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Attraverso il Cinquecento

UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO (continued 2)

Reading edition

Sia dunque liberale; usi a lui quella cortesia che usata nulla toglie a lei di pregio, e si ricatti coi vagheggini di professione, coi vecchi sfreddati, coi frati, che araffano alle badie le migliaja di ducati, co’ monsignori, che vanno dietro a ogni cosa disonesta.

II.

La Veronica ebbe, come parrà naturale ad ognuno, moltissimi amori, anzi direi, tra piccoli e grandi, tra finti e sinceri, tra quelli che durarono un giorno e quelli che durarono forse più anni, innumerevoli. Dei più s’è certo perduta ogni traccia; ma di parecchi la traccia è rimasta, e qualche cosa più che la traccia.

I capitoli che compongono il libro di versi della cortigiana veneziana non sono, come ho già accennato, tutti suoi; sopra venticinque, sette appartengono a incerto autore, secondo è detto nella intitolazione, e tutti e sette sono documenti di un amore del quale la Veronica è l’obbietto. Dico di un amore, e dovrei forse dire di più amori, perchè non si sa se tutti quei capitoli sieno opera di uno spasimante solo, o di parecchi. Io, confrontandoli tra loro, e con le risposte che ad essi fa la donna, inclinerei a crederli opera di parecchi, per lo meno di due. Ma chi erano costoro? Di uno forse si può avere notizia. In una copia delle Terze rime già posseduta dalla Biblioteca Marciana, e passata poi in quella del conte Leopoldo Ferri, Padovano, il primo capitolo recava in testa il nome di quel Marco Veniero di cui si leggono alcuni sonetti nella Raccolta dell’Atanagi e di cui altre rime giacciono inedite. Marco Foscarini, in una sua Bibliografia veneziana tuttora manoscritta, fa questa congettura: che i primi fogli del libro fossero tirati sotto il nome di Marco Veniero; che questi, patrizio dei più reputati di Venezia, saputa la cosa, non volesse pubblicata al mondo un’amicizia che gli faceva poco onore; che perciò il nome suo fu tolto da tutte le copie che già non erano state distribuite, e non soltanto il suo, ma quello ancora degli autori degli altri capitoli, che, anche secondo la opinione del Foscarini, furono parecchi. Questa congettura è, se si vuole, molto onesta, ma altrettanto improbabile; e a dimostrarla tale basta ricordare che nessuno in quel secolo si vergognava di avere amicizia con cortigiane, e di tessere e pubblicare versi in lor lode; e che essendo il libro delle Terze rime dedicato con tanto di lettera al serenissimo signor Duca di Mantova e di Monferrato, il quale era allora Guglielmo, figlio di Federico Gonzaga e di Margherita Paleologa, il patrizio Marco, e gli altri patrizii o non patrizii autori dei capitoli, non potevano ragionevolmente vergognarsi di vederci stampati dentro i nomi loro dopo quello del serenissimo signor Duca.

Le ragioni della soppressione del nome, o dei nomi, saranno state altre, che ora ci sfuggono, e che poco del resto c’importa d’andar rintracciando, dacchè gli è pur certo che il primo amatore che compare nel libro (nel libro, s’intenda bene) è Marco Veniero. Basterà rammentare, così di passata, che in cotesto mondo cortigianesco le bizze e i dispetti erano molto frequenti, e che gli amici sfegatati di oggi potevano essere i nemici o gli indifferenti di domani[509].

Ora, nel capitolo I, messer Marco Veniero si mostra fortemente innamorato della bella Veronica, manifesta un caldissimo desiderio di possederla, si lagna molto dell’asprezza, rigidezza e fierezza di lei. La bella Veronica risponde con un altro capitolo, e il linguaggio ch’ell’usa è in molte parti così perplesso e sibillino che non si capisce a che conclusione la voglia venire. Se ella potesse assicurarsi del cuore di colui che affetto così smisurato le dimostra a parole, non farebbe già tanto la spietata e la schiva. Ma come assicurarsene? Non vorrebbe apparir troppo semplice e sciocca, dando fede a sospiri e a promesse che dissipa il vento. Perchè, se innamorato davvero, non si discopre egli con effetti? Ella vuole certezza dell’amor di lui con altro che con lodi; vuole meno lodi e più fatti, vuole i frutti e non le fronde. Pensa egli forse ch’ella sia avida? Si tolga questa opinion dalla testa. Cauta ella vuol essere, se non casta. Non chiede oro nè argento.

Perchè si disconvien troppo al decoro Di chi non sia più che venal, far patto Con uom gentil per trarne anche un tesoro. Di mia profession non è tal atto; Ma ben fuor di parole io ’l dico chiaro Voglio veder il vostro amor nel fatto.

Egli sa che cosa è a lei più cara; però non le neghi l’opera sua, chè ella delle virtù s’innamora. Ciò ch’ella chiede costa a lui poca fatica, e se ricusa, ciò prova che il suo amore è bugiardo. Se invece acconsente,

Dal merto la mercè non fia discosta;

ella amerà lui quant’egli lei, giacchè

chi si sente amato da dovero Convien l’amante suo ridamar poi.

Ella gli darà tal premio che pareggi la speranza col desiderio:

Certe proprietadi in me nascose Vi scovrirò d’infinita dolcezza, Che prosa o verso altrui mai non espose[510].

Se il povero messer Marco riuscì a capire che diamine di negozio fosse il fatto che tanto premeva alla Veronica fu bravo davvero; a me, dico schietto, non riesce di capirlo, e temo che i miei lettori non lo capiranno meglio di me.

Ma non si creda che la Veronica parlasse di solito un linguaggio così incerto ed oscuro, chè anzi usava di parlar schietto e chiaro. Il capitolo III è scritto da lei, assente allora da Venezia, a un altro incognito amante, rimasto colà a sospirarla. Tutta questa poesia è assai garbata e disinvolta, e spira affetto delicato e sincero. Non voglio già dire con questo che tale affetto fosse veramente nell’animo dell’autrice. La quale scrive al suo dolce, gentile e valoroso amante, che il vivere senza di lui le è crudel morte, e che non divisi con lui le son tormenti i piaceri. Si sente struggere e morire; rimpiange il fortunato nido, e mentre la gelosia le serpeggia per l’ossa e la va consumando a poco a poco, ella non vive se non della speranza di presto rivederlo nel dolce loco. Affretta col desiderio il giorno beato che riunirà l’una all’altro:

Subito giunta a la bramata stanza, M’inchinerò con le ginocchia in terra Al mio Apollo in scienzia ed in sembianza: E da lui vinta in amorosa guerra, Seguirol di timor con alma cassa, Per la via del valor, ond’ei non erra. Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa, In sopportar gli affanni, e in fedeltate Ogni altro più fedel dietro si lassa. Ben vi ristorerò de le passate Noje, Signor, per quanto è ’l poter mio, Giungendo a voi piacer, a me bontate. Troncando a me ’l martir, a voi ’l desio.

Tutto ciò, non può negarsi, è detto ingegnosamente e con retto senso della misura; nella stessa sensualità non celata, nulla può notarsi di eccessivo, nulla di volgare. Dico che la poesia è disinvolta e garbata e spira affetto delicato e sincero, sebbene non vi manchino le gale, gli orpelli, gli sdilinquimenti che il gusto de’ tempi portava e voleva; l’eco, che mossa a pietà risponde ai dolorosi lai, il sole che si ferma a mezzo il cielo, intento alle amorose querele, Progne e Filomela che si lamentano, le tigri che piangono, le fresche rose i candidi gigli e l’umili viole che inaridiscono al vento dei cocenti sospiri, le pietre stesse che lacrimano, ecc. ecc.

L’amante adorato, l’Apollo in iscienza e in sembianza, risponde nel capitolo IV. Egli afferma, non solo che l’amor suo è molto maggiore dell’amor di lei, il che è di buono stile amoroso, e, direi, di prammatica; ma ancora che il valore suo proprio è poca cosa rispetto al valore di lei, di lei cui ’l Ciel tant’ama e ’l mondo onora. Le rimprovera, ciò nondimeno, la dipartita, e l’assenza all’amor suo troppo lunga. Egli pregò e pianse perchè rimanesse, ma invano: più che il suo, valse l’altrui rispetto, ed ella si partì, lasciandolo solo in solitario tetto. Se ora è pentita, egli del pentimento ha consolazione. Torni quanto più presto può, chè egli altro non brama e non chiede che esserle vicino, e voglia Amore misericordioso adeguare la grande diseguaglianza che è tra lei e lui. Così, nel secolo XVI, si scriveva alle cortigiane illustri.

Noi non intenderemmo gran che di quei rispetti, di quei rimproveri e di quei pentimenti, se la Veronica stessa non si fosse data cura di chiarire il mistero nel capitolo seguente, che è il quinto, capitolo che sarebbe difficile accordare in ogni sua parte col terzo, quando pure volessimo prenderci cotal briga, e dove son cose che non ci saremmo aspettate.

La Veronica dice al suo fedele innamorato:

Signor, la virtù vostra, e ’l gran valore, E l’eloquenzia fu di tal potere, Che d’altrui man m’ha liberato il core. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quel ch’amai più, più mi torna in dispetto, Nè stimo più beltà caduca e frale, E mi pento che già n’ebbi diletto.

Anzi che amare quell’altro, ombra mortale, ella avrebbe dovuto amar lui, solamente lui,

Pien di virtù infinita ed immortale.

Confessa il suo fallo, e promette solennemente di mandare in avvenire per la virtù la beltà in bando. Conchiude dicendo:

Per la vostra virtù languisco e pero, Disciolto ’l cor da quell’empia catena, Onde mi avvolse il Dio picciolo arciero: Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena.

Da tutto ciò si ricava che la Veronica aveva in Venezia un amante fisso (non dico già che non ne avesse anche altri di fissi) col quale forse coabitava, se, partita lei, egli rimaneva solo in solitario tetto. Si ricava inoltre che la Veronica ebbe un bel giorno un amorazzo, o un capriccio, e che trascinata dalla subita passione (se pur non era interesse) piantò lì l’amante consueto, e se ne andò col nuovo fuori di Venezia; che l’amante nuovo era bello; che il vecchio non era bello (o perchè allora lo chiama Apollo in sembianza?) ma virtuoso, anzi pieno di virtù infinita; che la Veronica presto si stancò dell’amor nuovo, o non ci trovò quello che contava trovarci, e, pentita, tornò all’antico. Di che sorta fossero le virtù dell’amante vecchio non dice; ma non si esclude che potesse avere molti quattrini e li spendesse volentieri. L’ultimo verso:

Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena,

getta un po’ d’incertezza sulla natura dell’amore della Veronica, e poco s’accorda coi versi appassionati di cui abbonda il capitolo terzo; ma l’amante, che esso doveva consolare e rassicurare, era, come si può intendere, una buona pasta d’uomo. Rispondendo a sua volta, egli lodava l’amica dell’onesto e saggio proposito, si confessava spoglio di quelle virtù che veramente avrebbero potuto meritargli l’amor di lei, ma affermava indirettamente d’essere uomo che ’l falso aborre, segue il vero. Se non avesse avuto altro, bisognerebbe ammirare, più che la sua, la virtù della buona Veronica.

