UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO
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PARTE PRIMA
I.
La mattina del 18 di luglio, dell’anno 1574, Venezia era tutta in fervore ed in giubilo: in quella mattina appunto l’antica dominante adriatica doveva accogliere fra le sue mura ed ospitare il giovane Enrico di Valois, duca d’Angiò, e da poco più di tre mesi re di Polonia, il quale, abbandonata clandestinamente la sua buona città di Cracovia, e piantati in asso i suoi fedelissimi sudditi, se ne tornava a piccole giornate in Francia, per cingervi la maggiore corona che Carlo IX, suo fratello, morendo a ventiquattro anni, gli aveva inaspettatamente lasciata.
Le accoglienze e i festeggiamenti furono solenni e trionfali, degni in tutto dell’ospite augusto, degni di quella magnifica Signoria, degni della città più opulenta e fastosa che fosse allora in terra di cristiani; di quella che, nonostante alcun segno di già cominciata decadenza, nativi e forestieri s’accordavano a chiamare la regina dei mari, la meraviglia del mondo.
Già più giorni innanzi, il Senato aveva mandato incontro al principe fortunato, sino a Vienna, il segretario Bonriccio. Alla Pontebba, cioè al confine, cominciarono le onoranze maggiori. Patrizii illustri inchinarono il re al suo entrare nel territorio della Repubblica, e gli diedero il benvenuto; il duca di Ferrara gli andò incontro sino a Spilimbergo; e dovunque erano artiglierie, salve fragorose e ripetute diedero segno di esultanza e fecero plauso al suo passaggio. La sera del 17, un sabato, il re giunse a Murano, già celebre sin da allora per l’artificio mirabile de’ suoi vetri, e vi passò la notte. Il giorno seguente, il doge in persona, accompagnato da tutta la Signoria, andò a levarlo con una galea soprammodo pomposa e lo condusse al Lido, ove era eretto, davanti alla chiesa di San Niccolò, un magnifico arco trionfale, opera del famoso Palladio, e di contro all’arco una grande e bellissima loggia, con dieci colonne d’ordine corinzio, e con figurate all’intorno tutte le virtù. Al Lido fu celebrata una messa, e poi il re fu condotto in Bucintoro al palazzo Foscari, dove ogni cosa era apparecchiata per degnamente ospitarlo, e quaranta giovani gentiluomini erano ordinati a servirlo. La notte ci fu grande luminaria per tutto il Canal Grande, e nei giorni seguenti le feste succedettero alle feste, gli spettacoli agli spettacoli, ininterrottamente, con tanta magnificenza e pompa, con sì grande concorso e letizia di popolo, che nulla di simile si ricordava, nè s’era veduto mai, nemmeno al tempo dell’entrata in Venezia di Caterina Cornaro, già stata regina di Cipro. Il lunedì si fece una grandissima regata d’ogni sorte legni, cosa che al giovane re riuscì al tutto nuova, e incontrò molto il suo gradimento. Il martedì entrata solenne del duca di Savoja, che con molti altri signori veniva ad ossequiare il re di Francia. Il mercoledì sontuoso banchetto nelle sale del Palazzo ducale, preceduto da un Te Deum in San Marco, rallegrato da musiche e concerti inauditi, e seguito dalla rappresentazione di una tragedia in canto: le mense erano imbandite per tremila persone. Il giovedì il re fece visita al doge, e poi fu a una festa privata nel palazzo del Patriarca Grimani, del quale visitò anche il celebre studio d’antichità, o vogliam dire museo. Il venerdì giunsero in Venezia il duca di Mantova e il Gran Priore di Francia, e il buon re ebbe il gusto di prender parte in Consiglio alla elezione dei magistrati, e diede palla d’oro per Giacomo Contarini, che fu fatto dei Pregadi: la sera fuochi artificiali meravigliosi davanti al palazzo Foscari. Il sabato visita all’Arsenale, che era ancora il primo del mondo, seguita da una bellissima colazione di confezioni, e di frutti di zuccari, coi cortelli, con le tovaglie, coi piatti, e con le forcine (cosa non più escogitata) fatte di zuccaro. La domenica ballo nella sala del Gran Consiglio, dove si trovarono dugento gentildonne di singolar bellezza, tutte vestite di bianco, e adornate di perle, e d’infinite gioje di uno incredibil valore; poi colazione ricchissima con sessanta maniere di confezioni. Il lunedì guerra di bastoni fra Castellani e Niccolotti al Ponte dei Carmini. Tutti i giorni, alle due ore di sera, singolarissimi concerti dinanzi al palazzo Foscari[340].
Il martedì finalmente, decimo giorno dall’arrivo, si partì il re da Venezia, innamorato di quella città e di quel popolo, cattivato da quelle accoglienze, stupito di tante impareggiabili pompe, lasciando molti e cospicui pegni del suo gradimento e del suo favore, e giurando, affermano gli storici, ch’egli era per serbare eterna e fedele memoria dell’onore fattogli e della dimostratagli benevolenza. Ma gli storici che diedero particolareggiato ragguaglio di quegli avvenimenti memorabili; gli storici che ricordano come il re visitasse nel Fondaco dei Tedeschi il banco di quei Fugger, ricchi sfondolati, i quali, usi di soccorrere di denari imperatori e papi, potevano anche a lui far comodo di cento o dugentomila fiorini, e come comperasse da uno di quegli orafi di Rialto uno scettro di grandissima valuta e di mirabil lavoro; gli storici, dico, non accennano neanco di passata a un altro fatto del principe, fatto che può avere poca importanza per la storia di Polonia e di Francia, ma che per noi ne ha moltissima. Un bel giorno, ma più probabilmente una bella notte, il giovane re, abbarbagliati gli occhi dallo sfolgorio dei drappi d’oro, degli ostri, dei giojelli, delle argenterie, delle luminarie e dei fuochi artificiali; intronati gli orecchi dalle lunghe dicerie, dagli innumerevoli versi recitati in suo onore, dai singolarissimi concerti e dallo sbombardamento delle artiglierie; imbuzzito a furia di desinari interminabili, e di colazioni ricchissime; leggermente fastidito delle cerimonie ufficiali, e, si può credere, messo in uzzolo dalla vista di tante belle patrizie, sentì desiderio di alcun gaudio più tranquillo e più intimo, e uscito alla chetichella dal miracoloso palazzo che ancora si specchia nell’acque del Canal Grande, se n’andò, guidato senza dubbio da un Mentore servizievole e discreto, in contrada di San Giovanni Crisostomo, e quivi picchiò all’uscio di una casa di onesta e decorosa apparenza, entro la quale fu immantinente ricevuto. In quella casa abitava Veronica Franco, veneziana di nascita, cortigiana di professione, poetessa per inclinazione e per ingegno. Il serenissimo doge e l’almo Senato non avevano pensato che Enrico di Valois, re di Polonia e di Francia, non passava il ventesimoterzo anno dell’età sua.
La notizia del fatto memorabile noi la dobbiamo alla Veronica stessa, la quale, in una lettera scritta appunto all’invittissimo e cristianissimo Re Enrico III, e che è la seconda del suo volume di Lettere familiari a diversi, ricorda con legittimo orgoglio il giorno felice in cui egli degnò di sua regale presenza l’umile abitazione di lei. La Veronica non entra in altri particolari circa il colloquio; ma noi abbiamo ragione di credere che il re ne rimanesse contento, perchè in partirsi tolse un ritratto di lei, condotto in ismalto, e fece molte benigne e graziose offerte, le quali non sappiamo che seguito avessero. Nella lettera ella promette di dedicare a lui un suo libro, e gli manda intanto due sonetti, nel primo dei quali la visita di lui è assomigliata alle visite che Giove si degnava di fare in antico alle povere mortali, e nell’altro ella esprime il desiderio di alzar fuor del mondo e sopra il cielo con le sue lodi il giovane eroe
In armi, e in pace, a mille prove esperto.
Ma che donna mai era cotesta Veronica, e quali le sue prerogative, perchè un re coronato, ospite della più illustre e possente delle repubbliche, andasse, in occasione di tanta solennità, a visitarla nella propria casa di lei, ne togliesse come grato ricordo il ritratto, le facesse graziose e generose profferte? Che donna era cotesta, la quale poteva farsi lecito di scrivere a cotal re una lettera in cui quella visita e quelle altre particolarità erano ricordate, poteva offrire e promettere un libro in cui ella, Veronica, avrebbe celebrato e glorificato quel re, e poteva far pubblica quella lettera per le stampe, di maniera che a ognuno fosse dato vederla? Se noi diciamo ch’ella era una cortigiana, come innegabilmente era, ci par di dire cosa la quale non solo non giustifichi e non ispieghi i portamenti di lui e di lei, ma dovrebbe, piuttosto, far supporre di lui e di lei portamenti in tutto diversi. Ora, nè il re mostra di vergognarsi della famigliarità ch’egli ha con la cortigiana, nè la cortigiana mostra di sospettare che il re possa vergognarsene, e che per conseguenza s’addica a lei un prudente riserbo e una lodevole discrezione. Ma se così è, vorrà dire che quel nome di cortigiana, non ha, o non aveva allora, il pessimo significato che gli si suole attribuire; vorrà dire che la cortigiana non era giudicata così severamente come pare a noi che dovrebb’essere giudicata, e che il più mite e benevolo giudizio le permetteva di tenere nella civil società un luogo che non avrebbe altrimenti tenuto, di godere immunità e benefizii che non avrebbe altrimenti goduto.
Procuriamo dunque, prima di andare innanzi, di farci un giusto concetto di ciò che fosse la cortigiana nel Cinquecento, e gioviamoci a tal fine delle testimonianze e dei giudizii dei contemporanei. Tali testimonianze e tali giudizii non sempre sono concordi, anzi si contraddicono spesso; ma se noi riusciamo ad intender bene le ragioni che variamente muovono giudici e testimoni, le contraddizioni si spiegheran facilmente, e non ci torran di conoscere il vero delle cose. La digressione sarà un pochino lunga, ma, oso sperare, non nojosa; e se, giunti al termine di essa, avremo acquistato della cortigiana, dei suoi costumi, della sua condizion di vita, una nozione più piena e più esatta che prima non avevamo, ci riuscirà incomparabilmente più agevole intender l’animo e la vita di Veronica Franco, alla quale allora ritorneremo[341].
II.
Sperone Speroni, in una Orazione che compose contro le cortigiane e le innumerevoli loro opere irrazionali, esce a un certo punto in queste formali parole: «Dico adunque..... che la cortigiania delle male femmine è una antica, ma vile e sozza professione, novellamente di gentil nome adornata. Scorti altra volta latinamente e meretrici per vero nome solea chiamarle la Italia; ma per più vero e più proprio si nominavano peccatrici. Io veramente sendo fanciullo con tal disprezzo sentia parlarne per le contrade, mentre passavano alla sfuggita, che quelle istesse, che ogni vergogna parea che avessero per niente, dalla natura sospinte, che razionali l’avea pur fatte, al lor dispetto arrossavano; ed era tanto cotal rossor vergognoso, che vincea l’altro, ond’elle il viso si ricopriano: or non so come, o per qual cagione l’uso del mondo, che in fatto e in detto è corrotto, le voglia chiamar cortigiane»[342]: egli, lo Speroni, le chiama invece monstri infelici. Poniamo che in questa lamentazione ci sia parecchia retorica, e che nel tempo in cui l’autore di essa era fanciullo, cioè nei primi anni del secolo XVI, le peccatrici non fossero così pronte ad arrossire come egli pretende; di vero c’è ad ogni modo una cosa per noi molto importante, anzi due: la prima, che l’uso del mondo voleva allora si chiamassero cortigiane quelle che in passato si solevano chiamar peccatrici (o altrimenti, chè lo Speroni non si cura, o forse non si degna, di ricordare altri nomi); la seconda, che queste cortigiane erano imbaldanzite molto, e non si vergognavano più tanto di loro condizione come in passato se n’erano vergognate; il che non vuol dir altro se non che quella condizione sembrava molto men vile agli occhi lor proprii e agli occhi altrui.
