ATTO SECONDO
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Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a sinistra l'ingresso dal metaulo che immette alle stanze interne del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare domestico. Una panòplia è appesa alla parete.
SCENA I.
Aglae e Tratta.
(Aglae traversa rapidamente la scena, dalla porta laterale di sinistra, quella del gineceo, alla porta di mezzo ch'è nello sfondo: a mezza via si arresta, e chiama forte.)
Agl. Tratta!
Tr. (affacciandosi dalla porta di sinistra) Padrona!
Agl. Appena vien Fània da mio marito, avvertimi. Va! (Tratta rientra). E dunque... Fània, da fratello affettuoso, compiangendomi, pensa a parlare per me; Mènecle, da marito magnanimo, compiangendomi, pensa a liberar me; Cròbilo, da amico leale, compiangendomi, pensa a consolar me. E se Aglae la compianta li burlasse tutt'e tre? (esce per la porta di mezzo).
SCENA II.
Mènecle e Blèpo.
(Mènecle leggendo una carta, seguito da Blèpo, entra dal peristilio a destra).
Mèn. (leggendo) «Scegliere fra essere o non essere. O si è marito o non si è. Se essere non volevi, non dovevi diventarlo». Ma bravo, per Giove, mio cognato Fània! Platone non avrebbe ragionato meglio! (si volge a Blèpo) E che t'ha detto Fània nel darti questa?
Bl. Che ripassava.
Mèn. Che ombra fa?
Bl. Un piede[153].
Mèn. Oh, oh! quasi mezzodì! Sarà qui a momenti. Va. (lo richiama) Aspetta. Ed è tornato, n'è vero, in mia assenza, Elèo?
Bl. No.
Mèn. Come no? e queste carte? chi te l'ha date?
(Accennando altre carte che ha in mano).
Bl. Lui.
Mèn. Quando?
Bl. Stamattina.
Mèn. Dove?
Bl. Qui.
Mèn. Dunque è venuto, imbecille!...
Bl. Grazie.
Mèn. (impazientito) È venuto sì o no?
Bl. Venuto sì, tornato no.
Mèn. (lo guarda sorpreso) Eh?...
Bl. (con far grave e sentenzioso) Venire non è lo stesso di tornare. E se uno viene, non torna. E se uno torna, non viene. Però si può dire: In questo suol vengo e ritorno, come Eschilo fa dire ad Oreste esule[154].
Mèn. (guardatolo attonito, se gli appressa, tra serio e canzonatorio) Bravo!... E, dimmi in grazia... dove e quando hai imparato queste belle cose?...
Bl. (con gravità) Ieri, passando dal Liceo, da uno di quei filosofi che ci stanno. E delle altre cose ancora...
Mèn. (ironico) Ah!... sei divenuto un savio... dunque?
Bl. (sentenzioso) No, padrone. Perchè ciò che diviene non è[155], e non può essere nel momento che diviene: altrimenti, se fosse già, non diverrebbe, o, se diviene, diviene un'altra cosa: e quello che è, se potesse divenire, allora l'essere diventerebbe eguale al non essere, mentre il non essere è diverso dall'essere, come dice Ercole in Euripide[156]. E per scegliere quindi fra l'essere...
Mèn. (continuando ironico) ... e il non essere... Ferma un momento. E dimmi un po'... hai scopato le stanze stamane?... e la casa è all'ordine?... è?
Bl. Sicuro che è.
Mèn. (fissandolo) Ma potrebbe anche non essere, visto come impieghi il tempo. Vedi questo? (gli mostra un grosso bastone) Cosa credi che sia? essere o non essere?
Bl. (tirandosi a rispettosa distanza) Vedo. È un bastone... è...
Mèn. Ne convieni? Ebbene, se ti sento fare ancora di queste scoperte, e bazzicar quei galantuomini che mangiano fichi nel Liceo[157], questo, che è un bastone, ti annunzio che può divenire uno spianatoio per le tue spalle, pur non cessando di essere un bastone. M'hai inteso?
Bl. Perfettamente.
Mèn. Vedi che lo sei, un savio!... Va.
(Blèpo esce, facendo comiche smorfie).
SCENA III.
Mènecle solo.
Per gli Dei e per i démoni!... L'amico Isocrate ha ben ragione di pigliarsela con que' maledetti sofisti![158] Ancora un po' e questo mariuolo mi rifaceva la lezion di Fània! (passeggia su e giù) Del resto, mio cognato non potea venir in mezzo più a proposito. Tanta fatica di meno. La cosa va più liscia che non avrei sperato... Oh eccolo!...
SCENA IV.
Mènecle e Fània.
Fàn. Buon dì, Mènecle...
Mèn. Salute, cognato mio... (disinvolto) Sicchè tu vieni a dirmi che hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi...
Fàn. (impacciato) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia, domandalo a te stesso, alla tua coscienza...
Mèn. (disinvolto) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato tu prima... alla gran madre... alla natura?
Fàn. Mènecle!
Mèn. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di meriti...
Fàn. Oh certamente...
Mèn. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi meriti, noti a tutta Atene (si interrompe sospirando comicamente) — da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni, le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e sostanzioso... per una mensa coniugale!
Fàn. Questo io non dissi... ma...
Mèn. Ah! c'è un ma...
Fàn. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa, il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare. Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un uomo...
(Fa pausa come cerchi la parola).
Mèn. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo padre...
Fàn. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del tempo...
Men. (Ama le perifrasi!)... Grazie...
