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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

VIII.‍[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.‍[486] (continued 8)

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Circa a le intelligentie si dice esere in San Marco, io non intesi mai che vi fussi altra inteligentia che una inclinatione d’animi a benivolentia l’uno verso l’altro, di quelli a’ quali piaceva questa opera: ma che mal vi si facessi ordine o ristringnimento alcuno, io non hebi notitia alcuna, nè mai in pratica alcuna simile mai intervenni. È bene vero che, usando molti di noi insieme, come era meco uno Alexandro Nasi, Alexandro Acaiuoli, Francesco Manelli et Piero delli Albizi, et simili; ne’ tenpi del creare i magistrati, secondo ci trovavàno‍[959] insieme, andando ragionando insieme, discorrevàno fra noi quelli si trovavono habili, et disputavàno insieme le qualità loro, maxime di quelli non erano noti credesino al Frate, mostrandoli l’uno a l’altro. E facto tali discorsi, dicevàno: Questi ci parebono a proposito della cictà. E questo, come dico, era ne’ nostri parlari familiari, secondo la sorte dava ci trovasino insieme. Et io per me, quando ho voluto dare favore a più uno che un altro, ho preso la via del lodarlo. Et è vero che, trovandomi questa state passata in Sancta Reparata, et scontrandomi con Piero di Lorenzo Davanzati, che ero stato parechi dì in casa malato, et entrati in ragionamenti della Signoria s’avea ad fare; dissi: do’ vedeva volti gli huomini al ghonfaloniere? et mi rispuose: non havea inteso nulla; et dove io ero vôlto, io? Rispuosigli: che io farei ongni altro che Pier Filippo. E questo facevo per lo odio era fra Francesco Valori et lui; et di questo ne fu’ tanburato a’ Conservadori, et absoluto.‍[960] Che io non sia in inteligentia alcuna, pare lo pruovi, che, poi si fe’ questo Consiglio, mai octenni partito alcuno di ofitii grandi o minimi.

Ancora mi ricordo essere in varii tenpi suto domandato da molti, di conditione maxime bassa et deboli: Che huom è, et come va il tale? verbi gratia, Filippo Buendelmonti, Piero Corsini o Francesco Scarfi: che nomino questi, perchè sono acaduti in facto. Et io respondevo: e’ sono huomini da bene, et non faranno mai se non bene.

Circa a la soscrictione si fe’ questo maggio o giungno passato in San Marco, a richiesta di quelli frati, come dissi hieri a boca; che era nata da lettere di ser Alexandro‍[961] da Roma, che scriveva che intendeva là era suto mandato certa soscrictione di cictadini contro al Frate, et confortava a fare loro fare testimonianza delle cose sua, et fructi facti nelle cictà. Et e frati ne chiesero parere a Francesco Valori et Giovan Batista, et furono confortati a farla. Et così e frati medesimi la portorono, et fecono soctoscrivere; et io la soctoscrissi, in fra gli altri, come testimone; nè mai ne tenni conto da poi, o intesi quello se ne fussi; che v’era d’ongni sorta di huomini secolari, religiosi et forestieri. Le lettere erano di ser Alexandro adiricte a ser Bastiano suo genero, o a’ Manelli; et debono esere in piè.

Di fare loro predicare, che i cani fusino in catena,‍[962] o più una cosa che un’altra; io, nè per parte di Francesco, nè mia, non persuadecti mai loro che predicas’no più d’una cosa che altra: et loro lo sanno.

Circa a l’arme et artiglierie erano in San Marco, io non hebi mai notitia alcuna, nè mai intervenni a pratica di farvelo mettere; ma m’è venuto a la memoria, che, circa uno mese fa, domandòmi Ruberto Ridolfi se haveo arme in casa. Gli rispuosi, non haveo, o poche; et lo domandai quello ne voleva fare. Disemi, che e frati erano ongni dì minaciati d’essere arsi in casa; et che però crederebe fussi bene, in quelle case intorno et nel convento, fussi qualche arme. A che gli rispuosi: che per niente lo facesino, chè n’arebono carico, et sarebono cagione di muovere scandolo. Nè poi ne ’ntesi altro; chè mostrò restare satisfatto del parere mio. Simile lo dissi a Francesco Davanzati, con lui insieme, a ciò lo obviasse; che sono vivi.

Ancora mi trovai questo anno in certa pratica, dove si tractava fare provedimento di denari; et havendo Guido Manelli, che era nella pancata dove io, disputato il modo gli ocoreva, et subgunto che si provedessi non si gictasino via, et che i cictadini non se gli ’nborsasino col comperare gli ’nstantiamenti; è vero che, sendo il dì poi con Francesco Valori et Antonio Canigiani, et ragionando di quello s’era decto in tale pratica, che loro ancora v’erono stati; io dissi loro quello Guido havea decto.‍[963] E questo ho decto perchè ne sono suto richiesto.

Racomandomi umilmente alle Signorie et Clementie vostre; et le priego, che, se non vogliono havere riguardo a me, che confesso non lo merito per esere entrato in pratiche non conveniente ad me, e per haver voluto meglio ad altri che a me; vogliate haver compasione di cinque figliuoli mi truovo, restati su l’amatonato et condocti, havendo perduto il loro, andare a le mercè d’altri.

················

Die 27 aprilis 1498.

Andrea di Antonio Cambini, constituto alla presentia di me ser Francesco, disse; et prima:

Circa alla cerimonia et segreto fece Fra Girolamo in San Marcho, dixe: che, essendo la prima domenicha dello Advento in San Marco, intendendo vi s’aveva a fare certe divotione, vi restai insieme con Alexandro Nasi, Francesco Davanzati, Piero Cinozi, Girolamo de’ Rossi, uno barbieri chiamato il Frate, uno orafo, et Giovanni Spina, et Benedetto Buomvanni: et circha a un’ora di nocte, havendo Fra Girolamo tutti li frati parati di camici, piviali et pianete nello hospitio, lui‍[964] si levò su, et fece uno sermoncello. L’effecto del quale fu, che lui si dolse che, avendo provato con tante ragioni la verità predicava, li huomini ogni dì diventavano più duri; et che però facessino orationi tutto quello Advento, nel modo haveva ordinato, acciò che Dio si disponessi, poichè gli uomini non volevano stare contenti alle ragioni, provassi questa verità con miracoli; et che si confidava che, facendole, senza dubio alcuno obterrebbono questa gratia. Dipoi si volse a tutti quelli che v’erano, et inpose loro non dovessino parlare di queste cose, ma tenessinle segrete.