Questo amore non avrà acceso nel cuor di lei grandi vampe; ma avremmo torto noi se, per ciò solo che molte volte l’amor suo fu mentito, la credessimo incapace di amore, e dicessimo ch’ella non amò mai. Se badassimo anzi alle sue parole dovremmo credere ch’ell’era sempre innamorata, e qualche volta a suo dispetto. Non è vero che ella viva, come altri pretende,

d’amor libera e franca Non colta al laccio, o punta a i dardi suoi:

solo, dice, vorrei

Che innamorar convenendomi pure Fosse ’l farlo secondo i pensier miei. Chè, se libere in ciò fosser mie cure Tal odierei ch’adoro; e tal ch’io sdegno. Con voglie seguirei salde e mature[511].

Afferma d’innamorarsi facilmente, e con ciò viene a confessare di non essere troppo costante. Tra gli amori di cui ella ragiona, sia nei capitoli, sia nelle lettere, alcuno ve n’ha degno di particolare ricordo. Tale è quello che ella diceva di portare ad uom gentile a maraviglia, amore che le confondeva la vita e le toglieva il core. L’amante se n’era andato fuor di Venezia a passar le feste di Pasqua, e sebbene le scrivesse spesso e affettuosamente, ella viveva in tanto cruccio, e con tanto martello, che non poteva aver bene di sè. La descrizione di queste pene amorose è fatta con molta vivezza, e, salvo le esagerazioni di rigore, non senza accento di verità[512]. Tale è l’altro, di cui fu presa per uomo di gentil sangue e di chiara fama, un qualche patrizio veneto forse. Ella è ancora ne’ suoi verdi anni; l’amor che la soggioga appassionato, prepotente. Di giorno e di notte, sotto la pioggia e il sereno, ella si va aggirando intorno alla casa di lui, molto discosta dalla casa di lei, volge gli occhi ai balconi, i preghi a l’ostinate porte, bacia la fredda soglia, e ode dirsi dal portinajo, cui i cani hanno svegliato, che il signore non dorme in casa, ma passa con altra donna le notti. Scongiura il crudele di muoversi a pietà di lei, che si strugge in pianto, ormai più morta che viva; lo scongiura, non tanto per alcun merito che sia in lei, quanto per l’amore sviscerato ch’ella gli porta, e più ancora per la gentilezza che è in lui, e perchè altri non lo accusi di averla col suo disprezzo uccisa ingiustamente. L’alta virtù che è in voi, ella dice,

L’animo di piegarvi abbia possanza. Sì che in tanto penar mi concediate Alcun sostegno di gentil speranza.

Un po’ d’amore, chè molto non chiede, offuschi agli occhi suoi e celi quelle parti che ella ha in sè meno degne di lui;

Nè anch’io d’orsa, che ’n cieco antro si chiuda Nacqui, nè l’erbe stesa mi nudriro, Come vil bestia in su la terra ignuda; Ma tai del mio buon seme effetti usciro Ch’alcun non ha da recarsi ad oltraggio, Se del suo amor io lagrimo e sospiro.

La strazia la gelosia; il pensiero che un’altra donna fruisca di ciò che ella disperatamente brama, e si rida di lei, la uccide[513]. Sperando di vincere la furiosa passione, o di trovare almeno alcun refrigerio a’ suoi mali, ella si allontana da Venezia, e si ritrae in luogo campestre, dove con le valli apriche, d’aura e d’odor piene, alternano colline ridenti, e selve ombrose, rallegrate le une e le altre da fonti fresche e cristalline, da dilettoso canto di uccelli, da quanto seppero comporre insieme la natura e l’arte. Ma quei luoghi amenissimi sono a lei, lontana dalla sua Venezia e da colui che adora, deserti alpestri e strani. L’amor suo focoso non si ammorza in quella solitudine, anzi divampa più violento. Come già l’errabondo Petrarca vedeva Laura nei sassi e nei tronchi, così ella ora il suo amante. Tutto in quella vita dei campi la fa risovvenire dell’amor suo. Se vede due uccelletti posarsi cantando sul medesimo ramo,

Con quel desio ch’amor dolce al cor preme;

se vede uscir da un antro, accompagnate insieme, due damme snelle, sente più acuto nelle carni e nell’animo lo strazio del desiderio non soddisfatto, dell’amore non corrisposto. Oh, umana stoltezza, ella esclama, che ai desiderii d’amor fai

Così continua, abominosa guerra,

mentre l’amore è liberamente largito dalla Natura agli esseri tutti! Stolti ritegni, e dolorosi contrasti, più che agli uomini, dannosi alle donne, la cui tenera indole può meno resistere ai furibondi assalti d’amore!

Picciol aura conturba la tranquilla Feminil mente, e di tepido foco L’alma semplice nostra arde e sfavilla. E quanto avem di libertà più poco, Tanto ’l cieco desir che ne desvia, Di penetrarne al cor ritrova loco; Sì che ne muor la donna, o fuor di via Esce de la comun nostra strettezza, E per picciolo error forte travia[514].

Ma di un altro amore è ricordo in quei versi, più notabile, più strano di questo. La Veronica, non sappiamo quando, s’innamorò di un uomo di molta prestanza e di chiara virtù, il quale, per quanto se ne può intendere, doveva essere ecclesiastico e predicatore di grido.

Di molta gente nel comun concorso Quante volte vi vidi, e v’ascoltai, E dal bel vostro sguardo ebbi soccorso! E se ben il mio amor non vi mostrai, O che ’l faceste a caso, o per qual sia Altra ragion, benigno vi trovai. Per ch’ora in una, ed ora in altra via Di devoto parlar con atto umano Volgeste a me la fronte umile e pia; E nel contar il ben del ciel sovrano V’affisaste a guardarmi, e mi stendeste Or larghe, or giunte, l’una e l’altra mano.

Ma il bell’incognito lasciò Venezia, e se n’andò, forse missionario, forse vescovo, in remoto paese, fra genti straniere, e il tempo e la lontananza guarirono lei. Passati molt’anni, egli torna, ed ella lo rivede, ma assai mutato da quel di prima. Non trova più in lui il divino angelico sembiante, che innamorava i cuori più duri; egli è incanutito e quasi vecchio, sebbene ancora in viril robusta etate. L’amor della donna, che mai non fu appagato, si muta in dolce e forte amicizia. Egli sta per assentarsi di bel nuovo da Venezia: non isdegni la sincera e affettuosa devozione di lei, non la dimentichi; le scriva talvolta, le mandi alcuna opera sua: ella gli scriverà molto spesso:

Il vostro ajuto di lontan sospiro Con occhi lagrimosi e fronte bassa.

Egli, che è salito tant’alto, le porga la mano, ajuti a salire anche lei[515]. Respira e sospira in tutto il capitolo un’anima bisognosa di guida e di conforto: la Veronica non doveva essere più ormai troppo giovine, e s’accostava passo passo al ravvedimento.

Negli altri capitoli, e nelle lettere, sono altri amori, quando narrati, quando accennati soltanto, gli uni felici, gli altri infelici, per gli spasimanti, o per lei. Un gentiluomo s’innamora perdutamente, vedutala appena. Saputo ciò, ella si dichiara disposta a dargli in ogni maniera a lei possibile ciascun segno di benevola corrispondenza, e gli manda intanto copia di una sua raccolta di sonetti[516]. Ella ha lette a sua volta le rare ed eccellenti opere di un altro adoratore[517]. Con un gentiluomo, che la sollecitava mediante una fedele e diligentissima messaggiera, si scusa di non poter appagare i suoi voti, non essendo padrona del proprio arbitrio[518], e respinge un amator tracotante, che vuol violentare il cuore di lei. Per sottrarsi alla importunità di un altro, o, com’ella dice, per non mostrarsi ingrata all’amore che le si portava, lascia Venezia a mezzo il verno e se ne va a Verona[519]. Offesa da un amante, si pente del proprio amore e lo sbandisce dall’animo[520]. Fa morir più d’uno di gelosia, ma anch’ella sente il morso della velenosa passione: rimprovera a un infedele di limar versi in lode di altra donna[521], e contro questa, o contro altra rivale, compone una elegia, che, per rispetto di un protettor di colei, non vuol far pubblica[522]. Accusata da un amante, lo accusa a sua volta, e lo sfida a qual gara gli piaccia meglio, o di armi, o d’amore[523].

Certo, gli è impossibile sceverare in tutto ciò il vero dal falso e la finzione interessata dalla finzione meramente poetica. In quel secolo uomini e donne dovevano, per legge comune di cortigianesca eleganza, spasimare, o fingere di spasimare d’amore. Ma i numerosi amori in cui la Veronica si dice invescata, o in cui mostra invescati gli altri, sono, nella varietà dell’indole loro e del grado, tutti verosimili, e parecchi sono più che probabili. E se i più non si lasciarono dietro se non rime querule e sospirose, alcuni lasciarono ben altro. La Veronica stessa ebbe a confessare nel 1580, davanti al Tribunale del Sant’Uffizio (vedremo or ora in quale occasione) d’aver partorito sei volte, e nel 1580 ella non aveva più di trentaquattro anni. Sin dal 1564, come s’è visto, un messer Jacopo de’ Baballi l’aveva resa madre, a quanto ella credeva, senza però potersene tenere in tutto sicura[524]. Un altro figliuolo ebbe con Andrea Tron, gentiluomo[525], e un terzo con Guido Antonio Pizzamano, uomo ammogliato, che teneva l’officio di Ragionato degli Avvogadori Fiscali, e che fu processato nel 1572 dal Sant’Uffizio, perchè, d’accordo con la moglie, teneva in casa per concubina una monaca, Camilla Rota, fuggita dal monastero dello Spirito Santo. Degli altri tre figliuoli, e dei possibili padri loro, non sappiamo nulla, e forse, per quanto spetta ai padri, non ne sapeva nulla nemmeno la Veronica[526]. Dice pure di lei uno dei soliti ammiratori che

dovunque saettando colse Col doppio sol di quei celesti lumi, A sè gran copia d’amadori accolse[527].

Alcun altro di questi innumerevoli ci capiterà quanto prima dinanzi.

III.

La Veronica aveva, in Venezia e fuori di Venezia, molti amici, e sapeva tenerseli cari. Scriveva loro frequenti lettere, e di quelle che riceveva da loro mostrava grande allegrezza, lagnandosi, s’erano troppo rade, o troppo brevi. Lodava chi le pareva meritevole di lode[528], rimproverava chi le pareva avesse meritato rimprovero[529]; confortava con buone parole gli ammalati e gli afflitti[530]; chiedeva ajuto e favore nei bisogni proprii o di altri[531], ma si offeriva pure assai volentieri per quanto era da lei; anzi si doleva di chi non si prendeva con lei quella sicurtà che l’amicizia consente[532]. In una di quelle sue lettere ringrazia un amico d’aver beneficato, dietro raccomandazion sua, un pover uomo che aveva moglie e tre creaturine[533]. Mandava agli amici i suoi componimenti, e riceveva i loro[534]. Assicurava molti dell’amor suo; diceva di ricordarsi sempre di loro, e così li pregava di volersi ricordare di lei: se lontani, diceva di nulla desiderare così vivamente come di rivederli.

