Note 184 — ATTO SECONDO
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La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni (v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que' parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» Plutarco, in Pelopida.