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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

LIBRO QUARTO. [1497-1498.] (continued 3)

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Il Savonarola fu dolentissimo di tutto ciò, e frà Domenico andava raccomandando a ciascuno di deporre le armi:‍[271] «Non si volessero macchiar le mani nel sangue; non si volessero opporre,» pregava egli, «ai precetti del Vangelo, alla volontà del loro superiore.» Ma tutto era vano, perchè in quel momento avevano assai più forza le grida furibonde che venivano dalla piazza, e gli assalti sempre crescenti che si facevano alle porte. Fu allora, che il Savonarola pensò di metter fine ad un doloroso ed inutile spargimento di sangue, col sacrifizio della propria persona; e messosi il piviale, stretta in mano una croce, egli diceva ai suoi compagni: «Lasciatemi andare, giacchè per me orta est hæc tempestas;» e voleva darsi in mano ai nemici.‍[272] Ma qui lo sconforto ed il pianto degli astanti furono universali; frati e secolari si strinsero intorno a lui, piangendo e gridando: «No, non ci abbandonate; voi sareste messo a pezzi, e che faremmo senza di voi?»‍[273] Quando egli vide che i suoi più fidi amici gli chiudevano il varco, si volse allora a tutti, perchè lo seguissero. E prima fece col Sacramento in mano una processione nei chiostri; poi li condusse nel coro; ove, detto loro che la preghiera dovea esser la sola arme dei religiosi, tutti si posero in orazione davanti al Sacramento, e cantavano: Salvum fac populum tuum, Domine. Alcuni avevano appoggiato al muro le loro armi; altri le ritenevano ancora in dosso; e solo pochi erano restati a guardia dei punti più importanti.‍[274]

Erano circa le ore ventidue, la folla moltiplicava in piazza e la nessuna resistenza cresceva animo agli assalitori; mentre che la Signoria, aggiungendo sempre nuove indegnità, mandava la sua guardia ad aiutarli. E nel medesimo tempo, si presentavano alcuni mazzieri che a voce comunicavano un bando della Signoria, in cui si ordinava a ciascuno che fosse nel convento, di deporre subito le armi; ed il Savonarola veniva esiliato, coll’obbligo di lasciare fra 12 ore il territorio fiorentino.‍[275] La più parte di coloro che udirono tal comunicazione, la credettero un’astuzia dei nemici.‍[276] Non era facile il credere che la Signoria volesse imporre agli assaliti, che appena si difendevano, di deporre le armi; mentre agli assalitori, causa unica di questi disordini ed in numero tanto maggiore, non solo si lasciava ogni libertà d’inveire, ma anzi si mandavano aiuti! Nondimeno quell’ordine fece a più d’uno chiedere salvacondotto e partirsi.

Tra quelli che, in quest’ora difficile e pericolosa, lasciarono il convento, vi fu il Valori che si fece calar giù dalle mura di dietro; sebbene Francesco Davanzati ed altri ne lo sconsigliassero fortemente, come cosa assai pericolosa. Esso, vedendo che in San Marco si faceva appena qualche debole resistenza, mentre che i nemici d’ora in ora crescevano di numero e di forza; volle ritirarsi a casa, per raccogliere i suoi partigiani e far di fuori più energica difesa. Ma le sue case furono subito circondate da molta gente, ed un mazziere venne a richiederlo che immantinente si presentasse alla Signoria. Egli si mostrò assai volenteroso d’obbedire; perchè si teneva certo di potere, colla sua presenza ed autorità, far vergognare i magistrati del loro procedere; onde, senza mettere alcun tempo in mezzo, s’avviò al Palazzo col mazziere accanto. Passava tra la folla, con la fronte alta ed il viso sereno; come colui ch’era sicuro della sua innocenza, e mai non si sentiva mancare l’animo nei pericoli. Ma non era appena giunto al canto di San Procolo, quando alcuni dei Ridolfi e dei Tornabuoni, parenti di quelli che, nell’agosto passato, egli aveva fatti condannare a morte, gli vennero incontro e colle loro armi lo uccisero. Così la ingiuria pubblica fu vendicata colla privata vendetta; e così finiva miseramente la vita d’un valoroso ed onesto cittadino, che era stato sempre il più potente amico del Frate. La sua moglie, tratta dal rumore, s’era in questo mezzo fatta alla finestra, tutta piena di spavento; e, nel mentre che sentiva confusamente le disperate grida del marito e degli uccisori, un colpo di balestra, partito dalla folla, mandava anche lei a raggiungerlo. Allora la forsennata plebe invase subito, e mise a sacco ed a fuoco la casa; dove avvenne questo fatto assai pietoso, che nel predare gli arnesi d’un letto, vi fu, senza neppure avvedersene, affogato un bambinello dormente, nipote del Valori. E di ciò, nè allora nè poi, la Signoria fece giudizio o tenne conto nessuno.‍[277] Quel giorno medesimo, andavano a sacco ed a fuoco le case d’Andrea Cambini: quelle di Paolo Antonio Soderini e Gio. Battista Ridolfi vennero salvate contro la furia del popolo, solamente dalla presenza di molti amici e di alcuni mazzieri della Signoria.‍[278]

Si avvicinava, intanto, la sera; e la furia degli assalitori era smisuratamente cresciuta intorno al convento. Alcuni mettevano fuoco alle porle, mentre altri, già riusciti a scalar le mura dalla parte della Sapienza,‍[279] penetravano nei chiostri. Corsero costoro, saccheggiando l’infermeria e le celle; poi, raccoltisi insieme, penetrarono nella sagrestia colle armi in mano; e di là nel coro, sforzandone la porta. Quando i frati, che ivi erano inginocchiati e facevano orazione, si videro così improvvisamente assaliti, mossi da un subitaneo impeto di naturale difesa, alcuni colle torce accese in mano, altri coi crocifissi di legno o metallo; cominciarono a tirare con tanta violenza e rapidità sui volti degli assalitori, che questi, credendosi assaliti quasi da una schiera di Angeli, si dierono ad una precipitosa fuga.‍[280] Allora, quelli che per ordine del Savonarola avevano deposto le armi, le ripresero; e si fu nuovamente a scaramucciare per tutti i chiostri. Nel medesimo tempo, veniva sonata a martello la campana maggiore del convento, chiamata la Piagnona; l’assalto e la difesa ingagliardivano, e per tutto si udivano grida disperate, grande confusione e strepito d’armi. Questo fu il momento in cui Baldo Inghirlami e Francesco Davanzati menarono le mani; questo il momento in cui frate Andrea di Luca della Robbia, colla spada in mano, inseguiva i nemici pei chiostri: e frà Benedetto, salito in alto con altri compagni, faceva cadere una tal pioggia di sassi e di embrici, che più volte ributtarono indietro i loro avversari.‍[281] E dall’interno della Chiesa, più d’uno tirava coll’archibugio, fra cui un certo Enrico tedesco, giovane biondo e di bellissimo aspetto, che in quel giorno dètte prova di grandissimo valore. Sin dal principio della zuffa, a lui era bastato l’animo d’uscire tra la folla, e guadagnarsi il fucile che ora adoperava così valorosamente, ad ogni colpo gridando: Salvum fac populum tuum, Domine!‍[282]

In questo punto la vittoria era decisamente per San Marco, ed il successo cresceva animo ai difensori; quando venne proclamato un nuovo bando della Signoria, che dichiarava ribelli tutti coloro che nello spazio d’un’ora, non abbandonassero San Marco.‍[283] Altri difensori chiesero salvacondotto e partirono; assottigliando così il già troppo piccolo numero dei loro compagni. Il vedersi, poi, sempre più chiaro, come la Signoria voleva decisamente opprimere San Marco, scoraggiava moltissimo i difensori che, scemati di numero e perduta ogni speranza, già cominciavano a cedere. Il Savonarola insieme con molti de’ suoi frati era sempre nel coro, facendo orazioni che d’ora in ora venivano interrotte dai lamenti di qualche ferito, dalla voce pietosa di qualche moribondo. Tra i quali fu un giovane dei Panciatici che, ferito a morte, venne menato sui gradini dell’altar maggiore, dove, in mezzo ai colpi degli archibusi, ricevette la comunione per le mani di frà Domenico, nelle cui braccia tutto lieto spirava, dicendo: «Quanto è dolce ai fratelli ritrovarsi insieme!»‍[284]

