso.
Il popolo, che s’era trovato testimonio di questo fatto, cominciò a levargli il rumore addosso; e per maggior dispregio, lo cacciavano via solamente colle grida e coi becchetti dei cappucci; mentre i fanciulli lo inseguivano coi fischi e coi sassi. Piero, colla spada sguainata in mano, non sapendo nè usarla nè rimetterla, si restrinse pauroso in mezzo ai suoi, atterrito dalla sola voce di quel popolo che aveva poco prima tanto superbamente calpestato. Mentre così retrocedevano gli uni e gli altri inseguivano, scontrarono per via il bargello, Pier Antonio dell’Aquila; il quale volendo aiutare i Medicei, fu, dal popolo, che era senza armi, disarmato e svaligiato con tutti i suoi. Menatolo poi al suo palazzo, gli fecero liberare i prigionieri; e ritornando i sollevati indietro, fu singolare il vedere come le armi tolte al bargello fossero le prime che si brandissero in difesa della libertà. Ma già la campana della Signoria cominciava a sonare a distesa, e tutto il popolo correva tumultuoso in piazza: abbandonavano le case; chiudevano le botteghe; uscivano colle ronche, cogli spiedi, coi pali, con ciò che trovavano. Alcuni vecchi cittadini si vestirono quel giorno con abiti d’antica foggia, con armi irrugginite, che rammentavano i tempi della repubblica; ed erano accolti con grida di gioia, ogni volta che comparivano nella folla.[226]
Non s’era appena il popolo radunato in piazza, quando ecco, tutto polveroso, a cavallo di una mula, Francesco Valori arrivare da Pisa, dove aveva parlato cogli ambasciatori fiorentini. La gente si stringeva intorno a lui chiedendo notizie, ed in un momento egli si trovava nel più fitto del tumulto. Il Valori era stato un antico partigiano dei Medici, adoperato da Lorenzo in molti impieghi; e fu uno di quei cinque cittadini mandati al Savonarola per consigliarlo a moderare le sue prediche. Ma da quel momento, esso cominciò invece a sentir simpatia pel frate, ed a poco a poco ne divenne uno dei più caldi seguaci. Il mal governo di Piero lo spinse poi decisamente nel partito popolare, che assai più si addiceva alla natura del suo carattere. Egli aveva, infatti, tutte le qualità d’un capo-popolo: impetuoso ed ardito, di poca testa e di gran cuore, eccessivo in tutti i suoi partiti, trovavasi in mezzo ai tumulti come a casa sua. E quel giorno, su quella stessa mula, così polveroso com’egli era, cominciò ad arringare la moltitudine. — Raccontava, come gli ambasciatori avevano a Lucca trovato il re assai ben disposto; ma che seguitolo a Pisa, ne erano stati freddamente ricevuti, perchè Piero de’ Medici, prima di lasciare il campo, aveva fatto mille preghiere e mille promesse a danno della città. — Quando poi s’avvide che il popolo era venuto in furore, si mise alla sua testa, e col grido di abbasso le palle, lo condusse ad assalire la casa dei Medici.[227]
Piero aveva, in questo mezzo, fatto chiamare l’Orsini con la sua gente; s’era armato di tutto punto, e colla forza voleva ritornare in Palazzo. Il cardinal Giovanni suo fratello[228] s’era già avviato innanzi; e correndo le vie, cercava sollevare il popolo in suo favore col grido di palle, palle: ma niuno gli rispondeva, anzi molti dalla strada e dalle finestre lo minacciavano. Quando fu giunto alla chiesa di San Bartolommeo, egli potè distinguere la moltitudine guidata dal Valori, che armata e tumultuante si avvicinava, onde assai rapidamente volse indietro i suoi passi. Arrivato a casa, trovò che Piero s’era già dato alla fuga. Avendo esso ricevuto un bullettino della Signoria, che dichiarava ribelli lui ed il cardinale, e saputo come questi già retrocedeva, non gli era bastato l’animo neppure d’aspettarlo; e raccolta la poca gente che aveva intorno, era corso alla porta a San Gallo. Ivi fece l’ultimo tentativo di sollevare quel borgo, popolato d’infima gente, stata sempre affezionatissima alla sua casa; ma invano egli alzava la voce, invano gettava oro per le vie: anche quell’ultima plebe lo guardava con disprezzo, correndo invece verso il palazzo dei Signori. Allora si persuase, finalmente, che era inutile sperare; che bisognava, invece, provvedere a salvare la vita. Avvilito, prostrato da tante traversíe che in sì breve spazio gli erano venute addosso, si mise per la via di Bologna; e non s’era appena allontanato pochi passi, che vide chiuderglisi dietro la porta della città. Egli andava in compagnia del fratello Giuliano,[229] e d’alcuni pochi soldati; i quali, più di lui spauriti per la tema d’essere nella campagna assaliti e messi a pezzi dai contadini, lo lasciarono, la più parte, prima di uscire dai confini della Toscana. Giunto in fine a Bologna, stracco e trafelato dal lungo viaggio, con poca e misera compagnia, fu dal Bentivoglio quasi villanamente ricevuto. — «Mi sarei lasciato piuttosto tagliare a pezzi, egli disse, che abbandonare lo stato. — » Non andò guari per altro, che presentatosi un uguale pericolo, anche il superbo Bentivoglio si dette vilmente alla fuga. Piero, intanto, sempre più abbattuto dall’avversa fortuna, continuava oltre il viaggio sino a Venezia; dove finalmente trovava cortesia e riposo. Anche ivi ebbe il dolore di vedere che il Soderini, ambasciatore fiorentino, s’era già dichiarato in favore del nuovo governo: ma la Signoria veneziana lo accolse con tutti gli onori che soleva usare verso i principi decaduti; e ciò fu un gran sollievo al suo animo travagliato.
A lui pareva d’essere in quei pochi giorni vissuto un secolo, ed ora si destava come da un lungo sogno, e cominciava a comprendere con quanta stoltezza si era condotto, con quanta viltà aveva abbandonato lo stato, senza che ancora nessun reale pericolo lo avesse minacciato, quando già il re Carlo si era volto in suo favore. E certo, se in quei primi giorni egli avesse saputo mostrare un animo risoluto, avrebbe potuto spegnere o frenare quei movimenti in sul nascere, sicuro come era del vicino aiuto di Francia.[230] Infatti, quel re tanto gli era divenuto favorevole, che già arrivavano suoi messi a Venezia, invitando Piero de’ Medici a tornare in Firenze. Ma a questo, oggimai, non bastava più l’animo di trovarsi una seconda volta in mezzo a quel popolo tumultuante, le cui grida minacciose ancora pareva che lo spaventassero. Intanto, arrivava a Venezia anche il cardinale, che nella sua fuga aveva mostrato animo maggiore. Assai più tardi aveva abbandonato la città, travestito da frate, con molta fatica e non senza grave pericolo: aveva presi tutti quegli oggetti più preziosi che potette nel disordine raccogliere, e portatili subito ai frati di San Marco, riusciva in questo modo a salvarli; come fecero anche parecchi altri di quei cittadini che sapevano d’essere più invisi al popolo. Tanto era grande appresso tutti il nome della onestà di quei frati, che mentre il loro convento era tenuto quasi centro del partito popolare, i partigiani dei Medici ed il cardinale medesimo non sapevano ove meglio ricoverare le loro cose più preziose.
In questo mezzo, la Signoria metteva una taglia di 5,000 fiorini per chi consegnasse vivi Piero o il cardinale, e di 2,000 per chi li desse morti. Si cercava nel medesimo tempo distruggere ogni memoria del passato: erano cancellate dal palazzo del Podestà le immagini dei ribelli del trentaquattro, dalla porta della dogana quelle dei ribelli del settantotto:[231] venivano richiamate le famiglie dei Neroni Diotisalvi, dei Pazzi e di molti altri esuli o confinati; fra i quali erano Lorenzo e Giovanni de’ Medici, cugini di Piero, che appena tornati, levarono dalle loro case le insegne delle palle per mettervi l’arme del popolo, e di Medici che erano, si vollero chiamar Popolani. Così cominciavasi già ad adulare quella moltitudine, pochi giorni innanzi tanto vilipesa!
