VIII.[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486] (continued 5)
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Volpe. Che altri processi hai tu visti?
Agricola. Io ne ho visti et lecti due altri che furono facti, innanzi a questo ultimo, dalli seculari, cioè dalli examinatori che dalla Signoria di Firenze furno ordinati: uno è quello che fu messo in stampa; l’altro se ben mi ricordo, è quello che fu transcripto nelle Pandette di Palazzo de’ Signori. Tamen questi dua, in molti luoghi non si concordano, anzi si contradicono de directo; imperocchè in quello delle Pandette appare esser scripta questa sententia: Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credano le cose che ho decte, et che habbino facto qualche errore, castigateli grandemente come inimici della fede di Christo. Chi considera bene questa sententia, fra Hieronimo viene ad haver confermato et non negato le cose profetate. Tamen nel processo stampato non appare questa sententia in loco alcuno, ma più presto l’opposito. Ecco adunque che, contradicendosi questi processi, vengono a dimostrare espressamente quanta fussi la malitia et somma iniustitia degli adversi. Et sappi che la subscriptione di frate Hieronimo, come appare etiam nel processo delle Pandette di Palazzo, dice ch’el processo è suto postillato o vero glosato da ser Francesco di ser Barone. Et un altro ancora ne ho lecto de’ 25 aprile, che dice nella subscriptione el medesimo. Onde la ratificatione del processo che è in stampa, viene a essere falsa, perchè è discrepante da quella che appare scripta nel libro del Palazzo. Per la qual cosa non si debbe prestar fede ad nessuno di quelli processi; ma solamente si debbe prestar fede, in tucto e per tucto, a quello scripto proprio di mano di fra Hieronimo et di fra Domenico da Pescia. Quello di fra Silvestro è in gran parte vero, ma non tucto, come dissi poco fa; et el difecto pare essere proceduto da altra mano che dalla sua, benchè non v’è cosa di molto momento.
XLIX. (Lib. IV, Cap. IX, X, XI.) Dalla terza parte del Vulnera Diligentis.[693]
Seguita la declaratione del texto, quando il propheta Hieronymo, essendo ginocchioni in judicio, si voltò ad parlare a Dio, dicendo: Dio tu mi dài la penitentia, per averti negato.
Contiensi in questo capitolo, quanto epso Propheta fu d’animo virile e di cor generoso nel sancto martyrio. Contiensi etiam el parlare che fece ad ser Cecchone falso notaio — Capitolo 11.
Propheta. Parlato, adunque, che io ebbi alli miei Tyranni et Cruciatori le sopradecte parole del prefato testo, lassai di parlare ad quegli, et humilmente voltai il mio sermone a Dio et dixi in questa forma: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato. Io lo merito ec. Hor nota, figliuol mio, che altrimenti si debbe parlare a Dio et altrimenti all’huomo,[694] imperocchè sempre a Dio si de’ parlare con grande humilità et submissione: il che non sempre è necessario usare inverso l’huomo, salvo ad chi si expecta, et nel modo et quando si conviene. Per la qual cosa parlando io al Signore et dicendo: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato; venni humilmente (se ben consideri) ad replicare la generalità della negatione di qualunque mendacio, secondo che da te è stato dichiarato innanzi, senza descendere ad alcuno particulare negamento.
Agricola. Io so bene, che gli era molta tua usanza di humiliarti nel conspecto di Dio; come appare ne’ volumi delle tue predicationi; ma alcuni de’ tua figliuoli spirituali harebbon voluto, quando eri presente[695] li mali Presidi et Vicarii che ti interrogavono et martoriavano, che tu havessi risposto loro parole mordaci et increpatorie[696] senza tanti riguardi, nel modo che facevono gli antichi nostri martyri, presente e’ tyranni: onde per questa ragione, alcuni vanno dubitando utrum se tu ti portasti valentemente o pur poltronamente in battaglia, et non si sanno così bene risolvere.
Propheta. Differenti homini; differenti nature, pareri et instinti; differenti tempi; differenti gesti, opportunità et modi di operationi; Scriptum est: tempus loquendi et tempus tacendi et cetera. Et con tucto questo è da notare, che in uno medesimo tempo et in una medesima operatione, può esser lecito ad alcuno tacere et ad alcuno parlare, et così in essa procedere l’uno in un modo e l’altro in un altro, per respecto di differenti nature et pareri humani et instinti divini. Onde tu vedi bene, che quando Sancto Valerio Episcopo e Sancto Vincentio martyre, che erano stati presi et messi in carcere per la fede di Christo, furono condocti dinanti ad Datiano; et che con molti modi epso Datiano cercava far loro abbandonare la Christiana Religione; el beato Valerio episcopo, vir miræ innocentiæ, quantunque fussi superiore del beato Vincentio che era giovinetto, nientedimeno gli stava cheto et non rispondeva cosa alcuna, come se gli fusse mancato l’animo et non sapessi parlare, nè rispondere al tiranno. Et dall’altro canto il beato Vincentio, chiesto licentia di parlare, rispose a Datiano le più vivaci, le più pungitive et, per modo di dire, quasi le più dispectose parole, che dire si possa, da fare quodammodo risentire et arrabbiare una pietra, non che uno huomo. Tamen l’uno et l’altro è canonizato per sancto; nè mancho essential merito hebbe l’uno appresso di Dio per tacere, che se havessi l’altro per parlare. Item Jesu Christo, quando fu preso, non rispose mai ad Herode, et poco a’ principi de’ sacerdoti et ad Pilato, et dolcemente, et anche con adiuratione. Tamen Paulo apostolo fece tucto l’opposito, presente Nerone, insieme con Sancto Pietro; imperocchè dicendo Nerone ad quegli: Quomodo ausi essent, de regno suo milites alio Regi colligere; respondit Paulus: Non solum in tuo arguto, sed de toto orbe colligimus milites æterno Regi. Respecto alla quale risposta, furno amazati inumerabili christiani come testifica Lino papa, descriptore della lor passione. Molti altri exempli et varie operationi virtudiose di Sancti potrei addurti, che pretermitto per brevità. Dalle quali si può racchorre et chiaramente conoscere che gli electi da Dio, nella via delle virtù et della testimonianza della verità, caminano chi un modo et chi in un altro, secondo differenti nature, pareri, tempi, opportunità et divini instincti. Io, adunque, quando ero nelle mani de’ mia adversi, et ch’ero martoriato et examinato da quegli; procedetti, parte secondo la mia natura, parte secondo che mi dectava el mio naturale iudicio, parte secondo che mi pareva richiedessi la opportunità del tempo, del luogho et delle persone, et parte procedetti secondo el divino instincto.[697] Et simile hanno facto gli altri gran Sancti di Dio nelle loro adversità et grandissime tribulationi. Onde tu ben vedi che sancto Paulo, nelle sue tribulationi, talhor si faceva Romano, talhor Hebreo et Phariseo, tamen senza mendacio; et quando usava uno termine et quando un altro. Item talhora malediceva il sommo sacerdote degli ebrei dicendo: Percutiet te Deus, paries dealbata; et dall’altro canto si excusa di quello che haveva decto ad epso sommo sacerdote, dicendo: Nesciebam, fratres, quia Princeps est sacerdotum. Hor eccho, adunque, ch’el mio procedere che feci nelle tribulationi, non è stato disforme da quello de’ grandi Sancti passati; et però non posso essere iustamente denotato di pusillanimità et di poco animo, così nel naturale, come nel soprannaturale. Figliuol mio, se io fussi stato di poco animo; io mi sarei fuggito quando gli adversi mia vennono la santa Domenica dello Olivo per pigliarmi, che sai pure che io potevo, perchè la Signoria mi decte nove hore di tempo ad potermi securamente partire da Firenze, come è noto ad ciascheduno.[698] Ma io non volsi farlo; et più presto volsi entrare nelle mani de’ mia adversi, che abbandonare le mie pecorelle: adunque non fui pusillanime et di poco animo. Ulterius, se io fussi stato di poco animo, et mancato ne’ tormenti; io non harei increpato alcuni degli examinatori che mi martoriavono, et maxime Piero di Bertoldo Corsini, che tanto mi molestava che io gli facessi qualche miracolo et che tanto mi dava noia della città di Pisa, dicendo, che io era uno ciurmadore. Al quale io risposi et dixi: che li Fiorentini riharebbono la città di Pisa, ma che lui non si troverebbe ad goderla. Et narraigli in proposito di questo, la figura di quello che fu morto dalla calcha, il quale non credette ad Eliseo propheta, come appare nel quarto libro de’ Re, al 7º capitolo. Et gli dixi che egli non saria vivo nel 1500; et che questo era il suo miracolo, segno et portento. Il che come sai, tucto si adempiette appieno. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei composto in carcere l’opere che io composi: le quali cose, acciò che sappi, excitorno e’ mia adversi ad maggiore iracundia et odio inverso di me, maxime perchè in esse si conteneva che io desideravo d’esser morto, et ch’io confirmavo le nostre cose profetate esser state divine et non humane ispirationi. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei decto a’ mandatarii del papa, quando vennono da Roma per amazarmi, che ciò ch’io havevo decto l’havevo hauto da Dio, come è decto innanzi. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei detto allo Episcopo de’ Pagagnotti, mentre che in piaza, coram populo, mi digradò, le parole ch’io dixi. Imperò, mentre che quello faceva le ceremonie della degradatione et che dixe: Separamus te ab Ecclesia militante atque triumphante;[699] io arditamente gli risposi et dixi, che non era suo officio di separarmi dalla chiesa triumphante, et replicai dua volte la risposta dicendo: Militanti sed non triumphanti: hoc tuum non est. Alla quale risposta epso si humiliò et dixe: Amen, Dio ve ne dia la gratia. Et se bene ti ricorda, questo medesimo ti fu decto da epso episcopo che anchor vive. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei facto l’acto che io feci, la nocte che mi fu dato el comandamento, et detto che io mi preparassi alla morte; perchè havevo ad esser morto la mattina con Fra Domenico et Fra Sylvestro. Onde io, come sa ciascheduno, sentendo questo, non me ne turbai niente; anzi volsi la medesima nocte riposarmi alquanto et dormire un poco, come quello che non stimavo il vivere al mondo cosa alcuna, nè più me ne curavo che si curassi Dio. Et certamente tu leggerai forse di pochi haver facto il simile; cioè che, sappiendo quello havere ad esser morto infra poche hore, vogli prima tamen riposarsi et dormire alquanto. Per tucte queste cose, adunque, et per molte altre che potrei dire; si può cognoscer chiaramente quanto nelle mie grandi tribulationi, et nella crudel morte che mi fu fatta fare cogli altri mia carissimi fratelli, io fussi et d’animo virile et di cor generoso. Ma ben sai, che io usai ancora alcuni termini di humilità; secondo che cognoscevo esser expediente all’honor di Dio, alla salute mia et al bene universale degli electi del Signore, alli quali qualunque cosa acchaduta di noi, e’ pigliano in buona parte et cooperano loro in bene: così alli captivi impugnatori, e’ pigliono in mala parte, et resulta loro in male et peggio. Ma io voglio che tu sappi, che io usavo anchora con li mia adversi examinatori certi dextri modi di parlare pungitivo, et non pareva mio facto, et maxime inverso del falso notaio ser Francesco di ser Barone, stipulatore et componitore de’ processi falsi. Imperò, venendo tal volta quello con astutia al carcere, solo, et per parlarmi, et per vedere se poteva haver da me più una parola che un’altra, reprensibile da potersi adtacchare; io alle sue domande et interrogationi, davo certe risposte corte et bifurcate, che dall’un canto epso cognosceva che io le diceva in sua reprensione et increpatione, et non per rispondergli approposito, et dall’altro canto erano decte in tale modo, che pareva che indirectamente io gli havessi risposto al proposito della sua domanda: et così si partiva da me confuso.
Declaratione d’alcune parole, che dixe il propheta Hieronymo al falso notaio ser Francesco di ser Barone, quando epso notaio andò al suo carcere malitiosamente per interrogarlo. — Capitolo 12.