Ricordomi che, sendo gonfalonieri di giustitia Francesco Valori, et circa alla fine dell’ufficio suo, lui nel ragionar seco mi mostrò che harebbe gran desiderio che Antonio Canigiani fussi lo scambio suo: et parlando io dipoi con Fra Salvestro, gli conferi’ questo desiderio di Francesco, et loda’ li molto Antonio Canigiani. Et questo facevo a fine che Fra Salvestro, con quelli gli capitavano alle mani, lodandolo loro, gli facessi favore. Et dicendomi Fra Salvestro, Bernardo del Nero; io dissi: e’ sarebbe meglio Antonio. Similmente mi ricordo che nel fare la Signoria passata, sendo, credo, nel chiostro con Fra Salvestro, et venuto a ragionamento delli gonfalonieri v’erono da fare, io gli lodai Francesco dello Scarfa, monstrando che era uomo da bene, et per fare bene. Et sappiendo era affectionato a Giovanni di Iacopo di Dino, gli dissi: E’ ci sarebbe anchora Giovanni di Iacopo di Dino, che sarebbe buono; ma io non credo vi si conduca.

Così mi ricorda, che sendo con lui in cella, io dissi: noi habbiamo viso di havere una mala Signoria; et s’ella è, e’ ci chacciaranno da Firenze, et io sarò de’ primi.

Così, sendo una mactina Francesco Valori et io con Fra Salvestro, Francesco cominciò a ghignare; et volsesi a Fra Salvestro, et disse: Voi sapete bene che c’è chi dice, che sarebbe bene examinare Andrea Cambini, et saperebbesi e segreti mia. Al che io risposi: Da me chaverebbono pochi segreti, chè io non ho che dire, et sono parato andarmene, et morire quando e’ bisognassi.

Anchora dico, che sendo quest’anno, Alamanno Salviati, Alexandro Nasi mal contenti di Francesco Valori, credo per le cose seguite d’agosto, et parlando di lui molto male, io ne parlai con Fra Girolamo, et disseli: che sarebbe bene che parlassi con loro, et levassi loro quelle albagie del capo. Così sendomi noto che Giovan Batista Ridolfi, poi fu facto de’ Dieci, havendo voluto una mactina parlare a Francesco Valori, et havendoli detto lui, che non poteva allora, che era con Naldo per una sua faccenda; della quale risposta Giovan Batista era entrato in gelosia, che Francesco non fussi di lui mal contento; io, per provedere che salvaticheza non nascessi fra loro, ne parlai con Fra Girolamo, et lo confortai, capitandovi Giovan Batista, a dirglene qualche cosa, et mostrarli questo essere per la natura di Francesco, et non per nessun’altra ragione; facendoli fede, come Francesco li portava amor grande.

A messer Giovanni Bentivogli, quando andai a Bolognia, parlai secondo la commessione havevo circa alle cose dei grani et della ciptà; e del presente reggimento li parlai tanto honorevolmente quanto io seppi, lodandoli et mostrandoli quello che pel tempo era per farsi. E mi ricorda che dicendomi: che è del Frate? io li dissi: El Frate attende alle prediche et alle orazioni, et li ciptadini a governare la ciptà.

Ricordomi ancora, quando tochò il gonfalonieri in Santo Spirito,‍[965] l’ultima volta, Francesco Valori, nel ragionar mecho, mostrò havere desiderio che Piero Corsini fussi facto, et molto me lo lodò. Et io sendo a ragionamento con Fra Salvestro, li riferi’ quello che Francesco m’avea detto.

19. Esamina di Bartolommeo Mei.

A dì 27 di aprile 1498.

Bartolomeo di Cristofano Mei, setaiuolo minuto, dice sarebbe entrato nel fuoco, se Fra Girolamo gle n’havessi decto.

Dice stava la nocte a San Marco, et tenevavi il giaco, et il dì del caso se lo misse.

Circa tre anni, Fra Salvestro, che l’ha confessato cinque anni, gli dixe nel confessarlo: Egli è buono che tu vadia con Fra Girolamo, perchè non gli sia facto villania; perchè egli è in pericolo di esser morto per la via. Et dice gli dixe, che anchora si dubitava il duca di Milano era suo inimico. Et così ancora lui acceptò, et andò poi con Fra Girolamo. Et quando si mutava uno ufficio di Otto, et lui diceva: Chome porteremo noi l’arme? Et Fra Salvestro gli rispondeva: Andate via; e’ sono scripti quelli che hanno accompagnare Fra Girolamo.‍[966] Et Fra Ruberto da Gagliano gli diceva anchora qualche volta il simile.

Il dì del caso, dice si armò circa le 22 hore col giaco, celata e spada.

Al legìo, in coro, arrecò uno arcobuso Pagolo ceraiuolo et uno altro; uno tedesco, uno altro; et quivi trassero certi colpi. Uno colpo trasse Pagolo, dalla porta di verso i Tessitori.

Il bando, dice, udi’ dire che era ito; ma dice, non lo intese.

Ridolfo Panciatichi gli dixe: Io sono morto.

Nicolaio calzaiuolo, dixe, era stato prima preso, et spogliato: poi prese Lucantonio Cavalcanti, et spogliollo.

Ihesus.

Io Bartolomeo di Christofano dicho, che dipoi tornai da Roma, avendo volontà di fare la volontà di Dio, chomincia’ d’andare in Sa’ Marcho, et udi’ Fra Girolamo in Sa’ Lorenzo. Parendomi diciesi la verità, presi per mezo di Fra Christiano, per chonfesoro Fra Salvestro, et lui m’à chonfessato insino chomenciò la moria in San Marcho; et incominciorno avere gelosia no fusi morto Fra Girolamo. Pregato io loro l’achonpangieri,‍[967] e perchè mi pareva quello aveva detto, et diceva, fusi la verità. Et io in chonfesione più volte disi: che per l’onore di Dio et per questo suo servo meterei la vita. Dipoi incominciai andare cho lui: eravamo tre overo quattro, cho l’arme; non per ofendere persona, ma per difendere lui.

E perchè el sospetto incominciò a chresciere, sechondo dicevano, vene de li altri. E quelli ufici d’Oto che sono seghuiti, quando s’andava cho lui, diceva Fra Silvestro e Fra Ruberto da Ghagliano, potevamo andare sichuri, per la licenza avevano da li Oto per tuti quelli andasino cho lui. E Stefano, famiglio d’Oto, chontinovamente venuto in nostra chompagnia, e uno tavolacino. Quelli sono venuti v’è noto chi erano, e chi sono stati, perchè è suta chosa ciascuno vedeva chi eravamo chiaramente.

Dipoi questa quaresima, dipoi tornò a predichare in San Marco, parve a que’ padri fusi in magior pericholo, masime de l’esere perseghuitato, preghomo molti di numero, cioè que’ medesimi a 6 per sera, chontinovasimo l’andarvi, per ghuardare; e per e gharzoni di casa di Sa’ Marcho vene, una sera‍[968] io v’ero, partigiane e rotelle, e non so che targhoni quanti: Nicholaio‍[969] mi dise, venivano da amici di chasa. Dipoi a forse 10 dì, per le mani di detto Nicholaio, chome una sera vene 9 choraze; disemi el simile, da amici erano prestate: et chosì vi vidi 4 overo 6 archibusi, o no so bene 2 overo 3 bonbardelle picholine, e 2 schopieti: eravene uno di Nicolaio: questo so; l’altro non so di chi fusi: e chosì v’era meze teste; lui anco sa di chi erano, io per me non lo so.

