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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

PREFAZIONE.

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La fama di frà Girolamo Savonarola che, nella sua vita, avea fatto maravigliare il mondo, e per lungo tempo richiamò l’attenzione dei nostri più grandi scrittori; cadde, nel secolo XVIII, in assoluta dimenticanza e quasi disprezzo. Era la sorte comune, in quel secolo, a tutti gli uomini, a tutti gli studi religiosi. Il Bayle esprimeva, nel suo Dizionario, un’opinione universalmente adottata, quando con freddo e crudele cinismo, scagliava contro al misero Frate i suoi acuti e pungenti sarcasmi: lo chiamava ridicolo e basso impostore, degno del martirio che aveva sostenuto.

Non molto dopo, uno scrittore anonimo pubblicava, colla data di Ginevra, una biografia italiana del Savonarola.‍[1] Egli aveva, in sostanza, le medesime idee del Bayle; ma diceva, con ira e dispetto, ciò che l’altro aveva detto solamente con ischerno: il Bayle lasciava cadere dalla penna i velenosi sarcasmi, colla freddezza dello scettico; l’anonimo si scagliava con un’ira ed uno zelo tutto fratesco: era, in fatti, il gesuita Rastrelli. Quella passione, troppo evidente, toglieva ogni pregio ad un libro cui, pure, non mancava il merito di qualche utile ricerca e d’un certo brio scorretto e sbrigliato, come solevano avere molti dei nostri scrittori nel passato secolo.

Un anno dopo la pubblicazione di questo lavoro, venne alla luce in Livorno una nuova Storia del Savonarola,‍[2] anch’essa senza nome di autore. Era il domenicano Barsanti che, rispondendo all’anonimo gesuita, prendeva con molto calore le difese del suo confratello di religione. Il Barsanti s’era trovato solo, in quel secolo, a leggere ed ammirare le prediche del Savonarola; aveva studiato gli antichi biografi, ed il prezioso manoscritto, che dopo lui andò smarrito, delle Giornate di ser Lorenzo Violi: fu diligente, minuto e paziente raccoglitore di notizie, intorno ad un soggetto che, se non destava alcuna simpatia ne’ suoi contemporanei, appagava però il suo cuore. Egli non si lasciò punto trascinare dalla corrente del secolo; ma compose un libro, che parrebbe scritto molti secoli indietro, e, quasi, destinato unicamente ad accrescere il numero degli antichi biografi. In lui rivive tutto lo spirito di quei vecchi cronisti, meno la semplicità e l’ingenuo vigore dello stile: vi ritroviamo lo stesso amore, i medesimi errori ed il medesimo fanatismo; manca, però, quella schietta originalità che, in essi, ritrae così vivamente il colore dei tempi. Il suo lavoro era, poi, siffattamente gremito di citazioni e di confutazioni contro tutte le asserzioni del Rastrelli, che la lettura ne riusciva penosa, e non poteva invogliare a conoscere il Savonarola. A questo libro successe, infatti, un silenzio di quasi cinquanta anni, durante i quali il nome del Savonarola parve dimenticato.

Il secolo XIX inaugurava un ordine di cose assai diverso, e dava un nuovo indirizzo agli studi. Il medio evo, tanto disprezzato al tempo di Voltaire, ritornava in onore; gli studi religiosi non si tenevano più indegni d’occupare l’attenzione d’uomini gravi; e si poteva, finalmente, lodare un frate, senza muovere il riso universale. La Germania si abbandonò, con ardore quasi febbrile, a questi nuovi studi; e ad essa si deve l’onore di avere, per la prima volta, chiamato seriamente l’attenzione del mondo letterario, intorno al carattere ed alla dottrina del Savonarola.

L’anno 1835, il Rudelbach pubblicava una biografia,‍[3] in cui non si fermava molto intorno al carattere del Savonarola, non conoscendo alcun fatto nuovo, nè sapendo dar nuove spiegazioni dei fatti già conosciuti; ma studiava principalmente l’esposizione delle dottrine. Di certo, egli era il primo che, leggendo le opere del Savonarola, avesse saputo cavarne l’insieme d’una dottrina teologica; era il primo che, dopo tante critiche e così violente, avesse il coraggio di affermare all’Europa moderna, come quelle opere meritavano l’attenzione dei dotti, e quell’autore aveva avuto un alto ingegno speculativo. Lo diceva col sincero entusiasmo di chi è convinto d’annunziare una verità sconosciuta; ed il suo libro otteneva, in Germania, un grandissimo successo. Forse, ciò era dovuto meno ai pregi, che allo scopo avuto in mira dall’autore; giacchè egli vedeva nel Savonarola un precursore della Riforma. Anche Lutero aveva canonizzato il Frate di San Marco, martire del Protestantismo; ma, nel secolo XVIII, quelle idee erano state quasi dimenticate; onde ritornavano, per così dire, a novella vita, per opera del Rudelbach che le appoggiava e sosteneva con un esame accurato di tutti gli scritti del Savonarola. Quindi il gran plauso ottenuto in Germania ed in Inghilterra, ove, da quel giorno, le simpatie degli scrittori anglo-germanici furono, per sempre, assicurate al Savonarola.