Agricola. Io non so, Padre mio sancto, se uscirò troppo fuora del proposito ad dirti una cosa che non voglio per niente tacere. Imperò, e’ sono vivi ancora dua testimoni religiosi, cioè Frate Francesco Funandoli et Frate Gabbriello di Lorenzo tintore da Prato, ora predicatori, li quali parlarno al prefato ser Francesco notaio, pochi giorni innanzi ch’epso morisse, mentre ch’era malato nella sua villa di Monte Cucholi dove malamente perì. Imperocchè, andando questi dua religiosi ad accattare del grano in elemosina, et passando dalla casa della villa del detto falso notaio; epso gli chiamò, perchè era sublevato in terreno, et gli fece sedere, et fece trovar loro da fare colezione parecchie mele et un poco di vino con un poco d’acqua, et incominciò a ragionare ad quegli de’ casi sua, et dixe loro che tu eri stato uno grande rubaldo. Et dixe che venne non so che notte alla tua prigione, per parlarti et interrogarti con astutia, come hai detto; et ti domandò per quale causa tu cercavi fare venire e’ principi nella Italia, et che tu gli rispondesti solamente questa parola et dicesti: Per gloria. Hor dimmi, ti priego, dixe quello il vero?
Propheta. Così fu et dixe la verità. Imperocchè quando lo sollecitavo con lettere il re di Francia, che dovessi venire in Italia et restituire Pisa alli Fiorentini, et observare li capituli et le promisse facte; et le lettere anchora che erano già scripte, et volevo mandare a’ principi Christiani che dovessino fare Concilio, per respecto de’ mali portamenti di papa Alexandro VI; acciò fussi et per ragione naturale et in oltre per segno soprannaturale manifesto ad tucto il mondo, come Dio ci haveva revelato et comisso che dicessimo che quello non era Christiano nè vero papa: tucto facevo per gloria. Ma che non fussi vero papa, utrum se procedeva per defedo di eletione, o veramente perchè Dio l’avessi dipoi riprobato et absoluto da tale officio, per le sue enormi sceleratezze o veramente perchè non havessi forma di christiano, cioè non baptezato, questo non è expediente che dica.[700] Basta che Dio ci haveva così commesso come appare nel processo di Frate Domenico da Pescia, cioè in quello che comincia così: In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen; et che finisce così: In simplicitate cordis mei, letus obtuli universa.[701] Et questa è una dell’altre gran falsità che usò di fare il decto malo notaio nel processo; perchè non scripse di questa cosa, nel modo ch’io aveva decto, come chiaramente si cognosce nel leggere il decto processo di Fra Domenico. Perchè io dissi loro che questa cosa ci era stata revelata da Dio, et descesi al particulare della revelatione; tamen el captivo et falso notaio non misse questo gran particulare et magno secreto nel Processo, con consentimento degli scellerati examinatori; ma attese iniquamente ad caluniarmi, et ad scrivere di sua fantasia molte et molte cose che della bocca mia non erano mai uscite, nè mai erono state in mia volontà; et attendeva quanto poteva ad interpretare ogni mio parlare in mala parte. Hora tu hai inteso come, per gloria, scrivevo a’ principi che dovessino venire in Italia.
Agricola. Et per qual gloria utrum humana aut divina?
Propheta. Qui sta el puncto. Ma che dixe el notaio a’ sopradetti frati circa ad questo?
Agricola. Dixe formalmente così: Ma io ch’ero captivo, quando Fra Hieronimo dise per gloria, interpretai in me medesimo et dixi: per gloria, idest pro gloria humana.
Propheta. Ben la sua interpretazione non fu vera, perchè io lo facevo per gloria di Dio, et non per mia humana gloria. Hor ecco, che già tu hai inteso uno de’ modi delle sue falsificazioni per sufficienti testimonii, et hai inteso una delle bifurcate parole ch’io usavo inverso di quello. Et ben sai ch’io non gli dixi per qual gloria, sì perchè non ne domandò, sì etiam perchè cognoscevo la sua mala intentione, et con che malitia et iniquità et doppiezza veniva ad interrogarmi: et però gli rispondevo con prudentia, et non mi venivo ad laudare nè ad incolpare. Et così el captivo notaio rimaneva preso da Dio nella sua astutia, sicut scriptum est: capiam sapientem in astutia sua.
Agricola. Certo che meritamente quello rimase preso nella sua astutia, poichè veniva con animo d’interrogarti et intenderti malamente. Ma e’ disse ancora a’ sopradecti religiosi, che inoltre ti domandò et dixe: Non vi confessavi voi di questa cosa? Et che tu rispondesti, che no. Et dixe che fuor di queste due cose, tu non meritavi una scopata; et che per questo, quando si publicò et stampò el processo, l’ebbe per male.
Propheta. Et dove si trova, che l’huomo sia tenuto ad confessarsi del bene et delle cose che non sono peccati?
Agricola. Però dico io che lui pigliava la fallacie in ogni cosa. Preterea e’ dixe ancora che ti rispose dicendo: Ben, come facevi voi ad celebrare, che voi non vi confessassi di questa cosa? Et che tu gli rispondesti formalmente così: Quando l’huomo ha perso la fede et l’anima, non si cura come l’anima sua vada, e può fare ciò che vuole et mettersi poi ad ogni cosa grande.
Propheta. Che ti pare di questa responsione?
Agricola. Parmi una risposta mozza, nella quale al tucto resta suspesa l’applicatione del particulare; perchè non per questo venisti già a dire d’esser tu che havessi persa la fede et l’anima;[702] et quanto ad questo la sententia è chiarissima. Ma ad che fine, gli rispondesti tu in questa forma?
Propheta. Per dargli una gran coltellata ad traverso al volto, che non paressi mio facto; perchè io volsi ch’egli intendessi ch’io indirectamente dirizavo quel parlare ad lui proprio, il quale, per haver persa la fede et l’anima, non si curava come la sua anima andassi; et che per questo si metteva ad compiacere alli pessimi examinatori, faccendo inverso di me ciò che voleva di gran male et di gran falsificatione. Onde tu ben vedi, che nella mia suscriptione d’alcun processo che hai letto,[703] appare che io do notitia delle postille ch’esso falso notaio interseriva in epsi.
Agricola. Gli è poco tempo che io lessi, oltre al falso processo stampato, che a Roma s’appella el bugiale, una examina quadripartita de’ 21 et 23 et 24 d’aprile 1498,[704] la quale fu facta sopra e’ casi tua; et appare in epsa la sustantia delle sopradette interrogationi, tamen al tucto falsificate dal prefato notaio con sue postille, delle quali postille tu ne dai chiarissima notitia, etiam nella tua subscriptione che appare in epsa examina.
Propheta. Hor ecco, adunque, che per sufficienti testimonii, e per la confessione del notaio, et per la mia suscriptione che hai decta; tu resti al tucto certo della mia innocentia. Per la qual cosa gli è da notare che, respecto al parlare della mia subscriptione della examina de’ 21 et 23 et 24 d’aprile, non vengono ad essere autentici e’ sua processi, nè di valore alcuno; nè si debbe prestar fede ad veruno processo che lui habbi stipulato o scripto, ovvero ne sia stato rogato. Ma tu vedrai forse un giorno, io dico forse, essere tracte l’ossa sua del sepulchro, che si sa di puncto dove che sono, et così quelle di Alexandro Sexto et di alcuni altri; et esser facto tale cosa di quelle, che ne resterà perpetua memoria in terrore et exemplo de’ mortali, mentre che durerà el mondo.
L. I tre processi apocrifi del Savonarola.
1. Il primo falso processo, fatto e messo a stampa per ordine della Signoria.
¶ Questa e la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara Sauonarola facta di lui da li spectabili et prudenti homini Commissarii et examinatori de li Signori Fiorentini per commissione de la sancta Sedia Apostolica[707] solenemente electi et deputati come in esso fidelmente appare.
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.
¶ Questi sono li commissarii che furno iuridicamente electi et deputati cioe.[708]
Dua del numero de ghonfalonieri di compagnia del populo
Carlo di Danielo canigiani.
Giouani di messer Giannozo manetti.
Dua del numero de. xii. buoni huomini.
Giouanni di Antonio canacci.
Baldassari di Bernardo brunetti.
Dua del numero de. x. nuovi di liberta et pace.
Piero di Daniello delti Alberti.[709]
Bcnedecto di Tanai de nerli.
Dodo dagnolo Spini.[710] Vno dol numero delli. viii. nuoui.
Tomaso di Bernardo Antinori.
Francescho di Luca di messer Maso delli Albizi.
Giuliano di Jacopo Mazinghi.
Piero di Bertoldo Corsini.
Braccio di messer Domenico Martelli.
Lorenzo di Matteo Morelli.
Antonio di Jacopo di pagnozo Ridolfi.
Andrea di Giouanni Larioni.
Alfonso di Filippo Strozi.
¶ Tutti Citadini Fiorentini. I quali nella infrascripta examina procedeno[711] in questo modo infrascripto: incompagnia anchora et in presentia di messer Simone Rucellai. Et messer Tomaso Arnoldi Canonici Fiorentini per ordine et commissione della sanctita del Papa.[712]
¶ Adi. IX del presente mese daprile il dicto fra Hieronymo fu interrogato et examinato nella sala disopra del Barigiello. Prima a parole poi con minacci poi con tortura et hebbe dicto di in due uolte tracti, iii. et mezo di fune.[713] Dipoi adi. xi. xii. xiii. xiiii. xv. xvi. xvii. fu ogni dì examinato circa alle moderne cose con parole et conforti senza alcuno tormento o lesione di corpo. Et benche in tutti dicti dì in alcuno cose uariasse et dicesse quando auno modo et quando a unaltro nientedimeno adi. xviii. interrogato di nuouo a parole et senza tortura o lesione di corpo confesso et affermo quanto nella dicta exanima si contiene. Et dipoi questo soprascripto di adi. xix. di aprile medesimamente senza tortura o lesione di corpo ma con parole humane et conforti[714] hauendo di nuouo rilecto et ben considerato tutta la infrascripta examina confermo et disse in presentia de dicti canonici examinatori et commissarii essere vero in tutto et per tutto quanto in dicta examina si narra[715] et così se soscrito spontaneamente de sua propria mano.
¶ La verita e questa che circa a. xv. anni fa essendo io nel monasterio di san Giorgio la prima volta che io fui a Firenze con fra Tomaso Strada che le morto: il quale parlava auna sua sorella monacha. Et in quel mezo inchiesa pensauo de comporre una predicha: nel pensare mi venneno alla mente molte ragione furno circa a. vii. per le quale si mostraua che alla chiesa era propinquo qualche flagello. Et da quel puncto in qua cominciai a pensare molto simile cose et molto discorsi le Scripture.[716] Et andado a san Gimignano a predicarui cominciai a predicarne et in dui anni che io ui predicai proponendo queste coclusione che la chiesa haueua a esser flagellata: rinovata et presto. Et questo non haueuo per riuelatione, ma per ragione delle Scripture. Et così diceuo et in questo modo anchora predicai a Brescia. et in molti altri luoghi di Lombardia qualche uolte di queste cose doue stetti ani circa, iiii. da poi tornai a Firenze che dal di che io fui in san Giorgio, come disopra e dicto alla tornata mia in Firenze, ui corse anni circa a. vii. di tepo. Et cominciai il primo di dagosto in san Marco alleggere Lapocaiypsi che[717] nel M.cccc Lxxxx. Et proponeuo simelmente le medesime coclusione sopradicte: dipoi la quaresima predicai in Sancta Liberata il medesimo non dicendo perho mai che io lauessi per rivelatione: ma proponendo che credessino alla ragione affirmando questo con più efficacia che io poteuo: dipoi passato la pasqua di questa quaresima: fra Siluestro tornando da san Gemigniano mi disse che dubitando delle cose che io diceuo et riputandomi pazo li apparue in uigilia uisibilmente secondo che disse uno frate nostro morto: il quale lo riprese et disseli queste parole: tu no dei pensare questo di fra Hieronimo: che tu lo cognosci dipoi hebbe molte altre apparition simile secondo mi disse fra Siluestro.[718] Et perho oltra al desiderio et accensione che aueua a predicare simile cose maccesi ad affermarle anchora in qche parte più che prima: [benche in facto fusseno tutti miei trouati et p. mio studio.] Et vedendo la cosa succedermi bene andai più auati. Vedendomi crescere la gratia et la riputatione nel populo di Firenze: cominciai adire che io laueuo p. reuelatio. Et così cominciai a uscire fuora forte. [Il che fu una mia gra presumptione.] Et molte uolte diceua delle cose che mi referiva fra Silvestro pesando qualche uolta che fusseno uere: nientedimeno io no parlava a Dio nè Dio a me in alchuno spetial modo: come Dio suol parlare a suoi sancti apostoli o profeti o simili: ma andauo pur seguitando le mie prediche con la forza et la industria del mio ingegno [et presumptuosamente affermauo quello che non sapeuo esser certo:] volendo ciò che io trouauo con lo ingegno fuse uero. Et tanto poi mi inebriai in questa cosa che io usci a dire che ero più certo di tal cose che io non ero li in perghamo et che doi et doi fano quatro. Et tutto per dare più credito alle cose che io diceuo: et per confermarle piu nella mente deli huomini: et[719] faceuole uerisimile con ragione et similitudine stando sempre più forte nella mia opinione: [per parere, pur che io dicessi il uero et che fusse da dio: ma non sapeuo nulla: ma la gloria del mondo macecchaua.[720]]
¶ Et a questo modo mi condussi in sino á lanno M.ccccxciiii. di poi essendo cominciato questo gouerno dal. M.ccccxciiii. in qua cominciai ad affermare più le cose mie, non solo p. gloria: ma per uolere condurre lopera del gouerno di Firenze, si per riputatione si per hauerlo al mio senso et per potermene ualere come di sotto si dirà: et ancho per hauere credito fuora di Firenze et così affermauo di Pisa et de beni della cipta di Firenze et de mali et daltre cose particulare. In questo medemo modo non ero certo di potere fare miracolo o segno supernaturale come più volte hauemo dicto che si farebbe a luogo et tempo [ma lo affermauo per dare riputazione allopera mia.]
