ATTO PRIMO
Reading edition
Stanza interna, da lavoro, d'un gineceo ateniese, riccamente decorata. Ingresso nel mezzo, dalla porta e corridoio (μέαυλος), che mette dal gineceo all'appartamento del marito. Da un lato altra porta, che mette alle altre stanze riposte del gineceo.[81]
SCENA I.
Aglae e Mènecle.
(Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).
Agl. (dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al lavoro) Hai terminato?
Mèn. (passeggiando, e con voce secca) Sì.
Agl. (sempre chini gli occhi sul lavoro) Sei ben triste, Mènecle, stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto sogno...
Mèn. (passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando fra sè) Sarà...
Agl. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.
Mèn. (c. s.) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti miei...
Agl. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti abbisognasse qualcosa...
Mèn. (sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel parlare) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle vecchie non so che farne...
Agl. (sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi indifferente) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei alzata io... Forse quella lettera? (additando il rotolo che Mènecle ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde) Qualche affare urgente?
Mèn. (c. s.) Può darsi.
Agl. Del tuo dicastero?
Mèn. Non so.[83]
Agl. E avrai a far molto oggi?
Mèn. Non saprei.
Agl. Eccomi ben informata!... (sollevando il capo dal lavoro) Mi puoi favorire quel libro lassù...
Mèn. (prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il titolo esterno) Amori di Piramo e Tisbe... (fra sè) (Non sono i nostri...)
Agl. No... l'altro...
Mèn. (c. s. leggendo il titolo esterne) Le Trachìnie... e la Medea.
Agl. Quello.
Mèn. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide... (nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente quel che gli vien sott'occhio):
«Arse Achelòo per me: come potea Donzelletta mirar l'orrido aspetto? Ed io per me chiedea Aspra ed acerba morte, Piuttosto che a quel mostro esser consorte».[84]
Un'altra stupidaggine!... (consegna il libro ad Aglae).
Agl. (prendendo il libro) Tanto per ingannare il tempo!... Queste giornate di ecatombèo[85] sono sì lunghe!...
Mèn. (si ferma un momento a guardarla, poi torna a camminare concitato, come combattuto da qualche pensiero, poi le si fa appresso e la chiama) Aglae!...
Agl. (pacatissima, continuando a leggere) Mènecle!...
Mèn. Ti ricordi di quel che tuo padre al letto di morte ci raccomandò, ad entrambi, quando a me ti affidava?
Agl. (senza distor gli occhi dalla lettura e dal lavoro della corona, con voce pacatissima) Me ne ricordo...
Mèn. Che cosa ci disse?...
Agl. A me disse: sii casta e virtuosa... deferente al marito... pietosa agl'infelici... ossequente agli Dei...; a te... (si arresta d'improvviso).
Mèn. (vivamente) A me... Aglae?...
Agl. A te... non ricordo.
Mèn. Non importa. Me ne ricordo io. A me disse di farti felice.
Agl. (sempre leggendo, e come distratta) Ah, sì!...
Mèn. Aglae!... (dopo una pausa di esitanza) lo sei?
Agl. (alzando il capo) E me lo chiedi? Nulla qui mi manca degli agi della vita: ho servi, cagnolini, fantesche: specchi di Brindisi[86] e tappeti di Babilonia,[87] ed ori e gemme, e vesti milesie e veli di Còo: tu mi provvedi di tutto per le feste di Minerva[88] e per le sante Tesmoforìe; vo per te rispettata fra le donne libere di Atene, ottengo i primi onori nelle cerimonie della gran dea: per te posso adempiere al voto di mio padre, beneficar gl'infelici e dar sagrificj alla sua tomba...
Mèn. (sospirando) E d'altro?
Agl. E se... (si arresta).
Mèn. (insistendo) E se?...
Agl. E se qualcosa ancora mancasse alla felicità mia, non sarebbe un tentare Adrastea chiedere felicità compiuta, cosa non concessa agli umani? Sola io sarei nata sotto astro sì benigno, io sola avrei avuto a condizioni diverse dagli altri quest'aria che respiro, da raggiungere sulla terra ogni mèta dei desiderj?...[89]
Mèn. (crollando il capo) Ahimè! tu parli come parlerebbe Socrate... ma Socrate, oltre alla molta sapienza, aveva anche il naso rincagnato e gli occhi loschi... e sessantacinqu'anni sulla gobba...: tu non hai nessuno di questi privilegi. E se le donne ragionano colla testa così bene alla tua età, che cosa faranno a sessanta?
Agl. (lavorando) Ragioneranno anche meglio.
Mèn. Eppure, se tuo padre, morendo, avesse portato sotterra il desiderio di una felicità maggiore per te? Se a quella ch'ei per te imaginava, di laggiù vedesse che una parte ne manca, credi che la sua ombra non ne avrebbe dolore... rimorso forse?...
Agl. Mènecle! che discorsi son questi?... Decisamente la veglia di stanotte non t'ha messo l'umore allegro...
Mèn. (fra sè) (Può essere!) (secco) Che ne sai tu!...
Agl. Io so che mio padre, memore de' tuoi beneficj, mi ha a te affidata, morendo, come a nuovo padre della famiglia:[90] tu hai pensato ai funebri paterni, alla educazione mia: hai sposata l'orfana secondo il rito: m'hai chiesto prima se ero contenta: ho detto sì: se non avevo altre mire in cuore, ho detto no: di che vuoi l'ombra paterna si dolga? chi vuoi m'abbia a compiangere...
Mèn. Eh, a quindici anni se ne dicono tanti di sì e di no... (fra sè, indispettito, con un gesto vivo d'impazienza, picchiando sul tavolo col rotolo che ha in mano e che gli cade per terra senza ch'ei vi badi nè lo raccolga) (Finge... e non c'è verso...) Pure, ieri, ti ho sorpresa con una lagrima...
Agl. Sì, piangevo pensando a quella povera Cesira, di cui è giunta notizia che le è morto, lassù in Tracia, il figlio...
Mèn. Ma ier l'altro la notizia non era giunta, e, quando rientrai, stavi intrecciando, come oggi, delle rose,[91] e c'eran più nuvole sulla tua faccia, che non sull'Egèo... quando fa nuvolo.
Agl. Pensavo che quanto quelle rose tanto dura la bellezza della donna. Ogni cosa il tempo si porta via presto quaggiù: e a noi non resta che il ricordo delle gioie godute...
Mèn. (fra sè comicamente) (Ne gode molte!)
Agl. ... il resto è polvere: polvere di Pericle, di Codro e di Cimone.[92]
Mèn. Decisamente ti sei data alla filosofia. Io avrò l'umor nero: ma Eràclito il lagrimoso, al tuo confronto, metteva in corpo l'allegria...
Agl. Ma sei tu che vai a cercare certi discorsi... Bel modo di occupar la mattina... E vai oggi al tribunale?...
Mèn. Oggi al Metichèo non c'è seduta... (Finge... non c'è verso!)
Agl. Resti?...
Mèn. No... ho da uscir lo stesso. Addio...
Agl. (dal suo posto) Addio...
Mèn. (s'avvia, poi torna indietro) Se venisse Elèo, bisogna dirgli che ho avuto lettere da Tebe, da Epaminonda... Poi già gli parlerò io... (ritorna ad avviarsi, poi si sofferma da capo, dinanzi a un tavolo) Ah, è questo lo specchio che t'ha regalato Crìside? (prende dal tavolo uno specchietto di bronzo, a fregi d'oro, e ne esamina il manico intagliato) Graziosa questa piccola Afrodite!... (si specchia, lisciandosi la barba) Che bella luce!... Oh, Aglae!... vieni qua!... (Aglae si alza e va verso lui) Più in qua!... così!... (tenendo dell'una mano lo specchio, dell'altra avvicinando Aglae a sè, e la testa di Aglae a contatto della propria, così che i due volti, l'un presso l'altro, nello specchio si riflettano entrambi) Guarda!... che quadretto!... (porta colla mano lo specchio un po' a distanza, per meglio contemplarvisi; e con l'altra mano libera si liscia la barba bianca poi la ripassa dolcemente sulla chioma bionda di Aglae) Il vecchio Titone ha sposato l'Aurora e l'oro del Pattòlo si è fuso con l'argento del Làurio!... (con gesto ed accento comicamente espressivi) Che bel matrimonio!... (s'avvia) Addio Aglae... Che bel matrimonio!... (esce).
SCENA II.
Aglae sola, poi Delfide.
(Uscito Mènecle, Aglae rimane alquanto in piedi immobile dov'ei l'ha lasciata, una mano nell'altra, gli occhi a terra, pensierosa e triste; poi dato un lungo sospiro, a capo chino e passo lento torna al suo posto a sedersi) Eh!... (siede, riprende il lavoro, chiama) Delfide!... (Delfide, giovanetta, entra) Leggimi qualcosa... (Delfide si siede su di uno sgabello a pie' di Aglae).
Delf. Qui al segno?
Agl. Come credi...
Delf. (leggendo)
«Venere è nell'aria, È nei flutti del mar. Ciò che respira Tutto nasce da lei: semina e dona Essa l'amor che a tutti noi diè vita...»[93]
Agl. Lascia! lascia... mi annoia!...