Fàn. ... al pari degli altri può, e più degli altri, deve dare ad una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
Mèn. (prosegue ironico la frase) ... di quell'altre che le mancassero. Benissimo. E insomma...
Fàn. (impazientito) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
Mèn. (a parte sospirando) (Pur troppo!)
Fàn. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo io...
Mèn. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
Fàn. Ma io ti dirò...
Mèn. (interrompendolo) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: Ti consegno mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:[161] e tu l'hai promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
Fàn. (risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle) Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
Mèn. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole filava per Onfale, ma era giovine, ed era Ercole: e pure Onfale ci si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, e cominciai: Appena fummo arrivati sulla riva del fiume... lei non mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe risonarono...» e patatì... e patatà... la sapeva meglio di me. Ma che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e accalappiare!... (pausa, indi sospirando) Eh, forse per lei sarebbe stato meglio!
Fàn. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti stima... e...
Mèn. (rompendogli la parola in bocca) E gli Dei glie ne daranno merito. Alle corte. (con accento reciso) Tu non puoi dirmi nulla ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze. Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il divorzio...
Fàn. (vivissimo, stupefatto) Che?!...
Mèn. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162].
Fàn. Io?... mai!
Mèn. E allora... (se gli appressa grave, severo) con che cuore e perchè me la accordasti?
Fàn. (imbarazzato) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del padre nostro...
Mèn. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal peso della custodia e della dote. (moto di Fània che Mènecle calma col gesto) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia, se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili, che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di tuo padre... e me contro me stesso.
Fàn. Ma ti giuro per gli Dei che se...
Mèn. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono. Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di più, a far la domanda per due. A questo, allora non ci hai pensato: ora, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice, trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (con forza) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per tutti gli Dei! (calmandosi e asciugandosi la fronte) Fai tirar giù dall'Olimpo gli Dei anche a me!
Fàn. (vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, gli parla affettuoso e pacato) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo nome in pasto alla maldicenza della città?...
Mèn. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (si appressa a Fània e continua, dopo una pausa, a bassa voce) chi impedisce a lei di chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...
Fàn. (esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di Mènecle) Che?... e tu credi...
Mèn. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso che per sua colpa si viva infelici in due...[166].
(Tanto Mènecle che Fània son commossi).
Fàn. (stringendogli la mano) O Mènecle! Se Aglae sapesse...
Mèn. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...
SCENA V.
Mènecle, Fània e Aglae.
(Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si avanza alle ultime parole di Mènecle).
Agl. Di che?...
Mèn. e Fàn. Lei!...
Fàn. Buon dì, Aglae.
Mèn. (imbarazzato, cercando darsi aria disinvolta) Oh, la nostra Aglae!... (a Fània sottovoce) (Zitto ora!)
Agl. La nostra Aglae, a quanto sembra, vi dava materia a discorrere. Cercavate la pesta del lupo...[168] ed è presente.
Mèn. (scherzoso, cercando sviare il discorso) Eh, se tutti i lupi fossero come te, Atene non li perseguiterebbe tanto...[169].
Agl. (fra sè) (Voltan discorso! Soverchiar Aglae! la vedremo!) Sei gentile, Mènecle, stamattina...
Mèn. Eh, ti pare? Sicchè...
Agl. (a Fània) Sicchè di che cosa avevi a parlarmi?...
Fàn. (imbarazzato, mentre Mènecle gli fa gesto di tacere. Aglae finge di non accorgersene) Oh, cose da nulla...
Agl. (volgesi a Mènecle, con accento vibrato, insistente) Di che aveva egli a parlarmi?...
Fàn. Oh nulla!... Avevo espresso qui a Mènecle il desiderio che tu venissi a teatro nelle prossime feste Lenée. Sai, concorreranno, per le tragedie, Sofocle il giovine e il nipote di Eschilo, Astidamante...
Agl. (ironica) Ah...
Mèn. (confermando) Già...
Fàn. Tuo marito mi faceva delle obiezioni: e che forse per quel giorno non avrebbe potuto...
Mèn. Appunto...
Agl. (interrompendo, con accento vibrato) Non è vero!
Mèn. (per cavar l'altro d'imbarazzo) Ma lascia andare! non vedi che scherza!... Se gli avevo già detto di sì! Lo pregavo a chiederti se volevi andare con lui in compagnia di Crìside...
Agl. (con forza) Non è vero! Ah, insomma volete finirla di infilzar bugie?
Mèn. (fra sè) (Non c'è verso! Saltiamo il fosso!) Ebbene, poichè vuoi saperlo a tutti i costi, tuo fratello, qui presente, mi rimproverava che io ti trascuro un po' troppo...
Agl. Ah!... (guardando alternativamente Fània e Mènecle a cui rivolge la parola) È qui tutto?... E... d'altro?
Mèn. Che tu meni, per cagion mia, vita triste... che io non sono un marito adatto per te...
Fàn. Oh questo poi!...
Agl. (a Fània) Questo gli hai detto? E fai di queste scoperte? E il dì che seguisti il mio cocchio di nozze conducendomi qui, non hai ordinato di dar di volta ai cavalli?[170] M'avevi allora in tua autorità e non ci hai pensato: oggi più non mi hai... e te ne occupi?...
Fàn. (sorpreso, fra sè) (Così ora parla? Chi più la capisce?)
Agl. (a Mènecle) E tu... che gli hai risposto?
Mèn. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non ha tutti i torti... che però... il torto mio...
Agl. (energicamente interrompendo) E chi, per le Dee, e con che diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (a Fània) E chi t'ha incaricato?
Fàn. (impacciato) Nessuno... ma il mio amor di fratello...