Tra gli amici sembra contasse anche qualche amica, e non certo della sua condizione. La lettera terza è a una signora illustre, la quale, potendo comandare alla Veronica, l’aveva pregata di non sappiamo qual servigio o favore. La XVI è scritta a una gentildonna, i cui grandi avoli avevano acquistato fama con atti egregi. La Veronica si congratula con lei che felicemente ha partorito un bel maschio, e alla madre, al padre, al bambino fa gli augurii più lieti.

Gli amici, generalmente parlando, le si addimostravano affezionati e premurosi: la consolavano nelle sue afflizioni, l’ajutavano nei bisogni, la invitavano ad andarli a trovare in villa[535], e le scrivevano lettere cortesi ed amorevoli, di cui ella ringraziava con effusione[536]. Bartolomeo Zacco, padovano, chiedeva in un sonetto alla Veronica, Donna cortese, di onorare col suo dire una figliuola ch’egli aveva perduta, e la Veronica gli rispondeva con un sonetto per le rime. Ma non tutti erano così garbati con lei, e la lettera dodicesima lo prova. Saputo che le frequenti e lunghe sue lettere erano di molestia più tosto che di ricreazione a un amico, ella, confusa ed afflitta, scrive: «di niun altro contrario, e nojoso accidente non avrei di lungo spazio sentito il dolor, ch’io provo nel vedermi così improvvisamente abbandonata dalla vostra grazia: pur m’acqueterò, per non dispiacervi, al voler vostro, e cercherò d’emendar il non prima conosciuto errore dell’aver scritto spesso e lungo, con l’esser breve e rara in questo officio, sì come nell’opra della riverenza, e della grata memoria sarò profonda ed infinita». E in questa cosa della grata memoria forse diceva vero, perchè anche di altri amici ebbe a ricordarsi a lungo e con affetto.

Tra i molti ch’ella aveva ce n’erano alcuni di gran nome e di gran recapito, i quali meglio che amici si direbbero protettori: tali erano il Duca di Mantova, Guglielmo, e il cardinal d’Este, Luigi, figlio d’Ercole II e di Renata di Francia, fratello di Alfonso II, di Lucrezia e d’Eleonora. La Veronica dedicò, siccome abbiam veduto, le sue Terze Rime al serenissimo signor Duca. Non sappiamo qual fosse, o qual fosse stata in passato, la relazione tra lui e lei: qualche plausibile congettura in proposito si potrebbe fare, ma senza gran pro. Nella dedicatoria la Veronica è assai riservata: dice di non essersi potuta astenere dal mandargli i suoi versi, per dare al discreto giudizio di esso signor Duca alcun leggier gusto della bassa musa di lei, e, insieme, un picciol pegno della sviscerata osservanza e della umilissima servitù ond’ella è a lui legata di perpetuo indissolubil nodo. La sua pochezza le sia scusa se ella non ardisce por bocca nel cielo dell’inestimabil valore del serenissimo signor Duca. Il libro gli manda per mezzo di un suo ancor fanciullo figliuolo, il quale nel volto, e negli atti, e in ogni guisa d’inchinevole riverenza, esprimerà il medesimo core di lei nella serenissima presenza di lui. Certamente il Duca ebbe ad accogliere assai graziosamente il dono e chi gliel recava[537].

Al cardinale d’Este son dedicate le lettere. La Veronica fa dell’eminentissimo cardinale sperticatissime lodi, magnifica il lume di quella gloriosa virtù, esalta la incredibile cortesia e la sopra umana gentilezza, s’inginocchia davanti alla divinità del cospetto e alla divina umanità di sì celebrato ministro del cielo. Ella, nel concorso di molti uomini famosi di dottrina, che del continuo indrizzano a lui opere maravigliose di scienzia e di elegantissimi studii, non dubita, sebbene donna inesperta delle discipline, e povera d’invenzione e di lingua, di dedicargli un volume di lettere giovenili, serbando a tempo di maggior occasione, e di più prospera fortuna, e di più essercitato stile, di dargli altra recognizione d’osservanza e d’animo devoto. Mi duole di non sapere che cosa rispondesse l’eminentissimo cardinale a lettera così ossequiosa ed amabile.

La Veronica bramava assai e si rallegrava di poter godere del colloquio soavissimo de’ suoi amici migliori[538], i quali erano letterati la più parte, e volentieri bazzicavano con le muse. Uno dei maggiori era Domenico Veniero, i cui versi a noi ora non pajono più gran cosa, ma che a’ suoi tempi fu tenuto universalmente un miracolo d’ingegno, un oracolo di sapere, un modello insuperabile di eleganza. Colpito, in età ancor giovine, da una crudele infermità che gli tolse per sempre l’uso delle gambe, l’unica sua consolazione trovava nei libri, nel comporre, e nella conversazione degli uomini dotti. Il suo palazzo diventò albergo di genialissimi ritrovi, ai quali accorrevano, non solo quanti erano letterati e uomini cospiqui in Venezia, ma quanti ancora, di qualche riputazione, ne venivan di fuori. Tra gli infiniti che li frequentarono si ricordano Federigo Badoaro, Girolamo Molino, Jacopo Zane, Giorgio Gradenigo, Celio Magno, Bernardo Tasso, Dionigi Atanagi, Sperone Speroni, Girolamo Ruscelli, Girolamo Muzio, Anton Giacomo Corso, Giovan Battista Amalteo, e Paolo Manuzio, e Girolamo Parabosco, e altri e altri[539]. Ora, a questi ritrovi, nei quali si ragionava di poesia, di filosofia e di ogni cosa che potesse dar grato pascolo a nobili intelletti, e ai quali crescevano diletto frequenti accademie musicali e sollazzi di più maniere, ebbe ad esser presente assai volte la Veronica. Due capitoli, il XV e il XVIII, e parecchie lettere di lei, sono indubitabilmente indirizzati a Domenico Veniero, come si ricava da alcuni significantissimi accenni, e sebbene non rechino nome alcuno. Nella lettera XLV, ella, che con un ago da treccia s’era ferita malamente un ginocchio, gli chiede una di quelle sue sedie da stroppiato. Nella XLIX lo dice il più bello, ed il più risplendente lume, che tra molte scienzie oggi dì si vegga nella professione delle lettere gentili. Nel capitolo XV accenna a un ridutto, a una scola, a un

celebre concorso D’uomini dotti, e di giudicio eletto,

e si scusa d’aver lasciato passar molti giorni senza andare a far riverenza a colui che, infermo in letto, aveva intorno a sè quel celebre concorso. Perdutamente innamorata, divisa da colui che ama, scoraggita e mesta, ella non aveva ardito mostrarsi; ma promette di lasciare alla prima occasione ogni altra cura per riparare al suo mancamento.

La Veronica approfittava della benevolenza del Veniero per farsi rivedere da lui, e all’occorrenza correggere, le prose e i versi[540]. Nella lettera XL dice: «subito ch’io sia spedita dalle composizioni ch’io faccio, verrò alla censura, ed al giudizio di lei, e continuerò, senza interrompimento di cosa che succeda, a servirla presenzialmente». Un po’ più oltre parla della deliziosa compagnia e della beata contemplazione ond’ella gode: molte volte, senza dubbio, il patrizio avrà corrette le prose e le rime della cortigiana sotto gli occhi stessi di lei, e discutendo con lei le ragioni e le regole dell’arte.

Nè della correzione la Veronica aveva da vergognarsi. Era usanza dei letterati in quel secolo sottoporre le proprie scritture, prima di farle pubbliche, al giudizio di uomini famosi per dottrina e buon gusto, ricercare di costoro i consigli, non isdegnare le correzioni. Il desiderio di toccare la perfezione, ch’era vivissimo in molti, e lo spirito di adulazione, ch’era vivissimo in più, persuadevano tale usanza. Per non ricordare altri esempii, chè innumerevoli se ne potrebbero ricordare, allo stesso Domenico Veniero sottoposero i loro versi Girolamo Fenaruolo, Jacopo Zane, Bernardino Rota, Luigi Grato, Giuliano Goselini ed altri assai. Persino Torquato Tasso ebbe a giovarsi de’ suoi consigli e de’ suoi suggerimenti. Domenico Veniero non era, del resto, il solo consigliere letterario della Veronica: tale officio avevano anche altri, e fra questi altri troviamo un ecclesiastico. A lui è scritta la lettera sesta. La Veronica gli manda stampata una di quelle operine di che, ella dice, V. S. mi fece il favore ch’ella sa, e promette di dargli altre cose sue da leggere. Questa lettera è curiosa anche per altre cose che vi son dette. La Veronica si loda molto d’aver conosciuto un uomo di tanta dottrina e virtù, e parla della interna edificazione onde l’ha riempiuta il suo esempio. Le duole che il suo vivere, intricato negli errori, e macchiato nel fango mondano, gli sia cagion di molestia e di rincrescimento; ma nota che i peccati di lei possono essere occasione all’esercizio delle virtù di lui. Lo prega d’intercedere per lei, e di ottenere perdono dal cielo ai suoi tanti e così indegni falli.