E quando el dì si levò romore, si mesono in doso a molti; che fu uno quello povero vuomo di Ridolfo Panciatichi: li altri non so dirvi la verità chi erano, perchè io m’armai, e fu’ meso a l’ucio viene dalla Sapienza, Pacholo della Robia e suo fratello ed io: vidi Francesco Davanzati e Lionello Boni armati, et uscir fuora, no so chi, perchè intendete dove ero. E quando ci fu detto Francesco era morto, e arso la chasa, e che quello de’ Pechori‍[970] anche ispichati, e volendo vedere dov’era Fra Girolamo, andai in chiesa. Pasando, vidi la porta ardere; e tornai per el mantello: no trovandolo, tolsi questa ghabanella, e ritornai in choro; e quivi in ginocchioni aspetavo esere morto. Vidi trare a un tedesco molte volte uno archibuso, inanzi entrasi persona drento. Di poi entrato, per romore, serorono l’uscio. A Pagholo ceraiuolo vidi trare una volta a l’uscio de’ Tessitori, e venono a la porta d’andar in saghrestia, dando due volte drento; un frate aperse, e dreto a lui andò molti altri frati cho torchi aciesi in mano: e io steti fermo ginochioni aspetando, chome è deto di sopra. Vidi andare fra loro tre secholari, Pagholo della Robia et suo fratello, et Girolamo Gini; et noi abbraccavamo l’uno l’altro: et passato un pezo, tornorono; et avevamo molti per espogliati presi.‍[971] A loro fu fato ghrande abraccata.‍[972] La porta della chiesa ardeva forte: et fu Fra Francesco de’ Medici chon altri frati cierchamo per la chasa, e non trovando se non quelli rachiusi, d’andare dov’era e chapi, ch’erano el fratello di Fra Girolamo chon quelli vi disi; et insieme tornamo in choro. Et in quello stante, vene per la porta di chiesa insino a la porta entra in choro, e per dov’era la tela, fruchavano cho lancia lungha; et quel frate ch’aveva la rochola tolta da uno lato, et di là Pagholo si difendevano. Et uno frate salse dietro il chrocifiso chon sasi: fugiron fuora. E in quello era suto portato due archibusi in su legìo, che li traeva uno tedescho zuchone; et per el fumo e ghrida e stracheza, cie ne andemo cho’ frati dreto a Fra Girolamo in dormentorio; et quivi venne uno mandato da’ chomesari; dise: frati e secholari si tirasino da parte, ch’ongniuno si perdonava: volevano Fra Girolamo e Fra Domenico et Fra Silvestro. Alora chon forse 70 cie n’andamo in una chapella in dormetorio, che v’era el chorpo di Nostro Signore; e quivi stemo insino a che fumo mandati via.

E de l’avere portato imbasciate a citadino nesuno, no troverete; nè che io sapi nesuna chosa in privato nè in pubrico di nesuno, nè da nesuno mi fusi mai imposto alchuna chosa; salvo el dì del fuoco, che s’aveva a fare in sulla piaza, Piero Cinozi mi mandò a lo speziale di Naldo, per torchi per achonpangniare el chorpo di Nostro Signore.

E la chontinova usanza mia di San Marcho era per fare bene, chome stimo vi sia noto; quella chompangnia si raghuna in Sa’ Michele per opera di charità, et a’ malati, sepelir morti, e cho’ limosine per sovenire e poveri a ongni loro necessità e bisongni, et a conducier qualche fanciulla a onore cho le borse delle buone persone: et nonne io; ma Dio tal opera atribuischo.

Se altrimenti trovate, fate di me quello vi pare. E a botegha mia non vi si ragionava se non di chiachiere e novelle, in modo mi sono sute danose: Idio lo sa. Me trovai così quando la presi, non ò posuto fare altro.

LIV. Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del fuoco.‍[973]

1. Soscrizione dei Frati Minori.

Die XXVIIII martii 1498. — Frater Franciscus ordinis Minorum, presentibus Dominis, ratificavit omnia que in subscriptione eius erant, iterumque se dixit paratum omnia illa facere.

Iterum, sumptis verbis etc., disse, non si potere eguagliare con Frate Girolamo, nè per lettere nè per bontà;‍[974] ma perchè Fra Girolamo era actore principale, chiedeva lui. Et quanto al provarsi con Fra Domenico, a questo rispondeva, che haveva electo Fra Girolamo perchè cessassi al tutto questo male; perchè, morto Fra Domenico et sè, si rimarrebbe in simil confusione.

Iterum, che preparerà 3 o 4 frati, et che lui elegga. La substantia sta qui: che quando il fuoco sia acceso, si mandi per il predicatore.

Offerì Frate Giuliano Rondinelli, benchè absente.‍[975]

2. Circa fratres ignem ingressuros.

Die XXX mensis martii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., attendentes diversitatem ortam in eorum civitate et populo propter discordantiam Fratrum Sancti Dominici habitantium in ecclesia Sancti Marci, ac asserentium aliquas conclusiones contingentes, et Fratrum ordinis Minorum negantes eas, et consequenter diversimode in rebus futuris Ecclesie sententium; et quod duo ex supradictis religionibus, ad probandas et comprobandas dictas conclusiones que indigent probatione supernaturali, nuper, coram eorum Dominationibus convenerunt ad invicem, promictentes eorum propria manu se subscribendo papirum, pariter ac simul ignem ingredi, ad libitum prefatorum Dominorum, ut ex igne exeunti inleso rationabiliter credi possit; ad hoc, ut huiusmodi popularis seditio tollatur e medio in omni eventu eorum altercationis:

Ideo, servatis servandis, et obtento inter eos partito, secundum ordinem etc., deliberaverunt et deliberando voluerunt, quod casu quo in isto experimento per ignem, a dictis partibus fiendo, pereat dictus ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu, Frater Hieronimus Savonarola de Ferraria, huius ordinis Santi Marci, primarius et eiusmodi doctrine seminator, ac etiam frater Dominicus de Piscia, eiusdem ordinis, et eiusmodi doctrine professor et predicator, intelligantur et sint confinati et relegati in perpetuum extra dominium Florentinum, nec possint remicti aut restitui, nisi precedente deliberatione Dominorum pro tempore existentium, cum eorum venerabilibus Collegiis et Octoviris, per quadraginta quatuor fabas nigras, obtempta postea per opportuna Consilia eorum civitatis Florentie. Si vero in dicto experimento perierit tantum dictus ex fratribus Minoribus sic ignem ingressus, salvo remanente dicto ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu intelligantur, ut supra, et sint relegati et confinati in perpetuum extra dominium, frater Franciscus ordinis fratrum Minorum predicans in presentiarum in aedibus Sancte Crucis dicte eorum civitatis Florentie; et cum eo frater Laurentius de Corsis dicti ordinis fratrum Minorum; qui non possint restitui, nisi servata forma ut supra servanda in restitutione dictorum fratris Ieronimi et fratris Dominici ordinis Predicatorum. Sed si quilibet ex dictis sic ignem ingressis periret, quoad effectum huius partiti et relegationum predictarum, voluerunt non aliter haberi, quam si solus dictus ex fratribus Sancti Dominici perisset;‍[976] ac, casu quo, quacumque ratione vel causa, per dictas partes, vel aliquam dictarum partium, staret tempore requisitionis eorum Dominationum de ignis ingressione fienda quod non ingrederetur, pollicitus vel pollici (sic) ignem ingrederentur vel eiusdem ordinis sacerdos aut sacerdotes eius vel eorum loco surrogatus vel subrogati ingrederentur; constitutus in mora vel constituti ingrediendi ignem vel patroni et principes factionis dicti constituti vel dictorum constitutorum in mora intelligantur et sint confinati ut supra, vel alter eorum vel altera eorum pars intelligatur et sit confinata, ad declarationem eorum Dominationis, ita quod effectus sit, quod pars per quam staret quod non fieret experimentum, patiatur relegationem; et si per utramque fieret, utraque patiatur relegationem. Et supradicta omnia et singula deliberaverunt omni meliori modo etc.; confinantes ut supra, ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, casibus suprascriptis. Mandantes etc.

3. Contra fratrem Hyeronimum.

Die VI aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt etc., quod casu quo ardeat Frater Dominicus de Piscia,‍[977] frater ordinis Predicatorum, in ecclesia Sancti Marci de Florentia, qui ingressurus est ignem, ut convenit, cum Fratre Iuliano de Rondinellis ordinis Minorum; tunc Frater Ieronimus Savonarola, eiusdem Fratris Dominici doctrine primarius, intelligatur et sit rebellis; et sibi, dicto casu, assignaverunt tempus trium horarum ad egrediendam urbem Florentie. Mandantes etc.

LV. Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di S. Marco.‍[978]

1. Bannum confinationis.

Dicta die VIII aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt precipi et banniri etc., quod unusquisque eorum civitatis dimictat arma; et Frater Hyeronimus Savonarola suprascriptus sit confinatus extra dominium Florentinum; ad que confinia se representare debeat intra XII horas etc. Mandantes etc.

Bannitum dicta die incontinenti etc., hora xxii eiusdem diei. Mandantes etc.

2. Contra non evacuantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes layci qui sunt in ædibus Sancti Marci de Florentia debeant intra unam horam exinde discedere; alias intelligantur rebelles Communis Florentie etc. Mandantes etc.

Bannitum incontinenti super platea dicte ecclesie.

3. Contra euntes ad ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes cives qui ibunt ad ecclesiam Sancti Marci intelligantur esse et sint rebelles Communis Florentie, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

4. Contra intrantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod nullus ingrediatur ecclesiam Sancti Marci de Florentia, sub pena furcarum, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

LVI. Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati.‍[979]

Cives ad examinandum fratres.

Dicta die XI mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., attendentes quod superioribus diebus verbotenus commiserunt et preceperunt spectabilibus viris Carulo Danielis de Canigianis, Ioanni domini Giannozii de Manettis, Ioanni Antonii de Canaccis, Bartolo Pieri de Zatis, Baldassarri Bernardi de Brunettis, Piero Danielis de Albertis, Benedicto Tanay de Nerlis, Doffo Angeli Scolai de Spinis, Tommasio Nicolaii de Antinoris, Francisco Luce de Albizis, Iuliano Bernardi de Mazinghis, Piero Bertoldi de Corsinis, Braccio domini Dominici de Martellis, Laurentio Mattei de Morellis, Andree Ioannis de Larionibus, Antonio Iacobi de Rodulfus, et Alfonso Filippi de Stroziis, omnibus civibus florentinis, quod examinarent Fratrem Hieronimum Savonarolam de Ferraria, Fratrem Dominicum de Piscia, et fratrem Silvestrum, fratres ex ordine Predicatorum sancti Dominici, et omnes alios fratres et alios quoscumque; et ut dicta eorum commissio et preceptum validiori et efficaciori modo possit sortiri suum effectum. Ideo, obtento inter eos partito, secundum ordinem, et omnibus serratis etc., deliberaverunt et deliberando preceperunt prefatis civibus, quatenus in dicta examinatione prosequantur eorum auctoritate quolibet remedio opportuno.‍[980] Confirmantes ex nunc omne et totum id quod in dicta examinatione facta, vigore dicte auctoritatis et precepti verbotenus eis facti, fecissent vel exeguissent. Ac etiam ad cautelam confirmantes ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, quicquid facient in futurum in predictis et circa predictas examinationes, modo et forma supradictis.

LVII. Altre Deliberazioni.‍[981]

1. Contra euntes ad Sanctum Marcum.

Die XII mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod banniatur et precipiatur in locis publicis civitatis Florentie, quod ullus cuiuscumque gradus, status, conditionis aut dignitatis existat, etiam mulieres, non audeat occulte vel palam ire et intrare in ecclesiam et monasterium Sancti Marci de Florentia; et si quis ad presens ibidem esset, exceptis fratribus dicti conventus, statim discedat, sub pena ribellionis, in quam incurrat eo ipso quo contrafecerit, absque aliqua alia declaratione fienda etc. Mandantes etc.

Bannitum, dicta die, per Matteum Verdiani bannitorem dicte Dominationis, ut retulit.

2. Pro fratribus detentis in Palatio.

Dicta die V maii, 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod custodia Fratrum Ieronimi et Dominici et Silvestri, detentorum in eorum Palatio, pertineat solum et dumtaxat magnifico domino Buonaiuto de Butis, uno ex numero dictorum Dominorum, et nullus alius, infrascriptis tamen exceptis, possit ad dictos Fratres accedere, sine licentia dicti Buonaiuti. Possint tamen ad eos accedere semel et pluries suprascripti Domini et eorum notarius, simul, et de per se, et alii ad ipsorum Fratrum gubernationem constituti etc. Mandantes etc.‍[982]

LVIII. Condanna dei tre frati.‍[983]

Condonnatio.

