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Attraverso il Cinquecento

I PEDANTI

Reading edition

I.

Questo sciagurato nome di pedante non ebbe sin dal principio tutta l’estensione di significato che ha ora; ma denotò propriamente il pedagogo, il maestro di scuola, una specie soltanto del largo e copiosissimo genere pedantesco.

Quale la origine del nome non è bene accertato. C’è chi la volle rintracciare nel verbo latino pedere, il cui significato può vedersi nei vocabolarii. Gli etimologisti moderni ammettono come più probabile, ma non come sicura, la derivazione dal greco παιδεύειν, istruire, allevare. Quanto al tempo in cui il nome cominciò ad usarsi, dice il Varchi nell’Ercolano[255]: «Quando io era piccino, quegli che avevano cura de’ fanciugli insegnando loro... e menandogli fuora, non si chiamavano, come oggi, pedanti, nè con voce greca pedagogi, ma con più orrevole vocabolo ripititori». Essendo il Varchi nato nel 1502, dalla sua affermazione si ricaverebbe che quell’uso non cominciò se non passati parecchi anni del secolo xvi; ma d’altra banda il nome si trova già in alcuni sonetti burchielleschi, i quali, se si potesse proprio provare che sono del pazzo poeta e barbiere fiorentino, mostrerebbero l’uso esserci stato sino dalla prima metà del secolo xv. Checchessia del nome, certo la cosa è assai antica: il pedante nostro discende in linea retta dal pedagogo e dal ludimagistro dei greci e dei latini. Vero è che il Doni, nel suo commento ai sonetti di esso Burchiello, narra, fondandosi sulle testimonianze di Erodoto, di Appiano, e di Gioseffo, che il primo pedante fu un ladro, il quale scampò dalle forche solo perchè una pubblica meretrice lo chiese per marito. Il nome dalla lingua italiana passò nella francese, nei bei tempi in cui tutti gli eleganti di Francia si gloriavano di parlare italiano; passò nella spagnuola, nella portoghese, nell’inglese, nella tedesca, e diventò subito nome di sprezzo e di scherno. Il più gran dispetto che si potesse fare ai pedanti fu appunto di chiamarli pedanti. Per darci ragione di quello sprezzo e di quello scherno, vediamo un po’ di che maniera fossero le qualità fisiche e morali, quali le condizioni, gli atti e i portamenti di coloro che ne erano colpiti. Documenti e testimonianze abbondano; non abbiamo che a consultarli, e a trarne gli elementi della nostra descrizione.

Cominciamo dal dire che il pedante genuino, o, piuttosto il pedante tipico, non ha col favoloso Narciso e con lo storico Antinoo nessuna, nemmen remotissima parentela, e delle Grazie non conosce se non quel tanto che ne scrissero i poeti. Piuttosto allampanato che magro, piuttosto scontrafatto che brutto, egli veste miseramente e bizzarramente di panni logori e sucidi, forzando ad accomunarsi in una lamentabile livrea di miseria le fogge più disparate e più repugnanti. Ciò che il rigattiere rifiuta trova sul suo dorso un ultimo e durevole impiego[256]: la toga pelata di un pedante, dice Tommaso Garzoni, non ha visto manco di cinque Jubilei. Il Caporali, parlando nella Vita di Mecenate[257], dei vari lasciti fatti da costui nel suo testamento, dice:

Or veniamo a i legati de i Pedanti, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ei lasciò lor un valigion di stracci, Due toghe rotte, un berrettin macchiato, E una camicia vecchia e senza lacci.

Il bagaglio non era dunque loro di grande impaccio: certo pedante descritto dall’Aretino[258], e di cui dovrò riparlare, aveva per tutta masserizia una «sacchetta dova tenea due camisce, quattro fazzoletti, e tre libri con le coperte de tavole». Se al detto sin qui si aggiunge che il pedante riusciva goffo in ogni suo atteggiamento, o movenza, e che spesso il suo volto si vedeva (se non mentono i narratori) ricamato di scabbia gallica, o di altra sì fatta galanteria, si avrà di lui una immagine non certo finita ed intera, ma sufficiente al proposito nostro.

Brutto sotto l’aspetto fisico, il pedante non appar bello davvero sotto l’aspetto morale. Egli è, di solito, un uomo ottuso di mente; ricco talvolta di memoria, ma poverissimo sempre di giudizio; privo di qualsiasi genialità, e spesso spesso sciocco di una sciocchezza tanto più ridicola quanto più inviluppata di saccenteria. Egli ha quella che l’Elvezio chiamava la più incurabile delle stupidità, la stupidità acquistata con lungo studio. Gli è assai raro che in quelle raccolte di facezie e di motti di cui ebbe tanta copia il Cinquecento, si trovino detti arguti posti in bocca a pedanti[259]; mentre è frequentissimo il caso che si narrino esempii incredibili della lor grulleria. Il Doni racconta di uno che avendo veduto il discepolo sputare sopra un ferro per accertarsi se fosse caldo, sputò poi, con lo stesso intendimento, sulle lasagne, e non avendole udite friggere, se ne cacciò in bocca una gran forchettata e si cosse tutto[260]. E quale l’ingegno, tali naturalmente gli studii e la coltura. Il pedante è, come dice l’Aretino, l’asino degli altrui libri; è un uomo nel cui capo non entra nulla, se l’autorità di un libro non ce la fa entrare. Infatuato dell’antichità e dei classici, disprezza, senza punto conoscerlo, il mondo in cui vive, ma a cui veramente non appartiene. Del resto anche l’antichità, che egli crede di aver famigliare, è per lui un mondo chiuso, di cui non considera e non conosce se non la scorza. Egli ha letto tutti gli autori latini, se non anche i greci; ma dei poeti ha colto la parola, non l’anima, degli oratori il suono, non le ragioni, dei filosofi tutto il più le sentenze, non le larghe e poderose intuizioni. Ha la memoria pronta, e anche ben guernita; ma quella sua memoria non è un libro fatto e nemmeno un zibaldone; è uno schedario. La sua sapienza è tutta di citazioni: nei Ragguagli di Parnaso Trajano Boccalini ce ne dà un giusto concetto, quando ci mostra i pedanti che coi bacili in mano vanno raccogliendo le sentenze e gli apoftegmi che scatarrono i savii dell’antichità[261]. E quando compongono, se pur compongono, non fanno altro che mettere in carta di nuovo ciò che in carta han trovato, compilar ristretti, o manuali, o trattati. Parlando dei pedanti, Niccolò Franco fa dire alla sua lucerna: «Gli veggo star d’intorno a i libri, facendosi scoppiare il core per imparare due parolette per lettera, per attestarle senza proposito. Non gli veggo mai scrivere cosa alcuna di lor farina. Veggo che non san far altro che repertorii, vocabulisti, arti da far versi, e modi da componere pistole»[262].

Il pedante è prima di ogni altra cosa, e sopra ogni altra cosa, un grammatico: uno sfregio alla verità, una offesa al buon senso non lo commuovono; un mancamento ai precetti di Prisciano e di Donato lo fa uscire dai gangheri. Trajano Boccalini dice che in Parnaso fu attaccata un giorno grande zuffa tra i pedanti, gli epistolarii e i commentatori, per un disparere se consumptum dovesse scriversi con la p o senza la p. Apollo, stomacato, voleva cacciarli tutti fuor del suo regno, ma poi ce li lasciò stare a istanza di Cicerone e di Quintiliano[263]. Quanta fosse del resto la pedanteria dei grammatici si può vedere in certi esempii recati dal Pontano[264] e da Alessandro degli Alessandri[265], per tacer d’altri. Il pedante non parla mai facile e piano, chè gli parrebbe di ragguagliarsi al volgo; orna quanto più può la dizione, studia la voce e il gesto, canta così le prose come i versi[266]; sapendo di non poter essere inteso da chi lo ascolta, commenta e dichiara egli stesso ogni parola che dice[267], e non avendo mai nulla da dire che importi, ha sempre in pronto un’apostrofe, un epifonema, una serqua di aforismi, una orazione spartita secondo le regole. Egli ha la dottrina e l’arte del vaniloquio vestito d’enfasi e di magniloquenza. Nella Cena delle Ceneri di Giordano Bruno, il pedante Prudenzio interrompe il racconto di certo Teofilo, altro interlocutore del dialogo, e dove questi aveva detto: dopo il tramontar del sole, egli muta e supplisce: Già il rutilante Febo, avendo volto al nostro emisfero il tergo, con il radiante capo ad illustrar gli antipodi sen giva. Ne segue un piccolo diverbio:

Frulla. Di grazia, magister, raccontate voi, per che il vostro modo di recitare mi soddisfa mirabilmente.

Prudenzio. Oh, s’io sapessi l’istoria.

Frulla. Or tacete dunque, nel nome del vostro diavolo.

Che importa al pedante che quanto ei dice non sia al proposito, se, come a lui sembra, è ben detto? In uno dei suoi dialogi piacevoli[268] il Franco introduce un pedante Borgio, quello stesso contro cui scrisse una delle più vituperose sue epistole[269]. Questo pedante è morto e giunto sulla riva d’Acheronte: ma non può indursi a passar come gli altri, e prega Caronte di aspettare un poco, tanto che egli possa comporre una orazioncella da recitare in cospetto di Plutone. Ottenuta licenza, comincia a discutere con sè stesso se la orazione debba appartenere al genere dimostrativo, al deliberativo, o al giudiciale. Scelto il dimostrativo, ricorda di aver letto in Tullio che cinque sono le parti de l’officio de l’oratore, invenzione, disposizione, elocuzione, memoria e pronunciazione. Poi va oltre, ricercando i colori retorici, provando con esempii la virtù loro, e finalmente mette insieme il suo discorso con esordio, narrazione, divisione, confermazione e conclusione. Il Franco dimentica di dirci quale accoglienza il pedante Borgio si avesse da Plutone. Nemmen dopo morto il pedante cessa d’esser pedante. Nel suo lucianesco dialogo intitolato Charon, il Pontano introduce l’anima di un Pedano grammatico, giunto allora allora agli Inferni. Pedano pensa ai discepoli che ha lasciati nel mondo, e prega istantemente Mercurio di voler loro riferire alcune cose di gran rilievo da lui risapute dallo stesso Virgilio poc’anzi; e cioè, come Aceste donasse ad Enea, non cadi di vino, ma anfore; come lo stesso Aceste vivesse anni centoventiquattro, mesi undici, ventinove giorni, tre ore, due minuti e mezzo secondo; che Enea toccò la terra d’Italia con entrambi i piedi a un tempo, ecc. Ludovico Domenichi racconta di un pedante che stando per affogare, gridava forte: O Dio, che ti pare del nostro Cicerone? che cura tiene egli dei suoi amici?[270].