La Veronica era, in Venezia, almeno, in buon concetto di letterata, e trattava i letterati da pari a pari. Volentieri si faceva conoscere a quelli che venivan di fuori, e volentieri, a richiesta altrui, prestava l’opera sua letteraria. Al Montaigne, capitato in Venezia nel 1580, ella mandò a regalare una copia delle sue lettere, ed egli diede al latore due scudi di mancia. Venuta fuori la Semiramide, tragedia di Muzio Manfredi, ella assai la lodò in un sonetto, che fece recapitare all’autore. Il Manfredi era allora in Francia, ai servigi di una duchessa di Brunswick, e rispose con la seguente lettera, scritta da Nancy il 30 di ottobre del 1591, quando la povera Veronica era già morta da più di tre mesi: «Il bellissimo sonetto, che V. S. mi ha mandato in laude della mia Semiramis tragedia, mostra con la sua rarità, la divinità dell’ingegno vostro, e la forza dell’amore che sempre ho conosciuto in voi verso me, poi che in esso tanto mi onorate, e con tale spirito di sapere, e d’arte, che io ne sono rimaso, non pure pieno di maraviglia, ma di stupore. Poi l’avere V. S. trovato modo di mandarlomi fin qua, mi ha chiarito ch’ella in essere cortese ha pochi pari. La ringrazio ora con questa mia quanto più posso; ma fra poco le darò in altro stile, tal segno di gratitudine, che in tutto non rimarrò vinto di cortesia, e le priego sanità ed ozio da dar l’ultima mano al suo poema epico»[541]. Come ho già detto innanzi, Bartolomeo Zacco pregava la Veronica di voler onorare con alcuno scritto suo la figliuola ch’egli aveva perduta. Morto nel 1575 e nel fior degli anni Estor Martinengo, conte di Malpaga, il quale nel 1572 era stato capitano di fanti al servigio della Repubblica, il colonnello Francesco, fratello di lui, richiese la Veronica di volere onorare la memoria dell’estinto con una raccolta di versi suoi e di altri, come allora si usava. La Veronica si accinse all’opera, e sollecitò i letterati amici suoi, pregandoli di sollecitare a lor volta i letterati amici loro. Con la lettera XXXIX eccitava un amico a impiegar l’opra de’ suoi delicatissimi studii in alcuni sonetti. Diceva d’essere richiesta, da persona che le poteva comandare, di comporre sopra quella materia, e far comporre tutti gli amici e signori suoi. Con la lettera XXII ne pregava un altro di volere scrivere e di fare scrivere a quei suoi Academici. La lettera XL tratta dello stesso argomento. Finalmente la raccolta venne fuori, composta di ventisei sonetti, preceduti da una lettera della Veronica al colonnello Francesco[542]. Gli autori dei sonetti sono, oltre alla Veronica, che ce ne mise nove, un chiarissimo signor D. V. (Domenico Veniero, senza dubbio), Marco Veniero, Orsato Giustiniani, Bartolomeo Zacco, Celio Magno, Andrea Menichini, Marco Stecchini, Orazio Toscanella, Giovanni Scrittore, Antonio Cavassico. La Veronica dava anche versi a raccolte fatte da altri: un suo sonetto si legge fra varie composizioni poetiche pubblicate in Padova, nel 1575, da Giovanni Fratta, gentiluomo veronese ed Accademico Anonimo, per celebrare il felice dottorato dell’illustre ed eccelentissimo signor Giuseppe Spinelli.

Abbiam veduto che gli amici assenti da Venezia invitavano la Veronica ad andarli a trovare in villa: ella talvolta si scusava di non potervi andare; tal altra vi andava, e passava alcuni giorni in loro compagnia. Così fu che, non sappiamo in qual anno, si recò a Fumane, presso Verona, nella principesca villa del conte Marc’Antonio della Torre, e vi fece breve soggiorno. Il conte Marc’Antonio, della illustre famiglia che aveva un tempo signoreggiata Verona, era, sino dal 1563, preposto della cattedrale di quella città, e aveva inoltre l’officio di Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Più volte, e in più luoghi, il papa l’aveva mandato suo commissario, e la Veronica afferma ch’egli era

Degno di mille mitre e mille imperi,

seguita, o preceduta in così fatto giudizio da Adriano Valermi, oscuro poeta veronese, il quale, traendo da quel nome di Della Torre argomento (come a lui sembrava) d’ingegnoso e felice bisticcio, diceva all’illustrissimo signor preposto ch’egli era tanto amico e caro a Dio quanto già era stata nemica e odiosa la torre di Babele. La villa di Fumane, di cui qualche avanzo sussiste ancora, era, a dir del Panvinio[543], la più magnifica di quante se ne vedessero nell’agro veronese, e certo una delle più famose d’Italia, degna senza dubbio d’essere commendata e ammirata da un Leon Battista Alberti, da un Sebastiano Serlio, e da quanti scrittori ed artisti del Rinascimento diedero ammaestramenti e norme circa il costruire e ordinar ville. La Veronica v’andò, tratta, così ella dice, dal desiderio di vedere quel Signor cortese e saggio,

Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,

e tanto contenta rimase delle accoglienze avute e della incomparabile bellezza del luogo, che ne tolse argomento a un capitolo fervido di entusiasmo, e di quanti ne compose il più lungo[544]. V’andò senza mai interrompere il viaggio, sebbene la via fosse pessima, ed ella avesse, partendo da Venezia, l’anima conturbata da non sappiamo quali molestie.

Al fin pur giunsi a la bramata stanza, Nè potrei giamai dir sì come io fossi Raccolta con gratissima sembianza. A sì dolce spettacolo rimossi Tutti i miei gravi e torbidi pensieri, Che venner meco allor che d’Adria mossi. E tra mille dolcissimi piaceri Ristoro presi, e mi riconfortai, Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.

E la Veronica ci descrive in versi pieni di ammirazione, e spesso felici, il luogo incantevole, di cui ebbe tanto a lodarsi: in prima le ubertose colline che fan corona alla valle rotonda; un bosco di cipressi e di pini,

Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;

le acque cristalline che zampillano e corrono per ogni banda; il giardino meraviglioso, dove l’arte gareggia con la natura; poi il palazzo principesco, il quale sorge alquanto rilevato, e adorno di tanta bellezza e tanta magnificenza, che non ha l’eguale, se non quello del Sole, celebrato dai poeti; il palazzo signorile del Rinascimento, a cui tutte le arti hanno dato l’opera loro e i loro splendori, pieno d’ogni ricchezza e d’ogni eleganza.

I fini marmi e i porfidi lucenti, Cornici, archi, colonne, intagli e fregi. Figure, prospettive, ori ed argenti, Quivi son di tal sorte e di tai pregi, Ch’a tal grado non giungono i palagi Che fer gli antichi imperadori e regi. Ma le comodità di dentro e gli agi Son così molli che gli altrui diletti Al par di questi sembrano disagi. Per li celati d’or vaghi ricetti, Sul pavimento che qual gemma splende, Stan sopra aurati piè candidi letti. Di sopra da ciascun d’intorno pende Di varia seta e d’or porpora intesta, Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende. Di coltre ricamata, o d’altra vesta, Di ricca tela ognun s’adorna e copre, Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.

Poi diversi disegni e diverse opre su cortine, su tappeti, su arazzi, in tutti i lati. Un’arte miracolosa ha chiamato a nuova vita su quelle pareti, su quelle vôlte, le antiche divinità innamorate, ha rievocato le più leggiadre tra le fantasie elleniche: Giove che in pioggia d’oro scende nel grembo a Danae, Io trasformata in giovenca, l’aquila che rapisce Ganimede. Altre pitture, da altro pensiero inspirate, mostrano i ritratti di tutti i pontefici, e d’infiniti cardinali e prelati che

in noi pensieri Destano de le cose più eccellenti.

Nel beato soggiorno è ogni diletto, e liberamente attende ogni persona a quello spasso che più gli va a genio: chi va a caccia, chi bada a pescare, chi si sta senza far nulla, sedendo al rezzo.

Nel capitolo XI è cenno di una andata della nostra poetessa a Verona, a mezzo il verno, e di un ricetto che ella bea di sua presenza, per destin felice d’un altro amante: non è improbabile che quest’altro amante fosse lo stesso Marc’Antonio della Torre[545].

Ma per quanto liete ed affettuose fossero le accoglienze degli amici, per quanto amene e sontuose le ville loro, la Veronica preferiva ad ogni altro soggiorno quello della sua Venezia. Quando,

Per fortuna nojosa e violenta,

ella n’era da alcun tempo lontana, non aveva pace e contava l’ore che mancavano ancora al ritorno. Rivedeva, nell’accesa fantasia, i palazzi marmorei, ricchi di fregi più simili a lavoro d’ago che di scalpello, specchiarsi nei mille canali con cui la laguna sembra che allacci a sè

l’alma cittade Del mar reina, in mezzo ’l mar assisa;

la città ricca di quanta ricchezza e di quanti beni il mondo produce,

Sì ch’eterna abondanzia la circonda, E di tutti i paesi fruttuosi Più ricca è d’Adria l’arenosa sponda.

Ed in qual parte del mondo s’ama come s’ama in Venezia?

Il mar e ’l lito quivi arde e sfavilla D’amor, che tra nereidi e semidei, Quell’acque salse di dolcezza instilla. Venere in cerchio ancor de gli altri dei Scende dal ciel su questa bella riva, Con l’alme grazie in compagnia di lei.

Il ricordo di Venezia, della patria sua celebre e magna, le faceva odiare i campi[546]. Non contenta d’innalzar ella Venezia sopra le città tutte, voleva che anche gli amanti suoi la lodassero[547]; era lieta che altri desse l’opera sua alla città regina[548], e consolando un tale di non so che avversità, gli ricordava avere egli avuta la grandissima ventura di nascere in Venezia[549].

E in Venezia aveva la Veronica tutti i suoi piaceri e tutti i suoi comodi. Non solo frequentava i ritrovi degli amici, ma ne teneva ella pure in sua casa, e quali spassi vi usassero e come ci si spendessero l’ore, in parte sappiamo da lei medesima, in parte possiamo immaginare. La musica vi teneva grande luogo. Con la lettera nona la Veronica chiede in prestito a un amico uno strumento a corda, e lui stesso prega di voler venire il giorno seguente in casa sua, alle venti ore, in occasione, dice, ch’io faccio musica[550]. Il repertorio musicale era allora assai copioso: i madrigali, le villanelle, le mattinate, le disperate, gli strambotti, le napolitane, le siciliane, intonate da maestri valenti, fioccavano, più che altrove, in Venezia, e le nuove e belle acquistavano gran voga e si ripetevano da tutti[551]. Molte di certo ne avrà conosciute la Veronica, e quando, lasciati in riposo gli strumenti musicali, si dava corso ai ragionamenti e al novellare, possiam credere che tanto ella, quanto gli amici suoi, recassero volentieri in mezzo certi indovinelli, certi passerotti un po’ liberi, come piacevano al secolo, certe poesie allegre, e certe storie e fanfaluche da far ridere, come el lamento de Cosin, e la Vita de l’omo pizinin, la fiaba dei Buraneli, quella di Comare Oca, quella dell’Uccel Bel Verde, e altre ricordate dal Calmo, alternandole con varii giuochi, ch’erano allora in uso[552], e con le danze più in voga. La Veronica conosceva inoltre, e giustamente apprezzava il piacere che si prova a stare a tavola, in compagnia di amici alla buona, senza soggezione, entro una camera ben chiusa e ben calda, quando fuori imperversa l’inverno. Invitando un amico, e pregandolo di condurne seco un altro, ella dice: Il tempo è piovoso, e invita ogni buona persona a provedersi di dolce trattenimento al coperto ed al fuoco, almeno fino a sera. Il desinare sarà sine fuco et ceremoniis, more majorum; e se vorrete, dice, aggiungervi un fiaschino di quella vostra buona malvasia, di tanto mi contento, e di più non vi condanno[553]. Altri spassi non mancavano fuori di casa, secondo i tempi, come l’andare in gondola a diporto, pescare e uccellare in laguna, visitare i giardini, assistere alla rappresentazione delle commedie e ai giuochi varii che si facevano continuamente in città[554].