Se, però, ci mettiamo a considerare imparzialmente quest’opera del Rudelbach, vi troveremo subito dei gravissimi errori. Lasciando da un lato quella che è, propriamente, storia dell’uomo, perchè intorno ad essa non impariamo nulla di nuovo; assai imperfetto riesce ancora l’esame delle dottrine. L’autore, con uno sforzo continuo, le pone sopra un letto di Procuste; dove vengono travisate e sformate in maniera, che assai spesso avremmo dubitato della sua buona fede, se non sapessimo fino a che segno può accecare lo spirito di parte. Quando, poi, il Rudelbach s’imbatte in alcuni scritti che contraddicono, troppo manifestamente, alle sue idee; egli allora li salta a piè pari. Un esempio potrebbe vedersene, nella minuta esposizione che fa del Trionfo della Croce. I primi tre libri di quest’opera che, per molti anni, fu studiata nelle scuole della Propaganda, trattano quella parte delle dottrine cristiane, in cui protestanti e cattolici vanno quasi d’accordo; quindi il Rudelbach ne è diligente espositore, cercando solo di trovarvi qualche recondito senso protestante. Ma quando arriva al quarto libro, dove il Savonarola comincia a parlare dei Sacramenti, ed il suo cattolicismo apparisce con una evidenza che non ammette più dubbio; allora il biografo tedesco ne abbandona affatto l’esame e si rivolge altrove. Tutto ciò avviene molto spesso.

Una parte assai più notevole di quest’opera, poteva riuscire l’esame di ciò che l’autore chiama carattere profetico del Savonarola. Era un soggetto nuovo, importante e, per la prima volta seriamente considerato; ma il Rudelbach, invece di raccogliere diligentemente i fatti, invece di determinarne imparzialmente il valore; si dette ad esporre alcune teorie fondate solo nella sua immaginazione. Ci definisce dapprima cosa intende per profezia evangelica; dipoi, ci schiera innanzi una serie non mai interrotta dei profeti della Riforma, tra i quali pone l’abate Gioacchino, santa Brigida ed il Savonarola. È facile vedere che questo non è fare la storia nè la critica; ma vagare, piuttosto, nei campi dell’immaginazione, per sostenere un partito già preso.

Una seconda biografia tedesca veniva alla luce, l’anno 1836 a Berlino,‍[4] per opera di Carlo Meier, il quale s’era dato a studiare quella parte del soggetto, che il Rudelbach aveva più trascurata: la vita, cioè, ed il carattere del Savonarola. Egli aveva fatto lunghe e pazientissime ricerche, nelle biblioteche ed archivi di Firenze e Venezia; aveva raccolto una mèsse preziosissima di documenti, coi quali tornava in patria a scrivere il suo lavoro. Quasi tutti i codici che i biografi posteriori ci annunziarono come scoperti da loro; quasi tutti i documenti che furono pubblicati col titolo di nuovi, erano stati già trovati dal Meier, e sono citati o riportati nel suo libro.‍[5] Ma, incredibile a dirsi, l’autore non seppe cavarne alcun profitto. In lui è una strana mescolanza di maravigliosa diligenza e pazienza da un lato, d’imperdonabile negligenza ed inesattezza dall’altro. Egli deplora la perdita d’alcuni documenti; eppure si trovano in quei medesimi codici, ch’esso ha scoperti e continuamente citati. Nel collazionare i documenti da lui pubblicati, vi abbiamo, assai spesso, trovati errori e lacune imperdonabili in qualunque più negligente scrittore; ma inesplicabili nel Meier che, per solito, è così diligente e scrupoloso. Egli scrive la biografia d’un uomo illustre, con notizie nuove ed importantissime; ma, se il lettore non volge continuamente l’occhio alle note, non s’accorge che sta imparando nulla di nuovo. Il Savonarola rimane, in tutta quest’opera, un uomo morto o, per meglio dire, una vuota astrazione: i nuovi fatti non tolgono nè aggiungono nulla al concetto vago e confuso, che ne avevamo dai passati biografi. Il libro del Meier è una prova evidente e parlante, del nessun pregio che hanno i più preziosi documenti, nelle mani di chi non sappia valersene.

