VIII.[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486] (continued 6)
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Di nuovo domandato, se con Principi n’aveva tenuto pratica, e di quelli ne’ quali aveva fiducia e perchè;
Rispose: co’ Principi o Signori d’Italia, con nissuno, perchè tutti gli avevo per mia inimici, ma con oltramontani a questo modo: col Re di Francia, per averli qualche volta parlato, avevo qualche fiducia; nell’Imperadore speravo per havere inteso che facilmente si saria tirato; il Re di Spagna, per havere inteso che era nemico della Corte[825] e dei costumi e modi di essa, stimavo d’averlo; il Re d’Inghilterra stimavo d’averlo, per avere inteso che era buon uomo; il re d’Ungheria non conoscevo. Ma il mio fondamento era sui primi tre, e stimava al tutto s’havessero a muovere, per i cattivi portamenti della Corte: coi prelati di nuovo affermo non haver tenuto pratica alcuna.[826]
Domandato de’ Cardinali che fussino suoi amici, e coi quali avesse tenuto pratica alcuna;
Rispose: che aveva per suo amico il Cardinale di Napoli, benchè su lui non confidasse molto; e benchè per suo mezzo avesse impetrato già e ottenuto la separazione della Congregazione di Lombardia,[827] era suto per mezzo di Piero de’ Medici; e che poi, partito Piero, stimava che Piero e ’l Cardinale de’ Medici l’havessono provocato contro di lui. In ultimo non aver tenuto seco pratica, nè con altri Cardinali o prelati, per averli reputati suoi nemici.
Da M. Jacopo Mannelli intese che il Cardinale di Lisbona li voleva bene; nientedimeno con lui non aveva mai praticato cos’alcuna.
Con M. Filino, di che fu interrogato; disse non haver mai tenuta pratica alcuna, e chegli era nimico, e che di questo se ne domandasse l’oratore di Ferrara e ser Alessandro Bracci.
Domandato, se fra Domenico e fra Silvestro li rivelavano le confessioni; disse di no, e che fra Domenico non confessava.
Domandato circa la scomunica, di non averla osservata;
Disse; confesso aver fatto male ed essere peccatore; epperò domandava misericordia.
Domandato circa l’aver detto che il Papa non era cristiano, nè battezzato, nè vero Papa;
Rispose: non l’haver mai detto; ma che ben era una lettera nella sua cella che lo diceva, e che lui l’aveva composta, la quale, dice però, non pubblicò mai e che l’aveva abbruciata.[828]
Domandato che dicesse il vero, e non dicendo altro; M. Francesco Romolino comandò che fusse spogliato per darli della fune. Lui, mostrando grandissima paura, s’inginocchiò e disse: Or su uditemi; Dio tu m’hai colto, io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, che io ho negato per paura dei tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per haverti negato, io lo merito. In questo mezzo era spogliato, e di nuovo s’inginocchiò, e mostrava il braccio manco, dicendo averlo guasto, e del continuo diceva:[829] Io ho negato Dio per paura de’ tormenti. Tirato su, diceva: Jesu aiutami, a questa volta tu m’hai colto.
Domandato sulla fune, perchè aveva ora detto così;
Rispose; per parer buono: non mi lacerate, che io vi dirò il vero certo, certo.
Perchè havete negato ora?
Rispose: perchè io sono un pazzo.
Posto giù disse: Com’io vedo i tormenti, io mi perdo; e quando sono in una camera con pochi pacifici, dico meglio.
Domandato, se il processo fatto da lui, in tutto e per tutto era vero;
Rispose era vero, e perche è vero confesserollo sempre.
Domandato, perchè poco fa l’haveva negato;
Rispose: io lo dissi, stimando forse che havresti paura a mettermi le mani addosso, e però dissi quelle parole.
Domandato, se fra Silvestro li rivelava la confessione;
Disse che in particolare non gne ne rivelava; ma in generale, per avventura, li può aver narrato alcune cose, non però che lui dicesse averle in confessione. Et aggiunse che per sapere le cose di Firenze, non li bisognava le confessioni di fra Silvestro; perchè non era cosa a Firenze, che, per altri mezzi, non havesse notizia e possuto sapere.
Domandato in che modo;
Rispose: da’ cittadini, e da fra Silvestro quale praticava molto con i cittadini, e per mezzo loro senza le confessioni le poteva sapere. Oltr’a questo disse, che non si saria fidato di fra Silvestro, nè di fra Domenico ad una simil cosa, perchè non lo scoprissero; massime fra Silvestro, per esser lui huomo largo, e l’haveva per huomo inconsiderato e non così buono, fra Domenico l’haveva per buono e sincero. E disse: io ero il più tristo di loro, e per la mia sottil superbia volevo esser tenuto profeta e huomo santo, e non mi confessavo di questo peccato, per non mi scoprire; nientedimeno io sapevo ch’io facevo male.
Dipoi detto M. Francesco, li fece leggere un’inquisizione formatali contro, dov’erano più capitoli, e ad uno ad uno l’interrogò, s’era vero quello che in detti capitoli si narrava.
1º Che nelle sue prediche aveva detto cose contumeliose contro il Papa e la Sede Apostolica e che tendevano all’heresia;[830]
Rispose: che nelle sue prediche non haveva mai nominato il Papa; ma haveva bene usato tal circustantie, che era possutosi intendere, ch’e’ diceva per il Papa; et ancora in segreto con alcuno haveva usato simili parole, ma non in prediche.
2º Di non haver osservato la scomunica;
Disse: esser vero.
3º Che lui, fra Silvestro e fra Domenico si revelavano le confessioni, uno all’altro;
Rispose: che lui non confessava, e non confessando non revelava; è ben vero che stuzzicava Silvestro per intender da lui i casi segreti occorrenti; ma non disse mai: rivelami confessioni; perchè io non mi volevo scoprire.
4º Dell’haver detto d’haver visioni da Dio e parlatoli;
Disse: haverlo detto per honor suo e per reputazione.
5º Dell’haver predicato, indotto, e persuaso nuova forma di vita cristiana e di sacrifizi, com’eretico e scismatico, dividendo la inconsutile veste della Chiesa di Dio;
Rispose: questo non haver fatto;[831] se già non s’intendeva per qualche ceremonia che lui ha predicato, e per haver ristretto la vita de’ suoi frati e monaci; di altro non si ricordava, eccetto ancora non haver temuto censure e scomuniche.
6º Dell’haver detto: il Papa non esser cristiano nè battezzato nè esser Papa, nè avere obbedite nè osservate le censure;
Disse haver risposto di sopra a questa parte.
7º Dell’haver scritto lettere in vergogna del Papa, e concitato Concilio;
Rispose: non haver scritto, ma havea fatto scrivere; ben haver deliberato di farlo, com’haltra volta ho detto; ma che da poco in qua haveva disegnato questa cosa del Concilio, e lui essere stato motore, et havea messo su lui i cittadini che ne scrivessero, e non loro lui.[832]
Domandato quello che credeva fare, e se vedeva quanti scandoli era per generare;
Rispose: la mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcorno a questo, ed ero sì pazzo che io non vedevo il pericolo in che io ero, e qui me ne sono accorto. Item disse: che s’era deliberato scrivere una lettera al Papa, chiedendoli perdono e che voleva tornare a lui come è scritto nel Vangelio del figliuolo prodigo.
8º D’aver predicato cose scandalose, e generato divisioni, e fatto fazioni nella città di Firenze, e favorita la sua fazione;
Rispose: che quello ha confessato d’aver favorito la parte sua era vero; ma non confortato l’omicidio. La guardia della Piazza di Firenze, disse, la confortò e ne parlò con Francesco Valori, e tutto il suo intento fu per tenere in tremore la parte contraria a sè.
Circa alla morte di quei cinque cittadini che furno morti d’agosto; dico: ch’era contento che fussino morti e che fossero scacciati; ma non se n’impacciò mai in particolare, e sapeva che Francesco Valori v’era caldo; e che mandò a raccomandare Lorenzo Tornabuoni a Francesco Valori ma freddamente, in modo che Francesco potè intendere che non se ne curava; chè quando voleva una cosa di Francesco Valori, gli mandava a dire: io la voglio; quando non se ne curava, gnene mandava a dir freddamente; e stimava questa ambasciata gnene mandasse per Andrea Cambini.
Circa il volere mandare nel fuoco fra Domenico con il Corpus Domini in mano; confessò esser stato sua pazzia, superbia sottile o presunzione.
Domandato, se era consacrata; disse di sì; chè tolse un’ostia consacrata da uno de’ suoi frati, e che del non consacrare suo non se ne dubiti; perchè il non consecrare dice che era maggiore e doppio peccato, e che così dicevano i dottori. Dello scandalo che seguì, il dì che fu assaltato e poi preso; dice che, invaso, uscì di sè, visto i suoi portarsi freddi; e aggiunse: volete voi vedere, ch’io fui pazzo? che havevo havuto tempo dalla Signoria dodici ore per andarmene, e non me ne andai.
Circa all’aver detto: Dio, s’io mento tu menti; disse non si ricordare appunto quando, e in che termine lo disse; ma se gli è scritto, io l’ho detto, la mia superbia m’accecò; ben so che quando io lo dissi, mi sforzai di dirlo in cosa vera.
Circa alli spiriti di S. Lucia, dice non ne sapere il particolare, perchè non praticavavi. Circa l’aver detto: se la Vergine Maria e l’Angelo ci dicessero: — Queste cose non sono vere, — non li crederò; dice lo disse per confermare le cose sue e per superbia. Item soggiunse: le cose di fra Silvestro m’hanno ingannato, perchè mi parevano vere, benchè qualche volta ne dubitavo; ma poi entravo lì con l’ingegno e le facevo verisimili.
Essendoli detto: che in questa parte di fra Silvestro si contradiceva;
Rispose: non v’essere contradizione, dicendo le cose referiva fra Silvestro li aguzzavano l’ingegno, e se ne serviva. Item disse di sopra:[833] che le visioni poteano essere da Dio e dal Diavolo.
Da poi fu licenziato, con dirli che pensasse la notte, per dire il dì seguente il vero et lo intero.
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A dì XXI di maggio.
Fra Girolamo soprascritto, dinanzi a’ soprascritti datoli il giuramento per M. Francesco soprascritto, et domandato se tutto quello haveva confessato prima a’ Fiorentini, et di poi ieri a lui, era vero.
Rispose: R. Monsignore, quello che io dissi hieri a lei, io lo dissi com’huomo appassionato, e che volevo strigarmi da una gran briga; perchè queste passioni temporali, solo a vederle, mi sono più che ad un altro dieci tratti di corda. Tutto quello ch’io scrissi e fu scritto la prima e la seconda volta fu vero, e ho da ringraziare que’ cittadini che andarono meco dolci; e se in principio non dissi l’intero, fu perchè io andavo velando la mia superbia; ma visto quella dolcezza che mi usavano, mi disposi poi a dire il vero; e se vi pare che io abbia detto poche cose, non ve ne maravigliate, perchè le mie cose erano poche e grandi. Quello che io dissi ieri, negando e ridicendomi, fu per paura; feci male e ne chieggo perdono a quella Signoria: sono stato un cattivo, voglio salvar l’anima mia e scaricar la coscienza, e così ratifico e ratificherò di mia mano, e perchè altre volte mi offersi, quello che avevo detto breve e oscuro meglio dichiararlo, e così mi offero ora.
Dopo queste parole, detto Fra Girolamo sottoscrisse a tutto quello che aveva detto hieri, che l’aveva scritto il Cancelliere di M. Francesco Romolino. Io Fra Jeronimo da Ferrara.[834]
Di nuovo, sendo domandato delle cose minori et non le confessando; rispose queste parole: Io ho dato un milione di ducati; credete che io non terrei ora un ducato, sarei pazzo.
Domandato se haveva mai detto che Cristo fu un uomo come gli altri, e che a lui saria bastato fare il simile;
Rispose: che questa cosa saria da matto; fu una cosa m’appose il Ponzo. Se volevo esser profeta santo e savio, non crediate che io havessi detto una cosa simile, che era contraria a questo mio intento. E perchè di queste parole se n’allegrava M. Piero Beccanugi; disse: non se li poteva prestar fede, perchè li era avversario.
Domandato di quelle parole hebbe già a dire di Maometto;
Disse: che e’ fu huomo grosso, e che a lui saria bastato l’animo, quando havesse voluto ingannare, di fare una cosa più simile alle cose di Dio, e haverla condotta meglio che non fece Maometto. Questo, dice, lo disse in pergamo, et che la legge di Maometto fu legge bestiale.