Die XXIII mensis maii 1498. — Presentes spectabiles domini Octo in sufficienti numero congregati, servatis servandis, et obtento partito, absente tamen Francisco Cini eorum collega; attentis processibus et confessionibus et maleficiis perpetratis et commissis per Fratrem Ieronimum Savonarolam de Ferraria et Fratrem Silvestrum de Florentia et Fratrem Dominicum de Piscia, ordinis Predicatorum et conventus Sancti Marci de Florentia, et omnibus in eis contentis, et nefandissimis eorum scelerum (sic) esaminatis et intellectis: et attenta eorum et cuiuslibet eorum degradatione ab Episcopo coram populo facta, et coram reverendissimo totius ordinis santi Dominici Generali ac comissario apostolico, et coram dignissimo Comissario sanctissimi nostri Pape: et attenta consignatione de eis facta per sententiam latam per dictos dignissimos commissarios auctoritatem habentes a Summo Pontifice, de qua publice, patet per breve eius, in manibus secularibus, adeo ut iustitia administretur; quapropter ipsos, ne a predictis immunes et impuniti remaneant et sint,

Ieronimum Savonarolam ferrariensem

Silvestrum de Florentia et

Dominicum de Piscia,

et quemlibet eorum, condemnaverunt, ut ipsi et quilibet eorum subspendantur laqueo, et etiam comburantur ut anima a corpore eorum separaretur, publice, in platea et super platea magnificorum Dominorum. Et sic fiat bullettinum capitaneo platee ut predicta ad exequtionem mandet. Mandantes etc.

Actum in aringheria magnificorum Dominorum nostrorum, et presentibus testibus ser Francisco ser Baronis, et ser Filippo Dominici Morelli, civibus et notariis florentinis.

Incamerata per Lucam famulum dictum Formica, sub die 24 maii.

LIX. Altre deliberazioni e condanne.‍[984]

1. Relegatio.

Dicta die XXVII maii 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., iustis et rationabilibus causis, ut dixerunt, moti etc., confinaverunt etc. extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino decem annorum continuorum proxime futurorum, et casu quo non servarent confinia intelligantur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristophorum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano, omnes fratres conventus Santi Marci de Florentia; et quod debeant se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die quo fuerit sibi personaliter notificata huius modi deliberatio, sub eadem pena etc. Mandantes etc., Incamerata die 28 eiusdem, per Ioannem Franciscum Gori tabulaccinum.

2. Circa relegationem quatuor fratrum Sancti Marci.

Dicta die (29 maggio 1498). — Item dicti Domini, simul adunati, etc. Attenta quadam deliberatione per eos facta sub die XXVII presentis mensis maii, per quam potet qualiter ipsi Domini confinaverunt et relegaverunt quatuor Fratres capituli et conventus Santi Marci de Florentia extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino annorum decem proxime tunc futurorum; et eo casu quo non servarent ipsa confinia intelligerentur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristoforum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano; et quod ipsi deberent se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die qua sibi fuerit notificata huiusmodi deliberatio personaliter et in personam, prout ibidem clarius continetur: et attento qualiter ipsi quatuor Fratres fugam arripuerunt, adeo quod ubi sint penitus ignoratur: Ideo deliberaverunt etc., quod talis notificatio, que secundum dictam deliberationem fieri debebat eisdem Fratribus personaliter, sufficiat fieri ianuis ipsius Santi Marci de Florentia, vel vicario sive priori dicti conventus Sancti Marci; et quod dicti quatuor Fratres sic relegati, infra X dies tunc proxime futuros a die notificationis facte dicte ecclesie sive priori vel vicario dicti capituli, intelligantur rebelles, si se non presentaverint ad huiusmodi confines, eo modo et forma prout rebelles efficiebantur vigore dicte prime deliberationis, si infra quatuor dies in dicta deliberatione contentos se non representassent etc.

Mandantes etc. Notificata per Pierum Gori mazerium dicte Dominationis, dicta die, vicario dicti conventus, et ianuis dicte ecclesie, et incameratam supradicto die, prout retulit.

3. Licentia sonitorum.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., dederunt licentiam etc., eorum sonitoribus eundi, pro hac die tantum, ad sonandum et honorandum‍[985] dominum Franciscum Romulinum nunc Florentie commorantem etc. Mandantes etc.

4. Altra condanna.

Dicta die (4 giugno 1498). — Prefati Domini, simul adunati etc., servatis servandis, et obtento inter eos partito secundum ordinamenta etc., iustis et rationabilibus causis moti, et omni modo etc., deliberaverunt et deliberando confinaverunt extra civitatem, comitatum et districtum Florentie infrascriptos fratres, pro tempore et termino annorum X continuorum proxime futurorum a die notificationis. Et casu quo non servarent confinia, tunc et eo casu intelligantur rebelles Communis Florentie, et a die huiusmodi notificationis infra decem dies tunc proximo futuros debeant se presentare extra dictos confines sub pena rebellionis; et de dicta presentatione debeant fidem facere per publicum instrumentum ipsis magnificis Dominis, et quo notificatio de eis facta, facta legittime intelligatur ad ecclesiam Sancti Marci de Florentia sive vicario dicti conventus; et habeatur pro legittime facta ac si personaliter facta esset infrascriptis fratribus, quorum nomina sunt hec, videlicet: Frater Malatesta Sacramoro de Rimino, Frater Antonius Christofori de Radda, Frater Stefanus ser Bartholomei de Unigiana, Frater Bartholomeus Ioannis de Cavalcantibus, Frater Tommasius Bernardi de Caianis, et Frater Ioannes Sinibaldi de Sinibaldis; omnes fratres capituli et coventus Sancti Marci de Florentia, ordinis sancti Dominici observantie etc. Mandantes etc.

Dicta die notificata dicto domino vicario personaliter, et ianue dicte ecclesie per Pierum Bartoli mazerium, ut retulit; et per eundem mazerium incamerata.

5. Relegatio.

Dicta die VIII mensis iunii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt, et deliberando confinaverunt et relegaverunt Fratrem Maurelium Savonarolam, fratrem dicti conventus Santi Marci de Florentia, et fratrem carnalem olim Fratris Ieronimi Savonarole de Ferraria, ad eundum, standum et permanendum extra civitatem, comitatum et districtum Florentie in perpetuum; ad que confinia se representare debeat personaliter intra tres dies proxime futuros a die notificationis, et fidem dicte sue representationis mictere ad dictos magnificos Dominos infra X dies proxime futuros a die notificationis predices, sub pena rebellionis: et predictam notificationem voluerunt fieri eidem Fratri Maurelio vel ianuis ecclesie dicti Sancti Marci. Que notificatio facta altero de dictis duobus modis habeatur pro legittime facta etc. Mandantes etc.

Die XI dicti mensis notificata vicario dicti conventus personaliter, et ianuis dicte ecclesie, per Ugolinum mazerium dicte Dominationis, ut retulit.

6. Quod claudatur subterranea via.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., ut suppositiones removeantur et scandala non oriantur, deliberaverunt et deliberando commiserunt Paulo.... de Beninis civi florentino, et uno ad presens ex numero gonfaloneriorum societatis populi Florentini, quatenus claudere faciat atque replere aditum nuper subter terram perforatum,‍[986] quo itur ab ecclesia et conventu Sancti Marci de Florentia ad situm Sapientie de Florentia, eo modo et forma prout erat ante quam huiusmodi aditus flerent etc. Mandantes etc. Notificata incontinenti eidem Paulo personaliter.

LX. Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare, in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni.‍[987]

1.‍[988]

Die XVI Julij 1498.