Un giudizio non molto dissimile, noi dobbiam dare di quella parte del libro, che s’occupa delle dottrine. Il Meier cerca, è vero, di moderare le troppo esagerate conclusioni del Rudelbach; non trova, negli scritti del Savonarola, un sistema così compiuto e così assoluto di teologia protestante; ma, pure, si sforza metterlo, in ogni modo, fra i martiri della Riforma: nè gli argomenti che adopera sono molto diversi da quelli del Rudelbach. Questi, almeno, aveva la scusa d’una sbrigliata fantasia che sempre lo domina; mentre il Meier, che procede tutto timido e guardingo, tutto moderazione, è affatto inescusabile. Che dobbiam dire, quando lo vediamo fermarsi a notare, che il Savonarola non discorre quasi mai del purgatorio, che i suoi nemici lo accusavano di parlar poco della Vergine Maria? Egli vorrebbe cavarne, che il Frate già presentiva, in questo, le idee riformate; ma a lui stesso manca il coraggio d’appoggiarsi a così deboli argomenti; dovendo rammentare quelle prediche in cui è un ragionare, quasi superstizioso, intorno alla Vergine; quelle in cui, apertamente, si raccomanda ai fedeli la preghiera pei defunti.

Un altro grave errore dobbiam notare nell’opera del Meier. Mentre egli procede passo a passo, ed espone minutamente tutta quella parte della dottrina, che è semplicemente copiata da S. Tommaso e dagli scolastici; ciò che è proprio del Savonarola, ciò che dimostra tutta l’originalità del suo ingegno, gli sfugge continuamente. Si ferma, di tanto in tanto, a notare quei passi che a lui sembrano contenere i germi della Riforma; ma si mostra così poco convinto di ciò che dice, che è assai lungi dal persuaderne il lettore. Quando, poi, discorre delle profezie, è assai difficile comprendere che cosa intenda dire. Vorrebbe condannare il giudizio del Rudelbach; vorrebbe quasi dimostrare che, se il Savonarola non fu profeta, tale non credette se stesso, nè voleva essere creduto dagli altri. Ma, poi, non gli basta l’animo di pronunziare un’opinione che si trova in così manifesta opposizione coi fatti; e, secondo il solito, rimane incerto, vago e confuso.

Paragonando le due biografie tedesche, noi siamo costretti a concludere: che la fantastica dissertazione del Rudelbach, sebbene gremita di errori, ci dà un ritratto di quella, per così dire, selvaggia originalità del Savonarola, assai più fedele che non fa il Meier, con tutte le sue ricerche, con tutti i suoi documenti e la pretesa esattezza. Nel Rudelbach furono troppo facilmente perdonati gli errori, nel Meier troppo ingiustamente dimenticati i pregi; ma, in fondo, il giudizio del pubblico fu assai più giusto, che non si potrebbe credere a prima vista.

Questi ultimi lavori tedeschi e, più ancora, l’autorità di Lutero, diffondevano l’idea che il Savonarola fosse veramente un precursore della Riforma; crescevano, quindi, le simpatie dell’Inghilterra e della Germania settentrionale; l’attenzione dell’Europa si volgeva alla storia di quest’uomo, con una certa ansiosa curiosità. Allora, usci dal convento di San Marco una voce eloquente, che voleva rivendicare il Savonarola al cattolicismo ed alla libertà. Il Padre Vincenzo Marchese dei Predicatori, era noto all’Italia per la sua Storia dei pittori Domenicani. Elegante scrittore, sincero cattolico, animo ardentemente innamorato del vero e della libertà; egli divenne in San Marco un appassionato ammiratore del Savonarola. Con un rispetto ed una venerazione che somigliava, quasi, ad un culto religioso, andò raccogliendo nel convento le sparse memorie del Frate; ricercò le biblioteche ed archivi fiorentini; e più volte vedemmo venire alla luce, nell’Archivio Storico di Firenze, il risultato de’ suoi studi. Erano lettere inedite del Savonarola, scritti relativi alla sua vita. Questi documenti, invero, non furono sempre di grande importanza; ma tali sapeva renderli la diligenza e l’acume di chi li pubblicava, cavandone conseguenze assai utili alla storia. Il nome dell’autore, e l’importanza del soggetto fecero accogliere questi lavori con molta simpatia; onde il Padre Marchese, incoraggiato dal pubblico plauso, dava finalmente alla luce la sua Storia del convento di San Marco.‍[6] La parte principale e più notevole in tutta l’opera, dava quasi una biografia del Savonarola. L’autore lo dipingeva come riformatore morale, politico e religioso; ne descriveva la vita ed i costumi; ragionava degli scritti e delle prediche. Fermandosi, poi, a quella parte che gli altri biografi avevano assai trascurata; ci faceva conoscere tutto il grande amore che il Savonarola aveva portato alla libertà, da cui era venuta la prima origine della sua persecuzione e, finalmente, la morte. L’ammirazione per l’antico martire del convento, ispirò al Padre Marchese una eloquenza, che dette al suo libro quel colore di verità e di realtà, che mancava affatto nei biografi tedeschi. Egli ottenne il plauso meritato; e l’attenzione degl’italiani si rivolse, con ardore ed entusiasmo, al frate repubblicano che avea con tanto coraggio combattuto i Borgia ed i Medici; che aveva voluto stringere l’antico connubio della libertà colla religione, riportandole ai loro veri principii; che aveva sostenuto il martirio in nome di Dio e della patria.

