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Attraverso il Cinquecento

UN PROCESSO A PIETRO ARETINO

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Sono ormai tre secoli e mezzo che sul dosso di Pietro Aretino si suona a doppio e a distesa. Critici, storici, politici, moralisti, uomini di largo e di angusto pensare, progressisti e retrogradi, gli si avventarono contro con la medesima furia, e con lo stesso deliberato proposito di non dargli quartiere. Non c’è accusa, invettiva, contumelia che non gli sia stata gettata in capo; non colpa e bruttura che non gli sia stata apposta. Il suo nome è nome d’infamia, simbolo di turpitudine e di scelleratezza: Francesco De Sanctis, che pur ebbe tanto intelletto di umanità, disse che un uomo ben educato non pronunzierebbe quel nome innanzi a una donna[119].

I più degli storici della nostra letteratura, anche recentissimi, ne parlano con palese o mal celato ribrezzo, quasi scusandosene col lettore, e perchè qualche cosa bisogna pur dirne; ma ripetute quelle quattro notizie più divulgate, confermati alla lesta i giudizii già le molte volte pronunziati, passan oltre di corsa, spolverandosi i panni e sputando, come se avessero dato di petto in un ammorbato. E in verità che un gran dubbio entra nell’animo non la critica sia cosa di là da venire, o piuttosto sogno di alcuni spiriti travagliati, quando si ode il buono e liberale Settembrini, dopo aver chiamato l’Aretino sozzo e sfacciato impostore, e con forma più spiccia un furfante, esclamare: Per me io non credo ciò che l’Aretino scrisse di sè, nè ciò che altri scrisse di lui,... nè voglio indagare quello che potrebb’essere vero e quello che potrebb’essere falso[120]. Ma che giustizia è mai questa, che nega di fare per l’Aretino ciò che suol farsi per ogni più tristo e più vile ribaldo, scernere di tra le molte imputazioni ed accuse le vere dalle false? E voi come fate a narrare la sua vita, se non credete nè a ciò che egli scrisse di sè, nè a ciò che altri scrisse di lui?

Ultimamente il Virgili, in un libro per molti rispetti pregevole, volendo ad ogni modo levar sugli altari Francesco Berni[121], cercò di accrescere infamia quanta più potè all’Aretino, e ci si adoperò in guisa da far venire a lui stesso il sospetto che quella che a lui pareva storia ad altri potesse parere romanzo. Ma l’eccesso provoca naturalmente l’eccesso, e perciò non è da meravigliare se, or son pochi anni, il signor Giorgio Sinigaglia venne fuori con un volume[122] per molte ragioni men che mediocre, ma pure non mancante di qualche pregio, almeno d’intenzione, dove Pietro Aretino è dipinto, non solamente come un grande uomo, ma come un galantuomo ancora.

Il lettore si avvede che non è mio proposito passare in rassegna e discutere le opinioni svariate e i giudizii non sempre concordi degli infiniti che ebbero a scrivere di Pietro Aretino. A far ciò non basterebbe un volume. Io prendo le mosse dal giudizio più comune e più ripetuto; dal giudizio che ha fermato i caratteri dell’uomo nel concetto della gente colta; dal giudizio tradizionale e consuetudinario che ha fatto dell’Aretino il maestro e l’apostolo di tutte le corruzioni e un pessimo scellerato, negandogli in pari tempo ogni merito di scrittore; e cerco se non si possa riuscire a un giudizio meno assoluto, cioè più equo. Perchè, in verità, mi pare che nel processo fatto al gran reprobo non si sia tenuto conto di molte cose, e non sempre si sieno osservate le debite norme, e che la condanna si risenta troppo della mala procedura. Io non faccio qui l’avvocato, e non intendo punto mostrare, a furia di cavillosi argomenti, che l’Aretino è il contrario di ciò che comunemente si crede. Io faccio lo storico e il critico, ed è tutt’altro il mio scopo. Riconosco fondate in molta parte le accuse a lui mosse; e non voglio menomamente celare o travisare le sue molte poltronerie. Sì certo; egli è avido, insolente, servile, bugiardo, scostumato e svergognato; ma ha pure alcune qualità buone da opporre a queste pessime; e poi il mancamento, considerato in sè stesso, non dà la misura esatta della colpa. Noi abbiamo ora un concetto della imputabilità assai diverso da quello che si ebbe in passato, e non ci sembra di poter recare di un fatto e di un uomo giusto giudizio, se non consideriamo infinite cose che sono intorno a quel fatto e a quell’uomo, più o meno strettamente congiunte con essi; e abbiamo ormai della legge universale di causalità un concetto così prepotente che subito dal particolare vogliamo assorgere al generale.

Ciò premesso, non credo inutile nè inopportuno rivedere un poco il processo di Pietro Aretino, e cercare se meriti conferma, o se voglia essere in tutto o in parte riformato il comune giudizio che uno storico tedesco chiuse e condensò in una frase unica, chiamando il gran reo il Cesare Borgia della letteratura.

A tal fine bisogna che noi vediamo:

1º che c’è di vero in certi racconti che in un modo o in un altro arrecano infamia all’Aretino;

2º qual è l’indole morale di lui, quali sono i caratteri e le ragioni della sua tristizia;

3º qual è il carattere e il valore di lui come scrittore.

I.

Che intorno a Pietro Aretino s’è formata una specie di leggenda, si vede subito, appena si confrontan fra loro i racconti varii della sua vita e si notano le contraddizioni. E tutto favoriva, a dir vero, la formazione di sì fatta leggenda: la fortuna grande e quasi inesplicabile dell’uomo; il mal animo di chi procacciava sfogo all’invidia denigrando e mentendo; il sacro orrore delle anime timorate, che ingigantiva, come sempre suol fare, la perversità di lui, e inconsciamente le conferiva quant’era mestieri perchè riuscisse piena ed intera. Non si dimentichi che gli uomini, in ogni tempo, ebbero bisogno, come di tipi di santità, così di tipi di scelleraggine.

L’Aretino stesso in parecchie sue lettere si lagna dei molti invidiosi che dicevano di lui cose non vere, e gli attribuivano scritti a cui non aveva tampoco pensato, e discorsi che non aveva neppure sognati; si lagna più particolarmente di certi cortigianuzzi che si dilettavano di soffiare nel fuoco[123]. Alcuni di costoro erano forse in buona fede; argomentavano da ciò ch’egli avrebbe potuto fare il fatto. Così fu che gli si attribuì il troppo famoso opuscolo De tribus impostoribus, attribuito a tant’altri, e così è che il Virgili vuole ad ogni modo ch’egli abbia avuto parte nella composizione di certi sciagurati libercoli di Lorenzo Veniero, sebbene questi ne rivendichi a sè tutto il merito, e sebbene di quella partecipazione non siavi una prova al mondo[124]. Appunto qui noi vediamo la leggenda porre in opera uno dei suoi procedimenti speciali, che consiste in torre agli oscuri per dare agli illustri, a chi viene sempre più campeggiando e prendendo figura nella finzione. Gli è in virtù di tal procedimento che si sono formati gli eroi leggendarii; e come a Carlo Magno fu dato vanto di imprese che altri compierono prima o dopo di lui, così a Pietro Aretino fu dato carico di libri che altri scrisse, non egli.

La leggenda aretinesca, come ogni altra leggenda, prende le mosse dalla nascita dell’eroe, e lo seguita poi, un po’ interrottamente, a dir vero, sino alla morte. Essa si prefigge, innanzi tutto, di dargli vili, o anche sconci ed illegittimi natali, affinchè l’infamia sua cominci col nascere, e appaja, in certo modo, originale e necessaria. Anton Francesco Doni, nel Terremoto, per meglio giustificare la identificazione ch’ei fa dell’Aretino con l’Anticristo, lo dice figlio di un terziario e di una pinzochera; ma anche vilissimo figliuolo d’un ciabattino. Niccolò Franco, in quegli obbrobriosi sonetti che gli compose contro, ora chiama il padre di lui contadino, ora calzolajo. L’autore di quella sconcia Vita che andò già sotto nome del Berni, e non si sa propriamente di chi sia, parla di un padre villano e di una madre schiavona e baldracca. E sulla fede di un così fatto narratore infiniti ripeterono che Pietro Aretino nacque di una Taide di bassa lega. Quanto al padre ci fu chi mise fuori un’altra favola, meno ingiuriosa se vuolsi, ma non meno falsa. Il buon Mazzuchelli[125] si affatica a dimostrare che l’Aretino fu figliuolo naturale di Luigi Bacci, cavaliere d’Arezzo; e prima di lui aveva affermato il medesimo quel dabben uomo, per non dirgli altro, del Crescimbeni, che a sua volta aveva trovata la bella notizia nelle Glorie letterarie di Valdichiana, opera inedita di Jacopo Maria Cenni, rimasa in Napoli, ove l’autore morì[126]. E subito questo padre fu accettato per buono e per autentico da quegli stessi infiniti che dalle mani dell’anonimo libellista avevano accettata la madre. Ora è da notare che il signor Jacopo Maria Cenni morì circa un secolo e mezzo dopo l’Aretino, e che l’anonimo libellista, il Doni, il Franco, i quali tutti conobbero l’Aretino di persona, del cavaliere Luigi Bacci non dicono verbo, e non ne dice verbo nemmeno un Medoro Nucci, che fu tra i nemici più pericolosi dell’Aretino, e che per essere appunto di Arezzo era in grado di saper certe cose, e non si sarebbe fatto riguardo di dirle. Anche costui fa l’Aretino figliuolo di un calzolajo.

Alessandro Luzio, in un buon lavoro pubblicato non ha molto[127], sbugiardò tutta questa leggenda dei natali dell’Aretino, e sceverò la verità dalle calunnie e dalle favole. Il padre dell’Aretino fu un povero calzolajo per nome Luca; la madre una buona e bella popolana chiamata Tita. Costei, non solo non fu quella svergognata che si volle far credere; ma fu anzi una donna di ottima indole e di onesti costumi, teneramente amata dal figlio, e da lui sempre ricordata con ammirazione ed orgoglio. S’ella fosse stata una prostituta, l’Aretino si sarebbe ben guardato dal parlarne altrui, e non avrebbe chiesto con tanta insistenza, quanta certe lettere dimostrano, copia del ritratto di lei al Vasari; nè il Vasari stesso avrebbe ardito di prenderla a modello per l’immagine della Vergine Annunziata da lui dipinta sopra la porta della chiesa di San Pietro in Arezzo; nè i cittadini d’Arezzo avrebbero certo comportato un tal vituperio. Quanto al padre, l’Aretino lascia scorgere, è vero, di vergognarsene; ma questo suo vergognarsene prova appunto che gli era figliuolo, e toglie ogni probabilità a quella storiella di Luigi Bacci. Se l’Aretino avesse saputo d’esser figlio di costui, o se avesse saputo che tale era reputato da alcuni, non avrebbe mancato di diffondere e di confermare quella opinione, da cui poteva venirgli più onore che biasimo. Giacchè egli, che pure amando svisceratamente le sue figliuole, non si curò mai di legittimarle, adducendo a scusa che le aveva in modo legittimate con l’animo da non richiedersi altra cerimonia, viveva in un secolo poco soggetto agli scrupoli. E come avrebbe egli potuto vergognarsi di essere bastardo, vedendo tutto giorno principi e papi con le masnade dei bastardi intorno, e bastardi salire ai supremi onori e sedere in trono? Certo egli si sarebbe trovato in assai numerosa compagnia, e avrebbe potuto con miglior animo e più sicurezza esprimere quel giudizio a lui caro, che difficilmente e di rado opera cose degne nel mondo chi è di origine abietta.

Ma se nulla di vero c’è nella leggenda dei genitori dell’Aretino, vediamo se alcun che di vero ci sia, o almen di probabile, in quanto si narrò di altre persone della sua famiglia. Pietro non fu il solo figlio di Luca e di Tita; egli ebbe alcune sorelle, almeno due; di fratelli non è ricordo. Ora, verso queste sorelle, la leggenda non fu nè più riguardosa, nè più giusta di quello fosse verso la madre. Francesco Berni, in un sonetto notissimo, e che più altre volte dovrò ricordare, fa menzione di due sorelle che l’Aretino aveva, secondo lui, a grand’onore, nel lupanare della sua città natale. Il Franco, in varii de’ suoi sonetti, parla, quando di una sorella, quando di due, esercitanti il vituperoso mestiere. Che poi molt’altri abbiano ripetuto quelle accuse senza punto curarsi di accertarne la verità, è quasi soverchio avvertire. E sì che non è poi tanto difficile avvedersi della loro falsità. Un primo dubbio già avrebbe dovuto far nascere il fatto della nobiltà e del gonfalonierato conferiti a Pietro da’ suoi concittadini. Per quanto que’ d’Arezzo potessero essere di manica larga, è difficile pensare che volessero, coprendo sè di ridicolo e di vergogna, fare quella dimostrazione ad un uomo le cui sorelle erano state in Arezzo stessa, e forse erano tuttavia, inquiline di postribolo. Ma il vero si è che le due sorelle dell’Aretino, delle quali è memoria, furono entrambe maritate, l’una con un messer Scipione, l’altra con Orazio Vanotti, soldato, e lasciarono, morendo entrambe innanzi all’Aretino, quella due figliuole, questa due maschi gemelli. Della prima l’Aretino ricorda come ardentemente desiderasse di collocare una delle figliuole nel nobile monastero di Santa Caterina in Arezzo, e com’egli si adoperasse per farcela entrare. L’altra morì assai giovane, di puerperio, nel 1542, ed è quella stessa che, essendo ancora zitella, nel 1536 fu inchinata dal duca Alessandro de’ Medici, di passaggio per Arezzo, come gloriando ricorda pur l’Aretino in una lettera di quell’anno medesimo scritta a esso duca[128]. Certo, non mancano nemmeno in quel secolo esempii di prostitute che attendono al mestiere pur essendo maritate; ma questi esempii occorrono di solito fra le cortigiane propriamente dette, che vivono libere, non fra le meretrici di bassa mano raccolte nei lupanari. Ora, nel 1536, la seconda sorella di Pietro era ancora in casa, come si ha dalla lettera suddetta, e certamente non faceva la prostituta. Come credere, in fatti, che Alessandro de’ Medici, per poco schizzinoso che fosse in materia di onestà e di decoro, volesse ossequiare pubblicamente una sgualdrina? E come credere, d’altra parte, che le nobili religiose di Santa Caterina volessero accogliere nel loro monastero la figliuola di una donna, non solo di bassa condizione, ma infame? Tutte le prove dunque del meretricio di quelle due sorelle consistono in alcuni versi del Berni e del Franco, entrambi nemici acerrimi dell’Aretino, e l’un di essi, il secondo, a causa della velenosa sua lingua, impiccato per la gola. Confessiamo che in qualsivoglia giudizio le affermazioni di testi così sospetti non sarebbero accolte se non con grande riserbo, e che diedero saggio di molta leggerezza, per non dir peggio, coloro che senza più le gabellarono per veridiche e per sicure. Aggiungiamo che essi mostrano di conoscere assai poco e assai male l’Aretino, se credono che un uomo come lui, così abile a trar vantaggio di tutto, a riunire e coordinare tutti gli elementi del successo, potesse commettere il grossolano, l’incredibile sproposito, di lasciare le sorelle sue in una condizione da cui a lui stesso non poteva ridondare che discredito e infamia. Questo sproposito l’Aretino non lo commise. Noi lo vediamo adoperarsi con ogni impegno, ricorrere a tutte l’arti ond’era maestro, per mettere insieme un po’ di dote alla sua sorella più giovane: qualora egli non avesse ciò fatto per semplice ragione d’amor fraterno, certo l’avrebbe fatto per accorgimento d’uomo che ha una condizione e una riputazione da conservare.