Mèn. (passando vicino a Fània, rapido e sottovoce) Bravo! bravo! dài sotto!...
Agl. Amor di fratello?... Tardi lo senti...
Fàn. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa...
Agl. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un uom decrepito...
Mèn. (dà un balzo per sorpresa) (Eh!?... che cosa dice?) (vorrebbe, tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene dà il tempo) Ecco... veramente...
Agl. (rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània) ... sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171].
Mèn. (a sè) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!).
Agl. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il dì ai fianchi...
Mèn. (fra sè ribadendo maliziosamente) (Si tradisce!...)
Agl. ... occupato nel gineceo a filar lana o a contar storielle milésie alle fantesche? Credi ch'ella andrebbe superba, mentre i tempi per la città si fan scuri, del vederlo sotto i propri occhi sciupar negli ozî femminili il vigore del braccio e della mente, quel che gli resta del fiore dell'età?
Mèn. (gesto comico di sorpresa) (Eh!) (ad Aglae) Ecco... veramente... puoi dire un fiore... stagionato... Proprio, precisamente, un giovane di primo pelo non sono...
Agl. (interrompendolo) E per questo mi sei caro...
Mèn. (la guarda trasecolato, poi scotendo il capo) (Non capisco più!).
Agl. (rincalzando) Bella cosa, al confronto di costoro, i giovani della giornata! Bella gioventù da innamorar donne libere![172]. Agatòne, Dìnia, Stefano, Dercillo! azzimati, unti, leccati, dinoccolati, cascanti[173], non san far altro che studiar le pose quando camminano e quando stan fermi, e andar in giro con cicale in testa e specchietti indosso e boccettine di Tùrio, che puzzano di profumerìa lontan due stadî; e prendono i bagni caldi e si coprono di pelliccie di Sardi per ripararsi dai primi freddi, e passano tutto il dì e la notte per le bische e nelle case delle danzatrici e suonatrici di flauto; smorti per le lascivie e per le orgie, consunti, fracidi a vent'anni; poi, a sentirli discorrere a teatro o per le vie, impertinenti, presuntuosi, ignoranti come Libétrj, imbecilli più di Margìte che aveva studiato tante cose e non ne sapeva nessuna...[174].
Mèn. (fra sè) (Qui ha ragion da vendere...)
Agl. (proseguendo senza interruzione e con energia) ... E sono i giovani eroi che gloriosamente poi scapparono a Neméa ed a Coronéa! Ma quando Atene fu nel bisogno, e volle salvi i suoi Dei e le sue donne, ci vollero questi (batte sulla spalla di Mènecle) per cacciare i trenta tiranni e gli Spartani, e per liberare la città![175].
Mèn. (fra il comico, il modesto e il commosso) Grazie, grazie! (a sè) (Come parla! proprio figlia di suo padre!... Ed io avere il coraggio di sacrificarla!... Ohibò!).
Agl. (si volge a Fània, parlandogli più calma) Hai visto, o Fània, i nuovi oboli di rame? Son nuovi di conio e biondi, lucidi che sembran d'oro... pur guarda come han pessima la impronta! Osserva invece le vecchie dramme di argento del Làurio: sono usate, ma non adulterate, e serban la impronta stupenda e resistono al suono... La stessa differenza, fa conto, è oggi, in Atene, fra le vostre zazzere bionde... e queste barbe d'argento...[176].
Mèn. (comico, guardando Fània con sussiego d'approvazione) Già!
Fàn. (attonito fra sè) (O sta a vedere che se n'è adesso innamorata!).
Agl. O Mènecle, io ho visto sul tuo petto le tue superbe cicatrici: esse valgono meglio delle bellezze di Antìnoo...
Mèn. (sorpreso, e pur con comica modestia compiacendosi) Eh? questo poi...
Agl. (proseguendo, a Mènecle) Io ho letto il tuo ultimo discorso all'assemblea: quanto cuore, quanto fuoco, quanto slancio giovanile! Chi di quei giovani sarebbe stato capace di farlo?
Mèn. Oh, Elèo, per esempio...
Agl. (nella foga del dire, resta al nome di Elèo improvvisamente interdetta e lì per lì s'interrompe: poi, padroneggiandosi, ripiglia) Sì... forse Elèo... Intanto oggi tutta Atene, o Mènecle, è piena del tuo nome, ed io ne vado superba, come se parte della tua gloria si riflettesse sopra di me. Oh, grazie (con effusione stringendogli la mano che egli commosso si lascia prendere) per questo conforto che mi dai...
Mèn. (sospirando, e come meditando il senso dell'ultime parole di Aglae) (Conforto! Ah sì, ne ha bisogno! povera fanciulla!...).
Agl. (proseguendo affettuosa e tenendo nella sua la mano di Mènecle) Ti ricordi le parole che ti disse mio padre: «Tu sarai l'olmo che proteggerà la giovane édera...»
Mèn. (comicamente sospirando e guardando in aria) Un olmo antico!...
Agl. (ribattendo subito) ... e perciò robusto.
Mèn. (sottovoce a Fània, dandogli di soppiatto un forte pizzicotto) Ma parla un po' anche tu...
Fàn. (strillando) Ahi! ahi!...
Agl. (che s'è accorta, sorridendo a Fània) E se robusto non fosse, ti farebbe strillare in quel modo?...
Fàn. (irritato dal pizzicotto e prorompendo) Sì, strillo, perchè tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!... Lamentati ancora! (ad Aglae) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra volta!...
Agl. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!...