Della casa sua, e della masserizia che aveva, la Veronica non parla. Solo una volta la udiamo chiedere, a pigione senza dubbio, a un grazioso, gentile e molto onorato signore, una casa, per forma, e per sito, e per adornamenti comoda, e godevole, e piena de ricreazione[555]. Se la chiedeva, doveva anche avere di che arredarla convenientemente, e possiamo credere che in casa sua non mancasse quel lusso che, come abbiam veduto era solito nelle case delle cortigiane illustri. Se non ricca, la Veronica fu certamente agiata, almeno in un tempo di sua vita; giacchè, se quando, nel 1582, ella presentò ai Dieci Savii sopra le decime la nota de’ suoi beni, questi sembra si riducessero a poca cosa, sappiamo da altra banda da lei stessa che ella aveva perduto buona parte del suo nel contagio del 1575 e del 1576[556]; in qual modo, non dice. I suoi due testamenti del 1564 e del 1570 la mostrano in possesso di un patrimonio che non è valutato, ma che sembra abbastanza cospicuo[557], e nel 1580 essa doveva vivere lautamente, se poteva tenersi in casa un precettore pel figliuolo Achilletto, e servitori e fantesche.

IV.

Quella perdita mostra già che la vita della Veronica non sempre corse tranquilla e gioconda; ma non è essa il solo fatto spiacevole che gliel abbia turbata. Se gli amici le si mostrarono di solito affezionati e devoti, non mancarono nemici che a più riprese le diedero noja e s’ingegnarono di nuocerle. Uno di essi, lo dice ella stessa, tentò con calunnie di contaminare l’onor di lei, levando un grande scandalo[558]; un altro le scrisse contro una canzone infamatoria, chiamandola meretrice[559], e non fu questa la sola poesia composta in suo biasimo. Fra cotesti denigratori pare ce ne fosse qualcuno che con la satira e con la maldicenza si vendicava di rifiuti sofferti[560]; e non è improbabile che alcuno di essi sia autore di certo testamento apocrifo di Lodovico Ramberti, il quale si legge in un codice miscellaneo del Museo Correr in Venezia. In questa scrittura, non molto arguta a dir vero, il Ramberti, che dice d’essere con qualche pericolo del corpo, sì per l’età, sì per i molti disordini uso a fare con la sua dilettissima madonna Veronica e col soavissimo suo messer Zuane Bragadin, dispone in modo burlesco delle cose sue. Alla Veronica lascia il suo buon letto di piume, con patto che la nol possa nè vender, nè impegnar, nè dar a zudii, e le fa altri lasciti ridicoli. Vuole che sulla sua tomba s’incidano alcuni versi, fattura, è detto, della stessa Veronica[561]. Costei, o non curava tali assalti, o con garbo se ne schermiva, mostrando che spesso l’altrui biasimo si converte in lode, affermando che chi ingiuria non provocato ingiuria sè stesso,

E ’l voler oscurar il vero espresso Con le torbide macchie de gli inchiostri In buona civiltà non è permesso;

rispondendo talvolta alle satire con le satire[562], e avvertendo talaltra i calunniatori di tacere, se non volevano ch’ella cominciasse a parlare a sua volta[563].

Di questi nemici, i quali del resto nè nocquero molto, nè molto potevano nuocere, non ci son noti i nomi; ma ben ci son noti d’altri, che tentarono di mettere la Veronica in un assai brutto imbroglio, e per poco non ci riuscirono. Ciò avveniva nel 1580. Un Rodolfo Vanitelli, precettore di Achilletto, sostenuto dalle testimonianze di una donna Bortola e di un Giovanni Vendelino, tedesco, l’una e l’altro ai servigi della Veronica, denunziarono costei al tribunale del Sant’Uffizio. I misfatti di cui costoro, messi forse su, forse pagati da qualche nemico maggiore rimasto nell’ombra, l’accusavano, erano parecchi. Per ritrovare un pajo di forbici con la guaina d’argento, e un uffiziolo dorato che le erano stati rubati, la Veronica aveva fatto uso di sortilegi, e aveva invocato il diavolo, servendosi in quelle detestabili pratiche di un anello benedetto, di olivo benedetto, di acqua e di candele benedette, fatte prendere da Achilletto nella vicina chiesa di San Giovanni Nuovo. Inoltre teneva in casa giuochi proibiti, commettendo molte poltronerie, dando la mancia a coloro che avrebbero potuto denunziarla, perchè tacessero. Non udiva mai messa; mangiava di grasso nei giorni vietati, e s’era fatta ajutare dal diavolo a innamorare certi tedeschi. L’accusavano ancora di aver simulato un matrimonio, a solo fine di poter portare gli smanigli d’oro e l’altre gioje che la legge non consentiva alle meretrici. Chiedevano da ultimo che, senza riguardo ai molti protettori, si desse alla rea donna il castigo che meritava[564].

Tali accuse, oggi, farebbero ridere; ma erano gravissime allora, e portavano pericolo grande anche se insensate, anzi appunto perchè insensate. Ventidue anni dopo, in Modena, fu fatto un processo ad Alessandro Tassoni, che allora era in Ispagna, per esserglisi trovata in casa una boccia di vetro con dentro uno di quei diavoli detti diavoli di Cartesio[565]. Col Santo Uffizio c’era poco da scherzare, e chi ci si lasciava cogliere il dito non era mai sicuro di non averci a passare con tutta la persona, cioè a dire di non finire nel fondo di una prigione perpetua, o sopra un rogo. Oltre a ciò le donne di mala vita erano in fama di ricorrere volentieri alle fattuccherie, e lo Zoppino fatto frate, nel già citato Ragionamento dell’Aretino, ne ricorda parecchie, strane, orribili e disgustose, di cui quelle usavano per trarsi in casa gli innamorati[566]. Le accuse mosse alla Veronica dovevano dunque, ai giudici del Sant’Uffizio, sembrar tutt’altro che inverosimili, e se costei riuscì a purgarsene, come fece, il merito è senza dubbio, assai più suo che loro.

Non col solo tribunale ecclesiastico ebbe briga la Veronica; l’ebbe anche coi tribunali civili. Le lettere di lei contengono accenni a due diverse liti[567], di cui ignoriamo le ragioni. L’una, trattata durante un’assenza della Veronica da Venezia, e vinta da lei, l’aveva provocata un gentiluomo di mala fede, dalle cui promesse ella s’era, per bontà di natura, lasciata ingannare. L’altra non sappiamo che esito avesse; sappiamo solo che l’avvocato, a cui la Veronica aveva affidato il patrocinio del proprio diritto, trascurava il suo officio e non veniva a capo di nulla, tanto che costei gli chiese la restituzione delle carte a lui affidate. Entrambe le avranno, senza dubbio, procacciato noje parecchie, e a tali noje accenna ella forse, quando parla di occupazioni che a guisa d’idra, più ella le tronca, più le si vanno moltiplicando d’attorno[568]. Ma non furono queste, di certo, le sole sue noje. In più e più luoghi delle rime e delle lettere ella accenna a fastidii gravi, senza dir quali fossero: una volta giunge a parlare dell’empio stile della sua iniqua fortuna[569]. E la salute non l’ajutò sempre, anzi le si fece, sembra, assai cagionevole. In una delle sue lettere dice: «mi sento per continuo uso sì fattamente indisposta, che mal posso affaticar l’ingegno e la penna»[570]. E nel costituto presentato al Sant’Uffizio, quando fu accusata dal Vanitelli, dichiara: «In questo anno mi ho amalado assai volte, ed ha mo un anno sono stata 4 mesi amalada che mai mi ho movesto di letto». Notisi che la Veronica non aveva allora più di trentaquattro anni.

Può darsi, anzi è probabile, che il venirle meno della salute fosse per lei come un avvertimento e un ammonizione d’avere a cambiar vita; ma altre cagioni ancora debbono, in quel medesimo anno 1580, averla disposta e avviata alla conversione, con cui, al par della Tullia e di molte altre cortigiane famose chiuse la sua carriera. Il processo fattole dal Santo Uffizio, il pericolo corso, e le molestie sofferte, non avranno mancato di aggiungere sollecitazioni e stimoli al desiderio che già forse l’era sorto nell’animo, infervorando in lei, per una parte, il sentimento religioso, che, del resto, nelle lettere si appalesa sempre assai vivo, e aumentando, per l’altra, la sazietà e il disgusto della vita cortigianesca. Quella vita, di cui tanto rammarichio fece sul tardi la Tullia, anche alla Veronica non andò troppo a genio; se non negli anni suoi più verdi, il che mi parrebbe temerario affermare, almeno in quelli alquanto più maturi. Di ciò è documento una lettera con cui ella tentava dissuadere una madre dal far cortigiana la propria figliuola. La Veronica s’era profferta di far accettar la fanciulla nella così detta Casa delle zitelle, e di ajutarla del suo; ma la madre, sorda ai buoni consigli, e noncurante delle profferte, si ostinava nel tristo proposito. La Veronica allora le fa intendere il suo risentimento, e le dipinge con assai foschi colori la profession delle cortigiane, «nella quale ha gran fatica di riuscir chi sia bella, e abbia maniera e giudizio e conoscenza di molte virtù». Non è vita più misera e più vile di quella delle cortigiane. «Troppo infelice cosa, e troppo contraria al senso umano, è l’obbligar il corpo e l’industria di una tal servitù, che spaventa solamente a pensarne; darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubata, d’esser uccisa; ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose». Credete a me, ella dice, tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema; e gran mercè se non fosse più oltre che mondana; ma le si aggiunge certezza di dannazione eterna[571].

Un’altra ragione non vorrei togliere, o almeno non vorrei togliere in tutto, alla conversione della Veronica; gli anni che la sopraggiungevano. Nel 1580 quegli anni non erano ancora molti, ma non erano nemmeno pochi per la professione di cortigiana, e d’una cortigiana che aveva una riputazione da serbare, un nome famoso da tener alto. Scorse ella alcun segno di scemato ardore negli amanti suoi? conobbe minore la frequenza degli ammiratori intorno al suo uscio? o vide ella stessa, nel suo volto, alcuna di quelle tracce lasciate dalla mano villana del tempo inesorabile, che consigliavano l’antica donna galante a dedicare a Venere lo specchio:

Dico tibi Veneri speculum, quia cernere talem Qualis sum nolo, qualis eram nequeo?

Impossibile affermarlo; ma non improbabile certo; come improbabile non è che il rinunziamento e la conversione non siensi compiuti senza qualche combattimento e qualche angoscia. Il sonetto seguente pare ce ne faccia testimonianza[572]:

Ite, pensier fallaci, e vana spene, Ciechi, ingordi desir, acerbe voglie, Ite sospir ardenti, amare doglie, Compagni sempre alle mie eterne pene. Ite memorie dolci, aspre catene Al cor, che alfin da voi pur si discioglie, E ’l fren della ragion tutto raccoglie, Smarrito un tempo, e in libertà pur viene. E tu, pura alma, in tanti affanni involta, Slegati omai, e al tuo Signor divino Leggiadramente i tuoi pensier rivolta. Sforza animosamente il tuo destino, E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta Drizza i tuoi passi a più sicur cammino.