Il pedante non si contenta, per distinguersi dal volgo, di parlare secondo i precetti dell’arte oratoria e con l’esempio di Cicerone innanzi; ma usa inoltre di una lingua sua propria. Quando può parla latino, perchè il latino, a suo giudizio, è la lingua nobile, la lingua perfetta, la lingua per eccellenza; quando non può parlar latino, e la necessità lo sforza, parla volgare; ma allora per ricattarsi, alle parole e alle frasi volgari, mescola le parole e le frasi latine, sparge di latinismi il suo dire, e fa un guazzabuglio che nessuno intende. Il Garzoni narra di un pedante che volendo dar nuova altrui come nella città sua di Bologna c’erano molti banditi, i quali si temeva che un dì o l’altro non ammazzassero il governatore, disse: Io vereo che per la copia di questi esuli un giorno non venga necato l’antistite. E narra di un altro, che indirizzando una lettera in Padova, sulla piazza del vino, alla spezieria della Luna, scrisse: Nella città Antenorea, in sul Foro di Bacco, all’Aromatario della Dea Triforme[271]. Nè questa era usanza dei soli pedanti italiani: il Montaigne racconta di un amico suo, che avendo a discorrere appunto con un pedante, prese per burlarsi di lui, a contrefaire un jargon de galimatias, propos sans suitte, tissu de pièces rapportées, sauf qu’il estoit souvent entrelardé de mots propres à leur dispute, e così facendo lo tenne un giorno intero à débattre, pensando il pedante toujours respondre aux objections qu’on lui faisoit[272].

Sappia pochissimo, come d’ordinario accade, o sappia malamente assai cose inutili, come pure incontra talvolta, il pedante presume sempre moltissimo di sè, incede con magistrale gravità, con volto d’uomo immerso in alti e reconditi pensieri, con atti dottorali e schivi. Certo pedante, introdotto da Metello Grafagnino in un suo bizzarro capitolo, ascrive alla schiera dei ludimagistri Aristotele, Platone, Socrate, Seneca, e molti altri antichi e moderni, e a questo modo fa sè pure della loro schiera. Francesco Ruspoli, in uno de’ suoi sonetti, definisce il pedante

Gigante d’ambizion, di saper nano;

e soggiunge:

Appena l’a bi ci solo col dito Ei discerne, e non sa l’indicativo, Che giunge d’insolenza all’infinito[273].

Questa insolenza mostravano più particolarmente i pedanti nel riprendere altrui, nel censurare le altrui fatiche, in nome delle sane dottrine e del corretto gusto, di cui si stimavano depositarii e tutori. «Vorrei», dice l’Aretino nel Prologo dell’Ipocrito, «levati i pedanti a cavallo, che il sovatto d’una scuriata gli insegnasse il come si fanno l’opre, e non come le si mordono». E son noti quei versi del Boileau:

Un pédant, enivré de sa vaine science, Tout hérissé de grec, tout bouffi d’arrogance, Et qui, de mille auteurs retenus mot pour mot, Dans sa tête entassés, n’a souvent fait qu’ un sot, Croit qu’un livre fait tout, et que sans Aristote La raison ne voit goutte, e le bon sens radote.

Ma se i pedanti non avessero avuto altri difetti che la superbia e l’insolenza, si sarebbero potuti, sino ad un certo punto scusare; il guajo si è che ne avevano altri, e parecchi e grossi. Il pedagogo è da scegliere tra mille, diceva il Vida; quaerendus rector de millibus, lasciando intendere che tra mille se ne poteva trovare uno buono. Saba da Castiglione, ne’ suoi Ricordi ovvero Ammaestramenti[274], vorrebbe «le città fossero ben proviste, e fornite di maestri di scuola, li quali fossero catolici, spirituali, maturi, gravi, onesti, ben accostumati», appunto come troppo spesso non erano. Nè manca chi, facendo il novero di tutte le lor virtù, li chiama bugiardi, ghiottoni, poltroni, ipocriti, seminatori di discordie, ladri, ponendo fine alla assai più lunga litania colla menzione punto velata di un vizio che, in antico, la Grecia aveva dato a Roma, e che certo, nel Cinquecento, non era dei soli pedanti[275]. Nell’Inferno degli scolari dice il Doni che i pedanti sono «viziosi, golosi, negligenti, ignoranti, goffi, rozzi, nojosi, fastidiosi, ribaldi, scelerati e peggio»[276]. Peggio chè?

I pedanti erano di due maniere, secondo che esercitavano l’ufficio loro nelle famiglie che li tenevano a stipendio, o in iscuole, sovvenute o non sovvenute dal pubblico erario; ma qual che si fosse il modo dell’esercizio, non variavano le usanze loro e non variava l’indole dell’insegnamento. Che cosa fosse questo insegnamento si può arguire dalla qualità degl’insegnanti. Se passava oltre i gradi di una istituzione primaria, il che non sempre accadeva, il latino prendeva subito, ben s’intende, luogo principalissimo; ma in qualunque grado si fosse, era e rimaneva, non occorre dirlo, essenzialmente pedantesco. Non chiedete al pedagogo il più elementare avvedimento di quella scienza che da lui prende il nome, la pedagogia. L’arte di rendere gradito, e, appunto perchè gradito, fruttuoso lo studio, è un’arte ch’egli ignora, e che disprezzerebbe, se la conoscesse. Ha tanto sudato egli a imparar ciò che sa! bisogna bene che altri sudi a sua volta. Ciò che in qualsiasi disciplina è più esterno e men vivo, la formola che strozza il pensiero, la regola che gli allaccia le ali, la lettera che uccide, ecco l’oggetto d’ogni diligenza pel pedante, ecco le cose intorno a cui egli non si stanca e non rifinisce di dare ammaestramenti e precetti. Per lui la mente del discepolo è come un bossolo vuoto dentro, e l’arte dell’istruire consiste tutta nell’imbossolarvi certa quantità di cognizioni in modo che non vi patiscano alterazione, e le si possano, ad ogni bisogno, tirar fuori tali e quali vi furono messe. Come il gesuita, il pedante lavora a uccidere l’intelletto, salvo che nol fa, come il gesuita, per deliberato proposito: il suo insegnamento non tende ad altro, dice il Montaigne, qu’à remplir la memoire, lasciando l’entendement et la conscience vuide. E se ciò è vero, chi oserà dire che l’insegnamento pedantesco sia sparito dal mondo?

I libri che in Italia formavano la necessaria scorta di ogni pedante erano: le grammatiche di Prisciano e di Donato, le Regole Sipontine, la Cornucopia, il Liber de metris, di Niccolò Perotto, il Catholicon di Giovanni Balbi, il Calepino, le Regole del Cantalicio, lo Spicilegio del Mancinello, il Dottrinale, ed altri così fatti, di vario argomento, che non mette conto di ricordare. Il Folengo, narrando la fanciullezza turbolenta del suo eroe Baldo, dice:

Fecit de norma mille scartozzos Donati, Inque Perotinum librum salcicia coxit[277].

Ai libri manuali si accompagnavano, secondo che l’insegnamento si allargava più o meno, alcuni testi classici e anche qualche libro volgare; ma ognuno può immaginarsi che cosa diventasse lo studio e la interpretazione dei classici, se, come dice Bartolomeo Amigio, un pedante che appena aveva letto lo Spicilegio del Mancinello e le Regole del Cantalicio, si arrogava di commentar Platone[278].

Di questo insegnamento gretto, meccanico, essenzialmente infecondo del pedante, nessuno diede immagine più adequata di quella che, con celia non men profonda che arguta, porge il Rabelais, parlando della educazione di Gargantua[279]. Quel dabben uomo di Grandgousier, avendo riconosciuto nel figliuolo un mirabile ingegno naturale, volle che un’ottima istituzione venisse in ajuto della natura, e traesse dal ben disposto seme il frutto perfetto. Tubal Oloferne, il reputatissimo maestro scelto a tale ufficio, si pose all’opera, e in ispazio di cinque anni insegnò all’alunno l’abbicì; poi gli lesse il Donato, il Faceto, il Teodoleto e l’Alanus in parabolis, spendendoci intorno tredici anni, sei mesi e due settimane. Dopo di ciò gli espose il De modis significandi con tutti i commenti che se ne fecero, e consumò in tale esercizio diciotto anni e undici mesi; ma questo tempo trascorso, Gargantua sapeva il tutto a memoria, e poteva anche ridirlo alla rovescia, e prouvoit sur ses doigts à sa mère, que de modis significandi non erat scientia. Allora il buon maestro pose mano al Computo; ma dopo sedici anni e due mesi di tale insegnamento, si morì,

Et fut l’an mil quatre cents vingt, De la verole qui lui vint.

