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Attraverso il Cinquecento

Note 467 — UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO

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Vedi la già citata lettera di Beatrice da Ferrara a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino, Lettere di cortigiane, ecc., p. 81. Di una di tali monache novelle narra un lepido casetto il Brantôme, Op. cit., vol. II, p. 190. A una signora Imperia scriveva il Calmo per dissuaderla dal farsi monaca (Le lettere, l. IV, lett. 28, p. 314). La cortigiana Lucrezia lascia la mala vita in uno dei Colloquii di Erasmo da Rotterdam (Colloquium adolescenti et scorti). Spesso la conversione era solo apparente: vedi Giraldi Cinzio, Ecatommiti, nov. 1 dell’Introduzione. Nella Tariffa è ricordata una certa Filomena, che fattasi monaca, tornò poi a fare la cortigiana. La Nanna dei Ragionamenti dell’Aretino era stata monaca, e di una Paolina, monaca smantata, è ricordo nel citato Trionfo della lussuria. Il dare ad intendere di volersi far monaca, e l’assoggettarsi ad alcuna pratica devota erano, alle volte, astuzie e spedienti del mestiere. La cortigiana del Du Bellay dice, parlando degli amanti suoi:

Conclusion, j’avois mille receptes, Pour leur tirer les quatrins de la main: Ores faignant de me faire nonnain, Etc.

Anzi, un bel giorno, presa da subito pentimento, entrò nelle Convertite; ma di lì a poco, pentita d’essersi pentita, tornò alla usanza di prima. Il poeta francese Gillebert compose due carmi latini, l’uno in nome di una cortigiana romana che lasciava il vizio e si faceva monaca, l’altro in nome della stessa cortigiana, che disertava il chiostro e tornava all’antica vita. La Nanna dell’Aretino, per meglio pelare i suoi amici, diede voce d’essersi convertita, e si fece murare in camposanto, e così pure adoperò l’Ordega, spagnuola (Aretino, Cortegiana, atto IV, sc. 2).

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