Il tumulto intanto cresceva, e la plebe sembrava cominciare a divenire ebbra nel disordine. Andavano a sacco le case di Giovanni Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e d’Antonio Miniati provveditore del Monte; due uomini ch’erano stati fidi strumenti dei Medici, e sottili consiglieri nel trovar modo a gravare il popolo d’imposte incomportabili; onde erano divenuti l’odio di tutta Firenze. Fu del pari saccheggiata la casa del cardinal Giovanni dei Medici, e quel giardino di San Marco, ove essi avevano raccolto tanti oggetti preziosi di arte. Ancora non s’era cominciato a sparger sangue, ma pure molti vi erano assai inclinati; e vi sarebbero certo venuti, se i partigiani del Savonarola non si fossero molto adoperati per impedirlo, se d’ora in ora non si fosse aspettata la sua venuta dall’ambasceria al re Carlo, e se la Signoria non avesse con severissimi bandi cercato di metter termine a questi disordini.
Ad accrescere però i mali umori, arrivavano ora gli ambasciatori da Pisa, e portavano del re Carlo notizie poco soddisfacenti. Essi gli avevano esposto: — La città essergli amica, ed apparecchiarsi già a riceverlo con quegli onori ch’erano convenevoli alla sua maestà; chiedere solo, che siccome da amico era ricevuto, così da amico volesse comportarsi: venisse perciò sin d’ora agli accordi, acciò la pubblica gioia più compiuta si potesse manifestare. — Ma quel re non dava mai altra risposta, se non che: — «Dentro alla gran villa s’assetterebbe ogni cosa.» — E dalla sua freddezza appariva evidente, che le istanze, le preghiere e le promesse che Piero dei Medici gli aveva fatto di danari, di obbedienza, di ogni cosa, lo avevano volto in suo favore. Onde gli ambasciatori tornavano ora senza alcuna conclusione, e solo potevano assicurare, il re non esser punto favorevole alla repubblica.
Se non che, quando essi avevano fallito l’intento loro, il frate di San Marco si presentava al campo francese; e, passato fra quella gran moltitudine d’armati, arrivava finalmente alla presenza del re, che, in mezzo ai suoi generali, gli faceva assai lieta accoglienza. Ed il frate, senza molti preamboli, cominciava un breve sermone, che pronunziò con voce sonora, con accento quasi imperioso. — «O Cristianissimo re, tu sei uno strumento nella mano del Signore, che ti manda a sollevare i mali d’Italia, come io già da più anni ho predetto; e ti manda a riformare la Chiesa, che giace prostrata in terra. Ma se tu non sarai giusto e misericordioso; se tu non rispetti la città di Firenze, le sue donne, i suoi cittadini, la sua libertà; se tu dimentichi l’opera per cui il Signore ti manda; Esso allora sceglierà un altro per adempierla, aggraverà la sua mano adirata sopra di te, e ti punirà con flagelli terribili. Queste cose io ti dico da parte del Signore.»[232] — Il re ed i generali sembrarono udire assai attentamente le minacciose parole del Savonarola, e prestarvi grandissima fede. Era, in fatti, venuta in ognuno l’opinione, che quegli eserciti fossero veramente guidati dal Signore ad un fine provvidenziale; ed il re Carlo nutriva una grande venerazione per colui che aveva profetato la sua venuta ed assicurava prospero successo alle sue imprese: onde quel sermone pareva che mettesse davvero un certo terrore nell’animo suo, e lo risolvesse a comportarsi più onestamente coi Fiorentini; ai quali il Savonarola, tornando poco dopo gli altri ambasciatori, portava migliori speranze.
CAPITOLO TERZO. Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in Firenze; suo trattato colla repubblica, e partenza. [Novembre 1494.]
Le cose di Toscana per moltiplicati disordini divenivano peggiori. Il giorno stesso che i Medici venivano cacciati da Firenze, i Pisani si sollevavano a rivendicare furiosamente la loro libertà. Dacchè erano caduti sotto il giogo fiorentino, o, come essi dicevano, straniero, altro non avevano mai agognato che il momento di poterlo scuotere. Perduta la loro indipendenza, essi avevano quasi in un istante visto rovinato il commercio e l’industria, scemata la popolazione e distrutto ogni ordine civile: la più parte di loro avevano perciò preferito l’esilio alla servitù. Ma all’avvicinarsi degli eserciti francesi, risorgevano tutte le speranze; ed il Moro, che sempre pescava nel torbido e aveva già fatto il disegno d’impadronirsi di Pisa, l’istigava di continuo a sollevarsi, promettendo ogni sorta d’aiuti, e facendo segretamente dar buone speranze anche da persone ch’erano intorno al re. Quindi, non appena Carlo VIII entrava in città, che il popolo di Pisa corse a rumore le vie, distruggendo tutte le insegne fiorentine, gettando in Arno il marzocco che era sul ponte, e ponendovi invece la statua del re: saccheggiarono poi le case dei rettori fiorentini, che vennero a furore di popolo cacciati dalla città. La libertà e l’indipendenza furono così proclamate, gli esuli richiamati; si raccoglievano armi, danari ed uomini per cominciare quella celebre e male augurata guerra pisana, che doveva logorare le forze di due repubbliche appena rinate, spegnere tanti valorosi cittadini senza vantaggiare ad alcuno.
Il re, trovandosi presente a tutti questi movimenti, li volle dapprima incoraggiare; ma vedendo poi cacciati i rettori fiorentini, se ne mostrava invece adontato. Egli quasi avrebbe voluto che i Pisani rivendicassero la loro libertà, e che nello stesso tempo prestassero ubbidienza ai Fiorentini! Il popolo, invece, avendo preso il suo andare nella rivolta, procedeva oltre rapidissimamente; e Carlo allora, non occupandosi d’altro che di lasciare un presidio nella fortezza, partivasene, senza quasi avvedersi di ciò che avveniva, senza punto riflettere alle conseguenze di ciò che aveva lasciato sperare ai Pisani. Così, prima di entrare in Firenze, egli già le aveva recato una gravissima ferita col permettere che i sudditi della repubblica, sotto ai suoi occhi e cogli eserciti francesi in casa, si ribellassero: esempio pericoloso per tutto il dominio, e che non tardò molto ad essere imitato da Arezzo, da Montepulciano e da altre città. Egli continuava intanto il suo cammino, fermandosi ancora qualche giorno a Signa; ove attese che i tumulti sedassero in Firenze, e che gli onori si apparecchiassero convenevolmente al suo ingresso. Nuovi ambasciatori fiorentini vennero ivi a sollecitarlo perchè volesse fermare i patti prima di procedere oltre: ma la sua risposta fu sempre: «Dentro alla gran villa assetteremo ogni cosa.[233]»
Per tutte queste ragioni, lo stato della città era sempre incerto e confuso: i Medici appena cacciati; il vecchio governo distrutto, ed il nuovo ancora non ordinato; il re che entrava senza patti, alla testa d’un’esercito poderoso, e già bagnato di sangue italiano. C’era da sbigottirsi veramente: per buona fortuna, si trovavano però a consigliare la Signoria cittadini di molta prudenza e d’animo fermissimo. V’era, fra gli altri, Piero Capponi, che in quei giorni pareva essere divenuto il braccio della repubblica, come il Savonarola ne era l’anima ed il cuore. L’uno predicava la carità, la pace, l’unione; l’altro si trovava dovunque c’era bisogno d’aiuto e consiglio, provvedeva armi e soldati. Le case erano provviste d’ogni sorta munizioni da guerra; i pali e le tavole pei serragli erano in pronto; i chiostri e le corti erano pieni di gente assoldata, che si diceva ascendesse al numero di seimila, e tenevasi presta per uscire in difesa della Repubblica al primo suono della campana.[234]
