Note 346 — UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO
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La storia delle cortigiane indubitamente si lega alla storia dell’umanesimo; ma dove e in qual modo cominci nel Quattrocento a delinearsi la figura della nuova etèra, non ci è noto. Gli è curioso, per esempio, che nell’Hermaphroditus del Panormita (m. 1471) non la si vegga per anche apparire, o se ne vegga come un’ombra soltanto. Il Panormita ricorda in quei suoi epigrammi molte meritrici, ma sono, la più parte, meretrici di un postribolo fiorentino. Vero è che egli manda loro il suo libro; ma la cosa non si vuole intendere, così alla lettera, nè prova in modo alcuno che in quelle donne fosse coltura. Ciò nondimeno qualche cenno in quei versi non manca, che parrebbe convenirsi meglio a cortigiana che a meretrice comune. Il seguente epitafio è per una puella ornatissima:
Hoc jacet ingenuae formae Catharina sepulcro, Grata fuit multis scita puella procis. Morte sua lugent cantus, lugentque choreae, Flet Venus et moesto corpore moeret Amor.
In un altro epitafio, pro Nichina defuncta, dice il poeta:
Pieriae cantent circum tua busta puellae, Et Phoebus lyricis mulceat ossa sonis;
ma la stessa Nichina dice di sè:
lupanar Incolui, fulgor fornicis unus eram.
(Quinque illustrium poetarum, Antonii Panormitani, etc. lusus in Venerem, Parigi, 1791, pp. 15, 38). Le meretrici di cui fa parola il Poggio in alcune delle sue Facetiae (XXV, LXIII, LXXVII, XCII, CXIII, CLXXXVIII, CCXXXV, CCXLIII) nulla hanno della cortigiana. Così pure nulla mostrano della cortigiana, e tutto della meretrice volgare, le Silvie, le Lelie, le Lucie, le Tecle e le Orsole di Giano Pannonio (1434-72), Poemata, Trajecti ad Rhenum, 1874, vol. I, pp. 505, 506, 522, 524, 550, 565, 577, 578, 583, 584, 592, 599, 600, 601, 616, 618, 619.