Era intanto sopraggiunta la notte; ed i frati, stanchi dall’agitazione e dal digiuno, mangiavano alcuni fichi secchi che uno di loro aveva portati ai compagni. Quando ecco ad un tratto ingagliardire di nuovo la difesa; crescere più furiose le grida; moltiplicare i colpi d’archibugio, fra i quali più frequenti si distinguevano quelli del tedesco Enrico che, salito su quel pergamo dove il Savonarola aveva tante e tante mai volte predicato, di quivi tirava i suoi colpi micidiali. Da per tutto cominciava ora ad entrare un fumo così denso, che, per non affogare, bisognò rompere i cristalli alle finestre del coro: ma ecco già dalle porte, che finalmente s’erano bruciate, avanzarsi grandi fiamme nell’interno della Chiesa. Allora il Tedesco ed un altro venivano nel coro, portando due archibugi che, saliti dietro all’altar maggiore, piantavano accanto al gran Crocifisso, di dove continuavano a far fuoco.‍[285]

Il Savonarola, dolentissimo di vedere per cagion sua tanto inutile spargimento di sangue, nè potendolo in alcuna maniera impedire, perchè niuno più gli dava ascolto; prese di nuovo il Sacramento in mano, imponendo a ciascuno di seguirlo. Passando pei chiostri, conduceva quasi tutti nella libreria greca; quando gli venne veduto frà Benedetto che, allora allora, sceso dal tetto, tutto armato e pien di furore, correva per andare a combattere i nemici più da vicino. Fermatosi allora il Savonarola, gli fissò addosso i suoi occhi, dicendo in tuono di grave rimprovero: «Frà Benedetto, lascia le armi e prendi la croce; io non ebbi giammai intenzione che i miei frati spargessero sangue.»‍[286] E l’altro, umiliatosi ai piedi del suo superiore, depose le armi; e, insieme con tutti, lo seguiva nella libreria greca.

In mezzo a quella sala, sotto quelle semplici volte del Michelozzi, egli pose il Sacramento e vi raccolse intorno i frati, dirigendo loro le sue ultime e memorabili parole: «Figliuoli miei, innanzi a Dio, innanzi all’ostia consacrata, coi nemici già nel convento, io vi confermo la mia dottrina. Quel che io ho detto, l’ho avuto da Dio, ed egli mi è testimonio in cielo che io non mento. Non mi era noto che tutta la città dovesse così presto rivolgersi contro di me; pure sia fatta la volontà del Signore. Il mio ultimo ricordo è questo: la fede, la pazienza e le orazioni sieno le vostre armi. Io vi lascio con angoscia e dolore, per andare in mano degli avversari. Non so se mi priveranno della vita; ma certo sono che, morto, vi potrò aiutare in cielo, più di quello che non ho potuto far vivo in terra. Confortatevi, abbracciate la croce, e con quella troverete il porto della salute.»‍[287]

Intanto, i nemici erano padroni di quasi tutto il convento; e Giovacchino della Vecchia comandante la guardia del Palazzo, minacciava di rovinare colle artiglierie ogni cosa, se non si obbediva ai comandi della Signoria; la quale richiedeva, adesso, sotto la fede però di non toccar le persone loro, che fossero consegnati frà Girolamo, frà Domenico e frà Salvestro. Allora Malatesta Sacromoro, quel medesimo che s’era offerto di entrare nel fuoco, incominciò a fare la parte del Giuda: trattava coi Compagnacci e li persuadeva a portare l’ordine scritto. E mentre che, per averlo, essi mandavano ai Signori; il Savonarola si fece confessare e comunicare da frà Domenico,‍[288] e s’apparecchiava ad arrendersi insieme con lui; giacchè frate Salvestro si era nascosto, nè in quel trambusto era facile ritrovarlo.‍[289]

Seguiva, in questo mezzo, un fatto assai singolare. Girolamo Gini, seguace del Savonarola e da lungo tempo desideroso di vestir l’abito domenicano, s’era trovato quel giorno al vespro, ed appena cominciato il tumulto, s’armò per difendere il convento. Quando il Savonarola comandò di deporre le armi, il buon popolano obbediva; nondimeno correva pei chiostri e presentavasi ai nemici, volendo, come egli stesso dice, affrontare la morte per amore di Gesù Cristo. Ed essendo stato ferito, egli entrava adesso, col capo tutto insanguinato, nella libreria greca, dove, inginocchiatosi innanzi al Savonarola, umilmente chiedeva l’abito, che gli veniva concesso in quell’istante medesimo.‍[290]

Alcuni amici proposero allora al Savonarola, che si lasciasse calar dalle mura, per mettersi in salvo; giacchè non era facile, entrato una volta in Palazzo, che ne uscisse più vivo. Egli sembrava esitare alquanto ad accettare quest’unico mezzo di salvezza; quando frà Malatesta, rivoltosi a lui, gli disse; «Non deve il pastore metter la vita per le sue pecorelle?» Tali parole sembrarono toccar profondamente l’animo del Savonarola, che non dette alcuna risposta; ma, abbracciati e baciati tutti i suoi frati e, prima d’ogni altro, lo stesso Malatesta; si arrese, senza più esitare, insieme col suo fedele e indivisibile frà Domenico, nelle mani dei mazzieri della Signoria, che allora appunto ritornavano.‍[291] Egli era già in mezzo di loro, quando si rivolse nuovamente ai frati, dicendo: — «Fratelli miei, rammentatevi di non dubitare. L’opera del Signore andrà sempre innanzi, e la mia morte non farà che accelerarla.»‍[292] — Appena i due frati furono discesi nei chiostri, che subito la folla si strinse intorno a loro con grida di gioia feroce. Ed in questo momento, frà Benedetto che sino ad ora li aveva seguiti, non potette più resistere allo strazio del suo cuore; singhiozzando e piangendo, si spinse tra la moltitudine, dicendo di volere andar prigione col suo maestro. Ma tutti erano ebbri di furore, ed un’altra onda di popolo trasportò frà Girolamo e frà Domenico nella piazza San Marco: frà Benedetto rimase tristo e desolato nel chiostro. Egli ci racconta che si udirono, allora, grida così terribili, da far credere ad ognuno, che il Savonarola venisse, in quel momento stesso, ucciso.‍[293]

Erano le otto della sera. I mazzieri lo legarono, e la folla, addensatasi intorno a lui, faceva come un mare tumultuoso d’elmi, di corazze, di spade e lance illuminate dal fosco lume delle lanterne e delle torce. Lo guardavano con volti minacciosi, gli accostavano agli occhi le lanterne, e gridavano: «Ecco il vero lume;» gli abbronzavano e bruciavano il viso colle fiaccole, dicendo: «Ora dà volta alla chiavetta;» gli storcevano le dita e lo picchiavano, insultandolo col dire: «Profetizza chi ti ha percosso.» Fu tale e tanta questa furia, che le guardie a fatica poterono salvarlo, incrociando sopra di lui le armi e gli scudi.‍[294] Gl’insulti ch’ebbe a sopportare per la via, si possono più facilmente immaginare che descrivere; nè la efferata moltitudine si stancò, fino a che egli non fu entrato in palazzo: anzi aveva già messo il piede nello sportello, quando uno di loro, datogli un calcio di dietro, diceva: «Ecco dove egli ha la profezia.»‍[295]