Chi non sente in quelle memorie dolci, che si vogliono sbandire per sempre dall’anima, tremare un sospiro? In un altro sonetto, indirizzato a quel Bartolommeo Zacco di cui ho già fatto parola, la Veronica accenna alla conversione ormai compiuta, a un alzarsi al cielo dell’anima sua. E lo Zacco, che ricordava forse altri ardori, e altri accenti dell’amica sua, rispondeva con un sonetto per le rime, confortando e lodando[573].

Ma la prova più sicura della conversione non istà in questi sonetti; sta nel disegno che ella formò, l’anno 1580 appunto, di fondare un ricovero per le donne traviate che volessero lasciare il mal costume. C’era allora, gli è vero, in Venezia, come altrove, un monastero delle Convertite; ma di regola troppo stretta ed austera[574]. La Veronica voleva, non un monastero, ma una casa, dove tali donne potessero ricoverarsi anche coi loro figliuoli, qualora ne avessero. A tal fine compose un memoriale da presentare al doge e alla Signoria[575]. In esso offriva di adoperarsi ella stessa per la nuova fondazione, e prometteva di mostrare, quando fosse accettata la sua proposta, come si potesse provvedere alla spesa senza gravare in modo alcuno l’erario. Confessava in pari tempo, esagerando senza dubbio un pochino, di trovarsi in povero stato, insieme coi figliuoli suoi, e con alcuni nipoti, figli di un fratello di lei, morto di peste alcuni anni innanzi, e chiedeva, sulle somme che si raccoglierebbero seguendo i suoi suggerimenti, cinquecento ducati annui, da devolvere poi agli eredi. Non pare che cotesto memoriale sia stato mai presentato; ma la Veronica dovette far conoscere egualmente il suo disegno e acquistargli fautori. In fatti, in quel medesimo anno sorse, presso la chiesa di San Niccolò da Tolentino, e sotto la protezione di San Giorgio, la Casa detta del Soccorso, governata da nobili dame, aperta, non solamente alle peccatrici ravvedute, ma anche alle mogli che fossero separate dai mariti. La Veronica non vi si chiuse, nè, con tanta famiglia intorno, avrebbe potuto farlo; ma vide l’ospizio preconizzato da lei tramutarsi d’uno in un altro luogo, crescere e prosperare[576]. Che, dopo fondato, la Veronica v’abbia avuto ingerenza non sembra; ma era tradizione ancor viva nel secolo scorso tra le donne ricoverate, che la figura principale di un quadro rappresentante appunto l’Opera pia del Soccorso, e dipinto per la chiesa del medesimo nome da Carletto Caliari, ritraesse la cortigiana pentita[577]. Una supplica indirizzata, non so in quale anno, dai direttori del pio luogo al doge, svela il segreto della Veronica, il modo cioè ch’ella aveva trovato per far denari, accennato da lei nel memoriale, ma non chiarito: essi chiedono che, conformemente al pensiero di lei, si concedano alla Casa del Soccorso i beni delle meretrici domiciliate e morte in Venezia; per intero, se morte senza figliuoli legittimi, o naturali, e senza far testamento; per una metà soltanto se morte senza figliuoli, ma dopo fatto testamento[578].

Riconciliata con Dio; dimenticata forse dagli antichi amici, ma benedetta dalle sventurate cui aveva additata la via della salute, e aperto un asilo di perdono e di pace, la povera Veronica morì in età ancor fresca. Nei Necrologi del Magistrato alla Sanità si legge questo laconico ricordo: 1591, 22 luglio. La Sig.ra Veronica Franco d’anni 45 da febre già giorni 20. S. Moisè. E non se ne sa altro.

V.

Giunti a questo punto, prima di dare un ultimo, ma forse non dispettoso addio alla cortigiana morta, torniamo col pensiero un istante alla cortigiana viva.

Povera Veronica! Non so se una pietà che potrà sembrare male spesa a parecchi mi faccia velo al giudizio, ma pare a me che costei fosse assai migliore del mestier suo. Non cerchiamo in lei virtù che non possono essere in cortigiana: cortigiana ella è; ma chi potrà mostrarmene un’altra che sia più dabbene di lei? A molte cose che di sè ella o dice, o lascia intendere nei capitoli e nelle lettere, possiamo non credere; ma non possiamo non credere a tutte, perchè certe bugie, subito conosciute da chi la frequentava, le avrebbero nociuto e non giovato, e perciò ella non ci aveva interesse a dirle. Che l’animo suo fosse naturalmente buono non credo si possa negare, e tutti sanno del resto come una bontà schietta e nativa s’accordi in certe nature col disordine e col mal costume. E nemmeno si può negare, credo, ch’ella sentisse delicatamente, e fosse per natura inclina a gentilezza, come le molte volte non sentono e non sono, salvo che in apparenza, donne virtuosamente educate e, magari, virtuosamente vissute. Queste cose non si possono provare con documenti autentici e con affermazioni di testimoni; un pochino bisogna indovinarle. Nel memoriale testè ricordato la Veronica, dolendosi di sua povertà, dice di dover pensare al sostentamento e al collocamento di parecchi nipoti: ora, se amava i figliuoli di suo fratello a segno di farsi loro madre, come potremmo credere che non amasse i figliuoli suoi proprii? come negheremmo fede alle sue parole, quando, scusandosi con un amico d’avere molto tardato a scrivergli, narra commossa che due suoi figliuolini le si erano ammalati di vajuolo ad un tempo, ond’ella fu occupata e addolorata fuor di misura?[579]. Abbiam veduto che a una madre avida e malvagia ella offriva di far accogliere la figliuola in un asilo, a proprie spese. Il testamento del 1570 ci dice ch’ella aveva adottato per fiol di anema il figliuolo di una sua cameriera, chiamato Andrea. Queste mi pajono prove notabili e non dubbie di bontà e di gentilezza; ma se ne possono recare dell’altre. La Veronica fu certo capace di amicizia sincera e operosa: ho già detto che agli amici si profferiva con molta buona grazia per qualunque servizio ella fosse in grado di rendere loro. Nel già citato capitolo XV, espressa la speranza che l’amante suo assente abbia presto a tornare, accenna alla malattia del colonnello Francesco Martinengo, uno, come s’è veduto, degli amici suoi, e dice:

Mi resta un poco di malenconia, Ch’egro è ’l mio colonnello, ed io non posso Mancargli per amor e cortesia; Sì che gran parte d’altro affar rimosso, Attendo a governarlo in stato tale, Ch’ei fora senza me di vita scosso.

In un altro capitolo, il XXIV, ella riprende assai vivamente un tale di cui le era stato detto come avesse offesa in mal modo una donna innocente, anzi di lui innamorata, e percossala ancora, e minacciatala di tagliarle il viso:

Ma voi la minacciaste forte allora, E giuraste voler tagliarle il viso, Osservando del farlo il tempo e l’ora. Strano mi parve udir d’un uom diviso Dai fecciosi costumi del vil volgo Un cotal nuovo inaspettato avviso.

Come potè un uomo,

De la virtute amico e de l’onesto,

giungere a tanto eccesso? ella gli ricorda che l’ingiuriar donne è cosa assai disdicevole, e da cui

La civiltà de l’uom gentile abborre.

Non sono questi tutti segni di bontà e di gentilezza? e ne mostrerò un altro ancora, che sarà l’ultimo. Il servo di certo amico aveva disobbedito alla Veronica, di che il padrone voleva castigarlo aspramente. E la Veronica a scrivere a costui, e a cercare di dissuaderlo da quel proposito, pregando, e, se occorre, comandando che perdoni, come ella ha perdonato, e ricordandogli che «la paura e ’l disprezzo nuocciono grandemente alla cura famigliare, la qual cerca per suo fondamento il rispetto non diviso dall’amore», e che i castighi troppo severi riescono al contrario di ciò che si spera[580].

Mi si dirà che, assai probabilmente, la Veronica faceva così, si atteggiava a donna di gentili e magnanimi sensi, ad arte, e per ragione di un ben inteso interesse. Non voglio dar troppa importanza a ciò che la Veronica dice di sè, quando afferma di non essere donna ingorda e venale[581]; ma rispondo che, più probabilmente ancora, la Veronica sapeva conciliare, nelle parole e negli atti, l’interesse, ch’era una triste necessità della sua condizione, con la bontà, ch’era una gentile virtù del suo animo. E un’altra cosa mi sembra di poter dire. Per quel tanto che noi sappiamo della sua vita; per quel tanto che dell’indole sua ci rivelan gli scritti, ella doveva essere donna di un pensar risoluto, di un sentir vivo, di un procedere franco, e di parole e di modi, per quanto la professione gliel consentiva, semplici e schietti; una natura gioconda, impulsiva, spontaneamente affettuosa. Per tutti questi rispetti io non mi perito di porla molto sopra a quella leziosa, a quella svenevole di Tullia d’Aragona, che, essendo cortigiana, si dava aria di duchessa, di musa, di ninfa, tutta contegno, e tutta schifiltà[582].

Se certe buone qualità morali sono nella Veronica più che probabili, certissime sono certe qualità intellettuali, buone e non volgari. Tutti gli scritti suoi ci mostrano in lei uno spirito vivo ed accorto, un giudizio assennato, una fantasia colorita, un gusto spesso delicato. Le opere sue, quelle cioè che giunsero sino a noi e furono date alle stampe, ci son già passate dinanzi; ma non tutte quelle ch’ella compose ci giunsero. Del poema epico accennato da Muzio Manfredi non si conosce nemmeno il soggetto, nemmeno il titolo. Le poesie di lei, secondo si ricava da certi cenni delle lettere, dovettero essere assai più di quelle che noi conosciamo, e saranno state anche molto più varie, per soggetti, per metri; e il simile dicasi delle lettere, che ella scriveva con molta frequenza, a molti. Mancandoci tanta parte dell’opera di lei, non possiamo formarci della letterata un concetto esatto ed intero; ma di alcune qualità sue, e di alcuni difetti possiamo darci conto tanto che basti.

