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La sposa di Mènecle

Note 151 — ATTO PRIMO

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Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già abbiam visto (Prologo, pag. 27) che in questi casi il divorzio era nella legge stessa qualificato ripudio (ἀπόπεμψις): e il sentimento pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di quella parola. Ed Euripide, ne' cui drammi, sotto la larva delle favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per questo fa dire a Medea: «Non onorevoli (ossia vituperosi) sono i divorzj alle donne» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) Med., 236. E altrove nella Andromaca, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè tutte le altre cose, che la donna soffra, sono di minor conto: ma perdendo il marito, perde la vita» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει βιου). Euripide, Androm., 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «Difficile e ripida, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). Anass., Inc. fab., 5.

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