Che cosa rimane dunque di tutta questa leggenda obbrobriosa che nemici arrabbiati e libellisti senza nome fabbricarono intorno alla nascita e alla famiglia di Pietro Aretino? Nulla di nulla, o solo una prova della malignità o dell’errore loro. Vediamo se si possa prestar più fede ad altri racconti che tutti, quali in un modo, quali in un altro, tendono sempre a quel medesimo fine di screditare, di svergognare l’Aretino. Io non affermo già che alcune delle cose che vi si narrano non possano anche esser vere; ma dico che in generale quei racconti sono, o per una o per un’altra ragione, tali da destare grave sospetto, e da non poter essere ricevuti per veri finchè non sieno suffragati da più sicure prove. Un tribunale non li accoglierebbe che a titolo di semplice informazione.

Si dice che l’Aretino, quasi fanciullo ancora, dovette fuggirsene dalla patria per certo sonetto da lui composto contro le indulgenze. Ciò dovrebbe provare come, sino dai più teneri anni, fosse stata in lui quell’indole maligna e insolente di cui s’ebbero poscia a vedere gli effetti. Ma chi è che lo dice? Gerolamo Muzio, suo nemico mortale. E quando lo dice? Quando importa far credere al mondo che l’Aretino, oltre ad essere una sentina di vizii, è anche un miscredente o un eretico. La stessa intenzione appare in un’altra storiella, ove è detto, che avendo l’Aretino, in Perugia, veduta nella pubblica piazza una pittura che rappresentava Maria Maddalena a’ piè di Cristo, con le braccia aperte, andatovi di nascosto, dipinse tra quelle braccia un liuto. Ma tale storiella non ha più antico narratore di Carlo Caporali, che visse un secolo dopo l’Aretino, e non dice d’onde l’abbia tratta. Entrambi i racconti sono poi in contraddizione diretta coi modi che l’Aretino serbò tutto il tempo di vita sua in materia di religione.

Uno dei fatti più spesso ricordati e più universalmente tenuti per veri, è che l’Aretino fosse alcun tempo legatore di libri in Perugia, e ogni suo sapere acquistasse in quell’esercizio, con occasione di vedere e leggicchiare le carte che andava cucendo. Ma ciò si trova affermato la prima volta in una nota al già citato sonetto del Berni, nella stampa vicentina del 1609: e con quale scopo si trova affermato? Con quello evidentemente di dare alla coltura dell’Aretino, qual ch’ella si fosse, una origine in tutto umile e fortuita, e d’ispirarne altrui un assai povero concetto.

Andiamo innanzi.

Nel libello anonimo già ricordato si narra che l’Aretino dovette lasciare la casa di Agostino Chigi, il ricchissimo e munificentissimo banchiere senese, per avervi rubato una tazza d’argento. Ora, nè il Berni, nè il Franco, nè il Doni, nè altri sanno nulla di questa tazza; chè se qualche cosa ne avessero saputo, non avrebbero mancato di aggiungere ai molti titoli vituperosi che gli dànno anche quello di ladro. Del resto, questo del rubare non era vizio che potesse facilmente accordarsi con certe qualità, buone o cattive che fossero, dell’Aretino, il quale fu egli sì molte volte rubato e da chi più godeva della sua fiducia. Inoltre egli non lascia occasione di levare a cielo il Chigi, ricordandone la umanità e la larghezza, il che non avrebbe certamente fatto, anzi avrebbe in tutto taciuto di lui, se ne fosse stato cacciato di casa per ladro.

E molt’altre cose si narrano in quella Vita: che, sendo d’anni diciotto circa, si fe’ cerretano, e andossene in Lombardia, e cantò in banca a Vicenza, avendo compagno in tal mestiere un certo Calcagno; che poi s’acconciò per garzone con un oste in Bologna; che stanco di fare il garzone, si rese frate in un convento di Ravenna; che toltosi anche di là, si mise per mezzano, per pazzo e per buffone con Leone X, ed ebbe compagni altri mezzani, altri pazzi e buffoni, e alcuna volta si adoperò a voltar lo spiedo in cucina; che si acconciò, dopo, per istaffiere con Giovanni de’ Medici, il gran capitano; che morto costui, se ne tornò a Roma, e servì Clemente di quello che prima aveva servito Leone; che dopo il famoso sacco, e dopo un certo scherzo che ebbe a patire dagli Spagnuoli, se ne andò, truffato un Ferrarese, a Venezia, ecc. ecc. L’anonimo autore dice aver udito narrar tali cose, parte a Niccolò Franco, e parte al Marcolini, il famoso stampatore, compare dell’Aretino; ma quanto al Franco mente di certo, perchè costui, se le avesse sapute, non avrebbe mancato di metterne qualcuna in quei suoi sonetti, che pur sono più centinaja. Aggiungasi che nè il Berni, nè il Doni ne fanno ricordo.

Molte altre cose racconta l’autor della Vita, alcune delle quali di tanta turpitudine che non si possono nemmeno accennare, e tali che appena avrebbe potuto risaperle chi sempre fosse stato alle calcagna di Pietro e avesse fatto vita con lui; altre di tal qualità che mostrano l’indole bugiarda di tutto il racconto. Così egli dice che la madre di lui, la notte innanzi al parto, sognò un otre di vino; che compiuti appena i cinque anni, il fanciullo si mise a studiare la Maccaronea di Merlin Coccajo, nel qual caso questi avrebbe dovuto egli stesso comporla in età di cinque o sei anni; che essendogli stati posti dinanzi Virgilio e il Petrarca da un canto e la Regina Ancroja e gli Amori di Luciano dall’altro, egli tolse questi e lasciò quelli; che fatto altro simile esperimento con rame, argento ed oro, egli acchiappò l’oro alla bella prima. Poi gli attribuisce certi strani componimenti, e fra gli altri alcune pappolate e cantafere che lo stesso Aretino, nella commedia La Cortegiana, fa gridare da un furfante che vende istorie, e cioè; la guerra del Turco in Ungheria, le prediche di Fra Martino, il Concilio, la cosa d’Inghilterra, la pompa del Papa e dell’Imperadore, la circumcisione del Vaivoda, il sacco di Roma, l’assedio di Fiorenza, lo abboccamento di Marsilia[129]; e poi ancora l’istoria del becco all’oca, che si ha inserita nel Mambriano del Cieco da Ferrara, e la novella di Biancofiore, rubata al Boccaccio. Per mostrare del resto quanto l’autore si curasse di esser veridico, basta avvertire ch’egli fa dire al Berni la vita dell’Aretino potersi facilmente comprendere in quella commedia, e al Mauro, l’altro interlocutore del dialogo, che l’Aretino sarà stato tutto quello che in detta commedia dice di sè stesso il Rosso ad Alvigia: frate, garzone di oste, giudeo, alla gabella, mulattiere, compagno del bargello, in galera, mugnajo, corriere, mezzano, cerretano, furfante, famiglio degli scolari, servitor dei cortigiani, il diavol e peggio. La storia di Lazarillo di Tormes!

Sarebbe fatica sprecata voler mostrare la poca consistenza e la minore credibilità di tutto il racconto dell’anonimo diffamatore; ma non sarà fuor di luogo far vedere con un pajo di esempii come egli alteri i fatti e mentisca. Primo esempio: egli dice che l’Aretino servì Clemente di quello che prima avea servito Leone, cioè di mezzano, di buffone e di pazzo, lasciando intendere con ciò che assai vile era la condizione sua in corte del pontefice. Ora, certe lettere scritte dal duca di Mantova all’Aretino, e dall’agente di Mantova in Roma a esso duca, lettere uscite dall’Archivio Gonzaga, e su cui non può cader dubbio di alterazione[130], provano che l’Aretino in corte del pontefice godeva di molta considerazione, e molto poteva sull’animo del pontefice stesso. Secondo esempio, che serve anche contro il Doni. Dice l’autor della Vita: «Scrisse al Duca di Ferrara il poeta chiedendo denari: non volse Ercole che un furfante si vantasse che un Signore si degnasse di lui: ebbe a male il poeta e scrisse del Duca. Ercole il seppe e tenne uomini per ammazzarlo a Venezia. Non successe tal cosa perchè egli stava serrato in casa, parte per questo, parte per debiti». «Onde deriva che il Duca di Ferrara vive con tanta quiete? Perchè non vi dona», dice messer Antonfrancesco nel Terremoto, e afferma inoltre che il Duca lo fece sacchettare di santa ragione. Ma mente egli e mente l’anonimo, e della menzogna d’entrambi ci sono le prove autentiche e chiare. A più riprese il Duca fece all’Aretino regali; e troviamo ricordo di una veste di raso nero assai pomposa, di un anello con un diamante, di cinquanta scudi d’oro, di altri cento scudi d’oro, di una coppa d’argento dorato, di due altre vesti assai ricche; nè gli donò solamente, ma gli si fece ancora raccomandare dal proprio segretario Bonleo, il quale scriveva al Divino di non porgere orecchio a chi gli dicesse male del Duca[131].

Tralascio altre accuse, o di minor rilievo, o in tutto generiche, e vengo a quanto fu narrato, creduto, ripetuto e ammesso universalmente per certissima verità circa la morte dell’Aretino. Questa storia è nota a tutti. Un giorno, l’Aretino, udendo narrare non so che fatti di quelle sue sorelle meretrici, preso da un irrefrenabile impeto di riso, e arrovesciatosi, per ridere più spappolatamente, sulla scranna che lo reggeva, cadde allo indietro, e percosso il capo in terra, rimase morto sul colpo. La fine parve degna dei principii e di tutta intera la vita dell’uomo nefando, incontrò il gusto del pubblico, ebbe conferma dai moralisti, fu rinarrata in novella e rappresentata in pittura. Ma chi è il primo che parli di sì fatta morte? Un Antonio Lorenzini, fiorito sul principio del secolo decimosettimo. Si vede subito di quali elementi, in virtù di quali suggestioni la leggenda siasi formata. Bisognava che l’ultimo atto dell’Aretino sulla scena del mondo confermasse quella vita tutta di turpitudini, anzi, in certo modo la epilogasse e concludesse come nell’ultima pagina si epiloga e si conclude un libro. E certo non si poteva immaginare favola che meglio mostrasse in breve la infamia della famiglia dell’Aretino, il cinismo di lui, e la giustizia e congruenza della punizione. A taluno parve che l’Aretino non si dovesse lasciar morire a quel modo, senza fargli dire qualche cosa che provasse l’empietà di lui, come il fatto provava la svergognatezza; e così alla favola principale si attaccò un po’ di coda, e si disse che lo scelleratissimo uomo non morì subito subito, e che ricevuta la estrema unzione, profferì un’ultima bestemmia, dicendo:

Guardatemi da’ topi or che son unto.

La leggenda, dico, era formata ingegnosamente e tale da ottenere universale credenza, tanto più che in essa c’era, come vedremo, una parte di vero: ciò nondimeno non potè fare che altre leggende non nascessero. Qualcuno ci fu che lo volle morto di apoplessia[132], forse come morte conveniente a una vita di stravizii; ma altri pure ci fu che non si contentò nè di una morte naturale, nè di una morte violenta, ma fortuita. Non meritava l’Aretino di morire impiccato? ebbene, egli morì impiccato. Così almeno racconta in un suo sermone latino Michele de l’Hôpital, il famoso cancelliere di Francia[133]. Non dimentichiamo che tal morte era stata, in certo modo, profetizzata dal Berni all’Aretino e che le profezie fanno venire altrui la voglia di vederle avverate. Il Berni ebbe anche a toccare di certo squartamento che sarebbe seguito alla impiccagione; ma l’autor della favola, non s’intende perchè, non volle profittarne. Doveva essere persona discreta.