Ma, sebbene l’opera del Padre Marchese valesse mirabilmente a destare la curiosità del pubblico; non valse, però, a soddisfarla interamente. Egli non aveva fatta quella serie continuata di ricerche, indispensabili a chi vuole scrivere una vera biografia; conosceva solo una parte delle opere e delle prediche del Frate; poteva, quindi, scrivere un eloquente capitolo nella sua Storia di San Marco, non già un lavoro compiuto intorno al Savonarola; cosa che l’indole della sua opera neppure comportava. E, d’altronde, bisogna pur dirlo, egli era troppo grande ammiratore del suo eroe, per esserne storico affatto imparziale. Nuove indagini e nuovi studi erano, quindi, necessari.

Ed ecco in Francia venire alla luce, l’anno 1853, una biografia del Savonarola in due grossi volumi.‍[7] Il signor Perrens, che ne era l’autore, aveva fatto delle ricerche in Firenze; aveva ottenuto dall’abate Bernardi di Piemonte, copia di molti documenti della Marciana di Venezia, parecchi dei quali, sebbene noti in Germania, per opera del Meier, erano ignoti affatto in Italia ed in Francia. Con questi preziosi materiali, il signor Perrens dettava un lavoro che, quantunque scritto con una furia qualche volta groppo manifesta, era, nondimeno, di gran lunga il libro più compiuto intorno al Savonarola; ed ottenne, perciò, un plauso grandissimo e non immeritato.

Il primo volume che dava la narrazione dei fatti, si leggeva con grande interesse. L’autore non era molto eloquente; ma, per la prima volta, vedevamo una esposizione chiara, ordinata ed ampia di tutte le vicende del Savonarola. Il dramma agitato e tumultuoso di quella vita, aveva un fascino e, per così, dire, una eloquenza sua propria, che ridestava di continuo l’attenzione del lettore, e suppliva, in gran parte, al difetto dell’autore. Se non che, un errore troppo grave, colpiva il libro nella sua essenza. Il signor Perrens non è riuscito a farsi un’idea chiara del soggetto che tratta; non ha un’opinione determinata intorno al personaggio che vuol descrivere; e questo fa nascere, nell’animo di chi legge, una incertezza assai penosa, che l’autore sembra voler crescere, quasi a bello studio. Quando noi siamo per ammirare il coraggio del Savonarola; esso viene a farci supporre che il frate si mostrò, qualche volta, troppo debole: quando noi siamo sul punto di esprimere il nostro entusiasmo, per la fermezza mostrata dal Savonarola nel combattere i Medici; ecco la taccia di adulatore messa fuori. Si direbbe, quasi, che il signor Perrens teme di pronunziare un giudizio chiaro e deciso intorno al suo eroe; giacchè, quando involontariamente gli cade dalla penna, cerca subito di cancellarlo. Nelle ultime ore e più solenni di quella vita, egli abbandona il misero Frate e lo condanna; non solamente senza aver fatto le nuove ricerche necessarie a pronunziare un giudizio tanto severo; ma senza neppure esaminare, a fondo, tutti i documenti già ritrovati. Onde l’animo del lettore ne rimane sconfortato e confuso; nè sa chi debba condannare più severamente, o il Savonarola o il suo biografo.