Fàn. (ad Aglae stizzito) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (a Mènecle passandogli vicino) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da voi!...).
(Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo).
SCENA VI.
Mènecle e Aglae.
Mèn. (a sè) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (guardando Aglae, e parlando sempre fra sè) Dopo tutto quel bene che pensa di me, doppio obbligo di essere con lei galantuomo!).
Agl. (a sè) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (a Mènecle che passeggia borbottando) Mènecle!
Mèn. Che c'è?
Agl. Io ho preso le tue parti...
Mèn. (interrompendo, brusco) Hai fatto male.
Agl. Sarà. — ... e non ho voluto dirti nulla di sgradevole in presenza di mio fratello: ma tu sai che egli ha ragione... (accentando anche più) lo sai.
Mèn. (a sè) (Oh, ci mettiam bene!) Se lo dici, lo saprò...
Agl. (battendo sulle parole) Non saprò: lo sai. Tu fai peggio che trascurarmi...
Mèn. Eh?...
Agl. Tu fai peggio che lasciarmi sola: e il tuo tempo non lo dai tutto alla città.
Mèn. (O sta a sentire!) A chi?
Agl. Ieri fosti con Lisia, l'oratore, e con Neèra, la di lui amica, in casa di Filostrato Colonèo...[177].
Mèn. (È matta!... O sta a vedere, che per distrarsi, la si provasse a far la gelosa!... (fa un gesto vivo, come balenatagli improvvisamente un'idea) Buono!...) (ad Aglae con voce ferma) E che male ci sarebbe!... Può darsi! Si aveva a parlare io e Lisia di affari di Stato...
Agl. Ma Filostrato è scapolo; e Neèra non è uomo di Stato; e con Neèra ci erano due altre di lei compagne...
Mèn. Ah!
Agl. ... venute da Corinto...
Mèn. (casca dalle nuvole, ma cerca far il disinvolto) Può darsi.
Agl. ... e in casa degli scapoli, e in certe compagnie, è difficile trattar bene gli affari dello Stato; e alla sera ci fu banchetto; e i banchetti dove ci son di quelle donne finiscon tardi... (gesti di Mènecle sorpreso) ... e finiscon male...
Mèn. (disinvolto, c. s.) Può darsi...
Agl. (con forza) Ah? Ma può darsi che Aglae non ne sia contenta...
Mèn. (trasecolato, di sorpresa in sorpresa) (O spiriti! che diamine salta a costei?!)
Agl. (incalzando) Può darsi che Aglae se n'abbia a male! (con accento drammatico) Così impieghi, o Mènecle, i doni che gli Dei ti hanno dato?
Mèn. Eh? (Peccato che me li han dati da un pezzo!)
Agl. (proseguendo incalzante) Ah, lo so che la gloria di un nome ha sempre un fascino per le donne; lo so che le forestiere venute da Corinto sono curiose di conoscere questo Mènecle di cui si parla per Grecia; (continui segni di stupor comico di Mènecle, Aglae prosegue con simulata energia) ma io so anche quale fu il giuramento delle nostre nozze, e ti credevo, se non più fedele verso me che lo ebbi, più religioso verso gli Dei che lo hanno ascoltato!
(Va corrucciata a sedersi).
Mèn. (a parte) (Decisamente, è matta. Elleboro ci vuole.[178] (guardandola di sottecchi) Eppure... come è bella mia moglie quando è in collera!)
Agl. Tu non rispondi? Non rispondi?
Mèn. (a sè) (Tanto fa. Le discolpe le farem poi. È la via che se n'esce).
Agl. Il tuo silenzio... è eloquente. Ah, non basta, o Mènecle, andar illustre nella città, col nome scritto su la colonna![179]. Non bastano i meriti in faccia alla patria, quando in faccia ai domestici lari, oblii la santità delle sue leggi!...
Mèn. (Anche questo!) (si volta risentito, come risoluto a difendersi) Oh questo poi... (si reprime) (Se mi difendo, guasto).
Agl. (afferrando la sua interruzione) Questo poi è grave — volevi dire! E mentre io traggo sola le lunghe giornate nel ginecèo, pensando a ciò che farà Mènecle per la Repubblica, — Mènecle divide il tempo fra la Repubblica... e l'altre cure: e quando rientra ha sulla fronte le rughe...
Mèn. (a parte, comicamente) (Lo credo).
Agl. (completando la frase) ... le rughe dei grandi pensieri...
Mèn. (a parte, comicamente) (Un'attenuante...)
Agl. ... per nascondere tra le lor pieghe i rimproveri della coscienza: in casa degli altri, per le altre, i sorrisi, le carezze, i calici...
Mèn. (Cosa mi tocca sentire! Pazienza! siamo alla fine!)
Agl. ... le canzoni, le ghirlande convivali; per la povera Aglae non sorrisi, non ghirlande, non carezze: ma la solitudine, l'abbandono, la noia!... (prorompendo) Ah, no! per le due Dee! io non posso più vivere così...
Mèn. (Meno male. Al divorzio ci siamo).
Agl. No!... (proseguendo con più forza) no... io non posso più adattarmi a questa umiliazione...
Mèn. (Ci siamo! Va dall'arconte!...)
Agl. ... e io finirò con...
Mèn. (sospeso alle labbra di lei, aspettando la risposta ansioso) ... con...?
Agl. ... finirò... con... l'ammalarmi!... (Mènecle resta lì di botto, sconcertato) Oh, quanto sono infelice!...
(Dà in pianto, abbandonandosi sopra una sedia).