Il mutamento del nome rivela in questo caso un mutamento profondo avvenuto nelle idee e nella vita. Il nome di peccatrice era suggerito da certi concetti fondamentali della credenza religiosa e della morale cristiana, e implicava biasimo assoluto, senza temperamento alcuno: il nome di cortigiana è suggerito da tutt’altri concetti, in massima parte contrarii a quelli, e non solo, per sè, non implica biasimo, ma, anzi, implica lode, e, starei per dire, glorificazione. Esso rimanda senz’altro al Rinascimento, alla sua coltura, alle sue tendenze, al nuovo intuito delle cose, e al nuovo sentimento della vita che quello recò nel mondo. In fatti, dov’è che la coltura del Rinascimento, e la vita informata a quella coltura, riescono più intense, più piene, e raggiungono la perfezione loro? Nelle corti e intorno alle corti. E qual è l’uomo in cui meglio si personifica quella coltura, e che più pienamente sa vivere quella vita? Il cortigiano perfetto, quale l’ha descritto nel famoso suo libro Baldassar Castiglione. Ora, per sè stesso, il nome di cortigiana non diversifica da quello di cortigiano se non pel genere; è, come quello, nome di tutto onore, e suggerisce, al par di quello, l’idea (molte volte contraddetta dai fatti, nol nego) che la persona designata per esso sia persona ornata d’ogni pregio e virtù, persona compita, della cui conversazione nessuno s’ha a vergognare, come essa non s’ha a vergognare della sua qualità.
Il Rinascimento fiorito chiama dunque con nome onorifico la donna che l’età precedente chiamava con nome d’infamia; al qual proposito non si vuol dimenticare che un altro nome onorifico viene a lei dato nel Cinquecento, ed è quello di signora. Ma qui non si tratta di un semplice mutamento di nome, come potrebbe a prima giunta sembrare, e come, a torto, lo Speroni vorrebbe lasciar credere. Sotto il nome mutato c’è la cosa anch’essa mutata; e se la cortigiana rimaneva pur sempre una peccatrice, non era più la peccatrice di prima. Vero è che, l’uso degenerando in abuso, il nome di cortigiana fu molto spesso dato nel Cinquecento a tutte le donne di mala vita, indistintamente; ma di quanti altri nomi, serbati in principio a un uso particolare, non è avvenuto lo stesso?[343]. Tutti i nomi che hanno dell’onorevole vanno soggetti a indebite appropriazioni, a illegittime estensioni di significato. Da altra banda, se le donne tutte di mala vita furono spesso nel Cinquecento chiamate cortigiane, non è men vero, che si cercò, allora stesso, con qualificazioni e con aggiunti di più e men felice invenzione, di ripristinare le distinzioni opportune, e toglier di mezzo l’equivoco. Così è che in certo censimento della città di Roma, fatto ai tempi di Leone X[344], si trovano le denominazioni di cortesana, o di curiale, senz’altro, che dicono, l’una in volgare, l’altra in latino, il medesimo; di cortesana puttana, di cortesana da lume o da candela, e di cortesana onesta. A noi quell’accozzo di cortesana e di onesta sembra veramente una cosa assai strana; ma ai contemporanei di Leone X non sembrava così. Giovanni Burchard, maestro di cerimonie di Alessandro VI, e vescovo di Città di Castello, narra una curiosa storia di certa Cursetta romana, da lui chiamata, senza esitazione alcuna, meretrix honesta, e narra pure come l’ultima domenica d’ottobre dell’anno 1501, vigilia d’Ognissanti, cenarono col duca Valentino, nel Palazzo apostolico, cinquanta meretrices honestae, cortegianae nuncupatae, le quali dopo cena danzarono ignude e fecero altre prove di lor valentia e di lor arte in presenza di esso duca, della sorella di lui Lucrezia, e del padre di entrambi, il buon pontefice Alessandro VI[345]. Questo passo del famoso diarista prova, tra l’altro, che il nome di cortigiana era venuto in uso, secondo ogni probabilità, già qualche anno prima del 1500, e che lo Speroni assegnava a quel nome un’origine troppo tarda[346]. In un libro di memorie della famiglia Chigi, scritto da quel Fabio Chigi che poi fu papa col nome di Alessandro VII, la famosa Imperia è chiamata nobilissimum Romae scortum[347]. Il censimento testè citato fa anche ricordo di cortigiane piacevoli e di cortesane della minor sorte, e usa altri nomi che non accade ripetere. Da canto suo Marin Sanudo chiama in un luogo de’ suoi Diarii le cortigiane di lusso puttane sontuose, e onorata e nominata meretrice chiama in un altro certa signora Angiola. Una Lista fiorentina dell’anno 1569 classifica le meretrici in ricche, mediocri e povere[348], e le ricche sono per lo appunto le cortigiane oneste.
Vediamo dunque un po’ più da vicino qual fosse la condizione, quali fossero i costumi e i portamenti di queste cortigiane oneste, o se troppo dispiace l’associazione di quel sostantivo e di quell’aggettivo, delle cortigiane senz’altro, avvertendo che noi non vogliamo badare ora se non a quelle cui tal nome appartiene più ragionevolmente, a quelle cioè che debbono in molta parte il carattere e l’esser loro alla civiltà del Rinascimento. Delle altre, più numerose assai, cui quella civiltà non educò, non trasformò, non vogliam tener conto.
Chiamata a vivere in mezzo ad una società in cui la coltura era largamente diffusa, e che aveva la coltura in grandissimo pregio, la cortigiana doveva esser colta, tanto più che le donne oneste erano, in certe classi, spesso coltissime. Nella commedia del Guarini intitolata L’Idropica, Loretta, che è una figura non molto viva, ma, se si può dire, molto corretta di cortigiana compita, così parla di sè: «vedendo mia madre (perchè già la sua macina faceva più crusca assai, che farina) la buona piega della vita mia, pensò di rinverdire nella mia giovinezza le sue passate prodezze: ed avendomi fatte imparare le sette arti liberali, aperse casa a tutta Vicenza, cominciando a tener trebbj d’ogni sorta»[349]. La famosa Imperia, fiorita nei primi anni del secolo, aveva appreso a compor rime volgari da Niccolò Campano, detto lo Strascino, ed era in grado di leggere, sembra, gli autori latini. Lucrezia, soprannominata Madrema non vuole, sapeva riprendere chiunque non parlasse secondo il buon uso, o quello che a lei sembrava il buon uso, e un cotal Ludovico, il quale fa professione di praticar cortigiane, dice di lei in uno dei Ragionamenti di Pietro Aretino: «ella mi pare un Tullio, e ha tutto il Petrarca e ’l Boccaccio a mente, ed infiniti e bei versi latini di Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di mille altri autori»[350]. Lucrezia Squarcia, veneziana, ricordata in certa Tariffa, si faceva vedere
Recando spesso il Petrarchetto in mano. Di Virgilio le carte ed or d’Omero,
e spesso disputava del parlar toscano[351]. Una Nicolosa, ebrea, ricordata ancor essa dall’Aretino, leggeva i salmi in ebraico[352]. Tullia d’Aragona e Veronica Franco hanno i nomi loro registrati onorevolmente nelle storie letterarie. Camilla Pisana aveva composto un libro e datolo a correggere a Francesco del Nero[353], e le lettere di lei che si hanno a stampa sono scritte con un fare un po’ caricato, ma non prive di eleganza, con latinismi frequenti e con intere frasi latine. Ercole Bentivoglio indirizza a una signora Agnola, veneziana (forse Angela Zaffetta) il suo capitolo Della lingua tosca, ed esprimeva il desiderio d’imparare da lei il dolce e garbato dialetto di Venezia. Se s’ha a credere ad Alfonso de’ Pazzi, Tullia d’Aragona, non solo faceva correggere le sue scritture dal Varchi, ma col Varchi insieme studiava e lavorava:
La Tullia, il Varchi ed Ugolino e lei Han fatto lega e studian tutta notte, E voglion pur che i ranocchi sian botte E che gli etruschi non siano aramei[354].
Vero è che taluna, non riuscendoci da sè, si faceva comporre da qualche letterato amico le lettere e i versi.
Ma la cortigiana di recapito non si contentava della sola coltura letteraria; essa doveva ancora andare adorna di altre virtù, come allora dicevasi; cantare, se la natura le aveva fatto dono di bella voce[355], sonare uno o più strumenti, danzare con grazia, e usare poi sempre soavità nel parlare, e garbatezza nei modi. Bisognava che, stando almeno alle apparenze, si potesse dir sempre di lei ciò che il Lasca diceva di Nannina Zinzera[356]:
D’atti è sì piena, e modi signorili, Che come l’ombra dal sol fuggir suole, Fuggon da lei le cose basse e vili;
e ciò che il Coppetta diceva a Ortensia Greca[357]:
E che voi non volete, a tutti è espresso O meccanica cosa, o men ch’onesta Far, nè lasciar che vi si faccia appresso.
Aveva dunque torto il pedante Cinzio di certa commedia del Domenichi a dire: Le cortigiane non sono cortigiane nè cortesi[358].
La cortigiana non aveva obbligo d’essere letterata e scrittrice; ma doveva avere lo spirito pronto e la lingua sciolta; doveva sapere coi vezzi, col brio, con l’arguzia, coi modi affabili e accorti, col vario uso delle sue varie virtù, invaghire i cortigiani, ammaliare i letterati, imbertonire i prelati, intrattenere un crocchio, prender parte a una disputa, dar anima a una festa. L’Aretino, scrivendo a una Zufolina, amicissima sua, accenna allo scaltrito ingegno, alla arguta festività, alla signorile creanza ch’ella ebbe dall’aria del toscano paese, dalla natura e dalla pratica, e dice tra l’altro: «i Duchi e le Duchesse se intertengano con lo intertenimento delle vostre chiacchiare molto insalate e molto appetitose; sentenzie che fumano vi scappano di bocca e tra i denti. Di pinocchiato, di savonia, e di marzapane sono le ciancie che voi date a qualunche si crede che voi siate una baja»[359]. E il Calmo scriveva nel suo vispo dialetto a una madonna Vienna Rizzi, che da Venezia s’era tramutata in Roma: «el me par da vederve tutta aierosa, maistra de motizari, astuta de resposte, cativeta de dar canate, lenguina piena de acenti toscani, e baldanzosa con chi ha del mobele del re Mida»[360]. Della famosa Isabella de Luna, spagnuola, che aveva viaggiato mezzo mondo, era stata a Tunisi e alla Goletta, e aveva un tempo seguitata la corte dell’imperatore in Germania e in Fiandra, dice il Bandello che in Roma era tenuta «per la più avveduta e scaltrita femina che stata ci sia già mai». E soggiunge: «Ella è di grandissimo intertenimento in una compagnia, siano gli uomini di che grado si vogliano; perciocchè con tutti si sa accomodare e dar la sua a ciascuno. È piacevolissima, affabile, arguta, e in dare a’ tempi suoi le risposte a ciò che si ragiona, prontissima. Parla molto bene italiano; e se è punta, non crediate che si sgomenti, e che le manchino parole a punger chi la tocca; perchè è mordace di lingua, e non guarda in viso a nessuno, ma dà con le sue pungenti parole mazzate da orbo»[361]. Messer Matteo reca qui e altrove[362] le prove di ciò che asserisce. Non meno arguta, nè meno mordace di lingua era la Giulia Ferrarese, madre di Tullia d’Aragona. Narra il Domenichi: «Fu fatta la strada del popolo in Roma, lastricata da i tributi che le puttane pagavano: nella quale scontrando la Giulia Ferrarese una gentildonna, l’urtò un poco. Allora la gentildonna alterata cominciò a dirle villania. Rispose la Giulia: Madonna, perdonatemi, che io so bene, che voi avete più ragione in questa via che non ho io»[363]. Non è dunque da stupire se la conversazione delle lor pari era desiderata e cercata, e se esse s’ingegnavano di trar profitto anche di quella. Il Montaigne, ch’ebbe a farne la prova, assicura che esse (almeno in Venezia) facevansi pagare i semplici colloquii quanto la négociation entière[364].
Che le cortigiane dovessero avere in tutto o in parte le virtù testè enumerate non parrà certo strano a chi ripensi i caratteri di quella civiltà, le usanze e i gusti degli uomini di quel tempo; ma che quelle stesse virtù s’avessero a trovare in qualche misura anche negli agenti di esse cortigiane, e procuratori d’amore in genere, ossia, per parlar più chiaro, nei mezzani, parrà strano a più d’uno. E pure era così. Quel bell’umore di Tommaso Garzoni narra della coltura del mezzano cose veramente miracolose e incredibili. «Imita il grammatico nel scriver le lettere amorose tanto ben messe, e tanto bene apuntate, che rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente, nell’isprimer secretamente il suo pensiero..... Appare un poeta nel descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con giubilo di core..... Porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del Cieco d’Adria, l’Arcadia del Sannazaro, i madrigali del Parabosco, il Furioso, l’Amadigi, l’Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra tutto i strambotti d’Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i suoi divoti per ogni occasione..... Si reca dietro qualche sonetto in seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita, con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar facondo, con tropi eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato, che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gosellini l’abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere d’oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con soavità, si dichiara con modo, si scopre l’intenzione, si manifesta il senso, e si palesa il fine del poeta..... Con la musica diletta sovente le orecchie delle giovani, mollifica l’animo d’ogni lascivia, ruina i costumi, disperde la onestà, infiamma l’alme di cocente amore, incende i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti, disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle, barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa, a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda polita, a una moresca graziosa, e pian piano s’invita ai balli ed alle danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole secrete, ecc. ecc.»[365].