A quindici, a sedici per volta, si vedevano intanto entrare nella città alcuni Francesi, i quali, con la loro aria marziale e disinvolta, senza armi e col gesso in mano, andavano segnando le case degli alloggiamenti. Affettavano sprezzo ed indifferenza; ma pure non potevano nascondere la loro maraviglia nel vedere una città tanto splendida per stupendi edifizi, ed in ogni sbocco di via rimanevano come attoniti della nuova prospettiva che si apriva ai loro occhi. Ma ciò che più di tutto richiamava la loro attenzione, erano quei severi palazzi che parevano fortezze inespugnabili, quelle torri che portavano ancora i segni delle fiere e sanguinose guerre cittadine. Il giorno 15 novembre, essi videro poi uno spettacolo che pose nei loro animi una quasi trepidazione. Fosse caso o disegno, a un tratto corse per la città la voce, che Piero de’ Medici s’avvicinava alle porte: la campana sonò a distesa, le vie brulicarono di popolo in furore, la terra sembrava partorire uomini armati che correvano verso la piazza, i palazzi si chiudevano, le torri s’armavano; già s’apparecchiavano i serragli, ed i Francesi vedevano quel giorno il primo saggio delle barricate. Subito si conobbe la voce esser falsa, ed il rumore sedò con la rapidità medesima con cui s’era levato. Ma rimase nell’animo di quegli stranieri la certezza, che le loro manovre e i loro battaglioni, chiusi in quelle vie, potevano fare assai poco di fronte a questa nuova e a loro sconosciuta maniera di guerreggiare. I Fiorentini, infatti, guardavano quella gente con una certa cotale aria di familiarità, come se avessero voluto dire: vedremo! A quel popolo, riacquistata la sua libertà, pareva essere divenuto signore del mondo, e quasi credeva non esservi più cosa alcuna che dovesse temere.[235]
Il palazzo dei Medici[236] era, intanto, apparecchiato per ricevere splendidamente il re; le case dei principali cittadini per gli uffiziali dell’esercito; le vie per cui si doveva passare erano tutte ricoperte di tende, parate a festa con tappeti ed arazzi. Il giorno 11 novembre, la Signoria attendeva in un palco costruito alla porta a San Frediano: molta nobile gioventù fiorentina andava fuori ad incontrare il re, che ad ore ventuna faceva il suo solenne ingresso. I Signori si levavano allora in piedi per andargli incontro; e messer Luca Corsini, avendone ricevuto l’incarico, presentavasi per leggere il discorso apparecchiato: ma in quel momento appunto cominciando a piovere, i cavalli spingevano furiosamente gli uni gli altri, e tutta la cerimonia andò a vuoto. Solamente il Gaddi, che era ministro di Palazzo, trovatosi d’animo e di lingua più pronta, si fece avanti fra quel trambusto, e seppe dire in francese alcune poche parole accomodate al bisogno: dopo di che il re, entrato sotto un ricco baldacchino, procedeva subito oltre. La sua figura faceva un singolare contrasto col marziale aspetto di quel numeroso e potente esercito alla cui testa egli camminava. Era quasi mostruoso: il capo aveva grosso, il naso lungo, la bocca larga, il corpo piccolissimo, le gambe straordinariamente sottili, i piedi deformi. Vestiva di velluto nero, con un manto di broccato d’oro; cavalcava un bellissimo e alto destriero; entrava in attitudine marziale, colla lancia sulla coscia, segno allora di conquista. E tutto ciò non faceva che mettere in maggiore evidenza la povertà della sua persona. Accanto a lui venivano il fiero cardinale di San Piero in Vincola, con quello di San Malò, e alcuni marescialli. Seguiva subito la guardia reale, composta di 100 arcieri, scelti fra la più bella gioventù di Francia; e 200 cavalieri francesi, che andavano a piede, vestiti d’armi e abiti splendidissimi. Veniva poi l’avanguardia svizzera, coi suoi vivissimi e vari colori, colle alabarde d’acciaio battuto, colle ricche piume sugli elmi de’ suoi uffiziali. In quei volti si leggeva la fierezza montanara e l’orgoglio d’essere tenuti la prima fanteria d’Europa: la più parte di loro avevano con disprezzo lasciato la corazza, per combattere a petto scoperto. I Guasconi formavano il centro; erano piccoli, agili e lesti, e parevano quasi crescere e moltiplicare a misura che l’esercito si avanzava. Nella cavalleria, dove era la più nobile gioventù di Francia, splendeva poi la maggiore ricchezza: armi cesellate, manti di broccato ricchissimo, bandiere di velluto ricamato in oro, catene e altri ornamenti d’oro. Una terribile apparenza facevano i corazzieri coi loro cavalli, divenuti quasi mostruosi per avere le orecchie e le code tagliate. Gli arcieri erano di straordinaria altezza, portavano lunghissimi archi di legno, venivano dalla Scozia o da altri luoghi settentrionali, e parevano, dice uno storico di quel tempo, uomini bestiali.[237]
Questa tanta varietà di gente, di vesti e di armi, con tanto ordine, tanta disciplina riunite, era uno spettacolo nuovo e maraviglioso in Firenze e in tutta Italia, dove non erano ancora eserciti stanziali e non si conoscevano altre armi che le mercenarie. Non potremmo dire con quanti uomini il re facesse la sua entrata; giacchè le artiglierie s’erano per altra via indirizzate verso Roma, molti presidii erano rimasti nelle fortezze, altra gente s’era avviata per le Romagne. Il Gaddi,[238] che si trovò presente alla loro entrata, dice che ascendevano a 12,000; il Rinuccini, che vi si trovò anch’egli, li giudicò assai meno; altri di più: comunque sia, la città ed i borghi ne erano pieni.
Passarono pel Ponte Vecchio, tutto ornato con festa e con musica; riuscirono nella Piazza, che era piena di carri, di trionfi e di statue; e pel canto dei Pazzi sboccarono dietro al Duomo, girando il quale, vennero in sulla facciata. Il popolo andava acclamando il nome di Francia; ed il re non sapeva fare altro che sorridere stupidamente, e dire qualche parola italiana male a proposito. Entrato in Duomo, vi trovò la Signoria, che dalla furia dei soldati era stata costretta a condurvisi per vie traverse; e quivi pregarono insieme. Finalmente, il re alloggiò nel suntuoso palazzo dei Medici, ed i soldati pigliarono i loro quartieri. Quella notte e l’altra si fece illuminazione per tutta la città; il giorno si passò tra feste continue; e, finalmente, si venne a trattare gli accordi.[239]
I sindaci eletti dalla Signoria a questo fine, erano: messer Guidantonio Vespucci, messer Domenico Bonsi, Francesco Valori e Piero Capponi; uomini tutti di grandissima reputazione nella città. Il Vespucci era dei più dotti nelle leggi e nelle cose di Stato; il Bonsi aveva tenuto con onore molte ambascerie; il Valori, chiamato dipoi il Catone fiorentino, era, come abbiam visto, divenuto capo del popolo; ed il Capponi, già più volte nominato, era veramente un’indole straordinaria di uomo. — Egli era nato l’anno 1447, da famiglia di antico sangue fiorentino, tenutasi sempre amica della libertà e per molte azioni generose divenuta illustre. Il padre lo educò alla mercatura, raccomandandogli di lasciar la politica, perchè i tempi piegavano assai male; e Piero si dette allora ai traffici con tanta energia, che molti lo accusavano d’essere divenuto troppo amico del guadagno. Egli era in su i trenta anni, quando Lorenzo de’ Medici che vantava di sapersi valere degli uomini, offerì a lui alcune ambascerie, ch’esso accettò assai volentieri e le condusse con mirabile destrezza. In queste occasioni, mostrò il Capponi d’avere un’attitudine singolare a conoscere i caratteri degli uomini, ed una facilità grandissima nell’acquistare predominio sull’animo de’ principi coi quali trattava, e di quelli specialmente che più si vantavano d’indole cupa e non penetrabile. Infatti, Ferdinando di Napoli e Alfonso suo figlio s’affidarono più volte ai consigli di lui, preferendolo ai loro stessi generali e ministri del regno. Ma se il Capponi passando dai traffici alla diplomazia, s’era trovato bene; passando da questa al mestiere dell’armi, si trovò assai meglio; e s’avvide ch’egli non era nato nè per stare al banco nè per condurre trattati, ma piuttosto per menar le mani. E fu un caso che lo fece conoscere a sè stesso. Egli era commissario della repubblica nel campo di Alfonso d’Aragona, quando veniva co’ suoi a difendere il duca di Ferrara. L’esercito napoletano fu battuto dalle genti del papa, ed Alfonso s’era perduto d’animo in modo, che si sarebbe certamente ritirato, se il Capponi non avesse saputo rimetter coraggio in lui e ne’ suoi. Aggiungendo poi alle parole i fatti, egli condusse quelle genti alla zuffa, e trovò d’essere un valoroso e destro soldato, abile a comandare e più abile ancora ad eseguire.[240] Da quel giorno, egli fu sempre nel più fitto delle mischie; e la repubblica vedendo d’avere a un tratto acquistato un così valente capitano, lo adoperava sempre nelle più ardue imprese. Più difficile era poi l’incarico affidato al Capponi, più volentieri egli l’adempiva, e voleva sempre far l’ufficio del soldato e del capitano: cosa che fu infine cagione della sua morte.