Mèn. (sorpreso, comicamente imbarazzato) Questa conclusion non m'aspettavo... Ohimè, che imbroglio!... Aglae!...
Agl. (senza rispondere, continuando a singhiozzare) Quanto sono infelice!...
Mèn. (Adesso fa piangere anche me!...) (seguitando a guardarla e parlando fra sè, le si appressa) No... senti Aglae...
Agl. (seguendo a singhiozzare) Lasciami... ho voglia di piangere...
Mèn. (osservandola) (Eppure... com'è bella mia moglie quando piange!...) (dà un sospiro lungo) (Eh! avessi cinque olimpiadi di meno!) (passeggia, poi si ferma, giungendo le mani al cielo) (O Nettuno marino!... Quale strega di Frigia o di Tessaglia mai, tirando il mio oroscopo, m'avrebbe detto: Mènecle, tu passerai per molte prove; scamperai dai campi di battaglia e dalle tempeste; dalle spade dei nemici, dalle calunnie dei sicofanti e dal morso degli oratori[180]; dai mostri del mare, dalle miniere e dalla schiavitù... e quando avrai il crine inargentato e il corpo stanco... farai piangere una donna... di gelosia!...) (seguita a guardarla di sottecchi) (Com'è bella!... Dopotutto, già... lo ha detto lei: appetto ai giovani della giornata...) (si dà un'occhiata alla persona, una guardatina in uno specchio, lisciandosi con compiacenza la barba) (noi possiamo passare per belli avanzi...) (si appressa ad Aglae e le parla amorevole, insinuante) Eppure, Aglae, se tu leggessi qui dentro, vedresti...
Agl. No... no... non voglio veder nulla...
Mèn. (Ma fa sul serio!) (guardandola affettuosissimo, le prende nelle proprie una mano che essa non ritira) Ma e dunque... sarebbe proprio vero... che vorresti ancora un po' di bene al vecchio Mènecle? (parla esitando) Oh se!... (come via cacciasse un pensier lusinghiero) no.. no..
Agl. (ritirando la mano e levando vivamente il capo) Se... cosa? Prosegui... confessa...
Mèn. Ma che confessare!... Volevo dire che sono meno bugiardo, meno... vizioso di quel che credi... (Stavolta dico la verità). Ma che vuoi, la tua affezione, mi pare un sogno... di quei sogni cari e ingannevoli della sera... Sai che essa sarebbe una troppo grande consolazione per questo povero vecchio!... Che io non potrei augurarmi, in questo triste tramonto, una più alta gioia sulla terra, del sapere, che quel giorno che per me sarà l'ultimo... (Mènecle qui parla lento, interrotto, sinceramente commosso) tu sarai là... al mio capezzale... a dirmi l'ultimo addio: che dalle tue labbra, e non da prefiche bugiarde, udrò la preghiera al conduttore dell'anime;[181] che le tue mani mi comporranno nel domestico sepolcro e la mia povera ombra avrà qualcuno sulla terra che si ricordi di lei!...[182]
Agl. (commossa dalla sincerità dell'accento di Mènecle, si abbandona del capo e della persona sul petto di lui. Mènecle la sorregge amorosamente delle braccia) Oh, Mènecle!
Mèn. (pausa. Mènecle, sorreggendo Aglae, esclama tra 'l mesto e 'l comico) (Cose che capitano ai vecchi!... Qui ci vorrebbe Zeusi a dipingere il quadro!...) E tu Aglae... a questo guerriero cadente...
Agl. (risollevando il capo) Aglae non dimenticherà mai ciò che questo guerriero cadente ha fatto per la sua famiglia, pel padre suo...
Mèn. Ah! (si distacca vivissimamente da Aglae, rabbuiandosi) (L'avevo detto che si sagrificava!... Ed io bestia... stavo per dimenticarlo... Ah, per gli Dei, sarei indegno di aver fatto versare quelle lagrime! Il dado è tratto!)
Agl. Che hai?...
Mèn. (con accento di repentina risolutezza) No, Aglae, la tua gratitudine serbala ad altri. Tra me e tuo padre non ci fu che un ricambio... e il debitore sono ancora io... Tu sei troppo buona e virtuosa... e io... non ti merito... Non ti merito. Avevi ragione. Sono indegno di te. (È fatta!).
Agl. Che? Dunque confessi...
Mèn. (concitato) Sì, sì... confesso... tutto quel che vuoi...
Agl. Ci sei stato...
Mèn. Ci sono stato... (Ora mi mangia...)
Agl. E ci ritornerai...
Mèn. Secondo i casi...
Agl. E tu credi di far subire a me la sorte di Dejanira... la sorte della moglie di Alcibiade... o di quella povera moglie del tuo amico Lisia, con le cui amiche discuti gli affari... Ma io non sono Dejanira; io non sono la moglie di Lisia, che vede, tace e sopporta; io non sono la sposa di Alcibiade che torna indietro dall'arconte insiem con lui...
Mèn. (L'ho detto! Stavolta ci viene!).
Agl. (incalzando) ... io non son nata a tollerare affronti... e io... intendi... (fa una pausa) io...
Mèn. (È fatta!) (vivissimamente, sospeso) E tu...
Agl. E io... farò come fai tu.
(Sbalzo di sorpresa di Mènecle. Aglae è corsa verso l'uscio che mette alle di lei stanze).
Mèn. Eh?... (correndole dietro per richiamarla) Aglae! Aglae!...
Agl. (dall'uscio, ribattendo con forza sulle parole e sillabandole) Io farò come fai tu... e quello che fai tu!
