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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

LIBRO QUARTO. [1497-1498.] (continued 2)

Reading edition

E qui non staremo a seguir l’autore, perchè esso ripete ciò che si trova in tutti i teologi; ma, ancora in questa semplice esposizione, trasparisce assai spesso la sua originalità. Nel discorrere della Trinità, egli osserva che, sebbene l’unità delle tre persone sia un mistero; noi possiamo, nondimeno, trovarne quasi una certa immagine in tutta la natura; ed a misura che ascendiamo i vari gradi della creazione, troveremo che quella immagine si va perfezionando. Osserviamo, egli dice, la pianta, e noi vedremo che il frutto è legato all’albero solo esternamente; andiamo all’animale, e vedremo che il figlio resta più mesi nell’utero della madre; ascendiamo alla generazione del pensiero, e noi lo troveremo assai più intrinseco alla mente da cui è partorito, quasi inseparabile da essa. Qui, dunque, si può dire che sia una vera immagine della Trinità: noi abbiamo la mente che pensa, il concetto che da essa vien generato, e l’amore che questo le ispira; son veramente come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma fin qui, è un’immagine ancora troppo pallida: quando l’uomo si eleva alla contemplazione di Dio; allora l’immagine diviene assai più perfetta, perchè la mente si trova rapita e confusa nell’oggetto che contempla. Nondimeno, noi restiam sempre avviluppati nei sensi; epperò non possiamo, quaggiù, elevarci mai a quell’altezza cui giungeremo solo nell’altra vita. Ivi la contemplazione è assai più perfetta, sarà come una confusione in Dio, e splenderà in noi chiarissima l’immagine della Trinità. E se a tanto può ascendere l’uomo, che sarà del Signore istesso? In Lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo son veramente una sola e medesima cosa; la sua sostanza, il suo essere è trino ed uno. Così la Trinità diviene come legge universale della natura che, seguendo quella legge medesima, tende a Dio; ed a misura che più s’avvicina a Lui, meglio rappresenta in sè l’immagine della Trinità divina. Dobbiamo, quindi, persuaderci che, se non possiamo comprender pienamente il mistero; ciò è solo perchè esso trascende, non perchè contrasti alla ragione.‍[130]

«Le medesime idee,» così dice il Savonarola, «ci aprono l’adito a meglio comprendere ed esporre il mistero della Incarnazione. Il Signore si è avvicinato all’uomo; non già per abbassare sè stesso, ma per innalzare la creatura la quale, sebbene finita, ha potuto sperare d’elevarsi alla beatitudine infinita, solo perchè il mistero della Incarnazione gliene dette quasi un esempio ed un pegno sicuro. Gli uomini furono, allora, come infiammati ed ebbri di gioia; abbandonarono le cose mondane; contrassero familiarità colle celesti; e tutti, per esse, sfidarono la morte.»‍[131] Discorrendo, poi, del peccato originale; egli dice che l’uomo non deve dolersi di portare la pena della colpa d’Adamo, perchè la giustizia era un dono gratuito che ci fu concesso in Adamo, e in lui lo perdemmo.‍[132]

Procedendo sempre più nei particolari, viene a discorrere delle costituzioni e canoni della Chiesa, ed osserva; che siccome fra gli uomini v’è una legge immutabile di natura, da cui si derivano tutte quelle leggi che si chiamano positive e sono particolari a ciascun popolo, che mutano a seconda dei tempi e dei luoghi; così v’è anche una legge divina, o sia legge morale eterna, di cui solo la grazia ci rende pienamente partecipi, e si applica non solamente alle azioni, ma anche ai pensieri, anzi al più intimo e segreto del nostro cuore. Essa è la sola fonte da cui derivano le leggi particolari della Chiesa; sopra di essa debbonsi fondare i suoi canoni e le sue costituzioni, come sul diritto di natura solamente si deve fondare il diritto positivo. E quelle due leggi primitive di nostra natura, la morale cioè e la naturale, sono fra loro in reciproco rapporto; però la prima solamente è legge compiuta, legge universale che riguarda l’uomo in tutta la sua vita; quando l’altra si limita a considerare solamente le azioni esterne, perchè inefficace a penetrare l’interno dell’animo, dove è veramente la sede del bene e del male. La legge naturale, quindi, potrebbe essere considerata come parte minima della legge morale, colla quale non deve nè può mai contrastare. «Onde noi,» così conclude il Savonarola, «non disprezziamo le buone opere e razionabili leggi, così di gente come di filosofi e imperatori gentili; ma di tutte le dottrine e libri, raccogliamo quello che è vero e buono, affermando ogni vero e ogni buono essere da Dio, e essere fatto proprio per gli eletti suoi.»‍[133]

Il Savonarola viene finalmente a parlare dei sacramenti, che chiama cause seconde della salute spirituale, la prima causa essendo Gesù Cristo. Essi sono, a dir vero, come strumenti di cui il Signore si vale a conferire ed accrescere la grazia; segni visibili che rappresentano maravigliosamente lo scopo invisibile a cui sono destinati. Noi qui non ci fermeremo ad esporre partitamente la dottrina del Savonarola intorno ai sacramenti, nei quali segue fedelmente i padri della Chiesa; e neppure ci fermeremo a ripetere là minuta descrizione che ne fa, e le singolari allegorie che vi ritrova. Esso li considera come destinati tutti al sacramento dell’eucaristia, e come formanti, nel loro insieme, un mondo mirabile di spirituale armonia e bellezza.‍[134]

Dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio e la necessità d’una religione; dopo avere esposto l’eccellenza, in tutte le sue parti, della cristiana; il Savonarola vien finalmente, nel quarto ed ultimo libro, a combattere tutte le altre dottrine e religioni, ed a provare la nullità loro, in comparazione delle dottrine cristiane. Incomincia dai filosofi, ed espone la strana varietà dei loro giudizii su tutte le quistioni più importanti; onde ne segue che chiunque abbandona la religione, si trova subito caduto in un laberinto senza fondo e senza misura, da cui non potrà mai più uscire.‍[135] E, così procedendo oltre, egli combatte l’Astrologia giudiziaria, contro la quale già aveva scritto un piccolo trattato;‍[136] combatte le varie sette d’idolatria, e con la Bibbia in mano combatte gli Ebrei. Viene, poi, a tutti gli eretici o scismatici; e si ferma principalmente a discorrere contro i Maomettani.‍[137] E, quindi, piglia argomento a concludere col definire e difender nuovamente la Chiesa militante. «Essa è una, ed ha un sol capo, a similitudine della Chiesa trionfante di cui deve rendere immagine, e che viene governata in cielo da Gesù Cristo.» Qui il Savonarola cita tutti quei brani della Bibbia, nei quali più apertamente viene sostenuta l’unità della Chiesa e l’autorità del papa. «San Giovanni ha detto che deve esserci un solo ovile ed un solo pastore; epperò, sebbene Cristo sia in cielo il vero e solo capo della Chiesa, ha pure lasciato San Pietro a rappresentarlo sulla terra, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e darotti le chiavi del cielo; e quello che tu legherai o scioglierai in terra, sarà legato e sciolto in cielo. Nè questo può intendersi di Pietro solamente, perchè Iddio ha promesso che la Chiesa resterebbe in terra sino alla fine del mondo; deve quindi intendersi di Pietro e de’ suoi successori. Onde è manifesto che tutti i fedeli si debbono riunire al pontefice, come capo supremo della Chiesa romana, maestra di tutte le altre; e chi si parte dalla dottrina della Chiesa Romana, si parte da Cristo.»‍[138]

Così finiva quest’opera, la quale, mentre faceva un’esposizione e una difesa del Cattolicismo, era anche una piena e larga apologia del Savonarola. Lo stesso Alessandro VI non avrebbe potuto chiedere una professione di fede più esplicita, una sottomissione più assoluta all’autorità della Santa Sede. E, veramente, i dommi cattolici non furono mai, neppur lontanamente, attaccati dal Savonarola; ma sibbene gli uomini che li adulteravano: egli rispettava ed esaltava con entusiasmo la religione; ma combatteva fieramente le abominazioni papali e clericali, che la mettevano in pericolo. Il suo Trionfo della Croce venne adottato come libro d’insegnamento, anche dalla congregazione de propaganda fide; e fu da valentissimi teologi giudicato uno dei trattati più compiuti, quanto alla materia; più originali, quanto alla esposizione.‍[139] Certo, non si potrebbe in esso ritrovare tutto il Savonarola; perchè egli era un uomo che ingigantiva nella lotta, e solamente sul pergamo si manifestava intero. Pure in quell’opera splendono le migliori qualità del suo ingegno e della sua dottrina, la quale abbracciava quasi tutto lo scibile filosofico e religioso de’ suoi tempi: la teologia scolastica e la mistica, la filosofia aristotelica e la neo-platonica, erano con uguale maestria adoperate; senza cadere in alcuno di quegli eccessi che se ne videro risultare più tardi.

Nel XVI e XVII secolo, in fatti, quegli elementi del sapere si divisero; e ciascuno, a sua volta dominando, travarcò facilmente i limiti: gli aristotelici inclinarono al materialismo, i platonici al panteismo, i mistici agevolarono il cammino alla Riforma. Ma nel Savonarola, queste dottrine restavano unite in una sola sintesi, e facevano parte d’un sapere più vasto. La filosofia d’Aristotele, educazione della sua giovanezza, aiutava l’esposizione teologica; il misticismo soddisfaceva alle tendenze del suo cuore acceso; la dottrina dei neo-platonici era come una base scientifica al suo misticismo. E tutto ciò alimentava lo zelo ardente d’un animo religioso, che passava i suoi giorni nella contemplazione delle cose celesti, nella fervida ammirazione dei Santi Padri e delle Sacre Carte. Una dottrina così varia e diversa, aiuta, in lui, i voli d’una mente libera ed originale, che corre inevitabilmente dietro al vero, tende sempre all’alto e, senza quasi avvedersene, pone i germi d’una nuova filosofia. Epperò chi, essendo dominato da qualche idea preconcetta, o non sapendo penetrare tutto l’animo e tutta la mente del Savonarola, si ponesse a considerarne solo un lato; non farebbe che alterare grandemente l’indole delle sue idee, il valore delle sue azioni; e restringerebbe, per così dire, in un angolo del suo secolo, quell’uomo che lo abbracciava e rappresentava tutto intero.

CAPITOLO QUINTO. Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo bruciamento delle vanità; nuovi brevi del Papa; continua la predicazione.

L’anno 1497 volgeva, intanto, al suo fine, e la repubblica era stanca della lentezza, con cui procedevano le trattative col Papa. S’era inviato a Roma messer Domenico Bonsi, come nuovo oratore; acciò, insieme col Bracci, sollecitasse la causa del Savonarola, e conducesse ad un qualche termine la Decima sopra i beni ecclesiastici, ed altre cose d’importanza: ma tutto era invano. Il Santo Padre rimetteva sempre ogni altra faccenda, sino a che non fosse assettata ed ordinata quella del Frate, il quale egli voleva aver nelle mani, e la repubblica non voleva nè poteva concederlo. E se i magistrati erano stanchi del vano temporeggiare, più stanco assai ed impaziente ne era il Savonarola, cui il lungo silenzio diveniva oggimai incomportabile. Eran più di sei mesi che, chiuso nella sua cella, non aveva fatto altro che esporre negli scritti la sua dottrina e difenderla da tutti i lati: aveva provata la nullità della scomunica; dimostrato che un buon cattolico può resistere agl’ingiusti comandi di un papa male informato e corrotto; e finalmente egli aveva, col Trionfo della Croce, messo un monumento perenne della sua fama e della sua innocenza. Niuno, oggimai, poteva più credere che volesse dividere la Chiesa colui che sì esplicitamente aveva riconosciuto l’autorità delle somme chiavi, e che solo protestava contro l’osceno e inverecondo abuso ne facevano i tristi. Il papa stesso non ardiva accusare la sua dottrina; i cardinali, dopo lungo esame, non potevano appuntarla in nulla. La lotta del Borgia col Frate era evidentemente una lotta politica e personale; che diveniva sempre più scandalosa; che ogni giorno faceva trionfare il mal costume in Firenze, ed empiva la città delle più strane dicerie: l’attendere riusciva, perciò, vano e pericoloso.

Nel giorno di Natale, finalmente, il Savonarola ruppe ogni indugio e celebrò le tre messe solenni; comunicò tutti i suoi religiosi ed una gran moltitudine di secolari che era accorsa; fece, poi, una solenne processione nella piazza di San Marco, seguito da’ suoi frati. In questo mezzo molti amici, avendo già col consenso della Signoria rimesso in Duomo i soliti gradini e le panche, venivano a sollecitarlo istantemente perchè ripigliasse la predica; ed egli, che non aveva gran bisogno d’essere sollecitato, promise di risalire sul pergamo nella prossima domenica della Settuagesima (11 febbraio 1498). Vi si oppose l’Arcivescovo di Firenze, M. Lionardo de’ Medici il quale, con ordine espresso, non solo proibiva severamente ad ogni ecclesiastico di assistere alla predica; ma imponeva ai parrochi, che insistessero presso i loro popoli, sulla gravità ed importanza della scomunica, minacciando a chiunque andasse a udire il Savonarola, che non sarebbe da essi ricevuto nè alla confessione nè alla comunione nè alla sepoltura in luoghi consacrati. La Signoria, però, vi pose subito rimedio, col partecipare al vescovo che, se fra due ore non si dimetteva dal suo ufficio, sarebbe dichiarato ribelle.‍[140] E così nel giorno stabilito, la predica incominciava senza trovare alcun ostacolo: la novità del caso e l’audacia del Frate richiamavano un uditorio oltre il solito numeroso.

La scomunica, l’autorità del papa, la libertà della coscienza nel resistere ai comandi ingiusti, dovevano naturalmente essere il soggetto principale di questi nuovi sermoni, — «O Signore, tu mi hai messo in un mare, dove io non posso nè voglio tornare indietro. Ma io ti chiedo la grazia di non farmi dir nulla che sia contrario alla Sacra Scrittura ed alla Chiesa. Ora veniamo alla scomunica. Sappiate, adunque, che Iddio governa il mondo per le cause seconde; ed il buon principe, il buono ecclesiastico non è altro che uno strumento nella mano del Signore a governare il popolo. Quando, però, l’agente superiore si ritrae da lui, esso allora non è più strumento, è ferro rotto. Ma come, dirai tu, m’accorgerò io se manca o no l’agente principale? Guarda se le sue leggi e i suoi comandi sono contrari a ciò che è il principio e la radice di tutta la sapienza, cioè a dire, il ben vivere e la carità; e quando sono contrari, tu puoi veramente esser sicuro che esso è ferro rotto, e non sei tenuto ad obbedire. Ora, dimmi un poco, che cosa vogliono costoro che, colle false informazioni, hanno procurato la scomunica? Ognuno lo sa: levar via il ben vivere e il buon governo, aprire la porta ad ogni vizio. Onde, venuta la scomunica, subito s’è messo mano a taverne, a lascivie, ad ogni vizio; ed il ben vivere è andato per terra. Epperò io ti dico che, se siamo maledetti in terra, siamo benedetti in cielo.