¶ [Quanto alle visione di fra Siluestro quale le fusseno non mene curauo ma mostrauo ben curarmene assai: pche erano trouate tutte di mio ingegno et di mia astutia. Et se pure le cose di fra Siluestro mi ueniuano al proposito laueria dicte et attribuitole a me per dare più riputatioe alle cose nostre come era qualche bel puncto, o qualche gentilezza.] Ma[721] sapiate di certo che questa cosa che io ho conducta lho conducta con industria si prima per la philosophia naturale: la quale molto mi serviua aprouare le cose et efficacemete persuaderle et poi la expositioe della Scriptura aiutaua la materia et sempre il mio ingegno uersaua in queste cose grande et universale cioè circa il governo di Firenze et circa le cose della chiesa: et poco mi curaua di cose particulare, o piccole.[722] [In fine dico essere stata tutta mia industria: et benche fra Silvestro mi dicesse più suoi visione: il forte era nel mio ingegno: tamen io lo pigliauo et diceuo erano da dio secondo mi ueniuano al proposito et fingeuo et mostrauo alui di credere che lauesse da dio: et lui confortauo che non ne dubitasse ne lui ne fra Domenicho intendeuao la mia intentione: perche con loro andauo: con grande industria et astutia.]
¶ Come di sopra dico io cominciai a predire le cose più anni inanzi che fra Silvestro mi referisse suoi visione: et quado no fusseno state le visione di fra Silvestro quello medesimo arei dicto: nietedimeno come etia ho dicto disopra mene seruiuo quando mi uenivano aproposito.
¶ Et sappiate che fra Siluestro ha questa natura sin da giovinetto come e notto[723] a molte gente che lui fa insogno quello che fanno li altri in vigilia: perche si leua ua atorno parla: mangia scriue: legge predicha dice messa cercha de bastoni per casa et se può da: et non se può destare se non si percuote o co la maza, o con altro, o con lamano diricta al cuore et quando si desta pare che si sciolga da uno grande legame et che uenga dell’altro mondo dicendo Jesus Jesus: et tra laltre cose che la facte che io so et ho uedute una nocte si leuo et venne in choro quando ueranno[724] li altri frati et prese uno pugno di segatura delle casette dove si sputa: et se ne misse in boccha dicedo, o le buona: dipoi ne trasse nel volto alli altri frati. Vna mattina legendo io nellorto sadormento circa alfine della lectione: et così adormentato ando per lorto et entrato nella uigna cauo una canna: et feceli la coccha: et così colse uno bello grappo duua in quello luogo et cadedo in terra il grappolo: frate Antonio da Rada lo prese et fra Siluestro gli de della canna in sul capo dicendo danne anche ame: et comincio a mangiare di quella uua: et io era presente et io viddi tutto: et perche l’uva non li facesse male essendo buona ora lo feci destare.[725]
¶ Vnaltra uolta si leuo essendo nella cella del priore: che era fra Francesco saluiati: et tolsegli ipanni che lui haueua adosso et strassinoli per tutto il dormitorio: molte uolte dormedo insieme con lui lo udito cichalare et dire idefecti de frati et de secolari: et intra glialtri diceua una uolta di Padolfo rucellai: Tu fai come il fornaio: che fai fare i frati e non ti fai tu. Vnaltra uolta a sancta Maria Magdalena si leuo et uestissi et andò in chiesa: et entrato in perghamo comminciò a predicare. Et molte altre cose simile a facto: et spesso p. lo adrieto: hora lo fa rare uolte excepto qualche cichalaria.
¶ Lopinione mia circa alle predicte cose di fra Siluestro dico essere una complexione così facta et una occulta dispositione o infirmita la quale si sono sforzati molti medici di curare et finalmente se ben mi ricordo fu cocluso che nel processo del tempo se ne guarirebbe come se poi uisto che al presente no fa tanto spesso.[726]
¶ Quanto allo intento mio et fine al quale io tendeuo: dico inuerita essere stata la gloria [del modo][727] et hauere credito, o riputatone: et per uenire a questo effecto ho cerchato de mantenermi in credito et buon grado nella cipta di Firenze paredomi che la dicta cipta fusse buono instrumento affare crescere questa gloria:[728] et farmi credito anchora di fuori: maxime uedendo che mera prestato fede et per aiutare anchora questo mio fine predicauo cose per le quale ichristiai cognoscesseno le abominatione che si fanno a Roma. Et che si cogregasseno affare uno concilio il quale quando si fusse facto sperauo di deponere molti prelati et ancho il Papa. Et arei cercato desserui et essendoui confidauo di predicare: e fare tale cose che ne sarei stato glorioso [o con essere stato fatto grande nel concilio o con restare in assai stima et riputatione di mondo.]
¶ Et per condurmi meglio al soprascripto mio intento et fine: essendo già introducto nella cipta di Firenze il gouerno ciuile: il quale mi pareua essere optimo instrumento alla mia intetione: cerchauo di stabilirlo al mio proposito: et per tal modo che tutti iciptadini fusseno beniuoli a me, o uero seguitassero il mio consiglio, [o per amore, o per forza:] et era mio animo che nella cipta di Firenze: si fermasse et stabilissi dicto gouerno ciuile al modo Venetiano al più si potesse: nel quale intendeuo che regessero quelli che erano mei amici più che li altri: et per questo li fauoriuo co ogni mia industria a me possibile nel tempo che sordino el cosiglio benchè io uedessi molte contradictione da gradi: io fauoriuo il populo per fare il cosiglio grade a ogni modo. Poi che fu facto per paura che le. vi. faue non fessino qualche disordine tentai lapello. Il quale beche hauesse molte contraditione pure si fece dipoi ebbi desiderio che si leuassino. xx.[729] et persuasi prima irrenutiare a Giuliano Salviati. Poi a messer Domenico Bonsi. Il quale si monstro alieno, et uuolmi arricordare che io lo dicessi achora a Fracesco ualori: il quale lhebbe per male la renutia del xx., et disse a Giuliano Saluiati. Tu hai guasto questa cipta a renutiare. Dipoi nelle predicatione tocchauo questo caso de. xx sotto couerta in questo modo cioè. Elce unaltra cosa da fare che no hauete anchora facto.
¶ Poi si fece la legge contra il parlamento: la quale et con predicationi et scripti molto sollicitai: uededo poi certe diuisioe tra ciptadini presi a fauorire quella parte che mi pareua più a proposito di questa opera mia et prima in generale dipoi cominciai al particulare per cognoscere meglio il fine de ciptadini et finalmente mi ristrinsi a unirli insieme. Et perche non può essere unione senza capo: paredomi più a proposito Fracesco ualori presi a fauorirlo: maxime credendo no si potesse fare tyranno: et questo uenne et da me et da lui: in quanto el ueniua a me et si comendaua se stesso dicendo essere buono ciptadino che quanto a questo nessuno lo superava: et in doi modi io lo fauoriuo. Et incomendarlo che gliera buono ciptadino laltro in cofortare qualche ciptadino chestesseno con lui uniti: benche a pochi: perche a pochi parlauo. Come era Giouan Baptista Ridolfi: benche nello diceuo sotto coperta: et per uno buon modo: ma tale che lui mi poteua intendere perche mi pare sauio. Ma Giouan Baptista mi sputaua parole per le quali comprendevo non sintendeua bene con Francesco benche parlaua in generale: cosi anchora parlai a Alamanno et Jacobo Saluiati: Intendendo che non stauano ben con Francesco et confortaili a stare ben co lui. Et loro mi disseno essi[730] fa troppo grade ebisogna darli qualche sferzata et tenerlo adrieto. Et io haueuo per male che fusseno disuniti da lui perche mi pare sempre siano iti bene et erao di quelli riputauo mei amici. A Giuliano Saluiati non mi ricordo auerlo dicto: ma mia intetione era uandasse a Luca di Antonio delli Albizi: Antonio Giraldi: Et Lionello Boni anchora li comendai liquali tutti tre ne diceuano male. Anchora li comedai a Domenico mazinghi et cosi a molti altri i quali usauano in san Marco et simile anchora a cofessori et a frati mei: et tutto a fine che lui[731] fusse seguito et hauesse fama. Vero e che io cofessauo alloro che gliera strano et per fare anchora più stabile il dicto gouerno della cipta di Firenze: et che ogni due mesi non sauessi a mutare: era mio animo di stabilirlo co modo Venetiano: cioe di fare uno Duce[732] o uero ghonfalonieri a vita o per qualche longo tempo secodo si fusseno accordati. [Et questo faceuo per gloria et ripulatione mia per hauer quello uoleuo nella cipta.] Et arei desiderato che fusse stato Duce[733] uno che non hauessi figlioli ne molto parentado: perche stesse piu sotto posto alle legge et no si potesse fare tyranno ma non ne trouauo nessuno nella cipta di Firenze che mi piacesse benchè se Francesco Valori non hauesse hauuto quelle strane conditioni lui per il primo lharei posto et dopo lui Giouan Baptista Ridolfi: ma mi daua noia il grande parentado che ha: questo perho non conferi io mai con persona se non con frate Nicolo da Milano[734] et credo con fra Siluestro et fra Domenico.
¶ Et ebbi già sospitione che Fracesco ualori: et altri di quelli che erano detti amici mei: non si uolessero restringere et fare uno stato fra loro: perho predicauo et scriueuo contro a tale strecto gouerno accioche per amore, o per forza questi tali fauorisseno questo gouerno ciuile:[735] nel quale perho uoleuo loro fusseno i principali: et laltra parte stesse sotto: cioe che il fauore del consiglio fusse per li amici mei: iquali uolentieri fauoriua circa ecasi dello Stato: per che mi pareuano buoni: beche in generali parlassi.
¶ Questo soprasscripto mio intento et concepto non lo mai conferito con persona: ma bene ho cercato di condurlo a fine p. mezzo di religiosi: et ciptadini et seculari: a quali non perho mai parlato particularmente ma in genere [per no essere gioto allaccio: perche qualcuno si sarebbe potuto mutare et machare dalla affection nostra et are publicato la cosa et così ne sarei stato imputato.]
¶ Quanto alle intelligetie expresse, o particulari che si facesseno in san Marco per nostro mezo: dico non uinesser facta alchuna che io lo sappi ma in genere era dichi andaua alla predicha che si cognosceuano tutti inuiso et io li cognosceuo et questo era la forza principale di questa cosa: et tutte le prediche tendeuano al soprascripto fine: et così le diuotione et processione che si faceuano i san Marco [et le hipocrisie et le famigliarita et amicitie di ciptadini] le cofessione et oratione co cati et tutte simile altre cose erano per acrescer lopera mia: ma cognosceuo bene che tra quelli uenera di quelli che no andauano bene: che ui ueniuano per loro utile: et quelli ciptadini ne qli io molto cofidauo si stauano uniti se hauessino facto quello diceua loro hauerebbeno mantenuto me et lopera mia.