Item attento qualites Ieronimus Iacobi de Torsellinis civis Florentinus et Filippus Ghori forbiciarius populi sancti Laurentii de Florentia varia et quam plura rasionamenta habuerunt de rebus pernitiosi fratris Ieronimi de Ferrara, quæ rasionamenta versabantur contra et adversus Rempublicam Florentinam et contra gubernantes eam, et qualiter de morte ipsius dolebant: ides, ne impuniti remaneant, et pena eorum aliis transeat in exemplum, servatis servandis et obtempto partito deliberaverunt et condempnaverunt dictos et infrascriptos. Ieronimum Iacobi de Torsellinis et Filippum Ghori Forbiciarium ad dandum et solvendum; videlicet dictum Ieronimum florenos decem de auro in auro eorum provisori et etiam ipsum privaverunt a Consilii maiori per duos annos. Dictum vero Filippum ad dandum et solvendum eorum provisori florenos viginti de auro in auro: et quod de carceribus in quibus ad presens sunt non relapsentur nisi prius solverint.

Mandantes etc.

2.‍[989]

Dicta die XXVIIIJ Junii 1498.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod a fratribus ecclesie sancti Marci de Florentia restituatur presbiteris et ecclesie santi Laurentij de Florentia, el battaglio campane Belfortis penes dictos patres existente, et insuper eidem ecclesie sancti Laurentii consignetur campana dicte ecclesie sancti Marci etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc., revocaverunt suprascriptum solum in ea parte qua dispositur quod dicta campana ecclesie sancti Marci consignetur ecclesie sancti Laurentii, et voluerunt quod loco dicte ecclesie sancti Laurentii consignetur ecclesie fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis; et propterea concedatur mazerius si opus fuerit etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt et preceperunt Signorino Francisci eorum preceptori, quatenus vadat ad dictam ecclesiam sancti Marci et Campanam dicte ecclesiae capiat et eam conducere faciat ad ecclesiam dictorum fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis, et ad hoc affectum, ex parte dictorum dominorum, rogat quoscunque magistros quatenus cum canapis et ferramentis et curribus dictam campanam conducant ad dictam ecclesiam dictorum fratrum etc., sub pena eorum indignationis etc. Mandantes etc. Qui Signorinus retulit se fecisse ommia predicts.

CONCLUSIONE AI DOCUMENTI

Per non ingrossare soverchiamente questo volume, abbiamo dovuto tralasciare la pubblicazione di molti documenti, e di parecchi scritti originali del Savonarola, uno dei quali, che avevamo anche promesso, era l’Esposizione di Abacuc. Quest’opera si trovava in un codice della Marciana di Venezia, e dovemmo superare infinite difficoltà, per aver copia d’un manoscritto che i più abili si dichiaravano incapaci di leggere. Pare che sia un autografo disteso in grandissima fretta; certo non somiglia gran fatto agli altri manoscritti del Savonarola. Riscontrammo questa copia, coll’altra certamente autografa, e che trovammo più tardi in fondo alla Bibbia magliabechiana insieme con moltissimi altri opuscoli, i quali potrebbero formare un discreto volume di operette inedite del Savonarola, delle quali diamo qui sotto i titoli.

Nei fogli che precedono la Bibbia, vi sono le Regole per la interpetrazione della Sacra Scrittura, e l’applicazione di esse fatta ai primi capitoli della Genesi. Seguono alcune Considerazioni religiose, ed un breve scritto sulla Passione del Signore. Sono tutte in latino e fanno 18 colonne d’un manoscritto così piccolo, che una mano ordinaria avrebbe avuto bisogno d’uno spazio, per lo meno, quintuplo. Nel medesimo carattere sono i seguenti trattati che si trovano in fondo alla stessa Bibbia.

Cantica Canticorum Salomonis (da col. 2 a 17);

Moralitas super 16 cap. Ezechielis (da col. 18 a 20);

Expositio in Abacuc prophetam (da 20 a 32);

Circumferatur Arca, idest Crucifixus qui est forma Christianorum (sono appunti di Prediche, vanno dalla col. 32 a 33);

Privilegia Ordinis ex Mari magno Sixti IV (col. 33 bis).

Segue un’esposizione dell’Apocalisse; un sermone evangelico; un’esposizione del Salmo 54, in cui si ragiona della vera nobiltà e termina alla colonna 45.

Seguono, poi, questi altri sermoni:

In Solemnitate Omnium Sanctorum (col. 46);

In commemoratione omnium fidelium (col. 46 a 52);

Die S. Andræ (col. 52. a 56).

Segue un trattato, De ambitione, poi altri, e finalmente:

Quæ hodie sunt regulæ pugnandi optimæ (col. 61 a 65).

Conditiones huius vitæ (col. 65);

De Veritate.

Alcuni di questi opuscoli sono semplici abbozzi, o contengono idee che si trovano ripetute nei lavori già stampati; altri sono lavori compiuti e meritano di essere conosciuti. Noi ce ne siamo valsi nella compilazione di questa biografia; ed una scelta dei migliori fra di essi, è già pronta per essere pubblicata, in un volume di Opere inedite o rare del Savonarola, non appena tempi più tranquilli lo permetteranno.

Per nostro consiglio e sotto la nostra direzione fu fatta del pari una copia diligentissima, non solo di tutti i trattati, ma anche di tutte le postille marginali di questa Bibbia; lavoro che richiese molto tempo e moltissima spesa, e che ora si trova nelle mani di un letterato inglese che avrebbe in animo di tradurlo e pubblicarlo in Inghilterra, dove gli studi biblici hanno assai più favore che presso di noi. Comunque sia di ciò, se non tutti, parte almeno di questi scritti del Savonarola, verranno certamente alla luce.

La mancanza di spazio ci ha impedito, ancora, di pubblicare la corrispondenza degli agenti del Duca di Milano, che noi potemmo cavare dagli archivi, allora imperiali, mediante la rara cortesia del dottor Dansi, che seppe non solo vincere difficoltà quasi insuperabili; ma volle ancora farne di sua mano la copia e donarla a noi generosamente. Questa corrispondenza, però, che al nostro proposito non era di grande importanza, come abbiamo già detto, verrà pubblicata ben presto nell’Archivio Storico di G. P. Vieusseux, tanto benemerito delle lettere e degli studi storici in Italia.

Conchiudiamo finalmente la serie dei nostri documenti, con una singolare e notevole testimonianza, data intorno al Savonarola da uno scrittore contemporaneo, in un Ms. slavo del secolo XVI. Dobbiamo questo documento alla cortesia del dottissimo sig. Sceviref, professore nell’università di Mosca; il quale, possedendo il Ms. stesso, volle favorirci di una traduzione che riportiamo fedelmente, insieme con una notizia intorno a quell’antico scrittore. Questa notizia è cavata da una Storia della letteratura russa, scritta in italiano dallo stesso Prof. Sceviref, in compagnia del Prof. Rubini. Speriamo di vedere ben presto pubblicata quest’opera, di cui molto ci fa sperare la dottrina degli autori.