Il Capponi era stato sempre amantissimo del governo popolare e nemico della tirannide medicea; ma il bisogno di attività superava in lui ogni cosa; e però, durante la vita di Lorenzo il Magnifico, lo aveva in molte occasioni servito. Dopo la morte di quel principe, non poteva il Capponi favorire in alcun modo il governo di Piero, e si dichiarò subito pel partito popolare; che lo tenne in grandissimo concetto, ed ora nelle sue mani principalmente affidava la salute di tutta la repubblica. Il Capponi, infatti, era l’uomo che meglio d’ogni altro potesse maneggiarsi con Carlo. Egli era stato più volte ambasciatore in Francia, ed aveva imparato a conoscere l’indole di quel re e de’ suoi Francesi; dei quali soleva dire: «Quando questi nostri Italiani si saranno una volta annasati coi Francesi, finiranno d’averne tanta paura.[241]» Tutto il peso, adunque, di quelle faccende gravi e difficili, cadeva naturalmente sopra di lui; ed egli, nel vedersi in mano i destini di un intero popolo, si sentiva come allargare gli spiriti, e diveniva quasi maggiore di sè.
Intanto, la madre e la moglie di Piero de’ Medici s’erano messe ai fianchi del re e de’ suoi consiglieri: «davano, promettevano, offerivano, che se Piero tornasse, lui, insieme con loro, sarebbe stato signore della città.[242]» Con tali argomenti, l’animo dei Francesi s’era piegato sempre più in favore de’ Medici, ed i sindaci della Repubblica venivano con severo aspetto ricevuti dal re, che circondato da’ suoi generali, affacciava pretensioni sempre nuove e più esorbitanti: diceva, fra le altre cose, d’essere venuto in città conquistata, perchè egli v’era entrato colla lancia sulla coscia! Tali discorsi non facevano altro che inasprire gli animi, senza concludere nulla; epperò si procedeva in lungo, peggiorando sempre. Ma quando, in presenza dei sindaci, il re ebbe l’ardire di lasciarsi sfuggire qualche parola in favore di Piero de’ Medici, il volto di quei repubblicani divenne assai severo, e in poco tempo si vide mutato l’aspetto della città. La Signoria tenne subito consiglio in Palazzo; chiamò i principali cittadini, e fece loro conoscere il pericolo che si correva, il bisogno che v’era di tenersi pronti al suono della campana, per uscire armati a guidare il popolo. Nel quale erano già penetrate queste voci; onde popolani e Francesi cominciavano a guardarsi in cagnesco, correvano fra loro ingiuriose parole, e qualche volta si veniva ai fatti.
Una di queste risse fu per divenire un giorno tumulto gravissimo. Alcuni soldati francesi tenevano legati colla corda alcuni prigionieri italiani che avevano presi in Lunigiana, e li menavano per la città, acciò accattassero per Dio tanto da pagare la taglia che avevano loro imposta; senza di che non li avrebbero liberati, e minacciavano anche di ucciderli. Questo spettacolo barbaro dispiacque tanto ai Fiorentini, che alcuni giovani più arditi, tagliata la corda, lasciarono fuggire i prigionieri; con sdegno grandissimo dei Francesi, che non poterono riprenderli. Onde si venne alle mani; ed il popolo tenendo forte, da un lato e dall’altro accorreva gente ad ingrossare la zuffa. Gli Svizzeri immaginandosi, per quel rumore, che la persona del re fusse in pericolo, si dierono a correre verso il suo alloggiamento: ma trovarono resistenza in Borgo Ognissanti; e volendo sforzarlo, venne da tutte le finestre una tal pioggia di pietre, che li fece retrocedere. Già da un’ora si menavano le mani, quando i capitani del re, e molti principali cittadini mandati dalla Signoria, vennero, e sedarono il tumulto. Ma questa fu una gran lezione ai Francesi, che allora abbassarono un poco il fiero orgoglio, e s’avvidero che a conquistare Firenze, non bastava entrarvi col gesso in mano e la lancia sulla coscia.[243] Una città che al suono della campana diveniva un castello armato, asserragliava le strade, vomitava da tutte le finestre sassi, proiettili d’ogni sorta e fuochi lavorati, era qualche cosa di misterioso e terribile anche per quella superba fanteria svizzera, la quale vedeva ora che un esercito chiuso fra quelle mura poteva assai facilmente essere distrutto; e ne rimase perciò atterrita.[244]
La Signoria colse allora il momento opportuno; e coll’aiuto di molti ambasciatori forestieri, riuscì finalmente a temperare un poco l’animo del re. Furono moderate le strane proposte: nè di Piero nè di città conquistata si fece più parola: si riuscì quasi a concludere i patti. Il re avrebbe il titolo di protettore della libertà fiorentina; egli potrebbe ritenere per due anni le fortezze, restituendole prima, se prima finisse la guerra; si consentiva ancora a dargli buona somma di danari. Ma quando si fu a determinarla, cominciarono di nuovo i dissensi. Carlo VIII era pieno di tutte le promesse fattegli da Pietro de’ Medici e dalle sue donne: chiedeva, perciò, somme che la Repubblica non poteva in alcun modo pagare, senza molto oppressare i cittadini. S’erano quindi di nuovo inaspriti gli animi, e si andava di continuo dalla Signoria al re e da questi a quella, senza poter concludere nulla, perchè Carlo VIII s’era ostinato nelle sue parole; e già il Capponi durava fatica a frenare il suo ardore ed impeto naturale. Il re fece leggere allora dal segretario il suo ultimatum, dicendo che non voleva retrocedere più oltre di quello. I sindaci dovettero ricusarlo di nuovo; al che egli, rivolgendosi loro tutto adirato, disse in tuono minaccioso: — «Noi soneremo le nostre trombe.» — Il Capponi parve divenire di fuoco, e levato il foglio di mano al segretario, rispose lacerandolo sulla faccia del re, quelle parole divenute immortali: — «E noi soneremo le nostre campane.[245]» Le quali furono pronunziate in modo, che fecero in poche ore concludere quell’accordo a cui non s’era potuto riuscire colle preghiere, e l’andare e venire di tanti giorni.[246]
Il trattato, adunque, diceva: — Che tra la Repubblica ed il Re sarebbe corsa buona e fedele amicizia; che i loro sudditi troverebbero vicendevole protezione; che il Re avrebbe titolo di restauratore e protettore della libertà fiorentina; che gli si pagherebbe in tre rate la somma di 120,000 fiorini; che le fortezze non sarebbero ritenute oltre due anni, restituendosi prima, se prima finisse l’impresa di Napoli; che i Pisani riceverebbero perdono, appena tornassero alla obbedienza dei Fiorentini. Fu del pari tolta la taglia sui Medici, rimanendo la confisca sui beni del cardinal Giovanni e di Giuliano, fino a che non avessero pagato i debiti di Piero; il quale rimaneva confinato a 200 miglia dal contado, i fratelli a 100. — Rogati i capitoli del trattato, vennero giurati in Duomo; e la sera s’illuminò di nuovo tutta la città, sebbene nel popolo non si vedesse più quella prima affezione pel re.[247]
Ma pareva che cessata una difficoltà, fosse per sorgerne subito un’altra. Quando tutto era concluso, ecco che il re non mostrava più alcuna volontà di partire. La città era piena di soldati francesi acquartierati nelle case, e di soldati italiani nascosti per tutto; le botteghe chiuse, i traffici sospesi, ogni cosa incerta e disordinata; e le querele continue fra paesani e forestieri facevano temere pericoli più gravi. La notte succedevano assai spesso rubamenti, ed ammazzamenti continui; cosa insolita in Firenze: e ad ogni piccolo rumore la città intera pareva sollevata. Queste cose seguivano tutti i giorni, e però gli onesti cittadini sollecitavano in ogni maniera la partenza del re: ma invano; perchè egli, ricaduto nella sua inerzia, pareva quasi non volersi più muovere da Firenze. Il che teneva gli animi tanto più sospesi, in quanto che non si vedeva alcuna via per obbligarlo a decidersi.