Condotti finalmente i due frati innanzi al gonfaloniere, questi domandò se persistevano a sostenere che le loro parole venivan da Dio; ed avendo essi risposto affermativamente, furono chiusi in due carceri separate. Al Savonarola toccò l’Alberghettino, piccola stanza nella torre di Palazzo, dove in altri tempi era stato prigione Cosimo de’ Medici; e quivi, per la prima volta, dopo un giorno così travagliato, trovò un poco di riposo. Quella medesima notte, venne arrestato suo fratello Alberto, che si trovò per caso in Firenze; ma poi fu subito rilasciato. Il giorno appresso frà Salvestro uscì del suo nascondiglio, e subito fu dal Sacromoro consegnato ai nemici che, sino all’alba, aveano gozzovigliato con dilicati cibi sulla povera mensa dei frati.‍[296]

Intanto, la Signoria affrettavasi d’annunziare subito a Roma, a Milano, in Francia e ad altre corti, ciò ch’era avvenuto la sera dell’otto febbraio; colorendo i fatti a suo modo, e secondo l’indole dei governi a cui scriveva. Commettevano, poi, all’oratore in Roma, che impetrasse dal papa una generale assoluzione di tutte le censure in cui si poteva essere incorsi; tanto per aver lungamente tollerato le prediche del Savonarola, come per aver messo le mani sopra persone ecclesiastiche: chiedevano, inoltre, licenza di poter giudicare quei frati; e, nel medesimo tempo, pigliavano questa occasione per sollecitare l’affare della Decima ecclesiastica. Ognuno può immaginarsi con quanta sollecitudine il papa rispondesse ai Signori fiorentini. Li chiamava figliuoli veri di Santa Chiesa; concedeva ogni assoluzione, ogni facoltà richiesta, ogni benedizione; raccomandava solo caldissimamente che, non appena giudicati quei frati, fossero subito dati nelle sue mani, per far loro subire la meritata pena. Quanto alla Decima ed a tutto il resto, faceva larghe promesse. Così anche il duca di Milano mandava, con staffette espresse, lettere di congratulazione; voleva aiutare la repubblica; voleva sostenerla in tutti i pericoli, renderle Pisa in pochi giorni e via discorrendo.‍[297]

Ma le nuove più grate ai nemici del Savonarola, venivano donde meno erano aspettate. Le ultime lettere di Francia narravano, come il giorno 7 aprile, quel giorno medesimo in cui doveva aver luogo in Firenze l’esperimento del fuoco, Carlo VIII di Francia era morto in Amboise. E la sua fine fu misera, come tante volte il Savonarola aveva predetto che sarebbe stata, per avere quel re abbandonato l’opera del Signore. Preso a un tratto da un colpo d’apoplessia, fu menato in luogo pieno d’ogni più schifosa bruttura;‍[298] e quivi il re di Francia, posato sopra la paglia, dava l’ultimo fiato. Giammai, però, alcuna profezia non s’era meno opportunamente verificata, e con maggior danno del profeta stesso. Il Savonarola perdeva in Carlo il suo ultimo e più valido sostegno; lo perdeva quando da lui solo poteva dipendere la propria salvezza; nel momento, appunto, in cui il re sembrava volger, di nuovo, i suoi pensieri alle cose d’Italia ed alla riforma religiosa.‍[299] Ma, noi lo abbiamo già detto, ormai non bisogna più illudersi; tutti gli eventi e tutti gli uomini si volgono a danno del misero frate; egli non ha più nulla a sperare su questa terra.

CAPITOLO NONO. Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo.

L’indomani del tumulto era lunedì santo: cominciavano quei giorni sacri alla religione, nei quali il popolo si stringeva assai più numeroso intorno al Savonarola, le cui prediche solevano essere allora più fervide ed eloquenti. E adesso, invece, egli era chiuso in carcere, in potere de’ suoi nemici. Si vedeva nel palazzo della Signoria, un’attività incredibile, un andare e venire di mazzieri e di fanti che, in nome dei magistrati, richiedevano tutti coloro che più erano conosciuti come partigiani del Frate e del governo popolare. Alcuni, malgrado la espressa proibizione, riuscirono ad evadere dalla città; altri, invece, si presentavano. In questo modo, oltre al Savonarola ed ai suoi due compagni, frà Domenico e frà Salvestro; venivano imprigionati diciassette, tra laici e frati, che s’erano trovati alla difesa del convento, o erano noti come più intimi del Savonarola.‍[300] San Marco, dopo essere stato saccheggiato, fu minutissimamente ricercato, rovistato in ogni angolo e massime nella cella del Savonarola, per vedere se vi erano carte che potessero servire a compilare quel processo che si voleva ordire a sua perdizione. I frati, intanto, s’erano ritirati nell’ospizio: quivi, dopo avere assistito i loro moribondi e feriti insieme con quelli dei nemici, costruito un altare, attendevano a pregare.‍[301] Ed in questo mezzo, i Compagnacci, avendo raccolta tutte le armi trovate nel convento o nella chiesa, le ponevano sopra un carro; le portavano in giro per tutta la città, e così insanguinate come erano, le mostravano al popolo, gridando: «Ecco le virtù di San Marco, ecco i miracoli del Frate, e l’amore ch’egli portava al popolo di Firenze.‍[302]»

Queste cose non erano senza grande effetto sull’animo d’una moltitudine, la quale tenevasi come ingannata e delusa, per non aver visto alcun miracolo nel giorno dell’esperimento del fuoco, nè in quello dell’assalto al convento. E la Signoria, battendo il ferro mentre era caldo, non tralasciava alcuno dei mezzi che potevano condurla al suo fine. Quel giorno medesimo raccoglieva una Pratica, per interrogare sul modo da tenere in queste esamine; ed il suo linguaggio dimostrava chiarissimamente, che s’era presa una ferma risoluzione di violare, non solo la fede già data di restituire illeso il Savonarola, ma di violare ancora le consuetudini e le leggi stesse della Repubblica.

Cominciavano col domandare: «Se i tre frati che, per l’onore della Repubblica, s’è cercato d’avere nelle mani, bisogna esaminarli qui in Firenze, o bisogna renderli al pontefice che li richiede.»‍[303] Procedevano, quindi, a fare un quadro lietissimo delle molte promesse che s’erano avute, delle molte speranze che sorridevano alla Repubblica per questo imprigionamento. Si concludeva finalmente col domandare: «Quello fosse da fare circa l’ufficio dei presenti Dieci di libertà e Otto di guardia.» — A questi magistrati apparteneva, per legge, il giudicare le cause di Stato;‍[304] e, quindi, volevano i Signori esserne sicuri, col far la nuova elezione prima del tempo legale; giacchè allora solamente potevano procedere con pieno arbitrio. Noi non conosciamo con precisione ciò che si rispose nella Pratica: tutti i discorsi andarono in gran parte smarriti, fuori quello del Vespucci, che ci fu tramandato quasi per intero. Nel 94 vedemmo il Vespucci opporsi al partito popolare, per favorire il governo dei pochi; nel 95 lo trovammo propugnatore della legge troppo democratica delle sei fave; più tardi fu avvocato di quei cinque cittadini che avevano cospirato in favore dei Medici; ed ora egli è dei primi a rivolgersi contro al Savonarola. Levatosi a parlare per la pancata dei dottori in legge, consigliava: «Che Fra Jeronimo venga esaminato da persone prudenti; e, fatto il processo, non si abbi a pubblicare intero, ma solo quella parte che parrà alle Excelse Signorie loro. Che non si mandi a Roma; ma si scriva che sarà tenuto a buona guardia. Circa all’ufficio dei Dieci, alcuni pensano d’eleggere i nuovi; altri consigliano che i nuovi restino in ufficio coi vecchi, sino al termine legale. Quanto agli Otto, si osserva che il termine loro è già presso a scadere.»‍[305] Quasi tutti s’accordavano a questo;‍[306] se non che fu da qualcuno aggiunto ancora: «Che, quando la elezione non riuscisse a grado della Signoria; si dava facoltà di farne un’altra.»‍[307]