»La perfezione nostra non sta nella fede o nella legge, ma nella carità; e solo chi ha questa, conosce ciò che è necessario alla salute.‍[141] Oggi non si fanno che leggi e canoni e piati; ma gli Apostoli non avevano tante leggi, perchè ardevano d’amore e di carità. Tutta la teologia, tutte le leggi canoniche e civili, tutte le cerimonie della Chiesa sono ordinate alla carità, e tutto il mondo è stato fatto da Dio per la carità. Chi, adunque, comanda contro alla carità, che è plenitudine della nostra legge, anathema sit. Se pure lo dicesse un angelo; se lo dicessero tutti i santi e la Vergine Maria (il che certo non è possibile), anathema sit. Se alcuna legge o canone o concilio lo dicesse, anathema sit. E se alcun papa ha mai detto contro a questo che ora io dico, sia escomunicato. Non dico già che vi sia stato; ma se vi fu, esso non era istrumento del Signore, esso era ferro rotto.

»Alcuni hanno paura che, sebbene questa scomunica non vale quanto a Dio, la valga quanto alla Chiesa. A me basta non essere legato da Cristo. O Signor mio, se io mi faccio assolvere da questa scomunica, mandami all’inferno; io me ne farei scrupolo di peccato mortale. — Oh Padre! e’ c’è anche dei frati che parlano di questa scomunica, e dicono che la vale e non ci vogliono assolvere. — Volete che io v’insegni il modo? Deh! è meglio che io mi taccia. Ma vi dirò pur questo: fate così.» — E qui il Savonarola batteva insieme due chiavi, a significare con quel rumore, che i danari riuscivano a tutto presso i religiosi del suo tempo. — «Oh Padre!,» così egli continuava, «ma tu dicesti che lasciassimo pur venire la scomunica, che la portassimo sopra una lancia, e tu allora avresti aperto ogni cosa. — Io ti rispondo che la non è venuta tutta;‍[142] e però non hai visto ogni cosa. Ma pure hai visto, come a Roma qualcuno ha perduto il figlio;‍[143] ed hai visto, che qui è morto qualcuno che anderà in inferno, e vedrete i processi loro.‍[144] Ancora non sono stato costretto al miracolo; ma, a suo tempo, il Signore allargherà la mano; ed ora tu hai già visto tanti segni, che non v’è più bisogno di miracoli.‍[145] Che miracolo maggiore del crescere di questa dottrina, fra tante contradizioni? Cittadini, donne, bisogna mettere la vita per questa verità. Io mi volgo a te, o Signore, tu moristi per la verità, ed io li prego che tu mi faccia morire solo in sua difesa, a salute dei tuoi eletti e di questo popolo.»‍[146]

Il giorno 15 di quel mese, fece in San Marco una lezione intorno all’ufficio e carattere del sacerdote; ed i vizi del clero furon allora terribilmente condannati. «Quando io penso alla vita dei sacerdoti, mi bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti; perchè si vede che un gran flagello è sopra di loro. La chierica è quella che mantiene ogni scelleratezza. Comincia pur da Roma: e’ si fanno beffe di Cristo e dei Santi; son peggio che Turchi, peggio che Mori. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizi, e si vendono a chi più ne dà! Credete che Gesù Cristo voglia più sopportarlo? Guai, guai all’Italia ed a Roma! — Venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei; vediamo se possiamo risuscitare un poco l’amore di Dio. — Oh Padre! noi saremo messi in prigione, noi saremo perseguitati e morti: sia pure. Ammazzino quanto vogliono, chè non mi torranno, però, Cristo dal cuore. Io voglio morire per il mio Dio.

»Tu sei stato a Roma, e conosci pur la vita di questi preti. Dimmi: che ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno cortigiani, e scudieri, e cavalli, e cani; le loro case son piene di tappeti, di sete, di profumi e di servi: párti che questa sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo, e non è minore la loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro, e le campane loro suonano ad avarizia, e non chiamano che pane, danari e candele. Vanno in coro a vespri ed offici, perchè vi corre il guadagno; non vanno ai mattutini, perchè non v’è distribuzione. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimonii, vendono ogni cosa. E, poi, hanno paura della scomunica! Non vogliono partecipare in divinis con chi viene alla predica; ma non rammentano che sono stati ad accompagnare il morto con i frati stessi di San Marco. Dove, adunque, ne va il guadagno, la scomunica non vale; ma dove torna loro a proposito, la vale. O Signore, Signore, manda la tua spada!»‍[147]

Avanti che finisse il carnevale, fece il Savonarola altre due prediche. Nella prima di esse, fatta la domenica della Sessagesima (18 febbraio), discorreva intorno al papa ed alla sua autorità, dicendo: «Io presuppongo che non è uomo alcuno che non possa errare. Tu se’ pazzo a dire che il papa non possa errare: quanti papi sono stati cattivi, che hanno errato!... Se e’ fossi vero che un papa non può mai errare; noi dovrem, dunque, fare quel che fanno essi, e saremmo salvi? Tu dirai: in quanto uomo, un papa può errare; ma non in quanto papa; e io ti rispondo che il papa può errare, anche in questi processi e sentenzie sue.‍[148] Va’, leggi quante costituzioni ha fatte un papa, e un altro le ha guaste; e quante opinioni di papi, son contrarie fatte da altri papi.» Dopo ciò, dichiarava che gli errori del papa possono nascere o da mala volontà o da false informazioni; e, quindi, faceva la storia di tutti i brevi venuti contro di lui, e delle contradizioni che V’erano; il che non staremo a ripetere, per averlo altrove minutamente raccontato.

«Ma perchè mai a Roma si adopera tanto contro di me? Credi forse per la religione? Non già. Essi vogliono mutare governo, vogliono far tirannia; e non si curano che vada per terra il ben vivere, il quale sorge colla nostra dottrina, e cade con essa. Chi, adunque, combatte questa dottrina, combatte la carità evangelica ed è veramente eretico. Ma oggi, i predicatori sono al soldo de’ gran maestri, ed hanno gran paura di dire la verità e contrastare a chi è sopra di loro. Non seguiva così, quando i sacerdoti avevano dentro il vero spirito cristiano: allora San Paolo riprendeva San Pietro, innanzi a tutti, quia reprehensibilis erat.»

»Queste, adunque, son le ragioni che m’hanno impedito di scrivere a Roma, e dire che io avevo errato. Ed a voi, che citate sempre canoni e capitoli, rispondo che sono molti i quali li allegano, senza sapere quel che si vogliano. Questi vostri canoni, voi li tirate e intendete a vostro modo; e fate lecito e illecito quel che vi pare, sino al vendere i benefizii. Ho inteso che c’è chi consiglierebbe apertamente di farlo: ora non voglio entrare in questa disputa; ma un dì, forse, mi basterà l’animo di mostrare che questa è una schietta eresia.»‍[149]

Nella domenica della Quinquagesima, il Savonarola fece l’ultima predica di quel carnevale, trattando il medesimo soggetto, coi medesimi argomenti. «Le leggi sono fatte per il bene; e debbono, perciò, concordare con la ragione e con la carità. — Fàtti innanzi, prete o frate, che t’ho preso per il braccio, e voglio provarti che tu sei come una immagine dipinta: nulla di buono al di dentro. — Se il fine della legge è il bene, la qualità della legge si conosce dai frutti che porta: ove sono le buone opere, ivi è la buona legge; ove le opere son cattive, ivi manca la buona legge. — Oh Padre! ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio; questa scomunica contrasta al ben vivere, e perciò viene dal diavolo. — Oh Padre! dicon, pure, li canoni, che quando la scomunica è ingiusta ed il suo errore è occulto, bisogna temerla, per non far nascere scandalo. — Questo è vero: quando tu vieni scomunicato d’un peccato del quale sei innocente, e di cui il popolo ti crede colpevole; allora bisogna sottomettersi, per evitare lo scandalo. Ma, quando la tua innocenza è fatta palese agli occhi del mondo, come è il caso nostro, che scandalo puoi allora temere? Io ti dico di più, che se tu sei scomunicato in modo che, a volere osservare la scomunica, ti bisogna andare contro alla carità; allora tu saresti obbligato a non osservarla. Se ti fosse proibito, sotto pena di scomunica latæ sententiæ, di non soccorrere uno che fosse in estrema necessità; io ti so dire, che non ci è allora scomunica che tenga. Credi tu che le leggi sieno fatte per il male? Se le sentenze ingiuste dovessero valere, un cattivo papa potria guastare tutta la Chiesa, e bisognerebbe sottomettersi. Per me ti dico, che queste scomuniche sono oggi a buona derrata; ed ognuno, per quattro lire, può escomunicare chi gli piace: onde esse non valgono nulla.»

Il Savonarola conchiudeva quella predica, annunziando che, nell’ultimo giorno di carnevale, avrebbe celebrata una messa, e data al popolo una solenne benedizione nella piazza del convento. «Quando io sarò col Sacramento in mano,» egli disse, «prego ognuno di voi che faccia fervida orazione al Signore; perchè, se quest’opera non viene da Lui, mandi un fuoco che mi assorba nell’inferno. Fate, ancora, una simile orazione in tutti questi giorni; scrivetelo ed annunziatelo a tutti.»‍[150] Era quella fede cieca e superstiziosa nel soprannaturale, da cui il Savonarola non seppe mai liberarsi, e che minacciava sempre d’esser causa della sua rovina. Egli era certissimo, che il Signore avrebbe fatto qualche gran miracolo a provare la verità della sua dottrina, quando l’ora del cimento fosse venuta. Lo diceva e ripeteva con una ingenuità importuna, e singolarmente adatta a far nascere, ne’ suoi avversari, il desiderio di prenderlo in parola.

La solennità dell’ultimo giorno di carnevale, fu certo delle più singolari. Dopo la messa solenne, una gran moltitudine venne comunicata per le mani del Savonarola che, fatta una processione pel convento, salì sopra un pergamo di legno, costruito a bella posta sulla porta principale della Chiesa. Ivi, mentre che gli altri frati cantavano salmi, fece alcune orazioni; si volse, quindi, a tutto il popolo radunato nella piazza; gli rammentò di fare la convenuta orazione; prese in mano il Sacramento e, benedicendo la moltitudine prostrata e commossa, diceva a bassa voce: «O Signore, se io non opero con sincerità di animo, se le mie parole non vengono da te, fulminami in questo momento.» Nel suo volto era espresso uno straordinario esaltamento, e si leggeva tutta la fede, con cui quelle parole venivano pronunziate.

Dopo desinare, il popolo andò nuovamente in processione per la città; onde raccoglier limosine e fare il secondo bruciamento delle vanità. Questa volta, però, s’ebbero a soffrire ingiurie ed insulti dai Compagnacci, i quali a chi strapparono il mantello e levaron di mano le crocette rosse, a chi tirarono colpi con pietre o bastoni. Arrivati, finalmente, nella piazza de’ Signori, vi trovarono apparecchiata la piramide delle vanità, il cui valore, se bisogna credere al Burlamacchi, superava, questa volta, quello dello scorso carnevale. Sulla cima di essa v’era una immagine, in rilievo, di Lucifero circondato dai sette peccati mortali. La moltitudine, radunata intorno alla piramide, cantò il Te Deum; e poi fu appiccato il fuoco e compiuto il bruciamento, tra le grida di frenetica esultanza. La processione volse allora il suo cammino verso la piazza del Duomo; e quivi si fermò, per dare le limosine raccolte ai Buonuomini di San Martino. Procedette, quindi, verso San Marco, dove piantarono il Crocifisso in mezzo alla piazza: intorno ad esso frati e secolari, dandosi la mano, formarono tre cerchi; e, girando, cantavano salmi e canzoni spirituali.‍[151]

Così ebbe fine il carnevale dell’anno 1498, nel quale s’erano da capo ridestate le passioni, eccitati gli animi, e c’era grande espettazione di cose straordinarie. Le nuove prediche del Savonarola, sia per la forza delle ragioni che adduceva, sia per la loro grande audacia, erano accolte dal popolo con favore grandissimo e sempre crescente. Appena finite, eran subito stampate in opuscoli separati, e correvano per tutta Italia e fuori: «Perfino d’Alemagna,» esso diceva, «ci vengono lettere dei nuovi seguaci, che va acquistando la nostra dottrina.»‍[152] Era cominciato, per tutto, un fremito generale contro la corte di Roma; il che metteva Alessandro Borgia in quel furore che ognuno si può immaginare. «A Roma,» così una delle tante lettere, che si scrivevano allora su questo soggetto, «s’è cominciato a sentire il suo nuovo predicare e fannone gran caso. Io dubito di più serrata guerra, e che cominceranno a venire ad arme corte: il nostro ambasciatore che si trova colà, ne comincia avere paura.»‍[153] Infatti, ogni giorno arrivavano lettere dagli oratori di Roma, e messer Domenico Bonsi scriveva: «Io sono assalito da una moltitudine di cardinali e prelati, i quali tutti vengono a biasimare fieramente la condotta della Signoria, e dicono del grande sdegno del papa. Voi avete qui tanti nemici, che soffieranno tutti abilissimamente in questo fuoco.»‍[154] Ormai, nella corte di Roma, non si ragionava più d’altro che dell’audacia di questo frate; il quale non voleva riconoscere autorità superiore a quella di Dio e della propria coscienza; che chiamava papa Alessandro ferro rotto, e ardiva dire che chi credeva alla validità della scomunica era eretico! Queste voci risuonavano continuamente alle orecchie del papa, il cui furore era talmente cresciuto, che minacciava d’ora in ora dover prorompere. E fra coloro che più indefessamente s’adoperavano ad aizzarlo, v’era quel frate Mariano da Gennazzano, che aveva giurato di compiere la sua vendetta, ed ora vedeva avvicinarsene il tempo. Tali e tante furono le accuse da lui mosse contro alla dottrina del Savonarola, che finalmente ricevette dal papa commissione di confutarla pubblicamente in sul pergamo.