Domandato che pratica aveva già avuto di donne, e quello haveva già avuto da loro per via di revelazione;
Disse: che nel principio, quando cominciò ad affermare queste cose, parlò di donne, e da loro ebbe delle cose le quali poi predicava sotto nome di revelazione, per suo cervello; ma in questo ultimo non ha parlato loro, perchè aveva questo rispetto in questo ultimo, che non voleva donne si potessero avvantare di avergliene detto. Le donne dalle quali ebbe dette cose sono: M. Vaggia Bisdomini, M. Camilla Rucellai, M. Bartolommea Gianfigliazzi, la quale aveva sua devozione e sua spiriti, secondo diceva; ma a questa non prestava molta fede, chè mi pareva pazza.
Domandato, se haveva fatto confessare da’ sua frati e assolvere, non ostante la scomunica, e che ei conoscessi e sapessi che la scomunica valessi, e che coloro fussero irretiti nella scomunica;
Disse: essere vero.
Domandato di nuovo, con minacce di fune, sopra la pratica del Concilio, che ne dicesse loro il vero con chi l’haveva praticata e comunicata;
Rispose: O frate, ove sei tu condotto! E cominciò a piangere e dolersi, e disse: quando io penso com’io sono in questa cosa entrato, non posso fare che non mi dogga, che vi sono entrato non so come, me lo pare sognare; e finalmente narrò la cosa a questo modo:
Questa parte del Concilio, io l’ho trattata da tre[835] mesi in qua e non prima, e venne da mia gran superbia; e venendomi quella fantasia, pensai come l’havessi a condurre, e dissi: in Italia non posso aver mezzo co’ Veneziani, nè con Milano, meno col Re di Napoli è debole, e i Fiorentini non sono d’accordo; co’ Cardinali, que’ che sono a Roma non è da fidarsene, perchè andrebbono a pubblicare al Papa. Però mi voltai fuori d’Italia, e questa è la pura verità, stimando che gli Oltramontani vi dovessero condescendere, per haver esosa la corte; e per il primo era il re di Francia col quale ho qualche credito, e così cominciai con quella lettera ch’io feci scrivere a que’ cittadini, dei quali io mi fidai perchè erano di quelli che mi credevano; e lo messi loro in confessione perchè, scoprendosi la cosa innanzi al tempo, conoscevo che si faceva scandalo. E discorsi[836] che col re di Francia erano i cardinali San Pietro in Vincula e San Malò, e quali in questo caso haveriano fatto il volere del Re. E San Pietro in Vincula lo facevo volto a questo e lo sapevo, perchè un ser Cristofano, che fu già cavaliere di corte della Mirandola, venne a me con una lettera di familiarità di detto San Piero in Vincula, e dissemi che non passeriano molti dì, che in Firenze veneria una squadra di Cardinali a far Concilio: io perchè lo tenevo bugiardo e versipelle, non li risposi altro particolare. Ben ebbi caro quello che mi disse, e presupposi, per le lettere di familiarità mostrommi, ch’ei havesse detto quello per il Cardinale di S. Piero in Vincula; e così feci concetto che ’l re di Francia havesse a muovere a questa cosa S. Piero in Vincula e S. Malò.
A S. Malò ho scritto qualche volta, non di pratica di Concilio; ma lui non mi rispondeva, ma quando scriveva a Niccolò Alamanni, quando era qui, li commetteva: raccomandatemi a Fra Girolamo. E quando S. Malò fu qui, mi venne a visitare e mostrommi stimare, e presemi per mano e fra l’altre cose mi disse: non vi par che la Chiesa abbia bisogno di reparazione?
Dell’Imperatore stimavo, anzi speravo quello c’ho detto di sopra, e stimavo lui havesse a muovere il Cardinale Burgens il quale, quando fu qui, mi venne a parlare in S. Marco, e dissemi male del Papa, e io il simile a lui e dettili una lettera di mia mano al re di Francia, scrittali per le cose d’Italia e de’ Fiorentini.
Al Cardinal di Napoli non scrissi mai di simil cose; ma speravo bene da lui, perchè intendevo era in differenza col Papa. Filippo Valori mi disse già haver praticato uno scisma contro questo Papa, con più Cardinali, tra’ quali era il Cardinale di Napoli, ch’era malcontento per aver aspirato al Papato e ancora aspira.
Di nuovo, interrogato che uscisse più oltra, massime circa Napoli,[837] il quale M. Francesco molto l’interrogava;
Di nuovo disse: al Cardinale di Napoli non havere mai scritto, nè fatto scrivere per questa cosa.
Di nuovo interrogato;
Disse: al cardinale di Napoli havere scritto, non già espressamente, acciocchè se le lettere fussino prese non si sapesse; ma li diceva ch’era tutto suo, e che in ogni faccenda che bisognasse era per fare ogni cosa per lui, e che lui scriveva così in genere, e che l’intendeva.
Domandato perchè l’intendeva;
Rispose: per quello aveva inteso da Filippo Valori, e che Filippo li aveva detto male del Papa in nome del cardinale. Con Filippo, dice, si allargava, perchè l’aveva per suo amico, e per uomo savio; e quando era a Roma li aveva scritto più lettere, parlandoli molto bene del cardinale di Napoli. Poi soggiunse: la fantasia mia era che il cardinale di Napoli ragunasse gli cardinali amici, ed io tenessi edificato questo popolo, perchè, bisognando poi, i cardinali fussero venuti qui e fattoci il Concilio.
Item disse: che un Michelangiolo da Orvieto, huomo del cardinale di Napoli, fu già qui a lui, e li parlò in nome di detto cardinale; ma che ancora lui non haveva pensato di muovere il Concilio, ma che altri lo movesse, e lui poi seguitarlo e aiutarlo, e che l’effetto era che il cardinale di Napoli movesse al Concilio quei cardinali che lui potesse, e quelli altri dei principi soprascritti si movessero e unissero qui a Firenze, e qui si facesse Concilio.
Di nuovo, domandato circa le lettere del concilio e scritte perciò, e circa ai particolari più oltra;
Disse: che al detto Cardinale n’haveva scritto, ma non espresse e sotto coverta generale, e che mandava le lettere sotto le lettere di M. Alessandro Bracci, che le dava a ser Bastiano, e ancora per via de’ Gaddi e di Braccio del Vantaggio, e per mano de’ medesimi aveva le risposte; e che la risposta del Cardinale era: che fra Girolamo attendesse a dar fuoco alla cosa, e stringessela; ma che le sue parole erano generali, e che da lui ha avuto circa quattro lettere di questa materia.
Al cardinale di Lisbona, disse haver scritto qualche volta, ma non in particolare di questa cosa, e haveva in opinione che il re di Spagna l’havesse a muovere. Il cardinale di San Giorgio, dice, li mandò già a parlare per M. Niccolò Deli, dicendoli che era tutto suo, e offerseli;[838] ma, disse, non si saria fidato di questa cosa, di San Giorgio. In ultimo disse: che il capo di questa cosa, secondo il suo giudizio, aveva da essere il cardinale di Napoli, il quale era di poi per tirare degli altri cardinali.
Di nuovo minacciato, disse: Napoli, Napoli, e che con lui e con gli altri cardinali ha avute le pratiche sopraddette.[839]
Fu legato e tirato su, et hebbe un tratto di fune; e domandato di più cose da M. Francesco, disse direbbe il vero; dipoi passò giù.
Domandato, se era vero quello haveva detto, e voleva ridirsi di nuovo;[840]
Rispose: questo che io ho confessato è vero, e che io ho avuto qualche pratica col cardinale di Napoli; e con San Piero in Vincola non ho tenuto altre pratiche, perchè non bisognava sovvertirlo.[841]
Domandato delle confessioni, d’averle sapute da fra Silvestro o altri;
Disse: che a fra Silvestro non haveva detto: ditemi la confessione del tale; perchè voleva mi tenesse buono; ma domandavo in genere e con astuzia, non di cose di libidine o altri peccati simili; ma che mi ragguagliasse delle cose circa lo stato, e questo per due conti: l’uno per sapere chi erano mia amici, l’altro per potere poi dire simili cose, e parerò d’essere un profeta.
Di nuovo, domandato e minacciato che dicesse il vero;
Disse: in presenza di tanti io non posso dire, e in presenza di pochi dico meglio. Ed essendoli detto che, in presenza di tante migliaia di persone, in pergamo, parlava sì animosamente;
Rispose: allora io ero signore.
Domandato, se crede in Cristo, mostrandoli che se ne dubitasse, visto quello che lui ha fatto;
Rispose: e’ può ben stare, credere in Cristo e fare quello che ho fatto io, com’il Demonio; Demones enim credunt et contremiscunt.
Domandato, se ha usato incanti;
Rispose: che se n’è fatto sempre beffe, e non gli ha mai usati.
Di nuovo tirato su e datoli un tratto di fune, poi posto giù, dopo che vi fu tenuto assai bene, e dinuovo domandato, se è vero quello che ha confessato;[842]
Disse: tutto essere vero e confermò ogni cosa.
Di nuovo domandato, circa il risapere le confessioni da tutti i suoi frati;
Disse: che in genere li haveva domandati dei peccati che regnavano, non alla scoperta nè in particolare, perchè da loro saria stato reputato un tristo.
Di nuovo, domandato circa la pratica del Concilio;
Disse: che confermava il sopradetto di Napoli, e che San Piero in Vincula li scrisse già una lettera, dicendoli che lo voleva per amico, rispetto alle cose qui di Firenze; e che più lui non cercava altramente la pratica con S. Piero in Vincola, perchè sapeva era ben disposto.
Domandato, chi fu quello, in verità, che li pose innanzi le cose della profetessa, di che nella prima esamina si fa menzione;
Disse: fu M. Alessandro Tornabuoni e non M. Luigi, e che equivocò per errore.
Confessò essersi impacciato circa ai frati di Vallombrosa, per farli separare dal generale.
Item, havendo predicato e detto che, posto alcuni fondamenti, a chi teneva ostinatamente che la scomunica valesse, fusse eretico; domandò di questo essere assoluto e tiene la scomunica valere.
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Addì XXII di maggio, a ore 13.
Fra Ieronimo soprascritto, domandato, a parole, dal sopraddetto M. Francesco Romolino, senza il generale e col giuramento, se le cose dette fino a qui sono vere;
Rispose: ogni cosa è vera, eccetto quello haveva detto del Cardinale di Napoli, la qual cosa disse haver detto per paura.
Domandato che cosa era, disse: dell’haver tenuto pratica col Cardinale di Napoli o altri Cardinali del Concilio, che non l’ha mai tenuta con persona, se non com’haveva detto prima che ieri; e che pensando alla confessione, vedeva che non poteva essere assoluto e voleva ridirsi; e un riscontro ne dava, che si sappi da fra Niccolò da Milano suo cancelliere, che non ha mai scritto lettere di questa cosa; e fra Domenico e fra Salvestro che sapevano questa mia fantasia, non lo potranno dire.
Di Ser Cristofano Cancelliere della Mirandola, Burgens, Lisbona, che se gli mostrasse amico, e del Cardinale San Giorgio, tutt’esser vero.
Il Cardinale Orsino, quando venne qui travestito, disse, l’andò a trovare a San Marco; e andandolo stuzzicando e interrogando come credeva le cose sue havessino a succedere, lo richiese di predizione; al quale, dice, rispose in generale, e parveli si partisse mal satisfatto di lui.
L’Arcivescovo di Firenze, disse, li ha scritto più volte, e datoli tutta l’autorità sua.
Domandatoli, come haveva comunicato la parte del Concilio con fra Silvestro, e fra Domenico;
Disse: l’haveva fatto a parole.
Per comandamento di detto M. Francesco, fu citato dal cursore del Papa ch’era quivi, cioè ad crus, cioè per domani a conchiudere et ad udir sentenza;
Rispose: Io sono in prigione, s’io potrò, io comparirò.
Di nuovo, domandato circa li spiriti di S. Lucia;
Disse: se ne domandi il confessore loro; e ridendo, narrò che una volta vi andò col crocifisso in mano, e che una di quelle monache, spiritata, li tolse il crocifisso di mano e gettognene via, dicendoli: frataccio! E presolo per la cappa, li cominciò a dare in modo, ch’hehbe che fare a sbrigarsi da lei, e non vi tornò poi di quel pezzo.
Di nuovo, sottoscritto il Processo fatto dal cancelliere di M. Francesco, dov’erano scritte le soprascritte cose.
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Detto dì XXII, a ore 24.
Nell’Alberghettino, in presenzia di Giovanni Baldovinetti, Lionardo Gondi, Giulio da Castiglione, Giovanni Canacci, Biagio di Giovanni d’Agnolo, ser Francesco Fortini, ser Francesco di ser Barone.