C’erano molti, gli è vero, ai quali queste ed altrettali virtù riuscivano sospette nelle cortigiane medesime. Pietro Aretino, il quale credeva che nelle donne, in generale, la coltura fosse stimolo al mal costume[366], e diceva «i suoni, i canti e le lettre che sanno le femmine» essere «le chiavi che aprono le porte della pudicizia loro»[367]; Pietro Aretino, dottissimo in questa parte, affermava non essere altro le virtù delle cortigiane, se non panie e lacciuoli tesi agli amanti[368]; e di tali virtuose diceva il Garzoni: «Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le feste, le vegghie, i conviti, i diporti loro, se non da quell’intento d’aver l’applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratti da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti, e in quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi spassevoli, dileguati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie pellegrine, immersi in quei conviti di Venere e di Bacco, morti nel mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace ed insidioso amore?»[369]. Ma poichè, contrariamente alla opinione dei pochi, la opinione dei molti era che donna bella ed onesta non potesse avere, oltre alla bellezza e all’onestà, più degno ornamento di quello che viene dall’ingegno e dalla coltura, così non era possibile che i molti biasimassero nelle cortigiane ciò che nelle donne oneste lodavano, e temessero in quelle ciò che cercano in queste. Certo, vivendo in mezzo a una società in cui tutti eran colti, e in cui l’ingegno e la coltura erano tenuti sommamente in pregio, anche le cortigiane, se volevano aver seguito, bisognava si ponessero in grado di soddisfare al gusto comune, e perciò si può dire che l’esercizio e l’accorta ostentazione di quelle varie virtù che abbiam vedute facevano parte del loro mestiere, erano tra l’arti loro di richiamo più attrattive ed efficaci. Ma ciò non vuol già dire che esse non potessero compiacersi in quell’esercizio anche pel piacere che ci trovavano, indipendentemente dal guadagno che ne poteva venir loro. Erano anch’esse figlie del Rinascimento, e potevano, al pari di tante gentildonne onorate, i cui nomi la storia ricorda, legger libri, compor versi, coltivare la musica, per ragion di gusto naturale, e, ancora, per acquistar fama. Una prova di ciò si ha nel fatto che le cortigiane cercavano la compagnia e la famigliarità dei letterati assai più che l’utile loro non sembrasse richiedere. I letterati potevano, è vero, aiutarle in più di una occorrenza, potevano anche adoperarsi a metterle in vista; ma avevano, ad ogni modo, un ben grave difetto, quello, cioè, d’essere assai più ricchi di fama che di quattrini. Gli è che le cortigiane, se non tutte, almen le migliori, si compiacevano anch’esse in quelle cose in cui tutti si compiacevano; gli è che l’estro poetico poteva pungere parecchie tra esse come pungeva altri infiniti, e che la gloria, la quale assetava di sè tante anime, poteva destare un po’ d’ardore anche nelle anime loro.
Come non trascuravano le doti e gli ornamenti dello spirito, così pure non trascuravano le cortigiane, ed è naturale, le doti e gli ornamenti del corpo, e, generalmente parlando, nessuno di quei sussidii onde la loro professione poteva in qualche maniera avvantaggiarsi. Uno dei primi accorgimenti loro, non dimenticato ai dì nostri, era di cambiare il nome, spesso troppo umile e volgare, ricevuto col battesimo, in un nome sonoro e peregrino, il quale era come un suggello poetico impresso nella persona, chiamandosi Ginevra, Virginia, Isabella, Olimpia, Elena, Diana, Lidia, Vittoria, Laura, Domizia, Lavinia, Lucrezia, Stella, Delia, Flora[370]. A cotal nome, esse medesime, o altri, solevano aggiungere quello della città natale, o della nazione, dicendo Camilla da Pisa, Giulia Ferrarese, Beatrice Spagnuola, Angiola Greca e simili; anche i soprannomi erano frequenti, e alle volte assai strani. Il nome d’Imperia valeva quasi da sè solo un titolo di nobiltà[371]; ma Lucrezia Madrema non vuole si sottoscriveva Lucrezia Porzia, Patrizia Romana[372]. Tullia d’Aragona gloriavasi, e sembra a buon diritto, di aver nelle vene sangue, non pur cardinalizio, ma reale[373]. Angela Zaffetta si vantava figliuola del Procuratore Grimani, e Lucrezia Squarcia pretendeva a non so quale antiqua e gran genealogia. Il Giraldi Cinzio narra di certa Linda, la quale essendo nata di sangue assai gentile, si diede a fare la cortigiana, per inclinazione[374]. Altre, che non avevano le stesse ragioni della Tullia e della Linda, cercavano egualmente di passar per nobili, della qual cosa molto si lagna lo Zoppino nel già citato Ragionamento di messer Pietro[375].
Che le cortigiane attendessero con ogni studio a farsi belle e piacenti, non fa bisogno dirlo. Rinfrescavano la carnagione, imbianchivano e rassodavano le carni con varie maniere di belletti e di lisci, votando, come dice il Garzoni, le spezierie di biacca, di sublimato, di più maniere di allumi, di borrace, di adraganti, di acque distillate, di aceti lambiccati, e non rifuggendo neanche dall’uso di certe sudicerie stomacose, alcune delle quali sono ricordate dallo Zoppino[376]. Tingevano in biondo i capelli con acque medicate di cui son pervenute sino a noi le numerose ricette, e assoggettandosi a tal uopo a pratiche lunghe e penose. Nei loro spogliatoi era un barbaglio e un arruffio di specchi, di ampolle, di bossoli, di pettini, di forbici, di giojelli[377], e l’aria affogava con l’alito acuto dell’acque rose, dell’acque nanfe, dell’acque muschiate, dei zibetti, degli ambracani, dei mirabolani, del bengiuì e di mille sorta di polveri, di pasticche, di saponi. Anzi afferma il Garzoni che tutta la casa olezzava di profumi. Nè si deve di ciò dar troppo biasimo alle cortigiane, le quali non facevano veramente se non seguitare l’usanza comune. Ercole Bentivoglio, parlando delle donne del tempo suo, dice ben rare quelle che non adoperassero il liscio[378], e quanto all’uso d’imbiondirsi i capelli, era uso di tutte le donne italiane, ma più particolarmente delle veneziane[379]. Il Tansillo comincia una terzina di certo suo capitolo col verso
Donne che a farvi i capei d’or siete use;
e lodando le donne di Francia e di Germania, che non avevano, come le italiane, quella fantasia, dice:
Nessuna se ne ammala o se n’ammazza Per disio di portar le chiome gialle[380].
Vero è che quella fantasia l’avevano già avuta le donne romane[381].
Nel vestire, le cortigiane ostentavano somma eleganza e lusso eccessivo. Usavano biancherie finissime e profumate, vesti di seta, di velluto, di drappo d’oro ricchissime, acconciature pompose, pellicce delle più rare, guanti preparati con la concia di gelsomini di Spagna, o di garofani, trine e pizzi preziosi di Venezia, e abbagliavano con lo scintillio delle anella, delle maniglie, delle collane, dei pendenti, dei diademi. Erano sempre le prime a seguitare le nuove fogge, le quali mutavano spesso[382]. Di tanto in tanto andava una legge, o un bando, che tentava por misura a tali pompe, vietando i panni più ricchi, gli ori e le gemme; ma leggi e bandi facevano poco pro, e coloro stessi che li avevano mandati fuori li lasciavan cadere. Le cortigiane non ricche toglievano, per comparir fuori di casa, vesti e ornamenti a nolo[383].
Se eccessivo era il lusso del vestire, non minore era quello delle abitazioni, degne spesse di principesse, nonchè di cortigiane. Palazzi sontuosi ospitarono sovente le Olimpie, le Diane, le Ortensie più facoltose. Una Salterella pagava in Roma ottanta scudi d’oro di pigione; Isabella di Luna ne pagava cento, somma più che cospicua pel tempo. Angela Zaffetta avrebbe voluto in fitto il palazzo dei Loredano, in Venezia[384]. Le stanze erano non di rado tappezzate di arazzi preziosi, di broccati, di drappi d’oro, di cuoi dorati, oppure mostravano le pareti e le volte dipinte da mano maestra. In terra, su per le tavole, vedevansi tappeti turcheschi. I letti avevano lenzuola di renza finissima, padiglioni di raso, coltri di seta, cuscini ricamati, e ai letti facevano degna accompagnatura seggioloni di cremisino, di velluto listato d’oro, scranne scolpite, specchi riccamente incorniciati, spalliere pompose, cofani e stipi leggiadramente intagliati e intarsiati. Nelle credenze scintillavano le argenterie, le maioliche di Faenza, di Cafaggiolo, di Urbino, i vetri di Venezia; e raccolti in artificioso assetto, o sparsi in vago scompiglio, vedevansi per le stanze quadri, statue, vasi preziosi, armi eleganti, liuti e mandòle, libri sfarzosamente legati, ninnoli d’ogni sorta, e persino anticaglie, sebbene il Calmo raccomandasse alla signora Vienna di non accettarne in dono, se non quando tenessero poco luogo e valessero molti denari. Cagnuoli da tenere in grembo, gattini lindi e coi fronzoli, pappagalli loquaci, scimie ghiribizzose, e altri animali piacevoli o rari, empievano la casa dei giuochi e delle voci loro, e facevano festa alla padrona[385]. Negli atrii, nelle logge, nelle anticamere, era uno sfoggio ridente di fiori e di piante peregrine. Ancelle garbate vestivano e servivano la signora, accoglievano premurosamente le pratiche; un vario e numeroso servidorame attendeva agli altri servigi di casa. Camilla da Pisa aveva a’ suoi stipendi anche un cantiniere e un fattore. E la casa era provveduta d’ogni ben di Dio. Nelle cantine invecchiavano i vini più generosi, nelle dispense le più ghiotte leccornie s’accumulavano, così che a ogni ora del giorno, al primo apparire di un ospite gradito, era facile ammannire una colazion saporita, o una stuzzicante cenetta[386]. In tali case, in mezzo a così fatto lusso, accoglievano le cortigiane gli amici e ammiratori loro, e com’erano esse di tutti i ritrovi eleganti, così tenevano ritrovi elegantissimi, a’ quali non mancavano ambasciatori e prelati, cavalieri e letterati, musici e ogni altra maniera d’artisti. Tullia d’Aragona, dovunque andasse, si formava intorno la sua piccola corte. Di certa Lucia Trevisan, morta in Venezia nell’ottobre del 1514, diceva il Sanudo: «cantava per eccelenzia, era dona di tempo, tutta cortesana, e molto nominata apresso musici, dove a casa sua se reduceva tutte le virtù»[387].
Questo s’intende naturalmente delle cortigiane maggiori, le quali, se erano così magnifiche in casa, possiam figurarci quali si mostrassero fuori. Uscivano in pompa magna, molte in isplendidi cocchi[388], o cavalcando ginnetti baliosi, e mule ingualdrappate e impennacchiate, con seguito da duchesse. Madrema non vuole si tirava dietro ordinariamente dieci fantesche, altrettanti paggi e altrettante ancelle[389]. Un’altra cortigiana, di cui non ci è detto il nome, andava per Venezia in lunga processione, col maggiordomo inanzi, col paggio... e con quanti fanti e massare poteva accattar per tutta la vicinanza[390]. Così si recavano a diporto, alle feste, ai conviti, ai bagni pubblici, o stufe, come si chiamavano allora[391], alle chiese, le quali erano diventate luogo di ritrovo per esse e per quanti le praticavano, e la gente lasciava la messa per farsi loro d’attorno[392]. Gli amici andavano a levarle in casa e le accompagnavan per via, ingrossando la lor brigata di quanti nuovi ammiratori incontravano cammin facendo, e nel numeroso seguito non mancavano bravacci di professione, pronti a tirar l’arme in difesa delle padrone[393]. Le quali, se andavano a piedi, procedevano a guisa di tante duchesse, con passi misurati, con andatura maestosa, appoggiando la mano famigliarmente sulla spalla di tale de’ loro accompagnatori, agitando con l’altra, se di state, la ventola dorata e dipinta, fatta a modo di banderuola, favellando con garbo, pompeggiandosi con grazia. Perciò aveva ragione quel buon tedesco, che parlando delle cortigiane di Roma, diceva che a vederle in istrada si sarebbero prese per donne dabbene[394]; e non aveva torto l’Antonia, quando esortava la Nanna a non dare altro stato alla figliuola, e le diceva: «facendola cortigiana di subito la fai una signora, e con quello che tu hai, e con ciò che ella si guadagnerà diventerà una reina»[395]. E i guadagni potevano veramente essere assai lauti. Molte cortigiane, anche non bellissime, arricchivano, comperavano case, e le appigionavano. Dice il Coppetta nel capitolo che ho ricordato pur ora:
... ne sono molte (e ciascun lodi) Che non son belle, e pur han fabbricato, Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.