Nella prima domenica di quaresima, la chiesa degli Agostiniani in Roma, era piena d’una moltitudine insolita: innanzi al maggiore altare, stavano seduti molti cardinali e prelati di grande autorità, venuti tutti per assistere alla predica di frà Mariano. I fatti, però, non risposero punto al nome che egli aveva, di grande teologo ed oratore. Incominciò a parlare dell’autorità del pontefice, e dello Spirito Santo che discende in lui, come negli apostoli; ma, in luogo di definire e di confutare, fin dal principio si lasciò vincer dall’ira, e proruppe, gridando e schiamazzando, in parole quasi oscene. «Questo è il vero lume,» egli diceva; «non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo, e ardisce dire che il papa è ferro rotto. L’ebreone, il ribaldone, il ladrone, che ha rubato danari, ed ha i tesori nascosti! — O papa, o cardinali, come sopportate voi questo mostro, questa idra? È venuta, dunque, a tale l’autorità della Chiesa, che un briacone come questo, se l’abbia a gettar sotto i piedi, così vituperosamente? O Collegio, o Pontefice, pigliate provvisione; voi non sapete quello che egli si macchina; e’ dirà cose da fare oscurare il sole. Ma voi non provvedete, ed ormai vi si può fare le fiche negli occhi; che se non fosse per reverenzia, ve le farei.» — E nondimeno, volgendosi verso i cardinali, fece l’atto osceno, e gridava che pareva un energumeno. L’uditorio rimase scontentissimo d’un predicare così plateale; ed i cardinali che si aspettavano una confutazione ragionata, non poterono fare ammeno di non manifestare continuamente, coi cenni del capo, la loro disapprovazione. E così il Gennazzano si trovava, anche allora, sconfitto.‍[155]

In questo mezzo il Savonarola, sempre instancabile, dava alla luce un nuovo Trattato circa il reggimento e governo della città di Firenze.‍[156] Era stato invitato a scriverlo dalla passata Signoria: ed egli, siccome dice nel suo proemio, accolse volentieri l’invito, «perchè, avendo predicato la verità della fede, la semplicità del vivere cristiano, le cose future ed il buon governo, solo per quest’ultimo argomento non avea scritto apposito trattato.‍[157] Ed ora lo faceva, credendola cosa utile al popolo, e necessaria al suo ufficio, per sempre più dimostrare come egli predicava dottrina sana e non contraria alla Chiesa.» La prima parte di questo breve trattato dimostra che l’uomo, essendo libero, ha bisogno di governo, e che il governo d’un solo è ottimo, quando il principe è buono. Questo governo, però, non si adatta ad ogni popolo; e l’indole varia, irrequieta, ambiziosa del popolo fiorentino richiede il governo civile, o sia la repubblica. La seconda parte ragiona del governo d’un solo, quando il principe è cattivo, o in altri termini della tirannide. Qui noi troviamo la descrizione del tiranno e dei mali che esso cagiona, forse ancora più eloquente che non fece nelle prediche, certo più corretta e limata. Nella terza ed ultima parte, si ragiona del governo civile che risiede tutto nel Consiglio Maggiore il quale, solamente, deve avere la facoltà di dare gli uffici, per evitare così ad un tempo l’anarchia popolare e la tirannide dei pochi. L’autore conclude, descrivendo la miseria del tiranno, e le felicità che avranno, sì in terra come in cielo, coloro che governano liberamente. Si tiene, però, sempre sui generali; avendo il proposito di scrivere, in tempi più tranquilli, un trattato latino più serio e ponderato. Per ora, fra tante agitazioni, egli ragionava solamente al popolo; e questo, infatti, è tra i suoi scritti il più noto e popolare, a cagione d’uno stile semplice, energico ed eloquente.

E intanto il Savonarola, senza punto sgomentarsi, era di nuovo salito sul pergamo; e, fin dal principio di quaresima, aveva incominciato regolarmente le sue prediche. Si rallegrava del carnevale celebrato con devozione, condannava le ingiurie fatte dai Compagnacci, discorreva intorno al ben vivere, e poi si volgeva a ciò che era divenuto, quasi, unico argomento de’ suoi sermoni: «O Roma! che cosa ti chiedo io? Una Bolla per ben vivere; e questo è tutto quello che vorrei da te; ma qui, invece, si attende a cercar Bolle che gettino per terra il ben vivere.»‍[158] Egli incominciava piuttosto moderato, sperando di procedere oltre senza nuovi ostacoli; ma il papa era assai cresciuto nel suo furore; minacciava l’interdetto sulla città, e la confisca di tutti i beni dei mercatanti fiorentini in Roma; voleva, anche, sotto pena di scomunica, imporre ad ogni Stato cristiano di fare lo stesso.

Quest’impeto, però, venne in parte moderato dai più prudenti cardinali; i quali gli fecero considerare come le cose del Savonarola avevano talmente commosso l’animo dell’universale, che per tutto si minacciava uno scisma nella Chiesa; come non mancava altro che un ecclesiastico di qualche reputazione, il quale volesse divenirne capo; e questi poteva facilmente trovarsi nel cardinale di San Piero in Vincola.‍[159] Tali considerazioni sospesero, alquanto, la prima volontà del papa; e lo decisero, invece, di mandare alla Signoria, in data del 26 febbraio, un Breve assai minaccioso, che diceva: «Avendo noi avuto notizia dei perniciosi errori che spargeva il figlio d’iniquità, Girolamo Savonarola, gl’imponemmo di astenersi affatto dalla predica, e venire a noi per fare scusa ed ammenda; ma egli non ha punto obbedito. Gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse la Congregazione di San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana; ed egli neppure volle obbedire, incorrendo così, ipso facto, nella scomunica minacciata. La quale scomunica noi facemmo pronunziare e pubblicare nelle vostre principali chiese, dichiarando che v’incorrevano tutti coloro che o udivano o discorrevano o trattavano col detto frate Girolamo. Ma ora udiamo come egli, con grave danno della religione e delle anime, continua a predicare, dispregiando l’autorità della Santa Sede, e dicendo la scomunica non essere valida. Epperò vi comandiamo, in virtù di santa obbedienza, che, sotto buona custodia, ci mandiate il detto fra Girolamo il quale, se ritorna a penitenza, verrà da noi paternamente accolto; perchè non vogliamo la morte, ma la conversione del peccatore. O almeno separatelo, quale membro corrotto, dal resto del popolo; e tenetelo chiuso e guardato in modo che non possa, parlando con alcuno, seminar nuovi scandali. Ma se ricusate d’obbedire a questi comandi; allora noi, per conservare il decoro e l’autorità della Santa Sede, saremo costretti ricorrere all’interdetto e ad altri rimedi, ancora più efficaci.»‍[160]

Un altro Breve arrivò nello stesso tempo ai canonici del Duomo, ed ordinava che assolutamente vietassero al Savonarola il predicare nella loro chiesa. Infatti, sin dal 2 marzo, terzo giorno di quaresima, lo troviamo a continuare le sue prediche in San Marco, ove cominciava col dire: «Noi vi demmo prova di coraggio, quando era necessario; e siamo disposti a darvene altre, quando verrà il momento; ma ora bisogna piuttosto usare moderazione.»‍[161] E così cercava di restare inoffensivo.

La nuova Signoria, per marzo ed aprile, gli era intanto risultata quasi tutta contraria: tre membri soli erano a lui favorevoli, gli altri sei nimicissimi, fra i quali si trovava il gonfaloniere. Questi era cugino di Piero de’ Medici, ed aveva, in origine, portato il suo stesso nome che, nella rivoluzione del 94, aveva mutato in quello di Piero Popoleschi. Il sangue che scorreva nelle sue vene, però, era rimasto sempre pallesco. Non s’era unito ai Bigi; ma si dètte, invece, agli Arrabbiati con grandissimo ardore, ed era, quindi, uno dei principali persecutori del Savonarola. Per tutte queste ragioni, subito che i nuovi Signori ricevettero il breve papale, pensarono di raccoglier la pratica; onde far ricadere sopra di essa la responsabilità di quelle decisioni che volevano prendere, e che sapevano assai odiose all’universale. Il giorno tre di marzo, adunque, domandavano consiglio sul come provvedere alle cose di Pisa, alla penuria grandissima di danaro; e finalmente chiedevano che partito prendere circa al Frate, dopo il Breve venuto da Roma: questo era veramente lo scopo per cui erano stati radunati.

I Gonfalonieri delle compagnie, i Buoni Uomini ed altri magistrati si tenevano sulle generali; dicevano che bisognava mitigare l’animo del papa, facendogli comprendere come, a voler porre le mani sul Frate, si sarebbe messo la città intera a grandissimo repentaglio. Messer Battista Ridolfi fece, però, una lunga orazione, in nome dei Dieci di Libertà e Pace;‍[162] giacchè questi avevano l’obbligo di rispondere più particolarmente a varie domande della Signoria. Egli fece un tristissimo quadro delle condizioni in cui versava la repubblica: «Noi abbiamo speso» egli diceva: «ventimila ducati, e dei quindicimila al mese che ci avete assegnati, non s’è ricevuto quasi nulla. I nemici crescono ogni giorno; le navi venete stanno sulla bocca di Livorno; il caro dei viveri e il disordine dei militi, c’impedirebbero di fare qualunque movimento, quando ne venisse il bisogno. A Livorno, luogo importantissimo pel grano, per la mercanzia e per le artiglierie, occorrono ripari che non si fanno, per la spesa. Volterra, che avrebbe bisogno di guardia, è tutta desolata; le colline sono abbandonate, ed al primo moto verrebbero in mano del nemico. Così, pure, le terre del piano. Pescia e tutta la vallata è esposta ai nemici. Dalla parte di sopra Vagliano, luogo importante assai, conestabili, commissari e fanti, tutti gridano danari! I Pisani scorrono già in Maremma, ed il contagio fa il resto. Desiderano, perciò, quei miei signori che si provveda in ogni modo, perchè ne corre tutta l’importanza dello Stato; e di qualunque cosa potesse occorrere, se ne scusano coram Deo.»

Veniva finalmente il Ridolfi a discorrere del Savonarola e diceva: «Pensano quei miei Signori, che non sia da disgustarsi col pontefice; ma che pure si guardi all’onore di Dio e della repubblica. Che si debba, perciò, esaminare e ponderare tutto quello che dice il papa, e vedere se egli si rammarica giustamente, o no; se ciò che comanda è vero e bene, o pur no. Essi non dubitano punto che nel Frate sia buona vita e gran dottrina; nè sanno che in Firenze abbia mai partorito male, ma sempre bene, e nello spirituale e nel temporale. Onde, se il pontefice viene contro a questa cosa, per essere male informato; se gli scriva subito e dichiari tutto; ma se (come essi credono) la faccenda sta altrimenti, allora si provveda solo all’onore della città. Perchè, in vero,» concludeva il Ridolfi, «le lettere di Milano accertano che il papa si è mutato ad un tratto, ed è divenuto minaccioso contro la Repubblica; non per le prediche del Frate solamente, ma ancora per altre non buone ragioni;‍[163] le risposte, perciò, potrebbero essere facili e brevi. Quei miei Signori osservano, da ultimo, che questo Frate è popolarissimo; e rammentano che per la cacciata di fra Bernardino, tutti capitaron male.»‍[164]

Le pancate dissero: «Che il Breve era assai dispiaciuto; che, cacciando il Frate da Firenze, si poneva la città intera in grave pericolo; ma, volendo dare al papa un qualche segno d’obbedienza, si poteva impedire al Frate di predicare nel Duomo, tanto più che egli s’era, fin dal giorno innanzi, ritirato in San Marco.»‍[165]

La Signoria dovette cedere ad un parere, espresso nella Pratica con sì grande maggioranza di voti; e l’indomani (4 marzo), andarono a Roma più lettere dei Dieci all’oratore con entro acclusa una dei Signori al papa. In essa dicevano come, sin dall’arrivo dell’ultimo breve, il Savonarola s’era, per segno di obbedienza, ritirato in San Marco; lodavano la sua dottrina, la vita, le profezie; accusavano i suoi nemici «i quali,» così essi dicevano, «odiano più la luce che le tenebre, e non fanno altro che cercare causa di civili discordie.» Concludevano finalmente: «Noi non possiamo obbedire al comando di V. S., non solamente perchè faremmo cosa indegna verso la nostra repubblica, ed ingiusta verso un uomo che ha sì bene meritato della patria; ma perchè, anche volendo, non potremmo farlo, senza popolare discordia e grave pericolo di molti: tale e tanto è il favore che s’è conciliato questo frate, colla sua integrità. A noi duole grandemente, che queste cose abbiano fatto rivolger da noi l’animo di S. S., la quale, adesso, ci toglie quelle speranze che ci aveva già date, pel materiale vantaggio della nostra repubblica.‍[166] Non pertanto, ci manterremo, quali sempre fummo, fedeli alla Chiesa ed alla fede cattolica; questo però dichiarando, che abbiamo a cuore più la nostra repubblica che gli altrui commodi.»‍[167]

In vero, non è molto facile comprendere, come una Signoria così avversa al Savonarola, potesse scrivere tanto energicamente in suo favore.‍[168] Forse, questo era il linguaggio diplomatico che essa teneva, perchè astrettavi dalla Pratica; mentre in segreto poteva far consigliare al papa, che pigliasse occasione a rispondere con più violenza. Forse anche, i Dieci, stati sempre amici del Frate, o il segretario della repubblica, contribuirono a renderla più benigna. Certo è che la lettera andò in nome della nuova Signoria, e che il Savonarola continuava tranquillamente le sue prediche in San Marco.

La chiesa non bastando alla moltitudine degli uditori, se ne concedeva l’entrata solo agli uomini; le donne andarono prima in San Lorenzo; e poi, quando i canonici non vollero più concedere l’entrata, a San Niccolò in via del Cocomero, per udire le prediche di Fra Domenico da Pescia. Pur tali e tante furono le istanze che fecero presso al Savonarola, per udire la sua voce, che egli dovette destinar loro il sabato.‍[169]

Durante quest’ultima quaresima, fu argomento continuo delle sue prediche, il determinare come e quando possa errare il papa: «Dire che il papa, come tale, non possa errare; è come dire: — il cristiano in quanto cristiano, il religioso in quanto religioso non possono errare; — ma come uomo erra il cristiano, il religioso ed il papa‍[170]... In quanto papa, non può errare, perchè allora egli deve andar dietro all’officio suo; quando egli erra, non è papa; e se comanda una cosa di errore, non comanda come papa.....‍[171] O Frate, il papa è Dio in terra ed è vicario di Cristo. — Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello e che si facci il bene: adunque, se il papa ti comandasse una cosa contraria alla carità, e tu lo facessi; tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio....»‍[172] »Il papa può errare non solo per false informazioni; ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità, come fu papa Bonifacio VIII, che fu un papa cattivo, al quale il demonio disse: io voglio che tu guasti questo ordine dei frati predicatori....: entrò come volpe e morì come cane.».... «Ed il nostro ordine spesso ha combattuto e resistito a papi che volevano il male.‍[173] Non se ne vede oggi l’esperimento? Se io voglio uscire della religione e far male, mi è subito fatta la Bolla e data licenza; ma al bene non ci è luogo nessuno.‍[174] E ciò che tanto ha corrotto la Chiesa, è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa; ma quando le fu data la potestà temporale, allora andò per terra la potestà spirituale: essa cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia.»‍[175]

Questa volta il Savonarola si fece ardito, ancora, di toccare più esplicitamente il soggetto del Concilio, sul quale era andato sempre cautissimo, accennandolo sotto quella metafora del dar volta alla chiaretta, o simili. Incominciò con una citazione latina: «Venerunt simul, et congregarerunt cunctos seniores filiorum Israel.... Questo è un bel punto; ma io lo voglio serbare ancora un pezzo, e metterlo nella scarsella: non è ancora tempo. Solo dirò questo: — Dimmi, Firenze, che vuol dire Concilio? Non è più a memoria degli uomini che cosa sia concilio; che vuol dire che i vostri figliuoli non ne sanno nulla; che vuol dire che non se ne fa più oggi? — O padre, e’ non si può congregare. — Tu dici forse il vero; ma io non so, se tu l’intendi come me: Concilio vuol dire congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa, se non dove è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo; e per questa cagione tu potresti dire che non si possa fare Concilio. Nel Concilio s’hanno a fare riformatori che riformino le cose giuste: chi saranno questi riformatori? Item, nel Concilio si castigano li cattivi cherici, si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! Forse non ne rimarrebbe nessuno... Ecco perchè non si può radunare questo Concilio. — Che s’ha dunque a fare? — Pregate il Signore che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed aiutare chi vuol far bene, e per combattere i tristi.»‍[176]

Da queste parole si vedeva, ormai, chiaramente che il Savonarola aspettava solo una favorevole occasione; onde arrischiarsi al tentativo di far radunare il concilio, per poi attaccare il Borgia a visiera levata, e riformare la Chiesa. Epperò, se quelle parole adirassero il Santo Padre, ognuno può facilmente immaginarlo; ma fino a che segno giungesse l’ira papale, quali e quante fossero le arti dal Borgia adoperate, per combattere efficacemente il Frate e piegar la repubblica ai suoi disegni; si può solo conoscerlo, seguendo la narrazione della storia. Il dramma si va, ora, di giorno in giorno complicando; nuove passioni e nuove trame lo affrettano precipitosamente al suo fine.