Un secondo maestro, per nome Jobelin Bridé, lesse allora ed espose all’alunno alcuni altri libri della stessa farina; dopodichè il padre cominciò finalmente ad avvedersi che il figlio en devenoit fou, niais, tout resveux et rassoté. De quoi se complaignant à don Philippes des Marais, viceroi de Papeligosse, entendit que mieulx lui vauldroit rien n’apprendre, que tels livres soubs tels précepteurs apprendre. Car leur sçavoir n’estoit que besterie, et leur sapience n’estoit que moufles, abastardissant les bons et nobles esperits, et corrompant toute fleur de jeunesse. Allora Grandgousier affidò Gargantua a Ponocrate, un maestro di animo generoso ed aperto, di larga e viva coltura, la istituzion del quale, opposta e contraria, sotto ogni rispetto, a quella degli altri due, può in gran parte anche oggi considerarsi come modello di una istituzione proficua, intesa a svolgere armonicamente tutte le buone energie della natura umana.

Ma ciò che il Rabelais dimentica di dirci si è che l’argomento pedagogico per eccellenza, la prima et ultima ratio del pedante era lo staffile. Lo staffile è, da tempo antichissimo, come l’emblema del pedagogo, la divisa, se si può dire, del suo insegnamento. Il buon Orazio, intento negli anni maturi a cogliere il dolce della vita, ricordava ancora, con vago terrore, il plagosus Orbilius a cui era stata soggetta la sua fanciullezza; Marziale rammenta le ferulae tristes, sceptra paedagogorum. Una pittura di Ercolano mostra quanto antica sia la pratica di quello che gli scolari d’Italia chiamarono con figurato eufemismo il cavallo. Lo staffile si adoperava tanto dai pedanti domestici, quanto dai pedanti che tenevano scuola aperta; ma se quelli dovevano, sotto gli occhi delle persone di casa, usarne con qualche discrezione, questi potevano usarne ed abusarne come e quanto loro piaceva. Qual meraviglia, se le descrizioni che ce ne son pervenute, ci dipingono la scuola come un altro inferno? Non iscuola la diresti, esclama in un impeto d’ira Erasmo da Rotterdam, ma luogo di tortura, dove non si ode altro che crepito di sferze, strepito di verghe, lamenti, singulti, e minacce atroci; e soggiunge cose incredibili dei mali trattamenti che in sì fatti luoghi di tortura si infliggevano ai fanciulli da uomini, come dice egli stesso, troppo sovente agresti, scostumati, lunatici, insani di mente[280]. Intimidire l’alunno, riemperne l’anima di una specie di sacro terrore, in guisa da spegnervi ogni vivezza e bollore di spiriti tracotanti e riottosi, ecco ciò che il pedante si proponeva di conseguire anzi tutto; senza sospettar nemmeno che il primo effetto delle sue pratiche era di rendere odioso ogni studio, e di fiaccare nell’alunno stesso quelle morali energie senza l’esercizio delle quali non è studio che frutti. Vincere e domare la caparbia e ribelle natura, ecco il supremo canone pedagogico; d’onde la incredibile usanza di picchiare anche quando non ci fosse fallo, senza una ragione al mondo, di buon mattino, per ben preparare al lavoro della giornata. E quando non erano busse, erano, come dice il Garzoni, modi di chiedere terribili, grida strepitose, un passeggiar per la scuola a guisa di tanti pavoni[281], uno starsi in cattedra, dice Cyrano de Bergerac, a mo’ di un Cesare, facendo tremare sotto lo scettro di legno il popolo della piccola monarchia[282]. Ebbe ragione il Bronzino di dire, parlando dell’età dell’oro:

Non erano spaventi o battiture Pe’ fanciulli, e la scuola e la bottega Ancor non erano in rerum naturae (sic)[283];

ma più ragione ebbero quegli scolari di Pavia, di cui narra Cesare Rao in una delle sue Argute e facete lettere[284], i quali un bel giorno levarono il loro pedante a cavallo e lo regalarono di più di cento scoriate, ripagandolo delle infinite che gli aveva date loro. Essi tennero la via seguita sin da principio dal giovine Baldo:

Nunquam terribilis quid sit scoriada provavit Namque paedagogis hic testam saepe bolabat[285].

I fanciulli che avevano il pedante in casa, soggiacevano a disciplina meno bestiale, ma non imparavano di più, e correvano altri pericoli. La presenza del pedante in casa poteva dare, e dava spesso, luogo a corruttele, a scandali, a guai d’ogni maniera, specialmente se, come accadeva di solito, le famiglie a fine di spender meno, si pigliavano per maestro un qualche paltoniere, non meno povero di dottrina che nudo di ogni dignità. Perciò lo Spelta, di cui ho già citato il libro, si mostra grande avversario di quelli che chiama maestri casalenghi, si duole della goffaggine de’ gentiluomini che vogliono il pedante in casa, e si dichiara risolutamente fautore delle scuole pubbliche. Egli non crede che l’insegnamento dato in casa possa riuscir mai di qualche vantaggio al discepolo, «perchè quando anco il povero maestro vuole riprendere o castigar il furbo di qualche errore, subito la signora madre corre di sopra, o dove insegna, e fa cappellate d’importanza al cujum pecus. Il quale temendo di perdere la pagnocca, lascia correre cinque settimane per un mese. E mangiando la panigada in pace, diviene grassetto, compra l’offelle, la gioncadina co l’alunno, ed insieme stanno su le papardine. Ben voluti dalla padrona che se ne serve in più servigi. Fa del fattore, o del mastro di casa; egli è insomma quello che taglia il budello in tavola»[286].

Ma qualche volta faceva anche altro, ed entrava un po’ troppo nelle buone grazie della padrona. Parlando di certe gentildonne, dice il Rosso nella Cortegiana dell’Aretino: «Ed i pedanti ancora ne vanno beccando qualcuna... non gli bastando figli, fratelli e fantesche»[287]. In uno dei Ragionamenti dello stesso Aretino si narra la stomachevole istoria di certa donna maritata, la quale «si inghiottonì di un di questi pedagoghi affumicati, che si tengono ad insegnare per le case, il più unto, il più disgraziato, il più sucido che si vedesse mai»[288]. La buona femmina tanto fece che riuscì a trarselo in casa. S’intende come il pedante, fatto amico della padrona, dovesse poi diventar egli padrone, e mettersi sotto tutta la famiglia, a cominciare dal melenso marito. In tal condizione egli poteva sembrar degno d’invidia a tutto l’innumerevole stuolo dei ghiottoni e dei parassiti. Gabriello Simeoni dice nella Satira dell’avarizia del mondo:

Può far Domenedio tanto da bene, Ch’a pedanti e notai sia il mondo in mano, Il mondo cieco e pazzo da catene? Di natura è il pedante aspro e villano, Implacabile, avaro e discortese, Crudel, superbo, sospettoso e vano. Prima s’acconcia in casa per le spese, Poi qual Margutte ognun si caccia sotto, E del tutto è padrone in men d’un mese[289].

Giovanfrancesco Ferrari, poeta bernesco dei men noti, ma non dei meno pregevoli, tesseva un capitolo in lode della pedanteria, e giurava di volersi far pedante, parendogli non ci fosse al mondo stato più comodo di quello.

A me pare un bel che, stando a sedere Vender le sue parole notte e giorno E cavarne il vestire, il pane e il bere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . E poter obedito comandare A tutti quei di casa, e a la padrona Star dirimpetto a cena, a desinare. Ed esser ascoltato, qual persona Dotta e sacciuta, con attenzione, Mentre che de i cujusse si ragiona. E su le dita dir la sua ragione, E con qualche argomento in baricoco Far restar il messere un bel castrone[290].

Ma quando il pedante non riusciva a farsi padron di casa, oppure quando teneva scuola aperta per conto suo, come travagliata, quanto misera e vile era la sua condizione! I salarii (che stipendii non si posson chiamare) erano derisorii il più delle volte: «la viltà del prezzo è sì fatta, ch’è vergogna a sentirla», dice l’anima del pedante Anisio in uno dei dialoghi del Franco; e Caronte le chiede invano il quattrino che gli si deve[291]. La concorrenza era grande e rabbiosa e produceva naturalmente il suo effetto: in uno dei sonetti attribuiti al Burchiello, volendosi dare un’idea dello sterminato numero di gondole e di camini che erano in Venezia, si vengono ricordando, come termini di paragone, varie cose di cui si afferma essere grandissima copia, e ci si dice, tra l’altro, che non è tanta poveraglia in Milano, e che non istanno tanti pedanti per le spese. Nessuno più del pedante meritava di entrare nella onorata Compagnia della Lesina, e l’onorata Compagnia non lasciò di accoglierlo nel suo seno[292].

Ma quante altre miserie oltre a questa miseria! Ortensio, uno degli interlocutori della sesta veglia di Bartolomeo Arnigio[293], ce ne dà qualche concetto, riferendo le querele del proprio suo precettore. Sciagurato stento l’insegnare: i fanciulli, già guasti dai genitori, hanno in odio ogni studio, si beffano dei maestri, si addormentano durante la lezione. Che pena far entrar loro in capo quel po’ di latino, e udir poi lo strazio che ne fanno! Che fatica far apprendere ai tristanzuoli un po’ di buon costume! Per dispiacer che n’abbia, il maestro è forzato a dar sorgozzoni, tirar per le orecchie, dar su le palme, e far levar a cavallo: tragico esercizio! E i padri sempre scontenti, sempre a lagnarsi che il figliuolo non impara e a darne colpa al maestro; il quale è da tutti schernito, è chiamato il pedante, il pedagogo, il domine: perfin le fanti gli voltan sossopra i libri, lo trattan da gufo, d’allocco e da barbajanni. Disse il buon Lafontaine:

Je ne sais bête au monde pire Que l’écolier, si ce n’est le pédant:

mettete queste due bestie a vivere insieme nella medesima casa, e dite se ci può essere al mondo miseria maggiore della loro.