In sostanza, si concedeva arbitrio di fare e disfare. Il partito dei Piagnoni era come annullato, gli Arrabbiati eran padroni della città, e la Signoria poteva francamente osare ogni cosa. Essa, infatti, creò i Dieci e gli Otto nuovi, facendoli stare in ufficio insieme coi vecchi. Il dì 11 aprile, componeva una commissione straordinaria di 17 esaminatori,‍[308] coll’incarico espresso di formare il processo dei tre Frati, valendosi della tortura e d’ogni mezzo che credessero necessario al loro intento. Con quale giustizia, poi, e con quanta imparzialità dovevano esser formati quei processi, veniva dichiarato, abbastanza, dai nomi di coloro che facevano parte della commissione. V’era quello stesso Piero degli Alberti che, il giorno dell’esperimento del fuoco, vedemmo adoperarsi con tanto audace e sfacciata pertinacia contro al Savonarola; v’era quel Doffo Spini, capo de’ Compagnacci, autore principale di tutte le insidie tramate contro di lui; promotore e capo nel tumulto dell’Ascensione, nell’esperimento del fuoco, nell’assalto al convento. Colui che, per mezzo de’ suoi sicarii, mille volte aveva attentato alla vita del misero Frate, e colle proprie mani, aveva cercato di finirlo per le vie di Firenze, in chiesa, sul pergamo stesso; colui si trovava, ora, fra gli Otto nuovi e nella commissione; doveva, cioè, esser de’ primi nel compilare il processo, e pronunziar la sentenza finale. Il suo aspetto riusciva assai familiare al Savonarola: più volte lo avea visto, con occhi ebbri di feroce vendetta, colla mano sull’elsa del pugnale già quasi sguainato, cercare di aprirsi la via fra quel cerchio incrollabile d’amici devoti, che eroicamente ponevano la vita in difesa del loro maestro. Ed ora lo vedeva col lucco indosso, trasformato in giudice; onde potè ben presto comprendere con quale umanità sarebbe proceduta l’esamina, con quale onestà condotto il giudizio. Sin dal principio fu così manifesta la violazione della giustizia e delle leggi, che uno degli esaminatori, dopo avere accettato l’ufficio, lo ricusò sdegnosamente, dicendo: «che non si volea trovare a questo omicidio.»‍[309]

La commissione non fu compiutamente ordinata che il giorno 11 aprile; e i due canonici fiorentini,‍[310] che vi presero parte per ordine del papa, non poteron ricevere il mandato da Roma, prima del giorno 14. Nondimeno, abbiamo già visto che il Savonarola venne interrogato la notte stessa del dì 8, in cui fu preso; ed il processo si cominciò l’indomani, prima cioè che gli esaminatori fossero tutti nominati.

Interrogato quel giorno, confermò sempre la sua dottrina; a coloro che chiedevano altre risposte, ripeteva: «Voi tentate il Signore.»‍[311] Gli fu dato da scrivere; ma le sue prime parole furon tali, che bisognò subito distruggere quei fogli, e smettere ogni idea d’avere un processo di mano propria dell’accusato, secondo che le leggi avrebbero voluto. Queste poche carte, che così andarono irremissibilmente perdute,‍[312] potrebbero dirsi la sola confessione genuina del Savonarola; giacchè, come noi vedremo, in tutta l’esamina non gli fu più concesso di scrivere di proprio pugno.‍[313]

In quel primo giorno, il disordine era tale in Palazzo, che bisognò contentarsi di non procedere più oltre. L’indomani il Frate venne condotto nella sala superiore del Bargello, ove, dopo averlo interrogato, minacciato, insultato, lo legarono alla fune per torturarlo. Tirato su, era lasciato cadere rapidissimamente; ed allora, fermata ad un tratto la fune, le sue braccia, rivolgendosi indietro, percorrevano un mezzo cerchio; i suoi muscoli si laceravano, e tutte le membra tremavano pel dolore. La tortura della fune, quando veniva data leggermente, non era certo delle più crudeli; ma si poteva, anche, dare in maniera da far cedere ogni fibra più dura, ogni animo più fermo. Continuata per qualche tempo, portava inevitabilmente il delirio e la morte; onde il far confessare ad un accusato qualunque cosa si volesse, era solo quistione di tempo. Il Savonarola, poi, fin dalla prima giovanezza, di fibra delicata e sensibile; a causa delle continue privazioni, delle lunghe vigilie, del predicare per otto anni non mai interrotto, era da più tempo divenuto così stranamente cagionevole e nervoso, che la sua vita si poteva dire un continuo soffrire, e sembrava sostenuta e sorretta quasi unicamente dalla sua volontà. Quel che negli ultimi giorni era avvenuto, pericoli, insulti, dolore di vedersi abbandonato da tutti, aveva non poco esaltata quella sensibilità già ammalata. Ed in tale stato veniva sottoposto ad una tortura violenta e crudele! Come era assai naturale, egli cominciò ben presto a vaneggiare; le sue risposte non ebbero più alcun senso,‍[314] e finalmente, quasi disperando di se stesso, egli gridava con voce da commuovere le pietre, non però i suoi giudici: Tolle, tolle, Domine, animam meam.‍[315] Felice veramente se fosse morto in quel punto! La sua memoria non sarebbe andata soggetta a tante nuove calunnie, il suo cuore non avrebbe patito una serie infinita di nuove angosce.

Quando i giudici s’avvidero che, per allora, non si poteva cavare più nulla da risposte così incerte; lo sciolsero dalla fune, per rimandarlo in prigione; ed egli, inginocchiatosi, pregava pe’ suoi carnefici: «i quali non sanno, o Signore, quel che si fanno.»‍[316] L’indomani, 11 di aprile, la commissione era composta, e si dava, finalmente, principio a stendere quello che fu chiamato processo, col quale incomincia una serie di opinioni diverse e contradittorie intorno al Savonarola, una difficoltà grandissima di discernere il vero dal falso; il vero ed il falso essendovi così stranamente mescolali, che assai spesso riesce ugualmente difficile il credere ed il discredere.

Noi non possiam dire quante volte il Savonarola venisse torturato; ma è certo che, per compilare i varii processi, si durò più di un mese, e che i tormenti furono lunghi, continui e crudeli. Un testimonio oculare affermava di avergli veduto dare, in un solo giorno, 14 tratti di fune.‍[317] Il Pico ed il Burlamacchi aggiungono che, tirato sulla fune, gli erano accostati alle piante carboni accesi;‍[318] ed in tale stato lo interrogavano, per scrivere quindi nel processo: «Spontaneamente e senza lesione di corpo confessò.» Che egli, poi, non abbia sempre potuto resistere a quella tortura, viene affermato da un numero così grande di scrittori, che bisogna crederlo, sebbene moltissimi de’ suoi seguaci affermino il contrario. Ma più che tutti gli scrittori, a noi persuade questa opinione la natura stessa delle cose. Dove e come poteva trovar la forza di resistere a strazi così crudeli e così prolungati, un uomo di fibra tanto sensibile e delicata, che ai primi tratti della fune cadeva nel delirio? Il manigoldo medesimo affermava di non aver mai veduto alcuno, sopra di cui la tortura producesse un effetto così pronto e crudele.‍[319] Di certo, se anche allora, colle membra lacere e l’animo travagliato, fosse potuto risalire sul pergamo; alla presenza del popolo radunato, sotto l’influsso di quei mille occhi benevoli ed attenti, egli avrebbe ritrovato tutto se stesso, ed avuto la forza di sostenere ogni parte della sua dottrina, anche a costo di dare coll’ultima parola l’ultimo fiato. Ma di faccia a quei marmorei volti de’ suoi nemici, che non lo ascoltavano, non lo intendevano, e solo pensavano di rimetterlo nuovamente alla tortura; come trovare la forza di riandare, spiegare e difendere le sue visioni, le sue profezie; egli che già vaneggiava? Come possiamo chiamar responsabile di tutte le sue parole, colui che più non le intendeva?