¶ Circa iparticulari della cipta io non mi extendeuo p. due ragione. La prima p. mantenermi la riputatione. La seconda perche non mene intendeuo: maxime hauendo dicto tate uolte imperghamo di non me ne uolere impaciare, che non uoleuo dire una cosa et non lo fare. Et sapendo che Francesco Valori Pagolo Antonio Soderini et Giouan Baptista Ridolfi et iloro adherenti erano prudenti: ne sapeuano piu di me. Et io lassauo fare alloro. Et ero come il Duca di Millano passato al signore Ludouico:[736] onde non conferiuano meco le cose particulare et alloro bastaua hauermi per insegna et instrumento coprendosi sotto il mio mantello. Et io imperghamo et fuora confortauo questa parte nostra a stare unita et essere animosi affare quello fusse utile allopera nostra.
¶ Et una di queste utilità era che fusseno i primi a questo gouerno ciuile: et quando hauessi uoluto qualcosa particulare non larei conferita con ciptadini: per conseruare la riputatione mia ma larei facto per mezo di fra Siluestro, o di qualche altro frate: secondo mi pareua al proposito: come circa alli officii benche rarissime uolte perche non li cognosceuo et non mene intendeuo: sappiendo maxime che senza me erano soliciti isoprannominati egli adherenti loro al usare del mio mantello: di che di sopra fo mentione era il uenire a san Marco, monstrarsi essere del frate: fauorirlo nelle prediche con laudarmi et dire cose simile et benche molti uenisseno a san Marco p. diuotione: credo molti anchora p. beneficiarsi[737] et uedersi et fare una meza intelligentia.
¶ I ciptadini i quali usauo p. mezani a mandarli qua et la erano Andrea Cabini: Piero Cinozi: Girolamo Beniueni: Francesco dauanzati: Carlo Strozi assai: Jacopo Saluiati: quando Giuliano era ghonfaloniere. Alexandro Nasi: Piero di Pagolo delli Albizi: et in effecto non teneuo fermo nessuno se non Andrea Cambini con Francesco Valori: perche io mi guardauo p. mantenermi la riputatione. Et quasi tutto lo effecto di tale imbasciate: era circa in mantenergli in fede nostra: et mandauoli a Signori: a dieci: alli otto: dicendo stesseno forte et non dubitasseno che Dio li aiutaua: et notate che uno de principali fundamenti che io haueuo allo intento mio dicto di sopra cioè a mantenermi la reputatione et fama di buona vita. Erano il proposito fermo di non mimpaciare mai de particulari: sappedo maxime che i ciptadini mi seguitauano lo faceuano meglio: et meglio lo sapeuano fare che io non intendeuo et a me bastaua che mantenesseno il gouerno che io desiderauo in ogni modo che lo potesseno mantenere [o p. fraude o per qualcuno altro modo:] li nomi de Ciptadini erano questi. Francesco Valori: messer Domenico bonsi: messer Francesco Gualterotti: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Domenico Mazinghi: Luca di Antonio de glialbizi: Francesco del Puglese: Giuliano Alamanno: Jacopo Saluiati: Bernardo delinghilese dischiata Ridolfi:[738] Piero Lenzi: Berto da filichaia: Francesco di martino dello scarpha:[739] Francesco mannegli: Almerigo Corsini: Simone et Nicolao del nero: egli adhererenti. De quali sono quelli ciptadini che sono scripti in sul ruotolo della suscritione[740] era su uno quaderno di carta pecora che erano nello schanello mio in san Marco.
¶ Circa allo arere tenuto pratica con iciptadini dico che nel tempo che sono stato a Firenze: molti ciptadini manno parlato, ma con nessuno ho tenuto pratica particulare di stato come e di fare piu una cosa che unaltra particolarmente: ma nello uniuersale sie tutto il mio intento et stato di tenerli uniti ed animati.
¶ Con Francesco Valori parlauo di raro: ma Andrea Cambini portaua imbasciate fra me et lui: et quando dicto Francesco mi parlaua: mi parlaua molto di se: stimo lo facesse per che io auesse di lui buona opinione: et qualche uolta mi disse et mando adire p. Andrea Cambini che stauano male: che io facessi oratione: il forte de ragionamento de Francesco erano che lui auesse auctorita nella cipta: et achora mi parlo di uolere dare la figliola di Filippo suo nipote per donna a Matteo Strozzi: al quale Matteo io poi nacenai dalla lunga: et lui mi rispuose non uolersi in parentare con Francesco: perche stimaua che per imodi suoi douesse capitar male. Similmente mi disse dicto Francesco che harebbe uoluto dare dicta figliola di Filippo a Giouanni di Ncolo mannegli la quale cosa non ebbe di poi effecto: parlauo ancora alle uolte con messer Agnolo Nicolini: et a Pagolo Antonio Soderini: et a Giouan Baptista Ridolfi: et a più altri di quelli ueniuano a san Marco p. uarie cagione: messer Bartholomeo Ciai ma parlato qualche uolta ma non mi ricordo diche ragionamenti. A piero Guicciardini parlauo anchora spesso:[741] et incitaualo dicendo si portaua freddo p. l’opera nostra. Francesco Renuccini quando era de Signori uenne a me una sera inanzi le. xxiiii. hore a pigliare parer da me circa allimposta de preti. Lionello bono[742] anchora quando era de Signori mi uenne a parlare et dissemi male di Francesco Valori che era male ciptadino: che cercaua el be proprio. Et io lo difendeuo perche desiderauo ce auesse auctorita come ho dicto: benchè anchora mi dispiaceua p. la sua natura che era huomo da scacciare tutti isuoi amici. Alexandro di Papi di[743] Alexandri fu anchora questi di a me p. lo experimento del fuoco: a sapere se haueuano a tirare la praticha inanzi: et per conto di Lanfredino mi ueniua predicta[744] cagione: Piero di Pagolo delli Albizi. et Alexandro Nasi: a quali tutti rispuosi disi.
¶ Circa affare magistrati maxime Signori X. del otto[745] non ne parlauo mai expressamente dicendo fare il tale, o il tale: perche non cognosceuo così particolarmente tutti iciptadini. Nelle prediche confortauo in genere li buoni ciptadini: ma quando era instrutto da frati di qualchuno che fusse buono allopera nostra: are comendatolo con parole generale in circuli di frati: e di ciptadini che sene faceua spesso ne chiostri nostri: dicendo questo saria buono p. lopera nostra. Il simile faceuo di quelli che cognosceuo. Verbi gratia: Francesco Valori: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Giuliao Saluiati: Domenico mazinghi: Domenico Bartholi: Lorenzo et Piero Lenzi: et simili iquali similmente comendauo dicendo sarebbeno buoni per lopera nostra, o simile parole generale ma non diceui[746] mai fate il tale che mi saria stato charico: io considerauo più al ghonfalonieri che ad altro: officio rimettendomi a frati che cognosceuano iciptadini più di me.
¶ Et di hauere fauorito altramente alcuno p. hauere officio non si trouera: excepto che Francesco scarsi[747] uenne una uolta da me a pregarmi che fusse facto oratione per lui perche el fusse facto de. x. dolendosi che non era facto mentione di lui in dignità alchuna. Di poi essendo stato facto mi uenne a ringratiare delle oratione.
¶ Dello hauere tenuto pratica con Signori o altre persone fuora del dominio nostro di cose di Stato. Dico che al Re di Francia in quelli principii che ritorno in Francia scrissi tre ouero quattro lettere[748] confortandolo alla restitutione delle cose de Fiorentini. Et allo ritornare in Italia dicendoli che facendo altramente el capitarebbe male. Il simile li mandai a dire p. Nicolao Alamanni la prima uolta che parti di qua p. andare in Francia. Et anchora gliho mandato a dire p. piu Frazosi che sono passati di qua p. ritornare in Francia: ma il Re non ma mai atteso ne datomi risposta p. lettere ne p. imbasciate: i modo che p. Nicolao Alamani nellultima et penultima uolta che lui parti di qua no lo mandato adire altro et ancho non confidauo in dicto Nicolao ne mi pareua huomo da farci fondamento perche non stimauo potesse parlare al Re.
¶ Venne già a me uno frate Ludouico da Valenza maestro in Theologia: et dissemi parlandomi perho copertamente che il Papa uorebbe che i Fiorentini mandasseno a lui imbasciatori ouero li scriuessino qualche buona lettera: et molto mi stringeua affare opera che il populo stesse edificato ala uia del Papa: et rispuosemi[749] che questa cosa non poteuo fare come arebbe facto Lorenzo, o Piero: et lo rimissi a Francesco Valori: Piero Filippo et Pagolo Antonio et di lui poi non intesi altro.
¶ Messer Luigi Tornaboni mi misse gia inanzi di tenere pratica colla prefectissa di Sinigaglia[750] dicendo che ella haueua il modo a sapere delle cose di Francia. Et io dubitando dinganno lo rimissi a Francesco Valori. Et di poi non intesi altro.
¶ Passando di qui il Cardinale Burgens: et parlandoli mandai p. lui a sollicitare la uenuta del Re di Francia et la restitutione delle cose nostre. Similmente mandai Filippo Lorini in Fracia p. dire al Re il medesimo circa alla tornata et restitutione dicta mandato da me co saputa perho de dieci che allora erano: et le risposte furno come di sopra.
¶ El Signore Carlo Orsino et Vitellozo Vitelli quando tornorno di Francia furno da me in san Marco a confortarmi affare quello poteuo per il Re di Francia: et uenneno a me come io fussi il signore della terra: A quali risposi che pregherei dio per il Re et che ero di bona uoglia affare per il Re cio che potessi.
¶ Piu altri anchora Franzosi et Napolitani cacciati da Napoli: che diceuano andare atorno p. le cose del re di Francia et per cose di stati: mi ueniuano a uisitare per simili effecti: perche pareua loro che io fussi amico del Re di Francia: et tenessi la parte sua et io li rimmetteuo tutti a Francesco Valori.[751]
¶ Fu anchora da me messer Dolce da spuleto ibasciatore del Duca durbino: a offerirmisi: et fu in quel tempo che il Duca durbino sera tornato a casa sua, et io scrissi una lettera al dicto Duca.[752] Della quale lo effecto era che non si partisse da Fiorentini. Et partendosi che non li fusse contra: [pensando che lui fusse buono a mantenere lopera mia: p. che benche non li parlassi mai mili monstrauo affectionato non che lui ma ogni altro che auesse fauorito me et la parte che mi seguitaua: acciocchè fussino i maggiori col populo et che reggessino di fora et dentro et maxime fauoreuile hauendo le gente darme.] Et decta lettera mandai per lo imbasciatore del decto Duca che mi uene aparlare che fu il predicto messer Dolce.
¶ Anchora dico ebbi per male che messer Hercule fusse casso[753] per questi medesimi effecti et ebbi sospecto Piero Filippo non ne fusse stato causa per mettere inanci il Cote Renuccio. Et questo perche messer Hercole mera affectionato per mezzo di fra Nicolo da Millano che già fu Cancellero de dicto messer Hercole et ancho sapeuo era affectionato a Francesco Valori et etiam feci qualche opera con Francesco Valori: perche no lo facessi cassare et in questo modo hauedo le gete darme amici rimaneuano li amici mia più forti: et il gouerno di drento et di fuori andaua alloro modo: et in ogni cosa fusse occorsa nella terra si poteuano meglio difendere et a questo senso lo faceuo.[754]
¶ Il Conte Checcho da monte doglio mi mando gia uno suo canceliero pregandomi li fusse fauoriuile alla restitutione delle suoi terre et io gli scripsi che non era tempo a mouere simile cose: et per non dare materia alli altri populi de tetare simile causa: et pure lui facendo grande instantia: ne feci dire alla Signoria et a. x. pur qualche parola: ma pure freddamete perche come ho dicto no pareua fusse da fare in quel tempo et quado hauessi uisto il tempo larei facto per farmelo amico.