In questa occasione, si ricorse di nuovo all’autorità del Savonarola, il quale altro non faceva allora che adoperarsi di continuo a tenere la città tranquilla; e con le parole di pace le aveva, in quei momenti di trambusto e pericolo, recato un utile non punto minore di quello che avesse fatto il Capponi col suo eroico ardimento. I discorsi del frate erano stati, quei giorni, sempre sul bene universale. «Mettano i cittadini da parte gli odii e le ambizioni; vadano in Palazzo coll’animo retto, col desiderio di cercare il ben comune e non il privato, colla volontà ferma di stabilire nella loro città l’unione e la concordia. Allora saranno veramente accetti al Signore.» Egli s’indirizzava ad ogni ordine di cittadini, e dimostrava a ciascuno in particolare, come il suo vantaggio in questa e nell’altra vita stesse nel difendere la libertà, nello stabilire l’unione e la concordia.[248] Invitato allora di andare al re Carlo e cercare di persuaderlo a partire, egli accettò subito l’incarico, e senza indugio si presentò al reale alloggiamento. Ivi gli uffiziali e baroni voleano vietargli l’entrata, perchè temevano che la presenza del frate potesse impedire il saccheggio di quel ricchissimo palazzo, sul quale già avevano fatto disegno. Ma ripensando poi alla quasi venerazione che il re aveva per lui, non vollero resistere alle sue istanze, e lo lasciarono passare. Carlo, circondato da’ suoi baroni, gli fece lietissima accoglienza, ed il Savonarola usò brevi parole: «O Cristianissimo principe, la tua dimora riesce di grave danno alla città ed alla tua impresa. Tu perdi il tempo, dimenticando il dovere che la Provvidenza ti ha imposto, con grave danno della tua salute spirituale e della gloria mondana. Ascolta adesso la voce del servo di Dio. Prosegui oltre il tuo cammino, senza indugio. Non voler fare la rovina di questa città, e promuovere contro di te lo sdegno del Signore.[249]»
E così, finalmente, il giorno 28 di novembre, a ore 22, il re si partiva, insieme coll’esercito, lasciando di sè assai poco buona opinione nel popolo di Firenze. E fra le giuste cagioni di rammarico, non fu ultima il vedere, come quello splendido palazzo nel quale con tanta generosità e buona fede era stato alloggiato, fosse mandato a sacco; e non per le mani solamente de’ soldati o bassi uffiziali, ma per quelle ancora dei generali e baroni, per quelle del medesimo re, che portò via gli oggetti più preziosi, e rubò fra le altre cose un liocorno, che il Comines pensò valesse circa sette mila ducati. Quel che facessero gli altri dopo un tale esempio, si può facilmente immaginare: «s’impadronirono senza pudore,» scrive lo stesso Comines, «di tutto quel che tentò la loro cupidigia.[250]» In questo modo andarono perdute le ricche e maravigliose collezioni dei Medici; giacchè il poco che i Francesi non rubarono, lasciarono in tale stato, che bisognò venderlo.[251] Nondimeno, era tale e tanta la gioia di vedersi finalmente liberi da quel pericoloso ingombro d’eserciti forestieri, che niuno pensò più ai danni ricevuti; ma invece nelle chiese rendevansi pubbliche grazie al Signore, nelle vie il popolo riprendeva la sua spensierata allegrezza, ed in Palazzo cominciavasi a pensare di provvedere agli stringenti bisogni dello Stato.
L’aspetto della città s’era, in questo mezzo, affatto mutato. I partigiani dei Medici sembravano, come per incanto, spariti; il partito popolare si trovava solo a dominare ogni cosa, ed il Savonarola era quello che dirigeva le volontà di tutto il popolo. Lui dicevano profeta veridico delle cose avvenute, lui solo essere stato capace a moderare l’animo del re nel suo entrare in Firenze, lui solo averlo indotto a partire; e così da lui attendevano consiglio, aiuto e comando, in ogni cosa che fosse per seguire. E quasi che gli uomini del vecchio Stato volessero sparire per dar luogo ai nuovi, morivano in quei mesi alcuni di coloro che meglio avevano rappresentata la corte medicea. Angelo Poliziano era morto nel 24 settembre di questo anno, «con tanta infamia e pubblica vituperazione, quanto uomo sostener potesse.[252]» Lo accusavano di mille vizi, di mille oscenità; ma la cagione vera di tutto quest’odio risiedeva piuttosto nell’essere Piero de’ Medici divenuto allora già esoso a tutti, e nel sentirsi vicina la cacciata di lui e de’ suoi.[253] Nè a temperare quelle passioni, bastò il conoscere che le ultime parole dell’illustre poeta, del sommo erudito, erano state parole di pentimento. Egli aveva chiesto che il suo corpo, vestito dell’abito domenicano, fosse sepolto nella chiesa di San Marco; ove infatti le sue ceneri riposano accanto a quelle di Giovanni Pico della Mirandola, morto il giorno medesimo in cui Carlo VIII entrava in Firenze.[254] Il Pico aveva, anch’esso, mostrato da più tempo desiderio di vestire l’abito di San Marco; ma avendo esitato, non potè adempiere il suo proposito, perchè venne sorpreso dalla morte nella giovane età d’anni trentadue.[255] E morendo chiese al Savonarola, che non lo lasciasse scendere nella tomba senza averlo prima vestito dell’abito.
La fine di questi due illustri italiani faceva tornare alla memoria le ultime ore e la confessione del Magnifico; ed a molti pareva quasi che la società medicea volesse nello spegnersi riconoscere i suoi peccati, e chiederne assoluzione a quel popolo che aveva tanto oppressato, a quel frate che ne era come la persona viva e parlante. Singolare era, certamente, che tutti costoro si rivolgessero ora a quel convento di San Marco, donde era partito il primo grido di libertà, la prima opposizione e la prima accusa contro la tirannide dei Medici.
CAPITOLO QUARTO. Condizione politica di Firenze, dopo la partenza dei Francesi. Il Savonarola propone la forma del nuovo governo. [Decembre 1494.]