Un difetto assai grave si scorge ancora nel secondo volume. Ivi si ragiona delle opere del Savonarola, dandone solo un sunto o qualche estratto; non mai un giudizio o una critica. Più volte l’autore si dichiara incapace di giudicare le dottrine religiose; ma cade in errori, che neppure la sua modestia può fargli perdonare. Dopo averci, invariabilmente, presentato il Savonarola come un sincero cattolico; se ne rimette ad un’autorità, che egli dice assai più competente della sua, e riporta nell’appendice della sua opera, un lungo capitolo del Rudelbach, in cui il biografo tedesco si sforza di provare che il Savonarola era un precursore di Lutero. Così il sig. Perrens distrugge egli stesso l’opera delle sue mani, È vero che fece tradurre da altri questo capitolo, e noi possiam supporre che la fretta gli abbia impedito anche di leggerlo; ma deve uno scrittore serio, come egli è certamente, permettersi tali negligenze? Il suo libro, nondimeno, fu allora il più compiuto che avesse l’Italia, di cui l’autore è certamente assai benemerito.

Altri lavori eran venuti alla luce, altri continuarono a venirne; ma tutti di assai minore importanza. Il signor Rio in Francia, aveva nella sua Arte cristiana, scritto alcune pagine molto eloquenti intorno al Savonarola.‍[8] L’Hase pubblicava in Germania, un breve saggio di biografia popolare; ed il Lenau un poemetto pieno di forza e d’immaginazione.‍[9] In Inghilterra venivano alla luce molte Vite del Savonarola; ma tutte erano semplici compilazioni, scritte senza alcuna conoscenza dei fatti, e sempre col solo fine di mettere il frate di San Marco tra i martiri della Riforma. L’ultimo lavoro inglese, che fu pubblicato l’anno 1853, in due grossi volumi, ha qualche merito di più.‍[10] Il signor Madden, che ne è l’autore, professa opinioni cattoliche assai moderate; ma egli vuole con troppa insistenza attribuire al Savonarola tutte le sue particolari convinzioni; e, sebbene dica di avere studiato il soggetto con molta diligenza, mostra così poca conoscenza dei tempi e dei luoghi, che il suo libro è gremito di errori. Per citarne uno dei moltissimi: egli ci dice che l’attività del Savonarola era così grande, così instancabile che, in uno stesso giorno, dopo aver predicato in Santa Maria del Fiore, andava a predicare nel Duomo. Così questo libro, agl’italiani riusciva affatto inutile, agli stranieri dava idee inesattissime. Gl’Inglesi, veramente, non hanno pubblicato intorno al Savonarola, nessun lavoro che sia degno di loro, che pur sono grandi maestri nello scrivere le storie.

Noi, adunque, che da più anni eravamo occupati intorno ad una biografia del Savonarola, non ci lasciammo scoraggiare dall’impresa; e tutti i lavori che venivano alla luce, ci furono, più che altro, sprone a fare di meglio, rammentandoci il dovere di non risparmiare nè diligenza nè fatica di sorte.‍[11] E la norma con cui procedemmo sino alla fine, fu di leggere tutti i lavori moderni; ma di non ammettere altra autorità, se non quella degli scrittori contemporanei, delle opere del Savonarola, dei documenti originali; e tutto questo, ancora, letto e riscontrato da noi, perchè troppo spesso avevamo sperimentata la inesattezza delle altrui citazioni.

Dopo i moderni biografi, si presentavano, quindi, gli antichi, e fra questi i due primi erano il P. Pacifico Burlamacchi ed il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola. Il Burlamacchi, d’illustre famiglia lucchese, era stato uno dei più costanti uditori alle prediche del Savonarola, dalle quali fu indotto, finalmente, a prendere l’abito domenicano. Entrò in San Romano di Lucca nel 1499, cioè un anno dopo il martirio del Savonarola; e quivi si diede a scriverne la vita, non con arte di storico; ma, pure, non senza una certa ingenua vivacità di cronista. Egli aveva praticato il Savonarola e conosciuto i suoi più intimi amici; aveva discorso con quelli che s’erano trovati presenti a tutti i fatti più importanti della sua vita, molti dei quali egli stesso vide co’ suoi propri occhi. Scriveva con affetto, con diligenza e coscienza grandissima; era un uomo di vita così pura, che moriva l’anno 1519 in concetto di santità. Il suo lavoro, restato lungo tempo manoscritto e sconosciuto, cominciò di poi a girare pei conventi, e divenne il modello d’un numero infinito di biografie scritte da fanatici devoti, nessuna delle quali ebbe grande importanza. Finalmente, nel 1729, il Mansi pubblicava, fra le sue Addizioni alle Miscellanee del Baluzio,‍[12] il lavoro del Burlamacchi; aggiungendovi una lunga descrizione di strani miracoli, fatta dal P. Timoteo Bottonio, alle cui parole noi non possiamo dare alcun valore.