Ora si sa come morì l’Aretino, e tutte le leggende si dileguano dinanzi al documento irrefragabile che porge di quella morte autentico e preciso ragguaglio. È questo un certificato di Pietro Paolo Demetrio, parroco di S. Luca in Venezia, il quale attesta d’aver sepolto cristianamente l’Aretino in quella chiesa, e dice che questi morì di morte subitanea, cadendo da una sedia a bracciuoli, e che il giovedì santo, avanti che finisse gli ultimi suoi giorni, si confessò e comunicò, piangendo lui estremamente, come, dice il buon prete, vidi io stesso[134]. Tale dichiarazione fu fatta dal parroco venticinque anni dopo la morte di Pietro, nel 1581, e a richiesta di un Domenico Nardi da Reggio, il quale probabilmente l’avrà domandata per imporre con essa silenzio alle vituperose dicerie. Giova notare che il certificato fu fatto con intervento di notajo e che non gli manca nemmeno la convalidazione ducale. Ciò che in esso si dice della caduta da una sedia, raccostato a quanto l’Aretino racconta in certo luogo di sè stesso, dicendo che era suo costume di arrovesciarsi indietro ogni qualvolta rideva di gusto, mostra come possa esser nata la leggenda principale circa il modo della sua morte. La fantasia supplì le sorelle meretrici, prendendole dal sonetto del Berni e da quelli del Franco.

La leggenda dell’Aretino, bugiarda per quanto spetta alla nascita, bugiarda per quanto spetta alla morte, è senza alcun dubbio bugiarda per molta altra parte. Questa leggenda, del resto, noi non la conosciamo nemmeno intera. Essa ci apparirebbe di certo assai più estesa, se, come giunsero sino a noi le accuse e le imputazioni del Franco, del Doni, dell’anonimo biografo, così ancora ci fossero giunte quelle di altri nemici e detrattori suoi, per esempio di quel Colvi, che anch’egli andava spargendo vituperii dell’Aretino.

Io non dico già che l’Aretino non possa aver fatto, soprattutto in certi anni più oscuri della sua vita, alcune di quelle cose onde fu accusato, o alcune, almeno, simili a quelle; ma dico che non ci son prove per credere ch’ei le abbia fatte veramente. E aggiungo che gli accusatori suoi, taluno non abbastanza noto, altri troppo noti, altri necessariamente poco o male informati, non meritan fede nè molta nè poca. Chi voglia fare un processo all’Aretino non deve in tal caso tener conto delle testimonianze altrui, ma solo delle confessioni sue proprie, di ciò ch’egli stesso lascia vedere e indovinare di sè.

II.

Veniamo alla seconda parte del giudizio.

Certe accuse fatte all’Aretino sono calunniose e false; altre non è dimostrato che sieno vere. Non è provato, e non è nemmeno probabile, ch’egli abbia rubato, o truffato, o commesso altre di quelle gagliofferie grosse per cui allora, assai più facilmente di ora, si finiva in un fondo di prigione, o si dava a dirittura nel capestro. Ma che per ciò? Egli rimane pur sempre un uomo scellerato e vile, una natura profondamente corrotta, uno di quei mostri che disonorano l’umanità senza però capitar mai sotto al rigor delle leggi. Egli non sarà un delinquente, se si vuole, ma è certo un turpe ribaldo. Ed ecco altre accuse ed altre invettive. Udite i testimoni che rosarii recitano. L’Aretino è un furfante, un ignorante, un arrogante, un boja, un prosuntuoso, un porco, un traditore, un mostro infame, un idolo del vituperio, dice il Berni. L’Aretino è un goffo, un bajante, un ribaldo, un ciurmatore, una puttana, un somaro da legnate, una sentina di vizii, dice il Franco. L’Aretino è un poltrone, un bestione, un mariuolo, una carogna, il vitupero degli uomini, la schiuma di tutti i furfanti, il colosso dei goffi, il tagliaborse dei principi, la guida degli asini, il Sardanapalo della gagliofferia, dice il Doni. Sta bene; ma questi sono i testimoni dell’accusa: udiamo un poco anche i testimoni della difesa. Ecco ben altro linguaggio: l’Aretino è divino, divinissimo, non men divino che immortale, umanissimo, eccellentissimo, magnifico, onorando, virtuosissimo, unico, figliuolo della verità, discepolo e miracolo della natura, salute del mondo, gloria del cielo, dicono principi, cardinali, letterati, donne colte e gentili, frati e soldati. Se voi fate il conto, trovate che per un testimone che dice male, ce ne son dieci che dicono bene.

E poi, questi testimoni che dicon male bisogna vederli un po’ più da vicino. Chi sono essi? Prendiamo quei tre che ci sono già comparsi dinanzi, e non ci curiamo d’altri. Il Berni, in complesso, è un brav’uomo, sebbene abbia anch’egli in dosso qualche taccherella, di cui, se si volesse parlare, bisognerebbe parlare a porte chiuse; ma gli altri due sono due lanzichenecchi della penna, due stradiotti della letteratura, niente più onesti dell’Aretino, ma molto meno accorti di lui. Costoro gli erano stati un tempo in casa, e avevano mangiato del suo pane, e s’erano rimpannucciati a sue spese, e finchè durò l’amicizia lo levarono ai sette cieli; rotta poi l’amicizia, per ragioni che qui non accade ricordare, ne fecero, secondo la usanza non mai dismessa dei poltroni, il governo che s’è veduto. Il Berni scaraventava contro l’Aretino quel suo sonetto per far le vendette del datario Giberti, suo padrone, il quale non è poi dimostrato che non avesse qualche torto con l’Aretino; ma gli altri due composero le loro sconce invettive a solo sfogo di animo invelenito, chè non erano nè l’uno nè l’altro uomini da levarsi a campioni disinteressati della offesa moralità e della virtù conculcata. Costoro chiamavano l’Aretino un furfante e avrebbero data l’anima per potersi trovar ne’ suoi panni.

Altri infiniti ebbero, come abbiam veduto, dell’Aretino, tutt’altra opinione. Che vuol dir ciò? Vuol dire che alla generalità degli uomini del suo tempo l’Aretino non parve quel tristo di tre cotte che pare a noi. Ora, una massima mi pare da doversi stabilire anzi tutto: che nessuno, cioè, debba essere giudicato più malvagio di quello ch’ei fu tenuto dall’età sua, quando, ben s’intende, l’età sua abbia avuta di lui giusta ed intera cognizione. Gli è quanto dire che non si vuol giudicare nessuno coi criterii di una moralità o poco o molto diversa da quella comunemente accettata nella società cui egli appartenne, e d’onde solamente potè derivare la norma del suo operare; o se pur si vuole giudicare con quei criterii, non si deve giudicare lui solo, ma con lui la intera società di cui fu membro. Il valore esatto di un uomo non si ha se non quando un tal uomo, si consideri nell’ambiente suo, in mezzo alla vita varia e complessa di cui egli è, al tempo stesso, organo e produzione; giacchè ogni valore è necessariamente relativo. Che direste voi di chi volendo giudicare, poniamo, la figura principale di un quadro storico, togliesse appunto quella figura dal quadro, e si facesse a considerarla separatamente dall’altre figure e dalle cose tutte che il pittore, non senza le sue buone ragioni, gli pose intorno? Direste ch’egli opera malamente, e che il giudizio suo non può non riuscire parziale ed erroneo, giacchè la figura principale forma un tutto con quelle altre figure e con quelle cose ancora, e non la può intendere chi la consideri disgiuntamente da esse, o chi la ponga in altro quadro, in relazione con altre figure e con altre cose. Non meno parziale, non meno erroneo deve riuscire il giudizio di chi toglie l’Aretino dall’ambiente suo, e vuol giudicarlo secondo i principii di una morale che non fu quella dei suoi tempi. Fate campeggiare la figura dell’Aretino, sopra un fondo d’idealità cavalleresca, o di puritanismo anglicano, e la vedrete staccarsene vigorosamente, e vi parrà mostruosa: fatela campeggiare sul fondo del Cinquecento, ch’è il suo, e la vedrete spiccar molto meno, e vi parrà meno brutta d’assai. I contemporanei conobbero l’Aretino quanto noi, anzi, certo, meglio di noi; pure non l’ebbero, generalmente parlando, in quell’orrore in cui noi lo abbiamo. E perchè questo? Perchè i suoi vizii e le sue ribalderie erano cose comuni di quel tempo, erano il portato di quella vita, erano una pece di cui, o poco o molto, tutti si mostravano tinti.

Qui ci sarebbe da entrare in un lungo discorso circa la immoralità del Cinquecento, quella immoralità così intimamente connessa, così compenetrata colla cultura della Rinascenza, che, se l’una non fosse stata, nemmeno l’altra sarebbe stata; ma un tale discorso, quando non si volessero ripetere le cose più note e i giudizii più triti, quando si volesse entrare un po’ nell’esame del come e del perchè, del quando e del quanto, ci trascinerebbe così lontano che il povero Aretino non parrebbe più che un punto perduto in infinito spazio, e non sarebbe troppo agevole tornare a lui. Contentiamoci dunque di riaffermare questa nota verità che il Cinquecento è profondamente immorale, e aggiungiamo che la misura, o se si vuole, la portata della sua immoralità, è data dallo sconfinato spazio che separa la vita reale dall’ideale cristiano, che pur allora si mette innanzi come norma, e come scopo di quella vita. Ogni società che, professando in astratto una certa dottrina morale (sia poi ottima, o non sia, poco importa), non solo rimane molto discosto dalla predicata perfezione, ma opera ancora in piena contraddizione con quella dottrina, è una società profondamente corrotta. E tale è la società del Cinquecento, la società descritta dal Machiavelli e dal Guicciardini.

Facciamoci ora a considerare uno per uno i vizii capitali dell’Aretino, quelli per cui gli si muovono più aspre censure, e vediamo se e come s’attenuino, paragonati con le condizioni generali dei tempi, e tenuto il debito conto delle cause che li producono, e talvolta ancora del fine cui tendono.

Il Doni chiama l’Aretino il tagliaborse dei principi; ma si dimentica di dire che i principi erano i tagliaborse dei popoli. Ad ogni modo, una delle più gravi accuse fatte all’Aretino concerne le arti con le quali egli carpì denari e regali a principi e non principi, e sguazzò tutto il tempo di vita sua, o almeno la miglior parte della vita sua, quella del soggiorno in Venezia. Queste arti, tutte riprovevoli, sono l’adulazione, la diffamazione, la minaccia, lo scherno, la menzogna.

Ma, quando s’è detto ciò, rimangono molt’altre cose da dire. Bisogna ricordare quale fosse la condizione dei letterati in quel secolo XVI, preconizzato il secol d’oro delle lettere. Era, in verità, una condizione assai triste. Ai giorni nostri, chi fa questo benedetto mestiere di scriver libri, camperà forse magramente, ma vive del giusto prezzo delle sue fatiche, ma vive libero, e per poco che s’innalzi sopra il livello comune, almeno in certi paesi, facilmente arricchisce, scrive come vuole e di ciò che vuole, impone i suoi patti all’editore, i suoi gusti e le sue idee al pubblico. Ben altrimenti andava la cosa nel Cinquecento. Nel Cinquecento il libro non aveva, come ha oggidì, un valor commerciale definito, e la proprietà letteraria era poco intesa e meno rispettata. Il letterato non viveva del prezzo dell’opera sua, ma del premio che altri potesse benignamente largirgli, e tal premio riceveva misura assai meno dal proprio merito di lui che dalla liberalità maggiore o minore, incerta e capricciosa del largitore. Il letterato supponeva un mecenate e lo cercava; viveva all’ombra sua e alle sue spese, si faceva mezzo servo e mezzo parassita. Si vedono subito le conseguenze di un tale stato di cose. Vivendo della malsicura munificenza del suo protettore, il letterato doveva continuamente attendere a che la fonte delle largizioni non si seccasse; doveva esercitar l’ingegno, e spesso logorarlo, in una lotta sorda e umiliante, piena di pericoli e di sorprese, nella quale egli si studiava di estorcere quanto più poteva, e il mecenate, di solito un principe, cercava di dare il meno possibile; doveva fare del libro uno strumento e un’arme di quella lotta, piegandolo a mille esigenze estranee al suo pensiero e all’arte sua. Egli diventava necessariamente cortigiano, adulatore e bugiardo; si chiamava poeta, storico, o filosofo, ma era soprattutto un accattone travestito. E nessuno mai potrà dire quanto danno abbia recato alle lettere nel Cinquecento la parassita mendicità dei letterati.

Che poi quella vita fosse assai triste, assai dura, anzi al tutto incomportabile agl’ingegni più nobili, si comprende facilmente: tutti ricordano ciò che ne lasciò scritto l’Ariosto; Torquato Tasso, molto ajutato dalla natura, gli è vero, ci smarrì la ragione.

Ora si avvicinavano i tempi di un grande mutamento, così in questa, come in molte altre cose. Era nata l’arte che doveva redimere lettere e letterati dall’uggioso patronato dei mecenati, e quest’arte era la stampa. La stampa mutava il significato, l’importanza, i destini del libro; essa assicurava, insieme con la base sociale, anche la base economica della letteratura. Ma era questo un grande rivolgimento, e un difficil lavoro, che non poteva compiersi in un giorno. Anche qui bisognava procedere per gradi. Fra la letteratura, chiamiamola così, di servizio, e la letteratura indipendente, ci doveva essere una letteratura intermedia, partecipe dell’una e dell’altra condizione. Fra il letterato che chiede la elemosina e il letterato che mette in vendita il suo libro, ci doveva essere il letterato che impone l’elemosina; e questo letterato fu Pietro Aretino.