In Firenze, per antichissima usanza, s’erano sempre mutati i governi col mezzo dei Parlamenti. Il popolo, chiamato al suono della campana, si raccoglieva, senza armi, nella piazza, che era guardata dai fanti armati della Signoria; la quale scendeva sulla ringhiera[256] a chiedere Balía per sè, o pe’ suoi amici. La Balía era, poi, una dittatura, che si poteva avere per mesi o per anni; poteva rinnovarsi più volte di seguito, e dava facoltà di mutare la forma del governo. Allora il popolo veniva di nuovo chiamato a parlamento; e, radunato sotto questa menzognera apparenza di libertà, si mostrava sempre docile strumento alle voglie ambiziose dei più potenti, e sempre applaudiva ad alta voce le proposte della Balía; credendo dare prova della sua indipendenza e libertà, nel momento stesso che la distruggeva. Così ne venne quell’antichissimo proverbio fiorentino: Chi disse parlamento, disse guastamento. Colle Balíe e coi Parlamenti avevano, infatti, dominato lungamente gli Albizzi; con essi avevano tiranneggiato i Medici. Nondimeno, tanta era la forza dell’uso, che non furono appena nel 94 partiti i Francesi, e subito, il 2 dicembre, la campana di Palazzo sonava a parlamento; i fanti della Signoria tenevano, armati, le bocche della piazza; ed il popolo, tutto fiero di sè, veniva raccolto all’antica,[257] cioè sotto i suoi Gonfalonieri di compagnia. I Signori leggevano una provvisione, colla quale chiedevano di nominare venti Accoppiatori, colla Balía e facoltà di eleggere per un anno, la Signoria e tutti i principali magistrati, e di scegliere a Gonfaloniere di giustizia uno di loro medesimi.[258] La moltitudine, quasi furibonda di gioia, applaudiva ad altissime grida; e così il nuovo governo, che si chiamò dei Venti, veniva formato.
In antico, il governo della repubblica fiorentina componevasi di otto Priori ed un Gonfaloniere di giustizia; i quali formavano il supremo magistrato, o la Signoria, che mutavasi ogni due mesi. I Dodici Gonfalonieri delle compagnie, sotto i quali si era usato una volta raccogliere il popolo armato, uniti coi dodici Buoni Uomini, non ebbero di poi quasi altro ufficio che quello di accompagnare la Signoria; e tutti insieme formavano il Collegio, e si chiamavano anche i tre maggiori uffizi. Seguivano i Dieci della guerra, eletti ogni sei mesi; e gli Otto, che stavano principalmente sopra i delitti criminali e politici, ed erano eletti ogni quattro mesi. Venivano, finalmente, i due Consigli o assemblee del Comune e del Popolo; i quali erano stati formati quando la città si trovava divisa in Popolo propriamente detto, e Potenti, che più particolarmente si arrogavano il diritto di formare il Comune. A questi Consigli era affidato il votare le leggi e la elezione dei magistrati, nella quale facevasi allora consistere la principale importanza del governo.[259] Quando i Medici cominciarono a dominare, essi distrussero ogni ordine di cittadini, ed uguagliarono tutti sotto la loro tirannide: onde i due Consigli, del Comune e del Popolo, non avevano più alcuna ragione di esistere; ma pur tenevano le loro adunanze per una vana apparenza, e perchè quei principi avevano osservato come il popolo fosse attaccato più al nome, che alla sostanza stessa della sua libertà. Lorenzo il Magnifico, seguendo questa politica, continuò sempre a farli radunare; ma creava nello stesso tempo un nuovo Consiglio, che chiamò dei Settanta; e lo fece tutto di suoi partigiani. Trasferiva in esso ogni autorità degli antichi Consigli, e massimamente la elezione dei magistrati, colla quale sapeva di poter essere padrone di tutta la repubblica.[260]
E adesso, radunandosi il Parlamento, si lasciavano intatti gli antichi magistrati, e distruggevasi solo il Consiglio dei Settanta, la cui autorità passava tutta nei venti Accoppiatori; onde si mutavano le persone ed il nome, piuttosto che la forma stessa del governo. Pareva al popolo, come era parso ai Medici, e come sembrava allora ad ognuno, che chi avesse in mano l’elezione della Signoria, avesse la balía ed il governo di tutto. In vero, l’ufficio dei magistrati era assai male definito, sì che ognuno di essi credeva essere onnipotente, e la Signoria poi lo era di fatti. Essa aveva l’amministrazione dello Stato; giudicava le liti; condannava nella vita e nella roba; mandava, qualche volta, ambasciatori, e dichiarava la guerra; faceva nuove leggi; insomma, gli Statuti le concedevano molto; e ciò che gli Statuti non le concedevano, essa poteva con modi straordinari ottenerlo.[261] Nè a questa sua illimitata potenza s’era trovato altro freno, che il farla mutare ogni due mesi; onde l’essere dei Signori era divenuto assai meno che avere autorità di eleggerli: perchè, a chi sedeva nel magistrato, bisognava dopo due mesi deporre ogni autorità; mentre chi lo eleggeva, poteva di continuo, o per molti anni, essere padrone del tutto.[262] Questo era mirabilmente riuscito al Magnifico col suo Consiglio de’ Settanta: questo niuno dubitava che dovesse ora, per mezzo dei Venti, riuscire al popolo.
Venendo però al fatto, si vide che le cose seguivano diverse assai da quello che s’era disegnato. La repubblica era nelle mani degli Accoppiatori, ma la macchina dello Stato non camminava; avevano autorità sopra ogni cosa, ma di nulla si trovavano nel fatto padroni. Ai Medici, agli Albizzi o ad altra potente famiglia, circondata d’amici, piena di danari e con un nome grandissimo, era stato possibile dominare la città con quegli arbitri: ma che cosa potevano fare venti cittadini, di pensare, di condizione e d’indole diversissimi, molti dei quali erano nuovi affatto nelle cose di Stato? Malgrado la loro autorità, si trovarono incapaci e deboli a governare; e la principale debolezza nasceva dal non potersi facilmente mettere d’accordo. Di ciò si ebbe subito una prima esperienza nella elezione che si dovette fare del gonfaloniere, non essendo stato possibile raccogliere più di tre voti intorno ad un medesimo nome; tanto che, con loro grandissimo carico, furono costretti deliberare di scegliere quello che avesse più voci, sebbene non raggiungesse il numero voluto dalle leggi.[263]
In questo modo, l’antica usanza dei Parlamenti partoriva subito gli antichi disordini; perchè ancora non era cominciato il nuovo governo, che già tutti pensavano di mutarlo. Ognuno vedeva che era una vana speranza il far rivivere la repubblica, lasciando intatte quelle vecchie istituzioni da cui i Medici aveano tolto ogni residuo di vita; ognuno vedeva che nelle mani degli Accoppiatori s’era messo un cadavere, ed invano si aspettava che vi spirassero la vita. Si cominciava, perciò, a pensar di rinnovare tutto il governo, ricostituire tutto il popolo; ma quando si veniva alla prova, sembrava che il provvedere con efficacia fosse tanto più difficile, quanto maggiore ne era il bisogno: da tutti i lati crescevano le difficoltà, moltiplici e inopinate.
La ribellione di Pisa diveniva ogni giorno più grave: quivi il pericolo aveva stabilito la concordia degli animi; il governo si era rapidamente costituito; si raccoglievano uomini, armi e danari; i cittadini erano animati da un grande ardore di libertà e d’indipendenza. Il resto del territorio fiorentino era tutto mal fermo: Arezzo e Montepulciano, incoraggiati dall’esempio di Pisa, dai danari e consigli di Siena, ribellavansi ben tosto anch’essi; altri borghi o città s’apparecchiavano a fare lo stesso. Quindi in Firenze la necessità urgente di danari, per nutrire tre guerre e pagare le somme promesse al re di Francia, che già chiedeva che gli fossero anticipate. Bisognava assoldare gente, levar fanti nel contado, trovar capitani, ed imporre nuove e maggiori gravezze ad un popolo già oppressato. A ciò sarebbe difficilmente bastato un governo forte ed unito, e se ne aveva invece uno così debole ed incerto, che bisognava mutarlo.