Fra Hieronymo, domandato dai soprascritti che aprisse meglio quello che haveva promesso di aprire, circa le cose della città;
Disse: Che si facesse presupposto che lui e i cittadini della sua setta attendevano principalmente a tre cose. La prima: che il Concilio fosse ben fornito di loro partigiani, per havere a lor modo gli offizi, o almeno il più, e in specie le sei fave della Signoria Dieci e Otto. E io non entravo nè m’impacciavo di particolare, per la mia superbia; e facevo come fa un Signore che ha un capitano nel quale si riposa, ed il mio capitano era Francesco Valori ed io sopra di lui mi riposava. La seconda: che si procedesse rapidamente contro gli avversari nostri, quando però havessino errato; ma ogni piccolo errore fusse riconosciuto. La terza era, che stessino uniti e avvisati e provvisti con l’arme; non che si muovessino i nostri, ma se gli altri si volessino muovere, per poter rispondere.
Domandato, quello haveva pensato di dire o fare, non riuscendo le cose temporali per lui promesse e presto, come pensava uscirne;
Rispose; e’ non ci mancava modo; perchè questi presti di Dio, si possono in terra allungargli.
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Addì XXIII di Maggio detto.
F. Hieronymo, F. Domenico, F. Salvestro, a ore 22, furono degradati e poi arsi in Piazza dei Signori.
Il Generale, M. Francesco soprascritti dettero sentenza rogata per Ser Rinieri da S. Gimignano.
Il tenore della sententia fu che, come Commessari Apostolici, havendo inteso i soprascritti haver fatto i delitti sopra narrati, nelli interrogatoi fatti a F. Hieronymo a dì XX; e trovato loro essere eretici e scismatici, et haver predetto cose nuove, giudicarne dover essere degradati e consegnati, o vero lasciati in mano del giudice secolare. Così seguì.
LI. I processi di frà Domenico.
IL VERO PROCESSO SCRITTO DI SUA PROPRIA MANO.[843]
Deus et Dominus noster J. C. scit quod ego F. Dominicus, propter ipsum victum, nihil ex his mentior.
IL PROCESSO ALTERATO DALLA SIGNORIA.[844]
Io Fra Domenico, vostro servo in Cristo, scrivo la semplice verità.
In San Marco, a’ nostri tempi, non si fece mai intelligentia, soscriptione o pratica alcuna di stato, nè per stato come falsissimamente è stato apposto. Se più ciptadini frequentavon la casa, noi e’ quali non iudichiamo e’ secreti del cuore, ma attendiamo alla salute delle anime, pensiamo et meritamente crediamo che lo facessino loro, come anche le donne et fanciugli et l’antra minuta gente sanza stato (co’ quali mescolatamente erano per il convento nostro), non per havere per nostro mezzo temporale stato; ma per devozione et affectione che ci portavono, o per confessione o conlloquio di qualche cosa spirituale per lor consolatione, per non havere alcuna volta faccenda, o per non sapere ove si stare con lor più contento. Et finalmente che, essendo qui grande et non ignobil moltitudine de’ nostri frategli, molti de’ ciptadini nostri conversavano volentieri, dove hanno suoi figliuoli, parenti, amici o confessori, non è da maravigliarsi di questo, ma bene assai di chi si maraviglia di ciò; maxime essendo in San Marco uscita qualche opera et buon principio in salute di questa ciptà. Et in tante tribulationi, non per nostra cagione ma per e’ peccati; non vedendo e’ cordati huomini et anche tutti li altri insino alli fanciulli, altro remedio vero che lo adiutorio di Dio, mediante le orationi; molti stavano per questo volentieri ove stimavano Iddio più propitio et più pregato.
Mai intesi nè mi adviddi per alcun modo, che in San Marco si facessi o pur pensassi intelligentia alcuna, nè si tenessi pratica veruna o familiarità di cittadini per conto di stato: ho sempre creduto che chi vi praticava lo facesse, come anche le donne e’ fanciulli et li altri di bassa mano, non per stato, ma per sua divotione et affetione; per confessarsi; per parlare di qualche cosa spirituale, per loro consolatione; per non sapere alcuna volta che si fare o dove stare con più contento; per havere quivi figliuoli, parenti, amici o confessori; finalmente, perchè stimavano, forse, Dio quivi più propitio et pregato nelle tribulazioni.
Per questa cagione, Domenica qui accaso, al tempo dello improvviso tumulto si trovò tanta gente d’ogni sorte. Nè era per alchun modo factasi acciò preparation d’arme, con ciò sia che alcuni de vostri non ultimi ciptadini quivi fussino sopraggiunti senza alcuna preparatione, come ha dimonstro lo effecto. Era vi un pochissimo numero d’arme, et in mano di certa bassa genterella, et era piuttosto cosa da ridersene che da temere da chi havesse veduto con gli occhi. Sopraggiunse, dopo il tumulto, alcuno con qualche arme in adiutorio; ma tanti pochi che non fanno numero et pur genterella minuta. Io non sapevo che alcuna arme fussi in convento nè pensavo acciò, ma quando domandato, vifussi stato excitato a pensare, harei risposto che qualche piccola cosa ve ne fussi, non già per offendere o per far tumulto, ma perchè so che alquanti di bassa condictione accompagnavano già a Santa Reparata el nostro Padre fra Hieronymo con qualche arme, per suspecto che e’ non gli fussi facto villania, perchè chi ama teme; et ritornando alcuna volta per qualche tempo, lasciavono quivi le lor bazzicature poche in una cameretta picchola da albergar forestieri, presso alla porta, ove albergando già una volta a caso come forestiere,[845] (perchè non ho stanza a San Marco alcuna volta quando vengo da Fiesole, infra l’anno, se non è a caso), un dì in quella camera, prima di tre che sono quivi, tanto picchole che oltre allecto non vi entra più nulla; vidi a cinque piuoli appicchata alcuna celatina et una capsetta, qualche corazza: et questo non era ordine nè saputa, come certo stimo, del padre fra Hieronymo, nè di mia volontà el quale sempre di tal cosa mi risi, come quello che ero certo che tal defensione, quando nulla ci accadessi, sarebbe niente.
Per queste cagioni, molti furono quivi la domenica sopraggiunti dal tumulto, senza preparationi; il che mostra che non si era fatta alcuna preparatione d’arme per tumultuare; conciò sia che più cittadini delli infimi furono quivi trovati al vespro inermi et improvidi. Oltre a qualche arme che credo vi fusse, sopragiunse qualchuno con qualche arme per adiutorio de’ frati; massime che forse credevano che questo insulto fussi contro alla volontà della magnifica Signoria. Onde io, doppo il romore, andai dua o tre ore per il convento, pregando con ogni diligenza ogni uno che non traesse, et si quietassi, et non sonassi; et mai attesi ad altro che a tranquillare et quietare. Et se arme dunque erano, ben che poche, in casa, non erano di mio ordine, nè saputa, di certo; nè mai mi piacque vedervene. Ma ben che io le detestassi, non toccava a me a levarle et a provedere, perchè non havevo alcuna autorità in San Marco.
Però al dì della Domenica, essendo, quando si levò el romore, in una stanzetta a comporre et a scrivere mie fantasie; et sentendo trarre, andai subito discorrendo per el convento, et con ogni diligentia pregavo ognuno che e’ non traessi et che e’ non sonassi la campana et che si quietassi in tutti e modi; dicendo che avevan fatto male a trarre et che e’ si attendessi a pacificar la cosa. Onde parecchi hore, andando el padre fra Hieronymo co’ frati per el dormitorio et per alchune stanze più intrinseche et quiete, cantando con clamore le letanie et altre orationi, et preghando e’ frati lo lassassino andar via; io non feci altro che andare in qua et in là per casa, pregando ogniuno che non traessi. Intanto venne un altro mazziere; et dicendo chi una cosa et chi un’altra a quello che diceva del Padre fra Hieronymo andasse alla Signoria; domandando noi di vedere o sapere di questa cosa di tanto pericolo el partito della Excª Signoria, et non rispondendo lui molto a proposito, perchè come m’ha detto qui el signor Bernardo da Diacceto, di questo non si fe’ partito; pregai il detto Mazziere che ritornassi per il partito.
Così un vostro ciptadino de’ Capponi rispose che mandassi per el partito; perchè non lo havendo, volevano piuttosto morire quivi insieme col padre, non trovando nessuno, nè sappiendo che moto fossi questo, se del popolazzo oppur d’ordine della Signoria. Anzi, stimando che la magnifica Signoria dovesse mandare più presto acquietare. Vedendo ardere le porte et farsi obscuro, comessi questo a Dio, e andomene in choro con gli altri, et apparato oravo con loro, ogni punto expectando la morte. Non m’impacciavo di dire: non trahete, o di quietare nulla; sì perchè non appartiene a me, el quale già dua anni non sto a San Marco, se non quando mi è imposta predica o qualche altra faccenda o obbedienza; sì perchè, non sapevo di questo tumulto la volontà di Dio, alla cui provvidentia in tutto havevo commesso questa cosa; sì perchè non sapevo come la cosa andassi, e la volontà della Magnifica Signoria.
Così stimo di certo, el padre fra Hieronymo absorto a pensare di Dio, per queste ragioni non pensava a impacciarsi d’altro, che di prepararsi con tutti li frati intorno allui a vita eterna. Et così circa sei hore continue, tutti oliato all’altar grande parati, molti expectavano ogni punto esser tagliati a pezzi, cantando sempre: Salvum fac populum tuum Domine, et benedici hæreditati tua; et quando nessuno si voltava indrieto o mancava,[846] qui vi era sempre chi attendeva a raccorlo con gli altri et a dire fortemente: Orate fratres. Nè sapevamo della cosa altro che gran romori et terrori continui. Chi fossi contro et con che ordine, chi in favore et defensione, non era possibile saperlo nè avvedersene mai bene. Anzi ogni cosa era confusa, et chi ci difendeva lo faceva per et (sic) per amor di Dio et de sua servi, et non per far male a nessuno: et veramente Iddio et gli angeli sua ci furono in adiutorio, essendo già arse le porte, et essendo sì pochi et male in punto, per noi, che et que’ pochi credo certo per volontà et inspiratione di Dio,[847] el quale suole adoperare qualche mezzo, a riparare a tanta strage et obscurità quanta era quella, maggior certo che non si scriverrebbe: veder circa cento cinquanta frati, figliuoli di huomini da bene et nostri cittadini, in tante angosce et terrori.
Danari non ha il Padre fra Hieronymo, nè noi, salvo che ho inteso essere in mano del Priore di San Marco circa dugento ducati, non so se lasciati da un ciptadino al convento o pure in deposito, et è una pazzia et favola da sciocchi dire che lui in San Marco habbi tesori o le migliaia. Poteva bene, quando venne il re di Francia in Firenze, occultare e’ vasi di Piero, e’ quali non sapeva quasi se non io, dove e’ fussino, et negagli a chi venne per essi da parte della contessa,[848] et allei andai a dire che aspectavano alla città alla quale ne detti notizia, et hebbegli, et sempre habbiamo ad epsa cipta facto et cercato bene, et siamo or paghati come fu Jesù nostro. Ma non sono li ciptadini quelli, che ci incitano tante persecuzioni et infamie lor di negromanzia o d’altro; Anzi è el demonio el quale ha messa questa opinione nel popolo, che peccavo a portare il Sacramento nel fuoco. Io son certo che io non havevo ad ardere, et però non ne seguiva scandolo anzi hedificazione della fede, et però il diavol si adirò.
Ma quando io sarò innanzi a Christo, lo monsterrò a tutto questo popolo; se io lo portavo da me o pure di volontà et movimento intrinsecho di Iddio el quale quel dì voleva così. Nè bisogna che ognuno intenda[849] o perchè così lui volessi; ma chi non l’intende: dica io non l’intendo, et non si scandalezzi o mormori. Ma a tutte le opere di Cristo hanno a esser segno, cui contradicetur. Basta a me che io venni deliberato a entrare a ogni modo, nè mai pensai da havere a essere apuntato del Sacramento; perchè sapevo che, bene che etiam senza sacramento, Iddio me ne harebbe liberato, voleva per allora che io facessi così. Pensavo bene che molti e’ quali non sono amici di Dio, del miracolo non ne havevono a far fructo; ma harebben decto che el sacramento el quale non può ardere, lo havessi facto; come se e’ fussi vero che le spetie del Sacramento non possino ardere, con ciò sia che più volte sono arse, et possono essere conrrose da’ topi, et in altri modi corropte e smaltite, come accade ogni volta che l’homo si comunica. Dimmi: non può ardere colui che lo porta nei fuoco, non può ardere el velo et e’ panni? Mille hostie addosso a uno che entrasse nel fuoco, non havendo la verità dal suo, nollo scamperebono. Se adunque è nato scandolo, Iddio la volontà del quale io feci, mene darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia et persecutione sì grande.