Pietro Aretino non era uomo da acconciarsi alla condizione ordinaria dei letterati del suo tempo; l’indole sua, i suoi gusti, non glielo concedevano. Chiamandosi uomo libero per la grazia di Dio, egli dava a conoscere una delle inclinazioni più forti, dirò uno degli istinti di quella sua rigogliosa e mal disciplinata natura, tutta impastata di appetiti voraci. Amò veramente sopra ogni altro bene la libertà, e per amor di lei adorò Venezia, la più libera città d’Italia in quel tempo, e la più ospitale a chiunque non pretendesse ingerirsi nella politica. Non era nato per commisurar la sua vita ai piaceri, o peggio, agli ordini di un padrone; non poteva soffrire d’avere sopra e d’intorno chi gli desse soggezione o fastidio. In quel suo amore di libertà, come in più altre cose sue, c’è molto dell’uomo moderno. Odiava le corti di odio mortale, e mai non si lasciò sfuggire l’occasione di dirne il maggior male che seppe. E che quest’odio non fosse ingiusto provano le infinite voci che d’ogni parte si levano contro di esse. Gabriello Simeoni chiama la corte

Sepoltura e prigion dell’uomo vivo;

e soggiunge:

Proprio è la corte come una puttana, Che par bella di fuora, e poscia drento Parte non ha che si ritrovi sana[135].

Cominciando un suo capitolo intitolato appunto dalla corte, Cesare Caporali dice che in essa

la vita È registrata al libro della morte[136].

Un altro perugino, Vinciolo Vincioli, prelato e protonotario apostolico, piantata, sul finire del secolo, la Corte di Roma, scrive, pieno l’animo di fastidio e di stizza:

Parmi che in Corte il vivere e il morire La stessa cosa sia, ed è tutt’una Il diventar poeta e l’impazzire. . . . . . . . . . . . . . . . . Io rassomiglio gentiluomo in Corte A gentildonna che vive in bordello[137].

Alessandro Allegri, in un capitolo dove sfoga que’ medesimi sentimenti, grida:

Lo star in corte e l’esser ammalato, Mi pajon come dir frate’ carnali. Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.

Cento fra prosatori e poeti descrivono la corte come una sentina di vizii, una cloaca d’obbrobrii, un ergastolo di miserie, dove, dice il Garzoni, «i semplici sono beffati, i giusti perseguitati, i presontuosi e gli sfacciati sono favoriti»; dove «van prosperando gli adulatori, i mormoratori, le spie, i referendarii, gli accusatori, i calunniatori, i gaglioffi, i malvagi, le male lingue, i truffatori, gl’inventori de’ mali, i seminatori di zizania, e altra generazione di ribaldi»; dove «gli stupri, i rapimenti, gli adulterii, le fornicazioni, i puttanesimi, le ruffianerie, sono i giuochi e piaceri de’ cortigiani»[138]. Al Sardo, diventato cortigiano, fa dire Lodovico Domenichi in uno de’ suoi dialoghi: «E così Dio mi salvi, che ogni volta che io mi ricordo della mia condizione, non mi par più d’essere nè libero nè uomo, ma della più misera sorte di schiavi che sia al mondo»[139]. Ed era in vero, se non sempre, nella più parte dei casi, una misera condizione e un vile esercizio. Aspettare in anticamera le mezze giornate che il signore si degnasse di far conoscere il voler suo; accompagnare il signore di giorno e di notte, a piedi o a cavallo, dovunque gli piacesse d’andare; correre a staffetta in missione ad ogni minimo cenno di lui; ajutarlo in mille negozii e in mille intrugli; non mangiare se quegli non aveva mangiato, non coricarsi se quegli non s’era coricato; misurare e pesare ogni parola, non dir troppo, nè troppo poco; camminare, starsi, sedere, ridere, gestire, sempre con certa osservanza e certo proposito; schermirsi da mille offese manifeste ed occulte; opporre insidie ad insidie e calunnie a calunnie; non avere un’ora mai di sicurezza e di pace, e, in premio delle molte fatiche sostenute per lui, toccar dal signore canate furiose, cadere subitamente in disgrazia, e vedere dissipate in un giorno le speranze di molti anni; questi erano, con qualche varietà nella misura e nel modo, a seconda dei casi, questi erano gli offici, queste le venture dei miseri cortigiani. Quanti ebbero a trovarsi da ultimo nella condizione di quegli incauti ed improvvidi, de’ quali dice Vittoria Colonna che

ne le gran corti consumando Il più bel fior de’ lor giovenil anni, Mentre utile ed onor van ricercando, Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].

I più cauti, o i più alteri, o i men bisognosi, talvolta anche coloro che già erano stati scottati, sapevano starne lontani, e qualcuno vi fu che del suo starne lontano assegnò le ragioni. Invitato ad andarsene in corte di Roma, Gerolamo Fenaruolo rispondeva in un suo capitolo a Vettor Ragazzoni: Che ci farei io, e come potrei durar quella vita?

Io parlo sempre come qui si parla, E dico pane al pane, e vino al vino, Senza molto pensier di profumarla. . . . . . . . . . . . . . . . . Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo, Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo, E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].

Domandato perchè s’ostinasse a rimanere in Provenza e fuggisse le corti, Luigi Alamanni rispondeva nella satira a Tommaso Sertini, ricordando le infinite miserie dei cortigiani, confessando di non saper l’arte che si richiede a salir l’altrui scale, affermando di preferire la pace a quanti onori e agi si possono avere in corte[142].

Nè questi agi erano poi tali e tanti che potessero compensare e consolare della miseria morale, della viltà di quella vita; anzi erano assai scarsi ed incerti. Di regola, i signori, quanto più spendevano e spandevano in pompe, in sollazzi, e nei mille sfoggi con cui cercavano di accrescere a sè medesimi lustro e nominanza, tanto più parsimoniosi e più stretti si mostravano in provvedere ai bisogni di chi li serviva; e se non lesinavano essi, lesinavano per proprio conto e in proprio beneficio i ministri. Certo, come non tutti i signori erano eguali, così non erano eguali tutte le corti; ma se nelle grandi si stava il più delle volte, anche per questo rispetto, assai male, figuriamoci come si dovesse star nelle piccole. Giacchè non è in quel secolo così smilzo signore, non così indebitato cardinale in Roma, che non voglia avere, come allora si dice, la sua famiglia, e se non una corte intera, una mezza corte.

Ogni signor di trenta contadini, E d’una bicoccuzza usurpar vuole Le cerimonie dei culti divini,

diceva messer Pietro in un capitolo al re di Francia. I cardinali, per acquistar credito e seguaci, abbisognavano di molti quattrini, e per metterli insieme, lesinavano sul vitto e sull’altre spese. Onde l’Ariosto:

Perciò gli avanzi e le miserie estreme Fansi, di che la misera famiglia Vive affamata e grida indarno e freme. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dalle otto oncie per bocca, a mezza libra Si vien di carne, e al pan di cui la veccia, Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra. Come la carne e il pan, così la feccia Del vin si dà, c’ha seco una puntura Che più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].

Messer Pietro fa dire il resto a Flaminio nella sua Cortegiana[144], e se pur qualcosa vi manca, Cesare Caporali, che in Roma appunto ebbe a servir cardinali, la supplisce; mentre altri dà ragguaglio di come si mangiava e si vestiva e si alloggiava nelle corti di assai principi, che avevano più reputazione che denari, o più boria che umanità. Ed ecco venir fuori le descrizioni e le dipinture dei non mai abbastanza detestati e maledetti tinelli, dove, tra povere e lorde pareti, intorno a rozzi deschi coperti di tovaglie ricamate d’untume, sedeva promiscuamente una turba affamata, e l’uom di lettere aveva non di rado commensali gli staffieri e i buffoni; dove, quando non fosse già incerconito, si annacquava il vino, si misurava il pan raffermo, la broda di turpi minestre faceva venire il rancico in gola, la vacca tigliosa disarticolava le mandibole e strappava i denti, e le frittate erano di così stremenzita complessione che il vento se le portava a volo. Antonio Cammelli, che d’ogni cosa faceva sonetti, raccontava a un amico gli orrori del tinello:

Cenando, Fedel mio, jersera in corte. M’apparecchiar Serafino e Galasso Una tovaglia lavata col grasso Che mostrava la mensa per le porte. Poi le vivande che mi furon porte, Fu l’insalata mal condita, ahi lasso! Il pan peloso, più duro che sasso; Filava il vin, per la paura, forte. La madre di Buezio avvolta a un osso Mi dieder prima, che del brodo puro Aveva ancor la cimatura addosso. Diedi de’ denti su quel cuojo duro, (L’un era affaticato e l’altro scosso). Col culo al scanno e con li piedi al muro. Allor dissi: — Io non curo Di questa imbandigion mangiarne troppa. Ch’io non son uso a pettinare stoppa. — E poi volsi la groppa E dissi che chi in corte è destinato; Se non muor santo si muor disperato[145].

Ora, Pietro Aretino non voleva nè morir santo, nè morir disperato. Non voleva essere uno di quei letterati morti d’inedia, di cui fa ricordo Pierio Valeriano, e nemmeno uno di quei cortigianetti spelatini di cui parla in certa lettera a Gerolamo Agnelli[146]: voleva vivere a modo suo, parlare a suo senno, mangiare a sua posta, scialarla il più possibile, e a monsignor Guidiccione, che l’esortava ad andarsene a Roma, scriveva: «Vorrei piuttosto essere confinato in prigione per dieci anni, che stare in palazzo»[147]. Ricordava certo predicatore che «per non si affaticare in disegnar la Corte, mostrò al popolo l’inferno dipinto»[148]. E chi voglia meglio conoscere l’animo di lui in proposito legga la sua Cortegiana e il suo Ragionamento delle corti.

Questo è l’inferno da cui l’Aretino volle redimere anzi tutto sè stesso, e da cui pensò forse di redimere a dirittura le lettere col suo esempio. Egli si vanta di aver trovato il segreto per rendere i signori generosi e graziosi, e di avere con le sue braccia aperta ai dotti una strada, per la quale camminando, possono farsi beffe degl’intrighi e delle insidie signorili. «Io ho scritto ciò che ho scritto», dice in una lettera dei 3 d’aprile del 1537 a messer Giannantonio di Foligno, «per grado della virtù la cui gloria era occupata dalle tenebre dell’avarizia dei signori; ed innanzi ch’io cominciassi a lacerargli il nome, i virtuosi mendicavano le oneste comodità della vita, e se alcun pur si riparava dalle molestie della necessità, otteneva ciò come buffone e non come persona di merito; onde la mia penna armata dei suoi terrori ha fatto sì che essi riconoscendosi hanno raccolti i belli intelletti con isforzata cortesia, la quale odiano più che i disagi»[149].

Ma l’Aretino, non solo amava la libertà, amava anche molto, e forse troppo, quelle oneste comodità della vita di cui ragiona nella lettera testè citata, e le quali poi non sempre erano oneste. Madre natura, bisogna dirlo, l’aveva formato per la vita godereccia, moltiplicando in lui gli appetiti, dandogli una salute di ferro, uno stomaco di struzzo, una giocondità imperturbabile, un gusto accorto, un certo senno alla casalinga, e conservandogli intere negli anni più che maturi tutte le vigorie della giovinezza. Dobbiamo confessare che con una complessione fisica e morale come la sua le difficoltà inseparabili dall’esercizio della virtù si accrescono di molto.

E poi non era egli figliuolo del suo secolo? di quel secolo festaiuolo e gaudente che, come un dissoluto, si logorò nei piaceri? di quel secolo inventore di tutte le squisitezze e fastosità? Egli è l’immagine del secol suo, egli ne raccoglie, ne condensa in sè tutte le inclinazioni e tutti i bisogni: e se godere il più che si può era stato sommo ideale di un pontefice come Leone X, qual meraviglia che fosse di un Pietro Aretino? Nato povero e di vile condizione, egli è tutto pieno degl’istinti della grandezza, e loda coloro, che, pur non essendo principi, vivevano come Gerolamo Rovero, «magnificando la pompa del vestire e la splendidezza del mangiare con nuovi modi di nobiltà»[150], e dice che «l’uomo tanto si prolunga la vita quanto adempisce i suoi desiderii»[151]. Perciò buona tavola, casa signorile, belle donne, conversazione piacevole, ricchi panni, sontuose suppellettili, quanto il lusso richiede, quanto san procacciare le arti, erano cose necessarie al suo vivere. E odiava la povertà, non solo per le privazioni che arreca seco, ma ancora per le angustie che pone intorno all’animo, per quella necessità che ne porta seco di misurare ogni atto e ogni pensiero, e di fare dell’aritmetica minuta la legge e la direttrice della vita; necessità così incresciosa a chiunque sia di spiriti un po’ rigogliosi, così grave a lui, che si faceva beffe di coloro «che dan conto a sè stessi di sè»[152]. Noi potremo biasimare l’Aretino per questo suo modo d’essere, ma dovremo riconoscere in lui l’uomo del Rinascimento.