Ma tutto ciò è ancor poco a paragone della comune avversione, dell’universale disprezzo che involgevano, come in un atmosfera irrespirabile, la gens dei pedanti; avversione e disprezzo che parvero eccessivi a taluno e degni di biasimo[294], ma che formavano ormai pubblica opinione, e facevano dire al Doni in busca d’impiego, ch’egli era pronto a torsi in corte ogni officio che gli si volesse dare, da pedante e cappellano infuori[295]. Il nome stesso di pedante era diventato uno sfregio e un vitupero.

II.

Le ragioni dell’odio contro ai pedanti erano, come s’è potuto vedere, parecchie, e non piccole; ma tra esse una era maggiore delle altre, e nasceva da ciò che più propriamente qualificava il pedante, da quella angustia d’animo, da quella dottrina arida, da quella seccaggine prosuntuosa, dal tutto insieme delle qualità fastidiose e ridicole che appunto costituiscono ciò che si dice spirito pedantesco. Ora, se si considerano le cose un po’ più da vicino, l’odio può parere, per questo capo, un po’ ingiusto, perchè lo spirito pedantesco non è nel Cinquecento così proprio dei pedanti, che anche fuori di loro non se ne trovi in abbondanza, e perchè quello che in essi è deriva in gran parte e dipende da quello che alita loro intorno. Vero è che essi lo accumulano e lo condensano, come certi apparecchi dei fisici fanno della elettricità.

L’umanesimo nasce con in corpo il germe della pedanteria. La erudizione ha come una tendenza naturale a diventar pedantesca, e questa tendenza tanto più si rafforza, quanto più l’oggetto intorno a cui si vanno esercitando gli studi, sembra nobile, alto, degno di particolare ammirazione; quanto più esso respinge, come minori e men degni, altri oggetti di studio, e lega gli spiriti, assoggettandoli ad una servitù da cui non è più loro possibile emanciparsi. Ora, l’umanesimo era per una buona metà, se non per tre quarti, erudizione, e, per giunta, erudizione che aveva dietro di sè, e un pochino anche dentro di sè, le tradizioni dello scolasticismo medievale. L’ammirazione appassionata dei classici, lo studio esclusivo ed assiduo dell’opera loro, dovevano conferire, o rafforzare abiti intellettuali non troppo disformi da quelli della pedanteria, produrre una nuova superstizione letteraria, come tutte le superstizioni, intollerante e sofistica. Un alto disprezzo si spandeva sopra quanto non era antico e classico. Mentre il verbo greco e latino diventava una cosa sacra, oggetto di culto geloso, si rifiutava la propria lingua nativa e si schifavano gli autori che l’avevano recata negli scritti. L’autorità sempre più s’imponeva nel nome di quei grandi di cui si adoravan le carte; la imitazione si affermava norma suprema dello scrivere, ed ogni più lieve trascorso contro a quel nuovo diritto, o diciam meglio, a quella nuova religione, era giudicato mancamento mostruoso ed inescusabile. Lo spirito pedantesco informa ed agita tutto un popolo di studiosi, di cui non è facile dire quanto abbiano giovato, quanto nociuto alla coltura e alle lettere: grammatici puntigliosi, espositori fanatici, commentatori arrabbiati, leggitori insaziabili, disputatori implacabili, eruditi aridi e ponderosi. Dov’è maggior pedanteria che nelle controversie di quegli umanisti, i quali sopra un vocabolo disputavano gli anni, vituperandosi a vicenda? E chi più pedante di quei Ciceroniani, con tanta garbo derisi da Erasmo, i quali non leggevano altro che gli scritti di Cicerone, passavano la vita a fare indici e repertorii di tutti i vocaboli, di tutte le frasi, di tutte le eleganze di Cicerone, avevano in casa loro, per ogni stanza, una immagine di Cicerone, sognavano la notte di Cicerone, e si credevano in buona fede diventare altrettanti Ciceroni? Gli umanisti, che spesso furono insegnanti, dovettero, seguitando le proprie tendenze, contribuire non poco a dare all’insegnamento un certo indirizzo pedantesco; Vittorino da Feltre, con la larghezza del metodo e degli intendimenti suoi, è fra essi una eccezione, se non unica, certo assai rara.

I pedanti sono figli, non in tutto legittimi, se si vuole, ma pur figli, dell’umanesimo, e l’umanesimo nel Cinquecento, se muta tempre in parte, se si fa meno bisbetico e più liberale, conserva, ciò nondimeno, nel fondo, le qualità e gli intendimenti che lo avevano contraddistinto nel secolo precedente. Gli è nel Cinquecento che il ciceronianismo si fa più invadente e più intollerante; gli è nel Cinquecento che noi troviamo oltre a una dozzina di latinisti inferociti, intesi a screditare in tutti i modi il volgare, e a dire che per gli italiani era una vergogna scrivere italiano anzichè latino[296]. Come si vede, i pedanti non erano poi in quel mondo come pesci fuor di acqua, o come piante venuteci su a dispetto dell’aria e del suolo, e a prima giunta non s’intende bene perchè il Cinquecento si sia, per mille bocche e mille penne, tanto burlato dei fatti loro, se i fatti loro erano un pochino i fatti suoi, e se i burlati potevano rispondere con un Medice, cura te ipsum, o a dirittura con un De te fabula narratur. Ma il Cinquecento ha in sè molte svariate cose e molti, diversi, e spesso opposti indirizzi; e quando si consideri un po’ più da presso ciò che gli si agita dentro, e i moti contrarii che lo traggono in qua e in là, s’intende come esso abbia potuto promuovere e respingere, in un tempo medesimo, le medesime cose, favorirle e avversarle, volerle e deriderle. Gli è, del resto, ciò che più e meno avviene in ogni tempo entro alle civiltà più complesse e più mobili.

A dispetto di non poche titubanze e di non poche contraddizioni, il Cinquecento è secolo novatore, secolo di ribellioni e di riforme, pieno di vivi fermenti e d’audace irrequiete. Lo affatica uno spirito indocile, che sentendosi a disagio entro l’angustia della tradizione, si sforza di slargare tutto intorno i termini del pensiero e della vita. Si comincia allora a sfatare la consuetudine, a scuotere l’autorità. Aristotele, che per tanti secoli aveva rette e disciplinate le menti, si vede sorgere a fronte risoluti avversarii; il dogma, di qualunque specie esso sia, è fatto oggetto di libero esame. Nascono le scienze d’osservazione e di sperimento, chiamate, sin da principio, a mutar faccia al mondo; nasce la critica; nasce nuova filosofia. In materie di lettere, se c’è chi fa l’imitazione articolo di fede e condizion di salute, c’è pure chi la nega e la schernisce, e chiede e insegna la libertà dell’ingegno e dell’arte; se dieci vogliono si scriva latino, cento vogliono si scriva, e scrivono, italiano, e l’italiano pongono sopra il latino; e se nel parlare e nello scrivere italiano, sono, come dice Baldassar Castiglione, certi scrupolosi, i quali, con una religion e misterii ineffabili di questa lor lingua[297], spaventano altrui, riuscendo essi stucchevoli, sono pure moltissimi spregiudicati, i quali parlano e scrivono di vena, con nativa proprietà, con ispontanea eleganza, e si ridono dei papassi del si può e del non si può, e dei loro falsi evangeli. In materia di coltura e di educazione, i migliori, possiam dire i più, sentono assai largamente. Non si dimentichi che il Cinquecento vagheggia un tipo ideale di uomo compiuto, capevole di tutti gli amori e di tutti gli interessi cui può dar esca l’incivilito costume, la vita varia ed intensa; e nel quale le potenze tutte armonizzate fra loro si sostentino a vicenda e si promuovano. Un uomo sì fatto non nasce nelle scuole dei pedanti, e la pedagogia che se lo proponga a modello non può esser quella di aridi grammatici, di vani, tronfii, miseri annaspatori di parole. E in fatto non è. Leon Battista Alberti, Maffeo Vegio, Enea Silvio Piccolomini, Pandolfo Collenuccio nel secolo XV; nel XVI Antonio Ferrari, Sperone Speroni, il Sadoleto, Bernardo e Torquato Tasso, Orazio Lombardelli ed altri non pochi, professano in fatto di educazione dottrine, porgono ammaestramenti, che già Vittorino da Feltre aveva recati in pratica, e che la scienza dei giorni nostri ammira, e non disconfessa. In mezzo a una società a cui Baldassar Castiglione consacrava il suo Cortegiano e Monsignor della Casa il suo Galateo, il pedante sconcio della persona e degli atti, ligneo d’animo, ispido d’inutile dottrina, estraneo alla vita, chiuso a ogni senso di bellezza e di gentilezza, non poteva essere considerato altrimenti che come una negazion vivente degli amori e delle aspirazioni de’ tempi, non poteva non attirar su di sè l’odio e la derisione.

E l’odio e la derisione dovevano (in parte l’abbiamo già veduto) trovare nella letteratura opportunità di soggetti, varietà di espressione, e segnare, passando da una ad un’altra forma di componimento, i varii gradi della intensità loro.

La derisione, non dirò men tagliente, ma meno vilificativa, è quella che investe il gergo pedantesco, e si esercita mediante una imitazione più o meno ingegnosa, ma caricata sempre, di esso. Questa imitazione talvolta si unisce ad altri elementi di satira in composizioni di più largo soggetto; tal altra porge essa l’elemento unico, o almeno principale, in composizioni apposite. Ne nasce quello che appunto fu chiamato stile pedantesco; ne nasce la poesia fidenziana.