¶ Messer Agamenon Marescotti da Bologna podestà passato e stato anticamente nostro familiare: et pregai Jacopo Salviati che era electionario che lo elegessi: et cosi fu facto podestà: et questo feci si per hauere il fauore suo: si per il ben li uoliua: che pareua fusse al proposito allopera mia. Così hebbi grato questo podesta che e al presente: per essere padre dello Vicario dellarciuescouo di Firenze. Il quale e nostro amicissimo benchè di questo non ne feci opera alchuna.
¶ Marcuccio Saluiati[755] mi fu menato da Fra Ruberto suo fratello inanci al caso del fuoco: circa a. vi. di per che io lo confortassi al ben uiuere: et così fei: et hebbilo caro per hauerlo amico: et lui mi fece molte proferte inanci si partisse: dicendo io metterei la uita per uoi.
¶ Intesi Giouani della uecchia che era nostro amico da frate Cosimo tornaboni: che ebbi charo: ma no li parlai mai.[756]
¶ Al Duca di Ferrara al Duca di Milano ho ancora scripto circa al ben uiuere: ma non per cose di Stato: circa il fare de conducte non mene sono impaciato: se non con racomandare legiermente alcuno come uno figliolo di messer Nicolo da Esti da Ferrara: et uno Conte Cristophano da Gonzaga: et uno de Rangoni da Modena: et alchuni altri che io non cognoui iquali racomandai a Francesco Valori et a Domenico Mazinghi: et altri de dieci pure legiermente dicedo il tale uorebbe essere conducto, fate uoi.
¶ Circa alla guardia della piaza ch se ne fusse icapi dessa guardia io no sapeuo e ben uero che io confortai in perghamo che dicta guardia si conducesse: non mi ricordo gia se io ne parlai con particulari ciptadini: ma Francesco Valori dipoi lhebbi mossa mene lodo a bocca: et confortomi la seguitassi tato se facesse stimo anchora mello mandasse a dire p. Andrea Cambini: la cagione di questa guardia fu per securta nostra p. questi incontrarii a noi stessino sotto: et non hauessino facto qualche insulto come temeuamo.
¶ Circa al non obedire al Papa et non andare a Roma dico procede[757] per non essere morto per la uia, o a Roma come era da Piero di Medici, o dalla Legha p. essere io contra al proposito loro.
¶ Circa alla scomunica dico che benche a molti paresse non fusse nulla, nientedimeno io credeuo quella fusse uera et da obseruarla:[758] et obseruaila un pezo: ma poi uedendo che lopera mia andaua in ruina presi partito a non la obseruare più anzi manifestamente a contradirla con ragione et con facti: et stauo obstinato in questo per onore et riputatione et mantenimento dellopera mia.
¶ Circa al cominciare al predicare nella septuagesima che fu adi. xi de febrajo: dico che prima aspectai le lettere di messer Domenico bonsi: quelli che egli scripse alla Signoria et unaltra a me. per le quale auisaua che il Papa non era disposto a dare licentia che io predicasse: unde mosso da me perche uedeuo che lopera mia ruinaua. mi dispuosi a ripredicare p. sostenere la mia opera: et di questo non fui excitato da alchuno ciptadino particulare: ma più presto gli amici mia sene dolsene come fu Alamanno et Jacopo Saluiati et Domenico mazinghi. E ben uero che alchuni di quelli che usauano in San Marco mi diceuano quando si predica,[759] noi ci moiamo di fame: et Giouanni di Jacopo di dino mi ricordo uenne a me a San Domenico et domandomi quando saueano a fare igradi:[760] ma non mi chiari[761] quando sauessi aricominciare perche cosi di fare costumaua di non manifestare sempre il certo del di quando uoleuo predicare.
¶ La cagione perche io usci di sancta Liberata il secondo di di quaresima: non fu per obedire al Papa ma per paura di essere morto: et poi che io fui conducto apredicare in San Marco io fermai il predicare: non obstante la lectera de. iii. di marzo di ser Alexandro bracci: per la quale lui mauisaua della grande alteratione del Papa e di tutta la corte et del pericolo che correuano i Fiorintini la: perche stimauo fussino minacciati.[762]
¶ Circa alle lettere che ebbe dalli imbasciatori, o scripte alloro dico che ho scripto qualche uolta a Giouachin guasconi confortandolo a confortare il Re[763] atornare in Italia: et restituire le cose a Fiorentini: et ho facto ogni opera che dila tenesse le cose calde:[764] et questo feci perche intendeuo che il uescouo de Soderini scriueua freddo: et questo per mei frati: et io laueuo per male: non mi ricordo perho del chiaro se io scripsi, o mandai a dire a Giouachino quanto disopra e dicto perche io a lui: et lui a me ci habbiamo scripto poche lettere: ma Giouacchino scriueua bene spesse al figliolo: il quale poi mi mostraua le lectere: et a lui io a bocca diceuo quello mi ricorreua di risposta.
¶ Da messer Domenico Bosi ho auuto due lectere: una auisaua che il Papa non mi uoleua dare licentia del predicare laltra mi riprendeua dello hauere cominciato a ripredicare il più frequente che mhabbi scripto e stato ser Alexandro braccia: il quale mae proprio a scripto due lettere di cose generale et in mia laude et conforti: ma il forte delle lectere lui scriueua a ser Bastiano da Firenzuola suo genero: il quale poi mi referiua tutto et leggeuami le decte lettere. Il contenuto desse era per la practica delle cose mei et daltre cose: et tutto si cominciaua con Francesco Valori.
¶ Messer Ricardo bechi scripse anchora a Giouanni suo fratello delle cose mie: ma lauamo a sospecto perche scriueua cose contra a noi.
¶ Dell’ordine et preparatione che si fece il uenerdi sancto hora lanno: non ne seppi ne so altro particulare: se non in questo modo io ho inteso da Filippo Arigucci: che allora era de Signori che uoleua gittare dalle finestre del palazzo. Bernardo del nero che era allora ghonfalonieri di iustitia: et che in quel tempo il dicto Filippo mando a dimandare madonna Camilla de Rucellai qllo si haueua affare allora et che lei gli mado a rispondere che lei haueua hauuto in reuelatione che gittassero delle fenestre Bernardo del nero et che madonna Camilla lo disse a fra Malatesta frate di san Marco: se questo gittar di Bernardo del nero delle finestre era inspiratione diuina: et fra Malatesta ne domando me: se poteua essere inspiration diuina: et sera licito il farlo: et io rispuosi uoi sapete come sa a rispondere per me in questi casi rispetto alla irregularita ma io non lo confortai si facesse: rispecto alla irregularita dicta: ben mandai a dire et a confortare Filippo Arigucci per Domenico Mazinghi che io adoperaua a simile imbasciate che stessi forte con qualchuno de sua compagni: et così confortai Domenico Mazinghi che era ghonfalonieri di compagnia affare il simile et cosi confortai facessi come suoi compagni: et stare forte tutti contra la opinione di Bernardo del nero: perche era contra allopera nostra: ma no cofortai che fusse morto: bene arei hauuto charo che fusse stato mandato uia. Il fine di gittar Bernardo a questo modo delle finestre credo fusi perche era contrario allopera nostra: et per leuar uia un capo allaltra parte.[765]
¶ Con Piero de Medici non ho hauuto pratica alcuna perche li sono stato sempre molto contrario: ne ho hauuto il maggiore inimico uolendo il Re di Francia introdurlo in Firenze come ciptadino: quando torno da Napoli io disputai con in[766] Re che non lo facesse. E ben uero che Dino di Jacopo di Dino mio amico mi scripse da Roma che Piero uoleua uiuere bene: mi chiedeua instructione del suo uiuere et mi se ricomandaua: et io li rispuosi che Piero uoleua appicchare la pratica meco et perho che io non uoleuo entrare in altro se non che pregherei dio per lui.
¶ Vnaltra uolta fu a me anchora uno che io non conobbi: et dissemi come Piero mi si racomandaua: et che uoleua ben uiuere: et tornare come ciptadino: ma questo tale nocturno[767] a me se non una uolta et come di sopra dico non lo conobbi: era uestito da prete: piccolo di statura bruno di carne e di eta danni quaranta in circa la Contessa suocera di Piero et Lanfonsina[768] sua donna quando cera molto me lo raccomandorno alle quale rispuosi che non credeuo che Piero mai ritornasse.
¶ Et col Cardinale de Medici non ho auuto pratica se non che due uolte mha scripto raccomandandosi: che le cose sue[769] fusseno restituite: et come e noto et per molti si sa: furon restituite alchune cose piccole di che non accade al presente far mentione: dico ben se fusse occorso che Piero fusse tornato: mio animo era dirgli quello che ho predichato: lho facto a buon fine maxime non essendo tu qui instato et quando tu fussi instato non tharei predichato contra: ma parlato de uitii in generali.
¶ Delle cose di Pisa dico non dissi mai hauerla in pugno: ma dissi bene Pisa tu lharai in ogni modo: e uero che io dissi ho in pugno più gratie: ma non specificai mai di Pisa [perche parlauo cauto per non essere preso et in sermone]. E ben uero arei hauuto caro per ogni mezo si fusseno rihaute le cose uostre per essere uero propheta; perche mi ueniua al proposito e uero che il Re di Francia mela promisse poi mela disdisse. Et per hauermela disdecta lo comunicai con la Signoria era allhora quando tornai dal prefato Re da Poggibonzi.
¶ Quando feci quella predicha oue io narrai di alchuni huomini di grande ingegno che si douessino fare frati fu p. messer Vliuieri arduino et per messer Malalesta che sapeuo erano alla predicha et altri simili: et di poi a messer Malatesta in particulare alleghai qual cosa di illuminatione: et più cose expresse et dissigli che messer Philippo Varamoro et messer Pandolfo de Medici cerano apparsi. et decto che si facesse frate: et uuolmi anco aricordare che io dicessi a messer Malatesta che non si facendo frate che andarebbe allo inferno.[770] Questi simili uoleuo con meco p. magnificare lopera mia: et hauere dal mio ualenti huomini [di quello anchora che io ho decto di sopra che sono nello inferno. lho dicto per darmi riputatone non che non lo sapessi.]
¶ Hebbi una uolta in secreto una lettera senza subscriptione da frate Siluestro: dal quale poi intesi che gliera stata mandata da una nuora di Tanai che e de lenzi:[771] p. la quale io era auisato che mi hauessi cura: perche era uno che mi uoleua fare male. Il che presumpsi fusse di Jacopo: [non so certo se poi io dissi hauer hauuto questo p. riuelatione: ma credo certo lo dicessi. Il simile dico di quelli secreti che io diceuo:] il quale si uoleua far grande:[772] [quali diceuo da me[773] spaurirlo.]
¶ Circa anchora quelli che io dissi che non uoleuano si rihauesse Pisa: et quellaltra predicha nella quale io narrai che ecerano tanti: peggio dico che io non ne seppi mai alchuna cosa certa o particulare: ma lo dissi perche stimauo così: et se era alchuno che lo uolesse fare[774] si ritirasse indrieto: et dargli spauento: [et a me attribuire riputatione.]
¶ Circa la chiauetta[775] et chassetta di che ho facto mentione tante uolte et che ho detto appartenere alla Chiesa: lho facto per dare terrore, minacciare, et p. fare tenere adrieto le mani a chi mi uoleua male: et infine sono state parole: ma altro particulare secreto o reuelatione non uera drento.
¶ La predicha che io feci loctaua della donna. M. cccc.xcv. quando io monstrai essere ito in paradiso:[776] [lo feci p. attribuirmi riputatone et gloria et] fu una intentione che io feci stando nella libraria greca di san Marco: non che in facto la fusse come la dissi et come mingegnai persuaderlo al populo.[777]
¶ Della congregatione di Lombardia mi separai per restare libero et fare a mio modo.
¶ Echani in cathena et galline che piglierieno le uolpi[778] chio predichai in perghamo furono tutte cose trouate da me per [darmi riputatone et] inanimare emia et sbigottire gli aduersari: quando in perghamo diceuo alle uolte al proposito di chi mi auesse uoluto amazzare. Io ti ueggho. Io ti ueggho et tu miuedi uoltandomi uerso le donne: perche non si potessi dire il dice per il tale. Io diceuo tutto al mio proposito per sbigottire chi lhauesse uoluto fare: [et darmi riputatione] non che io ne sapesse altro.