Ecco, magnifici Domini, quello che io posso dire o scrivere; altre cose secondo le varie suspitioni non vi posso nè dire nè scrivere; perchè i’ vi testifico innanzi a Dio et a tutta la sua Corte, che altro non nè (sic) ho o posso havere in mia coscientia et memoria; perchè altro non ho facto o detto, nè mai tenute pratiche di ciptadini, se non sfuggiascamente, et mal volentieri ho lor parlato; perchè la mia conditione o professione m’inclina fortemente a fuggire la conversatione maximamente de laici. Nè mai ho desiderato, quando e’ si havevono a fare e Magnifici, che e’ sia assumpto questo o quello, come nostro amico in Christo tamen; ma solo quelli che habbino a cercar l’honor di Dio et il ben comune, et raffrenare le abominationi, disonestà et li altri vitii. La qual cosa, stimando secondo la opinione di chi delle cose parla, che scadendo affare certi Octo, quando furono creati per ritrarre li peccatori dal male et animare la lor laudata virtù al bene; gli chiamai in pubblico Sermone Octo maschi; non perchè, per nostra pratica o mezzo si fussi mai facto alchuno offitio o per alcuna spetialità mia o del convento. Ecce coram Domino, che io non mento nè nulla mi ritengho. Prego vostre benignità non appuntino le nostre parole sofisticamente, sapendo la sapientia vostra che le parole debbono servire alla intentione. Ad gloria di Dio somma verità, el quale vi spiri a prestar fede et far di noi la sua volontà, quia benedictu in sæcula. Amen.
Al primo partito della magnifica Signoria haveremo ubbidito; ma ben che io pregassi qualche mazziere e cittadino, che andassino per il partito della Signoria, per il quale si vedessi quale era la sua volontà, non tornava nessuno; onde io credetti insino all’ultimo, che la Signoria fussi di questo tumulto mal contenta, et attendessi a rimediare et mandare aiuto a San Marco: et sotto questa speranza mi stavo con li altri a fare oratione in choro, havendo commesso la causa a Dio, et non me impacciando di null’altro.
Li amici del Convento erano quelli che volevano, tra’ quali alcuni vi praticavano più familiarmente; come era Girolamo et maestro Domenico Benivieni, Piero Mascalzoni, Giovanni Carnesecchi, Marcello Vernacci et Francesco Boni, non però molto spesso; Boninsegna Boninsegni, con grande affectione et reverenzia: vi veniva similmente Francesco Davanzati, Ruberto Ridolfi; qualche volta Simone Canigiani, non però spesso, doppo la morte di Carlo Strozzi; Antonio Tornabuoni qualche volta; così Niccolò di Giunta, Francesco del Pugliese et altri, e’ quali si confessavano da Fra Silvestro; Mazzeo Mazzei, quivi vicino, e Lapo suo fratello: qualche volta Ser Giuliano da Ripa, vicino; alcuna volta Bernardo del Barbigia; Tommaso Morelli, per raccomandare alle orationi la figliuola et la famiglia; Giovanni Bocchi, el quale si confessava da Fra Silvestro; Bartolommeo Orlandini, qualche volta, per causa di sua figliuola, o in conpagnia di Niccolò di Giunta; Niccolò Valori, Benedetto Bonvanni; Cambio, che vi havea già il figliuolo; messer Baldo, messer Luca Corsini, Antonio Lanfredini, antico familiare; rare volte Piero Guicciardini, et parlava meco delle tribolationi della città, et quando io credevo che elle finissino, et simili cose buone. Alcune volte, Gio. Battista Ridolfi, Francesco Valori, massime alli ufici et alle processioni della settimana della Annuntiata non mancò mai. Andrea Cambini et il fratello, qualche volta; Giovanni Vettori, rarissime volte, et veniva a mostrarmi una compositione d’una Croce fatta da lui di pezzi di osso; Antonio Giraldi, et qualche volta Luca d’Antonio dogli Albizi; così di rado Alessandro Acciaiuoli, Alessandro Nasi; Lutozzo, qualche volta; Domenico Mazzinghi, antico familiare nostro, rarissime volte; già Paolantonio Soderini et di già Tommaso suo figliuolo; Matteo Strozzi rarissime volte;[850] et simili altri, de’ quali non mi ricordo, i quali io non conosco, perchè non mi piacquero mai le familiarità dei laici: e quali credo, e così sino a ora ho creduto, che praticassino in San Marco per le ragioni dette, non per stato; nè anche so che loro nel fare li ufici favorissimo più l’uno l’altro, che li altri cittadini che non vi venivano; et credo che e’ dessino favore a ogniuno che credevano essere atto a tali uficii et il bisogno della città. Io, quando si havevano a fare i magistrati, non desideravo che fussi assunto nessuno come nostro amico, benchè in Cristo, ma solo chi Dio vedeva che fussi al bisogno. Onde se non sia creduto che la revelatione de’ predetti Angeli, almeno secondo la oppinione di chi parla, stimando certi Otto havere a correggere e vitii, et per ritrarre e peccatori con la paura del male, et per animare la virtù laudata al bene, gli chiamai in predica Otto maschi, non perchè per mezzo alcuno nostro fussino eletti, con ciò sia che appena dua o tre ne conoscessi, non etiam per alcuna spezialità mia o del convento. Io non pensai mai altro che allo honore di Dio et al bene della virtù et della città, in tutto quello che io ho predicato, o parlato, o operato; sia quel che piace a Dio di me.
Addì 16 di aprile 1498.
In nomine patris et filii et spiritus santi amen. Io fra Domenico servo di Dio, domandato et richiesto che io scriva circa le cose delle prophetie et della verità predicata dal Reverendo Padre fra Hieronymo; el puro vero, quanto ne so, testifico dinanzi alla somma Trinità et alla immaculata regina di Firenze, madre del nostro Re et Redemtore, Cristo victorioso triompfatore della morte, et dinanzi a tutta la celeste corte; che quello che qui di sotto ne scriverrò, a petitione delle magnificentie vostre, et è la semplice verità.
Circa le cose future predicate da Fra Girolamo, non hebbi mai dubitazione, et così credevole fermamente; le predicavo, nè ingannavo io il popolo, perchè andavo con sincerità; massime perchè, oltre a quelle illuminatione et ispirationi che detto Fra Girolamo, credeva avere da se, sapevo le altre da frà Silvestro, come lui, onde le credevo a li angeli et a Cristo et alla Madre, et non a frà Girolamo, se non come quello che credevo essere eletto per principale annuntiatore di queste cose.
El nostro Padre Fra Hieronymo exponendo, credo, Amos propheta, nelle sua predicationi; a quel parlare di detto profeta, non sum propheta; avendo dato alcuna expositione la qual non era tempo dare anchora, perchè non era volontà di Dio, simile parole disse a queste,[851] come apparisce in quella predica, perchè epsa è inferma intra le altre. Un’altra volta, innanzi a quel tempo, non mi rammento quanto; essendo io in una sua predica, in Santa Reparata, nota’ che lui predicando delle sue revelationi et prophetie, disse: Come io habbi quelle cose, una volta spero te lo dirà et aprirrà qualcuno de mia compagni;[852] e io credo el[853] domandassi, se ben mi ricordo, a casa, se tali parole aveva decto da sè: intesi che no. Dunque, ecco io ve lo dico; ma pregovi vi ricordiate del parlar di San Paulo, cioè che Dio elegge le cose e le persone inferme et stolte et che non sono,[854] a dire o ad operare quelle cose le quali vuole che apparischino sua.
Io adunque, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto et, non mi essendo monstro meglio il contrario, credo: che Pisa si habbia riavere, et habbino ad esser vostre delle altre terre che non furon mai vostre; et che Firenze habbi a esser più ricca, più potente et più gloriosa che mai, per virtù non sua, ma di Dio et della sua Madre: e così delle altre cose predecte dal Pre Fra Hieronymo, circa la flagellatione et renovatione della Chiesa, et la conversione de’ Turchi, innanzi che passi questa generatione che vive. Et ho dentro tenacemente affixa questa fede; nè per questo debbono le Magnificentie vostre alterarsi, perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla ciptà, et in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole: nè mi dà noia, come tali cose siano state da Dio manifestate;[855] nè ho mai ingannato il popolo, predicando anch’io, perchè ho fermamente così creduto con ogni sincerità, a gloria di Dio et comforto della ciptà vostra parlandone, et non per alcuna mia gloria o altro human respecto.
Circa el modo, dunque, per el quale el Pre Fra Hieronymo habbia havuto simili prophetie; vi dico che oltre alle sue inspirationi et illuminationi, le quali lui ha avute; Fra Silvestro conferendogli, come di già havete inteso, altre sue apparitioni et visioni angeliche in diversi modi, nelle quali epsi Angeli comandavono al detto Fra Silvestro che riferisse al Padre Fra Hieronymo, ora una imbasciata et ora un’altra, da parte loro o di Dio; infra le altre cose che decti Angeli monstrorono et dissono al decto Fra Sylvestro, (credo più anni fa, cioè circa e’ principii o non molto poi) una fu questa; che vedendo, credo, Iddio, che Fra Hieronymo fuggiva, o per humiltà non ardiva dire a noi quelle cose di cui era inspirato; Lui, o perchè e’ non vuole dare tanti doni o ogni cosa a uno solo, o per altro rispecto secondo la divina sapientia; apparsono a Fra Silvestro li Angeli di noi tre, et con una fune o piuttosto catena d’oro ci legorono tutti a tre insieme, et dicendo che stessimo uniti et havessimo et facessimo un core et una anima di tre che Dio voleva così. Onde se mai fusse accaduto tra noi punto di qualche leggiere stizza o parolame,[856] eravamo da loro ripresi. Et dissono a Fra Silvestro che stessi umile; così noi, perchè le prophetie et revelatione non salvano, ma son date per utilità della Chiesa, et che quelle tali apparitioni o vero revelationi, nonlli erano date propriamente per lui, ma per el padre Fra Hieronymo. Non dissono per tutti a dua noi, come stamani smarrito da vostre presenze, non sapendo in quel subito acconciar bene le parole alla intentione recta, per errore scripse: Ser Francesco.[857] Ma ben volevano che qualche volta, predicando io per el Pre Fra Hieronymo, onde sono chiamato el factoraccio; io dicessi qualche cosa, benchè di rado, da parte loro, come se io l’havessi havuta. Dunque essendo noi un core, et essendo tali dimonstrationi date a Fra Sylvestro, per el Pre Fra Hieronymo, et alla sua predica, se non sempre, almeno quando bisogna, ordinate; volendo decti Angeli, et così al Padre Fra Hieronymo, per bocca di Fra Salvestro da parte di Dio venendo, comandavano che quando tali cose epso Fra Hieronymo havessi a riferire, per loro impositione, al popolo o a frati; lui le dicessi come se e’ l’havessi lui proprio, perchè questa era la volontà di Dio.[858] Onde non mentiva in questo, avendole Dio facto anche altre volte, come si può nelle scripture vedere, et 2º perchè eravamo un core, et 3º perchè erano ordinate alla predica et a lui, et 4º perchè el lume della prophetia, et però di queste et d’altre cose era impresso dentro alla mente di Fra Hieronymo. El quale lume è quasi el tacto[859] in questa cosa. Imposonci decti Angioli, che questo secreto per niente uscisse di noi tre, et che se e’ se ne sapeva per nostra colpa nulla, Dio si adierebbe con esso noi, et priverebbeci di tali gratie in tutto. Le quali Dio, come lor dissono, ci haveva comunicate, perchè ci voleva per questi mezzi adoperare a fare di molte utilità alle anime. Mal volentieri, con tutto questo, habbiamo parlato delle cose future; et solo tanto quanto ci è stato imposto, guardandoci sempre non dire se non ci era inspirato o decto: dite questo. Et se qualche rarissima volta, per humana fragilità o levità, havessi nessun di noi manifestata qualche cosa, non ci essendo di quella stato così imposto, ne siamo stati ripresi et castigati assai.