I cittadini fiorentini avevano, d’altronde, nei sessanta anni trascorsi, perduta affatto quella loro antica e maravigliosa attitudine politica a formar nuove leggi e nuove istituzioni; onde, trovandosi a un tratto liberi e padroni di sè, erano come smarriti e confusi nella loro stessa libertà. Non v’era più un ordine di ottimati che avesse, come al tempo degli Albizzi, potuto prendere in mano la direzione della cosa pubblica. Gli agiati cittadini non avevano, sotto i Medici, goduto altro privilegio che quello della loro ricchezza; con essa e con qualche impiego, per favore ottenuto, aveano vissuto tutta la loro vita senza esperienza, senza pratica e senza affezione alcuna alle cose di Stato. Il popolo minuto poteva poi dirsi assolutamente disfatto. Quelle antiche Capitudini delle arti, che erano state ad un tempo centro della vita industriale e della vita pubblica; officine ove s’erano raccolte quelle straordinarie ricchezze, che soccorrevano la patria nelle sue lunghe e difficili guerre; arena politica, nella quale entravano a lottare e si educavano quei bravi artigiani, che tanto abilmente sapevano poi consigliare la repubblica, tanto coraggiosamente servirla; quelle antiche capitudini, adunque, più non esistevano che di nome; il popolo viveva, perciò, sgominato e sciolto. Egli era, dunque, difficile ordinare un nuovo governo; non solamente perchè la guerra consumava la città, perchè le antiche istituzioni avevano perduto ogni vita, il popolo ogni educazione politica; ma ancora perchè esso era talmente mutato in ogni sua parte, che niuna delle antiche forme repubblicane più gli si addiceva.
Nè solamente mancavano nel popolo le disposizioni più necessarie; ma ancora mancavano affatto gli uomini che potessero guidarlo nella grave e difficile impresa di dare costituzione a sè stesso. Noi abbiamo visto nella moltitudine tumultuante sorgere Francesco Valori per guidarla a cacciare i Medici; ma, per quanto egli fosse in piazza un uomo impareggiabile, era non per tanto incapace di ascendere nel Palazzo, ove con difficoltà sapeva frenare l’impeto delle sue esaltate passioni. Abbiam visto rendersi immortale Piero Capponi in faccia al re ed ai generali di Francia; ma anch’egli s’impazientiva a discorrere lungamente nei Consigli. Quando bisognava rompere una discussione per metter mano alla spada, quello era il momento di Piero Capponi; ma stare a discutere, a lottare, a ragionare lungamente col lucco sulle spalle e il cappuccio in testa, era cosa che lo annoiava. Si trovava assai meglio colla corazza indosso, esposto al sole, alla pioggia ed alle palle nemiche. Egli, infatti, ora non chiedeva altro, che d’essere mandato al campo di Pisa per cominciare la guerra.
In un momento, adunque, di tanta necessità, non si sapeva veramente vedere in chi si potesse sperare: nè era facile il credere che la opportunità dovesse far sorgere uomini nuovi; perchè nei sessanta anni trascorsi sotto la tirannide, niuno s’era educato alla libertà, ed ognuno aveva perduta quella pratica delle cose pubbliche, che è indispensabile a chi vuol dare nuova forma e nuovo governo a tutto un popolo. Se non che, come a tutti i mali sorge sempre un qualche naturale compenso; così allora in Firenze s’era già cominciata a formare quella scuola di politici italiani, che più tardi produsse Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Donato Giannotti; i quali entravano appena nella loro prima giovanezza, ora che la patria ritornava libera. In quei petti fiorentini era stato così grande l’amore della libertà, che dal momento in cui non poterono più entrare a discutere liberamente nei Consigli, si misero a ragionare dello Stato, e crearono la scienza politica. Nell’aprire i loro libri, noi, infatti, troviamo che essi incominciano sempre col dire, come la più grande felicità che dall’uomo possa provarsi su questa terra, sia il partecipare al governo della patria; e quando la tirannide ci nega questa suprema felicità, allora altro non gli resta che cercarla negli studi, aspettando tempi migliori, ed apparecchiando esperienza ai posteri. Ma il sorgere di questa scienza era assai inefficace compenso ai mali che travagliavano allora la Repubblica. Non solamente non si vedeva ancora, fra gli uomini di quella scuola, alcuno che potesse collo splendore della sua fama comandare al popolo; ma essi, quasi tutti educati alla solitudine degli studi, poco pratici nel maneggiare gli affari e ignoti alla moltitudine, non erano certamente per acquistare importanza in quei giorni di tumulto, nei quali il mondo appartiene alla forza. Le loro idee dovevano, però, in quella rivoluzione acquistare nuova forza e diffondersi assai largamente nella moltitudine; onde a noi importa conoscerle.
Lo studio della politica si fonda oggi sopra principii generali: nei governi, si cerca la più equa divisione dei poteri, la più sana amministrazione della giustizia, la maggiore indipendenza dei magistrati, la più larga libertà dell’individuo. Allora, invece, la scienza dei politici italiani non era quasi altro che un’analisi e uno studio delle umane passioni. Partendo dalla sola idea, che il governare sia la maggiore felicità, il maggiore desiderio dell’uomo; ne veniva naturalmente, che tutti dovessero aspirarvi, che tutti volessero ridurre nelle loro mani il governo della patria, e ognuno, di necessità, a danno degli altri. Da queste ragioni doveva nascere un continuo pericolo di cadere nella tirannide; ed in essa erano, infatti, caduti quasi tutti i governi italiani. Alla domanda: — quale è il perfetto governo? — tutta la scuola dei politici italiani non dava, quindi, altra risposta se non: — quello in cui non potrà nascere tiranno. — Ed in quale non potrà nascere tiranno? — In quello che sarà ordinato in maniera, da soddisfare contemporaneamente alle passioni di tutti gli ordini di cittadini. In ogni città, dicevano essi, vi saranno sempre i pochi che cercano comandare a tutti, gli ottimati che vogliono onori, il popolo che vuole libertà.[264] — E quindi, si ricercava sin d’allora una forma di governo misto, che avendo in sè contemperate le varie parti della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia, potesse contentare alle passioni degli ambiziosi, degli ottimati e del popolo; e in questo modo si sperava raggiungere una sicura libertà.
Passando, poi, dalla teoria alla pratica, l’occhio dei politici fiorentini si volgeva costantemente a Venezia. Di tutti i governi italiani, quello era il solo che fosse sopravvissuto alla generale rovina; il solo che, cresciuto di forza, di potenza e di onore, non avesse ancora veduto sorgere un tiranno. Quindi, il desiderio di Firenze e di tutte le spente repubbliche italiane, era di poter rinascere nella forma veneziana: quello sembrava perfettissimo fra tutti i governi. Quando, infatti, si paragonava la serie interminabile di mutazioni avvenute in Firenze, colla eterna e severa quiete della veneta laguna; si provava, quasi, la medesima impressione che proviamo oggi nel paragonare la politica interna di Francia a quella dell’Inghilterra. Ma nel desiderio che i Fiorentini avevano allora di trasportare a Firenze la forma del governo veneziano, trovavano quelle medesime difficoltà che incontrerebbero oggi i Francesi nel volere adottare la costituzione inglese. I Veneziani avevano, sin da tempi remotissimi, avuta una forte e potente aristocrazia; questa non s’era mai vista a Firenze, dove i Medici avevano distrutta perfino quella poca differenza che v’era stata in origine fra i vari ordini di cittadini; ed uguagliato talmente ogni cosa, che ormai ognuno vedeva non esservi possibile altro che o un’assoluta tirannide o un’assoluta libertà. Nondimeno, ognuno si studiava di trovare il modo come introdurre in Firenze il governo veneziano: alcuni volevano renderlo più largo, altri invece restringerlo; ma a questo limitavansi allora le diversità di tutti i pareri. Tali erano stati i ragionamenti dei politici, e tali erano adesso i discorsi che si tenevano nelle strade, nelle logge, da per tutto in Firenze.