(Entra rapidamente nelle sue stanze e gli serra a chiave l'uscio in faccia).
Mèn. No... senti...
(Aglae è già sparita. Mènecle resta lì trasecolato. Quadro).
SCENA VII.
Mènecle solo.
Mèn. Oh santissimi Numi! (passeggia, poi si ferma tentennando il capo) Destini umani! (torna a passeggiare, di tratto in tratto fermandosi) Vi han mariti che si attaccano alle mogli come l'ostriche allo scoglio e se le vedono guizzar via di mano come anguille di Copàide. Provatevi invece a liberarle... ed ecco in che maniera vi rispondono!... Farò come fai tu!... e quello che fai tu!... Peuh! se facesse proprio come me... non sarebbe gran male. (riflettendo torna a passeggiare) Ma pare che colei l'abbia intesa diverso... Pensa di me certe cose!.. Chi diamine gliele ha messe in testa!.. Quello che fai tu! Adagio! e se a me, fin che son suo marito, non convenisse un bel niente che ella faccia... quel ch'ella crede faccia io?... Se non garbasse a Mènecle di diventar la favola d'Atene? Eppure già, se le resto insieme... Non si manda a ritroso nè l'acqua dei fiumi[183], nè l'istinto di donna di vent'anni!... (torna a passeggiare, poi si ferma) Però, quel dirmelo sulla faccia... Generalmente, le donne, quando lo fanno, hanno la delicatezza di non dirlo... E tutte le smanie son venute adesso... perchè sì, fino a ieri, non glien'era importato mai... E tutta quella foga d'accusarmi!... non potrebbe esser maggiore se fosse una giustificazione ch'ella cercasse alla coscienza!... E allora... la filosofia di prima... la sfuriata d'oggi... (di improvviso riscotendosi) Ma qui, per Minerva, c'è sotto qualcosa!
SCENA VIII.
Mènecle ed Elèo.
El. (entra affrettato) Buon dì, Mènecle!... Arrivo tardi?
Mèn. (lo saluta distratto) Oh no... anzi...
El. Ho fatto tutto. Sono stato da Pelopida, da Lisia e da Iseo... Iseo e Lisia parleranno all'assemblea per appoggiarti, i fuorusciti di Tebe confidano in te. Pur troppo la intimazione di Sparta, di espellere i fuorusciti, incontra favore tra gli amici della pace... La lotta nell'assemblea sarà viva...[184].
Mèn. (distratto, seguita a borbottare fra sè) (Farò come fai tu...).
El. ... e per battere gli avversarî non ci vorrà meno dell'autorità della tua parola. Per Giove! da Teseo in poi i diritti della ospitalità furon sempre sacri ad Atene; e questo ingrandirsi minaccioso di Sparta alle nostre porte, e la sventura stessa de' fuorusciti reclama che Atene dia lor soccorso... n'è vero?
Mèn. (distratto, soprapensiero) E dunque bisogna darlo.
El. Pure son tanti che ti parlano dello stato misero della flotta, delle perdite recenti, dell'imprudenza del tirarci addosso una guerra, se diamo ai profughi aiuto... ti pare?...
Mèn. (distratto sempre e assorto ne' suoi pensieri) Allora non bisogna darlo.
El. (risentito e sorpreso) Mènecle!
Mèn. (riscotendosi all'apostrofe di Elèo) Cioè... volevo dire... perdona... non avevo sentito bene. (borbotta fra i denti) «Farò come fai tu...» Dunque dicevi...
El. Dicevo che il soccorrere i fuorusciti, che vennero a noi col ramoscello de' supplici e si sedettero presso le nostre are[185], mi pare un dover sacro...
Mèn. (riscotendosi) Sicuro, mio bravo Elèo!... (gli stringe forte la mano) Per il trofeo di Maratona![186] sicuro ch'è dover sacrosanto...
El. Grazie! La tua parola nell'assemblea deciderà. Oh sì, dopo il voto dell'integro, del virtuoso Mènecle, vedrai che la maggioranza verrà dietro... e tutta Atene farà quel che fai tu...
Mèn. Eh? (con movimento vivissimo, fra comico e irritato) (Non bastava lei! anche quest'altro!... Anche tutta Atene vuol fare quel che faccio io! È un contagio!) Ma dunque...
El. Dunque l'ora scorre e gli amici tebani m'aspettano. Corro a portar loro le parole tue.
Mèn. E non passi a salutare Aglae?...
El. (si fa in volto serio e scuro) No... sono atteso... è tardi...
Mèn. È tanto di cattivo umore stamattina, che...
El. Ragione di più per lasciarla tranquilla. Falle tu i miei saluti. (tra serio e mesto) Passando per la tua bocca, le giungeran meno discari...
Mèn. (Bravo! Se tu sapessi!...) Basta: come vuoi. Siamo intesi. Salutami Pelopida.
El. Addio (esce).
SCENA IX.
Mènecle solo.
Mèn. (seguendo dell'occhio Elèo che allontanasi) Bravo giovine!... valoroso e leale! Contrasti bizzarri! Costui nell'età degli svaghi pensa alle cose serie: e Mènecle nell'età... dei raffreddori, trascura gli affari serî, per... per... (non finisce la frase, tornando al corso insistente dei suoi pensieri) Ma colei m'ha messo una pulce qui nell'orecchio... Per Ercole! ne va del mio onore!... Ah, se arrivo a cogliere quel tale... oh, quello, parola di Mènecle, non mangia più aglio nè fave nere...[187].
SCENA X.
Mènecle, Mìrtala e Blèpo.