¶ Le polize dichi io feci mentione nelle prediche di uolerle fare et dare in mano di alchune persone: perche le tenessero guardate insine a certo tempo: et poi saprisseno: furno tutte fauole et ciance p. sbigottire i contrarii a me: [et quanto dighano[779] fu in questa cosa fu solo che io dissi a fra Siluestro io diro di darui una poliza laquale contera i peccati di Piero Capponi: che esso fra Siluestro li sapeua perche lo confessaua: ma non nelli dei; et infine fu una finctione p. sbigottire ma in facto non ne fu altro.]
¶ Circa ibarbari[780] che io ho predicto più uolte che ueranno contro la Italia: dico et credo certo che in Italia habbi a uenire flagello alla Chiesa da gente Barbare: perche sempre iflagelli alla Chiesa in Italia sono uenuti da gente Barbare: et p. questo mio discorso lo dissi ma non p. altra certeza particulare: benchè mostrassi esserne più certo che non era in facto.
¶ Circa la reuolutione[781] della chiesa et la conuersione delli infideli io ho predicto douere succedere: dico che lo hauuto et ho dalle Scripture sacre: et credo certo p. lordine della scriptura solamente senza altra reuelatione particulare: ma dello hauere a essere presto non ho expressamente dalle Scripture: ne da reuelatione: bene mi sforzauo di prouarlo con molte ragione le quali anchora sono scripte in diuersi luoghi: [benchè io affirmasse oltra a queste ragione hauerle p. reuelatione era solo per darmi riputatione et credito.] Le cose che io disopra allego circa alle Scripture facte lo tracte di Daniele san Hieronymo: sancto Augustino Origene: et San Tomaso.
¶ La uita stretta che faceuo p. me et faceuo fare ad altri: la solitudine et il poco monstrarmi che io faceuo tutto era a riputatione et honore [del mondo:] et p. restare in opinione et concepto appresso delli uomini di sanctita.
¶ Circa alla coronella di cuori che si induceua a uno cuore solo: la quale io designai: quando io disse essere ito in paradiso fu p. animare ogniuno alla unione del gouerno ciuile: per potere peruenire alla perfectione di dicto gouerno Venetiano con quel modo habbiamo dicto disopra.
¶ Circa al Vicario dello Arciuescouo di Firenze: dico che le pratiche che io ho tenute seco sono state generale: et come le altre dello Stato: confortandolo a castigare et sottomettere i preti che non erano nostri amici: et quando nhaueua qualchuno nelle mani che hauhessino facto qualche errore: mi domandaua consiglio. Anchora mi domando consiglio duno che haueua ueduto una uergine Maria: che uoleua uenire a fare gridare il populo misericordia et io gli dissi che non lo consentisse per niente che erano ciurmarie: et quando torno questa ultima uolta a Firenze: mi uenne a parlare di nocte offerendomisi et diceua non uolersi dimostrare mio amico: p. potere meglio difendere le cose nostre. Haueuami dato auctorita di confessare et communicare ciascuno che appartenesse alla sua iuridictione: et questa teneuo con lui p. hauere anchora il clero a mio proposito. Haueua anchora decto Vicario colligatione con li octo: aquali haueua dato la sua auctorita contra a preti. Se ben mi ricordo[782] hebbi ben p. male che cacciasse tanto lo experimento del fuoco come fece. Il che fece da se sanza che io nulla mandassi apissicare.[783] Vero che io non li mandai a dire altro in contrario: p. non parere che io non uolesse fare lo experimento et p. mantenermi in reputatione messer Baldo inghirlani: et io ci operamo che questo uicario ritornasse p. essere nostro amico grande: et laltro fusse rimandato.
¶ Circa il tyranno che adi proximo io dissi in perghamo che si uoleua fare: quelli che cacciauano le cose nostre: dico che io li dissi p. rianimare lemia che pareuano freddi: accio che si ritenessono: non che io nhauessi coniectura alchuna: et etiam p. dare terrore allaltra parte che non si leuasse. Et infine fu anchora perche io ho hauuto sempre in fantasia che il Duca di Milano abbi uoluto fare tyranno Lorenzo di pierfrancesco[784] non che io ne sapessi altro: et sempre ho hauuto Lorenzo in buono conto et p. huomo da bene.
¶ La subscriptione facta in san Marco dico che io non lordinai ma i frati mia lamosseno loro: et mello disseno: et io lhebbi caro perche si mostrasse questa unione di ciptadini et questa beniuolentia uerso di me et aquistare riputatione con il Papa: et etiam questa scriptura confirmaua et uniua piu iciptadini che erano alla uolunta nostra: tra quali dico non era che io sapessi altra intelligentia ordinata ma in facto stimauo si cognoscessino: e che questa subscriptione operasse nel consilio.
¶ Dello hauere saputo delle Signorie inanci che si publicassino dico fra Siluestro mi referiua alle uolte benche di raro la Signoria quando era facta prima che la fusse publicata: ma non mi diceua da chi sello hauesse: et di questa particularita non mi ricordo molto bene perche non ui attendeuo.
¶ Quanto alla parte del consilio diche sono stato interrogato: dico che hauendo grande sdegno contra alla corte romana perche per hauendola ripresa mi haueua perseguitato: et anchora: p. i costumi loro ero in animo di fare opera: p. fare congregare concilio: et hauemo[785] deliberato di fare scriuere cinque lettere p. diuerse persone[786] che concitasseno cinque Re a fare concilio le quale lettere erano di questo tenore: che pareua degna cosa che tali Re fussino ragguagliati delle cose grande di qua: et essendo qua uno predicatore che dice cose future: et detesta euitii della chiesa: et dice prouare le cose soi con ragione naturali hauendo anchora decto predicatore scripto una lettera al Papa: di tal tenore et la coppia debbe essere nel mio scannello: o lha fra Nicolo da Milano doueriano essendo capi della christianita prouedere a tali mancamenti et congregare concilio et decte lectere furno facte p. preparare la mente de decti Re et altre lectere[787] che io mera deliberato scriuere aciascheduno di loro: p. tale effecto di concilio: et gia lhaueuo cominciato abozzare et le bozze debbono essere nel mio scannello: et in ciascheduna di decte prime cinque lettere era copia della decta disopra che io haueuo scripta al Papa. Il Re[788] a chi aueuo scripte queste lettere sono questi. Lo imperadore. Re di Francia. Re di Spagna. Re di Inghilterra: et il Re di Vngheria; quella dello imperadore la feci scriuere a Giouanni di Nicolo Cambi: quella del Re di Francia feci scriuere a Domenico mazinghi: che scripse in nome suo a Giouachin Guascon: la quale haueua poi a mostrare al Re: quella di Spagna feci scriuere a Simon del nero in nome desso Simone a Nicolo suo fratello che la communicasse a quello Re:[789] come haueua a fare Giouachino: quella Dinghilterra fu commessa a Francesco del pugliese: il quale haueua in Firenze uno amico suo inghilese et a questo inghilese fece scriuuere tale lectera: et uolendo scriuesse al Re disse che scriuerebbe a un suo amico di lì che la mostrarebbe al Re. Quella dungheria mandai la minuta a Ferrara a un mio amico Ferrarese: perche scriuesse poi lui a decto Re. La minuta di queste cinque lettere io feci dare a ciascuno de soprascripti p. fra Nicolo da Milano che epso fra Nicolo le fece: et stimo lui habbi le copie et le decte lettere furno fatte circa un mese fa.[790]
¶ Il mio fine fu in principio perche i costumi della chiesa mi dispiaceuano[791] per lo sdegno che haueuo delle scommuniche et breui facte contra di me: mi excitorno a fare più presto p. tormi uia questi obstaculi dalli occhi mia: [et anchora verano le cause della gloria delle quale ho fatto mentione di sopra.] Chi sapesse questa cosa del concilio et delle decte lettere; o con chi lhabbi tractato: dico che de frati lo sapeuano fra Siluestro fra Domenico et fra Nicolo da Milano. De ciptadini lo sapeuano tutti esoprascripti che scripseno decte lettere: et Girolamo beniuieni: ma con nessuno mai la consultai et pratichai, et mai da nessuno ne sono stato excitato.
¶ Tutto che io ho facto ho designato di fare come disopra lho facto [p. essere sempre famoso nel presente et nel futuro: et p. auere tale credito nella cipta di Firenze; et che tutte le cose di grande importantia non[792] facessino senza la mia uolunta.][793] Et poi che io fusse stato stabilito in Firenze a questo modo haueuo animo a far cose grande in Italia et fuora de Italia p. forza di Signori co iquali haueuo contratto amicitia: et trattato cose grande: come e questo del concilio. Et secondo che le cose fusseno passate haremo pensato dellaltre. Et maxime haueuo intentione suscitare iprincipi Christiani et principalmente quelli fuori di Italia dopo il concilio a sogiogare glinfedeli e di farmi Cardinale o Papa non pensaua molto: perche quando hauessi conducto questa opera senza esser Papa sarei stato di auctorita et reuerentia il primo huomo del mondo: et quando io fussi stato facto Papa non lharei ricusato: benche mi paresse essere maggiore cosa essere capo di decta opera che esser Papa: perche uno huomo senza virtù può essere Papa: ma tale opera si richiede a huomo di excellente uirtu.
¶ Circa allo hauer decto al crucifixo se io mento tu menti: dico che benche io non miricorda hora sopra che articulo lho dicessi: niente dimeno io lo diceua sopra cose che io credeuo esser uere et secondo l’ordine di dio.
¶ Circa a confesori io ne metteuo molti in san Marco: confortandoli che confessassino assai: non p. intendere da loro le confessioni: perche non lharebbono facto p. la pena grande: et anco p. conseruarmi la riputatione appresso di loro: perche se io li hauessi richiesti di simile cosa mi sarei al tutto scoperto maligno ma io lo faceuo p. hauere piu concorso: et per tenere li amici nostri confortati allopera nostra: et anchora perche fussino piu uniti.
¶ Circa lo experimento del fuoco dico così che io hebbi p. male molto che fra Domenico proponesse quelle conclusione et prouocasse questa cosa et harei pagato una gran facenda non lo hauesse facto. Similmente mi dolse che li amici mia lo stringesseno: che io p. me non lharei uoluta: et se io lo consenti lo feci p. diffendere lhonore mio più che poteuo:[794] et se io hauessi predicato allhora quando la cosa si mosse: et quando la cosa si stringeua: mi sarei ingegnato di extinguerla con dire che quelle conclusione si poteuano prouare con ragioni naturali, et dissine male a fra Domenico: che lhauesse così incalcata parendomi cosa grande et periculosa: finalmente ui censenti p: non perdermi di riputatione: et sempre dissi che ci conduciauamo a questo cimento p. esser prouocati et p. rispondere. Stimauo al tutto che il frate di San Francesco non ui hauessi a entrare: et non ui entrando lui: non era obligato anche a entrare il nostro: et se pure fusse occorso che il nostro hauesse auuto a entrare ancho lui: uoleuo entrasse con il sacramento nel qual sacramento aueuo speranza non lo hauesse a lassare ardere:[795] et senza il quale non lharei lassato ire: et conferendo questa cosa con Giouan Baptista Ridolfi in san Marco due uolte: innanci al di del cimento: Giouan Baptista disse che il frate di san Francesco non ui entrerebbe mai: et il simile credeuo io:[796] et così non ui entrando lui non era obligato ancho a entrarui il nostro onde p. sbigottire più il frate di san Francesco che non ue entrasse: e p. dargli maggiore terrore operai chel fuoco fusse grande che mandai fra Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di dicto fuoco: similmente haueuo dato ordine che il fuoco saccendesse da una delle bocche: et dallaltra entrasseno ifrati: et drieto alloro se metesseno scope che serasseno laltra boccha in modo paresse che non potessero tornare adrieto. Il che tutto disegnai perche il dicto frate di san Francesco si sbigottissi et non ui entrasse: et così restaua disobligo ancho il nostro[797] di questo ordine di accendere il fuoco: serrare la boccha al sopradicto modo ne parlai con fra Domenico et fra Siluestro et quelli quatro ciptadini che ueniuano a me nella loggia il dì dello experimento et uolmi aricordare lo mandai aricordare a Lanfredino lanfredini che era proposto p. Piero degli Albizi et Alexandro nasi: benchè non sono chiaro se io nello mandai a dire, ma certo sono che io me ne dispuosi mandarnelo adire.