CAPITOLO SESTO. Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa; nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi.

La lettera che la Signoria aveva scritta in difesa del Savonarola, giunse a Roma la sera del 6 marzo; cd il giorno seguente i due ambasciatori fiorentini, Domenico Bonsi ed Alessandro Braccio, la recarono al papa che, fattala leggere dal suo segretario, ne sembrò molto adirato. «I vostri Signori,» egli disse, «mi hanno scritto una trista lettera. Io non sono male informato, perchè ho letto le prediche del vostro Frate e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che il papa è un ferro rotto, che è eretico chi crede alla scomunica, e che egli, piuttostochè chiederne assoluzione, vorrebbe andare all’inferno.» E qui il santo Padre, riscaldandosi sempre più nel discorso, si doleva che i Signori lasciassero liberamente predicare il Frate; diceva che neppure il suo ritirarsi in San Marco era proceduto per loro ordine; aggiungendo come egli voleva che la predica in ogni modo cessasse. Minacciava, quindi, di porre l’interdetto sopra tutta la città, con tali parole che gli oratori, dopo aver riferito ai Dieci il colloquio avuto, conchiudevano: «Noi tocchiamo con mano, che così seguirà veramente, senza riguardo alcuno.» S’erano adoperati a difendere il carattere e la dottrina del Savonarola; ma il papa li lasciò prima parlare, poi replicò: «che egli non lo condannava della buona dottrina; ma sì bene perchè, essendo scomunicato, non chiedeva l’assoluzione, con evidente dispregio della Santa Sede.»

Finito questo colloquio, i due oratori si partirono; ed il Santo Padre s’abbandonò, in presenza di molti vescovi e cardinali, a tutto il suo furore spagnuolo, minacciando ogni rovina alla Repubblica ed al Frate; per il che molti degli astanti andarono al Bonsi, e lo pregarono che volesse persuadere ai Signori la necessità di prendere un qualche provvedimento, ed in ogni modo, impedire la predica, se volevano evitare qualche grave danno alla repubblica. Piero de’ Medici, infatti, andava facendo larghissime promesse ed offerte, pel caso che lo restaurassero in Firenze; ed il papa non solo era deciso a porre l’interdetto sulla città; ma voleva anche, sotto pena di scomunica, impedire a tutti i cristiani d’avere alcun rapporto coi mercatanti fiorentini. In tale e tanto disfavore si trovavano, poi, a Roma le cose di Firenze, che gli oratori scrivevano d’essere, perfino, in pericolo della propria vita. Il Bonsi stesso aveva ricevuto una ferita, di cui non si potè sapere altro, se non che il supposto autore otteneva favore in corte e sembrava sicario de’ Medici. Il medesimo oratore ragguagliava di tutto ciò i Dieci, in una lettera del 7 marzo;‍[177] ed il 9 dello stesso mese scriveva ai Signori,‍[178] accludendo un ultimo breve del papa, assai più minaccioso e terribile del solito. «Noi non avremmo giammai pensato,» esso diceva, «che la vostra audacia vi facesse insorgere a contendere con noi circa le cose di frate Girolamo Savonarola; quasi foste a disputare una lite, e non fosse, invece, vostro dovere di dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio. Ormai però, è necessario di metter termine a queste lettere e Brevi che moltiplicano all’infinito. Sappiate, adunque, e tenete per certo che cotesto Fra Girolamo è scomunicato, non per alcuna istigazione o per false informazioni; ma per la sua disobbedienza al nostro comando, di unirsi alla nuova congregazione Tosco-Romana.‍[179] Noi non lo condanniamo delle sue buone opere; ma vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia, e volentieri glielo concederemo, quando si sarà umiliato ai nostri piedi. La vostra condotta, però, ci ha gravemente indegnati; e non saremo per fermarci mai, fino a che non venga riparato l’onore e la dignità della Santa Sede, che cotesto vermiciattolo ha potuto, col vostro aiuto, offendere.‍[180] Prendete, adunque, maturo consiglio sopra i casi vostri; giacchè, siccome voi sarete pronti alla obbedienza, così ci piegheremo a concedervi quelle cose che ci avete chiesto pel materiale interesse della vostra repubblica.‍[181] In ogni modo, non vogliate rispondere con altre lettere, ma solo coi fatti; perchè noi siamo fermissimamente decisi a non tollerare più oltre la vostra disobbedienza; e porremo l’interdetto sopra tutta la città, per farlo durare fino a tanto, che voi continuerete a prestar favore a cotesto vostro mostruoso idolo.»‍[182]

L’arrivo d’un tal Breve decise la Signoria a raccogliere una Pratica; ed il 14 marzo furono chiamati a radunarsi; insieme coi magistrati, 25 cittadini per ogni quartiere. I quali, dopo molto discutere, non seppero deliberare nulla; onde si radunarono di nuovo il 17 dello stesso mese. Quel giorno era stato scelto come Proposto Giovanni Berlinghieri, nemico audacissimo del Frate; ed esso, unendosi col Gonfaloniere Pietro Popoleschi, potè riuscire a far deliberare, che s’inibisse affatto la predica al Savonarola, malgrado la volontà avversa di molti altri.‍[183] Subito ne fu mandato avviso a Roma, ed immantinente vennero lietissime lettere del papa che lodava a cielo la Signoria, faceva grandi promesse, e raccomandava caldissimamente di non concedere ad alcun altro frate di S. Marco il permesso di predicare.‍[184]

Il giorno stesso in cui si tenne la Pratica, il Savonarola aveva predicato alle donne. La sua predica era stata piena d’affetto, e quasi un cantico di lode al Signore; v’era una grande poesia ed una grandissima desolazione. «Signore, noi non ti domandiamo tranquillità, non che cessi la tribolazione; domandiamo spirito, domandiamo amore; dacci fortezza e dacci la grazia per resistere alle avversità; noi vorremmo che fusse fatto il tuo amore sulla terra. Tu vedi che i cattivi diventano sempre peggiori e più incorreggibili; stendi, adunque, la tua potenza e la tua mano: a me non resta altro che piangere.» Quella sera stessa ricevette l’ordine di non più predicare, e l’indomani, terza Domenica di quaresima, fece il suo ultimo sermone, in cui prese commiato dal popolo.

Incominciava con un discorso tutto scolastico sulle cause prime e sulle cause seconde; diceva che in mancanza delle cause seconde, bisogna ricorrere alle prime, e poi veniva all’applicazione del principio. «Così nella Chiesa, il fedele si deve rivolgere dapprima al suo parroco o confessore; mancando questi, al vescovo, al papa; e, finalmente, quando tutta la potestà ecclesiastica è corrotta, bisogna rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo e papa; provvedi alla Chiesa che rovina; incomincia la tua vendetta. — O Frate! tu debiliti la potestà ecclesiastica. — Questo non è vero; io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della romana Chiesa; non la debilito punto, anzi l’aumento. Ma io non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene, non è da Dio, ma dal diavolo.‍[185]» Volgeva, quindi, il discorso a dire delle grandi difficoltà incontrate nel predicare la sua dottrina, della fiera lotta che aveva sostenuta, e dell’irresistibile impulso che ve lo avea trascinato.

«Qualche volta, quando io sono sceso dal pergamo, ho fatto pensiero e detto: io non voglio più parlare nè predicare di queste cose; ma voglio starmene e lasciar fare a Dio. E pure, come io sono poi salito quassù, non ho potuto contenermi, non ho potuto fare altro. Il parlare del Signore mi si è fatto, in questo luogo, come un fuoco estenuante, rinchiuso nelle ossa mie e nel cuor mio; e non ho potuto contenerlo e non posso fare che io non parli, perchè io mi sento tutto ardere, mi sento tutto infiammato dallo Spirito del Signore. Ma, poi, quando io son giuso, dico da me: io non voglio più parlare di quelle cose. E tamen, come io son montato quassù, non si può frenare questa lingua, non si posson tenere queste parole. O Signor mio, o Spirito, tu non hai paura di persona del mondo; tu non guardi in faccia di uomo e sia chi ei si voglia; tu dici la verità a ciascheduno. O Spirito, tu vai eccitando persecuzioni e tribolazioni contro di te; tu vai commovendo le onde del mare come fa il vento tu vai eccitando le tempeste.....» «Io dico: deh! resta; ma egli risponde che non si può fare altrimenti. Lasciamo, dunque, fare al Signore; egli è il maestro che adopera lo strumento al suo fine, e quando non ne ha più bisogno, lo getta via, come fece di Geremia che fu lapidato: e così sarà anche di noi, quando saremo adoperati. Orsù noi siamo contenti: faccia pure il Signore, chè quanto più male sarà quaggiù, tanto sarà maggior corona in cielo.»

Finalmente il Savonarola annunziava l’ordine ricevuto, e prendeva commiato dal suo uditorio: «Ieri a tre ore di notte, venne qui ambasceria da parte di chi regge, e disse che mi pregavano, per più rispetti, di non predicare. Io risposi: — Venite voi da’ vostri Signori? — Sì. — Ed anche io debbo consultare il mio Signore: domani vi darò la risposta. — Adesso rispondo quassù, che il Signore vi ha esauditi e non esauditi: esauditi quanto al farmi astenere dalla predica, non esauditi quanto alla vostra salute. Male nuove son per Firenze, sventure le cadranno sopra. Voi temete l’interdetto; ma il Signore saprà mandarne uno che farà perdere ai cattivi la vita e la roba. Noi faremo colle orazioni ciò che non possiamo fare colla predica; lo stesso raccomandiamo ai buoni. O Signore, io te li raccomando, e li prego di non indugiare più oltre le tue promesse.»‍[186]

Così il giorno 18 marzo dell’anno 1498, finiva la predicazione di frate Girolamo Savonarola, continuata in Firenze per otto anni, senza altra interruzione che la breve gita a Bologna e qualche scorsa di pochi giorni a Prato, Pistoia, Siena e Pisa, ove sempre andava col medesimo oggetto di predicare. Nell’avvento e nella quaresima, egli era tutti i giorni sul pergamo; nei mesi intermedii, vi saliva tutte le feste: così ogni anno venivan fuori tre grossi volumi di sermoni. In tal modo, spese la vita e consumò la salute, pel vantaggio morale, politico e materiale di quel popolo fiorentino che ora lo condannava al silenzio. Egli, però, non era uomo da lasciarsi prendere alla sprovvista. Fin dal giorno in cui venne l’ultimo breve di Roma, aveva capito chiaramente la sua condizione, preso già il suo partito; ed il 13 marzo, ne dava lealmente avviso al papa stesso. L’indole del Savonarola era tanto nobile e generosa che, ancora nel decidersi a muovere guerra contro un nemico così subdolo e tenebroso, sentiva il bisogno di avvertirlo, perchè si mettesse sulla difesa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «io credetti sempre che fosse ufficio di buon cristiano difendere la fede e raddirizzare i costumi; ma in tale opera non ebbi altro che angustie e tribolazioni; non un solo che volesse aiutarmi. Sperai nella V. S.; ma essa, invece, s’è voluta unire ai miei nemici, ed ha dato a feroci lupi la potestà d’incrudelire contro di me. Nè furono, in alcun modo, udite le ragioni che addussi; non già a scusare il peccato, ma a provare la verità della dottrina, la mia innocenza e sottomissione alla Chiesa. Onde non posso più sperare nella V. S.; ma debbo solo rivolgermi a Colui, che elegge le cose deboli di questo mondo, per confondere i forti leoni degli uomini perversi. Egli mi aiuterà a provare e sostenere, in faccia al mondo, la santità di quest’opera, per la quale tanto patisco; e darà la giusta pena a coloro, che mi perseguitano e vorrebbero impedirla. In quanto a me, io non cerco gloria terrena, ma aspetto con desiderio la morte. La V. S. non voglia ora più indugiare, ma provveda alla sua salute.»‍[187]

Il Savonarola s’era deciso a fare uno sforzo supremo; per radunare il Concilio e perorare, innanzi ad esso, la propria causa; condannare la vita e gli abominevoli costumi d’Alessandro Borgia; dichiarare la sua elezione nulla, perchè simoniaca. Voleva anche dimostrare ch’esso era eretico e miscredente, onde la causa principale di tutti i mali che laceravano la Chiesa: e sembra che a ciò fare avesse ancora documenti occulti. A questo alludevano quelle sue frasi tante volte ripetute: un giorno daremo volta alla chiavetta; grideremo: Lazare, veni foras, e simili. Quel giorno, finalmente, era venuto, ed egli si decise.