················

Segue le notizie intorno a Massimo Greco, e brano di un suo scritto.

«Massimo Greco, monaco del Monte Athos, chiamato Monte Sacro; nato nella città di Arto in Albania, fece i suoi studi a Parigi presso il famoso ellenista Lascaris, poi nell’Università di Padova, in Firenze, in Venezia dove conobbe il celebre Aldo Manuzio. Abitava il convento Vatopedo del Monte Athos, quando nell’anno 1506 fu chiamato in Russia dal gran principe Basilio, il quale gli confidò la sua biblioteca ricca di manoscritti greci, latini, giudaici e slavi. Massimo corresse i libri liturgici, ne tradusse molti dalla greca nella lingua slava, e lavorò ad una fortissima e variata polemica contro le varie sètte che minacciavano l’ortodossia russa. Scrisse molte epistole allo zar, ed ai bojari, decise molte quistioni che gli furon proposte dai suoi contemporanei. Era quest’uomo fonte immensa di vasta erudizione e di una teologia sana ed illuminata; e pertanto, modello di critica, egli fu in Russia vittima dell’ignoranza del secolo, vittima delle cabale di corte; soffrì l’esilio, fu martire, e infine canonizzato dalla chiesa. Solo nella sua cella, senza pietoso aiuto che gli porgesse pane; privo d’ogni consolazione cristiana, scriveva con un pezzo di carbone, su bianco muro, una cantica sacra allo Spirito Santo.

«Bella e piena di una fervida eloquenza è la sua orazione diretta contro i tiranni del secolo XVI.‍[990] Questo monaco ci lasciò più di 150 opuscoli riuniti in un solo codice manoscritto, che si stampa adesso dai dotti professori dell’accademia ecclesiastica di Kazan. Fra questi opuscoli, se ne trova uno intitolato: Sopra il perfetto vivere monacale. Qui, discorrendo dei vari conventi che conobbe nelle contrade latine, parla prima di Parigi, come centro dei studi teologici e di ogni civiltà umana; poi ragiona di Firenze, ed ecco quello che ne dice:»

«Firenze è la più bella e la più buona di tutte le città d’Italia ch’io vidi. Vi è un convento di monaci chiamati predicatori di Dio, la chiesa del quale è dedicata all’apostolo ed evangelista San Marco. Questo convento ebbe per suo abbate un vero monaco, Girolamo, di nascita e di dottrina Latino; ma ripieno di ogni sapienza dello spirito della Scrittura Santa e di ogni dottrina esterna, vale a dire filosofia: uomo santo, acceso di un zelo divino. Vedendo che la sua città era soggiogata da due vizi: il vizio di sodomia e la corruzione della giustizia, riunita coll’usura disumana, pensò Girolamo colla parola ammaestratrice, ispirata dalle Scritture Sante, portare un soccorso morale ai suoi concittadini e distruggere affatto la perversità dei loro costumi: con questo scopo cominciò a predicare nella chiesa di San Marco. Molti uditori di ogni specie, fra i quali vari nobili, i primi cittadini della città, si affollavano intorno a lui: fu amato da tutti; fu pregato di continuare le sue prediche in quella chiesa cattedrale. Predicò Girolamo ogni domenica, ogni giorno festivo, tutti i giorni della quaresima, esponendo la sua parola ammaestratrice da una tribuna alta, ove restava per lo spazio di due ore e più; ed ebbe la sua parola tanta forza nel popolo, che la più gran parte della città volle seguire le sue salutifere dottrine, e dai costumi libidinosi ed immondi passò alla castità e purezza; la corruttela della giustizia, riunita all’usura, si trasmutò in giustizia, misericordia e carità; i cittadini, volendo imitare quel Zaccheo citato nel Vangelo, distribuivano i loro averi, per le mani del loro maestro, ai poveri bisognosi. Potrei citare moltissimi esempi della correzione che produsse il predicatore, nei costumi del popolo; ma per non essere noioso coi miei racconti, ne citerò uno solo, di una povera vedova, che basterà a provare la forza che ebbe la parola di questo uomo ispirato da Dio, sopra lo spirito del popolo Fiorentino.

»Un ragazzo, figlio di una povera vedova, trovò nella strada un sacco di danaro con 500 monete d’oro, e lo portò alla sua madre. Vedendo questo denaro, la vedova non sentì nessuna gioia, malgrado che potesse per mezzo di quello, uscire dallo stato della sua miseria: non celò il danaro trovato; ma lo portò al predicatore della città, dicendo: — Ecco, santissimo padre e maestro, guarda: il figlio mio trovò questo sacco per strada. Prendilo e, come tu sai fare, trova quello che l’aveva perduto: rimettigli il suo avere; affinchè non senta un dolore sconsolato per la sua perdita. — Il maestro ammirò la probità della vedova, e data a lei la sua benedizione, la congedò.

»Un giorno, avendo terminato in chiesa il suo insegnamento, disse, alzando la voce: — Se qualcuno ha perduto denaro, che esca nel mezzo e dichiari la quantità del denaro perduto, la forma del sacco che lo conteneva, il giorno della perdita; e dopo queste indicazioni, riprenda il suo. — Un giovane uscito dalla folla, rispose esattamente a tutte queste domande. — Ecco, giovane, — disse il maestro, — il tuo perduto avere, e la povera vedova che lo ritrovò per strada; non dimenticare che essa ti salvò da una grande sciagura. — Il giovine prese cento monete d’oro e le recò alla vedova, con un grandissimo piacere. Questa vedova merita di essere più lodata di quella citata nel Vangelo. Potrei, ripeto io, citare ancora molti memorabili racconti, che furono tanti frutti dell’insegnamento divino di questo uomo; ma, avendo paura di parere troppo lungo, passo alla fine che ebbe la santa predicazione.