La Veronica (e in ciò ha compagni in gran numero) riesce assai meglio nel verso che nella prosa. Alcuni de’ suoi capitoli, sebbene non possano gareggiare coi migliori di quel secolo, che tanti ne produsse, sono scritti con molta schiettezza di pensiero e di forma, con calore, con brio, in buona lingua, e con un far risoluto, in che sta forse la maggior loro attrattiva. Si vede in essi che la Veronica rimava con facilità e con piacere. Nei men buoni invece abbondano i luoghi comuni, gli ornamenti e i colori poetici di cattiva lega. La prosa delle lettere, la sola che conosciamo (per tacere del constituto e del memoriale che non sono scritture letterarie, e non furono forse nemmeno dettate da lei) è in generale artifiziata, ampollosa, affettata. La Veronica sapeva bene che nelle lettere famigliari si deve attendere più al vero affetto che alle molte parole[583]; ma in pratica non seguitava poi sempre quel giusto precetto; e se, anzichè a persone famigliari, doveva scrivere a persone troppo maggiori di lei, se ne scordava affatto, montava in trampoli, lambiccava i concetti, gonfiava le parole, e non trovava più il verso di finire i periodi. La lettera al Duca di Mantova, più che mezzanamente lunga, è tutta in un solo periodo, e ci si sente un miglio di lontano il Seicento, il Seicento che vien oltre a gran giornate, anzi si può dire sia già venuto, in ispirito. Essa comincia così: «Se ben lontanissima corrispondenza, e quasi disproporzionata proporzione si trova tra le chiarissime virtù dell’Altezza Vostra e ’l mio desiderio d’onorarla e degnamente servirla, sì che tutto quello ch’io potessi fare in questa impresa, sarebbe men che ombra a paragon del vero; nondimeno, in quello dove mi son mancate le forze, e i convenevoli concetti di celebrarla, ed esaltarla, m’è sopravanzato l’animo d’esprimerle questo mio virtuoso se ben impossibile desiderio», ecc. ecc. ecc. Le lettere a Enrico III e al cardinale d’Este sono sul medesimo tono; ma parecchie di quelle scritte a uomini e non a semidei sono dettate con molta più naturalezza e semplicità, e riescono di gran lunga migliori. E migliori anche di queste possiamo credere fossero le molte di carattere veramente famigliare e intimo ch’ella scriveva giorno per giorno, come la penna gettava, e senza alcun pensiero di farle stampare. Queste, assai più dell’altre, ci avrebbero fatto pro, e sono da noi desiderate.

Le Terze rime e le Lettere della cortigiana veneziana non si ristamparono più mai, tanto che diventarono libri di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati. Ebbero onor di ristampe invece il Dialogo della infinità d’amore e il Guerin Meschino in ottava rima della Signora Tullia; ma chi in questo fatto volesse scorgere una prova di maggior merito, s’ingannerebbe a partito. La sentenza dell’arguto poeta latino circa la fortuna dei libri si conviene ai libri delle cortigiane, come a tutti gli altri.

Quando la Veronica venne a morte molt’altre cose morivano di cui ella era stata spettatrice e parte non ultima. Moriva quel secolo turbolento e fecondo, luminoso e corrotto, innovatore e carnascialesco; morivano gli spiriti di quella prestigiosa coltura; moriva la prosperità di Venezia; moriva, o s’assopiva in lungo torpore il genio d’Italia. Se non fosse Ninon de Lenclos, Veronica Franco sarebbe l’ultima delle cortigiane illustri, delle redivive etère, e in Italia è l’ultima veramente. Dopo di lei le cortigiane ridiventano semplici meretrici, spesso belle, spiritose, eleganti, garbate, ma senza gloria e senza nome. I poeti si scostano da loro e si volgono a celebrare, tra i laureti d’Arcadia, le Corille e le Clori, non sempre più delle cortigiane virtuose, ma più leziose e più sciocche d’assai.

APPENDICI

APPENDICE A IL VANTO E IL LAMENTO DELLA CORTIGIANA FERRARESE[584]

IL VANTO

Venite, o cortegiani e lieti amanti, Ogni signore, principe e marchese, Sentir mia gloria e fama tutti quanti. Io son quella famosa Ferrarese, Che porto el vanto, lo scettro e l’onore Di beltà e pompa, gentile e cortese. Io sento tanto gaudio nel mio core, E ne la mente infinita dolcezza, Tra l’altre essendo di bellezza il fiore. Tanto in me regna amore e gentilezza, Con dolce e lieta faccia ed atti fieri, Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza. Io ho duo occhi più che corbo neri, Che chi li guarda resta stupefatto, E prigion fassi a me ben volentieri. Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto. Le labra di corallo e ’l dolce riso, D’onde resta ciascun preso e legato. La bella fronte, il rilevato viso, E ’l naso profilato infra due rose Hanno a molti signori el cor reciso. La lingua ho chiara in proferir le cose, D’avolio i denti, e l’alito suave, Che chi ne gusta fa mettersi in crose. La mia bocchina dolce è una chiave Ch’apre le borse e fa chiamar mercede, E rallegra chi fussi in doglie prave. La gola ho d’alabastro, a la qual cede La neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle. Che strugger fan ciascun che quelle vede. Le parti ho poi secrete più che belle: Come ognun pensa tal dolcezza hanno, Che muor di voglia chi ben pensa quelle. Le bianche mani que’ be’ lavor fanno; Mia leggiadra persona e ’l picciol piede Metton ciascun signor in doglia e affanno. Di quindici anni son, come si vede, Grassetta, morbidina e solazzosa, E la prova ne faccia chi nol crede. Benigna, saggia, accorta e graziosa, Domestica, piacevole e galante, Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa. D’oro, velluto, seta ho veste tante, Con fine pietre e perle lavorate; Assai n’ho più de l’altre tutte quante. D’oro e di seta camice increspate Di finissima rensa ho più di cento, Con calze e scarpe a più fogge tagliate. E per mostrar mia pompa e valimento Al collo una catena porto tale Che val ducati d’oro almen dugento. Un’altra non conosco a me eguale, C’habbi la casa come me fornita Di pane, legne, vino, olio e sale. Una credenza ho d’argento forbita. Le tavole, le mura, panche e casse Di tappeti e d’arazzi ognun vestita. Ho di panni di lino le gran masse, Più che candida neve delicati, Ch’ognun che quelle vede stupefasse; Tutti di fin profumo profumati; Zibetto e muschio in copia ho tuttavia, Che da più gran signor mi son donati. Non può dove son io esser moria, Tanta suavità e tanti odori Adosso porto per galanteria. Sempre son con gran principi e signori A feste, a comedie, a suoni e canti, Con molte mie fantesche e servidori. Beati son per me tutti gli amanti; Ognun servitor m’è ed io signora, Signora a dar la berta a tutti quanti. Ognun per me si distrugge e divora, Ciascun mi profferisce argento ed oro, L’alma e la vita offerendomi ancora. E per far noto a tutti il mio lavoro, Un sacco di danari ho in mia balia, Dove tengo per mio miglior ristoro. Una mensa da re ho tuttavia, Abbondante di quaglie e di capponi Con pernici e fagiani in compagnia. Pollastri, fegatei, torte e piccioni. Con savor bianchi e neri, e con guazzetti, Insieme con molti altri buon bocconi. Vin bianchi e ner delicati e perfetti, Trebbiani e malvagia e marzapani, Con più sorte infinite di confetti. Ogni vil ragazzin piene ha le mani. Ogni fantesca ed ogni servitore; Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani. Ed ho infra gli altri mia un corridore, Che chi cercassi el mondo tutto quanto Non potrebbe trovarne un più migliore. Ed infra l’altre i’ mi glorio e vanto Da letto una coverta sì sfoggiata Che mai n’ebbe sì una el papa santo. Una carretta ’i ho d’oro intagliata Con arabici gruppi azzurri e bianchi, Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata. Come Amore che tien saetta a’ fianchi, Così mentre guidata ci son io Da sei destrier via più che neve bianchi. E per veder el vago corpo mio Da usci e da balcon gente infinita Corre a veder con gaudio e con disio. Ed io con faccia angelica e gradita Del bosco uscir farei e dir mercede Ogni selvaggio ed antico eremita. Tiensi felice ciascun che mi vede, Beato è quel che tocca questo viso, E santo chi servir mi può con fede. Pensa poi chi con festa canto e riso Del mio giardin la libertà gli è dato: Esser non vorria già in paradiso, Nè qua giù con nessun cambiare stato.

IL LAMENTO

Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte! O martoro infernal, morbo francese, Che impaurita fai fuggir la morte! O gente più che ingrata e discortese, Non conoscete voi me poverina, Famosa cortigiana ferrarese? O Matrema non vole, o Lorenzina, O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585], Sia vostro essempio omai questa meschina. Già fui [sì] favorita e sì felice! Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso: Le starne odiavo, or bramo una radice. Già preziosi odor portavo addosso; Or solfo, argento vivo, empiastro al male Tal che appena sofferir nol posso. Foglie di cavol son il bel trinzale[586], Le perle son le bolle, gomme e doglie, E vado mendicando a lo spedale. Già me cavai anch’io tutte mie voglie, Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri; Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie. Sempre era tra signori e cavalieri, A pasti, a comedie, a suoni e canti; Or staria in una stalla volontieri. Beati eran per me tutti gli amanti, Ognun servitor m’era ed io signora; Or mi mostrano a dito tutti quanti. Dormivo in seta, e ora al vento fuora, Sotto a le panche, e son cacciata via, E le camere d’or schifavo allora. Corsi, grechi, trebbiani e malvasia Non mi contentâr mai; ora m’avveggio Che de l’acqua d’un fosso ho carestia. Già de ciascuna fecemi motteggio; Ognuna or beffan me con dir: tu stai Male al possibil; tu starai ancor peggio. Così invecchiando alquanto dechinai, E die’ principio a camere locande, E ben dua anni in quel me sustentai. Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande! Trista me, contarò tutti i miei danni E le mie intollerabili vivande. Dico che non passò da dui altri anni Ch’io fallii alloggiando, e ritornai Ruffianando altrui, lavando e’ panni. Così mancando in van tormenti e guai, Crescemmi sempre questo mal crudele; Un tempo in le taverne cucinai. Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele, Che l’ultimo rimedio mi fu tolto, Chè i frati e non più noi vendon candele. Ma al dispetto di me non sarà molto Che seguita sarò ne la carretta, E al mio somigliarà qualche bel volto. E se non imparate la recetta Ch’io v’insegno, superbe cortigiane, Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta. Procacciatavi aver oggi, domane, Un grosso, un giulio, quel che voi potete, Altrimenti accattando andrete il pane. Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete, Che donino el tesor liberamente, Sì come spesso fa chi dà in la rete. Servite volentieri ad ogni gente, Contentate chi viene a solo a solo, Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente. El mio rimedio non vi ponga duolo, Perchè ho provato che tal volta dona Quanto un gran ricco un povero acquaruolo. Sì che degnative d’ogni persona; Non fate la signora in gloria e in gioco Qual io, ch’or più per nulla non son bona. Questo felice tempo dura poco; Vien meno il carnevale e la stagione, E spesso in casa non v’è pan nè fuoco. Or parte la fantesca, ora il garzone; Or s’impegna la vesta, or le catene, Poi per tributo andar spesso in prigione. Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene: Del Populo la strada al sudor vostro[587] Pagarvi è forza, e stavvi molto bene. Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro: Raffrenate la gola e gale tante, Se non, qual io retornerete un mostro. Non li tappeti a le finestre avante; Lassate le gran case e gran palazzi, Chè le pigion vi mangian tutte quante. Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi; Non si può vivere e sempre si stenta; Non son, come eran già, gli uomini pazzi. Chi di quello che può non si contenta, Gli è forza rovinar senza riparo, E ladra al fine, o mendica diventa. Il pelar cigli, el belletto sì caro, Le ribalde judee comprar vi fanno; Lasciatelo in malor, siavi discaro. L’acque, i zibetti e le mesture danno; Livida e grinza fan la bella faccia, Ch’è ’l principio del vostro longo affanno. Così non avesse io questa rognaccia Come gli è vero, e tanta carne guasta, Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia. Non vo’ dir più, per mo questo vi basta. Ohimè le doglie, oh maledetta sorte! Che piaghe ho io che va un linzol per tasta! Può far il ciel che in tutta questa corte Non sia un sì vago del mio seno Che non m’ajuti a qualche strana morte? De limosina alcun non venga meno, Non già per sostentar più questa vita; Ma per comprar un bicchier di veneno, Acciò tanta miseria sia finita. Qui jace un corpo molto delicato, Di beltà e di pompa unico in vita; Or ne l’inferno purga il suo peccato.

