Note 108 — ATTO PRIMO
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«Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?» Antifonte, pr. Stob. Flor., LXVIII. Superfluo avvertire qui, una volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo: che se la Sposa di Mènecle è stata scritta da lui nella 120ª Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia, dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate di Terenzio. Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri. Nella dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «la tenerezza è naturale fra il marito e la moglie, l'uomo essendo da natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme riunite». (Ar. Eth. Nicomac., VIII, 14). Che più? Eccolo altrove premunir i giovani sposi contro l'eccesso della tenerezza, contro la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi è lontano! (Aristot., Econom., I, 4). — Però il mio Fània meritava le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un bambino) non eran fatti per lui.