Figuriamoci dunque che cosa potessero fare le belle. La Imperia morì ricca e in casa propria; la Ortensia si fabbricò in Roma una casa da regina. Una Lombarda, ricordata nella Tariffa, s’era arricchita d’oro e di terreni. Di certa Martinella, che figura nella commedia del Contile La Pescara, dice il servo Marcello: «ella è nobile, ha denari, gioje, vesti e possessioni a Viterbo»[396]. Non è a stupire se le cortigiane insuperbivano e si vantavano de’ loro trionfi[397]. I guadagni, come ben s’intende variavano assai, come variavano i prezzi. Quel matto del Doni, descrivendo certa casa con grandissimo dispendio costruita, arredata, ordinata da un signore ricco e potente, e abitata dalle più belle donne che si potessero avere, indica quale massimo il prezzo di venticinque scudi[398]; ma nel Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia[399] si trova registrata una signora Paulina, Fila canevo, che ne prendeva trenta, e nella Tariffa è ricordata una Cornelia Griffa, che ne chiedeva quaranta e più. Tullia d’Aragona riuscì ad avere in Roma, da un tedesco, sino a cento scudi per notte[400]. Le pratiche, anche se pari di fortuna e di grado, non largheggiavano tutte ad un modo, e la liberalità loro ricevava misura non solo dall’umore proprio di ciascuna, ma ancora dall’indole e dal costume nazionale. A tale riguardo avevano pessimo nome nel mondo delle cortigiane gli spagnuoli, molto migliore i tedeschi, ottimo i francesi. Fra gl’italiani erano in fama di più generosi i veneziani, di più taccagni i napoletani, troppo inclinati, dicevasi, a pagar di moine e di sospiri. Del resto la liberalità dei signori non aveva limiti, quando era stimolata dal capriccio o dalla passione, e in un curioso libro spagnuolo, rarissimo anche dopo la ristampa fattane or son pochi anni, la Lozana Andalusa, è detto che le cortigiane di Roma ereditavano talvolta dagli amanti loro somme cospicue[401]. In qual modo Angelo Dal Bufalo, uomo della persona valente, umano gentile e ricchissimo, tenesse per più anni l’Imperia, dice il Bandello[402]; nè meno pomposamente di certo l’avrà tenuta Agostino Chigi, il famoso e magnifico banchiere, del quale pure fu amica[403]. Che, da altra banda, le cortigiane, anche se belle e di gran recapito, potessero alle volte trovarsi a disagio, non parrà strano a nessuno: a corto di quattrini, importunate dai creditori, esse impegnavano le robe loro agli ebrei, o vendevano a furia arredi, vesti, giojelli, quanto avevano lucrato e raccattato in molti anni[404].
Le cortigiane erano anzitutto cortigiane, il che vuol dire che ponevano ogni studio in render proficuo, quanto più era possibile, il loro tristo mestiere. Un così fatto esercizio, si sa, non comporta troppi scrupoli, nè troppe delicature, e non è in chi v’attende che si debbono ir cercando la nobiltà dell’animo, la sincerità delle parole, e l’onestà delle azioni. Le cortigiane del Cinquecento non differiscon in ciò da quelle di altri tempi. Troviamo in esse, generalmente parlando, le solite arti e le consuete frodi del meretricio; nè si può dire che, per questa parte, da allora a oggi, ci sia stato mutamento, se non quanto le piccole e le grandi ribalderie del mestiere erano allora, più che ora non sieno, condite di piacevolezza e azzimate di galanteria. Finti ardori e finte lagrime, finti sdegni e finte paci, accorte ritrosie e opportuni incitamenti, lettere artificiosamente tessute, versi ingegnosamente composti, acconci e graziosi doni, blandizie soavi alternate con misurati rigori, erano gli accorgimenti e l’arti di cui esse giovavansi per invescare, trattenere, richiamare, piumare gli amanti. Gli scrittori del tempo abbondano di racconti, di ammonizioni, di avvisi, circa le beffe, le truffe, i tradimenti e l’altre infinite poltronerie che esse usavan di fare. Le accuse e i biasimi vengono da tutte le parti, prendono tutte le forme, ricordano quelle a cui in antico erano andate soggette le etère famose. Degna d’andarne alla pari con la greca Cirene e con la greca Elefantide ci si mostra Isabella de Luna[405]. Di una che fu ladra, tace il nome, ma narra il furto il Doni[406]. Di un’altra, invescata in laidissimo amore, fa menzione Pietro Nelli in una delle sue Satire alla Carlona[407]. In un suo capitolo il Coppetta copre di vituperi quella medesima Ortensia Greca che in altro capitolo aveva levato a cielo, e chiama lei, e la madre di lei e la fantesca
Arpie crudeli, infide, inique e ladre.
Lorenzo Veniero svergognava Elena Ballerina e Angela Zaffetta[408], vituperate entrambe anche nella Tariffa; l’Aretino, il Franco e altri svergognavano Tullia d’Aragona. Andrea Alciato, Fausto Andrelini, Ludovico Bigi, scagliavano contro le cortigiane velenosi epigrammi latini; Teofilo Folengo le sferzava a colpi di versi maccheronici; Sperone Speroni componeva contro di esse una virulenta orazione. Le malcapitate erano inoltre vituperate e derise in novelle, in commedie, in epistole, in trattati, in sonetti, in ragionamenti, in tariffe, in altri componimenti di vario genere, popolari e non popolari, per nulla dir delle prediche. In Firenze, nelle feste del carnevale, brigate d’uomini che si fingevano ridotti a povertà dalle cortigiane, andavano in giro, cantando l’infamia delle spogliatrici. Agli 11 di febbraio del 1525 un anonimo scriveva da Roma a Paolo Vettori in Civitavecchia: «Jeri m.º Andrea dipintore fece un carro dove erano tutte le cortigiane vecchie di Roma fatte di carta, ciascuna con il nome suo, e tutte le buttò in fiume avanti al papa; mandò all’Orsolina il sonetto e la canzona che si cantava. Domane le cortigiane, per vendicarsi, frustano detto m.º Andrea per tutta Roma»[409]. In Roma poesie contro le cortigiane si affiggevano alla statua di Pasquino, in Venezia alla statua del Gobbo di Rialto[410].
Ma non tutte le cortigiane erano poi così ribalde, di così abietto animo e di così sozzo costume com’eran le più. Francesco Maria Molza credeva che ancor esse potessero amare davvero, e ferventemente, e il Bandello, che prima era stato d’altra opinione, tenne poi la opinione del Molza[411]. Camilla Pisana pare abbia amato sinceramente Filippo Strozzi, e Tullia d’Aragona fu più d’una volta presa ai lacci d’amore, e quando amava, così ella stessa assicura, la gelosia l’uccideva. Innamorata del Brocardo pare sia stata veramente quella Manetta Mirtilla, che della morte di lui, avvenuta nel 1531, consolavano con sonetti Bernardo Tasso e l’Aretino. Il Giraldi Cinzio narra di una cortigiana veneziana, la quale riccamente e con riputazione a lei convenevole esercitava la sua disonesta arte, una storia assai notabile, perchè documento, non solo dell’affetto che poteva alle volte entrar nel cuore di tali creature, ma ancora del buon ricordo e della gratitudine che ne serbavano gli amati[412]. Una signora Medea si accorò tanto della morte di Ludovico Dall’Armi, suo amante, che l’Aretino le scrisse una lettera, chiedendole scusa di avere detto e scritto che amore di cortigiana non fu mai vero, e che le cortigiane non cercavano se non il guadagno. Ella consumò la roba e sè stessa per lui, e lui morto, faceva grandissime elemosine in suffragio dell’anima sua[413]. Il Giraldi Cinzio narra la storia di una cortigiana di Rimini, che innamorata di un siciliano, perdette con lui ogni suo avere[414]. Del resto, se le sciagurate creature che vivono facendo copia di sè si mostrarono, in ogni tempo, capaci d’amore, più dovevano essere nel Cinquecento, quando sottili ed intricate dottrine amorose velavano molti contrasti, mitigavano molte ripugnanze, e di molte cose alteravano, quant’era d’uopo, il significato e il carattere. Nè tutte le cortigiane erano d’umore di concedersi a tutti. La fine coltura, e il frequente conversare con uomini gentili, dovevano pure destare nelle migliori tra esse una delicatezza di giudizio, e una schifiltà di sensi sufficienti a preservarle, quando il bisogno non le premeva, da contatti o vili, o incresciosi. Parecchie affermano di non si concedere se non a chi piaccia loro, e di ciò molto le lodano gli amici più fortunati, mentre altri si lagnano d’ingiusti rigori e di repulse spietate. Tullia d’Aragona, essendo in Ferrara, fece talmente disperare, con gli ostinati rifiuti, un giovane gentiluomo, ricco e dabbene, che il poveretto, nella stessa casa di lei, tentò d’ammazzarsi[415]; nè mi pare ci sia buona ragione di credere fosse tutta astuzia e commedia di cortigiana. L’Aretino, che vituperò le cortigiane com’egli sapeva e usava vituperare, lodava per donna schietta e dabbene, anzi per la più bella, la più dolce e la più costumata madonna che abbia Cupido in sua corte, e per divina giovane, la signora Angela Zaffetta[416]; la quale non per altro provocò l’ira di Lorenzo Veniero, che le scrisse contro quel suo obbrobrioso poemetto intitolato appunto La Zaffetta, se non perchè rifiutò una volta di aprirgli la porta[417]. Lo stesso Aretino scriveva alla signora Basciadonna: «Io che aveva preso la penna per farvi una lunga istoria de i semplici andamenti della signora Marina vostra figliuola, riduco la somma del tutto con dirvi che l’altre sue pari ingannano ognuno con le tristizie, ed ella inganna solo sè stessa con la bontà; onde saria stata meglio monaca che cortegiana»[418]. Lorenzo Veniero che tanto male dice della Zaffetta e della Ballerina, loda per bella, buona e cara una Giacoma Ferrarese. Di una cortigiana sontuosa, magnifica, non illetterata, faceta ed arguta, liberale e modesta, la qual fu un tempo in Perugia, fa ricordo Marc’Antonio Bonciario[419]. La Basciadonna fece della figliuola una cortigiana; ma l’Imperia una ne lasciò che, quasi nuova Lucrezia, tentò di togliersi la vita per sottrarsi alle disoneste voglie del cardinale Petrucci[420].
Se frequenti, come abbiam veduto, erano i biasimi che toccavano alle cortigiane, non meno frequenti erano le lodi; e quanto quelli eran crudi e violenti, tanto eran queste amorevoli e smaccate. Sperone Speroni scrisse contro alle cortigiane una orazione; ma, prima di lui, ne aveva scritta una in lode Antonio Brocardo, lo sfortunato avversario del Bembo. E il Molza celebrava e consolava in eleganti versi latini la Beatrice Spagnuola, altrimenti detta da Ferrara, quella Beatrice di cui tante ragioni egli avrebbe avuto di dolersi, e in commendazion della quale non isdegnò di scrivere un sonetto la stessa Vittoria Colonna; il Muzio, Bernardo Tasso, il Varchi, altri, esaltavano Tullia d’Aragona; Niccolò Martelli levava a cielo la sua divina e onoratissima madonna Maddalena Salterella[421]; Michelangelo Buonarroti lodava Faustina Mancina[422]; mentre durava ancor viva e gloriosa la memoria di quella Imperia che dieci poeti avevano glorificata nei loro versi, e di cui uno dei più infervorati ebbe a dire in un epigramma latino, che due numi avevano fatto a Roma due grandi doni, Marte l’impero, Venere la Imperia[423]. E non è tra le cose meno strane di quel singolarissimo secolo il veder celebrate le cortigiane coi medesimi concetti poetici e le medesime forme d’arte con le quali il Petrarca aveva fatto immortale il nome di Laura[424].