»Una metà della città si rese docile alla dottrina di Girolamo e cambiò i suoi costumi; l’altra metà, non solamente rimase sorda e disubbidiente alla sua parola, ma era piena d’inimicizia contro di lui; e per fargli un’ingiuria pubblica, contaminò collo sterco umano la tavola, dove soleva appoggiare le sue braccia, quando, stando in piedi, spandeva alla gente le onde del suo eloquente insegnamento. Ed egli, imitando in tutto la dolcezza e la pazienza del nostro Signore, soffriva tutto, non bramando altro che il miglioramento degli uomini. Con questo scopo inveì ancora contra coloro i quali, essendo investiti dei poteri clericali, non seguivano le orme degli Apostoli e non curavano il gregge di Cristo. Senza paura svelava egli i loro vizi, e spesse volte diceva: — Se fossimo vissuti secondo il Vangelo del nostro Signore G. C., i popoli eterodossi, vedendo la nostra vita simile a quella degli angeli, si sarebbero convertiti al nostro Dio; e questo ci sarebbe di una grandissima salvazione, e ci porterebbe il godimento dei beni eterni; ma ora, vivendo contro la legge divina, nè correggiamo noi stessi, nè abbiamo cura della correzione altrui. — Che altre parole possiamo udire dal Giudice giusto se non quelle già dette? — Guai a voi, dotti e farisei ipocriti, che chiudete agli uomini il regno del cielo: non ci intrate voi, e ne impedite l’ingresso agli altri. — Queste parole pervennero sino al Papa, ai cardinali ed a tutto il clero che l’attorniava. La dottrina di Girolamo fu odiata da loro fin dal suo principio: lo chiamarono eretico, bestemmiatore e adulatore. Da Roma gli venne l’ordine di non continuare la predica, come, secondo gli Atti dei SS. Apostoli, a loro pure fu proibita la predicazione del nome di Gesù Cristo. L’ordine diceva: che, se egli non cessava la predica, era anatemizzato come eretico. Ed egli, non solamente non seguì il consiglio degli improbi; ma acceso di maggior zelo, dichiarò la loro epistola irregolare ed ingiusta; perchè gli proibiva di adempire al suo dovere d’insegnare in chiesa ai fedeli; e con maggior forza continuò a svelare i loro vizi. Senza dubbio, così penso io, si risolvette fin d’allora, a ricevere la morte per la fede e la gloria di Dio, se necessità vi fosse. Uno che si accende di zelo per Dio, spregia non solo i beni, ma pure la vita. Testimonio ne sono le parole di Cristo che disse: Volendo gustare la morte, per la gloria del mio Padre e per la salvezza dell’uomo, bramo di tutte le mie brame di mangiare questa Pasqua con voi. Così parlò pure San Paolo, uno dei più fervidi zelatori di Cristo: Voglio sciogliermi dal mondo ed essere con Cristo; ed altrove: La vita mia è Cristo, e morire, per me, vuol dire acquistare.

»Il Papa non cessò mai di perseguitare Girolamo, volendo cacciarlo dal suo pergamo; ma egli, sordo alle minaccie, continuò ad ammaestrare il popolo, ed a svelare l’iniquità del Papa. I nemici, però, avevano già deciso la sua morte e la eseguirono in questo modo. Avendo scelto un generale, per nome Gioacchimo, lo mandarono a Firenze, munito dalla potenza papale, di togliere a Girolamo il posto di Abbate del convento; di giudicarlo e condannarlo a morte con fuoco, come spergiuro e calunniatore della chiesa apostolica Romana. Arrivato a Firenze, mostrò il generale ai capi della città le bolle del papa; chiamò Girolamo al giudizio, e come un martire l’espose alla tortura. Arditamente rispose il giusto alle calunnie dell’improbo giudice; ma falsi testimonii, scelti fra la gente scontenta delle sue predicazioni, accumularono calunnia sopra calunnia; e su questo falso fondamento lo condannarono a un doppio supplizio; e insieme con lui altri due uomini santi, suoi coadiutori: tutti e tre furono impiccati e poi bruciati. Tal fine ebbero questi tre santi monaci, e così fu ricompensata dallo sleale Papa la vita loro esemplare. Sul trono papale regnava allora Alessandro uscito di Spagna, il quale colla sua iniquità e malvagità, superò ogni delinquente.

»Quanto a me, mi allontano talmente dalla sentenza di quegli sleali giudici, che sarei pronto, con tutta la gioia del cuore, assimilare quei tre monaci agli antichi difensori della fede cristiana, se non fossero Latini. Io vidi in questi santi monaci, come negli antichi, uguale zelo per la gloria del nostro Signore G. C., e per la salvezza e correzione dei fedeli: nè ciò ho sentito da altri; ma l’ho veduto coi miei proprii occhi, essendo stato più volte presente ai loro insegnamenti. E non solo riconobbi in loro lo stesso zelo, che negli antichi, per la vita che menavano secondo la fede; ma anche la stessa sapienza, lo stesso spirito; uguale arte nell’indagare il senso delle Scritture Sante, uguale ampiezza di ogni dottrina esterna, principalmente in Girolamo. Egli alle volte, rimaneva due ore di seguito, ed anche più, sulla cattedra sua, spandendo a largo fiume le sue dottrine abondanti; nè cavandole già da un libro tenuto nelle mani, ma svolgendole tutte dal tesoro della sua immensa memoria, nella quale si celava uno spirito affatto divino, e perito nell’arte di svelare le Scritture Sante.»

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

Notes in this chapter

Note 1 · Trovavamo, e così più basso: discorrevan per discorrevamo.Note 2 · Accusato ed assoluto.Note 3 · Bracci.Note 4 · Che la parte avversa fosse frenata.Note 5 · Questo era per legge proibito.Note 6 · Fra Girolamo.Note 7 · Nel quartiere di Santo Spirito.Note 8 · I loro nomi sono scritti presso i magistrati che hanno dato il permesso.Note 9 · L’accompagnerei.Note 10 · Una sera che io v’ero.Note 11 · In margine è scritto: Nicholo, intendete, calzaiuolo.Note 12 · Colui che fu ammazzato sulle scale degl’Innocenti.Note 13 · Credevamo fossero stati spogliati e presi.Note 14 · Abbracciamento.Note 15 · Archivio della Riformagioni; Deliberazione dei Signori a Collegi, anni 1497-98, carte 27, 29 e 33 tergo. Questo documento fa seguito alla soNote 16 · È notevole questa confessione di un avversario.Note 17 · È singolare, anche, questo offerire un assente.Note 18 · Si cercava che, in ogni modo, fossero puniti solo i frati di San Marco.Note 19 · Qui non si tien conto dell’avversario, perchè egli stesso diceva di dover bruciare.Note 20 · Nel medesimo Codice, carte 33 e 34. Vedi la nota al Doc. LIV.Note 21 · Lo stesso Codice, carte 55.Note 22 · Qui si sottintende la tortura.Note 23 · Lo stesso codice.Note 24 · Seguono a questa altre deliberazioni di minore importanza. Alcune di esse riguardano la condanna di circa venti cittadini seguaci del Frate,Note 25 · Libro dei Partiti dagli Otto di Custodia e Balía; maggio a agosto 1498, carte 51. Questo documento è stato più volte pubblicato.Note 26 · Deliberazioni dei Signori, ut supra, carte 51, e seg.Note 27 · Per festeggiare la ingiusta condanna ed il falso processo.Note 28 · Sotterraneo che traversava la via del Maglio, ponendo in comunicazione il convento di San Marco, col locale della Sapienza già ceduto ai fraNote 29 · Non pubblicate dagli Archivisti.Note 30 · Partiti degli Otto di Custodia e Balía, Vol. 70, carta 150.Note 31 · Deliberazioni dei Signori, Vol. 85, carte 68.Note 32 · Il Prof. Sceviref ci ha letto un brano di questa orazione, che somiglia molto ad una predica del Savonarola.
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