Pel Savonarola, però, dovette essere un momento di suprema angoscia, forse il più doloroso di tutta la sua vita; quello in cui, dopo aver ricevuto la prima tortura, fu rimandato nella solitaria prigione dell’Alberghettino. Quivi, in faccia alla sua coscienza, dovette riconoscere che non poteva resistere ai tormenti; che, legato alla fune, assai presto vaneggiava, ed avrebbe potuto facilmente dare qualunque risposta avessero voluta. Che fare, adunque? Una volta che la tortura era più forte di lui, bisognava pur cedere su qualche punto; si trattava solo di scegliere. Il processo dovea versare sopra tre capi: la religione, la politica, e la profezia. Cedere sul primo punto, non era da mettersi in deliberazione: valeva mille volte meglio morire. Cedere sulla politica, sarebbe stato vile; giacchè comprometteva la causa di tutto il popolo e della libertà. Pure in qualcosa bisognava cedere; non restava, quindi, che la profezia e le visioni.

Come questa materia della profezia immergesse, continuamente, il Savonarola fra mille sofismi, nei quali è difficilissimo tenergli dietro, noi lo abbiamo già visto. Ora, nella solitudine della prigione, affranto dalla prima tortura, umiliato dalla debolezza de’ suoi nervi; possiam credere se egli fantasticasse più che mai. I ragionamenti che fece allora ci vengono, in gran parte, accennati dal Pico e dal Burlamacchi; ma assai più minutamente ci sono descritti dal Violi e da frà Benedetto, i quali spesero una metà della loro vita nell’esaminare ed illustrare il processo: s’erano talmente imbevuti dell’idee ed anche dei sofismi del loro maestro, che assai spesso ci sembra di udirlo parlare per la bocca loro. Quello che ci dicono su questo proposito, si riscontra, poi, non solo con tutte le idee e tutta la vita del Savonarola, ma ancora con le sue stesse parole; sicchè noi dobbiamo prestarvi un’intera fede.

Egli, adunque, cominciò col rammentare a se stesso alcuni passi di San Tommaso, in cui è detto che non siamo tenuti dire la verità intera, innanzi a giudici perversi; riandò la Bibbia, e trovò che Amos, Michea, Zaccaria, San Giovanni Battista avevano qualche volta negato d’essere profeti, o avevano dato dubbie risposte; ricordò che Gesù Cristo aveva fatto lo stesso: perchè non poteva, perchè non doveva farlo egli ancora?‍[320] Nè questo era un ragionamento che egli faceva, allora, per la prima volta. Assai spesso, dopo avere profetizzato sul pergamo, noi gli udimmo dire: — «Io non sono profeta nè figlio di profeta; — Io non ho mai detto di esser profeta,» — e simili. Quando, poi, veniva il giorno appresso a spiegare queste sue contraddizioni; entrava in un tal mare d’interpetrazioni allegoriche e sofismi, che veramente non era possibile di più intenderlo. Dobbiamo, perciò, aspettarci di trovare nel processo, lo stesso uomo colle medesime contraddizioni. Allegorico ed oscuro sempre in questa materia della profezia, possiamo immaginarci cosa dovette essere, quando s’era deciso a farlo di proposito, per confondere i suoi giudici.

Bisogna, d’altronde, considerare che la fermezza di carattere, e l’eroismo degli uomini sommi, viene solo dalla verità e dalla fede; ora noi abbiam veduto come queste visioni e profezie del Savonarola, erano in gran parte effetto d’un fanatismo, sincero sì, ma pur sempre fanatismo. Come, adunque, e dove poteva trovar la forza per sostenerle, in faccia a quella tortura che lo faceva vaneggiare; quando noi sappiamo che, esaminando questo soggetto nel fondo del suo animo, non troviamo che superstizione e sofismi? Era il lato debole nella vita e nel carattere del Savonarola; era il punto su cui più infierivano gli esaminatori colla tortura; e fu, diciamolo pure, la parte meno lodevole del suo processo. Egli dice e contraddice, afferma e rinnega: non poteva su questa materia parlar chiaro, perchè non vedeva chiaro egli stesso; non poteva dimostrarsi forte, perchè era debole, era vittima infelice delle sue allucinazioni. Come possiamo noi, in questo soggetto, pretendere da lui eroismo?

Nondimeno, la Signoria, dopo avere distrutta la confessione autografa del Savonarola, dopo averlo interrogato colla tortura, era scontentissima delle sue risposte nè sapeva a quale partito appigliarsi. Fabbricare addirittura un processo falso di pianta, non era cosa a cui tutti si sarebbero piegati; oltre di che, la cosa venendo facilmente in chiaro, poteva avere conseguenze spiacevoli e pericolose. Il popolo, intanto, mormorava di questa lentezza, ed i Signori si andavano apertamente rammaricando delle difficoltà che incontravano.‍[321] Fu allora che ser Ceccone notaio fiorentino, udendo questi lamenti da uno degli esaminatori; gli rispose con sorriso impudente: «Dove non è causa, bisogna farvela nascere.» Aggiungendo, che a lui sarebbe bastato l’animo di assumere l’impresa.

Egli era stato, in origine, uomo di parte Pallesca, e s’era mescolato nella congiura di Piero de’ Medici, scoperta la quale, rifugiossi in San Marco ove trovò protezione e salvezza. Quivi finse di convertirsi alla religione: assisteva tutti i giorni alla predica, e faceva il Piagnone; il che, però, non gl’impediva di continuare a far la spia del Duca di Milano, a cui ogni giorno scriveva in cifra, ragguagliandolo di tutto ciò che seguiva in Firenze.‍[322] In tal modo visse fino alla prigionia del Savonarola, quando di nuovo gli si scoperse nemico, offerendosi di compilare il falso processo, con alterazioni lievi, ma tali da dar luogo alla condanna. L’offerta venne accettata colla promessa di 400 ducati; sebbene il Ceccone, non essendo notaio della Signoria, non avrebbe potuto, secondo gli Statuti, assumere legalmente quell’ufficio.‍[323]

Le risposte che la tortura strappava furono, adunque, alterate. Qualche volta si mutava un sì in no, o viceversa; qualche volta si omettevano interi e lunghi periodi; continuamente si aggiungevano delle frasi, come: questa fu mia ipocrisia; fu mia superbia; lo facevo per gloria del mondo, e simili. Di ciò ne resero testimonianza gli esaminatori stessi ed il notaio;‍[324] oltre di che, leggendo il processo, ognuno s’accorge delle molte lacune; mentre le aggiunte sono così evidenti, che non di rado contrastano col senso e colla grammatica del periodo cui vanno unite. Si vede chiarissimamente che gli esaminatori, convinti di non potere colle minacce, colla tortura e con falsificare quasi tutto il processo, render colpevole l’accusato; si sforzavano, almeno, fargli perdere la stima e l’ammirazione de’ suoi seguaci.