Bl. Padrone. C'è qui Mìrtala, la moglie di Cròbilo Colonèo.
Mèn. Uh, quella seccatura! Anche oggi! Di me o di Aglae cerca?...
Blèpo. Non so.
Mèn. Bravo asino!...
Bl. (dalla soglia, impassibile) Padrone!...
Mèn. Eh?...
Bl. Poco fa m'hai detto savio.
Mèn. Ho sbagliato. Falla entrare.
Bl. (nell'uscire per introdur Mìrtala, borbotta sentenziosamente fra sè) Essere l'uno... o essere l'altro!...
Mèn. Cosa vuole questa vecchia chiacchierona!
Mìrt. (entra affannata, frettolosa) Buon dì, Mènecle!...
Mèn. (andandole incontro) Giove ti salvi! (Mìrt. è imbarazzata: getta attorno occhiate inquiete, sembra aver qualcosa sull'animo) Della mia Aglae cercavi? Neh, (a Blèpo ch'è rimasto sulla soglia) Blèpo, conducila. (a Mìrtala) Ti vedrà tanto volentieri. È là nelle sue stanze...
Mìrt. Sola?
Mèn. Soletta.
Mìrt. E non l'hai ancora visto... stamattina...?
Mèn. Chi?...
Mìrt. Lui... mio marito...
Mèn. Da ieri non l'ho visto...
Mìrt. Credevo fosse qui...
Mèn. T'aveva detto che veniva?
Mìrt. No... ma...
(Rimane colla parola sospesa: è visibilmente imbarazzata, agitatissima).
Mèn. Che c'è?
Mìrt. Oh Mènecle!
(Rompe in uno scoppio di pianto e gli casca abbandonata nelle braccia).
Mèn. (trasecolato) (Anche questa! Preferivo l'altra!... Però adesso il quadro è... più intonato).
Bl. (avanzandosi, serio, impassibile, a fianco di Mènecle che non l'ha veduto, e che sostiene nelle braccia la vecchia piagnucolante) Padrone... consolala!
Mèn. (collerico, voltandosi, in vederlo) Tu qui ancora?...
Bl. Vado, vado... (avanti andarsene, gli ripete con accento comico di preghiera) Consolala! (declamando) «Soave è amor, ma troppo acerba cosa!» lo dice Euripide nell'Ippolito[188].
Mèn. (minaccioso, con la vecchia piangente sempre su le braccia) Te lo do io ora l'Euripide.
Bl. (tranquillo, grave) Vado, vado.
Mìrt. (singhiozzando) Ah, Mènecle, quanto sono infelice!...
Mèn. (Anche lei! Sono il consolatore universale!...)
Bl. (dalla soglia, guardando i due, con far sentenzioso) Ha ragione Eschilo:
Empie i letti di pianto amor di sposa E fa che dolor aspro il cor le stringa, Poichè il marito la moglie bramosa Ahi, disertando, la lasciò solinga[189].
(Mènecle voltandosi, lo vede lì ancora, gli getta un'occhiata minacciosa. Blèpo dall'uscio, sempre tranquillo e grave) Vado! vado!
(Esce, seguitando a declamare, con aria drammatica «Ahi, disertando, la lasciò solinga...»).
SCENA XI.
Mènecle e Mìrtala.
Mèn. Via, Mìrtala, calmati...
Mìrt. O Mènecle, io perderò la pazienza con colui...
Mèn. Ed egli dice che tu metti alla prova la sua...
Mìrt. (levando il capo irritata) Questo ha detto? Per Venere, la pagherà!...
Mèn. No, no, lascia star Venere! (Se ti sentisse!) Avrà commesso qualche leggerezza, ma poi... (Via, si difende anche il lupo.)[190].
Mìrt. Leggerezza, dici? Se in due giorni non ha passato due ore nel gineceo?
Mèn. (guardandola, fra sè) (Veramente, basterebbero!) Via...
Mìrt. Ma dove credi sarà andato?...
Mèn. Mah!... al suo tribunale!...
Mìrt. Ohibò! ci sono stata!... oggi è chiuso...
Mèn. All'adunanza della fratria per le iscrizioni delle nascite...[191].
Mìrt. Ci sono stata!... Oggi adunanza non ce n'è....
Mèn. Alla banca di Pasione, là al Pireo...
Mìrt. Ne vengo ora...
Mèn. (fra sè comicamente) (Fa un giro di ispezione nella Grecia!)
Mìrt. Pasione oggi celebra la festa dei Lari, e non tien banco.
Mèn. E allora... nessun può dir cosa ne fu di Edipo![192].
Mìrt. (piagnucolosa) Oh Mènecle! ho paura che Cròbilo mi tradisca...
Mèn. Ma se è più casto di Melanione... e non può veder l'altre donne!
Mìrt. Oh anche Timone odiava gli uomini, ma le donne di soppiatto le cercava!...[193].
Mèn. (di sottecchi squadrandola) (Non tutte!)
Mìrt. Ma qui proprio non è venuto...?
Mèn. E dàlli!... Doveva venire?...
Mìrt. No... ma... perchè... vedi... io parlo poco...
Mèn. Sappiamo!...
Mìrt. Ma sai... le donne, quando si fissano... (Mìrtala parla esitante; dopo una pausa prende Mènecle a parte e gli parla con far misterioso) Mènecle, Venere mi guardi del pensar male di nessuno. Tu hai, grazie a Giove, una moglie virtuosa. Ma sai, anche a Penelope, quando Ulisse non c'era, i Proci le andavan dietro. Tu non sei Ulisse, ma tua moglie la trascuri... e hai torto...[194].