Rifiutando di vivere in corte, l’Aretino non poteva vivere senza le corti, cioè senza i principi; e muovere i principi a dare non era la più facile cosa del mondo. Io sono ben lungi dal voler giustificare le arti adoperate dall’Aretino per conseguire i suoi fini; ma dico, e parmi sia da tenerne conto, che tali arti parevano allora assai meno riprovevoli di quello pajano ora. L’adulazione era allora in tutte le bocche, tanto più gradita quanto più smaccata, e andava non solo da inferiore a superiore, ma ancora da eguale ad eguale. I più onesti nemmen essi sapevano, o potevano tenersene immuni, e basti ricordare, lasciando ogni altro esempio, le lodi che da un Baldassar Castiglione e da un Lodovico Ariosto ebbe il pessimo cardinale Ippolito d’Este. La ciarlataneria dell’Aretino fu grande certo; ma se c’è un secolo, che a rispetto d’altri, meriti d’essere chiamato il secolo dei ciarlatani, il Cinquecento è quello. Un sentimento esagerato del proprio valore, altro portato, come si sa, di quello spirito della Rinascenza, n’è senza dubbio la prima cagione; ma poi ci si aggiungono il bisogno e la concorrenza che fanno il resto. Ed è concorrenza rabbiosa, giacchè i letterati sono molti e non c’è pane per tutti. Chi non si tira innanzi, chi non grida e non magnifica la sua merce, chi non promette più di quanto possa attenere, corre rischio di morirsi di fame. Il Cinquecento è pieno di queste strane figure d’uomini, che, o si vantano di dare altrui la immortalità coi versi, od ostentano una scienza ignota e trascendentale, o propongono certi loro incomprensibili trovati per acquistare con somma facilità ogni dottrina, o vogliono a dirittura riformare il mondo. Di tutto e in tutti i modi si batteva moneta. Luca Gaurico, che l’Aretino chiama profeta dopo il fatto, si buscava, è vero, per le sue predizioni astrologiche, cinque tratti di corda da Giovanni Bentivoglio; ma, in compenso, da papa Paolo III il vescovado di Civitate, con 300 ducati d’oro di rendita, più una buona pensione e non so che altro. L’Aretino si trovava in buona compagnia, e non mi pare che fosse il primo della brigata, egli, che spesso confessò di non sapere le cose che veramente non sapeva, ed erano più che parecchie. Fausto da Longiano, per esempio, e Giulio Camillo Delminio e Ortensio Lando, per non citarne altri, mi pajono assai più ciarlatani di lui. Vero è che Pietro Aretino ebbe come un presentimento di quella più perfetta ciarlataneria moderna, che, con nome fortunatamente non nostro, si chiama réclame. Notabile a tale proposito una lettera da lui scritta al saltimbanco Modenese, dove lo prega di volere, con la naturale eloquenza largitagli dalla natura, «scampanare del suo nome ben bene»[153].

Si fa un gran carico all’Aretino d’avere usato coi principi, quando l’adulazione non giovava, la maldicenza, e di avere estorto pensioni e regali a parecchi, minacciando i furori della sua lingua e della sua penna. Che egli abbia adoperato così, non si può negare; che così abbia ottenuto gran parte della sua reputazione, è certissimo; ma non è il caso di troppo turbarsene, perchè, a dir vero, il giuoco andava da galeotto a marinaro. I costumi e le usanze dei più di quei principi si conoscono anche troppo, e il fare stentare chi li serviva, e il non attenere mai le promesse, non erano certo i loro maggiori difetti. In verità che l’Aretino fece bene a taglieggiarli, e che facesse bene parve allora a moltissimi, e moltissimi il dissero, e fra gli altri il Dolce, che acerbamente lagnandosi, in certo suo capitolo, dell’avarizia dei principi, esclama:

O Aretino, benedetto voi, Che vendete li principi al quattrino, E gli stimate men d’asini e buoi[154].

Da altra banda, dove noi non vediamo se non male, i contemporanei dell’Aretino spesse volte non videro se non bene. Leggasi, di grazia, questo passo del Dialogo della rettorica di Sperone Speroni, dove con altri interlocutori è introdotto il Brocardo, prima che s’inimicasse l’Aretino[155]:

Brocardo. Sia al mondo un buono uomo pien d’eloquenza e d’ingegno; il quale uscito dalla sua patria solo e nudo, quasi un altro Biante, venga a starsi in Bologna: che farà egli dell’arte sua? Se egli accusa o difende; ecco un vile avvocato che vende al vulgo le sue parole: se delibera; non sendo parte della repubblica, i suoi consigli non sono uditi. Tacerà egli, e fia sua vita oziosa? non veramente: ma di continuo con la sua penna nella causa dimostrativa biasimando e lodando, la sua eloquenzia eserciterà. La qual cosa non per odio o per premio, ma per ver dire facendo, in poco tempo non solamente da’ pari suoi, ma da’ signori e da’ regi sarà temuto e stimato.

Soranzo. Questo vostro eloquente (se non m’inganna la simiglianza) è il ritratto dell’Aretino.

Brocardo. Io non nomino alcuno; ma chiunque si è, ei non può esser se non grand’uomo.

Un predicatore, fratello del famoso Fausto da Longiano, giungeva sino a dire «che a voler riformare la nazione umana, la natura e Dio non potrebbe ritrovare mezzo migliore, quanto produrre molti Pietri Aretini».

Del resto bisogna considerare la cosa un po’ più dall’alto, perchè, o io m’inganno, o di ben altro si tratta che della particolare tristizia di messer Pietro. I contemporanei non seppero intendere perchè i principi si mostrassero così benevoli a un uomo che si gloriava di chiamarsi loro flagello, e si facessero suoi tributarii: l’Aretino stesso, probabilmente, non riuscì a darsi pieno conto del fatto; ma noi possiamo intenderlo meglio di loro e di lui. Non vi accorgete che una nuova cosa era nata nel mondo? Francesco I che lo sollecita ad andarsene a stare con lui, Carlo V che se lo fa cavalcare a fianco, Giulio III che lo bacia in viso, gli altri tutti che lo colmano di onori e di doni, non s’inchinano propriamente all’Aretino, ma a quella tal cosa, che ancora non ha nome, e che già fa sentir la sua forza. E qual è questa cosa? Non altro che la libera parola, la quale fissata e moltiplicata mediante la stampa, corre traverso il mondo, sparge novelle e giudizii e crea la pubblicità, punge cuori e intelletti e crea la pubblica opinione, si fa insegna, si fa dottrina, provoca le fruttifere discussioni, inizia i rinnovamenti. I principi sentono in confuso che è sorta di mezzo agli uomini una nuova potenza che può travolgere i troni e spezzare gli scettri, e vengono a patti con lei, e cercano di farsela amica. Nell’Aretino essi riconoscono il suo rappresentante; tristo rappresentante, non nego, ma primo. Valga un esempio. Nel 1536 Francesco I tratta di allearsi col Turco per andare addosso a Carlo V. Che fa messer Pietro, allora molto in grazia dell’imperatore? Scrive al re cristianissimo una lunga e impetuosa lettera, in cui, senza tante cerimonie, gli nega il nome di cristianissimo e di re, gli rinfaccia di chiamare in proprio ajuto barbari ribelli a Dio, lo accusa di aver tirato nel core della Cristianità lo coltello ottomanico, lo avverte che non ci sarà principe cristiano il quale, o per zelo di religione, o per timore dell’armi turchesche, non s’armi almen col core contro di lui. Tal lettera non andava al solo re Francesco, andava a tutti i principi, era divulgata per tutto. E quale effetto doveva recare in un tempo in cui era vivo negli animi il sospetto e minacciosa la vicinanza degli infedeli? Questo, di creare una opinione favorevole all’imperatore, ostile al re. Così appunto il re e l’imperatore la intesero; e questi, senza dubbio, largheggiò più che mai col Divino; quegli gli fè donare e promettere perchè non isparlasse di lui[156].

Ora, se è vero tutto ciò, se è vero quanto afferma Michelangelo Buonarroti, e si vede in cento altri modi confermato, che «i Re e gl’Imperatori avevano per somma grazia che la penna dell’Aretino li nominasse»[157], perchè dovremo noi stimare cosa sì rea che l’Aretino volesse dai principi essere sovvenuto nei suoi bisogni, com’egli li sovveniva nei loro? Certo, in far ciò, egli poco si curava della verità, manco della delicatezza e del decoro; ma, ripeto, aveva a trattare con tali che spesso non valevano più di lui, e, ad ogni modo, non faceva opera diversa da quella di un cattivo giornalista dei tempi nostri che dica e disdica, biasimi e lodi a seconda del tornaconto, senza però credersi meritevole di essere additato alle genti quale mostro di scelleratezza. E fu detto, non senza ragione, che Pietro Aretino è il primo dei giornalisti.

Ma non giornalista soltanto. In pro dei suoi clienti egli sapeva adoperarsi con altro ancora che con la penna; nè sono tutti vantamenti bugiardi i suoi quando parla di maneggi condotti a buon fine, di vantaggi da lui procacciati. In alcune sue lettere il duca di Mantova si loda dei buoni uffizii che l’Aretino gli rendeva in Roma con Clemente VII, buoni uffizii confermati dall’ambasciatore Gonzaga; senza l’ajuto dell’Aretino forse il duca Alessandro non diventava genero di Carlo V.

Un’altra accusa capitale grava sull’Aretino, ed è quella di scostumatezza. La vita sua è descritta come un tessuto di turpitudini; egli stesso è considerato quale il principe e il padre della letteratura disonesta. Anche quest’accusa vuol essere esaminata alquanto.

Scartiamo, anzi tutto, certe imputazioni di vizii nefandi, e scartiamole, non già perchè sia dimostrata la loro falsità, ma perchè, venendo esse da quei biografi appassionati e mendaci, da quei libellisti che abbiam veduto, la verità loro è più che sospetta. E anzi a provarle false senz’altro mi pare che si potrebbe addurre una ragione di cui non fa mestieri essere fisiologo, patologo o altro, per apprezzare il valore: Pietro Aretino amava troppo le donne.

Ma poniamo pure che l’accusa sia vera e confermata da certe cose che l’Aretino stesso dice nella prima e nella seconda edizione del suo Orlandino; sarebbe certo un carico molto grave, ma egli potrebbe consolarsene vedendo quanto grossa brigata s’abbia d’attorno. Haud ignota loquor. La Chiesa scagliava contro il turpe fallo tutti i suoi fulmini, e la giustizia secolare minacciava ai rei nientemeno che il rogo; ma ha pur ragione l’Aretino quando fa dire al Rosso nella Cortegiana[158] che se il fuoco del cielo avesse dovuto cogliere, come in antico, coloro che di quel fallo si dilettavano, tosto il mondo si sarebbe votato di signori e di grandi uomini. E avrebbe potuto soggiungere di parecchie altre sorta di genti. Che fosse vizio comune degli umanisti, non è solo l’Ariosto ad affermarlo[159]; che i cardinali non l’avessero in troppo orrore, non è solo Lutero a dirlo[160]; che Leone X ci cascasse è, credo, una solenne calunnia, ma è calunnia raccolta dal Giovio, vescovo di Nocera, e quel gran letterato che tutti sanno[161]; pel qual vescovo e letterato il Lasca compose il seguente epitafio:

Qui giace Paol Giovio ermafrodito. Che vuol dire in volgar moglie e marito;

mentre poi il medesimo Lasca non si faceva scrupolo di tessere un capitolo intero in lode delle così dette mele[162]. In un sonetto della sua Priapea, il Franco nota tutti coloro che sono macchiati di quel vizio, il papa, i cardinali, i principi e gli altri. Dicono che Paolo III, udito il giuoco che Pier Luigi, suo figliuolo, aveva fatto al vescovo di Fano, pronunziasse essere stata quella una leggerezza giovanile, e non è provato che sia tutto calunnia, il giuoco del principe e il detto del Pontefice. Alla inclinazione che per quel vizio mostravano i preti accenna nella Calandria il Bibbiena, prete egli stesso; e alla inclinazione che per esso mostravano i frati accenna in un suo innominabile scritto Antonio Vignali, altrimenti detto l’Arsiccio Intronato. Cito costoro, ma altri dieci si potrebbero citare. Dice lo stesso Aretino che i cortigiani dovevano saper essere agenti e pazienti, e che in corte di Mantova tutti odiavano le donne[163]. L’autore dell’anonima Vita fa dire al Mauro che «come alcuno ha punto bel viso, subito se ne corre verso Roma», dove «le bardasse precedono gli uomini dotti, le bardasse sono li patroni, e li virtuosi li schiavi; da tutti sono avute care le bardasse, e trionfano»; cosa confermata dal Brantôme, il quale racconta di un giovane gentiluomo francese, bellissimo, il quale, essendo capitato a Roma, fut regardé d’un si bon oeil, et par si grande admiration de sa beauté, tant des hommes que des femmes, que quasi on l’eust couru à force, et là où ils le sçavoient aller à la messe, ou autre lieu public de congregation, ne failloient ni les uns ni les autres de s’y trouver pour le voir, ecc.»[164]. Ciò avveniva pure in altre città d’Italia e il Garzoni parla «degli sfrontati Ganimedi, che increspano le chiome a guisa di femine, si fanno i ricci politi, e spargono le morbide guance di mille profumi per far correre i galavroni al mele»[165]. Dopo Roma, la peggior reputazione in così fatto argomento l’aveva forse Venezia, dove (lo dice il Sanudo) le meretrici giungevano a lagnarsi col patriarca Antonio Contarini di non poter più vivere, stante la concorrenza; ma in Francia il turpe vizio era comunemente designato col nome di usanza italiana, secondo avverte Benvenuto Cellini[166], che d’averla seguitata fu più d’una volta accusato. E che lunga lista si potrebbe fare di coloro che ne furono o imbrattati a dirittura, o un tantino spruzzati! e con qual meraviglia ci si vedrebbe a canto a Francesco Berni nientemeno che Michelangelo Buonarroti e forse Torquato Tasso! Il Berni, che fu mandato in una badia di monaci Cassinesi nell’Abruzzo, a guarire di certo suo turpe amore[167], chiedeva in un capitolo ad Antonio Dovizi:

Che fate voi de’ paggi che tenete Voi altri gran maestri, e de’ ragazzi, Se ne’ bisogni non ve ne valete?

e consigliava:

Attenetevi al vostro ragazzino;

e tesseva un capitolo in lode delle pesche[168]. Michelangelo Buonarroti compose quarantotto epitafii, un madrigale, un sonetto per Cecchino Bracci, giovinetto di apollinea bellezza, morto di diciassette anni, in Roma[169]; e quanto al Tasso, c’è di lui una lettera che dà da pensare non poco[170]. L’usanza è così diffusa che nessuno più se ne vergogna, nessuno si nasconde; anzi se ne parla e se ne scrive comunemente e pubblicamente, come di cosa accetta all’universale, e (giunge a dire il Firenzuola, un prete) di maggior riputazione[171]. Si vergogna forse Giovanantonio Bazzi, il pittor famoso, d’esser cognominato il Sodoma? Veggansi, di grazia, le lodi che di quella usanza di maggior riputazione lasciarono nei lor versi, oltre ai già citati, un Giovanni Della Casa, un Lodovico Dolce, un Andrea Lori, un Curzio da Marignolle, e altri dieci, e altri cinquanta[172]. Certo, non tutti costoro avranno conformato i fatti alle parole; ma le parole, quando altro non provino, provano che nella comune opinione era quello un picciolo peccato, che nulla poteva detrarre alla buona riputazione di un uomo, uno di quei peccati, come dice la Sostrata nella Mandragola del Machiavelli, che se ne vanno con l’acqua benedetta. E l’Aretino ricorda che come punto uno si mostrasse schivo delle donne, si faceva di lui questo giudizio, ch’egli attendesse ad altri amori[173].