Noi abbiamo già detto, come questo processo versava principalmente sopra tre capi: la profezia, la religione e la politica; e che il primo era il punto debole, quello su cui il Savonarola non ebbe forza di resistere alla tortura. Credendo sinceramente di esser profeta, aveva in ciò una fede assai diversa da quella che gl’ispiravano il vero, là religione e la libertà; questa fede gli dava eroismo e forza per sostenere il martirio; l’altra era come un sogno superstizioso e confuso, da cui non si poteva liberare nei momenti di meditazione esaltata, o di eccitamento oratorio, quando i mille benevoli occhi del popolo infiammavano la sua fantasia; ma un sogno che spariva in faccia alla terribile realtà dell’ora suprema. Egli stesso se ne lamentò, allora, dicendo: «O Signore, Signore, tu mi hai tolto lo spirito di profezia!»‍[325]

Nondimeno, quando la prima volta, in presenza di tutta la Commissione, fu interrogato su questo soggetto; confermò le sue visioni, parlò d’un angelo che gli appariva in forma di fanciullo, e gli ragionava con voce divina; poi concluse dicendo: «Lasciate questa cosa a se stessa; perchè, se è da Dio, voi ne avrete segno manifesto; se da uomo, anderà per terra. Se io sono profeta o no, questo non è caso di Stato; e niuno ha diritto di condannare o giudicare le intenzioni altrui.»‍[326] Ma di nuovo messo alla tortura, negò d’esser profeta, e poi da capo lo riconfermava: torturato ancora, cominciò con allegorie e risposte equivoche, le quali, alterate continuamente dal notaio, formarono una tale confusione, che spesso non è possibile d’intenderci chiaro. Non appena, però, i giudici smettevano le dimande intorno alle visioni, che subito cessava di rispondere il profeta illuso, e cominciava a parlare l’eroico martire della religione e della libertà.

Nella seconda parte del processo, infatti, il Savonarola venne a parlare della sua opera, e fu uguale a se stesso; la tortura lo trovò incrollabile. Confermò apertamente che la Chiesa doveva essere flagellata e poi rinnovata. «Per aiutare questo mio fine, così egli disse, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare Concilio; pel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e arei cercato di essere lì, ed essendovi, confidavo predicare e fare tali cose che ne sarei stato glorioso.» E andando oltre su questo tenore, ripetè spesso: «avevo in animo di far cose grandi in Italia e fuori.» Interrogato, se pensava d’essere papa; rispose di no: «perchè quando avessi condotto quest’opera, mi parrebbe essere stato più che cardinale o che papa.»‍[327] Ora, se tali parole si trovano in quel processo che venne falsificato dalla mano di ser Ceccone, si può egli più dubitare che il Savonarola sapesse sostenere con coraggio e con eroismo le sue idee religiose?

Il medesimo avvenne quando fu interrogato intorno alla politica. Le aggiunte e le alterazioni non bastano a nascondere le risposte assai esplicite del frate. Egli respinse più volte sdegnosamente l’accusa, che si facesse rivelare i segreti di Stato, per mezzo della confessione. Più e più volte ripetette, che non aveva tenuto intelligenze di Stato; non aveva favorito o disfavorito alcuno; aveva parlato, in generale, delle cose di Stato, lasciando la cura dei particolari al Valori, al Soderini e ad altri più pratici di lui. «Il mio scopo era solamente di favorire, in generale, il governo libero e quelle leggi che lo miglioravano.» Accennò alcune delle principali leggi che aveva proposte, o che avrebbe avuto in animo di proporre più tardi, come quella del Gonfaloniere a vita; ed è notevole, ancora, un luogo ove dice come, essendogli venuto il dubbio che alcuni de’ suoi più fidati amici si volessero unire a restringere il governo fra loro; incominciò subito a predicare contro la tirannide e contro ogni governo di pochi; «acciò, per amore o per forza, questi tali favorissono quello governo civile.» Quando si trattava della libertà, egli, dunque, non aveva rispetti umani, non perdonava neppure ai suoi più cari e fedeli seguaci. Ed anche questo risulta, con ogni evidenza, da quel processo che ser Ceccone distese a rovina del Savonarola.

Dopo undici giorni di tortura, finalmente, si poneva termine ad un’esamina la quale, sebbene compilata con tante illegalità, alterazioni ed astuzie; non rispondeva per niente al fine proposto, e la Signoria stessa se ne doveva dichiarare scontentissima. Essa, scrivendo al papa che lamenta vasi della loro lentezza, era costretta a dire: «Noi avemmo a fare con un uomo di pazientissimo corpo e di sagace intelletto, il quale indurava l’animo contro i tormenti, avvolgeva la verità fra mille tenebre, e sembrava essere venuto nella deliberazione, o di acquistarsi, con simulata santità, un nome eterno appresso ai posteri, o sopportare il carcere e la morte. Con lunga ed assidua interrogazione, per molti giorni e colla forza, appena potemmo ottenere qualche cosa, che pur ci voleva nascondere, mentre si aprivano quasi gl’involucri stessi del suo animo.»‍[328]

Veramente in tutto il corso e lo sviluppo di questo processo, noi troviamo nel Savonarola, quel medesimo uomo che abbiamo finora conosciuto. Genio e superstizione, alti ragionamenti e triviali sofismi, eroismo sublime e qualche volta inaspettata debolezza; ma nel fondo sempre un carattere altissimo, generoso e forte. Ora afferma ed ora rinnega la sua profezia; ma interrogato sopra quei punti intorno ai quali la sua mente ed il suo cuore veggono chiaro, egli diviene subito invincibile. Le minacce, le promesse, la tortura data e ripetuta non possono più nulla; la sua volontà rimane ferma ed incrollabile ancora nel delirio. La Signoria dovea, quindi, essere scontentissima di quel processo; essa vedeva con dolore e dispetto grandissimo che, dopo la tortura e le alterazioni, il Savonarola risultava sempre innocente. Un solo vantaggio si poteva cavare da tutto ciò, quello di screditare il Frate appresso i suoi seguaci: e non era poco. Una volta che egli avesse perduto il favor popolare, si poteva arrischiarsi a condannarlo, senza tener conto delle leggi nè della giustizia.

Ma era indispensabile che il processo venisse firmato, non essendo scritto di mano dell’accusato, come le leggi avrebbero voluto. Bisognava, dunque, persuadere il Savonarola a quest’altro passo. Invero, è difficile assai dire con precisione come andasse questa faccenda della firma. Gli esaminatori affermano d’essere stati due giorni a persuadere l’accusato, con parole e conforti umani;‍[329] ed ognuno può immaginare che sorta d’umanità fosse la loro. Il Burlamacchi assicura che gli fu letto‍[330] un processo, e fattogliene firmare un altro; al che dettero qualche fede i discorsi tenuti dai giudici stessi e dal notaio. Questi, dopo aver fatto una prima bozza, in cui le risposte del Savonarola erano già alterate; ne fece un’altra con nuove omissioni ed aggiunte. Secondo ogni probabilità, all’accusato venne letta la prima bozza, e gli si fece firmar la seconda, che è quella data poi alle stampe. Nondimeno, le differenze che passavano fra queste due copie, sebbene molte e gravi, non erano però sostanziali, come apparisce assai chiaro dal Violi che ne trascrisse la più parte.‍[331] Onde si potrà sempre affermare che il giorno 19 di aprile, in presenza di 8 testimoni, sei dei quali erano frati di San Marco; il Savonarola firmava un processo che, sebbene non comprometteva alcuna parte essenziale della sua dottrina, pure egli avrebbe assai meglio lacerato. Ma perduto in quelle sue allegorie, credette di avere in tutto salvato la sua dignità e la sua coscienza. Bisogna ripeterlo un’ultima volta, il Savonarola credeva di non essere nella condizione degli altri uomini: convinto di avere doni soprannaturali, pensava di non dover parlare il linguaggio comune degli altri uomini, di non dover dire ogni suo pensiero; perchè il volgo non li avrebbe intesi, ed ai fedeli bastava il linguaggio allegorico. Questo sistema seguito, durante una vita intera, nelle prediche, negli scritti, nei discorsi familiari, volle continuarlo nel suo processo. E chi volesse avere una idea chiara intorno al valore di quel mistico linguaggio; legga quelle prediche in cui il Savonarola comenta se stesso; legga gli scritti dei suoi discepoli, e principalmente la esposizione che frà Benedetto fece al processo del suo maestro, e vedrà come assai spesso si pretende che le parole significhino il contrario di quel che dicono.‍[332]