Il gergo pedantesco non è cosa immaginata a solo scopo di canzonatura, o di celia, come la poesia maccheronica. S’indovinan subito le ragioni che dovevano persuadere al pedante l’uso di un linguaggio disforme dal comune, di un linguaggio intinto e intriso di latino; tanto più intinto ed intriso quanto più egli era pedante di buona lega; e basta gettar l’occhio sull’Hypnerotomachia di Francesco Colonna, non volendo citar altri esempii, per saper subito di che tempra quel linguaggio si fosse[298]. La poesia fidenziana prende il nome da quel Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro, sotto specie del quale il conte Camillo Scrofa vicentino stampò, circa il mezzo del secolo XVI, alcuni sonetti, e qualche altro breve componimento, intitolandoli Cantici. Lo Scrofa non è, come fu creduto a torto, l’inventore di quella poesia[299]; ma a lui spetta il vanto, qual esso sia, di averla condotta a un grado di perfezione da cui rimasero non meno discosti i predecessori che gli imitatori suoi.

La satira dei Cantici non colpisce soltanto, bisogna dirlo, il gergo pedantesco, giacchè in essi Fidenzio fa manifesta la passione messagli nelle midolle dalla eximia alta beltate del giovinetto Camillo Strozzi, passione che lo strazia e lo consuma. L’innamorato ludimagistro ruba la prima mossa al Petrarca:

Voi, ch’auribus arrectis auscultate In lingua hetrusca il fremito e il romore;

poi si abbandona al furor poetico. Loda le bellezze e gli atti del suo Camillo,

plenissimo inventario D’ogni egregia et notabil pulchritudine.

si duole dei suoi rigori e della mente

D’una cote Caucasea assai più dura,

lamenta gli inutili donativi, dice l’incendio che lo divora maggior di quello che già distrusse l’antico et superbo Ilio, vede per la prossima morte che lo aspetta

orbato e viduo Delle lettere humane l’aureo studio;

e si prepara l’epitafio. Chi vuol saperne di più legga i Cantici, chè a noi ora non importa di dirne altro.

Lo Scrofa ebbe, come s’è notato, imitatori in gran numero, e se nelle loro composizioni la satira prende più particolarmente di mira il gergo dei pedanti, si volge anche, non di rado, ad altri oggetti. In un sonetto del Giroldi si accenna alle contese che fervevano tra i toscani, sostenitori del volgare, e i pedanti, sostenitori del latino[300]; in un capitolo già citato di Metello Grafagnino, un pedante ricordando i bei tempi dei Maroni e dei Mecenati, quando, dice egli, i valentuomini pari suoi erano debitamente tenuti in pregio e onorati, si lagna forte della mutata condizione delle cose e del secolo

Infido, inerte, vafro e versipelle,

in cui gli è toccato di vivere. Tra i componimenti maggiori di cui va ricca la poesia fidenziana mi contenterò di ricordare l’Itinerario in lingua pedantesca di Giovanni Maria Tarsia, stampato in Vicenza nel 1574, e L’Hippocreivaga musa invocataria di Antonio Maria Garofani, stampata in Ferrara nel 1580, entrambi rarissimi. L’Itinerario è un lungo racconto in terza rima e cinque capitoli che certo pedante fa di un suo viaggio, e delle erumne perpesse tra’ Lucani. Un putto, per nome Costanzo, da lui trovato nel tugurio di un pescatore, fa qui l’officio che nei Cantici di Fidenzio appartiene a Camillo. Il pedante innamorato della leggiadria e de’ bei modi di lui, esclama:

O età gerula D’ogni buon giogo quando se’ educata Con scutica, solertia, amore e ferula.

Dopo varii casi ridicoli e strani il buon maestro capita in Pisa ed è da quegli scolari accolto con beffe e con dispregi[301]. L’Hippocreivaga musa è un cantico erudito e preceptorio in centottantasette ottave, cui tengono dietro otto sonetti. Parla in esso un pedante facendo un guazzabuglio pazzo di nomi mitologici, di favole e di ogni maniera di classiche reminiscenze[302]. Poesia fidenziana, o pedantesca, si continuò, del resto, a comporre anche nel secolo XVII; ma a differenza della maccheronica, essa rimase genere essenzialmente proprio dell’Italia[303].

La buaggine dei pedanti non poteva mancare di portare acconcio argomento ai novellieri. Nelle Cene di quel ghiribizzoso ed arguto ingegno del Lasca son due novelle in cui si narrano burle atroci fatte appunto a pedanti. Nella prima è un leggiadro, accorto e piacevole giovane, il quale dopo essere stato sette anni sotto la guardia di un pedagogo, il più importuno e ritroso che fosse giammai, trova, passati altri dieci anni, la opportunità di vendicarsi delle noje infinite e del danno che ne aveva avuto, e si vendica in modo bestiale, che io non ridirò[304]. La seconda narra di un altro pedante, il quale, essendo, come i più de’ suoi pari, villano, dappoco, povero, senza virtù e brutto, ardisce, nullameno, innamorarsi di una giovane bellissima e nobile, e le scrive lettere, e compone in lode di lei ballate e sonetti, i più ribaldi che mai si vedessero, e un capitolo che non n’avrebbero mangiato i cani. Il fratello della fanciulla, e alcuni amici suoi, per punirlo di tanta tracotanza, fattogli credere che l’amor suo fosse corrisposto, riescono una notte a trarselo in casa, e quivi, in iscambio del piacere ch’ei si aspettava, gli dànno tante frustate quante non ne può portare, lasciandolo mezzo morto; poi un fantoccio fatto ad immagine sua, e rivestito de’ suoi panni, pongono alla gogna di Mercato Vecchio, e lui da ultimo, dopo avergli con una fiaccola arso la barba e i capelli, empiendogli di vesciche il viso, e fatto un altro scherzo da non ricordare, cacciano fuori ignudo, sotto una pioggia dirotta[305]. Un altro pedante innamorato e burlato comparisce in una novella di Pietro Fortini[306]: a costui tocca in premio di rimaner sospeso a mezz’aria per una fune che doveva trarlo sino alla finestra della donna amata; burla a cui, in certi racconti del medio evo, si vede assoggettato Virgilio, o Ippocrate.

Assai più che la poesia fidenziana non faccia, queste novelle mostrano il mal animo che s’aveva contro i pedanti; ma il genere di componimento in cui la satira che li flagella si fa più piena e vigorosa, è la commedia, perchè nella commedia il pedante viene in persona a far mostra di ogni ridicolaggine sua, e ad esporsi al riso e alle beffe. Padre o progenitore di quanti pedanti comparvero nel Cinquecento, e poi, sulla scena può considerarsi quel Ludus, che nelle Bacchidi di Plauto non intende nulla delle inclinazioni e dei bisogni dell’alunno, nulla dell’amore, nulla di molte altre cose, e predica inutilmente una inutile sapienza, odiato dal giovane, che non cura i suoi avvertimenti, non sostenuto dal padre, che ricorda di aver fatto a’ tempi suoi ciò che appunto fa ora il figliuolo. Ma sarebbe errore il credere che gli innumerevoli pedanti della cui presenza si allegrano le commedie del Cinquecento, altro non sieno che riproduzioni di quel primo tipo plautino. I commediografi potevano bensì tener quel tipo presente e giovarsene; potevano anche copiarlo in tutto o in parte, come, a mo’ di esempio, fecero, Lodovico Domenichi nelle Due Cortigiane, e il Bibbiena nella Calandria; ma non avevano poi che a guardarsi d’intorno per trovar vivo e vero il comico personaggio, e bello e pronto a passare dalla scuola alla scena. Il pedante di quelle commedie nostre risale dunque, se vuolsi, come il servo imbroglione, come il parassita affamato, come il capitano millantatore, a una figura del teatro latino; ma è, bisogna tenerlo presente, più originale, più autonomo di tutti costoro, e ci si presenta sotto una moltiplicità di aspetti, con una varietà di movenze, che il servo, il parassita, il capitano non conoscono.

Michele Montaigne dice in uno de’ suoi Saggi[307]: «Je me suis souvent despité en mon enfance de voir ès comedies italiennes toujours un pedante pour badin». In fatto, il pedante che doveva poi trovar luogo anche nella commedia francese, compare assai per tempo nella italiana. La già citata Calandria del Bibbiena, rappresentata la prima volta in Urbino fra il 1504 e il 1508, ce ne mostra il primo esempio. Il Polinico della Calandria, modellato sopra il Ludus delle Bacchidi, già offre alcuni dei caratteri per cui più spicca il pedante sul teatro; ma alcuni soltanto, e quelli ancora hanno poco rilievo, come del resto par che si addica all’indole fiacca della intiera commedia. Egli è bensì, come la regola vuole, poco ascoltato dal discepolo Lidio, e molto beffato dal servo Fessenio; ma parla lingua piana e naturale, non l’intruglio di latino e di volgare che tutti i pari suoi usano sulla scena. Del resto egli non comparisce che una volta sola, e nulla conta nell’azione.

Nelle commedie dell’Ariosto non troviamo pedanti, nè in quelle di Francesco d’Ambra, nè in quelle di Giambattista Gelli, di Agnolo Firenzuola, di Girolamo Parabosco, del Varchi, del Salviati, del Cecchi, del Lasca, e di molti altri di cui sarebbe assai lunga la lista. Il Lasca scrisse bensì una commedia intitolata Il pedante, ma egli stesso poi, non sappiamo il perchè, la diede alle fiamme. Ritroviamo il pedante in due commedie di Pietro Aretino, nel Marescalco e nella Talanta, e se quello della Talanta somiglia molto al Polinico della Calandria, e non merita gli sia fatta attenzione, quello del Marescalco tocca già la pienezza del carattere comico che gli si appartiene, e vuol essere considerato come un modello imitato dopo da molti. Il Marescalco fu stampato la prima volta nel 1533, e da indi in poi le commedie in cui ha parte il pedante si moltiplicano fuor di misura: non essendomi possibile di tener dietro a tutte, e nemmeno di esaminare partitamente e raffrontar tra loro le principali, io mi contenterò di levare da questa e da quella quanto mi parrà più acconcio a dare una immagine, non di uno o di altro pedante in particolare, ma del personaggio in genere.