Delf. (Peccato!... è così bello!...) Qui, nella Medea ci è un altro segno... (leggendo)
«Di quanti esseri mai Hanno una mente, e un'anima, noi donne, Siam noi le più infelici...»
Padrona, perchè?...
Agl. Perchè lo dice il libro...
Delf. (scuote, in atto incredulo la testa e prosegue la lettura)
«... ad uom donate Nel primo fior degli anni... ei, se s'annoia In sua casa, esce fuori: e fra gli amici E fra la gente le sue noie oblìa... Ma noi...»[94]
SCENA III.
Dette, e Tratta, poi Elèo (il resto della scena, Aglae ed Elèo soli).
Tr. (affacciandosi sulla soglia) Padrona...
Agl. Che c'è?
Tr. Elèo ha domandato del padrone... Credevo fosse ancora qui...
Agl. Non importa. Passi.
Tr. Allora lo richiamo. Partiva già... (Tratta esce).
Agl. (a Delf.) Va pure... (Delfide esce). (Aglae si guarda nello specchio, dandosi una rapida occhiata all'acconciatura, poi va incontro ad Elèo che compare, fermo, serio, sulla soglia) Salute, Elèo... (affabilissima) Ci lasciavi senza pur farti vedere?...
El. (cortese, ma molto serio) Di Mènecle cercavo.
Agl. È uscito or ora...
El. (accennando a ritirarsi) Perdona... Ritornerò.
Agl. (vivamente) Ma se attendi per poco, credo potrai vederlo, perchè oggi non è giorno di giudizî... Non sei più il pupillo di Mènecle, ma la casa di Mènecle è ancora sempre casa di Elèo... Credo anche abbia a parlarti, per lettere avute da Tebe...
El. (inoltrandosi) Da chi?
Agl. Da Epaminonda, mi pare.
El. Ah!...
Agl. (tornando a sedersi al suo posto e ripigliando il lavoro della ghirlanda) È amico di Pelopida... il capo de' Tebani qui rifugiati, questo Epaminonda, n'è vero?...
El. (serio) Credo.
Agl. (seguendo il lavoro) Ne ho udito parlar tanto bene. E perchè resta in Tebe, sotto i tiranni, invece di rifugiarsi qui, coi compagni, a viver libero?...[95]
El. Lo ignoro.
Agl. Vi è qualcosa, qualche impresa per aria?
El. Non so.
Agl. (sorridendo) Ah! Si vede che sei già uomo serio. Anche Mènecle, quando gli parlo, risponde come te. Infatti, noi donne maritate, più in là del fuso e del telaio, e sorvegliar i lavori delle fantesche, per che cos'altro mai saremmo al mondo?...
El. Oh, per molte altre cose!... E poi tu non sei come l'altre...
Agl. (scherzosa) Già! dei complimenti! Mi sovviene Etèocle che sgrida le Tebane: Curi gli affari — l'uomo! E voi donne, bestie insopportabili — state nei vostri lari!...[96]
El. (serio) Sei ingiusta. Non avevo inteso d'offenderti.
Agl. E nè io di rimproverarti.
El. (imbarazzato, serio, sull'andar via) Se permetti, ripasserò tra breve a veder Mènecle...
Agl. Come credi — già che brami di andartene. Vorresti essere così gentile da passarmi quelle rose e quei mirti, là, in quel canestro... (Elèo eseguisce) Sto intrecciando, come vedi, una corona da appendere ad una cara tomba... là, dove sai; là... fuori porta Diomèa.[97] Lo rammenti che domani ricorre il dì della morte di mio padre?
El. Lo rammento.
Agl. Povero vecchio! Almeno questa l'avrà proprio dalle mie mani: e non comperata là al mercato de' fiori, da quelle ragazze che fanno ghirlande... e tant'altre cose. Oh i morti non san che farne di quelle corone. Li ho colti io tutti questi... sai. Ti ricordi i dì delle feste, quando m'aiutavi...
El. (reprimendo un sospiro) Sì... (accennando novamente di prender congedo) Allora...
Agl. (continuando la sua frase senza dargli tempo a seguire) Oh, allora anche tu eri molto più allegro... e molto più gentile di adesso... e non facevi quel muso lì, che pare stii consultando qualche vecchia maga di Tessaglia, di quelle che fan di notte con le bacchette gli incantesimi...[98] Rammenti quando si correva per gli orti di Colòno e su per il poggio di Cerere, a cogliere i narcisi delle due dee, da riempire i canestri per la festa? E quella volta che ti sei nascosto, là dietro al monumento di Teseo,[99] e m'hai fatto paura credendo veder l'ombra di Edìpo, aggirarsi nel sito dove la terra lo ingoiò? Come eri allegro!...
El. (serio, sospirando) Allora era un tempo!...
Agl. E adesso è un altro, lo so. Ma non è una ragione per far torto a quelle memorie, (sempre proseguendo il lavoro della ghirlanda). Ecco... a quest'ora m'avresti già dato la baia per la mia poca abilità nell'intrecciar questa ghirlanda... tu che volevi dar sempre il tuo parere e trovavi sempre da dir la tua... «Ohibò, queste rose non son messe bene! Ohibò, qui ci andrebbero viole... così... e qui mirti... così...» — e ohibò! ohibò! e così, così, tanto per insegnarmi a farle, il sapientissimo incontentabile si divertiva a disfarmele... È vero che oggi Elèo, figlio di Leòstene, di corone non insegna più a farne... ma ne conquista...
El. Aglae!...
Agl. Oh, so tutto... Sappiamo, sappiamo delle prove di valore là sull'Ellesponto... Eppure forse in quei giuochi, in quelle corse, quando a cogliermi fiori t'arrampicavi sospeso in aria sul burrone a picco per farmi strillar dallo spavento, là hai fatto allora le prime prove del coraggio che ti rende oggi invidiato fra i giovani d'Atene, e per cui d'averti avuto a pupillo va orgoglioso Mènecle mio...
El. (che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae, all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e dispetto) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (in atto di avviarsi).
Agl. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi della memoria tua...
El. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle tuo che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre; egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò...
Agl. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e ti disse quelle parole... e tu piangevi... e qualcun altro del tuo dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese...
El. Aglae!...
Agl. (china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo) Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera...
El. (con accento dolce, affettuoso) E — non piangere, mi dicevi; papà assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (vedendo che Aglae ha dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani, pensierosa e triste).
Agl. Io... nulla. Quelle memorie...
El. Perdona...
Agl. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae?
El. Aglae... io pure ci sarò...
Agl. ... della sua piccola Aglae (come parlando con sè medesima e seguitando il lavoro: con voce mestissima) che gli verserà acqua lustrale, e fresco latte sulla tomba,[103] e gli dirà: hai fatto male ad andartene, e a lasciarmi qui piccina, sola, sola: tu m'indovinavi fin l'ultimo de' pensieri; ed ora non c'è più nessuno, neppur di quelli a cui volevi bene, che se ne occupi. Adesso sono tutti cittadini illustri... persone serie... e la tua Aglae chi vuoi la prenda sul serio?...
El. (con voce di affettuoso rimprovero) Neppure Elèo...
Agl. Già. Neppure Elèo... (proseguendo a discorrere con sè stessa, e avendo quasi le lagrime nella voce) e quindi non lamentarti, papà mio, se questa corona non è bella come quelle di una volta; mi ci sono ingegnata da sola... ora non abbiam più maestri sapienti... non si corre più per gli orti di Colòno... Ma al cuore si guarda... al cuore... e non al dono... n'è vero, Elèo?... (mentre così parla con voce quasi rotta dal pianto, Elèo ha messo mano ai fiori e ne va scegliendo ed intrecciando alcuni) Ah! non sciuparmeli!...
El. (proseguendo la sua occupazione, senza guardar Aglae) E che cosa domanderai ai Màni di tuo padre?
Agl. Gli domanderò che dia ad Atene, agli amici... propizj gli eventi...[104] a Mènecle... (con lungo sospiro di rassegnazione) lunghi anni di vita... a te...
El. (c. s.) A me...?
Agl. A te mandi una bella sposa che ti torni allegro... e ti faccia perdere quel muso lungo, serio serio... da Anassàgora inciprignito...[105] (Elèo fa un gesto di dispetto e dà uno strappo ai fiori) Ahi! ahi... no, così, che me li rovini!... (ripigliando la frase di prima) e tanti bei piccini che, quando fai quella faccia, si mettano a strillare tutti insieme... A me poi... (sospende il lavoro e s'appoggia coi gomiti sul tavolo in atto di riflettere) vediamo!... A me... (sospirando) A me già... niente piccini... (si arresta improvvisamente per tornar a badare a quello che fa Elèo) Ma hai capito di lasciar stare!... di non buttarmeli sossopra!... Guarda che sgarbato confusionario!... Cattivo!...
El. (con voce insinuante) Ma qui ci andrebbe dell'edera perchè spicchino sul verde cupo le rose...
Agl. Già... (vivamente, prendendo dell'edera e raggiustando la ghirlanda) Così... ti pare?...