Imperocchè già più anni fa, apparvero gli Angeli di noi tre a Fra Silvestro (dico li Angeli, perchè così ho creduto che fussino), et di una cordella o vero catena d’oro ci legarono insieme, cantando, se ben mi ricordo: Ecce quam bonum et quam iocundum habitare fratres in unum; et dissono che noi stessimo uniti insieme, et facessimo un cuore et un’anima di tre; che Dio voleva così, et che noi stessimo humili, perchè le revelationi non salvano, ma sono date per utilità della Chiesa. Et più volte sono apparsi, ridicendo queste et simili cose, et che quelle rivelatione gli erano date, più per Fra Girolamo che per lui, et alla sua predica hordinate erono. Onde comandorono, che quando Fra Girolamo havessi a dire loro imbasciate fatte[860] a Fra Silvestro, esso Fra Girolamo lo dicessi come se le havessi haute lui proprio; che questa era la volontà di Dio; et perchè eravamo un cuore, et perchè erano ordinate alle prediche, massime havendo fatto altre volte Dio, come si accenna per le Scritture. Imposero detti Angeli strettissimamente, che questo segreto non uscissi di noi tre, et che se mai per nostra colpa se ne sapeva nulla, Dio si adirerebbe et priverebbeci in tutto di tali gratie.
Io non dissi mai, nè dico di havere prophetie o apparitioni o visioni angeliche, salvo che nella sala del Consiglio, expressamente una volta, dopo la messa grande. Allora dissi, che io avevo veduto in quella sala Angeli che inspiravano al bene et ad andare, nello eleggere, rectamente a Dio;et e’ demoni che inspiravano il contrario: chi accepta le buone inspirationi et chi le captive. Credo anche dicessi, che Jesù Christo Re di quel consiglio et della ciptà di Firenze, gastigherebbe chi non andava rectamente o seguitassi intelligentie, o simili parole delle quali non mi ricorda. Questa tal visione nulla finxi, nè per alcuna cosa che io humanamente sapessi, o per relatione di cosa alcuna da persona così parlai; anzi perchè la mattina, a buona ora, Fra Silvestro mi riferì questa visione facta a lui, et dissemi da parte degli Angeli, che io dicessi aver veduto io così; nè mentivo perchè eravamo uno core et una cosa, et per le altre ragioni decte de sopra, et perchè havevo a fare semplicemente la obbedienza di Dio decta per gli Angeli.[861] Et così ne venni in palazzo, non sapendo nulla di quello poi seguì, et quando seguì, mene stupii,[862] et credo certo che io pensassi, costoro non credono che questa sia stata visione, ma che io l’habbia fincto, stimando che io habbi prima saputo questa cosa. Ma Dio[863] che io per me niente nolla sapevo et che andai semplicemente, et che quando mi fu imposto che io dicessi di haver veduto io, mi parve cosa nuova, a entrare in quella mattina in opinione di huomo apto a prophetia, in cospecto di tanti eccellenti ciptadini. Ma io sapevo et anche ebbi certo segno che Dio così voleva, conciosiache dicendomi Fra Silvestro da parte di detti Angioli, come mi sono adesso ramentato, che io predicassi el psalmo; Anima mea Domino et omnia quæ etc.; fantasticando a che proposito mi disse sopra quel psalmo, cioè sopra alquanti versi, quasi che subito, cioè non con molta fatica di mente,[864] inspirata una aptissima expositione, cioè secondo el proposito delle gratie et de benefici facti da Dio alla città di Firenze. Non seppi, dunque, innanzi che io venissi in palazzo, quello che seguì per altra via; come nè anche predicando sapere la partita e rotta dello emperadore, ma mi fu inspirato et facta dir così.
Mai per detto d’alcuno cittadino troverete che io abbia predicato, se non ho che e’ poveri sieno aiutati a simili cose; nè mi ricordo che e’ ciptadini mi habbino mai decto predicate questo o quello, maxime di cose che in alcun modo appartenghino a stato. Potrebbe essere che qualche volta mi habbino decto ch’io predichi contra ai giuochi o altri vitii, ma non mi ricorderei nè chi nè quando mi habbi decto tale cose o simile. Et non solo e ciptadini non mi davono la norma de quello che io havessi a predicare, se non come ho decto di qualche cosa appartenente a buon costumi; ma nè etiam el Pre Fra Hieronymo, el quale, quando io haveva a predicare, non mi voleva mai dir nulla di quello ch’io havessi a dire, et qualche volta el disse, cioè, che lui lasciava ispirarmi da Dio, et de mio predicar non s’impacciava. Così Fra Silvestro mi exortava alcune et assai spesse volte a predicar di cose divote, et non tractar nè de reggimento et del bene comune, se non quanto richiede el bene vivere et similia. Anche lui, oltre a queste exortazioni predecte, mi lasciava predicare a mio modo.
Mal volentieri parlavamo di cose future, se non ci era inposto; et perchè io predicava alcune volte per Fra Girolamo, mi facevano e detti Angeli dire, qualche volta, rare volte però (come espressissimamente quando io predicai una sol volta non molte parole nella sala del Consiglio), loro apparendo a Fra Silvestro, mi fecero dire, che io dicessi di havere veduto nella detta sala io quella visione di Angeli, che inspiravano al bene, e’ Demoni che per il contrario instigavano al male; cioè, a non andare rettamente alle elezioni. Et in verità, quando venni in Palazzo, per via humana, non sapevo nulla di seguito; et quando seguì, mi stupì: li Angeli a buon’ora mi fecero così inporre, et così mi comandorno che io dicessi, et non mentivo per le ragioni sopradette. Parvemi però strano quando mi fu inposto, che io dicessi di haver veduto io, perchè la umiltà mi incitava a fuggire oppinione di huomo sì atto a profetia; pure mi bisognò ubbidire semplicemente.
Non seppi dunque per altra via innanzi, in Palazzo, quello che poi seguì, come nè anche predicando potevo sapere, per via humana, la partita con fretta dello Imperatore da Livorno, ma me fu inspirato dalli medesimi Angeli, et fatta dire così. Questi medesimi Angeli apparendo dissero, che io uscirei del fuoco senza dubbio illeso, et che io facessi un buono et fedel cuore, et portassi meco il Sacramento. Onde in questo non offendevo Iddio, perchè non havevo a ardere; chè Dio così aveva spirato, lui sa il perchè. Venni adunque con animo deliberato di entrare nel fuoco ad ogni modo, nè mi pensai d’havere a essere imputato del portare il Sacramento, nè chè questo avessi a essere quello che tirassi a dreto quel frate Minore: pensavo bene che del miracolo, molti non ne havessino a fare frutto, ma a dire che il Sacramento, el quale non può ardere, l’havesse fatto. Ma possono ardere le specie, et chi lo porta, e il velo. Hebbi ancora qualche sospetto, che quel frate Minore non havessi a reggere; ma a trovare qualche occasione, come ei fece; ma dicevo: Forse Iddio per la sua ostinatione et cecità lo condurrà tanto oltre, che e’ bisognerà che egli stia, et non potrà tornare indietro; massime vedendo io la cosa tanto bene in punto et tanto oltre. Per me dunque non restò, e Dio mi è testimonio: et chi altrimenti dice, sarà chiaro el dì del Giuditio che lui ha errato.
Non sono stato in questi dua anni, de continuo a San Marco, anzi molto interroctamente, e come quello che ero indegno priore altrove. Et per le quadragesime intere sono stato a Prato, a Lucca; però non vi doverete maravigliare, se circa qualche prophetie et revelationi, gli altri narrassino qualche particolarità le quali io non possa narrare, come quello che molte cose non ho potuto intendere. Non ho altro a mente, se da me voi altro desiderate intendere, come buoni confessori domandatemi, et io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè havendo sempre havuta la coscienza tenera, so molto bene che dire le bugia in iudicio o tacere quello che si debbe manifestare è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se havessi ora a morire, il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, et ho guaste le braccia, maxime el sinistro, el quale con questa[865] già due volte ho guasto; onde vi priego siate clementi, credendo alla verità delle mia semplici scritture.
Domandato stamani chi mi havea detto, quando già predicai ch’e’ vi era chi voleva ammazzare el Padre Fra Hieronymo; risposi per allora non me ne ricordare. Ripensando poi bene che non mi ricorda haverlo predicato; immo mi pare esser più che chiaro, che mai dissi di nessuno in particolare. Et se pur fu che mai ne predicassi, se non in comune; mi vuol ricordare che, se pur fu tal cosa, venisse dalli angioli nel modo predecto, perchè so che altrimenti mai harei atteso a ragionamento di alcuno.[866] Chi costui o costoro fussino, o quando, nulla so, nè averne predicato nè d’altro, quanto a questa o altra parte, mi potrei ricordare; sì per la debolezza della memoria, sì perchè sono molto exausto et consumato. Havete ora, clementi ciptadini, ogni cosa etiam scrupolosissimamente da me, Idio vi faccia contenti. Il che spero sarà, perchè non mi troverrete in bugia nè crederete alle calunie vane che mi fossino opposte, valete in Domino.
Siami hora lecito, egregi ciptadini, raccomandarvi el vostro misero (servo), dal quale dopo la prima tortura della fune, non havete havuto altro che importi, perchè lui è vixuto alla semplice, et non s’è impacciato in vostre cose; ma solo in predicare, come sanno quelli che mi hanno udito, quello che appartenga al ben viver et allo honore di Jesù Cristo Re di Firenze. Così questa seconda fune se pure, non mi credendo mi darete, e non troverete altro nè c’è, et mettetemi a pericolo della morte.
Sia facta la volontà di Dio.[867] Non mi potetti mai avvedere, non mai hebbi un minimo sospetto che il Pre Fra Hieronimo ingannassi o andassi punto finctamente; anzi mi pareva rechissimo et sempre l’ho giudicato huomo singulare. Et havendogli gran reverentia, speravo per e’ sua mezzi haver da Dio gratia di poter fare qualche bene alle anime; et reputandolo huomo di Dio, come suo subdito l’obbedivo con ogni simplicità et sollicitudine. Adoperavami alle faccende dello spirito et delle cose spirituali, comunemente così della religione come del convento, quando io ero in San Marco. Non però adoperava me solo, ma etiam li altri; et me più facilmente nelle cose di Dio, et qualche faccenda spectante acciò, maxime del governo della religione, essendo io Priore. In questi principii quando si mutò lo stato, et così poi qualche volta, mi mandò a fare qualche imbasciata alla Signoria di cose appartenenti al reformare el governo et la ciptà, come si può recordare el savio vostro Lorenzo Moregli, al tempo della Signoria del quale, cioè quando lui era de’ Signori, venni circa dua volte in palazzo per parlare alle loro Signorie del far la sala[868] e simili, cose delle quali non mi rammento, furono pochissime imbasciate. Dipoi iarsera ripensando, non ho saputo ritrovar nulla, perchè io possa comprendere che mai el Pre Fra Hieronymo andassi lietamente, et piangho a Dio diventato in questa cosa stupido.[869] Sapevo che esso, per commessione della medesima revelatione haveva deliberato scrivere ad alquanti principi: che questo papa non è cristiano nè Papa; et questa chiavetta[870] credo volessi un dì aprire. Sapevo etiam, che aveva compilato el tenore delle lettere; ma che e’ fusse el tempo di mandarle, o che e’ l’havesse mandate, non sapevo; non pensavo avanti a iarsera questa cosa, nè mi veniva in fantasia, quando epso l’havessi manifestata questa cosa del Papa, revelata di sopra in quel modo lui mi ha decto. Allora credevo che fussi el tempo di fare el fuoco, et passando per esso salvo, si sarebbe soprannaturalmente provata in questa conlle altre.[871] Et però diciavamo alla magnifica Signoria et al popolo, che non era tempo ancora di fare el miracolo, ma volavamo però, provocati, al predicatore di Santa Croce rispondere; acciò si vedessi se noi predicavamo o tenevamo il falso: così è processa la cosa con ogni simplicità.
Quando era facta la Signoria, innanzi ch’ella si publicassi, mi ricordo che circa due volte, passando per el secondo nostro claustro, ove era qualche frate et qualche brigata, non però di molto affare; havere, fermandomi un po’, udito dire simil parole: noi crediamo che le orationi sieno state exaudite, et che e’ sarà una buona Signoria, et el tale andò con gran silentio et favore, et per quanto apparì, doverrà haver vincto; et non si apponevano et non era vero el lor pronostico, come al tempo suo si dimonstrava. Et a me non venne mai persona alcuna, per manifestare e’ vostri secreti, ma ne anche se’ fussin venuti, li harei uditi; perchè la conscientia mi havrebbe spronato a dire: state cheti non parlate quello che havete sotto sacramento etc. Et veramente a me non pare havere praticato in San Marco, se non persone di assai buona coscientia, benchè con molti pochi praticavo, et sempre ho avuto questo costume di non m’intromectere a conversare con chi non mi toccava. Onde qualche frate mi s’è lamentato qualche volta, dicendo voi non mi parlate mai, come era el Pre Fra Baptista (Dio li facci pace), et io rispondevo a lui et alli altri: che volete che io faccia; la mia natura è questa di non praticare con chi non ho faccenda. Onde familiarmente conversavano in Chiesa et per casa nostra, cioè per e’ claustri, delle quali,[872] in più anni, non so ancora e’ nomi. Qualche volta ho detto a frati in pulpito, et a qualchuno laico, che se io in Fra Hieronymo conoscessi uno minimo errore o inganno io lo harei scoperto et pubblicato; et certo lui ha testificato qualche volta, che io lo haria facto pur troppo, et in verità così harei facto, et hora farei, se nulla di lui sapessi di duplicità: mai mi accorsi di niente. Finis. In simplicitate cordis mei letus obtuli universa.