¶ La intentione de ciptadini mei amici che sollicitano[798] questo cimento: stimo fusse p. auere questo honore et restare di sopra: ma io arei hauuto molto charo che la cosa si fusse rotta: et distornata: p. non hauermi a condurre a tale cimento.
¶ Dello hauer dato ordine che la cosa non si conducesse ouero si rompessi p. mezo de mia amici: dico che non larei mai facto: perche mi uedeuo spaciato: et ne perdeuo il credito: manifestandomi che io uolessi fuggire il cimento: ma il mio fundamento principale fu: che il frate di san Francesco non ui entrasse mai et per ogni dimonstratione che si fece circa il fuoco, come disopra e decto fu perche si sbigottissi et non ui entrasse: et cosi restaua de sopra il facto nostro.
¶ Et dello hauere io certeza che fra Domenico o altro de mei che uentrasse: come dissi imphergamo che io aueuo che non arderebbe dico che non lo haueuo altrimenti: [ma lo dissi p. darmi riputatione sino allultimo più che poteuo.][799]
¶ Et perche sono stato domandato: se io direi queste cose inanci al populo, ho risposto et così affermo che dubiterei di non essere lapidato.[800]
Latificatione[801] di sua propria mano del processo.
¶ Io fra Hieronymo di Nicolo Sauonarola da Ferrara del ordine de predicatori sponte confesso esser uero quanto di sopra e scripto nella presente charta et altre uintitre scripte duna mano et in fede dicio mi sono soscritto di mia propria mano questo di. xix. daprile M.cccc.xcviii.[802]
Testimonii
¶ Ego Ludouicus de adimaris Canonicus Reuerendissimi in Christo patris et. D. D. Raynaldi de Vrsinis dei et Apostolico Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius generalis interfuimus confessioni suprascripti Fratris Hieronymi Sauonarole: qui lectis sibi[803] pro omnibus et singulis suprascriptis in uiginti quatuor cartis precedentibus descriptis et annotatis sponte et ex certa scientia confessus fuit omnia et singula predicta fuisse et esse uera, loco et tempore modo et forma ibidem adaptatis: et suprascriptam subscriptionem in fine predictorum cantantem sub nomine fratris Hieronymi: et que incipit.
¶ Io fra Hieronymo di Nicolo: et finit questo di. xix. daprile. M.cccc.xcviii. fuisse et esse scripta manu sua propria et ideo in predictorum omnium et singulorum fidem et testimonium nos subscripsimus propria manu, dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.
¶ Ego Dominicus Castellanus de Castellanis juris utriusq. doctor: et Vicarius Fessulanus predictis interfui: et audiui uiua uoce omnia ipsum predicta confitentem: et ita est pura ueritas: et istorum fide: dicta die: propria manu me subscripsi.
¶ Ego frater Franciscus de Saluiatis Prior ad presens conuentus sancti Marci de Florentia: omnibus supradictis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.
¶ Ego frater Io. sinibaldi de Florentia ordinis predicatorum ad presens magister nouitiorum dicti conuentus me subscripsi dicta die.
¶ Ego frater Cosimus philippi de Tornabuonis de Florentia frater Professus dicti conuentus predictis oibus et singulis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.
¶ Ego frater malatesta Sacramorus de Arimino ordinis professus in congregatione sancti Marci de Florentia predictis omnibus etiam interfui et in predictorum fidem me subscripsi dicta die: XIX.
¶ Ego frater Georgeusantonius de Vespuccis de Florentia ordinis predicatorum licet nondum professus predictis omnibus etiam interfui et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.
¶ Ego Petruspaulus de Urbino frater professus dicti conuentus sancti Marci predictis omnibus et singulis etiam interfui et ideo in predictorum omnium fidem me subscripsi dicta die. XIX. aprilis. M.CCCC.XCVIII.
2. Il secondo falso processo, fatto dalla Signoria e non pubblicato.[804]
A dì 21 di aprile 1498.
La infrascripta è la seconda examina facta in più giorni, come appresso si vedrà, di fra Girolamo da Ferrara, dalli examinatori et commissari che intervenneno alla prima examina, sanza tortura o lesione alcuna di corpo.
Io fra Girolamo da Ferrara sopradetto, alle interrogationi di nuovo a me facte, rispondo come appresso:
Lo intento mio dicho chio non lo comunicai mai, nè etiam me ne confessai mai, non obstante che cotidianamente consagrassi et comunicassi; et la ragione del non confessarmene era, sì per non mi manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato absoluto, non volendo lasciare la impresa; ma non ne facevo conto, atteso la cosa grande a che io mi dirizavo: et quando l’homo ha perso la fede et l’anima, e’ può fare ciò che vuole, et mettersi poi ad ogni impresa grande.[805] Confesso bene hora di essere uno gran peccatore et vommi molto ben confessare et fare gran penitenza.
Alla parte degli spiriti, che già si dissino essere in San Marco, circa septe anni fa, et de’ quali io sono stato interrogato; rispondo: che quanto alli spiriti io non li viddi mai. È vero che, in quel tempo, alcuni de’ frati di San Marco dicevono sentire per il convento, di dì e di notte, spiriti, in modo che tutti erano impauriti; ma io non ne vidi altro segnio, se non che uno giorno, io fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale, alhora di nona, nella sua cella era legato con le mani et piedi alla lettiera; et io lo vidi con la spuma alla bocha, tutto insensato, come sogliono fare quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa uno mese, et io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, et dicendo orationi: poi el converso che fu trovato legato, tornando poi in sè, diceva che gli pareva vedere huomini a modo di Ghezi.[806] El medesimo disse un altro converso che è morto.
Delli spiriti che si dicevano essere in Sª Lucia, non ve ne so dire altro; se non che una volta che io vi sono stato, da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; et perchè io, come ho detto, ci vo molto raro, non ne so altro: ma se ne domandi fra Cristofano loro confessore.
Di danari o cose date a’ mia fratelli o parenti a Ferrara, dicho che, più tempo fa, i danari che mi diè el conte della Mirandola a dispensare, ne mandai solamente a mia madre fiorini 40 d’oro per suoi bisogni, et a mio fratello detti un’altra volta fiorini octo.[807] Et Pandolfo Ruccellai, prima fussi frate, ajutò una mia sorella per maritarsi, di fior. 20, che era el terzo della dota. Altri danari o cose non si troverà habbi mai dato a’ mia. Et si domandi Bartolomeo Lapi el quale, trovandosi a Ferrara, soccorse e’ mia fratelli, l’anno passato, di certo grano; et a me gli raccomandò, dicendomi che ero troppo strano e crudele a non gli soccorrere, perchè sono molto poveri.
E’ ragionamenti havuti con messer Bartolomeo Ciai dicho, che di quelli mi ricordo di certo sono questi: una volta mi ragionò de’ misteri del Sacramento del altare; un altra volta mi chiese parere se doveva fermarsi nell’ufficio che haveva; un altra volta, approssimandosi la sua rafferma, mi pregò ne facessi fare oratione per lui. Poche altre volte mi ha parlato da più mesi adrieto, et di che altra materia non mi ricordo.[808]
Della monacha del munistero di Casignano, che si chiamava nel vulgo la prophetessa, confesso che io feci opera con li Otto, chella fussi rimessa nel munistero, per levarmi quello stimolo degli occhi. Di poi, con il vicario passato del vescovo di Fiesole, m’operai che lui facessi stare detta monacha stretta et non mi scrivessi contro.
Circa il segno della † et del nome di Jesu, che fra Silvestro dice che io gli dissi havere scolpito nel petto mio; confesso esser vero che io glene dissi, et feci opera per che me lo credessi, et dicevogli che era per mia devotione; ma tutto fu una fintione che io feci per monstrargli d’esser buono.
Il benedire, che fra Silvestro dice che io facevo di pater nostri et altre cose simili, a S. Domenico di Fiesole, confesso esser vero che io lo feci, et facevolo par satisfare a chi mi seguitava; ma me ne rimasi poi per le parole di fra Domenico et fra Silvestro che me ne dissono male.
Confesso anchora essere vero, che fra Silvestro mi disse, che lo guardassi bene che le visioni che lui mi riferiva havere, che elle non fussino sogni; ma io, come altra volta ho dicto, gne li persuadevo, et così mi mostravo credere che elle fussino cose da Dio: non però che io le credessi.
La visione di quello pontefice, che io disegnai già haver visto vestito di biancho, con altre circonstantie; dicho che fu unamia fintione, per darmi reputatione, et non che io in verità ne sapessi altro.
La cagione, perchè io mandai fra Malatesta et fra Ruberto Salviati a Piero Popoleschi magnifico Gonfaloniere di Giustizia, quando era a casa, a’ dì proximi;[809] fu per sbigottirlo et per tirarlo dal nostro. Mandagli a dire che, siccome io havevo mandato a dire per Giuliano Salviati a Bernardo del Nero, quando era Gonfaloniero, che non fussi contro all’opera nostra, altrimenti che capiterebbe male; così mandavo a dire lui che fussi contento non voler esser contro noi.
Del sapere el segreto della Signoria, prima chella fusse publicata, ne dicho el medesimo chio ho detto altre volte: questo è che di raro io ne intendevo qualchuno da fra Silvestro; ma io non vi attendevo et non mi curavo di questi particolari, perchè, quando altrimenti havessi facto, non si sarebbe concordato con la oppinione che io cerchavo s’havessi di me, maxime che io reputavo che quelli che si coprivano sotto el mio mantello, attendevano loro a cose simili; et io mi stavo sul generale, rimettendomi alloro del particolare.
L’ardere della soscriptione[810] fatta per Roma, che io disse havere designato di fare, fu perchè ci pareva che ne dessi troppo gran carico.
La predicha che io feci el dì della Ascensione passata, et nella quale seguì quello tumulto; dico che io volsi predicare ad ogni modo per non cedere, et tutto fu per mia caparbietà et subtile superbia; et benchè sentissi el romore che se ne faceva, stimava fussino minaccia. Messer Domenico Bonsi, Tomaso Soderini et Tomaso Capponi mi confortarono a non predicare, et Tomaso Capponi[811] dicto mi sollecitò allora del miracolo; Francesco Valori la pinse innanzi et me ne persuase: ma quando mai non havessi detto cosa alcuna, medesimamente harei predicato per le ragioni sopra dette.
In corte di Roma io havevo pochi amici, et vi tenevo poche pratiche, et di quelle vi tenevo, mene riposavo di più sopra ser Alexandro Bracci, el quale scriveva poi qui a ser Bastiano suo genero che poi tutto mi riferiva, come altra volta ho detto.
Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicationi: Gladius Domini super terram cito et velociter; lo diceva sotto la generalità de’ flagelli che io reputo debbino venire alla Chiesa et all’Italia, per l’ordine delle Scripture Sacre; non per revelatione, come altre volte ho dicto. Et così non intenderò allora, per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime revelatione; ma essendo poi venuto el re di Francia et essendomi ito la cosa bene, me ne servì dappoi, dicendo: io lo predissi, quando non si vedeva nugoli in aria, che così più volte ho usato dire.
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A dì 23 d’aprile 1498 de mane.