El. E non c'è neppure, tra le rose e l'edera, un corimbo di narcisi... neppur uno dei fiori cari alle due dee sotterranee...[106] Ci starebbero così bene!...
Agl. Grazie della novità. Ma roba comperata non so che farne, e nel giardino, giù, non ne abbiamo. Magari! mio padre li amava tanto...
El. Quei bei narcisi... là... della rupe di Colòno, dove tanti ce n'era...
Agl. E dove c'era, per coglierli, da scavezzarsi il collo. Sicuro che a Colòno ce ne sono!... Anche in Macedonia, anche in Tracia, anche in Persia ce ne saranno!... Però, se è vero che i morti ci leggono nel cuore... (nel volger lentamente l'occhio dal lavoro, verso Elèo, a prima giunta non lo vede più). Elèo!... (Elèo che alle parole di Aglae si è improvvisamente mosso per correr via di soppiatto, trovasi già sulla porta. Aglae si alza vivissimamente) Ah!...
El. (scena muta fra Aglae ed Elèo. Elèo ad Aglae mostrandole la ghirlanda, con voce commossa) Neppure uno... di quelli là... Non sarebbe bello... non sarebbe bello!... (s'avvia ad uscire, poi tornando sui suoi passi vivamente, prende per una mano Aglae, e guardandola affettuoso, le soggiunge con voce lenta, rotta dall'emozione) Se è vero che i morti ci leggono nel cuore... essi lo sanno... che non è un delitto... la memoria! (fugge via).
(Aglae è rimasta un minuto presso la soglia, pensierosa, tristissima; poi s'abbandona su di uno scanno, e cela il volto nelle mani).
SCENA IV.
Aglae e Crìside.
Crìs. (entra vivissima e gaia, e corre ad abbracciare Aglae) Buon dì, cara Aglae!
Agl. (andandole incontro e baciandola) O mia buona Crìside!...
Crìs. Sempre lavori?...
Agl. Passo le ore.
Crìs. Ho incontrato il giovane Elèo che usciva correndo come un disperato verso porta Ippade, sulla via di Colòno!... (gesto vivo di Aglae) O aurea Venere! altro che quelli che corron lo stadio!...
Agl. È stato qui dianzi a cercar di Mènecle...
Crìs. Che? è andato a Colòno il tuo Mènecle oggi?
Agl. Oh no... ma... (sviando il discorso) ma che grazie dovrò dirti, o mia Crìside, del tuo dono sì caro e gentile? (va a prendere lo specchio) Ma sai che è bello! tanto bello! perfino adulatore!...
Crìs. Ah, nessuno ti adulerà più di quello che Venere ti ha adulato nel nascere... Tranne il cinto d'oro, tutti i suoi doni t'ha dato...[107] Così t'avesse dato... anche di meglio impiegarli...
Agl. (con affettuoso rimprovero) Crìside!...
Crìs. (maliziosa) Ma sai che questo specchio ha anche una virtù tutta sua?
Agl. Davvero?
Crìs. (scherzosa) Esso riflette anche ciò che non si vede: ti svela i più bei contrasti pittorici che mente d'artista possa immaginare...
Agl. (vivissima) Ah! sì! me ne sono accorta!
Crìs. (con aria di malizia affettuosa) Allora, sai ciò che esso dice in questo momento? Che il sorriso del tuo volto è come il rovescio della tua anima: l'uno vorrebb'essere sereno, come lo sguardo della dea, tua protettrice; l'altra è triste come l'occhio della Parca. È un filo di luce che non sa rompere la nuvola. Questo dice lo specchio, e... nevvero... Aglae, che lo specchio... indovina?
Agl. (dopo una pausa, voltando discorso) E... come sta tuo marito?
Crìs. Tuo fratello... bene... grazie agli dei... ma non è la rispo...
Agl. (interrompendo) E da un po' non si lascia vedere... perchè?
Crìs. Esce così di rado... È tanto occupato in casa...
Agl. Molte aringhe per clienti da stendere?... Molti affari dell'Eliea?...
Crìs. (esitante) Oh sì... molti affari! molti!... fin troppi...
Agl. E ti vuol bene sempre?
Crìs. Sì... almeno... me lo dice...
Agl. Ah...! quando te lo dice?
Crìs. (con accento ingenuo) Oh varie volte!... La mattina, per esempio, quando apro gli occhi, e prima che mi alzi... poi... mentre mi alzo e mentre le fantesche mi vestono... mentre mi pettinano... e quando offro alla dea le divozioni del mattino... o quelle del vespero... e poi... così... alla sera... quando mi corico... me lo ripete fino a che mi sono addormentata... e poi... quando dormo... nella notte... per isvegliarmi...
Agl. (con serietà scherzosa) Infatti... son varie volte. E... ti bastano?
Crìs. (comicamente ingenua) Sì... sì...
Agl. Ah... proprio...?
Crìs. Ecco... dirò... alle volte... lì al momento... mi pare quasi... sì... che siano come troppe!... Ma poi nel dirmelo (abbassando gli occhi con grazia sorridente ed ingenua) siccome cambia tanto la voce... me lo dice in tante maniere diverse... con negli occhi tante espressioni diverse... così mi pare sempre una cosa diversa... che... insomma... fa piacere...!
Agl. (scherzosamente seria) Ah, già! sicuro!... i discorsi variati piacciono sempre...
Crìs. Oh, sì... tanto! Perchè, sai, quando non sa più come dirmelo in prosa, così per cambiare... anche in versi me lo dice...
Agl. Ah!...
Crìs. L'altra sera aveva studiato tanto... e io, nella notte, tanto di muso!... la mattina, nello svegliarmi, ho trovato questo sotto all'origliere:
Studiai del Meònio le pagine Per dirti d'amor nova idea: Quai dolci parole, nell'isola, Ulisse a Calipso dicea: D'amore in che accenti Anadiòmene Col frigio pastor favellò:... Studiai del Meònio le pagine... E... t'amo! altro dirti non so. Frugato ho ne' canti d'Orfeo Per dirti d'amor novo stile: Com'egli, fra 'l pianto letèo, Chiamasse la sposa gentile:... Qual voce a' suoi cantici amanti La selva e 'l leon trascinò:... Frugato ho d'Orfeo tutti i canti... E... t'amo! altro dirti non so. L'ho chiesto di Saffo al lamento E al vecchio dai brindisi d'oro: Ognun rispondeami: lo sento... Ma come insegnartelo... ignoro. E frugo!... e altre immagini chiamo!... Ah!... un lampo qui alfin balenò! Ah!... eccola! eccola!... è: t'amo!... (battendosi la fronte come chi trova un'idea) La nova parola ch'io so.
(Mentre Crìside va leggendo questi versi da un biglietto che s'è tolto dallo stròfio, Aglae apre e sfoglia, come rileggendo distratta, il libro che stava leggendo prima).
Ti piacciono?
Agl. Sì...
Crìs. Che cos'hai lì? (guardando) Le Trachinie di Sofocle! Dejanira abbandonata!... Oh che brutti argomenti!...
Agl. (con serietà scherzosa) Ah, sì!... c'è meno varietà che ne' tuoi... E come dicevi... Fania dunque è tanto occupato... Sono queste le molte occupazioni...
Crìs. Già!... anche queste!
Agl. (comicamente seria) Tutto il tempo che avanza è per i clienti dell'Eliea...
Crìs. (comicamente ingenua) Oh, tutto!...
Agl. (c. s.) I clienti sono ben serviti. Sicchè, di quelle preziose notizie che ti dà tuo marito... tu non resti priva... se non quando esci di casa... come oggi...
Crìs. Oh no... mi verrà certo a momenti qui a raggiungere...[108]
Agl. Ah, bravo Fania!... e dimmi... (sorridente con gesto espressivo) quando...?...
Crìs. Oh, quello... (nasconde tra sorridente e vergognosa la faccia sulle spalle di Aglae) quello... vedi... c'è tempo... (vivamente ripigliando) Ma tu che mi fai tutte queste domande, non hai però ancora risposto alla mia. Cattiva! tu scherzi... ma a nasconderti alla tua Crìside non ci riesci...
Agl. Già... lo specchio...
Crìs. No, no, è inutile. Tu non sei allegra... non lo sei mai...
Agl. Io qui in casa non ho per distrarmi tutte quelle tali novità della giornata...
Crìs. E questo è il male! e qualcuno ne ha colpa; e un po' anche tu — oh sì, per Cerere, anche tu — che per distrarti non fai nulla! Stai sempre chiusa invisibile come la Pitonessa... L'altro mese nè alle feste Scire nè alle Targelie non t'han veduta... all'ultima gara delle tragedie neppure... in casa mia da un mese non metti piede...
Agl. Dovrei venire a disturbare i profondi studî letterari di tuo marito?
Crìs. (affettuosamente corrucciata) Aglae!... (Si sente di dentro la voce di Fania che domanda: È qui da Aglae?) (con gioia) Oh eccolo! la sua voce!
Agl. (con serietà canzonatoria) È un pezzo che non vi vedete?
Crìs. Oh, è già quasi da un quarto d'ora!... (accorgendosi dal volto di Aglae dell'intenzione motteggiatrice) Cattiva!...