Uno deposito trovai a San Domenico a Fiesole di 60 in 70 ducati; non li ho mai numerati; e quali haveva quivi in mano di Fra Tommaso Busini, o vero Fra Francesco Federighi; portò Francesco et Raffaello Martelli, per comprare non so che casetta: quivi li lasciai innanzi la quaresima.[873]
Cinquanta ducati mi portò el medesimo dì Lorenzo Tornabuoni, i quali io rendei al detto Lorenzo in mano propria nel secondo claustro in San Marco, come credo sia scritto in sur uno mio memoriale, et forse in sur un libro del Convento, intitolato Debitori e Creditori. Parmi ricordare fussi allotta con Lorenzo, Simone Tornabuoni, o vero Donato, salvo il vero; benchè lo chiamai un poco da parte, se bene mi ricordo.
Francesco di Amideo debbe havere errato un zero; ma se bene fussino stati 300 scudi quelli i quali lui mi portò da parte di Lorenzo, basta che lui testifica che erano dati a me da Lorenzo per distribuire per l’amor di Dio in maritare fanciulle. A me però pare certo non fussino più che 200; et se pur 300 fussino, io non me gli ritenni, ma circa a 200 ne hebbe madonna Vaggia sorella di un nostro padre vecchio, Fra Giuliano Adimari, per maritare una sua fanciulla grande, al tutto senza provedimento; come può testificare Gentile figliuolo di detta madonna Vaggia, et un cognato di detto Gentile, el quale stava con lei in una medesima casa. Detta madonna Vaggia disse, che venendo mai in migliore fortuna, darebbe detta quantità per l’amor di Dio. Et altri 100, se pur così furono, in quel tempo gli dovetti distribuire in simile opera, o in mettere qualche fanciulla nel monastero. È buon tempo che questo fu, cioè non so quanti anni innanzi che Piero de’ Medici se ne andasse; et però non havendo buona memoria naturalmente, massime di queste cose, che non si appartengono alla mia professione, et però fatte che io le ho non vi penso più, et non me ne ricordo; per questo dico, non mi sarebbe possibile rendere più a punto ragione di questa cosa.
Piero Calderini debbe essere vivo; lui dunque dirà che e’ non dette a me danari per elemosina, mentre che Lorenzo Tornabuoni era sostenuto.
Altri danari non so; se non che già quando si fece la sala mi sono ricordato che Andrea Cambini, havendo in San Marco circha a 40 ducati, io gli adoperai per prestare al Comune; et lui poi gli riebbe et fecene, come ei disse, una dota in sul monte ad una sua figliuola.
Ecce coram Deo, in simplicitate cordis mei scripsi universa. Nè mai mi potetti advedere, nè mai pure lo immaginai, che Fra Girolamo ingannasse: et dissi più volte et predicai, che se in lui io havessi conosciuto un minimo inganno, io lo harei scoperto et pubblicato; et lui ha qualche volta testificato, che io lo harei fatto pur troppo: et in verità lo harei fatto, perchè non mi piacque mai punto la duplicità.
LII. Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla Signoria.[874]
Io Frate Silvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, de l’ordine de’ Predicatori, confesso et dico esser vero quanto apresso si narrerà.
Prima, quanto a’ mia sogni, e quali io referivo a Frate Iheronimo, et de’ quali nella confessione sua si fa mentione; dico cusì, che io sin da fanciullo, maxime in quel tempo che io aplicai l’animo a qualche studio, cominciai a recitar la nocte quanto avevo lecto o udito el dì; benchè non con molta frequentia. Di puoi, nella età de XIIIJ anni varcati, mi feci frate di San Marcho, e per la religione e per lo studio mi cominciorno e’ sogni a destare in muodo, che qualche volta referivo tucte l’epistole di San Paulo. Una altra volta, a Vinegia, dixi e recitai in sogno una predica tucta in tedescho, nel monasterio nostro di San Domenico, che l’avevo udita da un frate tedescho del medesimo ordine; presente frate Bernardo di Bardo da Firenze, e molti altri frati, et presente el decto frate tedescho che aveva facta decta predica. E così frequentissimamente referivo lectioni, prediche, uficio, cose udite e lecte, comm’è testimonio tucto el convento nostro; et cusì di tempo in tempo venni seguitando, fino a hoggi; benchè al presente non li recito con quella vivacità che pel pasato, che mi cavorono libre octo de sangue.[875]
Frate Iheronimo cominciò a predicare l’anno 1490 in San Marcho, e a esporre la Epochalisse: e di puoi in Santa Maria del Fiore, dove e’ predicò la renovatione della Chiesa et l’altre cose sua: e predicando io, in questo tempo medesimo, in San Gimigniano, e esendomi referito tucte le decte cose che Frate Girolamo predicava, e maxime circha alle sua profetie, n’ebbi grandissimo dispiacere, e difendevolo colla lingua e non col cuore; comme vi ne farebbe fede Fra Malatesta,[876] comme in quello tempo che io tornai da San Gimignano io non credevo alle cose sua, ma credevo che fussi sotile inganno del dimonio. E dixilo a detto Fra Girolamo doppo la tornata mia, insino a dirgli che mi pareva pazzo e fuor di sè; con ciò sia che, sendo stato mio maestro, sempre m’era parato che fussi stato alieno da queste cose, in tanto che egli aveva facto e composto uno Tractato contro a’ predicatori delle novità. Mi rispose, che predicava con buono fondamento, e che io sapevo che non era pazzo o sognatore, e che non si meterebbe a dire tal cose senza gran fondamento; et agiunse che io ne facesse oratione, e che messer Domenedio mi spirerebbe a credere quello che fusse la verità. E così facendo, o per la mia natura che io avevo di sognare, o perchè fussi illusione diabolica, a me parve più volte essere ripreso da spiriti del non gli credere: e così referendolo a lui, mi rispose, che certamente Idio mi voleva bene. Maxime che in quel tempo lui mi rifiriva avere, quando faceva oratione, uno segno da Dio quando le cose erano vere, che si sentiva scolpito la crocio e ’l nome di Gesù nel pecto.
E così io le referiva spesso di questi mia segni; e lui mi diceva che facendo oratione sopra queste cose nostre, se gli mostravano verità e non sogni. E cusì, per la reverentia e fede grande ch’io gli avevo, comminciai a credergli quello che e’ diceva absulutamente: niente de meno spesso mi insorgevano dubitationi de no. E sempre mi diceva che io stessi sopra di lui, ch’era chiarissimo che erano da Dio: e cusì mi sono stato sino a uno mese fa, quando credendo e quando dubitando; ma hora astutamente credo essere inganno. Tra gli altri sogni che io avevo riferiti, e che sono suti predicati, mi ricorda che, ora dua anni, tornando da Prato, e facendosi oratione in convento, la nocte innanzi che se avessi a far la Signoria, mi parve vedere tucta l’aria piena di spiriti buoni e cattivi, con fuoco e coltegli in mano; e finalmente cacciati e’ mali spiriti, rimasono solamente e’ buoni. Il che io referì la matina a Fra Domenico, e lui poi lo predicò in Palazzo; e disse avergli veduti lui, secondo che m’è suto referito. L’ultimo sogno ch’io facessi, fu la nocte precedente al dì che s’aveva a fare el fuoco; ove mi parve vedere il fuoco in piaza, e che Fra Domenico ne uscissi con l’hostia in mano, vestito di rosso; e del fuoco si facessi dua parti, e uscitone puoi, si cantassi Te Deum laudamus; et cu’ l’olivo si facessi pace universale. Questo è quanto mi ocurre dirvi circa le profetie di fra Girolamo, e per quanto atiene a me.
Circa le intelligentie che si facevano in nel convento de San Marco di citadini tra loro o col mezo de’ frati, dico: che dalla suscriptione che si fece l’anno passato in fuora, per mandare a Roma, che io non so altra espressa intelligentia, soscritione o ordine: et quella per Roma io la seppi in questo modo. Essendo un dì nel chiostro con più frati de’ nostri, fu decto che a Roma era ito una suscriptione di ciptadini, i quali testificavano Fra Girolamo predicare falsa doctrina: e per questo fu da’ medesimi frati giudicato essere bene farne una in contrario; e cusì si ordinò una lectera al papa, in nome del convento, in sur uno ruotolo di carta pecora; e mandossi per ser Philippo Cioni e per ser Benedecto de Terrarossa, a’ quali si decte commesione che atendesino a tale suscriptione, e fussino rogati di tucti quelli che si suscrivesino. La quale dipuoi s’andò seguitando nel modo che ella s’è trovata. E de’ frati v’atese Fra Ruberto da Gagliano. E io richiesi e confortai molti a soscriversi: tra gli altri, Antonio Giraldi e Luca d’Antonio degli Albizi; e’ quali non si volsono suscrivare dicendo, che ella era a stanza di Francesco Valori; e me dissono che noi eramo semplici e ingannati; alegandomi deto Luca la suscriptione del 66, che pareva che fossi facta a buon fine, e dipuoi fu cativo. Ancora Francesco del Pugliese, Iacopo et Alamanno Salviati, Francesco da Sommaia et alcuni altri, di chi io non mi ricordo, mi disono che la non piaceva loro; ma dapuoi che era principiata, erano contenti di soscriversi; e cusì feciono. Intelligentia o ordine che si facessi in San Marco, non ne so altro;[877] e se pure v’era, era fra ciptadini medesimi, senza mia saputa o intervenimento.
Delie processioni, comunioni e altre cerimonie se ne faceva a San Domenico e a San Marco, dove interveniva homini d’ogni sorta; ma non vi si fece mai pratica di stato di nisuna ragione, ch’io sappi. Una delle prime processione fu circa lo Advento pasato, dove si trovò Andrea Cambini, el Grasso sensale di panni, Girolamo de’ Rossi da Pistoia, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi e ’l Frate Barbieri, Guasparri orafo: non mi ricordo nè credo fusino più, fra Girolamo, innanze che ella si facessi, nello ospitio fece parecchi parole di questa sustantia: cioè, che Dio era consueto a fare gran cose per lo mezzo delle orationi; et avendo lui predicato la fede, la renovatione della Chiesa, et altre sua cose, e provatele con ragione, e non essendo credute, bisognava che Dio mettessi le mani a’ miracoli: e che Dio gli farebbe in omgni muodo, ma che bisognava molte oratione fuor dello ordinario; e ch’e religiosi, che v’erano, pregassino per la Chiesa, e quelli secolari per la città, e fusino testimoni de quello aveva decto. E cusi seguitò la processione, senza dire altro. Una altra se ne fece in San Marco, dove fu circa a 40 persone d’ogni sorte de huomini da bene. Di quelli mi ricordo, son questi: Piero Cinozzi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Filippo da Gagliano, Antonio Berlinghieri, ser Nicholò Michelozi, Rinieri Tosinghi. In queste processioni, si fermavano e’ frati in quattro parti del convento: nel primo luogo si faceva oratione per la conversione degli infideli; nel secondo, per la renovatione della Chiesa; nel terzo, per la congregatione nostra di San Marco; nel quarto, per tucta la ciptà. Si sono facte di puoi quattro volte queste processioni publicamente, doppo la messa, per li chiostri e per chiesa e orto; e qui è stato sempre parechi centinai di persone, cusì di huomini comme di donne.