La moltiplicità stessa e il rigor delle leggi provano la diffusione del male, che non riuscivano per altro a estirpare. Nel 1518, in Venezia, certo prete Francesco da S. Polo, colto in fallo, fu chiuso in una gabbia di ferro e appeso al campanil di San Marco; sul qual fatto si compose, secondo l’uso dei tempi, un Lamento[174]. Nel 1545 un altro prete, Francesco Fabrizio, vi fu decapitato ed arso[175]. Pio V perseguitò questi peccatori ad oltranza. Paolo Tiepolo, oratore della Repubblica, scriveva da Roma il 20 di luglio del 1566: «Si usa dal Governator di ordine di Sua Santità ogni diligenzia per aver nella mano, e gastigar quei che han usato il brutto vizio della sodomia, onde già alquanti giorni se ne abbrusciò uno in Ponte, e ultimamente ne è stato ritenuto un cittadin romano, assai ricco, con molti altri, che si tengono consapevoli e partecipi delli errori suoi. Onde alquanti gentil’omeni principali di questa città si sono absentati»[176]. Il 2 d’agosto del 1578, Antonio Tiepolo scriveva: «Sono stati presi undeci fra Portughesi e Spagnuoli, i quali adunatisi in una chiesa, ch’è vicina San Giovanni Laterano, facevano alcune lor cerimonie, e con orrenda sceleraggine, bruttando il sacrosanto nome di matrimonio, si maritavano l’un con l’altro, congiongendosi insieme, come marito con moglie. Ventisette si trovavano, e più, insieme il più delle volte, ma questa volta non ne hanno potuto coglier più che undeci, i quali anderanno al fuoco, e come meritano»[177]. Il caso tuttavia più noto e più notabile è quello del famoso Jacopo Bonfadio che, innocente forse, fu decapitato ed arso in Genova, nel 1550. Ma queste erano eccezioni. Di regola i peccatori invecchiavano non disturbati, come il poeta Porcellio, di cui narra il Bandello la curiosa istoria, e il peccato porgeva occasione di detti arguti e di amabili burle[178]. Adriano VI, il bisbetico ed odiato papa fiammingo, aveva fermato il proposito di estirparlo a ogni modo quando lo colse la morte: non so se ne sarebbe venuto a capo; so che avrebbe avuto molto da fare. Se dunque l’Aretino fu reo, fu con altri infiniti, e non dovrebbe per ciò esser fatto segno a un aborrimento particolare; ma io ho già accennata la ragione la quale deve farci stimare più probabile ch’egli, di questo peccato almeno, fosse innocente[179].

L’Aretino amava molto le donne, e sempre ne aveva una brigata per casa, e, dal suo nome, si chiamavano le Aretine. Ma chi se ne scandalezzava, chi se ne meravigliava? Il concubinato era allora tanto in favore quant’era in discredito il matrimonio. Non era cosa da vergognarsene: il Bembo fece nota al mondo, soavemente petrarcheggiando, la sua Morosina, sul cui sepolcro i poeti d’Italia sparsero lacrime e fiori. L’Aretino non ha punto bisogno di celare altrui le sue Aretine. Veggasi con quanta disinvoltura, con qual sicurezza di non toccar per nulla un soggetto sconveniente, le ricorda in una lettera a Luigi Gonzaga[180]. E più anni dopo egli poteva, senza commettere errore, mandare una di queste sue amiche alla regina di Francia.

Ma veniamo ormai alle opere sconce dell’Aretino: esse formano buona parte della infamia di lui.

A nessuno, credo, può cadere in animo di difenderle; ma, riconosciuto e detto che sono turpi, bisogna subito soggiungere che sono turpi della comun turpitudine. Chiamare l’Aretino il padre della letteratura disonesta è ingiusto e irragionevole, perchè il vero padre non si conosce, e ad ogni modo, nel Cinquecento, i padri sarebbero molti. Si fa un gran romore per quei tristi sonetti con cui egli dichiarò e illustrò certe immagini famose di Giulio Romano; ma troppo facilmente si dimentica che quelle immagini, prima d’essere commentate dal poeta, erano state disegnate da un pittore, incise da un incisore. Lasciate l’Aretino nel suo guazzo, se volete giudicarlo giustamente, e il suo guazzo è il suo secolo. Ora, meravigliarsi della disonestà dell’Aretino quando quella stessa disonestà è tutto intorno a lui, occupa tutti i gradi sociali, ingombra l’aria che si respira, infetta e perverte ogni cosa, a dirittura ha del puerile. Non siam noi nel secolo di quel Leone X che assisteva alla rappresentazione della Calandria, della Mandragola e dei Suppositi? di quel Clemente VII che ascoltava leggere le sconce novelle del Firenzuola e ne premiava l’autore? E già nel secolo precedente non aveva il Poggio composte in corte di Roma le sue Facezie? Certi componimenti del Casa, del Molza, del Caro, del Tansillo, dello stesso reverendissimo Bembo, degl’innumerevoli berneschi, son essi veramente meno sconci di quelli dell’Aretino? Sono più oneste quelle commedie, più pulite quelle novelle? Ma al secolo XVI mancava il senso della decenza. Benvenuto Cellini racconta certi fatti della sua vita di scapestrato con quella semplicità medesima, con quella stessa bonarietà con cui parla di una forma o di un getto. Nelle conversazioni più eleganti e più colte, in presenza di donne e di prelati, non c’era cosa di cui non si parlasse liberamente, e lo provano, per tacere d’altre testimonianze, certi luoghi di un libro onestissimo, il Cortegiano del Castiglione. Le fanciulle stesse udivano impavidamente ogni cosa, e d’ogni cosa parlavano, e non canzona lo Straparola quando, nelle sue Piacevoli notti pone in bocca a certe damigelle oneste e leggiadre novelle ed enimmi da far arrossire un mascheron di fontana. E che cosa si potesse dire e mostrare in pubblico provano i Canti carnascialeschi, provano certe mascherate[181]. E chi vuol sapere che cosa un autor di commedie potesse fare ingozzare al suo uditorio, legga, di grazia, il Prologo del Pedante di Francesco Bello, e se non rece, salute.

E poi siam sempre a quella. Chi si scandalezzava delle composizioni turpi dell’Aretino? Doveva scandalezzarsene il duca di Mantova, che n’era ghiotto? dovevano scandalezzarsene i cardinali di Lorena e di Trento, che, prima l’uno, poi l’altro, accettarono la dedica della Cortegiana? doveva scandalezzarsene il buon popolo bolognese, che alla rappresentazione di questa commedia assisteva nella prima settimana di quaresima del 1537, cosa di cui lo stesso Aretino ebbe a stupire, per essere, com’egli dice, Bologna ancilla de’ preti? dovevano scandalezzarsene le donne torinesi, delle quali scriveva Bernardino Arelio a messer Pietro, a proposito di un vituperoso libercolo di Lorenzo Veniero: «Ah la bella festa che li fanno queste madonne intorno»?[182] doveva scandalezzarsene l’Orfino, accolito e commissario apostolico, il quale, dando notizia a messer Pietro di una rappresentazione dell’oscenissimo Marescalco, fatta in Foligno, lo prega si vogli dignare mandargli qualche altra sua commedia? o il Franco, che le turpitudini aretinesche biasimava nei più turpi sonetti che mai siensi composti? La verità è che nessuno se ne scandalezzava. Quei luridi libri furono la prima volta proibiti, insieme con altri assai, solo nel 1557 e nel 1558, quando, cioè, era già cominciata quella che si suol chiamare reazione o riforma cattolica: prima non sarebbe venuto in mente a nessuno, come non venne in mente a nessuno, o solo a pochissimi, di meravigliarsi che quella stessa penna che aveva scritti i Ragionamenti osasse delineare le vite di Cristo e della Vergine.

Nemmeno per questo rispetto dunque merita l’Aretino d’esser messo in luogo appartato, fuori del suo secolo; nemmeno per questo rispetto è egli quell’uomo tristamente singolare, quel mostro, che si vuol fare di lui[183].

III.

Veniamo ad un’altra accusa mossa all’Aretino, la quale assai più delle altre mi pare sia ingiusta, e mi darà occasione di porre in rilievo alcune qualità commendevoli dell’uomo infame. Sarà l’ultima di ordine morale che dovrò considerare.

L’Aretino, si dice, è, per giunta al resto, un uomo di animo duro, di natura astiosa e malevola. Ora, a me pare ch’egli sia nel fondo appunto il contrario, e che se diventa cattivo, diventa per le necessità di quel suo tristo mestiere. Non ho bisogno di avvertire che certe pessime qualità possono assai bene andar congiunte con qualche bontà di animo, e qualche bontà di animo mi par di trovare nell’Aretino, la quale certamente non era ne’ suoi avversarii.

Di quella sua malvagità si recano parecchi esempii, fra gli altri la storia dei sonetti feroci ch’egli compose contro il povero Brocardo, e furono, secondo dice egli stesso, cagione della sua morte. A questo vantamento disgraziato è da creder poco, perchè non so se nel mondo siasi mai dato il caso che dei sonetti (i giambi d’Archiloco non erano sonetti) abbiano ammazzato qualcuno, e nel Cinquecento l’invettiva e il vitupero erano armi lecite, o, almeno, comunemente adoperate. Ad ogni modo, altri parecchi si levarono contro il Brocardo con accuse velenose e rabbiose, e in tutto questo imbroglio mi pare faccia assai più brutta figura l’onesto, il contegnoso Bembo, il quale sollecitava l’ajuto della penna dell’Aretino, e si teneva nell’ombra, che non l’Aretino, il quale si poneva a cimento per lui. E morto il Brocardo, il virtuosissimo Bembo non cessò d’odiarlo, mentre lo sciagurato Aretino compose certi sonetti nuovi, in sua lode.

Un altro esempio si cita, ed è quello della guerra fatta al datario Giberti, reputato uno dei più onorati e virtuosi uomini del suo tempo; ma bisogna dire che noi non sappiamo propriamente quali ragioni d’odio ci fossero tra i due, e bisogna soggiungere che non è in tutto levato il dubbio che quelle pugnalate date allo Aretino in Roma dal bolognese Achille della Volta fossero date a conto di esso Giberti, e ricordare che la possibilità di certe vendette poco cristiane è pure accennata dal Berni, là dove dice nel suo sonetto:

Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso, Che per grazia di Dio son vivi e sani, T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.

In quel benedetto Cinquecento anche gli onesti avevano qualche volta di strani ghiribizzi, e la vita di un uomo contava poco in un tempo in cui persino i papi praticavano con tanto buon successo l’assassinio. Io non so poi che l’Aretino si sia mai sbarazzato dei nemici col metodo sbrigativo che usava Benvenuto Cellini, e tutti dicono che Benvenuto Cellini è un grande artista, un po’ turbolento, un po’ stravagante, un po’ scostumato, ma tanto amabile: nessuno dice ch’egli sia un ribaldo e un infame. Il Cinquecento è tra l’altro, a dispetto dei manierati costumi, a dispetto dell’arti fiorite e del Galateo, un secolo di grande efferatezza, un secolo di passioni neroniane, pieno di malfattori mostruosi e di delitti spaventevoli. Se l’Aretino fosse un malvagio nel senso che qui s’intende, sarebbe ancora al suo posto e in buona compagnia; ma egli non è un malvagio.

Sembra strano, a prima giunta, parlare della bontà dell’Aretino, e pure questa bontà c’è, riconosciuta da molti, fra gli altri da Giovanni de’ Medici, che a troppa bontà ascriveva certi dispiaceri incontrati dall’amico suo. Lasciamo stare che l’Aretino osservava le pratiche della religione in cui era cresciuto, e che il suo confessore in Venezia, il buon padre Angelo Testa, si faceva da lui raccomandare al cardinale Santa Croce; lasciamo stare, dico, perchè tenuto conto della qualità del sentimento religioso nel Cinquecento, di che non è da discorrere ora, ciò proverebbe assai poco. Ma la sua bontà si dà a conoscere per altro. L’amore per i congiunti può conciliarsi, è vero, con molta durezza verso gli estranei, ma esso è pur sempre segno e prova di umanità. E l’Aretino amò teneramente la madre, e di amore svisceratissimo le proprie figliuole[184]. Ajutò di buon animo le sorelle, i cognati, i nipoti e si adoperò perchè altri li ajutasse. Che lasciasse languire il padre nella più profonda miseria fu detto, ma fu detto dal Franco, ed è poco probabile, perchè egli ci teneva troppo a non far cosa che potesse attirargli biasimo dai suoi concittadini.