Come il capitano si dà a conoscere agli spettatori, prima ancor di aprir bocca, per quella durindana che si trascina dietro, per quella andatura che pare dia la mossa ai tremuoti, per quella guardatura a stracciasacco, il pedante dà subito contezza di sè per quel libro che ha in mano, per quel cappelletto frusto che gli coperchia il cucuzzolo, per quella gabbanella logora, o per quella toga sdruscita che lo insacca. Incede compassato, aggrotta le ciglia, leva in alto l’indice rigido di magistral sufficienza, e da tutta la sua strana e sparuta figura trasuda la dappocaggine, l’albagia, l’arroganza e, spesso spesso, la fame. Alle prime parole che gli escon di bocca l’uditorio si sganascia dal ridere. Egli parla con dottoral gravità, con sostenuto compiacimento il nobile linguaggio che lo distingue dal volgo, e poichè nessuno lo intende, si lagna d’aver a fare con gente grossa ed ignorante. «Non è più satievole et ispiacevol cosa», dice Metafrasto nei Torti amorosi di Cristoforo Castelletti, «che volere aguzzare questi ingegni rozzi, zotichi, scabri, ferruginei, rubigginosi, rintuzzati e sciocchi»[308]: e nei Vani amori del Loredano Alfesibeo rimprovera a Torello e Fabrino la loro ignoranza: «Per essere voi persone idiote e di ottuso cerebro sete esclusi da i termini di apprehendere gli eloquii retorici, e le speculate figure de i grammatici»[309]. Allora, come l’Ermogene della Prigione d’amore di Sforza degli Oddi, egli si restringe col suo «Tullio, ad accozzare insieme tutti i luoghi topici»[310]. La lingua che il pedante parla di solito è, come s’è inteso, un guazzabuglio di latino e di toscano; ma questa regola non è senza eccezione. Archibio, nel Travaglia del Calmo, usa una mescolanza di latino e di bergamasco; Favonio, negli Errori di Giacomo Cenci, una di latino e di siciliano; Melano nel Giardino d’amore di Lorenzo Guidotti (secolo xvii) una di latino e di napoletano. La composizione dell’intruglio varia, secondo che prevale l’uno o l’altro elemento, e varia ancora la intelligibilità di esso. Dal non potere o non volere gli altri personaggi della commedia intendere ciò che il pedante dice, nascono errori, bisticci, diverbii ridicoli. Nell’Interesse di Niccolò Secchi, Lelio, che è femmina in vesti maschili, e amante di Fabio, volge a significato osceno, per adattarlo alla condizion propria, il senso delle parole di Ermogene, suo pedante. Del gergo del pedante dice il parassita Ciacco nel Ragazzo di Lodovico Dolce: «Le parole di questo babuasso, mezze per lettera e mezze per volgare, mi pajono di quegli animali antichi, che avevano l’aspetto d’uomo e i piè di capra»[311]. Vedendo di non poter essere inteso, il pedante si risolve talvolta di parlate idiotamente, come nel Marescalco dell’Aretino[312], ma non ci riesce. Sofronio, nelle Stravaganze d’amore di Cristoforo Castelletti, oltre che nel solito gergo, parla anche in prosa rimata: «È vana cotesta temenza: perchè le quadrella de la favella che l’arco di qualunque, quantunque mordace, bocca iscocca, non sono a fieder possenti le persone lontane, ecc.»[313].

Il pedante da commedia, come quello vero, di regola non fa stima che della lingua latina e degli scrittori latini; ma se egli si risciacqua del continuo la bocca coi nomi di Cicerone e di Virgilio[314], qualche volta anche si vanta di aver sulle dita le eleganze toscane, di conoscere a fondo i gran maestri dell’idioma volgare. Il già ricordato Metafrasto dei Torti amorosi cita Dante e il Boccaccio; Agasone nella Fanciulla di Giambattista Marzi, e Aristarco negli Ingiusti sdegni di Bernardino Pino, leggono certe stanze da essi composte a imitazione del Petrarca; Aristarco si vanta di avere commentato la duodecima giornata del Decamerone[315]. Ma un genere di componimento di cui molto si compiace il pedante è il sonetto volgare con le rime latine. Il pedante del Marescalco ricorda certa sua maccheronea; ma questa è una eccezione.

Dice Sofronio nelle Stravaganze d’amore: «I nostri ragionari deono esser puri, sinceri, schietti, candidi, ignudi d’ogni velo di stomacosa affettatione»[316]; ma noi abbiam già veduto come egli osservasse i proprii precetti. Parlando, il pedante di buon conio osserva la gradazione, nota figure grammaticali e retoriche, bolla solecismi, propone etimologie, reca in mezzo definizioni, adduce sentenze, cita autori, chiosa testi, apre e chiude parentesi, indica persino l’interpunzione. Non è mai al proposito. Di qualunque cosa gli si parli, anche quando più stringa il bisogno, egli toglie occasione a trarre in mezzo qualche bella autorità, o qualche esempio notabile, ed essendo tutto parole, si vanta, come l’Aristarco degli Ingiusti sdegni, che se molti fossero i pari suoi, tosto tornerebbero al mondo gli Antonii, i Catulli, i Crassi, i Gracchi e quegli altri omaccioni del tempo antico[317]. Argomenta secondo tutte le forme del sillogismo, concede la maggiore, nega la minore, e tenendosi sempre a cavallo della logica, dice spropositi da cavallo. Ha sempre qualche regola generale da applicare al caso particolare, non mai qualche avvedimento o consiglio che possa far pro. Ha egli da ammonire un giovane innamorato? La natura d’amore si è questa, e Platone dice così. Si duole taluno con lui di cosa che gl’intravenga? Udite questo passo di Seneca. Vuol egli biasimare i suoi tempi? Eccolo con l’auri sacra fames, e l’o tempora, o mores. Gli è la troppa dottrina che porta così: Agasone confessa che l’avere troppo famigliare Cicerone talvolta gli nuoce[318]. Come non dar ragione a Flaminio, quando, dopo aver sopportato un pezzo i nojosi discorsi del suo precettore, esclama: «Io non credo che sia il più ladro romper di testa, nè il più crudo crepacuore che l’esser sforzato di dare orecchia a uno di questi pedanti!»[319].

Il discepolo che, come quello introdotto da Persio in una delle sue satire, è sempre svogliato, e a cui un primo amore moltiplica nell’animo l’odio nativo al giogo magistrale, e il servo che gli tien di mano, sono i primi e più naturali nemici del pedante, ma non sono i soli. De’ personaggi che gli stanno intorno nessuno gli è amico propriamente, nemmeno il padre dell’alunno, ed egli è sempre alle prese con capitani, con bari, con parassiti, con parabolani, con baldracche, bastonato spesso, deriso e vituperato sempre. Nel Marescalco, un giovane paggio e quella mala zeppa di Giannico gli appiccan dietro certi scoppietti, cui poi dan fuoco; nel Travaglia del Calmo è preso a sassate da un Garbino, ragazzo; nell’Altea, di Giovanni Sinibalbo da Morro, è messo in un sacco; nella commedia di Francesco Bello, appunto intitolata Il Pedante, egli, sebbene si dica eletto et approbato da sua Santità, censore et maestro regionario, con stipendio congruo et condecente, finisce solennemente picchiato. Non dico nulla delle beffe e dei biasimi, che cominciano con istravolgere nelle più strane guise il nome del malcapitato, nome già di per sè molte volte ridicolo[320], e finiscono con invettive e contumelie. Metafrasto è dal servo Balestra chiamato armario, archivio, calendario di tutte le castronerie, chiavica delle sciocchezze[321]; nell’Altea di Giovanni Sinibaldo un altro servo regala al pedante Plauto l’obbrobrioso nome di Gano di Maganza. Nella Turca di Giovan Francesco Loredano, Agrimonio, minacciato di legnate, si salva ricordando che gli Oratori sono rispettati da tutte le leggi humane; ma discepolo e servo lo caricano di vituperii, con versi ridicoli fatti ad imitazione dei suoi. Nella Fantesca di Giambattista Della Porta, Essandro, minacciando Narticoforo di andargli dietro sino a Roma per ucciderlo, grida: Non so io che abiti vicino al Culiseo?[322]. Il povero pedante non ha che un personaggio solo con cui ricattarsi di tutte le beffe e di tutte le busse che gli toccano, e questo è il capitano, spesso suo rivale in amore. Il capitano sbravazza, inveisce, ma finge di non volere adoperar l’arme contro un vile pedante, e allora il vile pedante, col volume che ha tra le mani, gli dà un picchio in sul capo e gli fa levar le calcagna. Ho accennato a rivalità d’amore: non di rado infatti il pedante è innamorato, e s’intende, senza dirlo, che di quanti pedanti son sulla scena, l’innamorato è il più ridicolo. Allora i suoi sospiri, i suoi vezzi, le sue smanie, le epistole amatorie che detta, i versi che compone, i discorsi che studia e manda a memoria, sono nuova occasione di scherno, e spesse volte di peggio. E come se tanto non bastasse, dopo avere per tutta la durata della commedia fatto ridere alle sue spalle, egli, non di rado, rimasto solo sulla scena, dà licenzia agli spettatori, e con l’ultime sue parole suscita l’ultima risata.

Il lettore non l’avrà, spero, a male, se dopo avergli mostrato qual fosse in genere il personaggio comico del pedante, io gli faccio passar dinanzi un po’ più a bell’agio il pedante di una particolare commedia, il pedante più perfetto che sia sul teatro, il pedante di quella singolarissima commedia che è il Candelaio di Giordano Bruno. Egli si chiama Manfurio e Pollula è il suo discepolo. Entrando in iscena la prima volta, egli trova costui in compagnia di certo Sanguino, furfante di tre cotte, e lo saluta benignamente e latinamente: Bene reperiaris, bonae melioris optimaeque indolis adolescentule! Quomodo tecum agitur? ut vales? L’alunno si scusa in volgare di non potersi trattener oltre con lui, ed egli:

Ho buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio almo minervale (excerpendoli da l’acumine del mio Marte) ti ho fatto nelle candide pagine col calamo di negro atramento intincto exarare. Buttati, dico, incassum, cum sit che a tempo e loco, earum servata ratione, servirtene non sai. Mentre il tuo precettore con quel celeberrimo apud omnes, etiam barbaras, nationes, idioma lazio ti sciscita, tu etiamdum, persistendo nel commercio bestiis similitudinario del volgo ignaro, abdicaris a theatro literarum, dandomi responso composto di verbi, quali da la balia et obstetrice in incunabulis hai susceputi, vel, ut melius dicam, suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoi dispuerascere?