Ma egli era come un navigare per perduti, fino a che si rimaneva nell’astratto o si discuteva in piazza, senza che sorgesse alcuno in Palazzo a proporre un partito qualunque, consigliarlo, persuaderlo agli altri, e soprattutto ai Venti Accoppiatori, senza il consenso dei quali era divenuto adesso difficile assai fare alcun mutamento. In questa condizione di cose, adunque, tenendosi in disparte gli uomini della scienza come poco pratici, e gli uomini d’azione come poco prudenti o poco abili, incominciava a farsi largo un’altra specie di cittadini; e questi erano i dottori di legge, nelle cui mani la fortuna suol mettere quasi sempre il timone dello Stato, ogni volta che un popolo passa dalla tirannide alla libertà. L’essersi molto adoperati nelle faccende della vita, l’aver fatto professione e studio delle leggi, fa creder sempre ch’essi abbiano quella pratica delle cose umane, e quella dottrina appunto che si richiede in quei momenti difficili, nei quali si muta la forma dei governi; nè bastò la lunga e sempre trista esperienza a persuadere che gli avvocati non riuscirono giammai a fondar nulla di stabile negli ordini politici d’alcuna nazione.
Comunque sia di ciò, dopo molto incerto ondeggiare nei consigli che si tenevano in Palazzo, predominavano finalmente i pareri di messer Guidantonio Vespucci e messer Paolo Antonio Soderini, ambedue dottori in legge. Il Soderini era del partito popolare, e stato lungamente ambasciatore a Venezia, aveva avuto opportunità di conoscere meglio d’ogni altro la forma di quel governo. Egli proponeva, quindi, di abolire i due Consigli del Comune e del Popolo; sostituendovi invece un Consiglio Maggiore, a similitudine del Gran Consiglio di Venezia, nel quale entrasse il popolo per eleggere i magistrati e votare le leggi; ed un Consiglio più ristretto, di ottimati o uomini di maggiore esperienza, ove, a similitudine del Consiglio dei Pregati, si deliberassero quelle cose che in pubblico non si possono discutere. Proponeva ancora di abolire subito i Venti, e di lasciare intatto l’ufficio della Signoria, degli Otto, Dieci e Gonfalonieri di compagnia. Quanto a questa seconda parte, niuno pareva che ne disconvenisse; ma circa la formazione dei Consigli, e massime del Maggiore, era grande la disparità dei pareri, opponendosi fortemente gli Ottimati, le cui opinioni venivano dal Vespucci sostenute. Egli discorreva a lungo contro l’incapacità e gli eccessi della moltitudine; riandava tutte le scene più triste della storia di Firenze; diceva che il Gran Consiglio era a Venezia composto di gentiluomini, e non di popolo; il quale, nondimeno, era quivi assai più serio, tranquillo e temperato, che a Firenze; ove gl’ingegni sono più sottili, le fantasie più vive, le passioni più sfrenate. Rispondevasi dall’altra parte: che tanto valeva essere gentiluomo a Venezia, quanto cittadino a Firenze, perchè la plebe non vi aveva cittadinanza; e non essendovi, d’altronde, un ordine di Ottimati, un governo stretto vi riusciva sempre in una tirannide di pochi: ed in fine, che avendo il popolo cacciato i Medici, non era giusto escludere dal governo quella parte di cittadini, per cui mezzo solamente erasi guadagnata la libertà.[265] L’opinione del Soderini era, senza dubbio, quella che trovava più favore nel popolo, e appresso gli uomini savi di tutta la città; ma l’opinione del Vespucci predominava, invece, nei Consigli del Palazzo. Ivi si celavano ancora molti partigiani dei Medici, e vi erano i Venti Accoppiatori; i quali dovendo ora perdere l’ufficio, cercavano che il nuovo governo si formasse in maniera da far ricadere nelle loro mani la somma principale delle cose. Tutti costoro non potevano però nascondere a sè stessi, che un governo stretto dispiaceva assai al popolo e a tutti quelli che non vi partecipavano; onde poteva assai facilmente partorire nuovi tumulti; e si sarebbe forse caduti in una sfrenata libertà, o in un ritorno violento dei Medici.[266]
Su queste cose ragionavasi di continuo in Palazzo, ove i Consigli sedevano fino a notte assai avanzata.[267] Essendo la discussione venuta nelle mani di due avvocati, superbi della importanza acquistata in quel momento, non era per aver termine assai facilmente. Parlavasi, discutevasi, ciarlavasi, quando vi era bisogno di agire; quando il pericolo della guerra era gravissimo; quando tante città del dominio minacciavano sollevarsi; quando l’intero popolo poteva stancarsi di rimanere più a lungo sospeso sui destini del suo avvenire, e pigliare le armi per correre a qualche sanguinoso eccesso. Molti erano perciò spaventati, molti confusi in modo, che non sapevano che si dire nè che si fare. Se i dotti non avevano potuto aiutare il popolo, perchè la loro dottrina era lontana dal mondo; se non avevano potuto gli uomini d’azione, perchè ad essi mancavano la pratica e l’esperienza della libertà; molto meno potevano aiutarlo i dottori di legge, perchè in essi era allora, come è stata sempre, una falsa dottrina ed una falsa esperienza. Non vi era che il buon senso, il vero amore del bene, la forte ed ardente volontà di farlo, che potesse salvare il popolo dalla sua confusione. E certo, la più grande lezione che la storia possa dare agli uomini è quella che ci mostra come, in quei terribili momenti nei quali sembra che il mondo voglia divenir preda del più ardito e il caos minaccia di ritornar sulla terra, quando è vana la scienza, quando è vana la potenza, la ricchezza, gli onori, ed il coraggio stesso è vinto dall’audacia sfrenata della plebe; allora è la virtù, è il generoso volere, è il santo amore del bene, ciò che può solamente aiutare un popolo. L’uomo, perciò, destinato a salvare il popolo di Firenze era il frate Girolamo Savonarola: sonava l’ora in cui egli doveva entrare nella politica: la necessità delle cose ve lo trascinava inevitabilmente, malgrado la ferma volontà che egli aveva sinora avuta di astenersene.
Nella repubblica fiorentina si erano assai spesso veduti dei religiosi mescolati nella politica; e vi era anche l’esempio di alcuni santi, come la famosa santa Caterina da Siena. Nondimeno, il Savonarola era così pienamente dominato dalle sue idee religiose, che egli aveva sempre voluto astenersene. Sebbene ora il corso inevitabile delle cose fosse divenuto assai più forte dell’umana volontà, e che egli vedesse come, per quella incertezza di cose, il popolo languisse nell’ozio e nella miseria, e il suo cuore gli rammentasse che la carità rompe ogni legge; pur nondimeno, continuava sempre a lottare con sè stesso. Nel fare, però, le medesime prediche sopra i medesimi soggetti, nuove idee cominciavano ad entrarvi di necessità, pel nuovo stato di cose. — «Abbandonate le pompe e le vanità,» egli diceva, «vendete le cose superflue e datele ai poveri. Cittadini, raccogliamo limosine in tutte le chiese, pei poveri della città e del contado. Spendete per essi, almeno quest’anno, il danaro dello studio di Pisa;[268] e se non basta, mettiamo mano ai vasi e paramenti delle chiese; ed io voglio essere il primo. Ma sopra ogni altra cosa,» egli continuava, «fate una provvisione, per la quale si aprano le botteghe, e si dia lavoro a questo popolo che rimane ozioso per le vie.[269]» Venendo poi a discorrere della Chiesa, disse che il Signore voleva rinnovare ogni cosa; e fece una predica nella quale, ripetendo di continuo queste parole: Cantate Domino canticum novum, le spiegava ai Fiorentini in questo modo: «Il Signore vuole che rinnoviate ogni cosa; che distruggiate tutto il passato; che non resti nulla dei cattivi costumi, delle cattive leggi, del cattivo governo.» Ma poi, quasi gli paresse di avere trascorso, rivolgeva di nuovo il discorso alla Chiesa, dicendo: «Questo è un tempo in cui le parole debbono cedere il luogo ai fatti, le vane cerimonie ai veri sentimenti. Il Signore ha detto: Io ero famelico, e voi non mi deste a mangiare; io ero nudo, e voi non mi vestiste. Non ha già detto: Voi non edificaste una bella chiesa o un bel convento; esso narra solo opere di carità; colla carità, adunque, bisogna rinnovare ogni cosa.»[270] E in questo modo, nelle prime prediche che fece sopra Aggeo, il Savonarola rimaneva ancora ondeggiante ed incerto.