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Attraverso il Cinquecento

Note 355 — UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO

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Dice la comare alla balia in uno dei Ragionamenti dell’Aretino (parte II, giornata III, p. 391): «Tu parli di construtto; nientedimeno le gentilezze son gentilezze, ed erano già molto usate le canzoni, e quella che non ne avesse saputo una frotta de le più belle e de le più nuove se ne saria vergognata, e cotal piacere tanto era ne le puttane, come ne le ruffiane». Di una cortigiana chiamata Sirena

Per la dolce armonia che sì le piacque,

è ricordo nel Trionfo della lussuria di maestro Pasquino, curioso componimento, di cui dirò or ora. Del canto di Nannina Zingera diceva il Lasca in un suo capitolo:

Non è nel ciel fra gli spirti contenti Soave tanto e sì dolce armonia, Da fare i monti andar, fermare i venti.

Nella Lucerna di Eureta Misoscolo (Francesco Pona), Parigi, s. a., dice una lucerna, che un tempo era stata cortigiana (p. 66): «Canto... di sirena era il mio, perchè con sì fatta vivezza e spirito mi faceva udire toccando un’arpa, un leuto, o una chitariglia, e cantando, che avrei fatto languir d’amore un Senocrate, anzi il Disamore». La signora Calandra, una delle amiche o vere o finte del Calmo, sonava il liuto e cantava in modo soprammirabile. (Le lettere di messer Andrea Calmo, riprodotte da Vittorio Rossi, Torino, 1888, l. IV, lett. 19, pp. 295-6). Di tale virtù non era stata priva una gran cortigiana romana, cui Gioachino du Bellay fa raccontare la propria storia in uno de’ suoi Jeux rustiques:

J’avoy du luth moyennement appris, Et quelque peu entendoy la musique: Quant à la voix, je l’avois angélique, Et ne se fust nul autre peu vanter, De sçavoir mieux le Pétrarque chanter.

Il Du Bellay soggiornò alcun tempo a Roma circa il mezzo del secolo XVI, e ciò dà molta importanza a quella sua poesia, che dovrò citare più altre volte. Il Trionfo della lussuria di maestro Pasquino, testè citato, e che dovrò citare ancora, è un poemetto di quattro capitoli in terzine, stampato in Venezia (non so se ce ne sieno altre edizioni) nel 1537. È una specie di visione, in cui lo Zoppino prima, e poi maestro Andrea dipintore (personaggio che ritroveremo più oltre) mostrano all’autore varie genti, seguitatrici del carro della lussuria, tra le quali sono meretrici in gran numero. Questo curioso componimento vedrà di nuovo quanto prima la luce a cura del sig. G. Baccini.

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