Il Calmo, che molte sue facetissime lettere indirizzò a cortigiane, scriveva a una signora Fontana: «Non è maraveja si ’l se fa istoria di fatti vostri, se i poeti sta vigilanti in far composizion in laude vostra, se i musici ve mete intei so canti fegurai, e se i sonadori fa saltareli su la vostra lezadria, e breviter infina i avocati a fagando le so renghe, ve introduse a qualche so poposito segondo i passi. Se vien forestieri i ve vuol gustar, si vien imbassadori i ve vuol sentir, si ’l vien signori i ve vuol parlar, e breviter la più parte di corieri ve vuol praticar»[425]. Nel dialogo di Scipione Ammirato, intitolato Il Maremonte, uno degli interlocutori dice a chi l’ascolta: «Io credo che voi abbiate udito nominar la Panta e l’Angela, amendue famosissime meretrici, quella in Roma, e questa in Napoli, e le riverenze, e gl’inchini, e i corteggiamenti che lor si fanno da cavalieri tutto dì, e con quanta magnificenza e grandezza si stieno nelle lor case»[426]. Ad Angela Del Moro facevano pubblicamente di berretta i gentiluomini anche quando aveva passata l’età sinodale, ed era divenuta decana delle cortigiane di Roma[427]. E delle famose cortigiane di Roma appunto, ricordate dallo Zoppino e da Lodovico nel Ragionamento di messer Pietro, ciascuna aveva il suo particolar seguito: la Lorenzina, la Beatrice e la Greca di gentiluomini, la Beatricica di prelati, la Tullia di giovinetti, la Nicolosa di Spagnuoli, la Laurona di mercanti, l’Ortega di avvocati e procuratori, Madrema non vuole di duchi, di marchesi e di ambasciatori[428].
Nè si creda che esagerino i due buoni compari. Cardinali e segretarii pontifici non si vergognavano di viaggiare in compagnia di cortigiane[429], e di banchettare con esse. La sera del 10 agosto 1513, il marchesino Federico Gonzaga, in età di soli dodici anni, cenò in casa del cardinal di Mantova, suo zio, avendo commensali il cardinale d’Aragona, il cardinale Sauli, il cardinale Cornaro, parecchi vescovi e gentiluomini e la cortigiana Albina; il giovedì prima egli era stato in casa del cardinale d’Arborea, dove si era recitata, in ispagnuolo, una commedia di Juan de la Enzina, e dove erano capitate più putane spagnuole che omini italiani[430]. Un Marco Bracci, descrivendo a Ugolino Grifoni, segretario di Cosimo I, le grandezze in mezzo a cui viveva la magnifica signora Salterella (non la Maddalena, un’altra) dice che le facevano afa i vescovi, e che una sera cenò con cinque cardinali[431]. Vincenzo Fedeli racconta nelle sue Memorie di Perugia che nel novembre del 1557 giunsero in quella città il cardinale Caraffa, nipote di Paolo IV, e il cardinale Vitello. Il cardinale Caraffa, «dopo cena, publicamente, fece andare in palazzo tutte le putane, che a quelli tempi se trovaveno in Perugia, quale furono in tutto 14; e presene per sè una, e una per el cardinale Vitello; el resto acomodoli a la sua famiglia»[432]. Nella Cortegiana dell’Aretino, l’Alvigia ricorda i suoi bei tempi, quando la frequentavano signori e monsignori ed ambasciadori a josa, e accenna a un vescovo, cui tolse un giorno la mitra per porla in capo a una sua fantesca[433]. Di una gran cortigiana, non nominata, dice il Mauro che la sera andava in casa di lei
qualche ambasciadore E qualche conte e qualche chierca rasa[434].
Afferma il Calmo, in una lettera alla signora Ardelia, che le cortigiane trovavano onorate e festevoli accoglienze anche nei conventi di frati[435]. Il Bandello narra a tale proposito una edificante novella[436], e Lorenzo Priuli, Oratore della Repubblica veneta, scriveva da Roma alla Signoria il 30 di novembre del 1585: «Ho inteso per buona strada, che il Pontefice è stato informato da diversi, che molti delli monasterii di monache di Venezia e della diocesi di Torcello sono in mal stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici postriboli»[437]. Se così pochi scrupoli avevano gli ecclesiastici e i religiosi, i laici potevano averne anche meno. Non solo cavalieri e letterati non celavano gli amori loro con le cortigiane più note, ma li predicavano, se ne facevano belli, e ciascuno s’ingegnava di soverchiare i rivali. Giovanni de’ Medici, il famoso capitano, faceva togliere per forza, quasi fosse un’altra Elena, a Giovanni Della Stufa Lucrezia Madrema non vuole, che costui menava seco alla fiera di Recanati; nel 1531 si trovarono in Firenze sei cavalieri pronti a sostenere con l’armi in mano, contro chi si fosse, che non era al mondo donna di più gran pregio e virtù di Tullia d’Aragona. Quando le Aspasie più illustri si movevano, gli era come se si movessero tante regine. Ambasciatori davano notizia di loro partenze e di loro arrivi, e il popolo dei cortigiani entrava in subbuglio. Marco Bracci, dando conto al Grifoni della entrata in Roma della signora Salterella testè ricordata, dice ch’ell’era entrata magna comitante caterva, con tanti cavalli e servitori e armi e moltitudine di gente ch’era andata ad incontrarla, da parere l’entrata di Marfisa nel campo moresco[438]. L’Aretino mandava sua ambasciatrice alla regina di Francia la Zufolina, per chiedere non so che, e molto ripromettendosi de’ suoi buoni offici; in Firenze Tullia d’Aragona, per la cui partenza da Roma s’era commosso, anni innanzi, persino Pasquino[439], entrava nelle buone grazie della duchessa, a cui dedicava il suo volume di rime. Abbiamo veduto Veronica Franco felicitata dai favori di un re; così alta ventura non toccò a lei solamente[440]. Qual meraviglia dunque se le cortigiane di maggior conto stavano in contegno, e davansi aria di principesse? Era usanza di quella Ortensia lodata prima e vituperata poi dal Coppetta
Star sur un goffo puttanil decoro, E far la donzelletta, e persuadersi Di pisciar acqua nanfa e cacar oro. Sopra l’uso mortal bella tenersi. Quasi nuova dal ciel discesa luce, Il che fa rider altri, altri dolersi[441].
Il Giraldi Cinzio racconta di una cortigiana napoletana, «la quale, ancora che si fosse data alla disonesta arte..., se ne stava però così in contegno, che pareva ch’ella fosse Lucrezia Romana, e prima ch’uno le potesse parlare, stava almeno per lo spazio di due mesi, e bisognavavi usare un centinajo di mezzi, ed aver poi di grazia ch’ella volesse udire dieci parole, e se proverbiosamente rispondeva, bisognava esserle tenuto, come se avesse dato cortesissima risposta»[442]. In uno dei Ragionamenti dell’Aretino la Nanna parla «d’alcuna, che recatasi in suso i matarazzi di seta, faceva stare in ginocchioni chi le favellava»[443]. Della cortigiana non nominata, di cui ho fatto cenno pur ora, dice il Mauro:
Ella sta bene come una duchessa, E ne comanda come una reina, Ne dà tratti di corda e ne confessa. . . . . . . . . . . . . . . . . . Com’ella sia bizzarra e pazza e schiva, E di strano cervello, e disdegnosa, So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].
Ogni po’, gli è vero, quando in uno e quando in un altro luogo, principi e magistrati si avvedevano che le cortigiane prosperavano troppo, imbaldanzivano troppo, facevano troppa gazzarra, e allora, in fretta e in furia, mandavano fuori, a reprimere gli abusi, nuove leggi e nuovi regolamenti, o rinnovavano gli antichi e disusati; ma cotali rigori duravano poco, e non colpivano, di solito, le cortigiane d’alto paraggio, le cortigiane oneste, o se pur le colpivano, non mancavano protettori possenti, e intercessori zelanti, che le toglievan fuori di quelle pressure e guadagnavano loro immunità e privilegi[445]. Un canto carnascialesco di Guglielmo detto il Giuggiola ci mostra le minori cortigiane di Firenze assai indispettite, perchè offese nelle persone e negli interessi da rigori e da vessazioni cui non sottostavan le ricche[446]. Pio V, pontefice santo, dopo avere afflitte le cortigiane di Roma con varii provvedimenti assai rigorosi, volle da ultimo sfrattassero in tutto dalla città: le poverette diedero principio all’esodo doloroso; ma allora, scrive l’Orator Paolo Tiepolo, quelli «del governo della città dubitando, che ella in gran parte non si disabitasse, chiamorno marti il conseglio del populo, e dopo aver discorso sopra questa materia elessero forse quaranta di loro, che andassero a parlarne a Sua Santità per rimoverla da questo pensiero», come lo rimossero poi veramente, almeno in parte. Dice Paolo Tiepolo che secondo il computo fatto, tra per le cortigiane, tra per coloro che le avrebbero seguitate, la città sarebbesi votata di ben 25000 persone[447]. Molti anni dopo, nel 1614, quando le condizioni della vita italiana erano già profondamente mutate, le monache delle Convertite in Firenze non si facevan riguardo d’intercedere presso il duca Cosimo II perchè lasciasse abitare in qual parte della città fosse loro più a grado le cortigiane ricche, le quali pagavano al convento una tassa cospicua[448].
Persino le leggi penali usavano talvolta alle cortigiane (intendasi sempre le maggiori, le onorate) insolita clemenza. Bisognò che Isabella de Luna passasse tutti i termini della tracotanza, e facesse al maggior magistrato di Roma, cioè al Governatore, uno sfregio sanguinoso, perchè questi si decidesse a punirla con cinquanta staffilate, datele in pubblico, sulle carni nude. Tuttavia, pensando egli, il Governatore, ch’era monsignor de’ Rossi, vescovo di Pavia, «la delinquente essere femina e meretrice pubblica, non volle in tutto usare quella rigidezza e severità che il caso ricercava»[449]. La onesta Cursetta, di cui, come ho detto, Giovanni Burchard narra la istoria, fu, per una colpa che non istarò a ricordare, menata in giro per la città, vestita di velluto nero, e con le membra interamente libere, mentre il suo complice, un disgraziato moro in vesti femminili, fu menato in processione coi panni alzati e con le braccia legate, fu messo in carcere, fu strozzato, dopo alcun giorno in Campo di Fiore, e finalmente arso, ma solo in parte, perchè di arderlo tutto non permise una gran pioggia che sopravvenne[450]. E qui vuol anche essere ricordato come vigesse l’uso per quasi tutta Italia di donar la vita a quei condannati che fossero domandati per marito da meretrici.
Ciò nondimeno non era tutta rose la vita delle cortigiane. Lasciando stare il tedio, la sazietà, il disgusto, che non si potevano scompagnar dal mestiere, c’erano i soprusi degli amatori prepotenti, c’erano gl’inganni dei truffatori, c’erano infermità vituperose[451], e mille altri pericoli che in quella vita rimescolata potevano sorgere a ogni ora. Quante non si videro improvvisamente spogliate d’ogni loro ricchezza, come quella signora Aquilina Veneziana che il Lasca tentò consolar co’ suoi versi![452]. Quante non furono percosse, ferite, uccise! Le più, dopo avere sguazzato un tempo, cadevano in povertà, e finivano miseramente la vita, all’ospedale, o tramutandosi di cortigiane in mezzane[453], in locandiere, in lavandaie, o a dirittura elemosinando alla porta delle chiese[454]. La Salterella, che pagava ottanta scudi di pigione quand’era in voga, non ne pagava più che sedici nel 1549. La gloriosa Tullia d’Aragona moriva, non povera affatto, ma troppo scaduta dall’antica grandezza, in casa di Matteo Moretti da Parma, oste in Trastevere[455]. La Giulia, che aveva in vita guadagnato tesori, non ha, morta, un quattrino da pagar Caronte[456]. Tante miserie potevano porgere, e porsero in fatto, soggetto acconcio a una specie di componimento che ebbe gran voga in quel secolo, il Lamento[457]. Nel Dialogo di Amore dello Speroni Tullia d’Aragona si lagna forte dei mali ond’è afflitta la vita delle cortigiane, e lagni simili ai suoi udremo dalla bocca di Veronica Franco. Molte, dopo aver battagliato assai cercavano, come la Tullia appunto, rifugio e pace nel matrimonio, e parecchie seguitavano, dopo maritate, a fare la vita di prima[458].
