Note 111 — ATTO PRIMO
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Siam le nipoti di Teseo e non siam le schiave dei mariti. Cfr. in Senofonte le ammirabili pagine (Econom., VII) dove Iscomaco spiega alla sua sposa giovinetta i doveri e i diritti della moglie; e com'ella non dee considerarsi la schiava, bensì la compagna del marito, e avente ella stessa nel domestico governo la sua parte di sovranità. (Econ., VII, 13 e seg.) E con che delicata e viva imagine, Iscomaco paragona questa sovranità della moglie nella casa a quella della regina delle api; e come insiste mostrando alla donna sua gli uffici del marito e della moglie, essere diversi ma grandi del pari, «si da non potersi discernere chi vaglia più la donna o l'uomo!» «E finalmente — ei le soggiunge — cosa sopra tutte le altre dolcissima, quando nel compimento degli uffici tuoi, ti farai conoscere di maggior valore che non son io, tu ti valerai, o moglie mia, dell'opera di me, come di un tuo ministro; nè dubiterai che nel tempo avvenire abbi ad essere meno riverita». Econ., VII, 41-2. Siamo già evidentemente nelle idee ben lontani dalla posizione umiliante e servile assegnata alla donna di famiglia nella antica legislazione ateniese! È vero che al tempo di Senofonte, tra questo ideale e la generalità del costume, del divario ancora ne poteva e ne doveva correre: ma la parola dell'epoca è detta e la nuova missione della donna della famiglia è cominciata. Verrà tra breve Aristotile a paragonare i diritti della sposa coi diritti sacri e augusti del supplice che ha deposto il ramo d'olivo sull'ara domestica, e che acquista con ciò verso il marito i privilegi della inviolabile ospitalità. (Arist., Econ., I, 4). E verranno tra breve i comici della commedia nuova a lamentarsi delle usurpazioni di autorità commesse dalle mogli sui mariti, e a far ridere il pubblico alle spese dei mariti tiranneggiati!