SCENA V.
Dette e Fania.
Fania (entrando) Oh sorellina!... Crìside!...
Agl. (cortesemente canzonatoria) Oh fratellino!... Che miracolo!... Dopo un mese! Qualche buon genio m'ha fatto uno sternuto!...[109]
Fan. Cara Aglae... perdona... sai... tanti affari...
Agl. (guardando maliziosamente Crìside) Sappiamo!... sappiamo!...
Crìs. Fania!...
Fan. (ad Aglae) Come stai? Come sta Mènecle?
Agl. Grazie. Benissimo.
Fan. (a Crìside) E tu... così... sei scappata via... senza dirmi niente... brava!...
Crìs. Non la finivi mai...
Agl. Via... non rimproverarla...
Fan. Oh no, ma... (a Crìside, serio) Ma ero ben buono io d'accompagnarti...
Crìs. Già... per il gran viaggio da porta Ceràmica a venir qui...
Fan. (con paternale serio-amorevole) Non è per questo... ma una moglie giovane non istà bene uscir per Atene in visite senza il marito...[110] n'è vero, Aglae?
Crìs. (con civetteria, parlando ad Aglae) E il marito correr dietro a tutti i passi della moglie come un can segugio di Laconia dietro l'orma della lepre... n'è vero, Aglae, che non istà bene neppur questo?
Agl. (con serietà comica) A meno che la lepre sia contenta...
Crìs. (brusca, con civetteria) Oh questo poi!...
Fan. Crìside!...
Crìs. Zitto là!... per Aglàuro! Siam le nipoti di Teseo...[111] e non siam le schiave dei mariti... noi...
Fan. (sorridente) Lo si vede! Però Solone, veramente ha disposto che la brava moglie ateniese dovrebbe star sotto al marito...
Crìs. (rifacendogli la voce) E Temistocle, ateniese, stava sotto alla moglie,[112] eppure sconfisse i Persiani... ed era quel Temistocle che era...
Agl. (a parte, li guarda sospirando) Eh! almeno loro si divertono!...
Crìs. ... e mio marito Fania, se fossero verità tutte quelle bugie che mi dice, dovrebbe imparare dal vincitore di Salamina...
Agl. Come si sconfiggono i Persiani?
Crìs. No... come si trattano le mogli. Essere forti contro gli uomini... bel merito!... Essere deboli con noi... quello è il bello!
Agl. (a Crìside) Veramente, sai, mi pare che un po' di Temistocle abbia già imparato...
Crìs. (con civetteria stizzosa) Oh, non abbastanza!... E poi un bravo marito dovrebbe essere anche un bravo fratello... (abbraccia affettuosamente Aglae) e io non voglio, sai, che egli ti trascuri... povera Aglae!... E s'egli ti trascura ancora, io trascurerò lui!... Guardala, Fania, che ciera triste!... (tenendola abbracciata) Oh tuo padre... vostro padre... sia pace alla sua ombra... ma ha avuto un gran torto verso te...
Agl. (con voce di rimprovero) Crìside!
(Fania, alle parole di Crìside, si tira pensieroso e serio in disparte).
Crìs. Oh, le due dee mi guardino dal dir ingiuria alla sua memoria... Epònimo fu prode e virtuoso, ma sbaglia tante volte su nell'Olimpo Giove, sbagliano anche sulla terra i virtuosi... ed Epònimo (si guarda intorno) — Mènecle non c'è — non fu previdente pel tuo destino... Se egli che ti amava tanto, tornasse dagli Elisi...
Agl. Se tornasse dagli Elisi, vedrebbe che Aglae non chiede e non ha alla sua memoria verun conto da chiedere. (con voce incisiva, a Fania) N'è vero, Fania? (Fania non risponde, e rimane in disparte, pensieroso, a testa china) Mio padre mi affidava, morendo, all'uomo che gli salvò in campo la vita, lo riscattò dalla prigionia di guerra, lo soccorse nella povertà, raccolse il suo ultimo sospiro. Se affidandomi a Mènecle ha consultato il suo cuore, mio padre ha compiuto il debito suo...
Crìs. (seria, fissando Fania) E allora gli altri non han compiuto il loro...
Agl. E perchè? Mènecle, oltre amico, era il solo lontano congiunto che la legge chiamasse a sposar l'orfana... o farle la dote.[113] S'egli non trovò altri degni di me, osservando la legge, Mènecle ha compiuto l'ufficio suo... Non ho ragione, Fania?
Crìs. Già, la legge!... È bello osservar la legge, per iscaldarsi le mani fredde al sole di sedici primavere!...
Fan. No, no, Crìside, ha ragione Aglae. Sono io forse, che il mio ufficio di fratello, nel dar l'assenso, non l'ho compiuto...[114]
Crìs. (a Fan.) Già... lo sapevo... brutto egoista!... Per te però ci hai ben pensato.
Fan. Oh Crìside, ti giuro...
Crìs. (dandogli sulla voce) Zitto là! ne discorreremo. (ad Aglae, con voce affettuosa) Ma dimmi un po'... almeno Mènecle...
Agl. Oh... Mènecle... non ho niente a ridire. Fa quello che è in lui...
Crìs. Quello ch'è in lui!... Non è molto!...
Agl. Ci vediamo del resto, da qualche tempo in qua, così poco... Adesso poi, tra gli affari della Eliea e quei di Tebe, ancora meno...
Crìs. Per cui... sempre sola?...
Agl. Sola.
Crìs. E il tuo cuore?
Agl. È tranquillo.
Crìs. La tua mente?
Agl. Riposa.
Crìs. I sensi?
Agl. (vivissima, nervosa) Dormono.
Crìs. (alzandosi) Ebbene... alla tua età... con queste belle giornate... con questo sole... io non dormirei...
Agl. Perchè Fania ti sveglia... me l'hai detto.
Crìs. (a Fania, sottovoce) Meriteresti, per l'aurea Venere, che invece di me, ti avessero dato in moglie la vecchia Mìrtala! Provar un po' anche tu... che gusto!...
Fan. Zitta!... (si sente di dentro la voce di Cròbilo) È qui suo marito...
SCENA VI.
Detti, Cròbilo, un momento Blèpo.
Blèpo. (annunziando, dalla soglia) Cròbilo di Stefano Colonèo.
Agl. Oh, avanti!...
Fan. (mentre Blèpo esce per introdur Cròbilo, si appressa ad Aglae e le parla in disparte) Però Mènecle dovrebbe anche comprendere certe cose... e trattarti un po' meglio...
Agl. (sorridente) Farmi delle poesie amorose, e pormele, quando dormo, sotto il cuscino?
Fan. Crìside!
(Apostrofa Crìside un po' brusco, e si bisticcia sottovoce con lei, mentre entra Cròbilo).
Cròb. Salve, gentile Aglae!... La bella Venere ti guardi...
Agl. Vicino Cròbilo, sii il benvenuto.
Cròb. Vezzosa Crìside, Fania, buon dì. (vedendoli discorrere a parte) (Bella coppia di tortore di Sicilia!)[115] E il nostro caro Mènecle non è in casa?
Agl. È uscito da poco. Per lui venivi...?
Cròb. Oh... per lui... per te... e per lei...
Agl. Tua moglie?
(Durante questo dialogo con Cròbilo, Fania e Crìside si bisticciano amorosamente in disparte).
Cròb. Già... la mia caaaaara moglie!... Mi disse che la ti veniva a far visita e che passassi a prenderla, sull'ora sesta. A quel che pare è in ritardo...
Agl. Attendila dunque...
Cròb. Grazie. Avrà lavorato più del solito col minio e coi cosmetici... o si sarà indugiata a fare la sua chiaccheratina solita con le vicine... Ah, quando la comincia... l'è come il disco di bronzo appeso agli alberi dell'oracolo di Dodòna! se appena lo tocchi del dito, diiiinnnnnn!!! ti suona per tutto un giorno: anzi il bronzo finisce prima: ma lei, finito il giorno, la mi va avanti anche la notte!...[116] O Giove miracoloso, che delizia!
Agl. Eppure, bisogna dire che tu avessi gran bisogno di consultarli, gli oracoli, poichè questo disco ci sei andato a picchiare..
Cròb. Pur troppo. Si fossero i corvi portata via la prònuba che m'ha sedotto a queste nozze!...[117]
Agl. (scherzosa) Senti Fania...
Fan. Che c'è?
Agl. Cròbilo maledice alla prònuba del suo matrimonio... E tu alla tua?
Fan. (guardando Crìside amorosamente e abbracciandola) Io prego i Numi che le donino i beni della terra...[118]
Agl. (a Cròbilo, scherzosa) Senti? questi son mariti!
Cròb. (ad Aglae, scherzoso, additandole Crìside) Vedi...? queste sono mogli...
Crìs. (va ad abbracciar Aglae) Aglae! (discorrono insieme).
Fan. (a Cròbilo, mentre Aglae e Crìside conversano fra loro) E la tua che cos'è?
Cròb. La mia... la mia... come si chiamano quelle che rubarono le cene di Fineo?
Fan. Le arpìe...