Alcune, come la Imperia, la Fiammetta, la Sgarrettona e Camilla da Fano, ricordate dall’Aretino[459], finirono bene, ricche, in casa propria, lasciando di sè onorata memoria. La Imperia fu seppellita con gran pompa nella cappella di Santa Gregoria in Roma, e sulla sua tomba fu posto questo epitafio, strano un po’ per una chiesa: Imperia cortisana romana quae digna tanto nomine, rarae inter mortales formae specimen dedit. Vixit a. xxvi. d. xii. Obiit mdxi, die xv aug.[460]. Nella chiesa di Sant’Agostino si ammirava la cappella della Fiammetta. Nella biblioteca reale di Monaco si conserva un manoscritto dei tempi di Alessandro VI, intitolato Epitaphia clarissimarum mulierum quae virtute, arte aliqua nota claruerunt: insieme con parecchi epitafii di sante, parecchi ce ne sono di cortigiane illustri[461]. Morta, in età ancor giovane, Maddalena Salterella, Niccolò Martelli, scriveva a messer Albizzo Del Bene: «Io non pensava già, Mag.º M. Albizzo, d’aver così tosto a cangiare stile, avendovi pochi dì fa scritto per le mani del nostro gentilissimo M. Lucantonio Ridolfi e con essa mandatovi una parte delle lodi alla sfortunatissima Sig.ª Maddalena Salterella; della quale nel mezzo di certi umor maligni e cattivi entrò morte nel bel corpo e in pochi giorni ne trionfò allegramente senza una pietà al mondo. L’anima benedetta della quale si gode ora in pace lieta l’eterno bene; e nel vero è stata perdita non piccola, che ogni un dì non si vede un albergo di sì onorati costumi, nè si gusta un trattenimento sì reale accompagniato da mille onesti passatempi pieni di virtuosi effetti, e a me ella è doluta assai, e così come la penna mia le acquistò lodi vivendo, così ora ne ho fatto per memoria quattordici versi, i quali in un sonetto li vi mando. Che ’l Signor Iddio le abbia dato quel riposo che meritavan le sue ottime qualitadi e a noi presti della sua infinita grazia»[462].
Abbiam veduto qual fosse la cortigiana del Cinquecento; è egli vero che ricompare in lei l’etèra greca dei tempi di Pericle e di Alcibiade? Molti dissero risolutamente che sì; taluno negò o dubitò[463]; il vero si è che tra la cortigiana e l’etèra c’è molta conformità, ma c’è pure qualche disformità. La cosa vuol essere esaminata con discrezione, tenendo ben presente che nessun fatto storico, nessuna storica apparizione può mai riprodursi in tutto simile a sè medesima. Se noi paragoniamo la vita delle Imperie, delle Tullie, delle Lucrezie, delle Isabelle, delle Camille del Cinquecento con quella delle Aspasie, delle Frini, delle Mirrine, delle Taidi, delle Glicere antiche, ci accorgiamo subito di molte e notabili somiglianze. Queste son colte, e quelle son colte; queste sono corteggiate da politici, da filosofi, da poeti, e quelle son corteggiate da ogni sorta di letterati e di gentil uomini; parecchie etère furono scrittrici, e scrittrici furono parecchie cortigiane. La somiglianza si stende più oltre e abbraccia certi abiti mentali, certi sentimenti, i costumi, gli artifizii, le azioni. Come le cortigiane, le etère furono glorificate e vituperate. E l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le etère ha ancor esso incontestabilmente molta somiglianza con l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le cortigiane; anzi questo è, in certe parti, e in più vorrebbe essere, la riproduzione di quello. Una matura civiltà è la civiltà greca del quinto secolo avanti Cristo, e una matura civiltà è la civiltà italiana del Cinquecento; ad entrambe tien dietro la decadenza. Parecchie delle condizioni che favorirono l’apparir della etèra si ritrovano nel Cinquecento in Italia, e portano i medesimi effetti. I contemporanei di Pericle e di Alcibiade erano assetati d’ogni bellezza. Ora, la bellezza muliebre, fra tutte la più cara agli uomini, non può essere liberamente e interamente goduta, se non nella etèra, ed è perciò che ad Aspasia incinta e minacciata nella scultoria formosità del suo corpo, l’Areopago ingiunge o permette di scongiurare con una provvida caduta il pericolo. Gli Italiani del Cinquecento sono anch’essi assetati di bellezza, e ci rimangono di quel secolo libri senza numero in cui la bellezza muliebre è descritta, analizzata, ricercata amorosamente nelle sue ragioni e nelle sue leggi. Ai tempi di Pericle e di Alcibiade il matrimonio in Grecia comincia a cadere in discredito; nel Cinquecento in Italia moltissimi lo detestano, moltissimi lo deridono, e i letterati son quasi tutti dell’avviso dell’Aretino, il quale dice la moglie esser peso da lasciare alle spalle d’Atlante. Ora, se il celibato, in genere, tende a suscitare la prostituta, il celibato delle persone colte, dei letterati e degli artisti, tende a suscitare l’etèra e la cortigiana[464].
Ma altre condizioni erano in tutto diverse, e favorivano o più l’etèra o più la cortigiana. La preoccupazione del peccato di carnalità non turbò mai la coscienza dei Greci, e le loro credenze religiose, non solo non contrastavano al meretricio, ma tendevano anzi a promuoverlo, a consacrarlo, come avvertirono molte volte biasimando acremente gli apologeti cristiani dei primi secoli. Da tempo antico in Corinto le prostitute erano in istretta relazione col culto, e una specie di sacra prostituzione si praticava anche in molte altre città della Grecia e dell’Asia Minore. Solone eresse in Atene un tempio a Venere Pandemia. A Lamia e Leena, amiche entrambe di Demetrio Poliorcete, Atene e Tebe consacravano templi sotto la invocazione di Afrodite Lamia e di Afrodite Leena. La etèra, dunque, non offendeva la morale religiosa del tempo suo; per contro la cortigiana offende nel modo più grave la morale religiosa del proprio. Di qui una particolar ragione di biasimo contro di lei, e in lei una particolar ragione d’indegnità. Alle cortigiane era rigorosamente vietato l’esercizio del mestiere nelle feste e nelle vigilie solenni dell’anno. Sapendo di vivere in peccato, esse medesime cercavano, con pratiche religiose, di riscattar l’anima dalle mani del demonio[465]. In Venezia, e certo anche altrove, le cortigiane non si potevano in certa ora del giorno visitare, perchè andavano a udir vespero[466]. Per tutto usavano di confessarsi a Pasqua, e in quella occasione sempre qualcuna se ne convertiva, e ce n’eran di quelle che rinunziavano al mondo e si facevan monache[467]. Fra le lettere dell’Aretino ve n’ha una a certa Angela di Danzica, la quale si ritraeva dalla vita disonesta per maritarsi, disposta piuttosto a servire che a riprendere il tristo mestiere. Paolo IV e Pio V forzavano cortigiane e meretrici volgari ad andare alla predica[468]. Per questo rispetto dunque le etère godevano, dirò così, di una legittimità di cui non potevano godere le cortigiane; ma queste si rifacevano del danno in altro modo, prendendo, cioè, la parte loro di quel culto che il Cinquecento tributò così largamente alla donna. Lodando il canto della Tullia dice il Muzio, in un sonetto, che l’anima, al suono della voce di lei,
Ad ogni uman disio tutta si toglie E con tutti i pensieri al cielo aspira;
ed Ercole Bentivoglio in un altro sonetto affermava che la presenza della Tullia in Ferrara aveva spento ogni basso pensiero negli eleganti frequentatori di quella corte. Di nessuna etèra dell’antichità fu mai detto altrettanto.
III.
E ora raccostiamoci alla signora Veronica; ma senza occuparci subito dei fatti suoi. Raccostiamoci a lei, entrando in quella Venezia ov’ella nacque, visse e morì, e vediamo un po’ come ci stessero le sue pari.
Dice Niccolò Franco che le meretrici al tempo suo erano a milioni, e Ortensio Lando afferma che a volerle annoverare sarebbe stato «come volere annoverare le stelle del cielo»[469]. Le cortigiane oneste erano certo in numero molto minore; ma ciò non toglie che fossero anch’esse innumerevoli, e come se non bastassero le italiane, ce n’erano di spagnuole, di francesi, di tedesche, di fiamminghe, di greche e d’altre nazioni. In tutta Italia le cortigiane se la facevano bene; ma le città dove più prosperavano erano Roma e Venezia; dopo queste veniva Napoli. L’Aretino chiamò Roma terra da donne, e non a torto. «Dura e mostruosa cosa mi parve», dice il Lando, «che in Roma santa si comportassero tante meretrici, e in tanta stima fussero, e a tante facultà pervenessero, che pajono reine»[470]. Nel dialogo del Pontano intitolato Antonius, uno degli interlocutori, il Suppazio, narra che a stento potè salvarsi in Roma dalle mani delle meretrici. Ciò non deve recar meraviglia. Nel 1488 Innocenzo VIII aveva bensì vietato ai preti di tenere macellerie, taverne, bische e lupanari, e di farsi, per denaro, mezzani di meretrici[471]; ma non perciò era scemato il numero di queste. Stando a ciò che dice Stefano Infessura nel suo Diario, le meretrici in Roma raggiungevano, circa il 1490, il numero di 6800, exceptis illis quae in concubinatu sunt et illis quae non sunt publice sed secreto[472]. La tracotanza e sfacciataggine loro passava ogni termine. Il Burchard ricorda che il giorno 28 di agosto del 1497, ricorrendo la festa di Sant’Agostino, e celebrandosi per ciò nella chiesa che da lui prende il nome una messa solenne, pubbliche meretrici ed altre vili persone ingombrarono tutto il luogo fra i cardinali e l’altare, il che sturbò molto le sante funzioni. Ai tempi di Leone X cortigiane abitavano in case appartenenti a chiese e conventi; in altre erano uscio a uscio con chierici e persino con vescovi. I cardinali cui Paolo III commise di proporre le riforme che conveniva introdurre nella Chiesa in generale, e in quella di Roma in particolare, lamentavano che nella eterna città le donne di mala vita alloggiassero con pompa eccessiva, e passeggiassero per le strade sopra magnifiche mule, accompagnate dai famigli dei cardinali e da chierici. Abbiamo già veduto che effetto sortissero i rigori di Pio V: gli è che le cortigiane formavano una delle principali attrattive della corte di Roma. Un anonimo, pentito d’averla lasciata, quella corte, diceva in un capitolo al Como[473]:
Onde v’esorto, quant’i’ posso, a starvi Altri vinticinqu’anni, e più ancora, Se più potete e volete restarvi. Ch’egli è un bel piacer in men d’un’ora Trarsi di testa mille volte, e fare Per Banchi il Giorgio in groppa alla Signora;
e lo lodava d’essersi scelto due stelle, Angela del Moro e la Flaminia, che veramente sono tra quelle più spesso ricordate dai contemporanei[474].
Son poche le cortigiane famose le quali non abbiano fatto in Roma più o men lungo soggiorno, il che prova quanto quella stanza tornasse loro gradita; ma se in Roma stavano bene, non istavano men bene in Venezia, anzi stavano meglio.
Già Venezia era di tutte le città d’Italia quella dove si viveva più agiatamente, più allegramente e più liberamente. Pietro Aretino, che se ne intendeva, la chiamava il Paradiso terrestre. Non solo i patrizii, ma moltissimi altri cittadini v’erano ricchissimi, e spendevano volentieri e largamente, tanto che il Lando rimproverava loro la ridicola magnificenza e la pazza vanagloria. A Rialto e in Merceria erano panni e suppellettili, ninnoli e gemme d’ogni qualità e paese, e se si toglie Roma, nessun’altra città aveva tanta frequenza di forestieri. I palazzi erano i più suntuosi del mondo; nell’isola di Murano ridevano al sole giardini meravigliosi, e i ricchi possedevano nel Padovano, nel Bassanese, nella Marca Trivigiana, sui colli del Friuli, ville d’impareggiato splendore. Le feste erano molto frequenti, e a quella sola dell’Ascensione accorrevano di fuori oltre a centomila persone: in nessuna città erano trattenimenti più varii e più lieti; in nessuna si mangiava e si beveva meglio. A dispetto delle leggi suntuarie il lusso era sfoggiato. I belli spiriti convenivano d’ogni banda nella città delle lagune, e vi trovavano le più oneste accoglienze, l’ospitalità più generosa e più affabile. Ciò spiega il numero stragrande di meretrici di cui la città andava, non dirò orgogliosa, ma allegra: in sul principiar del secolo esse erano, secondo afferma Marin Sanudo, 11654 sopra una popolazione di 300,000 abitanti[475]. Alcuni anni dopo, Lorenzo Veniero le assommava a tre legioni o quattro,
Parte in gran case e parte in carampane;
e Pasquino, a modo suo, assegnava la ragione di tanta copia:
Urbe tot in Veneta scortorum millia cur sunt? In promptu causa est: est Venus orta mari[476].
Non so quante fossero in questa turba magna le cortigiane nobili; ma sul declinare del secolo, il Montaigne ne contava ancora centocinquanta circa, le quali spendevano assai e scialavano da principesse.