Il radunare un Concilio, senza il papa o contro la sua volontà, non era allora stimato, come lo sarebbe oggi, atto d’audace insubordinazione e di violenza.‍[188] Secondo le decisioni di Costanza, il papa stesso era tenuto a radunarlo ogni dieci anni; e nel caso che tralasciasse di farlo, potevano i principi radunare insieme le sparse membra della Cristianità, a rappresentare la Chiesa universale. Carlo VIII che sempre era stato favorevole al Concilio, e che, istigato dal Savonarola, dal cardinale di S. Piero in Vincula e da altri, s’era molte volte trovato sul punto di prenderne l’iniziativa; volle interrogare solennemente i dottori della Sorbonna, sopra l’autorità ch’egli aveva di muovere un tal passo; ed essi pronunziarono, il giorno 7 gennaio 1497, un voto favorevole alla riunione del Concilio.‍[189] Tutto ciò non era bastato a decidere l’animo sempre irresoluto di quel re che rimaneva sospeso, quando più s’era condotto vicino al punto di concludere un’impresa; ma bastava ad incoraggiare fortemente il Savonarola ed il numero grandissimo di tutti coloro, che vedevano nel Concilio la sola via per correggere i mali della Chiesa, ed evitare lo scisma. E tanto più queste idee trovavano favore, in quanto che venivano sostenute da un intero partito di cardinali, alla cui testa si trovava quello di S. Piero in Vincola;‍[190] il quale era l’eterno nemico del Borgia, da cui era stato vinto a forza di danari, nell’ultima elezione al papato; ma sembrava che gli dovesse succedere, in caso di morte o decadenza. Egli andava, quindi, pubblicamente dichiarando nulla la elezione del Borgia; lo chiamava sempre marrano ed eretico; e molte di quelle cose che aveva dette da cardinale, confermava, quando fu papa, in una Bolla del 14 gennaio 1505.‍[191]

Il terreno era, dunque, apparecchiato al passo che il Savonarola voleva fare. Egli aveva, lungamente ed invano, aspettato che il re Carlo si decidesse; ma ora il tempo stringeva, e gl’indugi erano pericolosi; si decise, quindi, a gettare egli medesimo il guanto, e sfidar con ardire l’ira papale. Chiamò, dapprima, alcuni de’ suoi più fidati amici, che avevano relazioni con ambasciatori fiorentini all’estero; e commise loro di tenerli, in qualche modo, prevenuti di ciò che doveva seguire. Furono, tra costoro, Simone del Nero e Domenico Mazzinghi; il primo scrisse a suo fratello, ambasciatore in Ispagna; l’altro all’ambasciatore di Francia, suo amicissimo. Essi esaltavano la dottrina e la vita del Savonarola, accludevano la sua lettera al papa, dicendola un terribile annunzio di cose che avrebbero fatto stupire il mondo. Procedendo in questo modo, inculcavano la necessità di persuadere i principi a radunare un Concilio, onde rimediare ai mali della Chiesa; ed annunziavano che, forse, il Savonarola stesso ne avrebbe scritto ai più potenti sovrani d’Europa.‍[192] Infatti, queste lettere erano partite alla fine di marzo;‍[193] e già nei primi di maggio, il Savonarola scriveva le sue famose Lettere ai Principi, cioè ai re di Francia, Spagna, Inghilterra, Ungheria ed all’imperatore di Germania.‍[194]

«Il momento della vendetta è giunto,» così egli diceva, «il Signore vuol ch’io riveli nuovi segreti, e che sia manifestato al mondo il pericolo in cui versa la navicella di Pietro, a cagione della vostra lunga negligenza. La Chiesa è tutta piena d’abominazione, dal capo alle piante; e voi, non solamente non ponete mano al rimedio, ma adorate la cagione stessa del male che la contamina. Onde il Signore s’è grandemente adirato, e più tempo ha lasciato la Chiesa senza pastore.» «Io vi testifico ora in verbo Domini, che questo Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperocchè, lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia papale, ed ogni dì, a chi più ne dà, vende i benefizi ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizi; io affermo ch’egli non è cristiano e non crede esservi alcun Dio, il che trapassa il colmo d’ogni infedeltà.» Con questo preambolo, il Savonarola invitava tutti i principi cristiani che, al più presto possibile, radunassero il concilio in luogo atto e libero. Egli s’obbligava, dal suo lato, a dimostrare tutto ciò che diceva; nè solamente con ragioni, ma prometteva ancora che Iddio ne avrebbe, con miracolosi segni, dimostrato la verità. A ciascuno dei principi aggiungeva, poi, alcune parole adatte a muovere più particolarmente la sua indole. Così, al vano imperator Massimiliano rammentava la maestà dell’Imperio, di cui niuna cosa più degna poteva immaginarsi, che soccorrere la Chiesa pericolante. A Ferdinando ed Isabella di Spagna diceva: «A che valgono le vostre vittorie contro gl’infedeli? Voi edificate al di fuori; ma il fondamento della Chiesa stessa è scompaginato, e l’edifizio rovina di dentro.» Rammentava al re Carlo le cose già tante volte ripetute. «Tu, al certo, non ignori le tante occasioni di ben fare che t’ha presentato il Signore; epperò, se abbandoni la santa impresa, la tua pena sarà maggiore di tutti. Rammenta che già hai avuto un primo segno dell’ira di Dio.‍[195] Tu che porti nome di Cristianissimo, che Dio ha eletto, cui Dio ha dato la spada della sua vendetta, consentirai alla rovina della Chiesa? Ignori, forse, in quali e quanti pericoli essa ora si trovi?»‍[196]

Certo, sopra re Carlo il Savonarola faceva i suoi principali assegnamenti: egli sapeva la disposizione, da quel re sempre avuta, di raccogliere il Concilio e riformare la Chiesa; massime ora che l’animo suo tornava alle cose d’Italia e della religione:‍[197] sapeva con quanto ardore ve lo spingessero il clero francese e l’irrefrenabile ira del cardinale di S. Piero in Vincula. Una volta dato il primo passo, egli aveva molte ragioni, per credere che la Cristianità intera sarebbe venuta in suo aiuto. Tutti erano stanchi delle abominazioni di Roma: si vedeva la Francia prontissima a muovere; la Germania fremeva; l’Inghilterra sembrava favorevole; da per ogni dove venivano incoraggiamenti.‍[198]

Ma nella vita degl’individui, come nella storia dei popoli, v’ha un’ora in cui muta affatto il corso delle cose: allora una mano occulta ed irresistibile sembra volgere in avversità tutti gli eventi. Quest’ora, non bisogna illudersi, è giunta nella vita del Savonarola. Le lettere ai principi eran quasi tutte ancora abbozzate;‍[199] ma quella al re Carlo era già inviata a tentare il terreno più facile. Il Savonarola aspettava con grandissima ansietà la risposta; quando ecco giungere la nuova, come il corriere che andava in Francia, era stato svaligiato dai sicarii del Moro, nelle cui mani era sfortunatamente venuta la lettera stessa.‍[200] Con quanta fretta egli la mandasse al papa, con quanta ira questi la leggesse, si può facilmente immaginare. Il Borgia aveva ora nelle mani, un documento che rivelava tutta l’audacia del Frate; i potentati d’Italia erano unanimi contro di lui; ed, in un momento, egli si vedeva da per ogni dove minacciato. Pure, gli avvenimenti precipitavano con sì maravigliosa rapidità, che egli ancora non aveva potuto misurare la immensità di questi inaspettati pericoli, quando ne sorsero dei nuovi ed assai più gravi, i quali lo colpiron come folgore.

CAPITOLO SETTIMO. L’esperimento del fuoco.

Era venuto uno di quei momenti, in cui l’aspetto d’un popolo sembra mutato per incanto. I seguaci del Savonarola, o erano spariti o s’erano nascosti; tutti in Firenze sembravano suoi nemici. Messi continui andavano e venivano da Roma e Milano; la città era gremita delle spie del Moro, che si davano un gran da fare, e scrivevano al Duca che d’ora in ora s’aspettava qualche gran mutamento, operato per mano della Signoria stessa.‍[201] Infatti, il Berlinghieri ed il Popoleschi, gonfaloniere, cercavano ogni modo per trovare la via a mutare la forma del governo.

Ma ecco sorgere un singolare incidente, verso cui inaspettatamente si volgeva tutta la pubblica attenzione. Un francescano, per nome Francesco di Puglia, predicando la quaresima in Santa Croce, aveva cominciato ad attaccare il Savonarola con una singolare violenza e pertinacia. Lo chiamava eretico, scismatico, falso profeta; e non contento di ciò, lo sfidava ad entrare nel fuoco, onde provare la verità della sua dottrina. Simili sfide avevano avuto luogo ancora altre volte,‍[202] ed il Savonarola ne aveva fatto sempre quel conto che meritavano: credeva al disotto della sua dignità il rispondervi. Ma il caso volle ora, che frà Domenico si tenesse personalmente sfidato; giacchè nell’anno scorso, trovandosi egli a Prato, aveva avuto una disputa con quel medesimo frate, circa la dottrina del Savonarola. S’erano allora sfidati ad una pubblica discussione; ma, nel giorno fissato, il Francescano che era stato primo ad attaccare ed ingiuriare, se ne tornò a Firenze, colla scusa d’esservi chiamato da’ suoi superiori: la verità era che non gli bastò l’animo di trovarsi insieme con frà Domenico.

Questi, adesso, non appena gli fu riferita la nuova provocazione del Francescano, pubblicò subito le tre note Conclusioni del suo maestro, dichiarandosi prontissimo a sostenerle collo esperimento del fuoco. Nè egli era uomo da retrocedere; e quindi la cosa diveniva seria, prima che il Savonarola avesse potuto pensare a mettervi rimedio. Ma il Francescano già pensava a tirarsi indietro, quando vide che frà Domenico diceva davvero: «La sua disputa» egli andava ripetendo, «era col Savonarola, e con lui sarebbe entrato nel fuoco, sebbene credesse di ardere; perchè voleva che morisse ancora quel seminatore di scandali e di perversa dottrina: con frà Domenico non avea nulla che vedere.»‍[203] E qui poteva aver termine questo sciagurato fatto; giacchè il Savonarola ammonì severamente frà Domenico del soverchio zelo;‍[204] ed al Francescano non parea vero di trovare un modo onde cavarsene fuori. Ma, invece, quando sembrava che la contesa si dovesse spegnere, venne assai più fortemente riaccesa.

I Compagnacci avevano tenuto una delle loro solite cene. Quivi, in abito di raso, fra gli spumanti bicchieri e le molte vivande, decisero di fare ogni opera perchè l’esperimento avesse effetto. «Se il Savonarola entra nel fuoco,» essi dicevano, «brucerà certamente; se non entra, perderà il credito de’ suoi seguaci, e noi avremo occasione di far nascere tumulto e nel tumulto impadronirci della sua persona.» Fra di loro v’era chi pensava di poterlo uccidere.‍[205] Andarono quindi alla Signoria, e la trovarono prontissima, non solo a secondare, ma anche a dirigere quelle vergognose trame.‍[206] Essa fece scrivere, per man di notaio, le Conclusioni‍[207] in disputa, e pubblicamente invitava a sottoscriverle coloro che volessero sostenerle o combatterle con l’esperimento del fuoco.

Niuna forza umana poteva allora più trattenere frà Domenico che, infatti, andò subito a firmare. Toccava, ora, indurre il Francescano promotore dello scandalo; ma l’impresa era difficile assai. Cominciò a ripetere ai Signori: «Che esso non si poteva comparare con frà Girolamo, nè per dottrina, nè per bontà; ma che pure con lui sarebbe entrato nel fuoco, con frà Domenico, poi, non aveva che fare.»‍[208] Gli assicuravano che non sarebbe entrato nel fuoco; che si trattava solo di far bruciare qualche frate di San Marco, per poi opprimere il Savonarola; che quando ciò non potesse riuscire, si troverebbe piuttosto il modo di mandare a vuoto ogni cosa.‍[209] Queste assicurazioni eran fatte dai Compagnacci e dalla Signoria; ma pure non si potè ottenere altro, se non che il Francescano firmasse una dichiarazione, nella quale diceva che sarebbe entrato pel fuoco con frà Girolamo, se questi voleva cimentarsi; aggiungendo espressamente che questo faceva ad istanza e richiesta dei magnifici Signori.‍[210] Quanto a cimentarsi con frà Domenico, offeriva, invece, il suo confratello Giuliano Rondinelli. Dopo ciò si sottoscriveva per San Marco, ancora frà Mariano degli Ughi. Finalmente venne il Rondinelli che, non senza molta renitenza, si lasciò persuadere; ed il 30 marzo sottoscrisse: «che sarebbe entrato nel fuoco con frà Domenico, sebbene credesse di ardere; ma lo faceva per salute delle anime.» Questo misero frate era un cieco istrumento in mano all’ira dei Compagnacci ed alle astuzie del Pugliese. Nè la Signoria si vergognava di trovarsi in queste basse trame, le quali contaminavano la dignità del suo ufficio, e non potevano riuscire ad altro, che a spargere sangue innocente, ed a mettere in grave repentaglio la salute stessa della repubblica.

Non mancarono, però, coloro che francamente disapprovarono questa condotta, nella Pratica tenuta il 30 di marzo, nella quale i più s’accordavano con Carlo Canigiani che disse: «Cotesta essere una faccenda di predicatori, e da trattarla piuttosto a Roma dove si canonizzano i Santi, che in Palazzo, ove è più conveniente discorrere della guerra e del danaro. Che se, poi, si vuole in ogni modo fare questo esperimento; si consideri almeno se con esso si vengono a tôrre le discordie o pur no.» — Al che aggiungeva Girolamo Rucellai: — «A me pare che di questo fuoco si faccia troppo gran mercato: l’importanza della cosa è che si levi via Frate e non Frate, Arrabbiato e non Arrabbiato, e si pensi una volta alla concordia della città. Se poi si crede con questo esperimento di poter comporre la città; vadasi pure, non solamente nel fuoco; ma nell’acqua, nell’aria e nella terra: se non che, s’attenda alla città e non ai frati.» — Si levò, finalmente, a parlare Giovanni Canacci il quale, tutto commosso, e quasi con le lacrime agli occhi, disse queste precise parole: — «Quando io sento simile cosa, io non so se sia da desiderare la vita o la morte. E certo, se i padri nostri, fondatori della città nostra, avessero pensato che qui s’avesse a trattare di simile cosa, e che noi avessimo a essere il trastullo e vituperio di tutto il mondo; per ciò si sarieno sdegnati di far cosa alcuna. E ora la città nostra è in termine, che già molti anni non è stata mai, e vedesi tutta in bisbiglio. Perchè io pregherei le SS. VV., che dovessino a ogni modo trarre di tale miseria questo popolo, o per via di fuoco, d’acqua, d’aria, o in ogni altro modo. Di nuovo io pregherei le SS. VV., che ponghino fine a questa cosa, e che non abbia a seguire miseria o danno di questa città.»‍[211] Perfino il Vespucci disapprovò questa volta assai gravemente la condotta dei Signori, rimproverandoli perchè non vedevano che queste «erano mene di gente prava e adultera, per dar libero campo ai cattivi.»‍[212] Un linguaggio così franco ed insolito manifestava, abbastanza, in quale esaltamento fosse venuta la Pratica, e quanto gli uomini gravi fossero indegnati contro il procedere della Signoria.