Si racconta che, dopo la lettura del processo, il notaio interrogasse il Savonarola, dicendo: «È vero ciò che è scritto?» A cui egli: «Ciò che ho scritto è vero;» giovandosi così d’un artifizio di parole, che frà Benedetto, il Burlamacchi ed il Pico ammirano e trovano simile alle risposte date da Gesù Cristo ai suoi giudici. Ma noi lasciamo da banda questi aneddoti, molti dei quali furono invenzione d’importuni e ciechi ammiratori, che volevano considerare il Savonarola non come uomo, ma come Santo; gli accendevano lumi e gli recitavano orazioni. Certo è, però, che quando tutti i testimoni ebbero firmato, egli, volgendosi intorno, disse queste precise parole: «La mia dottrina a voi è nota, ed è nota a tutti. In questa tribolazione vi chiedo solo due cose: abbiate cura dei novizi e conservateli in quella dottrina cristiana, in cui li abbiamo sinora mantenuti. Pregate per me il Signore, il cui spirito di profezia mi ha in questo momento abbandonato.»‍[333] Ed allora frà Malatesta Sacromoro che, oramai, sembrava deciso alla parte di Giuda, disse: «Ma sono vere o false le cose che tu hai sottoscritte?» A che il Savonarola, guardandolo sdegnosamente, gli volse le spalle senza rispondere, e se ne tornò alla prigione.‍[334] Quivi egli avrebbe voluto riandare ponderatamente la sua condotta; ma l’animo travagliato e stanco, tornava subito alle mistiche contemplazioni; la prigione si popolava di creature soprannaturali, di esseri invisibili; e quando era rapito in questo mondo, ogni altro pensiero gli usciva dalla mente.

Intanto, dopo lunga discussione, i Signori vennero al partito di dare alle stampe il processo: cosa a cui il notaio s’era fortemente opposto. Vi si fecero, per la terza volta, nuove alterazioni; ma nondimeno, appena esso venne alla luce, l’opinione dell’universale si manifestò così contraria alla Signoria, che si dettero ordini severissimi, per ritirarne tutte le copie. I più obbedirono; ma, dopo qualche giorno, se ne vide comparire una seconda edizione,‍[335] senza che oramai vi fosse più alcun rimedio. Ponendo da un lato il desiderio che si poteva avere d’una maggiore fermezza nel Savonarola; risultava assai chiaro, che le sue risposte, strappate colla tortura, alterate nella prima bozza, alterate di nuovo nel processo firmato, e finalmente una quarta volta in quello a stampa, lo facevano sempre risultare innocentissimo.‍[336]

La Signoria, quindi, radunava molte volte la Pratica, per avere qualche consiglio;‍[337] e finalmente si venne al disperato partito di tentare un secondo processo. Fu cominciato il giorno 23 di maggio, e si procedette con grandissima fretta. Il Savonarola era interrogato mattina e sera, il notaio rifaceva quasi di pianta le risposte; ma ben presto si dovette rinunziare a questo disegno, vedendo che non s’otteneva altro risultato che d’accrescere sempre maggior carico alla Signoria.‍[338] Si restò, quindi, al primo processo.

Bisognava, secondo le consuetudini della repubblica, farlo leggere nella sala del Consiglio Maggiore, in presenza di tutto il popolo, in presenza dell’accusato stesso. Ma la Signoria, invece, lo fe’ leggere solo da un cancelliere degli Otto, il quale dichiarò al popolo radunato, che il Savonarola non avea voluto trovarsi presente, per paura d’esser lapidato.‍[339] Cosa che non fu creduta da nessuno, ed accrebbe sempre maggior carico alla Signoria, la quale restò così scontenta di tutto l’andamento dell’esame e del processo, che, in luogo dei 400 ducati promessi a Ser Ceccone, non volle dargliene che soli 30;‍[340] perchè non aveva saputo mantenere alcuno dei patti promessi.

CAPITOLO DECIMO. Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento. Arrivano i Commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti nella prigione.

La Signoria non poteva essere meno scontenta del come procedeva l’esamina degli altri due frati. Domenico da Pescia, sotto la tortura, era divenuto maggiore di sè stesso. Cercarono fargli credere che il Savonarola avesse ritrattato ogni cosa; lo sottoposero alla fune, ed al tormento assai più crudele della stanghetta;‍[341] ma tutto ciò era vano; perchè egli rimaneva incrollabile e sereno, come un martire della Chiesa primitiva. Pensarono, allora, fare della necessità virtù: gli lasciarono scrivere di sua mano la propria confessione, disposti a pubblicarla senza alterazioni, per guadagnarsi nome di giudici onesti, ed acquistar fede al falso processo del Savonarola.‍[342] Ma l’animo non bastò loro a ciò. Quando lessero la confessione di frà Domenico, non poterono restarsi dal farvi alcuni mutamenti, coi quali, sebbene non l’avessero essenzialmente alterata, pure la scolorivano e le toglievano quell’impronta d’eroismo, che traspariva, in essa, da ogni parola. Vi aggiunsero, di loro invenzione, i nomi degli amici del convento, che frà Domenico non volle dare; ma, poi, non seppe risolversi a pubblicarla, e la fecero solamente girare manoscritta.

Ponendo a confronto le due copie di questo processo, si trova che, in quello ritoccato dalla Signoria, v’è più ordine, più grammatica e correzione; cose tutte che mancano nel vero e genuino, il quale ha, invece, quella schietta e naturale eloquenza che non viene dall’arte, ma sorge spontanea dal cuore d’un uomo generoso. Non si può leggerlo senza una profonda commozione: esso ci trasporta, quasi, accanto alla tortura; noi vediamo lo strazio crudele delle membra; udiamo lo scricchiolare delle ossa; ascoltiamo la voce fioca ed esausta, ma pure sublime, dell’eroico Frate che s’avvicina alla morte con l’angelico sorriso dei martiri, e nel dolore si esalta sempre più a lodare il nome del suo Signore.‍[343]

Il processo incominciava con queste parole: «Iddio e Signore nostro Gesù Cristo sa che io frà Domenico, per esso legato, non mento in alcuna di queste cose.» Affermava, che egli ed il Savonarola erano stati sempre contrari a qualunque apparecchio d’armi, a qualunque resistenza nel convento. Ma, venendo all’esperimento del fuoco, diceva, invece: «Io andai deliberatissimo d’entrarvi, nè pensai che s’avesse a fare l’obbiezione del Sacramento....» «Se, adunque, è nato scandalo, Iddio, per la volontà del quale lo feci (l’esperimento), me ne darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia e persecuzione sì grande.» E, quel primo giorno, concludeva dicendo ai Signori: «Non voglino appuntar sofisticamente le mie parole; ma le faccino, piuttosto, servire alla intenzione con cui sono scritte.»‍[344]

Il 16 aprile, dopo avere gli esaminatori, con ogni astuzia e crudeltà, cercato persuadergli che il Savonarola s’era ritrattato;‍[345] lo invitarono a scrivere cosa pensasse di lui. Ed egli subito: «Io, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto e, non mi essendo mostro meglio il contrario, credo a tutte le profezie del Savonarola.» E, dopo averle enumerate, continuava: «Io ho tenacemente affissa questa fede; nè per ciò debbono le Magnificenzie Vostre alterarsi; perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla città, ed in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole.» Aggiunse, che il Savonarola non gli suggeriva mai ciò che dovesse predicare; ma lo lasciava ispirare da Dio. E, poi, concludeva così: «Non ho altro a mente; se da me voi altro desiderate, come buoni confessori, domandatemi ed io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè, avendo sempre avuta coscienza tenera, so molto bene che dire le bugie in judicio, o tacere quello che si debbe manifestare, è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se io avessi ora a morire; il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, e ho guaste le braccia, massime il sinistro el quale con questa già due volte ho guasto. Onde vi prego, siate clementi, credendo alla verità delle mie semplici scritture.»