Bisogna anche dire che la Serenissima le trattava con molta indulgenza e liberalità. Più e più volte il Consiglio dei Dieci tentò di mettere un qualche freno ai loro trasmodamenti, costringendole ad abitare in luoghi determinati, e a portare un segno per cui facilmente potessero essere riconosciute; vietando loro il soverchio lusso delle suppellettili e delle vesti, e ponendo all’esercizio del loro mestiere altre condizioni e restrizioni a tutela della pubblica moralità. Ma tali rigori giovarono sempre assai poco, e il frequente rinnovamento delle medesime leggi prova la inefficacia loro e il poco conto in cui erano tenute. Si può dire che durante tutto il secolo XVI in Venezia, le cortigiane, così le maggiori, come le minori, abitano dove vogliono, vestono come lor piace. Del resto il Consiglio dei Dieci aveva molte volte provveduto, con leggi non men savie che umane, a che le meretrici fossero libere, non potessero essere impegnate, nè frodate, nè maltrattate da faccendieri e da strozzini ingordi; e se non è vero che esso le abbia mai chiamate in atto pubblico le nostre benemerite meretrici, gli è più che probabile che se ne sia qualche volta servito negli intricati maneggi della sua terribile polizia. Giordano Bruno dice che per magnanimità e liberalità de la illustrissima repubblica, le cortigiane erano esenti da ogni aggravio e manco soggette a leggi che gli altri[477].
Se si aggiunge, oltre tutte le ragioni indicate, che le donne oneste, e soprattutto le patrizie, vivevano in Venezia assai ritirate, di rado si lasciavano vedere in pubblico e poco o nulla partecipavano alla vita colta ed elegante, si comprenderà anche meglio come la città delle lagune dovesse essere la Terra Promessa delle cortigiane, e come molte di quelle che lasciarono Roma al tempo dei rigori di Pio V, vi riparassero assai volentieri[478]. Per contro Ippolito Salviano lascia intendere, in certa sua commedia, che quelle le quali lasciavano Venezia per andarsene a stare in Roma non facevano il guadagno che si credevano[479].
Il Calmo, esortando una signora Romana a venirsene in Venezia, ricordate molte cose notabili che erano nella città, dice: «si vu gustassè, anema mia, i spassi de andar al fresco in barca, in cochio per tera ferma, i bancheti secreti, le festine, i solazzi incogniti, el ve parerave d’esser deventà una rezina, un’Ancroja, e una Pantasilea... el ve sarà fatto segondo i tempi soto le fenestre musiche de canto, de soni, de bufoni, e de mille missianze de dolcezze, e de vertue, che ve anderà i polmoni in bruo d’allegrezza; e tutti a onor de la signora, a nome de la so belezza, con el bon pro de la so reverenzia. El magnifico tal, el signor qual, missier, lu istesso, certi zoveni a refuso ve fa sta matinada»[480]. Il Calmo si dimentica di ricordare un’altra comodità di cui le cortigiane potevano, nonostante il divieto della legge, godere in Venezia (come del resto ne godevano in Roma): quella di girare per la città travestite[481]. Un’altra notizia curiosa della vita delle cortigiane in Venezia ci dà il Bandello, in una delle sue novelle: «Quivi intesi», dic’egli, «esser una usanza, che in altro luogo esser non udii già mai, che è tale: ci sarà una cortigiana, la quale avrà ordinariamente sei o sette gentiluomini veneziani per suoi innamorati, e ciascuno di loro ha una notte della settimana, che va a cena e a giacersi con lei. Il giorno è della donna, libero per ispenderlo a servigio di chi va e di chi viene, acciò che il molino mai non istia indarno, e qualche volta non irrugginisse per istare in ozio. E se talora avviene che qualche straniero, che abbia ben serrata la borsa, voglia la notte dormire con la donna, ella l’accetta; ma fa prima intender a colui, di chi quella notte è, che se vuol macinare, macini di giorno, perciocchè la notte è data via ad altri; e questi così fatti amanti pagano tanto il mese, e si mette espressamente nei patti, che la donna possa ricevere ed albergare la notte i forestieri»[482]. In così fatta usanza, e in alcuno errore involontario cagionato da essa, sarebbe forse da ricercare la origine prima dei furori del Veniero e delle contumelie della Zaffetta.
Insomma non era città in Italia dove le cortigiane stessero meglio che in Venezia. Il Brantôme narra di una nobile dama o damigella di Francia, la quale, udito del lieto vivere delle cortigiane di Venezia, disse a una sua amica: Hélas! si nous eussions fait porter tout nostre vaillant en ce lieu là par lettre de banque, et que nous y fussions pour faire cette vie courtisanesque, plaisante et heureuse, à laquelle toute autre ne sçauroit approcher, quand bien serions emperières de tout le monde. Il Brantôme, che di questa materia s’intendeva assai, soggiunge: et de fait, je croy que celles qui veulent faire cette vie, ne peuvent estre mieux que là[483].
Marin Sanudo dà copia ne’ suoi Diarii di una lettera che Francesco Mazardo scriveva da Gand, ai 22 d’aprile del 1531, a Tommaso Tiepolo a Venezia. Il Mazardo vi parla, tra l’altro, di un banchetto, al quale il legato Campeggio, in Anversa, aveva invitato molti signori, e molti mercanti italiani, e dice come essendo venuto in discorso se Anversa fosse città da potersi paragonare a Venezia, monsignor De la Morette, che in quest’ultima città aveva soggiornato quale ambasciatore del re di Francia, «volendo favorir la università di le merze di Venezia, disse: Io non voglio credere che di una sorte di merze, ch’io ho trattato a Venezia, ne sia qua quella copia e perfezione ch’io ho trovato a Venezia; e cominciò a nominare Madona Cornelia Griffo, Julia Lombarda, Bianca Saraton, le Balarine ed alcune altre»[484].
Le cortigiane di Venezia godevano di grande riputazione. Il Malespini, in una delle sue novelle[485], ci mostra due gentiluomini, i quali vanno a Venezia appositamente «per godere della bella e soave conversazione delle leggiadre giovanette che vi sono in copia grandissima». Tali leggiadre giovanette erano dai Veneziani, con nome non meno di esse leggiadro, chiamate mamole. Michele Montaigne, quando capitò a Venezia, fece come i due gentiluomini del Malespini e come tutti i forestieri facevano; visitò le mamole, e fra l’altre Veronica Franco, a cui noi pure vogliamo ora far visita, intrattenendoci con lei e di lei.
PARTE SECONDA
I.
Quando ebbe la ventura di accogliere in casa sua il giovane re di Francia, la Veronica, nata in Venezia nel 1546, era nel fiore della gioventù e della bellezza[486]. Ella stessa, più e più volte ne’ suoi scritti, nomina, e con molto affetto, la patria, chiamandola suo bello e dolce nido, ricetto amico e fedele, paradiso in terra, miracolo unico in natura. Ad uno degli ammiratori suoi, dal quale era stata troppo lodata, diceva:
Questa dominatrice alta del mare Regal Vergine, pura, inviolata. Nel mondo senza essempio, e senza pare; Questa da voi deveva esser lodata. Vostra patria gentile in cui nasceste, E dov’anch’io la Dio mercè son nata.
La famiglia ond’ella usciva era, non già plebea, come fu detto, ma cittadinesca, di condizione mezzana cioè, tra la plebe e la nobiltà, e aveva il suo stemma[487]. Quali, peraltro, fossero le condizioni di essa, quali le vicende per cui era passata in quegli anni che precedettero e che seguirono la nascita della Veronica, nè sappiamo, nè possiamo congetturare. Questo bensì sappiamo che il padre di costei si chiamava Francesco e Paola la madre, e che ella ebbe tre fratelli, per nome Girolamo, Orazio e Serafino, e una zia, la quale era monaca e viveva fuori di Venezia.
Quale fu l’infanzia della Veronica, quale l’adolescenza? Ella nol dice. Si può credere tuttavia che la educazione di lei non fosse trascurata dai genitori, e che per tempo anzi il suo ingegno fosse da buoni maestri esercitato in quegli studii e in quell’arti che dovevano, più tardi, porla in grado d’illeggiadrire con gli ornamenti delle virtù il mestier sciagurato, e di accoppiare al nome di cortigiana il nome di poetessa. E si può credere anche di più; cioè che i genitori l’abbiano educata e cresciuta con l’intendimento appunto di fare di lei una cortigiana compita. Nè proverebbe nulla in contrario il fatto che, giovanissima ancora, la Veronica si maritò, sposando un Paolo Panizza, medico, del quale non sappiamo altro, se non che nel 1582 era già morto. Abbiam veduto che matrimonii di cortigiane con uomini di condizione anche onorevole non erano punto infrequenti, e che molte di esse, dopo maritate, seguitavano a far la vita di prima, consenzienti di solito i mariti, cui allettavano i facili guadagni e il grasso vivere. Io non credo di fare una congettura troppo arrischiata se dico che assai probabilmente, prima ancora di andare a marito, la Veronica aveva trovato, in quella Venezia giocosa e opulenta, a far buon traffico della sua bellezza e della sua gioventù, mettendo così insieme la dote che doveva agevolarle il matrimonio. Comunque sia, certo è che nel testamento da lei fatto il 10 agosto del 1564, quando toccava appena i diciott’anni, la Veronica, essendo prossima al parto, dichiara di credersi incinta per opera d’un messer Jacopo de’ Baballi, lega a costui un diamante, gli affida la tutela della creatura che stava per nascere, e, insieme, l’amministrazione di quanto ad essa lasciava, e raccomanda alla madre di farsi restituire dal marito medico la dote[488]. E altrettanto certo si è che la Veronica non ebbe a guastarsi, per ragion del mestiere che faceva, nè col padre, nè con la madre, nè coi fratelli. Molti anni dopo questo testamento, la vediamo maneggiarsi in un negozio che non sappiamo qual fosse, ma in cui era interessato il padre di lei[489]; e quanto alla madre, il Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, già da me ricordato, ce la mostra pieza, cioè mallevadrice della propria figliuola[490]. Anzi la Veronica non si guastò nemmeno con la buona zia monaca; in certa sua lettera parla del proposito d’andarla a visitare[491]. Un’ultima congettura non parrà forse al tutto irragionevole, cioè che la buona mamma fosse stata a’ suoi tempi cortigiana ancor essa e, prima che mallevadrice, maestra della figliuola.
Ad ogni modo la figliuola poteva competere per bellezza, per grazia, per ingegno e per coltura con quante erano cortigiane più reputate in Venezia, e, fors’anche, vincerle tutte. Della bellezza di lei si fanno lodi passionate e fiorite. Un ignoto adoratore, parlando in versi di quella così gran bellezza a lei data dal cielo, glorifica le chiome bionde, anzi l’oro de’ bei crini, i celesti e graziosi lumi, i begli occhi che fanno invidia al sole, la
Di viva neve man candida e pura.
Chiama colei che va adorna di tanti pregi Donna di vera ed unica beltade, beltà d’ogni essempio altro divisa, e levato dall’entusiasmo, e invasato dall’ardore, anzi dal furore del desiderio, prorompe in parole che non mi arrischio ripetere. Poniamo che l’oro de’ bei crini la Veronica lo dovesse, come tant’altre, alle acque medicate e alle lunghe ore passate a capo scoperto in sulle altane, sotto la sferza del sole; poniamo che nelle parole dell’incognito adoratore ci sia qualche esagerazione; non perciò è da dubitare di una bellezza più che ragguardevole, comprovata del resto dai ritratti. Uno di questi, il più sincero forse, figura veramente un’assai bella donna, con volto ovale, grandi occhi espressivi, ciglia arcate, bel naso diritto, bocca piccola e graziosa, collo e spalle d’irreprensibile modellamento, una espressione di viso aperta, intelligente e gentile, che innamora e che rallegra. Sul capo è una corona gemmata, di sotto alla quale esce un ramoscello d’alloro; intorno al collo un gran vezzo di perle[492]. Un altro ritratto, dipinto nientemeno che dal Tintoretto, non si sa dove sia andato a finire. La Veronica conosceva la propria bellezza e del pregio della bellezza femminile in genere aveva assai congruo e ragionevole concetto. A un nemico delle donne, che le aveva scritto contro una canzone, ella dice in uno de’ suoi capitoli:
Certo d’un gran piacer voi sete privo, A non gustar di noi la gran dolcezza; Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo. Data è dal Ciel la feminil bellezza, Perch’ella sia felicitate in terra Di qualunque uom conosce gentilezza[493].
Un altro adoratore di lei, o forse quello stesso a cui si devono le lodi riferite poc’anzi, parla, alludendo appunto alla Veronica, cui egli chiama col nome di Madonna non altrimenti che se fosse Beatrice o Laura, di una forza insuperabile, infinita della bellezza, che è, non pure un privilegio, ma cosa venuta di cielo[494]. Tale linguaggio, usato con una cortigiana, sarebbe più che ridicolo, non fosse il carattere speciale, starei per dire la dignità, che la cortigiana acquista in quel tempo, fatta quasi sacerdotessa, non di una persona divina, ma di ideali semidivini di bellezza, di grazia e di piacere.