Cròb. Bravo! Fa conto... con le ali di meno, e la dote di più.[119]
Fan. È sempre qualcosa. (batte sulla spalla a Cròbilo) Cròbilo, Cròbilo, anche il cavallo scita sprezza la biada che vuol mangiare.[120] Mi dicono che la biada era discreta... Quattro talenti...
Cròb. (continuando annoiato) ... e una possessione nell'isola di Egìna...
Fan. ... vigneti e terreni aratorî...
Cròb. ... che rendono all'anno centodue mine. La mi fa il conto tutti i giorni sulle dita... e si lagna che suo padre li facea rendere di più...[121] O Giove Olimpio!... Felice chi è ricco del suo![122] Per noi altri mariti poveri, i tesori delle mogli son carboni!...[123] Se sapevo di far questa vita, preferivo condur a pascere le capre sul Fellèo!...[124]
Fan. Sei sempre a tempo... corri...
Cròb. Non c'è premura.
Crìs. (interrompendo il discorso con Aglae, e voltandosi a Cròbilo e Fania) E così, Fania, Cròbilo non ha ancor finito di contar tutti i difetti di sua moglie?[125]
Fan. Pare di no...
Cròb. Tutti!... Ci vorrebb'altro... È il catalogo di Esìodo!...
Crìs. E glie la fai, di', a tua moglie, l'enumerazione del catalogo?
Cròb. A mia moglie?... eh!... quello ci mancherebbe!
Crìs. E perchè?
Cròb. Perchè Giove ha dato agli uomini gli occhi per vederci, e non per farseli cavare dalle mogli...
Crìs. Ma sai, o Cròbilo, che non è molto lusinghiero, a noi mogli tutte quante in generale, saper che gl'incliti mariti ci fanno l'occhio del pesce morto in casa, e fuori di casa se ne vanno... a recitarci que' tuoi panegirici?!... Fania, spero bene...
Cròb. Bella Crìside! ma Venere mi guardi dallo sparlar delle mogli in generale! qui, innanzi ad Aglae e innanzi a te!... ma ti pare?!... Le mogli, eh si sa, ce n'ha di buone e di cattive... La va a chi tocca... Anzi, di regola, le mogli sono una bellissima istituzione: è appunto per confermare la regola che ci sono le eccezioni... e queste non divertono... Del resto, vedi benissimo, non c'è moglie cattiva a cui non si possa contrapporne una modello... Citami, nelle tragedie, Clitennestra... uxoricida fin che vuoi... ma io ti rispondo con Penelope. Fedra era incestuosa... ma Alceste era virtuosissima. Su Medea, cuor di tigre, c'è molto da ridire: ma, dall'altra parte... dall'altra parte... (si interrompe con tutta naturalezza, come chi finge cercar nella memoria e non trova) ora non saprei. Elena! peggio di una civetta!... ma invece... invece... (c. s.) adesso mi verrà in mente... Ermione! tracotante e sanguinaria; Creùsa, egoista e vendicativa; Menalippe, adultera... ma all'opposto... all'opposto... (c. s.) che so io... insomma, se lo dicevo che le eccezioni fermano la regola!...[126]
Crìs. (ironicamente rispondendo all'ironia comica di Cròbilo) E a quel che pare... fermano anche di preferenza la tua memoria...
(Durante questo dialogo, Aglae e Fania discorrono fra loro).
Cròb. Ah, sicuro!... (sospirando comicamente) perchè è su di esse che faccio un corso di studî pratici...
Crìs. (ironicamente suggestiva) E quelle mogli delle tragedie ti servono poi per i confronti teorici...
Cròb. Precisamente. Una consolazione... come un'altra.
Crìs. Perchè?
Cròb. Perchè di sì... Per esempio, tu, Fania... sei storpio...
Fan. (risentito) Io?... Lo sarai tu.
Cròb. (calmo) Supponiamo che lo sii. Sei storpio... e te ne affliggi... perchè non puoi correr dietro a Crìside... ma vai a teatro, vedi in iscena Filottète, che è più storpio di te, e ti consoli.[127] Tu, Crìside, sei tradita indegnamente da Fania...
Crìs. (furiosa) Eh? tradita? io?! bada a quel che dici...
Cròb. (calmissimo) È un'ipotesi...
Crìs. Ma io non so che farne delle tue ipotesi... intendi?
Cròb. Bene, bene. (con flemma, correggendosi) Tu, Aglae, sei tradita indegnamente da Mènecle... è una ipotesi...
Agl. (pacatissima, con mesto sorriso) Va pur là... non mi arrabbio... io...
Cròb. (a parte) (Poveretta! si capisce!...) sei costernata, disperata del tradimento...
Agl. Oh, questo poi...
Cròb. È un'ipotesi... (tra sè) (sbagliata a quel che pare...)
Cròb. Ma vai a teatro e vedi Medea tradita da Giasone ancor più indegnamente di te... e contemplando la di lei sventura, eccoti confortata della tua. Ebbene anch'io... io... come mi vedi... sono un marito disgraziato... e tutti i giorni mando alle stelle dei sospironi grevi, che Giove, se non fosse sordo, sarebbe obbligato a sentirli: ma vado alla tragedia, e sento Agamènnone, dentro le quinte, che strilla ahi! ahi![128] perchè sua moglie nel bagno gli sta facendo la festa... allora mando un sospiro più leggiero, e dico: pazienza!... fino a qui mia moglie non è venuta ancora... e speriamo non ci venga...
SCENA VII.
Detti e Mènecle con Mìrtala.
Mèn. (entrando ha raccolto e frainteso le ultime parole di Cròbilo) Oh altro se ci viene...
Cròb. (dà un balzo, spaventato) Eh!...
Mèn. È già qui. L'ho incontrata sulla porta...
Cròb. (sospirando) Ah!... Che maniera di spaventar la gente!
Mèn. E te la conduco. Non temere... non temere! Oh, Fania! Crìside! che buon vento!
Crìs. e Fan. (rendendo il saluto) Mènecle!...
Mèn. (verso la porta) Avanti, Mìrtala!...
Mìrt. (entrando corre ad Aglae) Oh cara Aglae!...
Agl. (restituendole l'abbraccio) Mìrtala!...
Mèn. (a Mìrtala) C'era qui tuo marito che già s'impazientava credendo tu non venissi...
Cròb. (confermando a denti stretti) Già...
Mèn. Questi son mariti...
Fan. (a Cròbilo sottovoce, canzonatorio, additandogli Mìrtala e rifacendogli le parole di prima) Queste sono mogli. Tienla da conto...
Mìrt. (a Mènecle, accennando Cròbilo) Oh, non lo lodare tanto!... Farebbe anche lui delle sue... se io non lo vegliassi un poco... il mio caro marito...
Cròb. (con compunzione comica) Ma tu mi vegli sempre... un poco... (fra sè) come Argo...
Mìrt. (squadrandolo con diffidenza) Per fortuna... e forse non quanto basta...
Cròb. (vivissimamente) Oh... ti giuro che basta...
Mìrt. Vedremo! vedremo!...
Mìrtala ripiglia il colloquio con Aglae. Cròbilo con Mènecle.
Crìs. (a Fania sottovoce, accennandogli Mènecle ed Aglae) Hai visto? Rientrando... nemmeno l'ha salutata... Poveretta!...
Fan. Oh, ma domani mi sentirà.
Crìs. Eh già... se non ti fai sentir tu... mi faccio sentir io. Non ho peli sulla lingua... io![129]
Fan. Lo so...
Crìs. È una vergogna!... Neppure la guarda!... O cosa crede di avere? Una moglie o un pezzo di legno? Andiamo via. Mi fa male. M'accompagni?
Fan. Certo. (a Mèn.) Addio, Mènecle.
Mèn. Come? arrivo ora, e te ne vai?
Fan. Accompagno Crìside. (fissa Mènecle con volto serio) Ci vedrem domani.
Crìs. (ad Aglae) Cara Aglae, addio...
Agl. Di già?
Mèn. (guardando di sottecchi Fania dopo le parole, seco scambiate) Che cos'ha costui? Mi guarda scuro con certi occhiacci, come guardasse l'erba origano...[130] Uhm!... (va a discorrer con Cròbilo) E dunque...
Mìrt. (a Crìside che sta salutando Aglae) Come, come?! Crisiduccia... ci lasci?
Crìs. Dovrei lasciare andar Fania solo?
Mìrt. Ah questo no... i mariti... brava gente... ma a tenerli d'occhio non si sbaglia... lo so io.
Crìs. (a Mìrtala, sorridendo) Io non lo so... ma per non isbagliare... me lo porto via... (ad Aglae, sottovoce) Dà retta a me... di crucciarti non val la pena... ti verrò a trovare, e a farti cambiar vita.
Agl. (abbraccia Crìside) La cambierò. Sta tranquilla.
Cròb. (salutando) Vezzosa Crìside...
Crìs. Sta sano, Cròbilo. (sottovoce, ironica) E sii felice... con la tua Mìrtala...
Cròb. Eh?
Crìs. (scherzosa, interrompendolo, e rifacendogli la frase di prima) È un'ipotesi...
Fan. (salutando) Aglae, ci rivedremo.