Mèn. (si è fatto d'improvviso serio e scuro, attentissimo) Va pure avanti...
Mìrt. E il pensarci, fin ch'è tempo, mi par meglio per te... per lei... e per me...
Mèn. (di scatto) Cròbilo?...
SCENA XII.
Detti e Blèpo sulla porta.
Bl. Cròbilo!
Mìrt. Ah!
Mèn. Furfante, mi fai l'eco?
Bl. No, padrone.
Mèn. Lui qui?...
Bl. (imitando l'eco) Qui.
Mìrt. (smaniosa) L'ho detto io! Oh il perfido! Non son Mìrtala se...
Mèn. (serio) Calmati. E lascia fare a me. È meglio tu vada.
Bl. (a parte, declamando sentenziosamente) «Meglio è l'andar quando il restar non giova!»
Mìrt. Oh Mènecle, ma tu...
Mèn. Fidati a me... Va, va presto...
Mìrt. Oh, mi raccomando... il mio Cròbilo...
Mèn. Sta sicura. Te lo renderò... Da questa parte... Addio.
(Mìrtala esce dalla parte del gineceo, non dall'ingresso del peristilio).
SCENA XIII.
Mènecle, Cròbilo.
Mèn. (dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena). Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (a Blèpo) Fallo entrare.
(Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio).
Cròb. (entra assai espansivo) Oh Mènecle! salute!...
Mèn. (Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata, velatamente ironica) Buon dì, Cròbilo.
Cròb. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto, a saper che c'è di nuovo...
Mèn. (lo scruta di soppiatto) E a me, ora, il mio démone m'aveva detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra...
Cròb. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico...
Mèn. (con intenzione ironica, scrutandolo) E un amico come te...
Cròb. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!...
Mèn. (proseguendo, suggestivo, velatamente ironico) ... val più d'un tesoro. Grazie[195].
Cròb. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle... dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo, l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole, sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi vantaggi...
Mèn. (con intenzione, ironica) Ah già! molti!...
Cròb. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre coi grandi uomini qualche cosa in comune...
Mèn. Già, già. (Bello e... comodo).
Cròb. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi. Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera... insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre...
Mèn. (correggendo) Alle mie...
Cròb. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io «Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un parere, ci abbiamo prima studiato sopra...» Ohibò! come soffiar in una rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver guadagnate due corone come noi...
Mèn. (correggendolo) Come me...
Cròb. Sì... come te... come noi...
Mèn. (ironico) Ah!...
Cròb. Aver fatto tante leggi come noi...
Mèn. (correggendo ancora) ... Come me...
Cròb. (senza più badargli) ... presieduto giudizii come noi, governate le isole come noi... (Mènecle accompagna i noi, con gesti del capo, di adesione ironica) Ma se ti dicevo che quel poter parlare dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune...
Mèn. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...)
Cròb. (terminando la frase) ... è una gran bella cosa!...
Mèn. Fino a un certo punto.
Cròb. (a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle) Qua un abbraccio.
Mèn. (liberandosi) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune tutte le cose...[197] (parla velatamente ironico) come dice il proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198].
Cròb. Precisamente.
Mèn. (a parte) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli).
Cròb. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae...
Mèn. (a parte) (L'ho detto!) La mia cara Aglae sta bene... (Bisogna insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche tu sei del parere delle Aringatrici di Aristofane! Sai, quella scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani, pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...»
Cròb. (facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione a memoria) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può pigliarsela dalla Comune, senza spesa...
Mèn. (proseguendo) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199].
Cròb. (con ripetuti e vivi segni di adesione) Benissimo! Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito... (maliziosamente a Mènecle) Queste son massime da mettere nell'arche insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le isole...
Mèn. (suggestivo) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole...
Cròb. (approvando sempre con calore) Benissimo!
Mèn. (c. s.) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae...
Cròb. Benissimo!... Per la compagnia che le fai...
Mèn. (frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva) Per Mìrtala mi presento io...
Cròb. Benissimo! E io faccio come fai tu.
(Gesto vivissimo di collera in Mènecle).
Mèn. (Anche lui!) (piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi d'improvviso scuro in volto e minaccioso) Ma... e se io... non dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le isole, non piacessero queste teorie di governo?
Cròb. (lo guarda tra attonito e spaventato) Eh? (Che diamine gli è saltato in mente?...)
Mèn. (rifacendosi calmo d'un tratto) Vieni qua.
(Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda trasecolato, senza comprendere).
Cròb. Che cosa sono?
Mèn. (ritornato calmissimo) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi del nostro governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo le leggi di Atene. Guarda qui. (piglia una carta e poi ne spiega, discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto) Sentenza nella causa di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina, in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E noi abbiamo condannato Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201]. (sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e prosegue tranquillissimo) Stette a letto soltanto cinque mesi...
Cròb. (spaventato) Ohimè!...
Mèn. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico con una multa di mille dramme[202]. (Mènecle passa tranquillamente a un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento di Cròbilo) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e, senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a incoraggiamento e sprone dei mariti futuri...
Cròb. (spaventato giungendo le mani) O santo Giove, rettor delle stelle!... e tu hai fatto...
Mèn. (correggendolo, ironico)... non io... noi, noi.
Cròb. Che maniera di governare!
Mèn. Questo abbiam fatto noi (accenna sè e Cròbilo, beffardamente appoggiando sul noi) quando governavamo le isole... (battendogli sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo) Tieni il ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi!
CALA LA TELA.