Circa l’ordine di fare favore più a uno che a uno altro nel fare de’ magistrati: dico, non sapere che vi fussi alcuno certo o determinato ordine, ma bene qualche volta ne’ chiostri e nella libreria è sentito dire a molti cioè a uno Benedecto Buonvanni, Alexandro Nasi, Andrea Cambini, a Ruberto Ridolfi e altri simili, che praticavano la casa: e’ sarebbe buono fare Francesco Valori gonfalonieri. E cusì ragionavano di qualche uno altro per fare Signori; quali al presente non mi ricordo. Ricordami che quando Francesco Valori era gonfalunieri de iustitia, io intesi dire in San Marco, ne’ chiostri, da Giannozzo Pucci, che Francesco Valori haveva decto, che non si facessi gonfalunieri Bernardo del Nero. E nel medesimo tempo intesi dire, che Francesco predecto voleva si dessi favore a far gonfalunieri Antonio Canigiani, e uno altro che non mi ricordo chi: nè ancora mi ricordo de certo chi mi dicessi questo; benchè stimo più presto Andrea Cambini che altri. Anchora d’octobre passato, Francesco del Pugliese, per uno, mi disse che Francesco Valori desiderava e faceva diligentia che Piero Corsini fussi gonfalonieri de giustizia de’ novembre e dicembre passato; e non essendo puoi riuscito, Francesco Valori mi disse un dì, averlo hauto molto per male. Quando si fece la presente Signoria, mi ricorda che io udie dire da più persone de quelle usavano in San Marco, e nominatamente a Benedecto Buonvanni, a Andrea Cambini, Piero Cinozi, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Giovanni di Lionardo Carnesechi, Lionello Boni, che desideravano che Giovanni de Iacopo de Dino di messer Guccio fussi facto gonfalunieri de iustitia, e non Piero di Niccolò Popoleschi. Similmente mi narrò che quando fu gonfaloniere di giustizia Piero di Daniello degli Alberti; che quelli che riferirno in San Marco non lo volevano. D’altri favori o disfavori che fussino facti a altri, non mi ricordo.
Circa il sapere il segreto delle Signorie prima fussino pubblicate; dico che Andrea Cambini, quando fu facto gonfalonieri de giustizia Bernardo del Nero, mi rifirì quella Signoria, dicendo averla intesa da Francesco Valori, che era allora gonfalunieri. Una altra volta mi rifirì quella Signoria che fu de genaio e febraio passato, quando fu gonfalunieri Giuliano Salviati: ma de questa s’apose de la metà; e tra gli altri mi si ricorda che nominò Alexandro degli Alexandri e Carlo della Tosa, che puoi non furono. Più altre volte quelli che usavano in San Marco ci referivano delle Signorie che e’ credevano che fussino; e quando s’aponevano de tre o quatro, e rarissime volte de più che la metà; come quelli che giudicavano dal vedere quelli che stavano al segreto allegri o manenconosi, o per aver cusì desiderato. Alexandro Nasi, quando era de collegio, essendo stato al segreto di una Signoria, mi disse puoi: noi haremo buon capo e buon membri, ma io non voglio rompere el giuramento. E tra gli altri particolari mi ricorda, che mi disse: El capo non sarà amico del Valori, ma gli è homo da bene et buono. E fu puoi quando sedè Paulo Antonio Soderini. Francesco Carnesechi mi disse, quando fu facta questa Signoria: Io credo che noi aremo Lanfredino de’ Signori. E io gli dissi: Sapetelo voi? Risposemi de no. E Francesco Valori, mi ricorda che a una Signoria, prima che fussi pubblicata (ma non mi ricorda quale; ma son certo che fu da setembre in qua), mi disse: io ho paura d’una cactiva Signoria, e temo de non essere confinato; che vorrei più tosto che mi fussi tagliato il capo. Questi rubaldi debbono sapere questa Signoria da questi ministri. E stimo mi nominassi allora messer Nicholò Altoviti e messer Francesco Gaddi, de’ quali decto Francesco me n’aveva decto male, dicendomi che eran dua ladroncelli; e vedevo manifestamente che voleva male a tucti dua. Da messer Bartholomeo Ciai io non intesi mai segreto de nessuna Signoria; ma bene lo viddi parlare una volta a fra Girolamo, e molte volte con frate Malatesta. Altri segreti di Signoria non ho mai saputi, che de sopra m’abbi decto.
Circa il prevedere in San Marco d’armi, mi ricordo che XV dì inanze al caso, ci fu decto da uno de’ nostri portinari che una nocte ci sarebbe scalato el campanile dalla compagnia de’ Compagniacci, per fare vilania a Frate Girolamo. Stimo fussi Fra Barnaba de Cante o Fra Bartholomeo Cavalcanti: onde nacque ch’e frati, per paura che cusì non fussi, ordinarono, e io intra gli altri,[878] che la notte stessino 6 in 8 secolari, de quelli che vi usavano, alla guardia del campanile, del chiostro e della porta, armati: e questa commessione fu data a Fra Francesco de’ Medici; e per uno gli le dissi io. El decto Fra Francesco mi dixe essersi fornito d’arme, con Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni Carnesechi e Giovanni Capelli: e’ particolari arete meglio da fra Francesco. E più viddi una sera, inanzi al caso, armati nella scuola del primo chiostro de San Marco; Cesare Stradi, Nicholo calzaiuolo, Alesso Balduvinecti, Buoninsegna Buoninsegni, Piero di Pagolo degli Albizi, e degli altri v’era, che io non mi ricordo. Alexandro di Gino Ginori mi oferse alcuni scoppiecti, che aveva in casa; e io lo rimessi a fra Francesco de’ Medici. Circa a quelli che io viddi armati il dì della domenica dello ulivo, e de’ quali io mi ricordo, sono questi: Francesco de Lorenzo Davanzati, che era armato con coraza e celata, e tucta nocte stecte in casa in San Marco, andando in qua e in là a solecitare quelli che erano nel convento, che dovessino solecitamente guardare che nesuno intrassi drento nel detto convento; Paulo calzaiuolo viddi trare saxi e scoppiecti; e Agnolo d’Andrea della Robbia, che è soldato armato di tucte armi, et con una roncha; et fece gran defesa, secondo mi fu referito. Jacopo da Firenzuola traheva con lo scoppiecto; Zanobi rigatieri, fratello dello spedalingo di Bonifazio, fu de’ primi a uscir fuora con circa 15 o venti compagni armati; e con lui conobbi uno Girolamo Gini merciaio, et Bartholomeo Mei merciaio: e questo fu in su ’l primo rumore. Del numero di questi che uscirono fuora al rumore, secondo mi fu riferito, ne fu morto uno. Giovanni di Francesco di Dino di messer Guccio viddi io solecitare e confortare quelli che erano alle guardie de quelli luoghi de San Marco, dicendo: Guardate bene questa porta e quest’altra, che persona non entri. De più nomi particulari non mi ricordo, perchè poco mi rapresentai dove fusino. E frati, che erano armati, con questi viddi Fra Francesco de’ Medici, uno Fra Giuliano d’Octaviano di Cesare Petrucci, uno frate Philippo de’ Lapacini, uno frate Pagolo d’Antonio di ser Bartholomeo de ser Giovanni, Frate Antonio e Fra Pelegrino, conversi: questi mi rifirivano apunto gli altri ciptadini che v’erano armati, perchè erano con esso loro.[879]
Circa a chi ritenessi Fra Girolamo il dì del caso, che non uscissi fuora; dico che io lo viddi con uno crocifixo in mano, appresso al capitolo del primo chiostro, dicendo: Lasciatemi andare, perchè propter me orta est hæc tempestas. Aveva dreto e frati, che cominciorno a piangere; e così de molti secolari innanzi, infra’ quali era Giovambatista Ridolfi e Giuliano da Gagliano; e cominciorono ancora loro a gridare: No, no, padre; comme faremo noi puoi? E cusì tucti gli altri che erano presenti, e quali mi parevano tucti poveri homini.
Circa a quelli citadini che sono venuti a San Marco mentre erano de’ Signori, dico che mi ricordo certo di questi: Francesco Guasconi, Dionigi Nasi, Berto da Filicaia, Lionello Buoni, Philippo Arigucci, Francesco Rinuncini, Matteo di Noferi del Caccia quando era gonfalonieri, Francesco del Pugliese, e Luca d’Antonio degli Albizi; e quali tutti parlavano con Fra Girolamo: e ragionamenti di tucti io non sapevo. Piero Cinozi vene anchora quando era de’ Signori, la sera de berlingaccio; che prima v’aveva mandato una buona quantità di migliacci facti in Palagio.
De altre pratiche di ciptadini, o ragionamenti particolari hauti in San Marco de cose de stato, o atenenti al publico, cusì da’ frati comme da’ secolari, dico che Fra Nicholò da Milano mi disse, già più volte, che gli era necessario alla cità de Firenze fare uno dogie per quatro o sei anni, o a vita; perchè a questo modo d’oggi ogni dì si muta stato. Et entrato ne’ particulari, diceva che bisognava fussi qualche homo buono, senza pasione, iustissimo, e amorevole della cità; dicendo che se Francesco Valori non fussi stato bizzarro, comme era, e non avendo figliuoli, sarebbe stato buono. Ancora nominava Lorenzo e Piero Lenzi, e simili, senza molto parentado. Pier Antonio Carnesechi, Alamanno e Iacopo Salviati, Alexandro Nasi, circa 4 mesi fa, mi dissono che era bene tòrre el favore a Francesco Valori, perchè gli aveva troppa autorità; et dissonmi che in questa opinione era ancora Lanfredino Lanfredini. Il fine disono essere perchè non comandassi loro, e non si facessi sì grande: stimo anchora in questa cosa fussi Piero di Paulo degli Albizi. Filippo Arrigucci, quando era de’ Signori, venendo io el sabato santo qui in Palazo a riconciliare dua o tre de’ Signori, mi disse: Questo ribaldo dei gonfalunieri volle fare ieri tagliare a pezzi parecchi ciptadini, e credo nominassi Francesco Valori; e dissemi gli haveva voluti fare amazare in Santa Maria del Fiore, la matina quando si predicava. E questa state passata Michele Niccolini, che fu de’ Signori in compagnia con deto Philippo, mi disse, Filippo avergli più volte decto: S’io avesse compagnia, io gicterei el gonfalunieri (che era Bernardo del Nero) a terra da le finestre. E disegli perchè Dio voleva cusì. Et dimandandone io Fra Girolamo, se de questa cosa sapeva cosa alcuna, e dicendomi di no;[880] io presumpsi che questa cosa nasciessi da mona Camilla Rucellai, perchè Filippo gli prestava fede. Hora due anni, quando Fra Girolamo era a Prato, secondo mi ricorda, Piero de Lucantonio degli Albizi, Neretto Neretti, che allora erano degli Octo, venono a Prato per Fra Girolamo, e cusì venimmo la nocte in Firenze. E fu la decta venuta perchè predicassi in sul fare de quella Signoria: de che si fece allora horatione.[881]
Quelli che venivano frequenti in San Marco e parlavano qualche volta a fra Girolamo, et chi più e chi meno, et che gli reputavo amici di Fra Girolamo, sono questi quelli de cui hora mi ricordo:
Francesco di Filippo Valori, Andrea di Antonio Cambini, Giovanbatista di Luigi Ridolfi, Giovanni di Niccolò Cambi, messer Domenico di Baldassarri Bonsi, Nicholò di Bartolommeo Valori, Antonio di Giovanni de’ Giugni, messer Luca di Bartolommeo Corsini, Rinieri di Gio. Francesco Tosinghi, Domenico di Niccolò Magaldi, Alamanno d’Averardo Salviati, Iacopo di Giovanni Salviati, Francesco di Filippo del Pugliese, Berto di Tedice da Filicaia, Giovanni e Nicolò di Bertoldo degli Albizi, Giovanbatista Bartoli, Giovanni Lenzi, Bartholomeo di Pandolfo Pandolfini, Simone d’Antonio Canigiani, Francesco Rinuncini, Francesco de Lionardo Manelli, Francesco di Liunardo Boni, Marcello Ventacci, Alexandro di Iacopo Alessandri, Bernardo de Inghilese Ridolfi, Bastiano Locti, Lorenzo de Locto Salviati, Raffaello de Alfonso Picti, Adovardo Rucellai, Lorenzo d’Antonio Rucellai, Giovanni di Francesco de Dino Gucci, Piero Mascalzoni, Bernardo del Barbigia, messer Antonio Malegonnelle, messer Enea della Stufa, messer Baldo Inghirlani, messer Bartholomeo Redditi, messer Francesco da Iesi, Antonio Berlinghieri, Francesco Zati, Piero suo figliuolo, Giovanni Nelli, Girolamo di Francesco Inghirlani, Pier Pagolo Nerli, Pietro del Benino, Bertoldo Corsini, Antonio di Bartolommeo Corsini, Andrea Strozzi, Antonio Tornabuoni, Domenico di Bernardo Mazinghi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni di Filippo Cappelli, Alexandro Cappelli, Cesare Stradi, Alesso Balduvinecti, Boninsegna Boninsegni, Piero de Pagolo degli Albizi, Iacopo Manucci, Lionello Boni, Mazzeo, Lapo Mazzei, Piero de Nicholò Cambi, Marchionne e Pagolo Dazzi, Alexandro Rondinelli, Amerigo Corsini, Lionardo Cambini, Giovanni Nesi, Antonio Lanfredini, Michele Strozzi, Lionardo Strozi, Maso de Bartholomeo degli Albizi, Piero Cinozzi.