Mìrt. (sospettosa, a Cròbilo) Che cosa ti diceva Crìside?...
Cròb. Che la felicità umana è un'ipotesi...
Mìrt. L'hai chiamata vezzosa... va là che ho sentito...
Cròb. E non lo è?...
Mìrt. A me però non l'hai mai detto... ch'io ti senta dirglielo ancora una volta...
Crìs. (che si è con Fania avviata ad uscire, torna verso Cròbilo, e gli dice sottovoce, beffarda) Completalo poi quel tuo catalogo... Ermione era arrogante, ma Mìrtala è dolce. Elena era adultera... ma Mìrtala è fedele... (ridendo lo lascia) Ah, ah!...
Mèn. (vedendo Crìside allontanarsi) Crìside?
Crìs. (a Mènecle) Con te sono in collera, e non ti saluto.
Mèn. (cortesemente scherzoso) La pace quando?...
Crìs. (fissandolo) Quando in Atene non ci saran più egoisti...
Mèn. Ossia, siccome gli egoisti finiranno col mondo, quando per indicarli avran trovata una parola nuova...
Crìs. (a Fania ch'è già sull'uscio) Fania!... (dandogli il braccio, e suggerendogli) Ah, eccola, eccola! è...
Fan. (dandole un bacio e proseguendo subito) «t'amo! — la nova parola ch'io so!...» (escono abbracciati).
SCENA VIII.
Aglae, Mìrtala, Cròbilo, Mènecle.
Mèn. (vedendo il bacio) Eh...! non fan complimenti. Quelli son felici... e sanno l'arte di star al mondo!...
Mìrt. (a Cròbilo, additandogli Fania e Crìside che s'allontanano) Li vedi?... impara!... Che nozze!...[131] Ah se tu fossi un marito come Fania...
Cròb. (a parte) (Ah se tu fossi una moglie come Crìside!...) Imparerò... (va a discorrere con Mènecle che passeggia pensieroso su e giù).
Agl. (partiti gli sposi è rimasta cogitabonda e triste, poi s'è rimessa lentamente al lavoro) (Elèo fra breve ritornerà...)
Mìrt. (ritorna verso Aglae) E così, t'abbiamo aspettata all'ultima festa delle Scìre...[132] non ci mancavi che tu!... peccato!... c'erano le più belle matrone d'Atene... c'ero io...
Agl. Ah!...
Mìrt. E se avessi visto, sulla strada da Atene a Sciro, che folla!... mio marito, dalla gran gente, poveretto!... corse rischio di perdermi...
Mèn. (a Cròbilo sottovoce, canzonandole) Vai in cerca di rischi...
Mìrt. Se non me l'attaccavo stretto stretto alle costole...
Agl. (velatamente ironica) Si sarà divertito...
Mìrt. Oh... mezzo mondo!...
Cròb. (Sbadigliando) Tanto! tanto!...
Mìrt. Ma sai chi ci ho visto? (Mìrtala parla colla rapidità delle vecchie chiacchierone) Cleonìce... quella magra, col naso lungo... la moglie di Nìcida, da lui ripudiata tre mesi fa. Sai, dicevano la si fosse ritirata alla campagna, per tôrsi alla vergogna del ripudio...
Agl. Poveretta!...
Mìrt. Ah sì, aspetta!... è ricomparsa alla festa, fresca, fresca, come niente fosse... e si pavoneggiava in gran lusso... con tanto di veste cimbèrica e di stivaletti persiani...[133] E poi i poeti cantano che la moglie ripudiata porta il rossore in fronte!...[134] Oh la sfacciata!... Oh, a proposito di vesti, un favore ti avrei a chiedere... sei tanto buona.
Agl. Ma parla...
Mìrt. Quella tua tònaca bianca di bisso di Amòrgo,[135] con lo strascico... Vorrei farmene una eguale anch'io, per la festa di Venere Colìade...[136]
Agl. (a parte) (O care Grazie!).
Mìrt. Se non t'increscesse mostrarmela, per copiar le misure...
Agl. Oh già... t'anderan bene... Ma subito!... Se vieni nella mia stanza di là...
Mìrt. Grazie!... Ora, ora, prima di andar via... (con malizia, abbassando la voce) E così spierò anche i segreti del vostro nido...
Agl. Nido?... che nido?
Mìrt. (maliziosamente sorridente) Eh, già... il vostro... (accennandole Mènecle).
Agl. (con indifferenza) Ah! due nidi...
Mìrt. Come?...
Agl. Il mio qui sopra... e il suo... da basso.
Mìrt. (stupefatta) Eh??... non istate insieme?...
Agl. È tanto occupato... sai...
Mìrt. Occupato il giorno... va bene;... ma... e la notte?
Agl. La notte... lui scrive... lavora...
Mìrt. E tu?...
Agl. (con accento vibrato) Io... dormo.
Mìrt. E la mattina?...
Agl. Dorme lui... e lavoro io...
Mìrt. O Dee santissime!... ma senti, Cròbilo?!
Cròb. Che cosa?
Mìrt. Aglae qui mi conta che Mènecle di notte la lascia sola per lavorare...
Cròb. (fra sè) (Oh, oh!) (con segni adesivi del capo) Benissimo!...
Mìrt. (scrutandolo con faccia scura) Perchè benissimo?
Cròb. Perchè il pensiero di noi uomini, per levarsi su, su, su, nelle alte sfere, ha bisogno del silenzio notturno e della solitudine... e quindi...
Mìrt. (ironicamente suggestiva) E quindi lasciando la moglie sola nel vedovo talamo...
Cròb. ... la moglie se ha sonno, riposa più tranquilla... e il marito ha le idee più lucide.
Mìrt. (con calma simulata) E se sonno la moglie non avesse?...
Cròb. Accende il lume e conta i travicelli del soffitto... esercizio che rinforza la memoria: o va alla finestra a veder il tesmotèta che passa colla ronda...[137] e il golfo e l'Acròpoli illuminati dalla luna...
Mìrt. (ironica, frenandosi a stento) Infatti... l'altra notte... per esempio... che sei rincasato alla terza vigilia...
Cròb. Non era ancora...
Mìrt. (rincalzando)... alla terza vigilia, l'ho vista anch'io la ronda e l'Acròpoli a chiaro di luna...
Cròb. N'è vero, com'è poetico?
Mìrt. Già! (prorompendo) Provati un'altra volta a tornar a casa a quell'ora, e poi... la ronda e la luna te la do io...[138]
Mèn. Che cosa c'è? Che cosa c'è? Ulisse e Penelope che si bisticciano?
Cròb. Niente niente! si discorreva dell'ora che si alza la luna...
Mìrt. (a Mèn.) E Penelope dimostrava ad Ulisse che è un'ora in cui i mariti potrebbero benissimo tralasciare di pensar tanto e far invece... qualche cosa d'altro. Che già, per quel che fruttano i loro profondi pensieri, la Repubblica non ci perderebbe gran che: anzi l'andava meglio quando i mariti cecròpidi coltivavano le mogli un po' di più, e di giudizî e di decreti ne impasticciavano un po' meno... Quelli eran tempi!... quand'ero fanciulla io...
Cròb. (a parte) ... e i Greci assediavano Troja...
Mìrt. ... e macinavo l'orzo di Minerva, e nelle feste Braurònie rappresentavo l'orsa di Diana...[139]
Cròb. (... al naturale...)
Mìrt. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa... Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro; e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se governassimo noi donne...
Cròb. (Poveri noi...)
Mèn. (ironico) ... gli uomini filerebbero la lana...
Mìrt. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero. Già anche oggi (parla con Mènecle), al solito, avrete tirato colle vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data qualcun'altra delle vostre sentenze storte...
Mèn. Tranquìllati... oggi è vacanza...
Mìrt. Se non è oggi, sarà stato ieri...
Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al suo lavoro.
Mèn. Ah, ieri sì...
Mìrt. Sentiamo!...
Mèn. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila: e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142]
Cròb. To' che felice idea!...
Mìrt. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella civettuola...
Mèn. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne fuori un terzo a loro spese...
Mìrt. Per Venere! Se avean ragione!...
Mèn. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il giovine stette duro a far la lite...
Mìrt. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto...
Mèn. (aderendo) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta, contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica, confermò anch'ella questa circostanza...
Cròb. Dell'asino?
Mèn. (confermando e battendogli sulla spalla) Dell'asino.
Mìrt. (impaziente) Insomma... la conclusione...
Mèn. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po' imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «giudici, guardate questo! considerate quest'altro!»...
Mìrt. Che i corvi se lo mangino!...
Mèn. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due, biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per l'altro...
Mìrt. (furiosa) E quindi...
Mèn. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due giovani teste, le avvicinò (mentre sta dicendo questo con inflessione espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta)... e citò il verso di Omero che Giove vuol congiunti i simili coi simili; e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... si rassegnò.
Mìrt. (indignata) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non punisci queste infamie commesse in tuo nome?
Mèn. (pacatissimo) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..
Mìrt. Ma tu, tu, come hai votato?
Mèn. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.
Agl. (con iscatto repentino, vibratissimo di voce) Bravo Mènecle!...
Cròb. (contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala) (Bravo Mènecle!)