In questo modo l’esperimento era divenuto inevitabile: il Papa, gli Arrabbiati e la Signoria stessa lo avevano assolutamente voluto. Quanto al Savonarola, egli era sdegnatissimo contro i suoi avversari che coprivano lo spirito di parte sotto le apparenze di zelo religioso; era persuaso che ai frati Minori non sarebbe bastato l’animo di reggere all’esperimento, perchè sapeva che essi obbedivano solo alle istigazioni degli Arrabbiati. Per tutte queste ragioni s’adoperava in ogni modo, acciò l’esperimento non avesse luogo; ma, nel fondo del suo cuore, pensava che, ove si venisse davvero al cimento, l’esito non poteva esserne dubbio. Se frà Domenico, così egli ragionava nel suo più intimo segreto, si spinge oltre con tanto ardire, certo è veramente ispirato da Dio. Secondo le idee del Savonarola, non era strano e neppure difficile che il Signore volesse, per mezzo d’un miracolo, confondere gli Arrabbiati, e provare la verità della sua dottrina.‍[213] Più volte il popolo aveva dalla sua bocca udito che, un giorno, le sue parole sarebbero state confermate da segni soprannaturali:‍[214] il momento sembrava che fosse giunto, e tutti erano, perciò, freneticamente ansiosi di vedere l’esperimento. Gli stessi Piagnoni lo voleano più degli altri, perchè desideravano e credevano che, in sul fatto, il loro maestro non avrebbe potuto trattenersi d’entrare nel fuoco, ed avrebbe operato il miracolo.

In questo modo, a Firenze non si ragionava d’altro;‍[215] ed il Savonarola, mentre che disapprovava e combatteva questo esperimento, si compiaceva con se stesso dell’ardore che frà Domenico vi poneva, e del vedere che tutto concorreva fatalmente a renderlo necessario. A tutto ciò si aggiunsero ancora alcune visioni di frà Salvestro che disse di aver veduto gli angeli di frà Girolamo e fra Domenico, i quali lo accertarono che questi sarebbe uscito adatto illeso dal fuoco.‍[216] E noi sappiamo che gran fede il Savonarola prestasse alle visioni del suo compagno. Le cose giunsero, finalmente, a tale, che tutti i frati di San Marco e del convento di Fiesole, si offrirono d’entrare nel fuoco; ed il Savonarola, spinto così da ogni lato, mandò le loro sottoscrizioni alla Signoria, dichiarando che avrebbe scelto uno dei suoi, per ogni frate Minore che si fosse presentato; e che, se mai l’esperimento avesse luogo, egli era certo che sarebbe riuscito in favore de’ suoi seguaci.‍[217]

Il primo d’aprile fece in San Marco un breve discorso, interrotto continuamente dalle grida del popolo che si offriva d’entrare nel fuoco; ed in esso diceva di «aver troppo grande opera alle mani, per scendere a perdersi in queste miserabili contese. Se i nostri avversari vogliono obbligarsi pubblicamente a rimettere in questo esperimento la decisione della nostra causa e della riforma della Chiesa; allora io non esiterò punto ad entrare nel fuoco, e sarei certissimo di uscirne illeso. Ma se vogliono che il fuoco provi la validità della scomunica; rispondano, invece, alle ragioni da noi allegate. Voglion, forse, col fuoco combattere le nostre profezie? Ma noi non obblighiamo nè esortiamo alcuno a credere più di quello che si senta disposto. Noi esortiamo, invece, gli uomini a vivere rettamente; e per questo ci vuole il fuoco della carità, il miracolo della fede: tutto il resto non vale a nulla.»

«I nostri avversari, promotori di questa cosa, dicono che sanno di morire; onde si confessano omicidi di loro stessi. Noi, invece, veniamo provocati e costretti ad accettare; perchè l’onore di Dio e della fede v’è stato compromesso. Coloro che veramente si sentiranno ispirati dal Signore, certo usciranno illesi dalle fiamme, se l’esperimento avrà luogo, di che ancora non siamo sicuri. Quanto a me, io mi serbo ad opera maggiore, per la quale sarò sempre prontissimo a dare la vita. Verrà tempo in cui il Signore manifesterà segni soprannaturali; ma ciò non deve esser, certamente, ad arbitrio e volontà di ognuno. Per ora, basti il vedere che, mandando qualcuno dei nostri, noi ci esporremmo ugualmente all’ira del popolo, ove il Signore non li facesse uscire illesi dalle fiamme.»‍[218]

Intanto, d’ora in ora, sembrava che l’esperimento divenisse più necessario; e l’entusiasmo di frà Domenico‍[219] cominciava a persuadere i più diffidenti, non che il Savonarola stesso, ch’egli fosse veramente eletto da Dio a quest’opera. Gli animi s’erano, quindi, incredibilmente riscaldati: Piagnoni ed Arrabbiati, per diversi fini, attendevano con uguale ansietà il giorno dell’esperimento; uomini, donne, fanciulli si andavano ad offerire; e se molti lo facevano per vana mostra, altri certo vi andavano sinceramente. Il due di aprile vollero sottoscriversi, per S. Marco, frà Malatesta Sacramoro, e frà Roberto Salviati, dicendo che si sentivano anch’essi chiamati da Dio a quest’opera. Ed allora, per maggiore pubblicità, fu di nuovo dato alle stampe il contratto, con tutte le firme delle due parti.‍[220] I Dieci, che sempre erano stati amici del Savonarola, mandavano a Roma minuto ed esatto ragguaglio di quanto accadeva; acclusero ancora due lettere dei frati di San Marco, nelle quali si esponevano le ragioni per cui s’era accettato l’esperimento.‍[221]

Il giorno 6 aprile, domenica delle palme, era destinato alla singolar tenzone: frà Domenico e frà Giuliano Rondinelli erano i campioni, scelti di comune accordo; San Marco era chiuso da più giorni, e i suoi frati immersi in continua orazione. La sera del 5 si ricevette, però, un avviso della Signoria, che rimandava l’esperimento al giorno 7. La cagione d’una tal decisione rimase ignota: assicuravano alcuni che la Signoria aspettasse da Roma un breve di proibizione;‍[222] giacchè voleva avere un modo di potersi fermare a suo arbitrio, essendo già spaventata d’essere andata così oltre; nè avendo pensato di trovar tanta decisione in San Marco, e tanta paura nei frati Minori i quali già chiedevano d’essere assicurati del come s’uscirebbe di questa impresa.

L’indomani si faceva nuova deliberazione in Palazzo, per modificare quella già scritta il 30 di marzo; e dicevasi: «In caso che frà Domenico arda, frà Girolamo s’intenda, nello spazio di tre ore, esiliato dal territorio fiorentino....»‍[223] E dei frati Minori neppure una parola, per poterli, in ogni caso, mettere in salvo. Quel giorno stesso, il Savonarola faceva un altro breve discorso, raccomandando caldamente a tutti i fedeli fervide orazioni.

Intanto s’era giunti al 7 di aprile, ed i brevi di Roma non arrivavano;‍[224] la città era impaziente di vedere il nuovo spettacolo, che niuna ragione sembrava potesse più impedire. Tutto s’apparecchiava per la esecuzione, ed ognuno sperava condurla al suo intendimento: volevano i Compagnacci ed Arrabbiati trovar modo, onde ammazzare il Frate; cercavano i frati Minori, come scampar salvi dal pericolo; e la Signoria favoriva tutto ciò che riuscisse a danno del Savonarola. Le due parti decisero, quindi, di venire in piazza, accompagnate da gente armata; onde potere, in ogni caso di tumulto, provvedere alla propria salvezza.‍[225] Francesco Gualterotti e Giovan Battista Ridolfi ebbero l’incarico di provvedere al buon ordine per parte di San Marco; Daniello Alberti e Tommaso Antinori l’ebbero pei frati Minori.‍[226] E tanto il Savonarola aveva in sospetto la fede de’ suoi avversari, che la mattina stessa mandò in Palazzo Francesco Davanzati, a pregare i Dieci, rimastigli sempre fedeli, di ordinare la cosa in maniera, che niuno potesse, retrocedendo, lasciar solo il compagno nelle fiamme. Voleva, perciò, che il fuoco s’appiccasse da un lato, dall’altro entrassero i frati, e subito dopo si riaccendesse dietro a loro.‍[227] Desiderò ancora che l’esperimento avesse luogo prima del desinare, per conservare nei suoi la mente più libera e chiara.‍[228]

Mentre che ogni cosa s’apparecchiava in Piazza, il Savonarola celebrò in San Marco una messa solenne; poi fece un breve discorso al popolo radunato, e neppure in quell’ultima ora potette nascondere la sua diffidenza. «Io non posso accertarvi che l’esperimento avrà luogo, perchè questa cosa non dipende da noi; ben posso dirvi che, ove si venga al fatto, la vittoria sarà certamente nostra. O Signore, noi non avevamo bisogno di queste prove miracolose per credere alla verità; ma ci siamo stati provocati, e non potevamo mancare di sostenere il tuo onore. Noi siam certi che il demonio non potrà far procedere questa cosa a danno del tuo onore o contro la tua volontà, onde andiamo a combattere per te; ma questi nostri avversari adorano un altro Dio, per chè le loro opere sono troppo diverse dalle nostre. O Signore, questo popolo non vuole altro che servirti. Vuoi tu, popolo mio, servire Iddio?»‍[229] E qui, tutti ad alta voce esclamavano di sì. Allora il Savonarola raccomandò agli uomini di fare orazione in Chiesa, mentre che esso apparecchiava i frati per andare in Piazza; ed alle donne raccomandava di continuare indefessamente la preghiera, sino a che non si tornasse dall’esperimento.‍[230] In questo momento arrivarono i mazzieri della Signoria, ad annunziare che ogni cosa era in ordine;‍[231] e subito i frati di San Marco s’avviarono in processione.

Frate Domenico andava in mezzo ai suoi confratelli, Malatesta Sacramoro e Francesco Salviati; vestito con un piviale di velluto rosso fiammante, e con una lunga croce in mano, procedeva innanzi a tutti, colla testa alta e la fronte serena. Seguiva, poi, il Savonarola, vestito di bianco, col Sacramento in mano. Dietro a lui venivano tutti i frati, in numero di circa 200, e con voce sonora cantavano il salmo, Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus.‍[232] Arrivati sulla piazza, circa le ore 18,‍[233] ne trovarono gli sbocchi asserragliati e guardati da gente armata. Passarono, quindi, a due a due; e non appena entrarono fra la moltitudine, questa accompagnò il loro canto con tal voce che, quasi, ne tremò la terra.‍[234] La folla era innumerevole; pareva che tutta la città si fosse raccolta nella piazza e negli edifizi intorno: erano gremite le finestre, le terrazze, i tetti; i più agili stavano attaccati alle inferriate, abbracciati alle colonne, alle statue; alcuni pendevano arrampicati alle mura, e in tal posizione aspettavano dal mattino.

La loggia de’ Lanzi era, con un tavolato, divisa in due parti; in quella più lontana dal Palazzo, stavano i frati Domenicani; nell’altra, che aveva nel mezzo un piccolo altare, vennero i Minori.‍[235] Frà Domenico, posato il Sacramento sull’altare, vi s’inginocchiò dinanzi, e si mise in profonda orazione: i suoi compagni stavano silenziosi intorno a lui. Avanti alla loggia venne a disporsi una guardia di 300 fanti, comandati da Marcuccio Salviati, gente valorosa e fedelissima al convento di San Marco. Ma sotto il tetto dei Pisani stavano armati 500 Compagnacci, comandati da Doffo Spini; ed altri 500 fanti della Signoria, comandati da Giovacchino della Vecchia, stavano innanzi al Palazzo; oltre alle guardie che, secondo il costume, tenevano gli sbocchi delle vie.‍[236] Questi mille uomini, padroni così della Piazza, erano tutti prontissimi ad offesa del Savonarola; ed egli con animo sereno, contemplava il pericolo in cui si trovava, e guardava il palco già apparecchiato. Distendevasi quel singolare apparecchio, per la lunghezza di 40 braccia, dal Marzocco verso il tetto dei Pisani.‍[237] La sua base, larga 5 braccia, alta 2 e mezzo, era coperta di terra e mattoni: sopra di essi furon disposte cataste di legno, con polvere da sparo, olio e materie resinose; lasciando nel mezzo un passaggio libero a due campioni, per la larghezza d’un braccio.‍[238] Non mancava altro, se non che venissero i due Frati e s’accendesse il fuoco.

Sino ad ora, il Savonarola aveva temporeggiato e tentato d’impedire che l’esperimento avesse luogo; i frati Minori lo avevano, invece, sollecitato e provocato; ma innanzi al palco già pronto, le parti si mutarono. Il Savonarola, eccitato dalla moltitudine spettatrice, dal canto solenne de’ suoi frati, dall’entusiasmo sublime veramente di frà Domenico, che, dopo essersi profondato nella orazione, era divenuto impazientissimo di entrare nelle fiamme;‍[239] il Savonarola s’era egli stesso persuaso che il Signore aiutava il suo discepolo, e quindi voleva ormai togliere ogni indugio. Ma nè Francesco di Puglia che aveva provocato l’esperimento, nè Girolamo Rondinelli che doveva sostenerlo, erano ancora comparsi sotto la loggia: se ne stavano, invece, in Palazzo a segreto colloquio colla Signoria. Ed i Signori, in luogo di scendere sulla ringhiera, per assistere ad uno spettacolo tanto solenne che, fra pochi minuti, doveva aver luogo; discutevano continuamente fra loro: pareva non sapessero più a qual partito appigliarsi.‍[240] Ed a tanto potè giungere l’impudenza che, mentre non s’aspettava altro che la venuta del frate Minore e l’ordine della Signoria, essa mandò ad interrogare i Domenicani perchè non davano principio. A questo, fra Domenico fremeva, ed il Savonarola faceva dire: che, ormai, s’affrettassero una volta; non tenessero più il popolo a disagio!‍[241]

Allora i Minori, vedendosi a mal partito, cominciarono a metter fuori mille pretesti. Innanzi tutto, per mezzo di Piero degli Alberti che era proposto all’esperimento e nemicissimo del Savonarola, fecero dire che il piviale rosso di frà Domenico poteva essere incantato dal Savonarola; onde volevano che se ne spogliasse. Frà Domenico ed il Savonarola risposero, che s’era sottoscritto un contratto, per evitare ogni disputa; che essi non credevano agl’incantesimi, e davano ai loro avversari ogni facoltà di valersene. Ma, pure, tante furono le insistenze, che frà Domenico cedette e si tolse il piviale. I Minori affacciarono nuove pretensioni: dicevano che l’abito stesso poteva essere incantato; e fra Domenico, cedendo anche a questo, si mostrò pronto a mutarlo con una qualunque delle vesti de’ suoi compagni. Fu, quindi, menato in Palazzo; e, spogliato di tutto, venne rivestito cogli abiti del domenicano Alessandro Strozzi.‍[242] Ritornato in Piazza, gli vollero impedire che stesse vicino al Savonarola, per timore che questi non lo incantasse di nuovo; e frà Domenico fu contento di restare in mezzo ai frati Minori.‍[243] Quel giorno la sua pazienza fu grande quanto il suo coraggio: la grandissima brama d’entrare nel fuoco lo faceva piegare a tutto, onde poter venire più presto al cimento.