Ma noi abbiamo altre prove della bontà d’animo dell’Aretino. L’uomo stimato pessimo tra i cattivi si rallegrava delle venture altrui, si doleva delle disgrazie: desideroso di godere, gli piaceva che tutti godessero intorno a lui e insieme con lui. Fra le sue lettere ce ne sono moltissime con le quali caldamente raccomanda ad amici e fautori potenti, ora un artista insigne come il Tiziano[185], o Sebastiano del Piombo, ora un povero diavolo mezzo morto di fame, ora un uomo dabbene a cui sia stato fatto un sopruso, o un imprudente capitato in qualche brutto impiccio; e tra le lettere scritte a lui moltissime ce ne sono di gente che si loda e che ringrazia dei buoni uffizii da lui fatti, dei benefizii ricevuti. Era umanissimo con le donne che aveva in casa, ai suoi servigi, e mente il Doni quando dice che minacciando e bravando tutto il giorno egli si faceva tiranno della meschinità loro. Ciò non si sarebbe potuto accordare con la giovialità della sua natura. Leggasi invece la lettera con cui egli richiama in casa una Lucietta, fantesca, la quale se n’era fuggita dopo d’avergli fracassato non so che quantità di stoviglie, e veggasi com’egli piacevolmente si burli della paura di lei, dicendo la sua collera essere più corta che un fumo di paglia, chiamando la casa sua una taverna, dove non si serra il pane e non si adacqua il vino[186]. L’umanità sua si ribellava ai maltrattamenti, anche quando fossero inflitti nel nome della giustizia. Raccomandando al cardinal Santa Croce un povero predicatore perseguitato, egli esclama: «Cristo, per quel che s’intende nell’umanità sua, non lasciò nè prigioni, nè ruote, nè corde, nè fuoco»[187]. Pensiero che a ben pochi allora poteva cadere in mente.

Sentì vivamente l’amicizia e fu pronto ad accoglierne il sentimento nell’anima, il che certo non è proprio delle nature subdole e bieche. Egli stesso si dice facilissimo in donarsi altrui[188], e in certe amicizie si mostra esempio raro di fedeltà e di costanza. Diceva gli amici essere stelle poste nel cielo del corso umano[189], e in molte delle sue lettere esprime con vive parole il fervore che quell’affetto gli metteva nell’animo, le gioje che gli procacciava. E se ebbe amici traditori, che ricambiarono con villanie e con calunnie i suoi benefizii, ebbe amici sinceri e devoti, che lo amarono com’egli li amò. Il Tiziano fu una cosa con lui. Senza di lui Giovanni de’ Medici diceva di non poter vivere. Antonio da Leva gli scriveva avere la sua amicizia più cara di una città. Veronica Gambara gli scriveva: «... ringrazio la fortuna, che per ricompensarmi di tutte le offese per sua gentilezza fin ora fattemi, mi abbia dato la grazia vostra, la qual più estimo che quanti mali e beni possa o voglia mai più darmi»[190]. Che poi, oltre a quello dell’amicizia, l’Aretino potesse ricevere nell’animo altri sentimenti gentili, prova quel suo tenero amore per Perina Riccia[191]; prova la gratitudine lungamente serbata e sovente espressa a Ferraguto de Lazzara, che due volte gli aveva salva la vita; provano altri fatti di cui potrebbe farsi ricordo.

Ma la virtù sua principale fu la liberalità. «Se», scriveva egli al cardinal di Trento, «io potessi tanto dare, quanto mi è forza ricevere, il mio animo mostrerebbe quel ch’egli è, e non ciò ch’ei pare»[192]. In una lettera a Giambattista Castaldo, parlando di certo furto che gli era stato fatto, dice: «Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel ch’io ho: per ciò mai niente ho, nè averò, se non cambio vezzo: la qual cosa non è possibile, perchè io ebbi la prodigalità per dota, come la maggior parte degli uomini ha l’avarizia»[193]; e la liberalità chiamava una virtù di natura con arte[194]. A quella sua idolatrata Perina Riccia, che dei molti benefizii, e del grandissimo amore, doveva poi mostrarglisi tanto ingrata, scriveva «che il vedersi manicar l’ossa è il trionfo di una generosa natura e non d’una sontuosa boria»[195]. Dava quattrini a comari, a soldati, a bisognosi d’ogni sorta, e si scusava del poco e del tardi: persin delle vesti si privava a comodo degli amici, e rimaneva «dispogliato in casa i sei e gli otto giorni»[196]. Ad amici e protettori mandava piccoli presenti o grossi donativi, e al duca di Mantova si vantava di aver regalato per più migliaja di scudi[197]. Che assai volte egli facesse ciò con mire interessate non si può negare; ma è ingiusto dire che nol faceva per altro; è ingiusto non tener conto di quella sua prodigalità istintiva, di quelle sue inclinazioni da gran signore che abbiamo già notate, e che gli facevano dire: «A me piacciono i filosofi signorili e pieni di nobili maniere»[198]. La sua casa era un porto di mare, dove capitava ogni specie di gente, soldati male in arnese, pellegrini afflitti, letterati affamati, e ogni sorta di cavalieri erranti. E ciò è confermato dal Doni e da Scipione Ammirato. I servitori cani ci rubavano a man salva. Ad un amico che lo esortava ad essere meno prodigo e a curar meglio gl’interessi, scriveva: «Mai non sarà vero ch’io serri alle turbe quell’osteria che gli è stata aperta 18 anni»[199]. E così spese nel corso di sua vita meglio di 70,000 scudi, grossissima somma a quei tempi.

Ma non si vuole ammettere che l’Aretino potesse far cosa buona; non si vuol credere che sotto a quei panni ch’egli si procacciava col suo tristo mestiere potesse esserci un po’ di cuore. La sua generosità, dice il signor conte Giammaria Mazzuchelli, muove dalla sua ambizione[200]. Leggendo della prodigalità dell’Aretino, ci torna in mente quel marchese Alberto Malaspina, trovatore nostro, che rubava alla strada per aver modo di regalare. Ma l’Aretino fu certamente più onesto di lui. Avendo un servitore del ricco mercante Battista Vitale smarriti in sua casa 300 zecchini, egli li fece restituire prontamente, e non volle di ciò lode alcuna. Quanti, che in cospetto del mondo sono assai meno infami dell’Aretino se li sarebbero tenuti!

Non dovendo l’Aretino, secondo la sentenza dei giudici suoi, avere in sè cosa buona, bisogna che anche l’aspetto abbia del cattivo, sia rivelatore dell’interna tristizia. Dice sì l’Ammirato che difficilmente si sarebbe potuto vedere un vecchio più bello, nè più pomposamente vestito; ma, in verità, egli doveva essere un brutto vecchio, per quanto vestito pomposamente, giacchè il viso è specchio dell’anima. Ed ecco qua, per l’appunto, il ritratto dipinto da quel valentuomo del Tiziano. «Figura di lupo che cerca la preda», esclama Francesco de Sanctis. «L’incisore gli formò la cornice di pelle e gambe di lupo, e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa dell’uomo»[201]. Pare chiaro, tanto più che lo Chasles aveva già fatto prima la stessa, stessissima osservazione[202]; ma per meglio giudicare di questa somiglianza lupina bisognerebbe confrontare gli altri ritratti dell’Aretino: in quello pubblicato ultimamente dal Sinigaglia è assai più facile riconoscere il satiro che non il lupo[203]. Giova ad ogni modo notare che quello dipinto dal Tiziano non produceva nel Franco l’impressione che sembra produrre nei critici moderni. Il Franco ne parla in parecchi de’ suoi sonetti. In uno, toccando della perfetta somiglianza, dice:

Tutte le sue fattezze son ritratte Dal vero, così queste, come quelle, E gli occhi son sì veri e le mascelle, Che non somiglia tanto il latte al latte.

E in un altro, volgendosi allo stesso Tiziano:

Però ch’egli è miracolo che un atto Gli abbiate dato ch’aggia dell’onesto, E che ne paja savio e modesto, Nè mostri pur aver sempre del matto.

Onesto, savio, modesto! o dov’è il lupo?

IV.

L’Aretino parla volentieri delle proprie virtù, si chiama da sè stesso virtuoso, ed è così chiamato dagli altri. Che vuol dir ciò? È egli un ipocrita che, celando il vero suo essere, si ammanta della virtù che non ha? E quegli altri, sono essi illusi, sono ingannati, che non ben conoscono colui che lodano? Niente affatto. L’Aretino non è un ipocrita, anzi è un grande odiator degli ipocriti. Egli fa ciò che fa, naturalmente, svelatamente; mena vita sbracata e non nasconde il suo giuoco. Un ipocrita non avrebbe mai pubblicati quei sei volumi di lettere in cui egli si mostra intero, sotto tutti gli aspetti. Quanto agli altri, sapevan benissimo con chi avevan da fare. Che cosa dunque vuol dire quel virtuoso? Vuol dire che il Rinascimento s’è formato un nuovo concetto della virtù, un concetto molto diverso dal cristiano, un concetto strettamente legato alle forme e agli ideali di quella coltura. Della virtù cristiana certo si parla e si scrive in quel secolo; ma non è più che un tema retorico: tutti l’ammirano e la lodano, nessuno la pratica. Secondo quel nuovo concetto, virtuoso è chiunque raccolga in sè certa copia di pregi, di attitudini, di maestrie, buone, non a procacciare il paradiso, ma credito e riputazione nel mondo. Perciò l’avvenenza, la grazia, gli amabili portamenti, un ingegno pronto e vivace, una varia dottrina, la destrezza ne’ maneggi, ecc., saranno tutte parti dell’uomo virtuoso. E virtuoso sarà chi riesce eccellente nell’esercizio di alcuna arte, come poesia, pittura, scoltura, architettura, musica. Benvenuto Cellini è un virtuoso. In una lettera a monsignor Guidiccione l’Aretino parla della innata bontà e virtù del Molza. Virtuosi si chiamano anche oggigiorno i cantanti. Come mai non avrebbe dovuto essere un virtuoso l’Aretino?

O quanto io son venuto dicendo sin qui manca affatto di ragionevolezza, o l’Aretino non è quel pessimo scellerato che di lui si vuol fare. Ma poniamo che sia, e vediamo a quale conseguenza si giunga. Il Berni, nel suo sonetto, dice l’Aretino venuto in odio a tutti; ma non dice il vero, perchè l’Aretino ebbe, finchè visse, innumerevoli amici, e tra gl’innumerevoli moltissimi che furono e sono onore d’Italia. Ora bisognerebbe dire che tutti costoro fossero una mala gente, dacchè amavano, accarezzavano, lodavano un così tristo uomo; e cialtroni a dirittura coloro, e non eran pochi, che, come Sperone Speroni, insuperbivano di essere amati da lui; e poco men che sgualdrine le donne, spesso d’alto lignaggio, che lo ringraziavano degli sconci libri da lui ricevuti; e peggio che sgualdrina Veronica Gambara che chiamava avventurosa Angela Serena perchè da lui novellamente amata. E venendo ai protettori, con qual nome bisognerebbe chiamare quei cardinali di Santa Chiesa che lo favorivano e lo raccomandavano al papa? E come si dovrebbe giudicare Clemente VII che, poco dopo il fatto dei sonetti lussuriosi, lo creava cavalier di Rodi? Come Giulio III, che lo baciava in fronte e lo faceva cavalier di San Pietro? Come il duca di Parma, il troppo noto Pier Luigi Farnese, il quale, dopo essere stato da lui vituperato, si adoperava perchè gli dessero il cappello di cardinale? Come Paolo III, padre di esso duca e pontefice, che, per quanto si sa, non fu troppo alieno dal darglielo? Come Carlo V, che se lo faceva cavalcare a fianco, altamente onorandolo? Come la sua città natale, che gli conferiva la nobiltà e il gonfalonierato? Come, in fine, quei principi tutti che lo blandivano, lo adulavano, lo regalavano, se lo strappavano l’uno all’altro, e così facendo nutrivano la tracotanza e la malvagità sua? Non si vede che l’infamia dell’Aretino è infamia di tutti costoro? Ben lo comprese il Franco, che con impareggiabile violenza ingiuria i principi tutti che davano al suo nemico, e sopra tutti ingiuria l’imperatore.

Che pena merteria giusta e spedita Quel principe gaglioffo che con doni Contra le leggi gli mantien la vita?

grida egli in uno de’ suoi sonetti. E in un altro:

Se tra voi chi è il più goffo è il più divino, E se nell’ignoranza fate i calli, Che gran cosa se date all’Aretino?

I protettori son degni in tutto del protetto. E in verità, di chi s’ha a stimare più vergognoso il procedere, dell’Aretino, che, dopo averlo vituperato, chiedeva scusa a Clemente VII, o di Clemente VII che, dopo quei vituperii, mandava all’Aretino un onorifico breve? E chi più tristo, l’Aretino che vendeva i servigi e le lodi al duca di Mantova, o il duca di Mantova, che impermalito di non so che, minacciava l’Aretino di farlo ammazzare? Ha ragione dunque il Franco quando, in un terzo sonetto, uscendo dai gangheri, esclama:

O sacre maestà, ch’oggi tenete Il mondo in mano, o principi preclari, O becchi svergognati quanti sete!

Di questo dilemma non s’esce: o l’Aretino è migliore della sua fama, o della sua infamia sono partecipi infiniti; e in tal caso non c’è ragione di tirar lui solo fuori del mazzo.

V.

Abbiamo considerato l’Aretino sotto l’aspetto morale; consideriamolo ora sotto l’aspetto letterario. Cerchiamo in lui lo scrittore, vediamo qual sia, e che giudizio si meriti.

Non ho bisogno di dire che anche per questa parte abbondano i dispregi e i biasimi dei critici, e che scarso è il numero di quelli a cui gli scritti dell’Aretino non pajano a dirittura una vergogna della letteratura italiana, e ciò indipendentemente dalla disonestà e perversità loro. Non ci curiamo di questi giudizii, che troppo tempo vorrebbero ad essere ricordati ed esaminati, e procuriamo di formarci in materia un concetto proprio, e, se possibile, giusto.