Il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola, nipote del famoso Giovanni Pico, aveva personalmente conosciuto il Savonarola, e dalla conoscenza ne era subito venuta un’ammirazione grandissima. Esso era stato a Firenze, negli anni più agitati di quella vita che voleva descrivere; aveva assistito al martirio del suo eroe, e ne conservava le reliquie con devozione. Filosofo ed elegante scrittore latino, era fra gli uomini più dotti e più incorrotti del suo tempo; pose una diligenza incredibile nel raccogliere le notizie; scrisse e riscrisse più volte ed in diverse forme il suo lavoro; lo fece leggere a molti che erano stati amici del Savonarola, e finalmente lo dette alla luce, l’anno 1530.‍[13]

La somiglianza che passa fra queste due biografie era tale, da farci nascere il dubbio che il Pico avesse preso a modello il Burlamacchi. Ma i ragguagli di scrittori contemporanei‍[14] ci persuasero che, assai probabilmente, il Pico non conobbe, neppure, la biografia del Burlamacchi, la quale, come abbiamo già detto, restò lungamente ignota. E procedendo oltre, acquistammo una grandissima fiducia in questi due autori, e ci persuademmo che le loro parole meritano una fede assai maggiore, che non farebbe supporre il tuono, alquanto fanatico e superstizioso, dei loro scritti.

Sarebbe qui un’opera vana, citare tutte le biografie inedite di cui ci siamo giovati. Nomineremo, a preferenza, quelle di frà Marco della Casa,‍[15] di frate Placido Cinozzi,‍[16] ed una terza assai più importante, che è anonima e si trova nella Magliabechiana di Firenze.‍[17] Sono tutti lavori di contemporanei e confratelli del Savonarola. Più conosciuta assai, è la biografia scritta dal Padre Serafino Razzi, anch’esso frate di San Marco. Il suo lavoro, veramente, non è altro che una compilazione fatta sul Pico e sul Burlamacchi; giacchè egli non era stato contemporaneo del Savonarola, nè aveva molto acume, per far nuove indagini. Nondimeno potè discorrere con alcuni vecchi Fiorentini che lo avevano conosciuto, e fra questi l’ottuagenario Lorenzo Violi, di cui lesse e compendiò il manoscritto delle Giornate; aveva raccolto e trascritto un numero grandissimo di apologie e d’altri lavori intorno alla vita ed alla dottrina del suo eroe.‍[18]

Dopo avere studiate le biografie, ci demmo alla ricerca di nuovi documenti e, massime, riguardanti quel processo, che aveva sempre destata così grande curiosità. Quello a stampa era noto a tutti; ma il Savonarola era stato esaminato tre volte, e noi potemmo ritrovare manoscritte le altre due esamine. Trovammo, parimenti, quelle de’ suoi due compagni di martirio, frà Salvestro e frà Domenico; ma questi nuovi documenti ci davano poca luce, perchè tutti erano in molti luoghi falsificati dal notaio della Signoria. Le esamine di molti altri implicati nel processo del Savonarola, si trovavano autografe in un codice che il Meier aveva, per la prima volta, scoperto, senza però esaminarlo con diligenza. Noi potemmo cavarne grandissimo vantaggio ad illustrare la storia degli ultimi giorni del Savonarola; così pure ci avvenne di altri documenti trovati, ma non studiati dal Meier.

Nuove ricerche ci fecero rinvenire una copia della vera e genuina esamina di frà Domenico, che egli aveva scritta di proprio pugno. Quanto all’esamina del Savonarola, però, ci dovemmo persuadere che non era sperabile ottenere lo stesso successo. A lui non fu dato scrivere di propria mano la sua confessione, come a frà Domenico; le sue risposte furono trascritte ed alterate dal notaio; sopra di esse vennero poi formati i processi, e, quindi, esse erano tutto ciò che si poteva sperare di più vicino alla verità. Sembra, invero, che sieno affatto smarrite; ma, pure, noi trovammo i manoscritti di due autori che le avevano viste, e, paragonandole col processo a stampa, ne avevano notato tutte le principali differenze.‍[19]

Uno de’ due manoscritti era la terza parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, seguace ed amico intimo del Savonarola. Altrove parleremo di quest’opera e del suo autore; per ora ci basti dire, che la terza parte era a tutti sconosciuta, e discorre quasi unicamente del processo. L’altro manoscritto era l’Apologia, o le Giornate di Lorenzo Violi, che da lungo tempo sembravano affatto smarrite. Il Violi, quello stesso che aveva trascritto, dalla viva voce, quasi tutte le prediche del Savonarola; raccolse in quest’opera tutto ciò che avea veduto o udito di lui e della sua vita: nè tralasciò il lavoro fino alla età di ottanta anni, quando, perduta la vista, non potè andare più oltre. Con questi documenti, noi avevamo raccolto, intorno al processo del Savonarola, tutte le notizie che potevamo desiderare, tutti i più minuti particolari. Anche il fatto, così oscuro e controverso, dell’esperimento del fuoco, ci veniva messo nella sua vera luce.