Ma il campione della parte avversa se ne stava insieme col Pugliese, sempre in Palazzo, ed ancora non compariva.‍[244] Il Savonarola già ne diveniva impaziente; e ciò che sempre più lo metteva in sospetto, era il continuo discorrere di cittadini coi frati Minori che, in ogni cosa, venivano favoriti. Quelli che erano stati proposti all’esperimento, prendevan sempre le loro parti e li scusavano di tutto; onde, per mettere finalmente un termine a queste incertezze, il Savonarola mandò a far sollecitudine in Palazzo. Ma allora appunto, i due frati Minori chiesero ed ottennero un altro segreto colloquio coi Signori. Quel che si dicessero non sappiamo; ma è certo che d’ora in ora diveniva più chiaro, questo esperimento non essere altro che una trama abilmente ordita contro al Savonarola ed ai frati di San Marco.‍[245]

In quel punto s’era cominciata ad esaurire la tolleranza della moltitudine, che da tante ore si trovava nella piazza: la più parte eran digiuni sin dal mattino, e quasi furiosi, per la impazienza del vano attendere. Già, per ogni dove, si levava un cupo mormorio cui succedevano grida sediziose; e gli Arrabbiati, che sin dal mattino attendevano quel momento, cercarono subito di profittarne. Un tal Bravo, loro staffiere, riuscì a levare il romore; ed in un momento la Piazza fu piena di tumulto.‍[246] Gli sbocchi delle vie, essendo chiusi, la gente si trovò circondata e ristretta; onde cominciò a correre verso il Palazzo. Qui pare che, secondo l’accordo, dovessero gli Arrabbiati impadronirsi della persona del Frate, e finirlo colle proprie mani. Il colpo fu tentato; ma il Salviati ristrinse la sua gente innanzi alla loggia e, segnata in terra una linea colla sua spada, esclamava: «Chiunque passerà questa linea, vedrà cosa possano le armi di Marcuccio Salviati;» e lo disse con tal voce, che niuno ebbe animo di farsi innanzi.‍[247] Nello stesso tempo avveniva che i soldati forestieri della Signoria, non sapendo che si fosse quel subito tumulto, e vedendo la gente correre verso il Palazzo, la respinsero indietro gagliardamente.‍[248]

Ogni cosa era, in tal modo, ritornata nella calma; la moltitudine rassicurata si trovava con maggiore desiderio di vedere l’esperimento, e la Signoria impicciata più di prima. Qui sopravvenne una pioggia dirottissima, con tuoni e lampi; sicchè pareva che si dovesse por termine alla cosa: ma il popolo era tanto avido dell’atteso spettacolo, che restò immobile, e la pioggia venuta ad un tratto, cessava del pari improvvisamente; onde tutto restava nella medesima incertezza di prima. Ed ancora il frate Minore non compariva; ma, invece, i suoi compagni ripigliavano a far nuove obbiezioni. Chiesero che fra Domenico lasciasse il crocifisso che aveva fra le mani, ed egli subito lo lasciò, dicendo che voleva entrare nel fuoco col Sacramento. Ma qui, nuova e più accanita disputa, dicendo i Minori che egli così voleva bruciare l’ostia consacrata. Allora frà Domenico cominciò a perdere la pazienza; e volle tener fermo, sostenendo insieme col Savonarola, come in ogni caso non sarebbero bruciati che gli accidenti, rimanendo sempre intatta la sostanza del Sacramento; e citavano l’autorità di molti dottori.‍[249] Gli avversari, vedendo come per la prima volta trovavano un poco di resistenza, attaccarono più forte la disputa contro al Savonarola, non sapendo ormai come fare a prender tempo. E mentre che essi disputavano, la Signoria profittandone, mandò ordine che l’esperimento non dovesse più aver luogo.‍[250]

L’indegnazione che si manifestò, allora, nel popolo non è descrivibile; e, siccome niuno sapeva contro cui dovesse rivolgersi, così i più accusavano il Savonarola: ed i Piagnoni stessi andavano dicendo, che egli avrebbe dovuto entrar solo nel fuoco, per dar finalmente una prova indisputabile della sua soprannaturale potenza. Gli Arrabbiati e la Signoria spargevano per tutto, che oramai s’era scoperta l’impostura del Savonarola, che egli aveva avuto paura d’entrare nel fuoco, e simili menzogne; i frati Minori andavano impudentemente cantando vittoria, mentre il loro campione s’era nascosto in Palazzo, e non gli era bastato l’animo neppure di guardare il palco apparecchiato.‍[251] Così tutta la città fu piena di voci contro al Savonarola e contro San Marco. Ed, infatti, a gran fatica poterono i Domenicani tornar salvi al convento, scortati dalle genti di Marcuccio Salviati il quale, con un pugno dei suoi più valorosi, si strinse intorno a frà Girolamo e frà Domenico; e li difese coraggiosamente, colla spada in mano, dagl’insulti d’una efferata moltitudine che era aizzata dai Compagnacci.‍[252]

Entrato finalmente in Chiesa, il Savonarola trovò le donne che erano ancora in orazione; salì sul pergamo e fece un breve racconto di tutto l’accaduto, mentre in piazza echeggiavano ancora le grida furibonde della moltitudine.‍[253] Licenziato poi l’uditorio, si chiuse nella sua cella, con l’animo travagliato da un dolore che la penna nè la parola umana non potrebbero mai descrivere.

I frati Minori, invece, trionfavano; e la Signoria assegnò loro la pensione annua di 60 lire, per venti anni, in remunerazione dei servigi prestati.‍[254] Però, quando essi mandarono la prima volta a riscuoterla, il Camarlingo del Monte fu così indegnato della loro viltà, che, nell’atto di consegnare il danaro, disse: «Ecco, prendete il prezzo del sangue tradito!» Da Roma vennero subito due brevi, in data del 12 aprile; uno ai frati Minori, in cui si lodava «il santo zelo e la carità evangelica dimostrata nel fare opera, di cui il Santo Padre avrebbe serbata eterna memoria.» Nell’altro breve, indirizzato a frate Francesco di Puglia, il papa si congratulava caldissimamente con esso lui, in nome proprio e di tutti i cardinali, incitandolo «a perseverare in opera tanto buona e tanto pia, sino alla totale distruzione del male.»‍[255]

CAPITOLO OTTAVO. Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono menati in prigione.

L’esperimento del fuoco, o piuttosto le trame ordite in quel giorno dagli Arrabbiati, sortirono il fine desiderato. La città intera sembrava divenuta avversa al Savonarola ed al suo convento; il minuto popolo non sapeva perdonargli che, anche senza il Francescano, non fosse entrato nel fuoco, per fare con un miracolo tacere finalmente i suoi nemici. I Piagnoni non seguivano il Savonarola in tutte le sottili distinzioni sulla poca opportunità del tempo, sul non tentare il Signore, sulla buona o cattiva fede degli avversari; ma piuttosto cominciavano, per la prima volta, a dubitare della sua soprannaturale potenza, ed a prestare più facile orecchio alle voci e calunnie degli Arrabbiati. I quali spiegarono in questi giorni un’attività incredibile; erano in continuo colloquio coi Signori e coi canonici del Duomo: si vedeva ben chiaro, che apparecchiavano qualche nuovo e più decisivo colpo. Nel medesimo tempo, quei seguaci del Frate che avrebbero potuto comprendere e render vane le trame dei nemici, si trovavano troppo deboli di numero e di forza, per poterle combattere efficacemente. Onde tutti erano, per ogni dove, insultati coi nomi d’ipocriti e gabbadei; non potevano più andare per le vie di Firenze senza pericolo.‍[256]

In tale stato di cose, alcuni del partito popolare, scorgendo i segni precursori d’una gran tempesta; riunitisi insieme, proponevano di metter mano alle armi, e prendere il vantaggio d’esser primi ad assalire i nemici. Ma i più fedeli discepoli del Savonarola, e principalmente Francesco Valori, si opposero fortemente a questo partito; dicendo che non dovevano essi cominciare a spargere il sangue cittadino, non essere i primi a macchiarsene le mani. Ed avendo potuto far vincere questa loro opinione, molti ne rimasero assai sdegnati; tanto che Luca degli Albizzi; uno dei più caldi nel voler prendere le armi, andò via da Firenze, dicendo: «Quando non si vuol venire ai fatti, ognuno ha il diritto di porsi in salvo.»‍[257]

La mattina del dì 8 aprile, domenica delle Palme, passò tranquilla; ma un occhio accorto scorgeva chiaramente quel cupo silenzio che precede la tempesta, e poteva stimare gran ventura, che ancora non fosse seguita alcuna novità. Il Savonarola fece in San Marco un sermone molto breve e tutto pieno di tristezza, nel quale offeriva la sua persona in sacrifizio a Dio, e si dichiarava pronto a sopportare la morte pel bene del suo gregge. Assai mesto licenziossi dal popolo, e nel dare la sua benedizione, pareva che sapesse di parlargli per l’ultima volta.‍[258]

Il giorno, i Piagnoni andarono a San Marco, dove si celebrava il vespro; e poi s’avviarono al Duomo, ove dovea predicare frà Mariano degli Ughi, quel medesimo che, insieme con frà Malatesta e frà Domenico, s’era offerto a sostenere la prova del fuoco. Ma, nel seguire il loro cammino, i Piagnoni furono più volte assaliti da colpi di pietre; incontrarono gruppi di Arrabbiati che, pieni d’audacia, pareva dicessero: — «Finalmente ci siamo!» — Ne videro altri che tiravano sassi alle finestre d’Andrea Cambini, seguace del Savonarola. Giunti al Duomo, le panche erano già occupate da molta gente; ma innanzi alla porta s’erano raccolti i Compagnacci che, insultando chiunque entrava in chiesa, dicevano che la predica non avrebbe luogo. E, cominciandosi dall’altra parie a rispondere che la predica vi sarebbe in ogni modo, d’una parola si passò ad un’altra, ed i Compagnacci vennero subito ai fatti; sguainarono le armi; corsero addosso ad un certo Lando Sassolini, e sebbene non lo ferissero, bastò quella violenza per levare il rumore in tutta la città.‍[259] I Piagnoni tornarono subito verso casa per armarsi; alcuni dei Compagnacci s’impadronirono dei canti delle vie; e tutti gli altri percorrevano la città gridando: A San Marco, a San Marco col fuoco! Si riunirono, poi, nella piazza dei Signori; e quando furono in numero sufficiente, mossero con le armi in mano e con grida disperate verso San Marco. Per via incontrarono un tal Pecori, che tranquillamente se ne andava alla Santissima Annunziata, recitando salmi; subito gli furono dietro, dicendo: «Ancora ardisce di mormorare l’ipocrita!» E raggiuntolo sulle scale degl’Innocenti,‍[260] ivi lo finirono. Un povero lavorante d’occhiali, uscito al rumore di questi fatti, nella strada, con le pianelle in mano; mentre che cercava colle parole metter pace, fu da un colpo di spada sul capo ammazzato.‍[261] Così avvenne ancora di altri; ed in questo modo, eccitata dal sangue, la moltitudine degli Arrabbiati giunse nella piazza San Marco. Quivi trovarono la chiesa ancora piena di gente, che aveva celebrato il vespro ed era sempre in orazione: vi tirarono dentro una furiosa grandine di sassi, al che lo spavento fu generale, le grida delle donne echeggiarono strepitosamente, e tutti si dierono alla fuga. In un momento la chiesa era vota, le porte di essa e del convento chiuse e sbarrate; dentro non vi rimasero che i pochi cittadini i quali volevano difendere San Marco.‍[262]

Costoro arrivavano appena al numero di trenta;‍[263] ma erano dei più caldi seguaci del Savonarola, quei medesimi che lo avevano accompagnato alla predica, prontissimi sempre ad esporre per lui la vita. Si erano da più giorni avveduti del pericolo che correva il convento; onde la notte, non mancavano mai otto o dieci di loro a farvi la guardia. Istigati, poi, da fra Salvestro e da frate Francesco de’ Medici, che lo facevano ad insaputa del Savonarola e di frà Domenico, (perchè li sapevano avversi a quei disegni); essi avevano segretamente introdotto molte armi in una stanzetta del chiostro.‍[264] V’erano incirca 12 corazze e altrettante mezze teste, 18 partigiane, 5 o 6 balestre, rotelle e targoni, 4 o 5 archibusi; v’era un barile di polvere e palle di piombo;‍[265] pare anche due piccole bombarde.‍[266] Francesco Davanzati che aveva fornito quasi tutte queste armi, e che trovavasi allora nel convento, le cavò fuora, dando a ciascuno quelle che meglio sapeva maneggiare. Egli, insieme con Baldo Inghirlami, diresse alquanto la difesa; ponendo le guardie nei luoghi più deboli, e dando gli ordini opportuni.‍[267] Dei frati, 16 incirca‍[268] presero le armi, tra cui principali furono fra Luca d’Andrea della Robbia‍[269] ed il nostro frà Benedetto.‍[270] Egli era assai singolare vederne qualcuno, coll’elmo in testa, la corazza sopra l’abito domenicano, ed una lunga partigiana in mano; correre pei chiostri, ed al grido di Viva Cristo! chiamare all’armi.