Chiameremo noi, col Sinigalia, Pietro Aretino un grande uomo? Sarebbe invero abusar troppo delle parole. Supposto pure che le facoltà del grand’uomo le avesse, egli era talmente inviluppato in interessi e maneggi di bassa lega, che male avrebbero quelle potuto operare e recar frutto. E poi, queste facoltà superlative, egli non le aveva, e, checchè paja dire in contrario egli stesso, sapeva di non averle. Il suo ingegno era un ingegno pronto ed accorto, ma mancava di elevatezza. Non era in lui quella veduta larga dello spirito che abbraccia nella loro interezza le cose, nè quella fruttifera curiosità che spinge alla speculazione o all’indagine. Dice egli stesso che non cercava di conoscere ciò che è occulto o troppo alto[204]; e in più lettere sue si ride di coloro che logorano il cervello dietro al perchè delle cose. Odiava i pensieri che affaticano e turbano, e però accettava la fede comune e tradizionale, il confessore e le pratiche d’uso, protestando di non volersi immischiare in certe dispute arruffate, riparandosi dietro il nome di Cristo, non come un fervido credente, ma come uno che voglia togliersi d’imbarazzo, e non avere a rispondere di nulla, dicendo a chi gli dà noja: ecco qua il padrone e il maestro, vedetevela con lui. I riformatori e gli eretici gli davano ombra al par dei filosofi: odiava dello stess’odio Platone e Lutero.

A questo proposito mi sembra opportuna una osservazione. L’Aretino fu reputato, non solo eretico, ma anche ateo, e la prova del suo ateismo fu cercata principalmente nei suoi costumi e nelle sue azioni. Ma se in nessun tempo la vita prova a rigore le dottrine, meno che in ogni altro tempo le prova nel Cinquecento. In quel secolo si poteva credere, non dirò ferventemente, ma sinceramente, e vivere del resto come quel porcus de grege Epicuri di cui parla Orazio. La famosa dottrina immaginata dai gesuiti per conciliare con la devozione la vita mondana, dottrina che procacciò loro tanto favore e tanta potenza, si trova applicata di fatto nell’Italia del Cinquecento assai prima che i gesuiti se ne facessero campioni e maestri.

Poco atto agli alti voli, chiuso alle idee trascendenti ed astruse, l’ingegno dell’Aretino, ingegno essenzialmente pratico, si trova a suo agio nel mondo della realtà immediata, fra le cose e gli uomini che gli sono cogniti e famigliari. Quivi esso si muove con mirabile agevolezza e si mostra dotato di grande perspicacità. L’Aretino conosce a fondo il suo tempo, e questa conoscenza spiega in gran parte i suoi successi.

Indicata la qualità dell’ingegno, vediamo ora alcune idee che l’Aretino aveva in fatto di letteratura, e propugnava con calore; poi daremo una rapida occhiata alle opere.

L’Aretino aveva, com’è noto, pochissimi studii, e l’accusa d’ignoranza non fu certo una di quelle ch’egli udì farsi meno frequentemente. Ma lungi dal vergognarsene, se ne teneva, cercando anche in ciò una prova della felicità del suo ingegno.

Vivendo in un secolo in cui si pretendeva supplir con lo studio a ogni mancamento di natura, e in cui poeti formati sui libri credevano poter emulare Omero ed Orazio solo perchè avevano Orazio ed Omero a mente, egli si mostrò sempre avverso allo studio insistente, pedantesco, che toglie altrui il senso vivo e diretto delle cose, e crea nello studioso una coscienza tutta artificiale, ed estranea al mondo cui quegli appartiene. «Il soverchio de lo studio», scriveva all’amicissimo suo Agostino Ricchi, «procrea errore, confusione, maninconia, colera e sazietà», e raccomandava gli ozii opportuni, dicendo: «Non si sa egli, che le vacazioni sono il giardino in cui si ricrea il vigore de lo intelletto?»[205]. Dava alla natura assai più importanza che non allo studio, giacchè, diceva, «dalla culla e non dalla scola deriva l’eccellenza di qualunque ingegno mai fusse»[206]. Sentiva che nel genio c’è qualche cosa di spontaneo e d’inconsapevole, di dato e non fatto, che appunto è uno dei caratteri suoi più notabili. Diceva che i poeti da senno «si ragguagliano a i fonti, i quali scaturiscono l’acque vive, limpide e dolci, non sapendo perchè, nè in che modo»[207]. Ottima sentenza, ma assai dura a quei poeti senza numero che vivevano truffando i mezzi versi, e i versi interi, ai classici, o al Petrarca. Affermava inoltre l’artificio vero esser quello «che nasce dal naturalmente vivace in la penna, e non quello che si ritrae dallo studio ne i libri»[208]. Non già che alla natura dèsse tutto il merito, e nulla stimasse lo studio e l’esercizio. Nelle sue lettere lodava spesso chi attendeva a studiar con impegno, e ad un giovane, Antonio Gallo, scriveva: «Sappiate pure che la natura senza la esercitazione è un seme chiuso nel cartoccio, e l’arte senza lei è niente»[209]. Ad ogni modo val più assai un buon ingegno naturale, cui manchi lo studio, che non un povero ingegno infarcito di dottrina, giacchè il giudicio è figliuolo de la natura e padre de l’arte, «e il litterato, che ne è privo, può simigliarsi a un armario pien di libri»[210]. Certo, così dicendo, l’Aretino faceva un po’ il Cicero pro domo sua, ma non è men vero che diceva bene, e che non sarebbe agevole trovare in quel secolo chi dica altrettanto in modo così chiaro e reciso.

Notes in this chapter

Note 1 · Storia della letteratura italiana, 3ª edizione, Napoli, 1879, vol. II, p. 127.Note 2 · Lezioni di letteratura italiana, 9ª edizione, Napoli, 1883, vol. II, p. 176.Note 3 · Francesco Berni, Firenze, 1881.Note 4 · Saggio di uno studio su Pietro Aretino, Roma, 1882. Nell’Avvertenza l’autore promette un più largo lavoro, che, sino ad ora, non è comparso.Note 5 · Lettere, ediz. di Parigi, 1609, vol. I, ff. 76, 82 sg., 85, 99, 162, ecc.Note 6 · Op. cit., pp. 240-2, 259-60.Note 7 · La vita di Pietro Aretino, Padova, 1741, pp. 1 sgg.Note 8 · Dell’istoria della volgar poesia, Venezia, 1730, vol. IV, p. 44.Note 9 · La famiglia di Pietro Aretino, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. IV, pp. 361-88.Note 10 · Lettere, vol. IV, ff. 269-72.Note 11 · Atto I, sc. 4.Note 12 · Baschet, Documenti inediti su Pietro Aretino, in Archivio storico italiano, serie III, t. III, parte 2ª.Note 13 · Vedi Campori, Pietro Aretino ed Ercole II duca di Ferrara, in Atti e memorie delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., voNote 14 · Vedi la Vita del Doni scritta dal Bongi, e preposta ai Marmi di esso Doni ripubblicati dal Fanfani, Firenze, 1863, vol. I, p. LVI.Note 15 · Epistolarum seu sermonum libri VI, Parigi, 1585, p. 305.Note 16 · Oreste Gamurrini, Pietro Aretino e i suoi tempi, estratto dal giornale Il Fanfani, anno I, Firenze, 1882, pp. 12-3; Sinigaglia, Op. cit., p.Note 17 · Le satire alla berniesca, Torino, 1549. Capitolo Della Corte.Note 18 · Rime, Perugia, 1770, p. 295.Note 19 · Rime di Francesco Coppetta ed altri poeti perugini, scelte da G. Vincioli, t. I, Perugia, 1720, p. 284.Note 20 · La Piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, Discorso LXII, p. 530.Note 21 · Dialoghi, Venezia, 1562, p. 274.Note 22 · Stanze, 10.Note 23 · Sansovino, Sette libri di satire, Venezia, 1560, f. 188 v.Note 24 · Ha molta somiglianza con questa dell’Alamanni una satira di Mathurin Regnier sullo stesso argomento. Non ho bisogno di avvertire che biasimiNote 25 · Satira Al fratello Galasso.Note 26 · Atto II, sc. 6.Note 27 · Rime edite ed inedite per cura di A. Cappelli e S. Ferrari, Livorno, 1884, p. 80. Veggasi inoltre sopra il tinello: Bandello, Novelle, parteNote 28 · Lettere, vol. I, f. 17 v.Note 29 · Lettere, vol. I, f. 34 v.Note 30 · Lettere, vol. I, f. 199 r.Note 31 · Lettere, vol. I, f. 85 r. Vero è che molti anni dopo il Franco scriveva in uno dei sonetti contro l’Aretino: Muojon di fame, e per l’Italia Note 32 · Lettere, vol. I, f. 33 r.Note 33 · Lettere, vol. IV, f. 131 r.Note 34 · Lettere, vol. I, f. 264 r.Note 35 · Lettere, vol. III, f. 225 r.Note 36 · Capitolo Della poesia.Note 37 · Opere, ediz. di Venezia, 1740, vol. I, pp. 220-1.Note 38 · Vedi Cappelli, Pietro Aretino e una sua lettera inedita a Francesco I re di Francia, in Atti e mem. delle rr. Deput. di st. patria per le prNote 39 · Lettere di diversi eccellentissimi uomini raccolte dal Dolce, vol. I, Venezia, 1559, p. 227.Note 40 · Atto V, sc. 12.Note 41 · La Scolastica, atto III, sc. 4. Vedi anche ciò che l’Ariosto dice agli spettatori nel Prologo dei Suppositi, e cfr. la sua satira A Pietro BNote 42 · Sul Genesi, XIX, 4, 5.Note 43 · Vita Leonis X, l. IV.Note 44 · Le rime burlesche edite e inedite di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, per cura di Carlo Verzone, Firenze, 1882, pp. 336, 515. Vedi anNote 45 · La Cortegiana, atto I, sc. 22; Il Marescalco, atto II, sc. 4 e sc. 11. Vedi pure ciò che l’Aretino dice della sorte che toccava ai paggi, RaNote 46 · Les vies des dames galantes, ediz. di Leida, 1722, vol. I, p. 216.Note 47 · Op. cit., disc. LXXIX, p. 622.Note 48 · Vita, l. II, c. 29.Note 49 · Vedi il capitolo Sopra un garzone.Note 50 · Vedi anche ciò che dice nel capitolo Alli signori abati. Cfr. l’Orlando innamorato rifatto da lui, l. III, c. 9.Note 51 · Vedi Le rime di Michelangelo Buonarroti, cavate dagli autografi e pubblicate da C. Guasti, Firenze, 1863, pp. 5-21, 26, 162.Note 52 · Vedi Solerti, Anche Torquato Tasso? nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 431-40.Note 53 · Capitolo Delle campane.Note 54 · Veggasi pure nel rarissimo volume intitolato Poesie da fuoco di diversi autori, Lucerna, 1651, una certa Persuasiva efficace, ecc.Note 55 · Lo Ipocrito, Prologo.Note 56 · Galliccioli, Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche, Venezia, 1795, vol. I, p. 260; Gamba, Serie degli scritti impressi in Note 57 · Molte notizie concernenti il vizio in Venezia si hanno nel volume Leggi e memorie venete sulla prostituzione sino alla caduta della RepubbliNote 58 · Mutinelli, Storia arcana ed aneddottica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 50.Note 59 · Mutinelli, Op. cit., p. 121. Vedi per altre notizie Corradi, Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del QNote 60 · Novelle, parte I, nov. 6 e nov. 30. Vedi pare la novella 13 delle Porretane di Sabadino degli Arienti.Note 61 · Il Canello, in quel suo ingegnoso capitolo sulla Vita privata del Cinquecento, che è il secondo della Storia della letteratura italiana del Note 62 · Lettere, vol. I, f. 85 v.Note 63 · Giovanni Burchard descrive la seguente mascherata fatta in Roma nel decembre del 1502 (Diarium sive rerum urbanarum commentarii, ediz. di PaNote 64 · Bernardino Arelio parla di una Puttana errante e la sua lettera è del 17 d’ottobre del 1531. Il poema del Veniero venne fuori appunto in queNote 65 · Qui mi bisogna intrattener di me, per un istante il lettore. Il sig. Carlo Dejob, nel suo recente libro De l’influence du Concile de Trente Note 66 · Vedi un documento di vivo e delicato amor paterno nella lettera a Sebastiano del Piombo, vol. I, f. 114 v.Note 67 · Vedi G. Lafenestre, La vie et l’œuvre de Titien, Parigi, (1886), pp. 124-6.Note 68 · Lettere, vol. IV, f. 184 v.Note 69 · Lettere, vol. I, f. 42 v.Note 70 · Lettere, vol. I, f. 56 v.Note 71 · Lettere, vol. II, f. 33 r.Note 72 · Lettere scritte a Pietro Aretino emendate per cura di Teodorico Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, parte I, p. 319.Note 73 · Vedi nella Nuova Antologia, serie II, t. LIII, uno scritto del Panzacchi dal titolo Pietro Aretino innamorato.Note 74 · Lettere, vol. I, f. 33 r.Note 75 · Lettere, vol. I, f. 81 r.Note 76 · Lettere, vol. I, f. 86 v.Note 77 · Lettere, vol. I, f. 145 r.Note 78 · Lettere, vol. I, f. 21 v.Note 79 · Ciò si rileva da una lettera inedita che è nell’archivio di Mantova. Sinigaglia, Op. cit., p. 101.Note 80 · Lettere, vol. I, f. 204 r.Note 81 · Lettere, vol. III, f. 340 r.Note 82 · Op. cit., p. 127.Note 83 · Op. cit., vol. II, p. 127.Note 84 · Études sur W. Shakspeare, Marie Stuart et l’Arétin, Parigi, 1851, p. 387.Note 85 · Il Sinigaglia di questo ritratto non dice altro, se non che appartenne già ad un signor Carovana di Firenze.Note 86 · Lettere, vol. I, f. 279 v., 280 r.Note 87 · Lettere, vol. II, f. 36 r.Note 88 · Lettere, vol. IV, f. 161 r.Note 89 · Lettere, vol. V, f. 299 r.Note 90 · Lettere, vol. V, f. 320 r.Note 91 · Lettere, vol. I, f. 136 r.Note 92 · Lettere, vol. I, f. 247 r.
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