APPENDICE B MATTINATA[588]

E’ no vorave za, se mai podesse, Instizzarme con ti, Catte sorella, Perchè ti sa ben ti che me recresse Con donette par toe zuogar de mella; Ma despuo che le berte se sì spesse, L’è forza che te rompa la favella, L’è forza, a fede, che zuoga de tonfo, Zo che ti vedi che mi no son zonfo. Mi ghe n’ho sopportae pi de cinquanta Per no vegnir a le brutte del sacco, E ho ingiotio quella del quaranta, Quando ti andassi via con quel bubacco; No dissi gnente, quando che con tanta Descortesia ti me impegnassi el zacco; Sopporti quella che fu bastonao Per amor to da un bulo stroppiao. E’ ho ingiotio per ti pi strangojoni, Povero mi, che n’ho cavelli in cao; Per fina ti m’ha dà di mustazzoni, Che nianche Urlando me averia toccao. Potta de mi! quanti buli, e di boni; Quanti che fa el bravazzo in fina in cao, Me aciede, e sì se tira da una banda! E vu, fia, me tonfè! no seia granda? Mo adesso me ho messo in fantasia De no voler pi esser strapazzao. Sia che se voja, al sangue de culia, Tutti se varda, chè son instizzao. E ti, vacca, compissi la lissia, Lassa che ’l mio burichio sia sugao, Che te vojo cazar tal pe in la panza Che ghe anderà per tasta una naranza. Co cusì? una puttana che è nassua D’una lara dal Gallo e una falia, Che per do scalognette e un raspo d’ua Aidava in visinanza a far lissia, E a forza de sparagno se cressua In t’un puoco de grama massaria, E con un grandizar fuora del caso, Me fa bramar quattro carezze e un baso? No ste con mi su zonti e su novelle, Ch’u zughè al tristo a darme a mi la baja. Che ve cognosso infina in le buelle, E sì so chi che se fina una paja: Andè a sojar sti putti da cilelle, E no, speranza, fusti de sta taja; Se no po forsi i basi e le carezze Se porave voltar in straniezze. Co la me monta son un mal bigatto: Grami può in quella volta chi se catta! El se sa pur quante che ghe n’ho fatto; Però, anema mia, no siè sì matta, Che a un mio par, a un omo cusì fatto, Vojè mostrarve de sì mala schiatta: Felo per vostro mejo, e se per sorte Vu nol farè, sarè grama a la morte. No ve fondè con dir: Sia lauda Dio, E’ son ricca, e’ son bella, anema mia; Perchè un cervel gajardo, co se el mio, Puol farve in otto di grama e falia. Co vorò, chi sarà che per sto rio Ossa passar che ’l no abbia una feria? E co me salterà la moscaruola Te lasserò co una sarzetta sola. Dì che i to buli sì me vegna atorno! Dì che i citissa gnianche, mariola! Che ghe ne struppierò do pera al zorao, Che i te vegnirà a casa su una tola. No ghe sarà can curto in quel contorno Che ossa gnianche dirme una parola, E ti, che ti no meriti ferie, Tutto el to andarà in sbiacca e in dialtie. Za tempo, el fatto to jera un piaser; Ti eri tutta dolce e molesina; Ma adesso che ti ha casa in soler, E che ti ha do majoliche in cusina, E che ti fa comandar al forner, Te par esser, puttana, una rezina: Mo ste tante grandezze, alla fe fia, Le chiama l’Ospeal da mille mia. Spiero, puttana, ancora inanzi avril, (Chè te la metto longa la novella) De vederte su un ponte co un bacil, Stroppà con una cappa da donzella, Batter i denti e filar fil sottil, Con quattro bronze in t’una pignatella, E sotto vose, grama e poveretta, Dir: Signori, doneme una gazzetta. O veramente, cusì co se suol, Te vederò anca ti grama meschina, A i perdoni, destesa su un storuol, Aver per cavazal una fassina, Con mille bolettini onde te duol, E criar: Socorè sta poverina! E con un vecchio che te raccomanda, Ghe dirà a i putti: Feve da una banda. [E] se San Joppo per buona fortuna No te puol accettar in [la so] scuola, Te vederò l’inverno puo alla bruna Andar a comprar ojo, ah mariola, A trazer acqua al lume de la luna, E lavar drappi per meza ceola, E far servisi a tutta una contrà Per un mezo scuelotto de panà. Tutti i tocchi, le croste e le caie, Che avanzerà inti armeri di vesini, Ti magnerà co s’i fosse trezie: Queste sarà, puttana, i colombini, Queste, vacca, serà le golarie, Le to confezion de moscardini, E i fondachi po di caratei Te parerà perfetti muscatei. A vederte vestia sarà un gran spasso: Ti haverà una calza e l’altra no, Con do zoccoli vecchi, un alto e un basso, E una camisa comprà da Buzò: Ti haverà po indosso un sottocasso Con pi tacconi che n’ha peli un bo, E in pe de la to scuffia da festa Una verza te covrerà la testa. I putti te dirà: Mostra la mona! E ti la mostrerà per un sesin. Quanti se in la Mocina e in la Liona, Tuti te spazerà senza un quattrin; E cussì, solenissima poltrona, Spierò vederte a far le male fin, A onor e gloria de quante puttane Se pensa con arlassi a far sottane. Ghe ne visti una l’altro dì al perdon Che se sta delle prime della tera, Che per Dio la me fa compassion, De vederla a quel passo che l’iera, Stravaccà là per terra in un canton, Carga de mosche e pulisi a miera, Con tante taste e tanti bolettini Che no ha tanti tacconi sie fachini. Questa è la fin de vu altre puttane (Parlo de quelle che se tien a l’orza) Che al bordel, ospeal, o Carampane[589] Sconvegnì andar al trenta un per forza; Però infina che ve sentì sane No fe per niente che nigun ve sforza, Siè molesine con quanti ve vuol, Chè a sto partio scapolerè el storuol.

Notes in this chapter

Note 1 · Nel già citato codice Marciano si leggono (ff. 253 v. a 254 r.) una nota e un sonetto che possono forse avvalorare la congettura di un disguNote 2 · Capitolo II.Note 3 · Capitolo VIII.Note 4 · Capitolo XV.Note 5 · Capitolo XX.Note 6 · Capitoli XXI e XXII.Note 7 · Capitolo XIX.Note 8 · Lettera XIX, pp. 35-6.Note 9 · Capitolo VIII.Note 10 · Lettera XX, pp. 37-8.Note 11 · Capitoli IX, X, XI, XII.Note 12 · Lettera XXXVI, p. 67.Note 13 · Capitolo XVII.Note 14 · Lettera XLIX, pp. 84-5.Note 15 · Capitoli XIII e XIV.Note 16 · Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a m. Jac.mo de’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi coNote 17 · Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la VeroniNote 18 · Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine s’intende Note 19 · Capitolo VIII.Note 20 · Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.Note 21 · Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.Note 22 · Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.Note 23 · Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.Note 24 · Lettera XLVI, p. 79.Note 25 · Lettera XXIV, pp. 48-9.Note 26 · Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.Note 27 · Lettera XXV, pp. 49-50.Note 28 · Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.Note 29 · Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.Note 30 · Lettera XLII, p. 75.Note 31 · Vedi Serassi, La Vita di Domenico Veniero, preposta alla edizione delle Rime, Bergamo, 1751, p. XIII.Note 32 · Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.Note 33 · Lettere brevissime di Mutio Manfredi, il Fermo Academico Olimpico, ecc., scritte tutte in un anno, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto dNote 34 · Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustreNote 35 · De antiquitate et viris illustribus Veronae, Padova, 1647, l. I, c. 20.Note 36 · È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.Note 37 · Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentaNote 38 · Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia: E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossa Da laNote 39 · Capitolo XII.Note 40 · Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva: E come donna in questa patria nata, Vorrei, ch’ov’ha di luNote 41 · Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo: Questa VeneNote 42 · Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.Note 43 · Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoi Opuscoli: «Era uscita allor per Venezia questa canzoNote 44 · V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.Note 45 · Lettera XIII, p. 21.Note 46 · Nell’opera di Giacomo Franco, Habiti d’huomini et donne venetiane ecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappreseNote 47 · Lettera XLIV, pp. 76-8.Note 48 · Vedi per tali notizie Tassini, Op. cit., p. 40.Note 49 · Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, di un filo di perle nº 51 ballotte, di piatti d’argento e di altra argenteria con Note 50 · Capitolo XXIII.Note 51 · Capitolo XVI.Note 52 · Lettera VIII, pp. 14-6.Note 53 · Vedi Cicogna, Op. cit., t. VI, pp. 884-5 e Tassini, Op. cit., pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570; Cicogna, ibidNote 54 · Lettera XLVIII, pp. 82-4.Note 55 · Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, un vilissiNote 56 · Vedi Tassini, Op. cit. pp. 23-5.Note 57 · Sandonnini, Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 345 sgg.Note 58 · Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi: Prima che ’l fuoco spenghi FaNote 59 · Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.Note 60 · Lettera XXXIX, p. 71.Note 61 · Lettera XXXVIII, p. 70.Note 62 · Ibid.Note 63 · Lettera XXII, pp. 41-6.Note 64 · Novelle letterarie per l’anno 1757, pag. 320; Cicogna, Op. cit., vol. VI, pag. 884; Tassini, Op. cit., p. 65.Note 65 · Entrambi questi sonetti furono pubblicati dal Cicogna, Op. cit., t. V, pag. 424.Note 66 · Tassini, Op. cit., p. 39.Note 67 · Lo pubblicò il Cicogna, Op. cit., t. V, pp. 414-5.Note 68 · Tassini, Op. cit., p. 43.Note 69 · Cicogna, Op. cit., t. V, p. 412.Note 70 · Anche questo documento fu pubblicato dal Cicogna, Op. cit., t. V, pp. 416-7.Note 71 · Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monacNote 72 · Lettera XV, p. 23.Note 73 · Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.Note 74 · Vedi intorno a Tullia d’Aragona Guido Biagi, Un’etèra romana, in Nuova Antologia, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.Note 75 · Lettera XXXVIII, p. 70.Note 76 · L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente: El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Note 77 · Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.Note 78 · Forse trinale da trina? ma i vocabolarii non l’hanno.Note 79 · Vedi qui addietro pp. 234-5.Note 80 · Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato, Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte da M. Note 81 · Vedi qui addietro p. 287.
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