Conosciuti, una volta, con precisione e certezza questi fatti più importanti; noi ci demmo a studiare minutamente gli scritti del Savonarola. Allora fummo, veramente, sorpresi della negligenza incredibile ed imperdonabile dei biografi; giacchè dovemmo persuaderci che essi non avevano lette quelle opere che citavano di continuo. Come spiegare, altrimenti, l’ignoranza di quasi tutte le notizie che ivi si trovano? Come spiegare la così imperfetta conoscenza delle dottrine religiose del Savonarola, e l’ignoranza assoluta del suo sistema filosofico? Essi hanno alle mani un gran pensatore, e non se n’avvedono; s’arrestano ad uno scritto che non ha valore alcuno, mentre lasciano inosservato quello, appunto, dove si vede tutta l’originalità del loro autore. Chiedono con istanza, cosa pensava il Savonarola nella prigione, quale era il suo animo? E appena guardano ciò che egli scriveva nella stessa prigione. Noi, perciò, deliberammo di non lasciare inosservato un solo verso del Savonarola; e dedicammo parecchi anni di studio paziente, a quest’ardua impresa, senza la quale non sarebbe stato possibile di scrivere una seria biografia.‍[20]

Nè contenti delle opere a stampa, volemmo cercare lettere o scritti inediti del Savonarola, e ne trovammo parecchi; volemmo, per così dire, sorprenderlo alla sprovvista, sui margini d’alcune Bibbie, che sono coperti da molte delle sue note autografe, microscopiche e quasi indeciferabili. Fummo primi, forse soli, ad esaminarle; ed ora possiamo con certezza affermare, che il Savonarola rimane sempre uguale a sè stesso; che nella solitudine della sua cella, nei suoi più segreti manoscritti, ripete quelle cose medesime che avea dette sul pergamo, alla presenza di tutto il popolo. Le sue lettere ci servirono, più specialmente, a mettere in luce la disputa con Roma, la quale venne illustrata ancora da alcuni Brevi del Borgia, finora sconosciuti.

Un nuovo esame richiedevano ancora la vita politica del Savonarola, e le vicende della repubblica. Non bastavano le splendide narrazioni del Nardi, del Machiavelli e del Guicciardini; non bastavano le più recenti indagini del Meier e del P. Marchese. Colle Provvisioni, o sieno leggi della repubblica, noi potemmo rifarne fedelmente tutta la costituzione; colle Pratiche, o sieno bozze dei discorsi tenuti in Consiglio, noi potemmo conoscere, da vicino, le passioni e gli uomini che avevano dato nuova forma e vita alla repubblica. Non sappiamo che nessuno dei moderni abbia fatto caso di queste Pratiche fiorentine; ma noi crediamo che in esse trovasi nascosto, un tesoro sconosciuto dell’antica sapienza ed eloquenza civile degl’Italiani. Finalmente, ponendo a riscontro questi documenti colle prediche del Savonarola; noi potemmo vedere fino a qual segno, il Frate di S. Marco era stato lo spirito animatore del gran dramma politico, che avevamo esaminato.

E qui sarà facile comprendere, perchè, in questa biografia, non potemmo dividere la narrazione dei fatti dall’esame degli scritti; e perchè dovemmo, così spesso, riportar le parole del nostro autore. I libri e massime le prediche del Savonarola, non vanno considerati solamente come lavori letterari: sono, per lui, il suo unico modo di operare; aiutano la ricostituzione della repubblica; apparecchiano la rigenerazione morale e religiosa di tutto un popolo: onde si trovano inseparabili da tutte le sue azioni, e qualche volta sono essi medesimi fatti importantissimi della sua vita. Oltre di che, in quei diciotto o venti volumi di sermoni e di opere ascetiche; lampi di altissimo genio e slanci di maravigliosa eloquenza si trovavano, assai spesso, confusi in una selva di concetti scolastici; onde, senza il penoso lavoro d’un biografo che fosse, per così dire, andato dissodando il terreno; si correva pericolo, che il genio del Savonarola continuasse, ancora, a restare in gran parte ignoto.

Qui non ci fermeremo a parlare d’altre cronache o manoscritti, da noi riscontrati o letti. Le corrispondenze inedite dei privati; le lettere segrete d’alcune spie di governi italiani; un numero grandissimo d’opuscoli religiosi o politici, inediti o stampati; le poesie popolari; nulla, insomma, noi tralasciammo di ciò che poteva darci un ritratto più fedele degli uomini, delle passioni politiche e religiose del tempo.