Li infrascripti sono quelli che qualche volta venivano a me e a degli altri frati de San Marco, usando dire le infrascripte parole, non tucti insieme, ma uno o dua per volta, in varii tempi. Le decte parole sono queste, o cosa di simile efecto: Se gli Arabiati hanno una Signoria a loro modo, e’ ci caccieranno da Firenze:
Francesco Valori, Andrea Cambini, Giovanni Cambi, Nerecto Nerecti, Piero Mascalzoni, Bernaldo Ridolfi, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò di Tedice Albizi, Francesco de Lionardo Manelli, Raphaello Picti, messer Baldo Inghirlani, Francesco Zati, Domenico Mazinghi.
Li infrascripti anchora gli reputavo nostri amici, e venivano qualche volta a San Marco, e parlavano a Fra Girolamo; ma di rado e non sì spesso come e sopranominati:
Messer Francesco Gualterocti, che questo carnovale venne a San Marco, con Andrea Cambini e Nicholò Valori, e con Fra Girolamo siedono un buon pezzo; Simone del Nero, Luigi de la Stufa, che parlò con Fra Girolamo tre dì innanzi al caso del fuoco; Bernardo Nasi, che da tre mesi in qua è venuto a San Marco, e parlato a Frate Girolamo 3 in 4 volte; e una volta so gli parlò de uno suo figliuolo che si voleva far frate; Pier Francesco Tosinghi, Tomaso Tosinghi, Giuliano Salviati, Paulo Antonio Soderini, Luca d’Antonio Albizi, Piero Guicciardini, Lorenzo di Lotto Salviati, messer Bartolomeo Ciai, Antonio de Simone Canigiani, che veniva alle prediche, Nicholò Ugulini, Agnolo di Lorenzo Carducci, Guido Cambi, Girolamo Ginori, Niccolò Cambini, Alfonso Picti, Alexandro Acciaiuoli; ser Bastiano da Firenzuola, veniva spesso a parlare a Fra Girolamo con lectare di ser Alexandro Bracci.
Tucti li infrascripti parlavano meco, quando a solo quando a dua, o a tre per volta, in diversi dì mi disono quanto apresso: cioè, che non darebono mai fave nere, alcuni dicevano a quelli che non credevano a Fra Girolamo; alcuni, a chi volessi fargli male o cacciarlo via; alcuni, agli Arabiati: perchè tucti non dicevano a un modo, e con le medesime parole; ma lo efecto era el medesimo, de non dare loro fave nere ai signori Octo e Collegi, e che agli altri ufici andavano più larghi. E nomi lor son questi: Francesco Valori, Andrea Cambini, Rinieri Tosinghi, Domenico Magaldi, Antonio Giraldi, Iacopo e Alamanno Salviati, Francesco del Pugliese, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò Albizi, Francesco Boni, Marcello Vernacci, Raphaello d’Alfonso Picti, Adovardo Rucellari, Alexo Balduvinecti, Piero de Paulo Albizi, Giovanni de Iacopo de Dino, Benedecto Buonvanni.[882]
De’ religiosi amici di Fra Girolamo, di quelli mi ricordo:
Messer Iacopo Manelli, messer Castellano, messer Piero Maria da Peruscia, vicario dello arcivescovo de Firenze, messer Marco Strozzi, messer Domenico Benivieni, messer Giuliano canonico di San Lorenzo, messer Amerigo de’ Medici, messer Ruberto di Niccolò Gherardini, messer Francesco di Ceseri Petrucci, messer Girolamo spedalingo degli Innocenti, messer Taddeo capellano de Sancta Maria del Fiore; e altri preti, e’ nomi de’ quali non mi ricordo.
Quelli che avevano le chiavi del convento: Girolamo Benivieni, maestro Domenico Benivieni, Piero Cinozzi, Girolamo de’ Rossi da Pistoia. Maestro Antonio Benivieni l’ha tenuta sempre, secondo la consuetudine, perchè è medico. Altri non aveva le chiavi.
Io Frate Salvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, frate dello ordine de’ Predicatori, confesso sponte essere la verità quanto di sopra nelle presenti carte è scripto, cioè 8 carte de una mano, e dua carte scripte di mia mano propria; e a fede del vero mi so’ soscripto de mia propria mano.
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A dì 27 aprile 1498; nel Segreto.
Frate Salvestro, tirato in su la fune, e puoi posto giù, disse quanto apresso:
Quando si faceva la suscriptione per mandare a Roma, in San Marco Francesco Valori mi disse: Ella sarà buona anchora ad altre cose. El decto Francesco mi disse ancora un’altra volta: Io m’ò rechato molte nimicitie per la morte de quelli cinque ciptadini; perchè trovandomi nella pratica ove si tractò la morte loro, facendosi insulto alla Signoria; io, che sino allora non avevo creduto che dovesino morire, visto che io ne restavo in pericolo, e che m’era dato caricho per quello acto del bosolo,[883] che io feci alli signori, volli che più presto morisino loro che la facesino puoi fare a me. Quando a’ dì proximi si fece quella pratica, per rispondere al papa, per le cose di Fra Girolamo, nella quale molti parlorono in suo favore; Andrea Cambini venne a me e dissime: E’ se n’è facto magiore aquisto, che avere aquistata una cità.
Sopra l’opinione mia de facti di Fra Girolamo, dico essere ocurso, che almanco 20 o 25 volte, quando lui aveva a predicare, pocho inanzi alla predica, veniva a me in cella, e dicevame: Io non ho che predicare; pregate Idio per me, che dubito che Dio non m’abbi abandonato per qualche mio pecato. E diceva di volersi confessare; e cossì si confessava; et niente de meno faceva di puoi de belle prediche. E l’ultima volta che fece questo acto fu il sabato, quando puoi lasciò le prediche la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che Fra Girolamo ci à ingannati.[884]
LIII. Esamine o processi degli altri accusati.[885]
1. Esamina di Francesco del Pugliese.
INTERROGATORI DI FRANCESCO DEL PUGLIESE.
1. Sopra la lettera scripta in Inghilterra pel caso del Concilio. — 2. Sopra l’essere stato il dì del caso in San Marco. — 3. Sopra le parole usò andando a Bibbona, tra via; et in spetie con Pandolfo Corbinelli, che fra pochi dì si faria ec. — 4. Sopra le pratiche e usare in San Marco; et la sobscriptione[886] di andare a Roma. — 5. Sopra le sei fave,[887] campane, et dua sale, che dixe haveano al loro modo quando fu de’ signori. — 6. Sopra la sobscriptione de’ cictadini a 500 f. per uno, ad che fine, et lo intero di questa cosa ec. — 7. Per che mezi e’ confidava esser gonfaloniere di iustitia così presto.
2. Esamina di Niccolaio calzaiuolo.
A dì 10 di aprile 1498. Al Bargello.
Nicholaio di...., calzaiuolo da Firenze, domandato a parole, narrò quanto ad presso. Il dì dinanzi havea havuto.... tracti di fune.
A San Marco cominciai a pratichare otto anni fa; et uno giorno, hora fa tre quaresime, essendo io a bottega mia, vennono a me Lionardo da Empoli banchiere al canto alla Paglia, Marcello Vernacci, Francesco Boni et Lorenzo di Antonio di Sandro Rucellai, et dixonmi: Vuo’ tu morire per la fede di Christo? A’ quali rispuosi di sì, ma che non ne ero degno. Et loro sobgiunsono: Noi voliamo che tu accompagni Fra Girolamo quando va a predichare. Et così io cominciai ad accompagnarlo armato; et ho sequitato fino al presente tempo.
Circa alla provisione dell’arme facta a San Marco, dico: Che poi entrò questa quaresima, Fra Francesco de’ Medici mi dixe: Il vicario, cioè Fra Girolamo, m’ha decto che c’è uno poco di sospecto, e bisogna fare qualche guardia. Io dirò a Francesco di Lorenzo Davanzati che ci provveggha di arme: fara’ gli motto. Dipoi l’altro dì io parlai a Francesco in San Marco, et dixigli: Fra Francesco m’ha decto vi facci motto: havv’egli decto nulla? Et lui mi rispuose: Sì, io farò il bisognio.
Dipoi a qualche dì Fra Francesco mi dixe: Francesco non fa nulla; se tu lo vedi, ricordagiene. Et io lo ricordai a Francesco; et lui mi rispuose: Io rivedrò Frate Francesco, et parlerogli; e’ non c’è sospecto. Dipoi di nuovo Fra Francesco mi dixe: Io ho parlato a Francesco; fagli motto stasera alle due hore, et mena teco dua garzoni di casa, et uno merciaio chiamato Girolamo Gini. E così io andai a casa di Francesco, il quale mi diè dodici partigiane, dieci meze teste, cinque rotelle, tre targoni con l’arme sua, et sette targoni bianchi, che accattò da Matteo Strozi. Et subito gli portai a San Marco, et consegnai tucto a decto Frate Francesco: et fu circa quindici giorni inanzi alla pasqua.
Poi mi dixe Fra Francesco: Sappi da Lionello Boni, se egli ha nulla. Et io gli feci poi motto; Lionello mi rispuose: Havere dieci balestre; che gliene darebbe cinque. Et così me le diè, con dua bombardelle et uno archobuso et trenta passatoi; et dixemi: Mandale segrete. Et io le mandai per Piero del Mancino, legnaiuolo, mio nipote.
Anchora mi abbatte’ in San Marco, di questa quaresima; che in dua sere vi vennono tredici coraze, che le mandò Giovanni di Filippo Cappelli, che le arrecò uno texitore di via di San Gallo, per ordine di Giovanni di Lionardo Carnesecchi.
Anchora, pochi giorni innanzi al caso, decto Giovanni Cappelli mandò a’ San Marco otto archibusi, che gli arrechò uno contadino, et consegnògli a Frate Francesco de’ Medici; che così mi dixe il detto Frate Francesco.
Anchora; epso Giovanni Cappelli vi mandò uno bariglione di polvere, et delle pallottole di piombo.
Di chi prese arme et maneggiossi il dì del caso, dico: Che di quelli, io vidi Iacopo da Firenzuola, Stefano miniatore, Candela legnaiuolo, et uno tedescho, quale io non conosco, trahevano decti archibusi. Deiphebo dalla Stufa si armò; chè vi haveva coraza et partigiana. Io anchora vi havevo la coraza.
Ancora in San Marco erano quattro coraze, di quelli accompagnavono Fra Girolamo, et uno giaco di Bartolommeo Mei merciaio, che accompagnava Fra Girolamo.
Di quelli che la domenica si armarono et presono l’arme in San Marco, che io me ne ricordo: Iacopo Orlandini; Lionello Boni, che mandò per la coraza a casa sua; Francesco di Lorenzo Davanzati, che haveva quivi la coraza; Bonaccorso Mei merciaio; Bonaccorso da Filicaia, decto Azerello; il Rosso Panciatichi, che fu morto; Giovann’Antonio calzolaio; uno sarcto che rimase morto; Antonio da Marcialla; Alexo Baldovinetti, che prese una balestra che vi haveva; Marco del Taxo, legnaiuolo; uno Pratese, che non lo conobbi; dua Côrsi, che non conobbi; Ugolino cimatore. Giovanni Caccini mandò per la sua coraza a casa; poi la vidi in dosso a un altro. Zanobi rigattiere; Luca dalla Robbia si armò in San Marco. Pagolo dalla Robbia andò a casa a armarsi, et tornò. Pagolo ceraiuolo, trasse con l’arcobuso. Francesco di Lorenzo Davanzati, et con lui messer Baldo Inghirani, comandavono et ordinavono le factioni. Uno figliuolo di Giovanni Centellini vi venne armato di fuora. De’ frati, circa sedici presono l’arme.[888]
3. Esamina di Fra Francesco de’ Medici.
A dì 12, in sala del Consiglio, sine tortura.
Fra Francesco de’ Medici disse: Che l’arme venero per suo conto, perchè Fra Silvestro gli disse, che era buono si provedessi a fare stare qualche f.[889] la sera: e che lui dicendo a Francesco Davanzati, che lo servisse d’armi tanto che si provedessi: di che Francesco vi mandò partigiane dodici, dieci meze teste, cinque rotelle, tre imbracciature, sette targoni bianchi. Dice Nicolaio averli havuti da Matheo Strozi, e quali arecò el loro garzone: et questo è circa XV dì. Il sospetto processe per le baie havevano ciascuno giorno et notte.[890]