Mèn. (udendo Aglae, con un sospiro) (Volevo dire!...)
Mìrt. (ad Aglae) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di quella povera moglie abbandonata...
Agl. Mi metto nei panni di quell'altra.
Mèn. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per ultimo argomento, tirò fuori... (pausa, segni di attenzione) un altro albero...
Cròb. Ma era una foresta questa arringa!
Mèn. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse, i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che Giove ama congiunti i simili coi simili!... Ah che oratore! che oratore!
Mìrt. (mal frenando la stizza) Aglae, nei processi di tuo marito ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i malandrini... Se credi, son da te...
Agl. (alzandosi) Come vuoi...
Cròb. (ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo a posto qualcosa sul suo tavolo) Mi raccomando... non le mostrar tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi...
Agl. (a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala) Tu sei a casa oggi?
Mèn. (asciutto) No.
Agl. Sei via a cena?
Mèn. (c. s.) Sì.
Agl. Tornerai presto?
Mèn. Forse. (Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già sull'uscio, Mènecle la richiama) A proposito, è stato qui Elèo?
Agl. (ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi) Ah... sì!
Mèn. Perchè non dirmelo...?
Agl. (fredda) Non me l'hai chiesto.
Mèn. Ha detto ove andava?...
Agl. No.
Mèn. Tornerà?
Agl. (imitando il forse precedente di Mènecle, con accento espressivo) Forse! (esce con Mìrtala).
SCENA IX.
Mènecle e Cròbilo.
Cròb. (comicamente, a parte) (Che tenerezze!) (a Mènecle) Non si può dire che tra marito e moglie sprechiate eccessivamente il fiato... Vi parlate sempre così?
Mèn. Quasi sempre.
Cròb. Non vi anderà giù la voce. E, dimmi, il giorno che l'hai sposata, l'hai almeno avvertita delle tue abitudini di... eloquenza domestica?...
Mèn. Non ci ho pensato.
Cròb. Eppure, scusa sai, ma mi sembra... era forse il caso di pensarci... essendo tu quel galantuomo che sei... che tutta Atene conosce...
Mèn. (vivissimo) E chi, chi ti dice ch'io non lo sia?...
Cròb. Lo sei! lo sei! per Ercole! l'han fino scritto col carbone sui pilastri del Ceràmico...[145] Appunto...
Mèn. Appunto... se si è galantuomini e si è fatta una minchioneria, non si seguita a sospirarne tutto l'anno e ingrassarci sopra... (parlando, fissa l'occhio su Cròbilo)... Si fa di meglio... Ci si ripara...
Cròb. Eh?
Mèn. (energicamente incalzando) Altrimenti sui pilastri del Ceràmico potrebbero scrivere... di me... o di te... anche questo: Mènecle... o Cròbilo, il tal giorno è stato un imbecille... e adesso ci trova il tornaconto a rimanerlo... E questo, per mio conto, non voglio che lo si dica... non voglio... intendi...
Cròb. Intendo un bel niente.
Mèn. Intenderai con comodo.
Cròb. Quando?
Mèn. Prima della luna nuova.
Dette queste parole appoggiandovi sopra con accento vibrato, s'avvia ad uscire.
Cròb. (Che diamine sta mulinando?) Te ne vai?...
Mèn. Ho da fare... alla cancelleria dell'Arconte. (si fruga indosso cercando qualcosa che non trova) (Dove l'ho messa?) (torna verso Cròbilo) Però ti avverto di una cosa. Sai che Aglae per via di madre vien dalla famiglia dei Brìtidi;[146] io per via di padre dagli Almeònidi...
Cròb. Lo so...
Mèn. Il padre suo poi era cugino di Cimone, la madre mia cugina di Pericle: il suo proavo paterno combattè insiem col mio a Salamìna... le linee laterali si estinsero...
Cròb. (lo guarda stupìto, senza comprendere) Eh?...
Mèn. Era solo per dirti che le nostre genealogie rispettive sono perfettamente in chiaro: e non c'è pericolo che ci spuntino intorno cugini nuovi, come i funghi sui fusti delle piante...
Cròb. E così?
Mèn. E così... io non sono il vecchio Fràstore che fece giudizio senza suo merito: io sono Mènecle, che so far giudizio da me — e il merito sarà mio — tutto mio: — e non occorreranno cugini in ritardo (lo fissa in volto) che abbiano bisogno di sbarazzarsi di qualche moglie avanzata dal diluvio di Deucalione. E se i vecchi stanno male con le giovani, i giovani che han le vecchie... se le tengano!... (lo saluta e se ne va: durante l'ultima parlata, Mènecle ha continuato a frugarsi in dosso: nell'andarsene, fruga sempre e borbotta fra sè) (Dove l'ho messa, per Ercole!... Ah... che l'abbia lasciata là...) (s'avvia, poi torna bruscamente verso Cròbilo e gli ripete battendogli sulla spalla) I giovani che han le vecchie... se le tengano!... (borbottando sempre esce).
SCENA X.
Cròbilo solo.
(Facendo gesti e segni d'uomo che è riuscito a comprendere). La morale della favola, si direbbe quasi che sia per me... Non importa!... Ah, ah, ora comprendo!... Così... per modo di dire... l'amico Mènecle prepara alla sordina un bel divorzio!... Peuh!... È una soluzione come un'altra... Non è molto onorifica per Aglae, ma è abbastanza onesta per lui... Meglio che farla vivere in quel modo!... E Aglae, si vede, non ne sa ancora niente!... Per quanto sì... non le debba riuscire un complimento, scommetto non le parrà vero di ricuperare la libertà!... E con la dote di Mènecle,[147] e con quel visino, e quei due occhioni, non le sarà difficile trovare chi la faccia discorrere un po' di più. Perchè, infine, è una gran bella ragazza!... Che occhi! che linee! che curve!... Pare la Venere degli Orti! To'! io non ci avevo mai fatto attenzione, ma proprio... più la si guarda dappresso, più è bella!... Mènecle, ad ogni modo, poi che s'è deciso a questo passo, dovrebbe almeno prepararvela. Quasi, quasi, se non fosse... (passeggiando, si ferma, come venutagli un'idea) Ma sì... per Bacco!... e perchè no?
(Aglae e Mìrtala, in questo mentre, rientrano).
SCENA XI.
Aglae, Mìrtala, Cròbilo, un momento Tratta.
Agl. (rientra discorrendo con Mìrtala). Oh, trattienla quanto vuoi!...
Mìrt. (con un involto in mano). Grazie!..
Agl. (a Cròb.). È già uscito Mènecle?
Cròb. Or ora... (senza por mente a Mìrtala che sta raggiustando il suo involto, contempla di sottecchi Aglae e parla fra sè). (Quel nasino grazioso che guarda in su!).
Agl. Niente lasciò detto?
Cròb. No... Parea cercar delle carte... (continuando a sbirciar Aglae). Che bei capelli biondi!... Con quella acconciatura oggi par fin più bella del solito!... Sicuro!... è più bella del solito!... Che boccone per quello a cui tocca!...
(Nel volgersi, mentre è immerso in queste riflessioni, si trova faccia a faccia con Mìrtala, che gli pon su le braccia l'involto da portare).
Mìrt. Mi fai piacere di tenermelo...
Cròb. (con una smorfia e un lungo sospiro). E a me ecco che cosa tocca!...
Mìrt. Bada a non la sciupare...
Cròb. No, no... (annasando l'involto) Hu!hu! che profumo!... Ma di' un po', Mìrtala, la ti andrà poi bene?
Mìrt. (accennandogli Aglae). E non vedi, orbo, che abbiam la stessa taglia?
Cròb. Ah sì!... (orbo, quando t'ho preso!) Hu! hu! che odor d'ambrosia!... Che profanazione!...
Agl. (passata presso il tavolo a cui Mènecle era seduto sul cominciar dell'atto, e visto un rotolo caduto per terra, lo raccoglie sorridente). To'!... nel grande accalorarsi per la mia felicità, ha dimenticato fin le sue carte!... Che mi dicevi Cròbilo? che Mènecle cercava delle carte?...
Cròb. Appunto... frugava...
Agl. E allora saran queste che gli son cadute o ha dimenticato qui. Sai dove andava?...
Cròb. Alla cancelleria dell'arconte.
Agl. Le darò a Blèpo che glie le porti...
(Fa per chiamare).
Mìrt. È inutile. Dà qui. Passiamo ora di là noi.
Agl. Grazie allora...
(Le passa il rotolo con indifferenza).
Mìrt. Così gli dirò anche, a quel rusticone, che non è questo il modo di andarsene...
Agl. Non gli dire nulla. È il suo carattere.
Mìrt. Bel carattere!... Anche gli Sciti lo hanno così:[148] ma non isposano donne d'Atene. Se fosse mio marito... vedrebbe! Già, tu sei troppo buona... Vorrei veder io che Cròbilo stesse su la notte a consumarmi l'olio della lucerna, senza neanche saper quel che scrive... E tu ti fidi?...
Agl. Completamente.