Ed ora, per concludere finalmente questa prefazione già troppo lunga; dobbiamo confessare al lettore, che più di tutte le ricerche e di tutti i documenti, ci valse l’aver cominciato e condotto il nostro lavoro, senza alcuna idea preconcetta. Noi incominciammo a scrivere, perchè ci parve che il Savonarola avesse avuta una parte grandissima e sconosciuta, in quel secolo che chiudeva il medio evo ed incominciava la civiltà moderna. Ma, appunto perciò, non volevamo che il Frate del secolo decimoquinto divenisse, tra le nostre mani, un propugnatore delle idee e delle passioni del decimonono. Noi non scrivemmo la Storia del Savonarola, per sostenere alcun partito politico, per attaccare nè per difendere Roma. Se egli ci fosse risultato eretico o miscredente, tale, senza alcun dubbio, lo avremmo dipinto; ci è risultato, invece, essenzialmente cattolico, e tale noi lo presentiamo al lettore. Quel sistema che vuol rendere la storia istrumento d’un partito o di una causa, sia pure nobile e generosa, a noi è parso sempre falsissimo. Chiunque imprende a narrare il passato, entra sopra un terreno sacro ed inviolabile. Non v’è bisogno che egli si faccia innanzi, come il propugnatore della virtù e della libertà; deve, invece, persuadersi che la storia del genere umano è, per se stessa, un dramma vivente, che conduce l’uomo alla libertà, elevandone la morale, svolgendone la civiltà. Chi, adunque, vi porta la più lieve alterazione, pretende correggere l’opera della Provvidenza e ne distrugge, invece, la sublime armonia.

Con queste norme, noi abbiamo scritto la Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi. Se riuscimmo a provare che questo nome è uno dei più splendidi, nella schiera generosa dei pensatori, degli eroi e dei martiri italiani; il desiderato fine è raggiunto, e le nostre fatiche sono più che ampiamente ricompensate.

LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.

Notes in this chapter

Note 1 · Vita del Padre Girolamo Savonarola. Ginevra, 1781.Note 2 · Della Storia del P. Girolamo Savonarola, libri quattro, dedicati a S. A. Pietro Leopoldo. Livorno, 1782.Note 3 · Hieronymus Savonarola und seine Zeit. Aus den quellen dargestellt, von A. G. Rudelbach. Hamburg, 1835. — Avvertiamo il lettore che, forse, tNote 4 · Girolamo Savonarola, aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt, von Fr. Karl Meier. Berlin, 1836.Note 5 · Nel corso della nostra opera e nell’Appendice, si vedono le prove di ciò che diciamo.Note 6 · Storia di S. Marco del P. Vincenzo Marchese dei predicatori, pubblicata la prima volta a Firenze, nel San Marco illustrato; e poi negli ScriNote 7 · Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits, par F. T. Perrens. Paris, 1853.Note 8 · Art chrétien, par Rio. Paris 1836.Note 9 · Neue Propheten, Drei historisch-politische Kirchenbilder, von D. Karl Hase. Leipzig, 1851. Sono tre saggi sopra Giovanna d’Arco, il SavonaroNote 10 · The life and martyrdom of Girolamo Savonarola, illustrative of the history of Church and State connexion, by R. R. Madden, London, 1854.Note 11 · Fra i più recenti lavori, dobbiamo citare quello del Sig. Bartolommeo Aquarone. Noi ci asteniamo dal giudicarlo, perchè scritto da un nostroNote 12 · Venne poi stampato a parte: Vita del P. F. Girolamo Savonarola, scritta dal P. F. Pacifico Burlamacchi, lucchese. Lucca, 1764.Note 13 · Vita R. P. Fr. Hieronymi Savonarola, auctore Ill. D. Joan. Franc. Pico. Parisiis, 1674. Questa edizione curata dal Quetif, è in tre volumi; Note 14 · Frà Benedetto, Cedrus Libani, lib. II, e la biografia anonima, che trovasi nella Magliabechiana, fra i Ms. del Conventi, 1, VII, 28.Note 15 · Nel convento di S. Marco.Note 16 · Nella Riccardiana.Note 17 · La medesima che è citata nella nota 1.Note 18 · Le opere del Razzi si trovano manoscritte nella Magliabechiana e nella Riccardiana.Note 19 · La curiosità che destavano questi processi era tale, ed il tempo che dovemmo impiegare a compiere il nostro lavoro fu così lungo; che non ciNote 20 · È nostro debito il dire che, se abbiamo potuto compiere con diligenza e precisione questo esame, lo dobbiamo in gran parte alla gentilezza d
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