Notes in this chapter

Note 1 · Lib. III, cap. III.Note 2 · Lib. III, cap. VII.Note 3 · Lib. III, cap. IX.Note 4 · Lib. III, cap. XIII.Note 5 · Lib. III, cap XIV a XVI. Vedi anche lib. I, cap. X.Note 6 · Lib. IV, proemio, cap I e II.Note 7 · Stampato, vivente l’autore, era stato fatto sopra quello più ampio di Pico della Mirandola, in forma assai compendiosa, per servire al popolNote 8 · Lib. IV, cap. IV e V.Note 9 · Cap. VI. Abbiamo citato quasi testualmente le parole dell’autore, le quali sono alquanto più prolisse, e perciò più esplicite ancora di quelNote 10 · Con grande elogio ne parlò anche il P. Lacordaire.Note 11 · Nardi, Storia di Firenze, vol. I, p. 137.Note 12 · Si noti ancora qui, come queste parole son contrarie alla dottrina fondamentale della Riforma: giustificazione per la sola fede.Note 13 · Qui riferisce ad una predica antecedente; che fu da noi riportata, e nella quale il Savonarola faceva intendere che, quando fosse venuta la Note 14 · La morte del Duca di Candia.Note 15 · Forse qui vuol riferire alla causa di Bernardo del Nero e degli altri complici, che certamente il Savonarola credeva colpevoli, sebbene non Note 16 · Il Savonarola non intendeva di fare propriamente un miracolo; ma bene credeva che, quando la salute della Chiesa lo richiedesse, il Signore Note 17 · Prediche XXII sopra l’Esodo e sopra alcuni Salmi, fatte in S. M. del Fiore, cominciando la domenica della Settuagesima, il dì 11 febbraio 14Note 18 · Sermone fatto a molti sacerdoti, religiosi e secolari a San Marco, a dì 15 febbraio 1497 (stile vecchio). Trovasi, anche, insieme colle predNote 19 · È ben lungi, però, dall’accennare ai dommi.Note 20 · Prediche sopra l’Esodo; vedi predica fatta la domenica della Sessagesima.Note 21 · Prediche sopra l’Esodo, predica della Quinquagesima.Note 22 · Burlamacchi, 115 e seg.; Nardi, 140.Note 23 · Predica della Quinquagesima.Note 24 · Lett. dello Strozzi al Piovano di Cascina. Vedi Perrens, Doc. XV.Note 25 · Lettera ai Dieci, in data del 17 febbraio 1498. Vedi P. Marchese, Documenti ecc.Note 26 · Tutto ciò è minutamente raccontato in una lettera anonima, intitolata: Copia d’una lettera venuta da Roma, della predica di M. Mariano da S.Note 27 · Fu stampato, vivente l’autore, S. L. et A. Vedi l’edizione fattane da Audins de Rians, Firenze 1848. Egli lo credè scritto nel 1493, perchè Note 28 · I trattati a cui riferisce sono: il Trionfo della Croce; Della semplicità della vita cristiana; e De veritate prophetica.Note 29 · Sermone IV, sopra l’Esodo; fatto l’ultimo di febbraio, primo giorno di quaresima.Note 30 · Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 138.Note 31 · Questo breve, sconosciuto finora, trovammo nel Codice Riccardiano 2053. Il Meyer pone la data del 28 Febbraio 98, ad un altro breve di cui pNote 32 · Prediche sopra l’Esodo, vedi quella fatta il terzo giorno di quaresima.Note 33 · Così chiamavansi allora i Dieci della guerra, secondo una legge favorita dal Savonarola, nel principio del governo popolare.Note 34 · Qui riferisce a cagioni tutte politiche, come il desiderio di mutare il governo di Firenze.Note 35 · Fra Bernardino da Monte Feltro, cacciato al tempo di Piero dei Medici. Vedi Parenti, Storia di Firenze.Note 36 · Tutti questi discorsi son riportati dalla Pratica stessa, che si trova nell’Archivio delle Riformagioni. Vedi Frammenti di Pratica, come sopNote 37 · La Decima ecclesiastica e le cose di Pisa.Note 38 · Documenti del P. Marchese.Note 39 · Il Perrens volle da ciò trovare argomento a negare che quella Signoria fosse veramente avversa al Savonarola; ma i fatti che seguirono poi, Note 40 · Burlamacchi.Note 41 · Prediche sopra l’Esodo, predica VII. Di questo sermone e del precedente, parlò il Machiavelli nella sua lettera ad un amico, scritta il giorNote 42 · Predica XI.Note 43 · Predica XVIII.Note 44 · Predica VII.Note 45 · Predica XVI.Note 46 · Predica XII. Uno degli argomenti su coi tornò spesso in queste prediche, fu il carattere indelebile del sacerdote. «Il papa, esso diceva, noNote 47 · Predica XIII.Note 48 · Vedi nel P. Marchese, Documento XX.Note 49 · Vedi nel P. Marchese il Documento XXI.Note 50 · Ciò conferma tutto quel che abbiam detto sul Breve di scomunica.Note 51 · «Ita turbamur, ut quieturi non simus, donec honorem Sanctæ hujus Sedis, tot modis a tenui isto vermiculo, calore vestro, ulceratum, consulueNote 52 · La Decima ecclesiastica e gli aiuti a sottometter Pisa.Note 53 · «Tamdiu duraturo, quamdiu vestro isti monstruoso idolo favorem praestabitis.» Il sig. Perrens pubblicò questo breve, senza data, dal codice Note 54 · Nardi, pag. 142. Di questa Pratica non abbiamo trovato altra memoria che questa: «Die XVII 1497. Omnes, eodem die, decreverunt Fratri HieronNote 55 · Vedi P. Marchese, Doc. XXII.Note 56 · Non sarà forse inutile riferire qui alcune idee di F. Benedetto intorno alla Chiesa; perchè esso è uno dei più fedeli seguaci del SavonarolaNote 57 · Ultimo dei sermoni sopra l’Esodo.Note 58 · Seguiamo la lezione del Codice Riccardiano 2053, seguita ancora dal Meyer. Il Burlamacchi riporta una parafrasi di questa lettera, chiamandoNote 59 · Teodorico Brie nella sua Storia del Concilio di Costanza scriveva queste parole: «Nam et beata Petri cathedra, ut nosti, plerumque pastore vNote 60 · Vedi P. Marchese, Storia del Convento di S. Marco, pag. 225 e seg.Note 61 · Il Savonarola venne, nel suo processo, interrogato continuamente intorno ai suoi rapporti con quel cardinale, e rispose che non aveva avuto Note 62 · Raynald, ad ann. 1492. Rimandiamo nuovamente il lettore al P. Marchese, pag. 225 e seg.; tanto più che nel riportare il senso delle sue paroNote 63 · Vedi queste lettere nell’Appendice.Note 64 · Francesco del Pugliese doveva scrivere in Inghilterra; un amico del Savonarola, in Ferrara, doveva occuparsi di quella al re d’Ungheria; GioNote 65 · Di queste Lettere ai principi, si è voluto da qualcuno mettere in dubbio la incontrastabile autenticità; ma ne parlano le Deposizioni dei coNote 66 · La morte del figlio.Note 67 · Queste lettere furono pubblicate in parte dal Baluzio, in parte dal Meyer; il quale, però, non avendo bene esaminate le deposizioni dei testNote 68 · Questo viene confermato dal Comines, il quale descrive minutamente lo stato in cui si trovava allora l’animo del re Carlo: «Si avoit son cœuNote 69 · Il P. Marchese suppone che il Cardinale, nel seguire l’esercito francese che passava per Firenze, andasse a visitare il Savonarola; nel procNote 70 · Questa è la ragione, perchè le lettere furono ritrovate nel suo scrittoio senza data. Anche di quella al re di Francia non fu trovata che laNote 71 · Fra Marco della Casa, Burlamacchi, Razzi, Barsanti, P. Marchese.Note 72 · Paolo Somenzio da Cremona risedeva a Firenze; Giovanni Trachedino era a Bologna, ed a lui facevano capo moltissimi degli agenti ducali. In qNote 73 · Abbiamo altrove accennato a quella che fece un predicatore di Santo Spirito.Note 74 · Si è preteso da alcuni che la sfida fosse partita dal Savonarola; ma ciò è assolutamente falso. La narrazione di questo esperimento del fuocNote 75 · Nel processo a stampa, il Savonarola dice apertamente d’aver fatto il possibile per trattenere frà Domenico.Note 76 · Burlamacchi. Vedi anche il Cerretani, che descrive minutamente queste cene dei Compagnacci.Note 77 · Che l’esperimento del fuoco fosse voluto e ordito dalla Signoria e da’ Compagnacci, vien messo fuori d’ogni dubbio dalle parole del Violi e Note 78 · Le conclusioni eran queste: Ecclesia Dei indiget renovatione; flagellabitur, renovabitur. Florentia, quoque, post flagella renovabitur et prNote 79 · Questo si trova detto espressamente nelle stesse Deliberazioni dei Signori. Deliberazioni 1497-8, a carte 27. Vedi nell’Archivio delle RiforNote 80 · Il Burlamacchi, pag. 133, parla di queste assicurazioni date ai Frati Minori: «Ed era, in fatti, stato promesso loro che in niun modo v’entrNote 81 · «Ad instantiam et requisitiones Dominorum Florentinorum.» Così è scritto nello strumento stesso della Signoria, che il Meyer pubblicò dall’ANote 82 · Degli altri discorsi noi abbiamo dato solo un sunto, ma le parole del Canacci abbiamo copiate letteralmente dalla Pratica, (Frammenti di PraNote 83 · Le sue parole son le ultime che si trovano nella Pratica; sono interrotte e poco leggibili.Note 84 · Burlamacchi. Vedi ancora il contratto, colle firme ed il discorso del Savonarola, di cui si parla più basso.Note 85 · Lo disse anche nelle Lettere ai principi.Note 86 · Vedi nell’antico archivio Mediceo (Filza 69) alcune lettere di Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina, qualche brano delle quali fu già pubbNote 87 · Questo fatto è confermato nei processi del Savonarola e di frà Domenico.Note 88 · Vedi Burlamacchi, e l’opuscolo citato.Note 89 · Risposta a certe obbiezioni, circa l’esperimento del fuoco. Questo discorso fu pubblicato, vivente il Savonarola, insieme col contratto e leNote 90 · Vedi il processo di frà Domenico.Note 91 · In questo modo, l’opuscolo citato sarebbe uscito alle stampe due volte e in due modi diversi. La lettera di Leonardo Strozzi al Piovano di CNote 92 · Vedi la lettera dei Dieci, nei documenti del Padre Marchese. Documento XXIV.Note 93 · Una lettera dello Strozzi al Piovano di Cascina (6 aprile 1488) dice: «Credo sia per aspettare, che da Roma sopravvenga breve o altro impediNote 94 · Deliberazioni dei Signori come sopra; è intitolata: Contra fratrem Hieronymum.Note 95 · Sembra che il Papa mandasse un breve di proibizione; ma lo facesse a bella posta arrivar troppo tardi.Note 96 · Burlamacchi, pag. 130. «Perciocchè ben si sapea, che la intenzion degli avversari altro non era, che ammazzare il Padre frà Girolamo in piazNote 97 · Burlamacchi e Frà Benedetto.Note 98 · Vedi, fra le Deposizioni o Esamine dei complici, quella di Francesco Davanzati.Note 99 · Burlamacchi. Il Savonarola nel discorso di cui si parla qui sotto, dice: «Costoro volevano fare la cosa a 20 ore; io dissi di no, perchè bisNote 100 · Esortazione fatta al popolo in San Marco, il dì 7 aprile 1498. Vedila in fine delle prediche sopra l’Esodo.Note 101 · Esortazione ec. Burlamacchi.Note 102 · Burlamacchi, Frà Benedetto.Note 103 · Burlamacchi, frà Benedetto, Violi.Note 104 · Nardi, Storia di Firenze. Sebbene il Violi dice che eran le ore 21; noi seguiamo il Nardi che va d’accordo col Burlamacchi e con le parole cNote 105 · Burlamacchi, 130.Note 106 · Burlamacchi, Violi, Frà Benedetto. Il Violi dice che i frati Minori vennero dopo dei Domenicani; ma da tutti gli altri apparisce che erano gNote 107 · Vedi Burlamacchi e Violi; ma per questi particolari, il più minuto è fra Benedetto che si trovò presente a tutto.Note 108 · Il marzocco, come abbiamo detto, è il leone di marmo che trovasi sulle scale esterne del Palazzo; il tetto dei Pisani era di faccia, e proprNote 109 · Burlamacchi, Violi, frà Benedetto, Nardi ec.Note 110 · Vedi gli scrittori sopra citati, ed il processo di frà Domenico.Note 111 · Tutto ciò viene minutamente raccontato da frà Benedetto.Note 112 · Ibidem.Note 113 · Il Burlamacchi ed il Violi raccontano che, quando lo Strozzi fu chiamato, egli credette che doveva entrare nel fuoco; onde se ne mostrò lietNote 114 · Frà Benedetto, Burlamacchi e Violi.Note 115 · Frà Benedetto.Note 116 · Frà Benedetto è minutissimo nel narrare questi particolari, di cui più generalmente parlano anche il Burlamacchi ed il Violi.Note 117 · Burlamacchi, frà Benedetto.Note 118 · Burlamacchi e frà Benedetto.Note 119 · Ibidem. Notevoli sono, fra le altre, queste parole di frà Benedetto, nell’opera citata: «Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi giornNote 120 · Burlamacchi, Violi, frà Benedetto. Nel suo processo, frà Domenico dice che egli non volea cedere questo punto, poichè frà Silvestro aveva viNote 121 · Il Nardi dice che la pioggia impedì l’esperimento, e ciò venne poi ripetuto da molti; ma il Burlamacchi, Violi e frà Benedetto, metton fuoriNote 122 · «Ferno faccia di meretrice; perchè senza erubescenza alcuna, andavano dicendo che avevano avuto vittoria e così scrissono lettere per tutto.Note 123 · Burlamacchi, frà Benedetto.Note 124 · Ibidem.Note 125 · Burlamacchi. Questo fatto, si trova narrato in un gran numero di manoscritti, che riportano anche la deliberazione stessa, la quale fu pubblNote 126 · Questi due Brevi furono pubblicati dal Quetif.Note 127 · Nardi, pag. 149; Burlamacchi, ec.Note 128 · Burlamacchi.Note 129 · Nardi, pag. 150. A questo proposito lo stesso autore osserva: «Tanto fu sempre quest’uomo simile a se stesso, che mai dimostrò sbigottirsi iNote 130 · Giovanni Cambi, Storie; negli Erud. Toscani, vol. XXII, pag. 119. Vedi nell’Appendice le deposizioni dei testimoni.Note 131 · Il ricovero dei trovatelli, accanto alla chiesa dell’Annunziata.Note 132 · Burlamacchi, pag. 136.Note 133 · Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani: in questo poemetto di cui si è altrove parlato, l’assalto del convento è minutamente descritto. ANote 134 · Questi fatti vengono raccontati assai minutamente dal Burlamacchi e da frà Benedetto; ma essi esagerano di molto le cifre, per le quali bisoNote 135 · Colui che aveva introdotto il maggior numero di armi fu Francesco Davanzati. Vedi, nell’Appendice, le esamine di Luca della Robbia, BartolomNote 136 · Fra Domenico, nella sua sempre veridica confessione, dice che, oltre quelle poche armi che servivano per accompagnare il Savonarola, esso noNote 137 · Nelle esamine di Lionello Boni e Bartolommeo Mei, si accenna a queste due bombardelle: il primo dice di averne udito dir qualcosa, all’altroNote 138 · Esamina di Niccolò Calzaiuolo.Note 139 · Questo non apparisce chiaramente dalle deposizioni del frati stessi; ma sì da quelle degli altri.Note 140 · Vedi la sua esamina. Questi è diverso da quell’altro Luca d’Andrea della Robbia, di cui parla frà Domenico; esso era soldato e combattè gaglNote 141 · Cedrus Libani etc.
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