Mìrt. (scrollando il capo). Basta!... contenta tu!... (a Cròbilo, maliziosa, mostrandogli il rotolo). Neh, Cròbiluccio, che avessimo senza saperlo, a far la parte... tu di Mercurio... e io di Iride?...
Cròb. (O Dei! che vaga Iride!) Peuh! Mercurio portator di fagotti...
Mìrt. Vieni dunque. Addio Aglae.
Agl. Addio.
Cròb. (sbirciando sempre Aglae). (Che cara creatura! Eh, se sapesse!...)
Mìrt. (a Cròbilo). Vieni?... (nell'avviarsi ad uscire con Cròbilo, va curiosando nell'interno del rotolo; d'un tratto si ferma esclamando) Oh, cara Venere!... (si volta verso Aglae) Ma voi altri due fate all'amore di nascosto? e invece di parlarvi, vi scrivete?...
Agl. (non comprendendo). Eh?
Mìrt. Ma le carte degli affari non saran queste. Questa è per te.
Agl. (sorpresa). Che cosa?...
Mìrt. Ma sì!... qui nell'angolo dice: Mia cara Aglae!... guarda! guarda!... (Aglae osserva dove Mìrtala le indica). Ma allora, poi ch'è per te, puoi aprirla in coscienza: gli risparmi la fatica...
Cròb. (a parte, avendo seguìto la scena). Volevo ben dire! Capirai prima della luna nuova! È la lettera di partecipazione. Ora ho capito...
Agl. (indifferente, prende il rotolo, lo esamina un minuto esternamente, poi senza aprire lo torna a deporre). Leggerò poi... (fra sè) (Sarà la ripetizione dei discorsi allegri di stamane!)
Cròb. (inquieto, a parte). Ma se non legge... bisognerebbe...
Mìrt. (ad Aglae maliziosamente). Ho capito... segreti fra coniugi... Rispettiamoli!... Vieni, Cròbilo?...
Cròb. Vengo!... (segue lentamente Mìrtala; mentre ella esce, s'appressa rapido ad Aglae e le dice affrettato, sottovoce, con accento drammatico). So tutto. Coraggio. Sei giovane, sei bella. Venere ti proteggerà... (allontanandosi, la torna a guardare) (Che nasino! È più bella del solito!)
Mìrt. (mentre Cròbilo, già avviato ad uscire, si indugia di soppiatto nella contemplazione di Aglae, Mìrtala sulla soglia si volge amorosamente al marito, e ad un tratto lo abbraccia scoccandogli un sonoro bacio e ripetendo con caricatura amorosa il verso di Crìside). «T'amo!..... È la nova parola ch'io so».
(Cròbilo, strappato improvvisamente alla sua contemplazione dal bacio di Mìrtala, con una smorfia comica lo subisce, e mandando un sospiro di rassegnazione disperata, si lascia da Mìrtala trascinar via).
SCENA XII.
Aglae sola.
Agl. (Ha accolto con un movimento di dispetto e di fierezza le ultime parole di Cròbilo). Che ha inteso dire?... Ah, già!... qui tutti han preso il vezzo di compiangermi!... Perfin le vecchie! Una vera gara di pietà! Grazie! non so che farne!... (torna lentamente, pensierosa, al suo lavoro e riprende in mano la corona). Qui metteremo i narcisi di Elèo... Povero Elèo!... Fino a Colòno... là sulla rupe... me li è andati a prendere... Dunque la piccola Aglae non è del tutto dimenticata... E voleva fingere! Serbarmi rancore!... Perchè fingere con Aglae?... Che colpa ne ho io?... Ah Mènecle, Mènecle, co' tuoi benefici ti sei preso tutto, è tua la mia vita... ma la memoria del cuore... di questa neppur gli Dei mi possono chiedere conto. Quanto alla mia felicità, di cui Mènecle si prende scrupolo e mi parla e mi scrive... (prende in mano il rotolo e lo svolge macchinalmente) glie ne domando conto forse io?... (spiega e legge) È diretta proprio a me. (la scorre dapprima sbadatamente e indifferente, poi si fa più attenta) Che cos'è questo?... (legge:) «Di casa, la notte al nove della luna calante di Ecatombèo, anno IV della 99ª Olimpiade.» L'ha proprio scritta stanotte! «Mia cara Aglae!... Il giorno che leggerai questa mia, i tuoi rapporti meco saran mutati da quelli dell'ora in cui la scrivo...» (fra sè, interrompendosi) Eh... peggio di quel che sono!... «e forse in quel giorno non ti dorrà il poter dare della condotta di Mènecle giudizio meno amaro di quello che oggi parla segretamente in cuor tuo». Che ne sa? «Il cancelliere ti darà questo scritto, dopo la sentenza dell'arconte che avrà disciolto le nostre nozze... per domanda tua!...» (esclamazion di stupore) Che!... mia domanda?... io domandarlo?... «Depositato da ora presso lui, ti sarà allora documento della verità delle mie parole...» (s'arresta sempre più stupita) Che vuol dir ciò?... (scorre rapidissimamente il resto della lettera, con segni di crescente sorpresa e commozione: terminato, rimane assorta, la testa fra le mani, asciugandosi una lagrima). Povero vecchio!... povero vecchio!... (si alza vivamente e passeggia concitata). Così... io avevo l'orgoglio di credermi generosa verso Mènecle... ed è lui che mi soverchia in generosità!... Tutti, tutti, mi umiliano! Soverchiare Aglae!... Ah! la vedremo!...
(Rinchiude, e va per riporre al posto di prima il rotolo, ma in quel punto si affaccia Tratta).
SCENA XIII.
Aglae, Tratta ed Elèo.
Tr. (dalla soglia) Elèo!...
Agl. Ah!... (momento di pausa, di perplessità e lotta interna vivissima. Poi risolvendosi) Passi.
El. (entra vivacissimo e reca dei corimbi di narcisi). Aglae!... li ho colti là... dove tu sai... (Aglae non risponde, è triste, pensierosa — Elèo, interdetto, depone i fiori) Che hai?
Agl. (mesta, chinando lo sguardo). Nulla. Leggevo una lettera... di Mènecle... per me. La puoi leggere anche tu... Leggi.... continua pur forte!...
(Elèo, guardandola tra sorpreso ed esitante, prende lentamente la lettera, che ella gli stende, la legge e poi ripiglia a voce forte la lettura al punto che Aglae gli ha segnato. Aglae segue la lettura, profondamente commossa).
El. (leggendo). «Quando tuo padre morente affidavati a me, tu eri fanciulla quattordicenne appena. Accorrevano, allettati dalla dote ch'io t'avrei fatto, i concorrenti: ma pel tuo cuore di fanciulla l'ora della scelta non era suonata: e libera e felice bramavo la tua. Ed io dissi fra me: che tre o quattro anni a te restavano prima d'affacciarti alle soglie vere della vita, e non più di tre o quattr'anni — ero anche malfermo di salute a que' dì — mancavano a me per abbandonarle. Pensai che sposandoti a un estraneo in quell'età, io rinunziavo in mani ignote un incarico sacro; che la mia casa poteva offrirti, pei tuoi anni verdissimi, asilo, fino al dì che la mia morte t'avrebbe trovata, giovane e bella, erede delle mie fortune, padrona della scelta del cuor tuo, e in grado di porne le condizioni...»
Agl. (ad Elèo). Che ti sembra?
El. (triste e serio). È leale. (prosegue la lettura) «... Se in quel mio desiderio sia entrato anche un desiderio egoistico: veder consolata la mia vecchiaia dal tuo sorriso, lo squallore del mio inverno da un ultimo raggio di sole, oh Aglae, io non oso domandarlo a me stesso: non oso cercar tra le pieghe del mio cuore più nascose, in quell'unico mesto desiderio, l'unico mio torto verso di te...»
Agl. (asciugando una lagrima) Povero vecchio!...
El. (prosegue a leggere). «Ve lo hai letto tu forse? Non so. So che in queste nozze il cuor tuo volle scorgere un debito verso l'ombra paterna: le accettasti prima colla ingenuità della gratitudine; le subisti poi colla abnegazione del sagrificio... Non volli disingannarti. Per la educazione del tuo animo quella prova era troppo bella. Nella Parca liberatrice confidavo perchè fosse breve. Ma ecco, l'ora che io pensavo è suonata; e trova te fatta donna, nello splendore dei doni di Venere; e trova me vecchio e vivo e senza il diritto di prevenire la Parca.[149] Sciupar con un vecchio il tuo aprile, invecchiar senza gioie nè di sposa, nè di madre, non era questo ch'io promisi, non può essere questo il premio alla tua virtù.[150] Ma s'io ti dicessi ora ciò, se pregandoti di recar teco delle mie fortune quel che in mia mente è già tuo, io ti offrissi di sciogliere di mutuo accordo le nozze, la tua fierezza, resa dall'idea del sacrifizio più altera, rifiuterebbe sdegnosamente».
Agl. (a sè). Certo!...
El. (segue a leggere). «... Valermi della legge, e liberar te col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista, duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice, e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo.
«Mènecle».
Agl. (Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto, amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce). Vedi bene che a quell'ombra non potrei più offrirli... (lunga scena muta fra i due). Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!...
(Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce. Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani).
CALA LA TELA.