La Veronica doveva avere assai buona coltura; i suoi scritti lo attestano, i suoi adoratori lo affermano. Apollo, dice un di essi a lei stessa, inspira benignamente in voi tutto il suo sapere.
E mentre questo in gran copia v’infonde, Move la chiara voce al dolce canto, Ch’a’ bei pensier de l’anima risponde. La penna e ’l foglio in man prendete intanto, E scrivete soavi e grati rime Ch’ai poeti maggior tolgono il vanto.
Ella è donna
E di costumi adorna, e di virtude, Con senil senno in giovenil etade[495].
Dopo quanto abbiam veduto nelle pagine precedenti, quella lode data ai costumi e quel riconoscimento di virtù non ci debbono far meraviglia.
Un altro adoratore molto acceso, o forse, come ho accennato già, quello stesso di ora, assevera che, in iscienza e in virtù, Minerva sta molto sotto alle Veronica, la quale, con leggiadri e candidi costumi, dilettò il mondo in guisa che tutti ardono e si consumano per lei.
Gran pregio, in sè tener unitamente Rara del corpo e singolar beltate, Con la virtù perfetta de la mente! Di così doppio ardor l’alme infiammate, Senton lor foco di tal gioja pieno, Che, quanto egli è maggior più son beate[496].
Notevoli versi, che chiariscono più di quanto potrebbesi fare con lungo discorso, l’indole della coltura in quel secolo, e spiegano il fascino che le cortigiane simili alla Veronica esercitavano sugli uomini che di quella coltura eran partecipi.
La Veronica doveva conoscere più lingue, e della italiana doveva conoscere parecchi di quelli che allora, con impropria denominazione, addimandavansi stili. In una lettera si dice pronta a rispondere altrui in qual lingua si voglia[497], e rimbeccando quel tale che in una canzone l’aveva biasimata, grida bravamente:
La spada, che ’n man vostra rade e fora De la lingua volgar veneziana, S’a voi piace d’usar, piace a me ancora: E, se volete entrar ne la toscana, Scegliete voi la seria, o la burlesca, Chè l’una e l’altra è a me facile e piana, Io ho veduto in lingua selvaghesca Certa fattura vostra molto bella, Simile a la maniera pedantesca. Se voi volete usar o questa o quella, Ed aventar come ne l’altre fate Di queste in biasmo nostro le quadrella; Qual di lor più vi piace, e voi pigliate, Chè di tutte ad un modo io mi contento, Avendole perciò tutte imparate. Per contrastar con voi con ardimento In tutte queste ho molta industria speso; Se bene, o male, io stessa mi contento. . . . . . . . . . . . . . . . . O la favella giornalmente usata, O qual vi piace idioma prendete Chè ’n tutti quanti sono esercitata[498].
Sapeva la Veronica di latino? Direi di no, perchè ella non se ne vanta, e perchè appena si trova nelle sue lettere un pajo di frasi latine[499]; ma giova notare che in quel secolo, in cui la lingua di Roma era il fondamento degli studii, e moltissimi riuscivano a parlarla e scriverla correttamente, un pochino se ne appiccicava anche a chi non l’aveva studiata. Tale sarà stato il caso della nostra Veronica, la quale non ignorava punto del resto, e le lettere sue ne fan fede, le storie e le favole dell’antichità, i nomi e i libri degli antichi scrittori, come non ignorava la corrente filosofia de’ suoi tempi. E allo studio sembra portasse passione sincera. Scrivendo a un signor N., che ella dice di amare con affezione infinita, si dice lieta che l’amore, sebbene le procacci molti e aspri tormenti, le dia modo di esercitarsi negli studii umani con spesso scrivere a lui, che n’è tanto assiduo, ed intendente[500]. Amando, ella coltiva la poesia e gli altri studii leggiadri:
Lassa! la notte e ’l dì far prose e versi Non cesso in varia forma e in vario stile, Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].
Una delle sue lettere, la XVII, è il più curioso documento che immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e la coltura, e, insieme, dello spirito di quella età singolare. Un giovane, innamoratosi perdutamente di lei, la preme con istanze importune, e nulla ottenendo, dà in ismanie, e vuol partirsi di Venezia. La Veronica molto saviamente lo avverte che s’egli l’ama davvero, poco gli gioverà il partirsi, anzi aumenterà le sue pene, e che, da altra banda, con quell’andar vagando e strepitando giorno e notte nell’importuno assedio della sua servitù, farà poco frutto, attesochè ella ne lo terrà giovane ozioso e vano, inclinato alla ruina dell’appetito più che alla edificazione della ragione. Se vuole avere qualche ragionevole speranza dell’amor di lei, tenga altro modo, viva vita riposata nella tranquillità dello studio, e le faccia vedere spesso il profitto ottenuto nell’essercizio dell’oneste dottrine, chè nessun’altra cosa le può esser più grata di questa. «Voi sapete benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican nell’essercizio delle discipline, e dell’arti ingenue delle quali (se ben donna di poco sapere, rispetto massimamente alla mia inclinazione, ed al mio desiderio) io sono tanto vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno, per aver occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita, e spenderei tutto ’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli uomini virtuosi». Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che dovevano fare un apposito corso di studii e dar con profitto gli esami prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo antico non credo chiedessero tanto.
La Veronica aveva, non solo coltura letteraria, ma anche artistica. In un tempo in cui erano così largamente diffusi il senso e il gusto dell’arte, e quando il perfetto cortigiano doveva saper disegnare, ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere[502] e dell’altre arti ancora, la perfetta cortigiana doveva ella pure intendersene alquanto e saperne ragionare a proposito. In Venezia, dove erano tante mirabili opere di architettura, di pittura e di scoltura, e tanti sommi artefici, non mancava certo occasione di affinar l’occhio e il giudizio. Nella lettera XXI, la Veronica, che contava tra’ suoi amici il Tintoretto[503], nega risolutamente che gli antichi pittori e scultori sieno stati da più dei moderni. «Io ho sentito dire a galantuomini non poco versati nell’antichità, e di quest’arte intendentissimi, che sono stati ne’ nostri tempi, e sono oggidì pittori e scultori, i quali non solo pareggiare, ma anco preporre si deono agli antichi». Ch’ella poi s’intendesse di musica non occorre quasi avvertire; cantava con molta soavità, e sonava più strumenti. Un ammiratore sconosciuto, di cui non sappiamo altro se non che si chiamava Lorenzo, diceva in un capitolo in dialetto veneziano, inedito e sconosciuto, dopo aver lodato le meravigliose bellezze di lei:
Co dè per solfezar la vose al son, Co nasce dall’ut re mi fa sol là, Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].
La Veronica sapeva d’avere ingegno. Ad uomo di grande pregio amato da lei, ma di cui ci è ignoto il nome, scriveva:
Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto, C’ha gusto de le cose più eccellenti. Conoscer, e stimar il vostro merto[505].
Le lodi assai le piacevano, e gliene venivano d’ogni banda, e non pare le stimasse disdicevoli alla sua condizione, sebbene dicesse talvolta di crederle troppo maggiori del suo merito. A un amico, che le aveva mandato quattro sonetti laudatorii, scriveva ricordando la sodisfazione, che prende ogni cuor veramente nobile del far cortesia, massimamente alle donne[506]. Godeva d’udirsi chiamare d’Adria ninfa gentile, e di veder celebrati, insieme con la bellezza sua, i suoi versi, il suo ingegno, le sue alte maniere; e se a un poeta vinto dal furore ascreo veniva in fantasia di chiamarla
Vera, unica al mondo eccelsa Dea,
ella lo lasciava sfogare a suo senno. Era anzi riconoscentissima a chi la lodava e assai di buon grado lodava a sua volta i lodatori. A uno di questi promette di voler ornare e innalzare (son sue parole) la propria lingua col celebramento delle virtù di lui, e fregiarsi l’animo col ricchissimo concetto de’ suoi gran meriti[507]. Abbiam veduto che le lodi erano tutt’altro che parsimoniose e tutt’altro che timide; ma non sappiamo ancora sin dove potessero giungere e che forme sfoggiate potessero prendere. Per saperlo ci giova udir quelle che fa rimbombar all’aria l’autore dei due capitoli IX e XI; saranno esse come la chiusa o il finale strepitoso di un pezzo concertato, o, se meglio piace, come la sparata che termina un fuoco artifiziale. Angelico è il sembiante della Veronica; leggiadre e sante sono le luci che splendono in quel volto di unica bellezza, anzi nel sole di quel volto, cui allieta il tranquillo seren del vago riso.
Ma l’intelletto, che sì chiaro dielle Il celeste motor a sua sembianza, Unito in lei con l’altre cose belle, Quegli altri pregi in modo sopravanza, Che l’uman veder nostro non perviene A mirar tal virtute in tal distanza. A pena l’occhio corporal sostiene Lo splendor de la fronte, in cui mirando Abbagliato e confuso ne diviene.
Bellezze eterne, splendor celeste,
Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!
Terrena Dea, alto e novo miracolo, luce impressa del raggio della divinità, paradiso!
L’aura soave, e ’l prezioso odore, Che da le rose de la bocca spira Questa figlia di Pallade e d’Amore, Nutrimento vital per tutto inspira, Sì ch’a quel refrigerio in un momento Tutto risorge, e rinasce, e respira.
Queste lodi parvero eccessive alla stessa Veronica, la quale non si dimenticava poi mica d’esser una cortigiana, come pare se ne dimenticasse talvolta quella smancerosa di Tullia d’Aragona. Non solo non se ne dimenticava, ma anzi, a tempo opportuno, se ne teneva. In un capitolo di risposta all’acceso e querimonioso amatore che compose il capitolo I, ella vanta, con molta schiettezza e con pari precision di linguaggio, attitudini e perizie che non son quelle propriamente del compor versi e del sonare il liuto, e afferma d’aver appreso da Apollo altre arti che quelle non sieno da lui solitamente insegnate:
Febo, che serve a l’amorosa Dea, E in dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A rivelar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra Sì ben nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra; E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carte S’oblia da chi mi prova in quella guisa, Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
E poc’anzi aveva detto:
Così dolce e gustevole divento, Quando mi trovo con persona in letto Da cui amata e gradita mi sento, Che quel mio piacer vince ogni diletto, Sì che quel che strettissimo parea Nodo dell’altrui amor divien più stretto.
Se noi consideriamo tutte queste cose; se riflettiamo le lodi iperboliche; se ricordiamo la visita di un giovane re; se poniam mente alle nobili amicizie di cui la Veronica andava lieta e orgogliosa, e delle quali ho ancora a parlare, ci parrà troppo tenue senza dubbio il prezzo di due scudi che il già più volte citato Catalogo assegna ai favori di lei, mentre per altre altri prezzi registra, ben più cospicui. Che la Veronica Franco del Catalogo sia, non la nostra, ma un’altra, mi sembra poco probabile; molto più probabile invece, o che sia corso errore nella indicazione del prezzo, o che l’anonimo autore abbia voluto, di deliberato proposito, fare ingiuria a colei con cui aveva forse alcuna ruggine, o che gli premeva di avvilire in cospetto di una rivale. Ricordiamo che il Catalogo è dedicato alla molto magnifica et cortese signora Livia Azalina Principessa di tutte le Cortegiane Venetiane, la quale è registrata a suo luogo col prezzo di scudi venticinque[508]. Nè dell’errore, o della menzogna del Catalogo ci mancano prove, e chi ce le dà è quel signor Lorenzo, di cui ho ricordato testè un capitolo in dialetto veneziano, capitolo curioso, che mi duole di non poter trascrivere intero, tanto è sconcio. Ne darò un’idea. Il signor Lorenzo spasima da un mese per la signora Veronica, la quale è tanto
bella e pulia Cara, dolce, zentile e custumà.
Spasima per lei, perchè tutta la sua dolcezza e il suo piacere è sol colà
Dov’è virtù, dov’è lascivitae,
dove l’amore è condito dalla gentilezza, dalla grazia, e da quel certo che se chiama umor. Ma egli non osa farsi innanzi, perchè sa che la Veronica è un carigolo boccon; sa che non concede un bacio per meno di cinque o sei scudi, e almeno cinquanta ne vuole per quella che il Montaigne avrebbe chiamato la négociation entière. Ora, egli ha letto nell’Aretino
Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso. Che no l’accorderave el Calepin.
Egli l’ama e l’adora; ma appunto perchè l’ama e l’adora non vuol pagare.
So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosa Che vogia che l’amante dieba dar Altro ch’el proprio cuor alla morosa.