Sanguino. Maestro, con questo diavolo di parlare per gramuffo, o catacumbaro, o delegante e latrinesco, ammorbate il cielo e tutto il mondo vi burla.

Manfurio. Sì, se questo megalocosmo e machina mundiale, o scelesto et inurbano, fusse de’ pari tuoi referto e confarcito.

La scena seguita su questo tono, finchè Marfurio, riconciliatosi con l’alunno e con Sanguino, gli accomiata dicendo: Itene dunque coi fausti volatili! Rimasto solo, trova una nuova etimologia di muliercula, derivandola da mollis Hercules, e affrettandosi per andare a notarla nel libro delle proprie elucubrazioni, esclama: Nulla dies sine linea![323].

Sorpasso a una scena comicissima[324] nella quale un messer Ottaviano finge di non poter reggere alla dolcezza che gli mette nell’animo il parlar di Manfurio, poi, fattisi recitare da costui certi versi, scelleratissimi, muta registro e lo schernisce, scimmiottandolo; sorpasso a un’altra[325], nella quale Manfurio legge a Pollula certi altri suoi versi, insegnandogli l’arte di fare i punti secondo la ragione dei periodi e a profferire con la dovuta energia; sorpasso a una terza[326], in cui Manfurio fa derivare la parola pedante da pede ante, «utpote quia have lo incesso prosequitivo, col quale fa andare avanti gli erudiendi pueri», e Giovanni Bernardo, pittore, la fa derivare da pe, pecorone, dan, da nulla, te, testa d’asino; e vengo alle scene capitali, dove toccano a Manfurio gli ultimi danni e le ultime vergogne. Corcovizzo, altro furfante, socio di Sanguino, di Barra e di Marca, fingendo di voler cambiare sei doppioni, arraffa a Manfurio una decina di ducati[327]. Vedendo il gaglioffo darsela a gambe, Manfurio grida con quanto fiato ha in corpo: «Olà, olà, qua, qua! ajuto, ajuto! Tenetelo, tenetelo! A l’involatore, al rurreptore, al surreptore! Al fure, amputatore di marsupii et incisore di crumene!». Accorrono Barra e Marca, i quali, fingendo di non intendere ciò che il pedante si voglia con quel fure e con quel surreptore, si lasciano fuggire il ladro di mano.

Barra ... E voi per che non cridavate al mariolo, al mariolo? che non so che diavolo di linguaggio avete usato.

Manfurio. Questo vocabolo che voi dite non è latino, nè etrusco, e però non lo proferiscono i miei pari.

Barra. Perchè non cridavate al ladro?

Manfurio. Latro, assassinator di strada, in qua, vel ad quam latet. Fur, qui furtim et subdole, come costui mi ha fatto, qui et subreptor dicitur a subtus rapiendo, vel rependo, per che sotto specimine di uomo da bene, mi ha decepto. Oimè, i scudi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Marca. Dite, perchè non correvate a presso lui?

Manfurio. Volete voi, ch’un grave moderator di ludo literario e togato avesse per publica platea accelerato il gresso?[328].

Soppraggiunge Sanguino, il quale dice di sapere chi sia il ladro, e dove si appiattì, e promette al pedante di fargli ricuperare gli scudi, purchè vada con esso loro in traccia del reo. A tal fine gli fa mutare i panni magistrali coi cenci degli altri due compari[329]; dopo di che i tre lo conducono in una casa con due porte, abitata da certe meretrici, e lasciatolo sotto un atrio, se ne vanno tranquillamente pei fatti loro. Questo secondo inganno è narrato dallo stesso Manfurio[330], e non è l’ultimo: ora viene il maggiore. Ecco in iscena Sanguino, Marca, Barra e Corcovizzo travestiti da sbirri[331]: Manfurio, per sua disgrazia, capita loro tra’ piedi. I falsi sbirri non lo riconoscono per maestro, fingon di credere ch’egli abbia rubato quel mantelletto che ha indosso, lo assoggettano a un ridicolo esame, mostrano d’intender male quanto egli dice dei generi e lo chiudono in una stanza per poi condurlo innanzi al magistrato. Al finire della commedia lo trascinano di nuovo sulla scena e il capitan Sanguino gli offre di lasciarlo andar libero a patto che dia tutti i denari che ha in borsa, o si prenda dieci spalmate, o cinquanta staffilate a scelta. Non volendo perdere quei pochi scudi che ancor gli rimangono, il pover uomo nega di averne ed elegge le spalmate; ma, fatto saggio delle prime, chiede in grazia le staffilate. Barra se lo leva sulle spalle, Marca lo tien per i piedi, Corcovizzo gli spunta le brache, e Sanguino comincia a batter la zolfa, ordinando al pedante di tener bene il conto.

Sanguino. Al nome di S. Scoppettella, conta, tof.

Manfurio. Tof, una. Tof, oh, tre. Tof, oh, ohi, quattro. Tof, oimè, oimè! Tof, ahi, oimè. Tof, o per amor di dio, sette.

Sanguino. Cominciamo da principio un’altra volta; vedete se dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque.

Manfurio. Oimè! che farò io? Erano in rei veritate sette.

Sanguino. Dovevi contarle ad una ad una. Orsù via, di nuovo. Tof.

Manfurio. Tof, una. Tof, oimè! due. Tof, tof, tof, tre di dio. Tof, non più. Tof, tof, non più! chè vogliamo, tof, veder ne la giornea, tof, che vi saran alquanti scudi.

Sanguino. Bisogna contar da capo, chè ne ha lasciate che non ha contate.

Barra. Perdonategli di grazia, signor capitano, per che vuol far quell’altra elezione di pagar la strenna.

Sanguino. Lui non ha nulla.

Manfurio. Ita, ita; chè adesso mi ricordo aver più di quattro scudi.

Invece di quattro, gli sbirri gli trovano sette scudi, e già si accingono a levarlo di nuovo a cavallo per punirlo con altre staffilate di quella menzogna, quand’egli li placa, lasciando loro nelle mani, oltre agli scudi, anche il mantello e la giornea; poi, rubato, burlato, bastonato, ma non guarito della sua pedanteria, ricomincia a sgramuffar come prima, e con un ultimo, ridicolo sproloquio accommiata gli spettatori. Questo Manfurio non è, del resto, il solo pedante immaginato dal Bruno: un altro se ne trova, come abbiam veduto, nella Cena de le ceneri, e più altri nel De la causa, principio et uno, nel De l’infinito universo e mondi, nella Cabala del cavallo pegaseo.

Il personaggio del pedante, come quello del capitano, passando d’una in altra commedia, si esagera sempre più, si fissa in certi caratteri, tende, come il capitano appunto, come il dottore, come il servo, a diventar maschera[332]. Cresce in pari tempo il numero delle commedie in cui esso compare: Giambattista Guarini lo introduce nella Idropica; Gerolamo Razzi nella Gostanza; Giambattista Della Porta in quattro delle sue dodici commedie, e nelle loro lo introducono altri parecchi. Poi un bel giorno il pedante passa dalla commedia erudita nella commedia a soggetto; ma non vi prende quel luogo che parrebbe vi dovesse prendere. Probabilmente gli nocque il carattere troppo letterario, e la difficoltà che incontravano autori di poche lettere a maneggiare la lingua pedantesca[333]. Flaminio Scala compose uno scenario intitolato per l’appunto Il Pedante. Cataldo è un tristo della peggior risma, il quale si caccia nelle famiglie, e con bei modi e paroline accorte si fa passare per uomo integerrimo. Maestro del figliuolo di Pantalone, s’invaghisce d’Isabella, moglie di costui, e tenta di trarla alle sue voglie. Moglie e marito ordiscono una trama. Cataldo è colto nella camera della donna e tratto in camicia sulla scena. Tre servitori, vestiti da beccai, con gran coltellacci tra mani, vengono per fargli un brutto scherzo; ma ad istanza di certo capitano si muta il troppo crudo castigo in una solenne bastonatura. Da ultimo egli è cacciato con gran vergogna, come uomo infame e vituperoso ad essempio de gli altri pedanti manigoldi e furfanti come lui[334]. Come si vede, questo Cataldo ha qualche somiglianza con l’Ipocrito dell’Aretino e col Tartufo del Molière.

Non solo per tutto il Cinquecento, ma nel Seicento ancora il pedante rallegra di sua presenza le scene, cacciandosi, oltrechè nelle commedie solite, in commedie allegoriche e in drammi musicali[335]. Lo ritroviamo nella Farza Cavajola della Scola del salernitano Vincenzo Braca[336]; lo ritroviamo, il secolo scorso, nell’opera buffa Socrate immaginario, in cui ebbe mano il Galiani[337]. Con le commedie e con le compagnie comiche nostre, il pedante passò in Francia, e salì le scene francesi; mi basterà ricordare a tale proposito il Pédant joué di Cyrano de Bergerac e il Mariage forcé, il Dépit amoureux, il Bourgeois gentilhomme, e le Femmes savantes del Molière. Il Dépit amoureux altro non è che una imitazione dell’Interesse del Secchi. Anche la commedia di Giordano Bruno fu imitata in Francia e pubblicata nel 1633 sotto il titolo di Boniface et le pédant.