La intentione mia, come altra volta ho detto, era che li cittadini i quali io domandava buoni, governassino il tutto, o almeno delle quattro parti le tre; et che li altri li quali erano domandati Arrabbiati (benchè io mi guardassi di nominarli in quel modo, per mantener l’honor mio), stessino senza governo più che si potessi, et attendessino affar altro. Et questa era ancora la intentione de’ cittadini che mi seguitavano, i quali habbiamo nominati in molti luoghi; et questo so perchè et nelle predicationi et in particolari, li confortava a essere solleciti al bene comune, il quale bene comune s’intendeva essere el governo de’ predetti cittadini, con depressione delli altri. Et ne ragionai alcune volte con Francesco Valori, parlando sempre in generale, perchè così usavo, cioè che attendessi al ben comune, et lui m’intendeva; et similmente ne ragionai alli altri prenominati: tutti m’intendevano che questo ben comune voleva dire che favorissino quelli che andavano secondo el proposito nostro.[812] Et anchora so questo, perchè venivano et frequentavano le prediche et la casa, et offerivano per questo la roba e la vita, et poi nelle pratiche io sapevo che favorivano questa parte. Et questo intendevo qualche volta da’ frati mia, et qualche volta da loro medesimi cittadini, massime da quelli che io ho dicto che io usavo per mezani, et anchora qualche volta da Francesco Valori el quale usava dire: questi ribaldi vogliono guastare questa terra; et intendeva per questi rubaldi, quelli che si domandavano Arrabbiati. Et dissemi qualche volta et mandommi a dire per Andrea Cambini: io vorria fare le cose, cioè favorire et adiuvare questo bene comune, cioè questa parte che habbiamo detto; ma niuno mi seguita et io rimango qui solo; et questo diceva perchè li altri cittadini che seguitavano la parte nostra, non si dimonstravano molto favorevoli a lui. Et però io mavvedevo che non erano bene dachordo, perchè mi pareva che ogniuno attendessi a grandigia, et che ciaschuno volessi essere el primo et d’essere più tosto seguitato che seguitare altri, maxime questi primi che habbiamo altra volta nominati. Et parevami ancora che non si fidassino l’uno dell’altro et che andassino con troppi rispetti; et però li confortavo et con prediche et in particulare che stessino uniti, et io non attendevo ad altro che a questo. Delle altre cose particulari non me ne curavo, perchè a me bastava che tali huomini fussino bene uniti insieme; perchè, sendo così uniti, sapevo che erano di tanto intellecto et prudentia, che haveriano saputo guidare meglio di me et sanza me maggior cosa. Et in effecto li nostri ragionamenti, perchè erano rari et brevi, stando io insulla reputatione, erano sempre su questo generale di mantenere et accrescere el bene comune; cioè che la nostra parte governassi, et laltra, di quelli che si domandavano Arrabbiati, stessi bassa. Ma non fu mai mia intentione, che totalmente fussi esclusa nè chacciata; perchè havevo caro chella fussi uno obstaculo a questi maggiori della nostra parte, havendo sospetto che, finalmente, questi cittadini maggiori prenominati non pigliassino tanta forza, che si facessino poi uno stato fralloro più stretto, et guastassino il Consiglio Comune.[813] Et credo certo che, quando fussino stati ben dachordo, secondo la mia intentione, che havrebbono havuto l’intento di havere el Consiglio al loro modo. Ma fralloro vedevo molti sospetti, et anche li mediocri cittadini a me affectionati, non si fidavano di quelli maggiori; onde dicti mediocri cittadini qualche volta se ne dolevano mecho, dicendo che non andavano bene a questo mio intento, come era Lionello Doni, Antonio Giraldi, dalli quali poi intendevo che delli altri se ne lamentavano, che non venivano a riferirmelo a me, perchè non mi potevano parlare.
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A dì 23 d’aprile 1498, da sera.
Di nuovo, dicho chel mio disegno era di regnar[814] in Firenze, per ajutarmi poi col mezo de Fiorentini, per tutta Italia; et voleva che la parte che si diceva mia, de’ cittadini di Firenze, subjugassi l’altra parte, col favor del consiglio, però, et col castigare i detti dell’altra parte, quando havessino errato.
Di fare questo col arme, non havevo anchora pensato; ma quando fussi bisognato, mi vi sarei volto. È ben vero ch’io havevo caro che i mia stessino preparati con le arme et raccolti insieme; acciò che, quando fussi venuto el bisogno, non havessino havuto a prepararsi, et havessino potuto di subito rispondere ogni volta che glaltri si fussino mossi; ma che e mia se movessino no, se non erano provocati; et havevo disegnato che Francesco Valori fussi il primo et il capo di tutti, et li altri andassino a casa sua, et però cerchavo unirli tutti allui.
Et, infine, pigliate che tutte le parole che io dicevo in pergamo, di pigliare l’arme et di farle a ferri puliti, o daltre cose simili, tendevano a questo fine di inanimire e’ nostri per fare forte et gagliarda la parte di quelli che si dicevano mia, et che in ogni evento la restassi superiore all’altra.
Della scomunicha del generale del nostro ordine, della quale io sono domandato se io lhebbi, et perchè io non la publicai, et etiam non la osservai; dicho; essere vero che io lhebbi et non la publicai, ma di poi fu stampata et publicata;[815] et io non la observai, scusandomene che non observando quella del papa, molto meno dovevo observare quella del generale.
Quella poliza che fu appichata al pergamo in Santa Reparata, di febraio proximo, che diceva: Ego autem constitutus sum Rex, dicho che io non la ordinai; credo fussi opera di fra Domenico,[816] et crediate che io non lharei mai attribuita a me, perchè, benchè io sia stato uno gran superbo et uno gran tristo, non però fui mai tanto superbo chio mattribuissi le cose o proprietà di Dio.
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A dì 24[817] d’Aprile 1498. Verbis.
Di nuovo dicho, la mia intentione era, se veniva l’interdetto, che non si observassi, et volevo obstare alla contraria parte, cioè a quella che s’addomandavano Arrabbiati. Et principalmente io attendevo a questo di havere una Signoria a nostro modo, et per questo mezzo sforzare ognuomo ad non observare lo interdetto. Et, se pure non lhavessimo havuta tutta detta Signoria a nostro modo; volevo io per tal modo unire e’ cittadini, che et la Signoria et el popolo stessino sotto, et con parole et con minaccj sforzassimo dicta Signoria ad non observare dicto interdicto. Et quando pure questi che si domandavano Arrabbiati, lhavessino voluto muovere contro a questo nostro intento; volevo che la nostra parte prevalessi contro di loro, oltre alle minacce, con le arme; et questa nostra intentione lhavevo predicata sotto coperta, per tal modo, però, che mi intendevano. Et sapevo che Francesco Valori era di questa intentione, perchè ragionando con lui qualche volta di questo caso et d’ogni altro che potessi occorrere di pericolo; lui diceva queste parole, cioè: io sono per mettere la vita, la roba, gli amici et parenti, et obstare a questi rubaldi; ma voi aiutatemi con orationi ed anche con le provisioni humane, exhortando masime Gio. Battista Ridolfi, Pagolantonio Soderini, et Salviati, a seguitare questa nostra impresa. Et dipoi in quest’ultimo mi disse: che io attendessi alla impresa, et che Pagolantonio era disposto a mettervi la vita et la roba et figliuoli. Et somni ricordato che, essendo Francesco Valori et Gio. Battista Ridolfi nel nostro Chiostro di S. Marcho (la domenica dell’ulivo, quando cominciò lo insulto contro a noi),[818] che io li confortai tutti et due insieme, a uscir fuora et prehendere le arme et congregare li amici, per obstare al popolo che già era mosso contro di noi. Et perchè io sapevo che Gio. Battista era tutto nostro, non dubitavo mai di lui, che non havessi a fare come io volevo, sendosi maxime dimostrato el dì dell’Ascensione passata: vero è che io non parlavo così largo con lui come con Francesco Valori. E’ quali Gio. Battista et Francesco, poi che io glhebbi exortati alluscire fuora et prendere le arme, mi risposono et dissono: noi saremo insieme. Et io così li lasciai et mi credetti che fussino iti a fare tale effecto; et aspettando che venissino a S. Marcho con le arme, et non venendo, et udendo dire chel populo moltiplicava et che nessuno de’ nostri amici ci soccorreva; mi spaventai et invasai per tal modo che, havendo io uno Crocifisso in mano, in mezo de frati che facevano oratione; mi mossi per andare verso la porta del chiostro, per vedere se potevo resistere cogli amici o morire; ma non fui lasciato da molti seculari che vi erano. Infra i quali mi ricordo di Francesco Davanzati et Gio. Battista Ridolfi et altri assai, de’ quali al presente non mi ricordo o non li conosco per nome; ma da detti Francesco et Gio. Battista lo potrete sapere; et mi dicevano queste parole: noi non vogliamo che voi usciate fuora, perchè senza voi non siamo nulla et vogliamo morire con voi. Et maravigliami et mi sbigottj allhora, vedendo lì Gio. Battista, credendo che fussi ito, come dissi, con Francesco Valori a fare quanto era rimaso con loro.
Anchora venne una volta Luca di Antonio delli Albizi et Francesco del Pugliese, sendo de’ Signori, di notte a S. Marcho, circa a hore 3 di notte; et parlarono con fra Silvestro nella sua cella, et poi parlarono ancora mecho; et per quanto mi ricordo, i ragionamenti furono in confortarci l’uno e l’altro a seguitare questa nostra opera, offerendosi a fare ogni cosa per me, et che a ogni modo volevano che si facessi el fuoco pel carnesciale presente.
Con Bartolomeo del Vantaggio ho tenuto pratiche di mandare lettere a Roma, a più persone et maxime a Dino di Jacopo di Dino,[819] al Cardinale di Napoli, et già a diversi Cardinali, quando io cercavo la unione de’ conventi di Fiesole et di Pisa; el quale Bartolomeo più volte disse, metterebbe la roba et la vita per me, perchè era molto mio amico.
E perchè voi mi domandate che io dica ogni altra cosa che mi restassi in petto, et in specie de pratiche tenute con cittadini o altri, et che io l’apra et narri interamente; rispondo: come non mi resta altro a dire; et, havendo detto cosa di che io ne merito mille morti, non crediate che io ritenessi hora quelle cose che sono molto minore. Vero è che io non ho molta memoria di cose agibili et maxime particularj; et di questo me ne sono testimonio e’ frati nostri; però non vi maravigliate se non ho detto così ogni cosa a un tratto. Ricordandomi d’altro, lo dirò volentieri senza riservo alcuno, ec.
Io Frate Hieronimo di Niccolò Savonarola da Ferrara dello Ordine de’ Predicatori, spontaneamente et sanza alcuna tortura, confesso et affermo essere vero in tutto et per tutto quanto di sopra ho detto et confessato, et si contiene nella presente carta et altre sei[820] precedenti scripte tutte d’una mano; benchè in alcuni luoghi sono alcune postille di mano di ser Francesco di ser Barone. Et in fede di ciò, mi sono sottoscripto di mia propria mano,[821] questo dì XXV[822] d’aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel segreto della sala maggiore del Consiglio di Firenze.
Quem Ferrara tulit, furia extulit, abstulit ignis, Cuique urna est Arnus, ego ille Hieronimus.
3. Il terzo falso processo del Savonarola, fatto dai Commissari del Papa.[823]
A dì XX di maggio 1498.
L’esamina che seguirà qui appresso è di Fra Girolamo Savonarola, fatta dal R. in Cristo Padre fra Gioacchino Turriani da Venezia, Generale dell’Ordine di S. Domenico, e dal R. M. Francesco Romolino clerico Ilerdense, Auditore del governatore di Roma, in questa cosa commissari del Papa, sotto detto dì e anno;[824] et ancora in presentia di Pagolo Benini, Biagio di Giovanni, dua del numero de’ Gonfalonieri di Compagnia del popolo e Giovanni Canacci dei numero de’ XII Buoni Uomini, e Piero delli Alberti del numero de’ Dieci di Libertà e Pace, e Francesco Pucci del numero delli Otto di Guardia e Balía; deputati a intervenire alla soprascripta Esamina, con e soprascritti commissari apostolici.
Il ritratto fatto da detto fra Girolamo, secondo li interrogatorii fattili, è questo:
Messer Francesco Romolino sopracripto interrogò a parole: Tutto quello che voi avete confessato a questi Signori, e che è sottoscritto, è vero, e che abbiate confessato per vero e non per tortura?
Rispose: è vero.
Di nuovo interrogato, se con lui avevano praticato o intervenuto, nelle cose da lui confessate, altre persone ecclesiastiche;
Rispose: Hora ch’io mi sono partito, anzi pentito de’ mia peccati; io dirò coram Deo, che mai mi dia salute, e siatemi testimoni; ch’io non comunicai mai questa cosa con persona, eccetto che con quei tre frati, cioè fra Domenico, fra Silvestro e fra Niccolò. Io havevo grand’animo, e benchè io non confidassi potere condurre il Concilio, cercavo di potere eccitare altri; epperò non mi sarei mai confidato con persona, e quelli frati a cui io feci scrivere le lettere, lo feci far loro in confessione.