Ma non finisce qui la dolorosa istoria del pedante. La poesia fidenziana fa la parodia del linguaggio ch’ei parla; la novella narra casi forse non veri; la commedia stessa lo deride assai più che non lo vituperi; ma tutto ciò non basta; ci vuol anche l’invettiva diretta e sanguinosa. Pasquino, che se la prendeva con tutti, non poteva non prendersela ancor coi pedanti: una bella mattina egli mise fuori un sonetto di mala fattura e di peggior sentimento, dove son questi versi:

Jate in malora, schiuma di furfanti, Scaccia pagnotte, come un fegatiello, Ch’a riempir questo vostro budello Non bastarien le trippe di Elefanti. Senza vergognia, senza discrezione, Ch’è madre vostra (?), ne venete a Roma, Credendo qua spacciar reputazione[338].

Ho già ricordato Francesco Ruspoli: nessuno mai deve avere avuto coi pedanti fojosi e sbraculati odio maggiore di lui. I parecchi sonetti ch’egli scaraventa loro addosso, dove toccano lasciano il segno. In uno li invita a un banchetto, in cui fa bella mostra, fra l’altro, una insalatina di rasoi; in un altro li mette nelle mani di tutti i diavoli dell’inferno; in un terzo invoca loro addosso macine in pezzi, frombole e mattoni; in più altri tocca certi tasti di assai cattivo suono, alludendo ai bei garzoni che non sono sicuri nemmeno in sagrestia, chiamando Sodoma la gran madre de’ pedanti; in tutti scaglia loro sul viso le più grosse ingiurie che mai sieno state scritte. Prendendone uno di mira più particolarmente, esclama:

L’orrenda bocca e le ganasce infami Di quel pedante spalancate al sole Spazzino gli assassin colle pistole Per farvi alle murelle co’ tegami[339].

Era questo certo il modo più sbrigativo per correggerli di ogni vizio, e, soprattutto, per farli tacere.

Ora i pedanti non figurano più nella commedia, nella novella, nella poesia. Ciò non vuol già dire che non ci sieno; ma hanno alquanto mutato pelo. La loro è razza vivace e di buon nerbo; finchè non le manchi il pane non le mancherà la vita.

Notes in this chapter

Note 1 · Ediz. di Firenze, 1570, p. 60.Note 2 · Vedi ciò che del vestire e dell’aspetto del pedante in genere dicono: il Caro, nel Commento di ser Agresto, ecc.; Pietro Aretino, RagionamenNote 3 · Parte X.Note 4 · Loc. cit.Note 5 · Se ne può vedere qualche esempio nelle Facezie del Domenichi, ediz. di Venezia, 1599, pp. 63, 382; nella Saggia pazzia di Antonio Maria SpelNote 6 · I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 104.Note 7 · Cent. I, ragg. 77.Note 8 · Le pistole vulgari, Risposta della Lucerna, ediz. di Venezia, 1542, f. 192 v.Note 9 · Ragguagli di Parnaso, cent. I, ragg. 53.Note 10 · Nel dialogo intitolato Antonius.Note 11 · Genialium dierum, I, 21; III, 19. Il Pontano ed Alessandro degli Alessandri parlano di grammatici latini; ma lo Spelta si lagna anche molto Note 12 · Garzoni, loc. cit.Note 13 · Franco, Dialogi piacevoli, ediz. di Venezia, 1541, f. 70 r.Note 14 · Ediz. cit., dial. II.Note 15 · Tale epistola non si legge, se non erro, che nella prima edizione delle Pístole vulgari, Venezia, 1539.Note 16 · Op. cit., p. 319.Note 17 · Loc. cit. Tali esempii sono riferiti anche dallo Spelta, Op. cit., pp. 29-30.Note 18 · Essais, c. XXIV.Note 19 · Poesie di Francesco Ruspoli, Livorno, 1882, son. LXXV.Note 20 · Venezia, 1554, ricordo CXXIII.Note 21 · Vedi qui addietro pp. 125 sgg. Del resto diceva sin da’ suoi tempi il Boccaccio che di quel vizio si credevano comunemente macchiati i grammNote 22 · Mondi celesti, terrestri et infernali, Venezia, 1583, p. 250.Note 23 · Maccaronea II.Note 24 · Le diece veglie, Treviso, 1602, p. 264.Note 25 · La vie de Gargantua et de Pantagruel, l. I, cc. XIV, XV. I varii libri ricordati dal Rabelais furono veramente tutti molto usati nell’insegnNote 26 · De pueris statim ac liberaliter instituendis.Note 27 · Loc. cit.Note 28 · Lettera al pedante Picard. Oeuvres comiques, galantes et littéraires, Parigi, 1858, p. 154.Note 29 · Li capitoli faceti editi ed inediti di mess. Agnolo Allori detto il Bronzino, Venezia, 1822, capitolo Del Bisogno.Note 30 · Ediz. di Pavia, 1567, ff. 11 r. sgg.Note 31 · Maccaronea II.Note 32 · Op. cit., p. 28.Note 33 · Atto III, sc. 2.Note 34 · Parte I, giornata II.Note 35 · Le satire alla berniesca, Torino, 1549.Note 36 · Le rime burlesche sopra varii et piacevoli soggetti, Venezia, 1570, capitolo XLII.Note 37 · Dialogo IV, ediz. cit., f. 70 v.Note 38 · Della famosissima compagnia della Lesina, Dialogo, Capitoli, Ragionamenti, ediz. di Venezia, 1664, p. 157.Note 39 · Op. cit.Note 40 · Veggasi, per esempio, ciò che ne dice Stefano Guazzo nel suo libro intitolato La civil conversatione, Venezia, 1575, p. 383.Note 41 · Lettere, ediz. di Venezia, 1545, lett. LI, al Giovio.Note 42 · Vedi Fontanini, Biblioteca dell’eloquenza italiana con note di Apostolo Zeno, edizione di Venezia, 1753, vol. I, p. 35, e Sabbadini, Storia Note 43 · Il Cortegiano, l. I, c. 37, ediz. di Firenze, 1854.Note 44 · Dice Aonio Paleario in un dialogo intitolato Il Grammatico ovvero delle false esercitazioni delle scuole: «Non è maggior sciocchezza al mondNote 45 · Vedi Genthe, Geschichte der macaronischen Poesie, Lipsia, 1836, pp. 83-94.Note 46 · Il sonetto è curioso: eccolo. Fra gli Hetrusci gloriosi, et il collegio Di noi magistri, che la lingua vetere Sostenemo, e inalciamo fin aNote 47 · L’Itinerario del Tarsia è forse tutt’uno con un Viaggio del pedante che Niccolò Villani cita, senza nominarne l’autore, in un luogo del suo Note 48 · Molta poesia pedantesca giace inedita e sconosciuta nelle biblioteche, e moltissima n’ebbe a produrre il Cinquecento. Dice il Ruscelli nel sNote 49 · Ciò non vuol già dire che anche fuori non siasi avuto qualche saggio di lingua pedantesca: leggasi, per esempio, nel l. II, cap. 6, della ViNote 50 · Cena I, nov. 2.Note 51 · Cena II, nov. 7.Note 52 · Nov. 5.Note 53 · Essais, c. XXIV.Note 54 · Atto III, sc. 12.Note 55 · Atto III, sc. 10.Note 56 · Atto I, sc. 5.Note 57 · Atto II, sc. 4.Note 58 · Atto I, sc. 9.Note 59 · Atto I, sc. 1.Note 60 · Cfr. Domenichi, Facetie, ediz. cit., p. 362.Note 61 · Alessandro Allegri finse alcune Lettere di ser Poi pedante al Petrarca, al Boccaccio ed al Bembo (Bologna, 1613; ristampate in Venezia dal GNote 62 · Atto III, sc. 5.Note 63 · Atto III, sc. 2.Note 64 · Marzi, La Fanciulla, atto III, sc. 5.Note 65 · Dolce, Il Ragazzo, atto I, sc. 4.Note 66 · Abbiamo già trovato un Metafrasto, nome reso poi celebre dal Molière: nella Olimpia di Giambattista Della Porta il pedante si chiama ProtodiNote 67 · I Torti amorosi, atto I, sc. 7.Note 68 · Atto III, sc. 11. Nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., Parigi, 1871-3, vol. V, p. 465, è registrata una commedia manosNote 69 · Atto I, sc. 5.Note 70 · Atto II, sc. 1.Note 71 · Atto III, sc. 5.Note 72 · Atto III, sc. 6.Note 73 · Atto III, sc. 10.Note 74 · Atto III, sc. 11.Note 75 · Atto III, sc. 12.Note 76 · Atto IV, sc. 11.Note 77 · Atto IV, sc. 14.Note 78 · Vedi Bartoli, Scenari inediti della commedia dell’arte, Firenze, 1880, pp. LI-LIII.Note 79 · S’ingannava certamente lo Stoppato quando affermava la presenza del pedante nella commedia popolare improvvisa prima ancora che nella eruditNote 80 · Il Teatro delle favole rappresentative, Venezia, 1611.Note 81 · Ecco un po’ di bibliografia pel Seicento; ma c’è ben altro. L’ardito amante, di Lodovico Bartolaja, Napoli, 1606; La Clarice, del signor MesNote 82 · Vedi Francesco Torraca, Studi di storia letteraria napoletana, Livorno, 1884, pp. 100 sgg.Note 83 · Vedi Michele Scherillo, Storia letteraria dell’opera buffa napolitana, Napoli, 1883, pp. 260 sgg.; e Una fonte del Socrate immaginario, in GNote 84 · Carmina ad Pasquillum Herculem obtruncantem Hydram referentem posita M. D. X. Roma, per Giacomo Mazochio, 1510.Note 85 · Poesie di Francesco Ruspoli, ediz. cit., pp. 129, 185, 187, 189, 191, 193, 195. Per finirla mi contenterò di ricordare, senz’altrimenti disc
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