I giudici insistevano più fieramente; e frà Domenico rispondeva: «Io non so altro, perchè mi sono occupato solo del ben vivere e di Gesù Cristo re di Firenze. Così questa seconda fune, se pure, non mi credendo, mi darete; non troverete altro, nè c’è; e metteretemi a pericolo della vita.» Ma ciò non valse a nulla: frà Domenico fu rimesso di nuovo e più crudelmente alla tortura. Poi gli presentarono da capo la penna; ed egli con mano tremante ed esausta, ma sempre sicura, scrisse le ultime e più memorabili parole della sua confessione. — «Sia fatta la volontà di Dio. — Non mi potetti mai avvedere, nè mai ebbi uno minimo sospetto, che il padre frà Ieronimo ingannassi o andassi punto fintamente; anzi mi pareva rettissimo, e sempre l’ho giudicato uomo singolare. Ed avendogli gran reverenza, speravo, per e’ sua mezzi; avere da Dio grazia di poter fare qualche bene alle anime; e, reputandolo uomo di Dio, come suo suddito l’obbedivo con ogni semplicità e sollecitudine. Qualche volta ho detto a’ frati in pulpito, ed a qualcuno laico, che se io in Fra Ieronimo conoscessi uno minimo errore o inganno, io lo arei scoperto e pubblicato. E certo lui ha testificato qualche volta che io lo harei fatto; e ora lo farei, se nulla di lui sapessi di duplicità. — Finis. — In simplicitate cordis mei lætus obtuli universa.»‍[346]

Assai diversamente procedette la cosa con frate Silvestro. Nervoso e malato, soggetto alle visioni d’uno strano sonnambulismo che egli credeva ispirazione, di carattere assai debole, disposto a credere e discredere colla stessa facilità; si trovava di continuo a passeggiare pei chiostri, discorrendo in mezzo ad un crocchio di cittadini. Più volte ne avea ricevuto rimprovero dal Savonarola; ma v’eran sempre molti che lo cercavano, ed egli ricadeva nello stesso errore. Sia la difficoltà di parlare col Savonarola, di cui frà Salvestro godeva piena fiducia; sia la fama delle sue visioni, che a molti era nota; sia un certo entusiasmo religioso che egli manifestava nel discorrere: certo è che uomini come Francesco Valori e Piero Capponi lo avevano per confessore, ed erano con lui in continua corrispondenza di lettere.‍[347]

Quando, però, venne l’ora del pericolo, egli fece pessima prova. Il giorno del tumulto lo abbiam veduto nascondersi nel convento, nè uscirne, se non quando fu rivelato ai birri da frà Malatesta. Messo all’esame, il giorno 25 d’aprile, non ebbe altro pensiero che quello di salvarsi la vita, a spese della innocenza del maestro e della sua propria dignità. Ancora in questo processo, la mano di ser Ceccone fece parecchie alterazioni;‍[348] ma la sostanza ed il carattere generale che vi restarono assai visibili, sono tali che, neppure gli amici più devoti di frà Salvestro, poterono difenderlo. È singolare però che, contro la sua stessa intenzione, egli fornisce nuovi e validi argomenti a dimostrare l’innocenza del Savonarola. Dètte lunghissime liste dei nomi di coloro che frequentavano il convento; rinnegò la dottrina, e cercò in ogni modo denigrare la vita del suo maestro; pure confessò, che il Savonarola non s’era lasciato mai dominare dalle mene di partito, nè aveva tenuto in San Marco intelligenze di Stato. «Sopra le opinioni mia, de’ fatti di frà Girolamo,» così concludeva; «dico essere occorso che, almeno 20 o 28 volte, quando lui aveva a predicare, poco innanzi alla predica, veniva a me e dicevami: — io non ho che predicare; pregate Iddio per me, chè dubito Dio mi abbi abbandonato per qualche mio peccato. — E diceva di volersi confessare, e così si confessava; e nientedimeno faceva poi di belle prediche. E l’ultima volta che fece questo atto, fu il sabato, quando dipoi lasciò le prediche, la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che ci ha ingannato.»‍[349] L’ultima frase è certo aggiunta dalla mano di ser Ceccone; ma che altro provano tutte queste parole, se non la pienissima fede che il Savonarola aveva nella sincerità e bontà di quel discepolo, che ora così bassamente lo tradiva, e, quantunque invano, pure si sforzava denigrarlo.

In questo mezzo, venne a termine ancora un altro processo, contro parecchi frati di San Marco e non pochi cittadini, dei più intimi del Savonarola, che s’erano trovati nel convento, il giorno del tumulto.‍[350] Vennero minutamente interrogati sulle intelligenze tenute in San Marco, sulle armi introdotte, e via discorrendo. Si conobbero, così, nuovi particolari di quei fatti; ma nulla, assolutamente nulla, che risultasse a danno del Savonarola, la cui innocenza risplendeva, invece, sempre più luminosa. Tutti affermavano ch’egli era un uomo dedito assolutamente alla contemplazione delle cose celesti; che mai non s’era occupato nei maneggi di stato: tale, essi dicevano, era il rispetto, la venerazione avevamo per lui, che nessuno si faceva ardito di entrare nella sua cella, per non distrarlo dalla meditazione in cui era continuamente assorto.‍[351]

Quando, però, si mostrava agli accusati il falso processo; quando si cercava di persuader loro che il Savonarola avea rinnegato la sua profezia e le sue visioni; allora non tutti restavano fermi nella fede. I frati, in ispecie, trascorsero assai facilmente a parole piene d’ira e di sdegno. Frà Roberto da Gagliano, sebbene fosse stato dei più affezionati al Savonarola ed ai suoi due compagni; supplicava adesso i Signori, perchè in niun modo fossero rimandati al convento. Ma in tanta ira ed in tanto sdegno, egli non poteva nascondere la stima e venerazione avuta pel Savonarola; in modo che la sua accusa riesce, invece, una difesa. «Io sapevo,» egli dice, «per certa scienza e come teologo, la sua dottrina essere sana e non eretica.» «Io non potetti mai notare frà Girolamo di nulla; ma sempre vidi in lui gran segno di santità, devozione, umiltà, orazione, buone parole e ottimi costumi ed esempi, conversazioni mirabili, e dottrina sana e ferma e solida. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato e ingannato, ringrazio Dio e la Signoria che ci ha chiariti, e preghiamo che vogliate mantenere il bene incominciato insino al fine.»‍[352]

In vero, i frati di San Marco fecero, in questa occasione, assai mala prova. Bisogna, però, considerare che la loro condizione era assai difficile, e che la loro fede fu messa a duro cimento. Sventuratamente, per molti di loro, la dottrina che professavano, consisteva principalmente nelle visioni e le profezie; essi avevano cecamente desiderato, aspettato, anzi voluto il miracolo; e quando videro ogni cosa sparire, restarono come uomini perduti. Noi dobbiam credere che questa prova fu dura e difficile davvero; quando vediamo che anche frà Benedetto, il fido amico, l’eroico seguace, l’instancabile difensore del Savonarola, si lasciò, in quei giorni, vincere dal dubbio; e, per servirci d’una sua espressione, come tordo avuta la ramata, se ne andò a Viterbo.‍[353] Ben presto, però, in lui la calma diè luogo alla ragione; e venuto di nuovo a Firenze; esaminati minutamente i fatti; ricercati e trovati i veri documenti, i sinceri testimoni; tornò più forte che mai nell’antica fede, in cui persistette sino alla morte.‍[354] Ma non era in tutti la generosa costanza di frà Benedetto; e già il 21 aprile, i frati di San Marco avevano indirizzata al Borgia una lettera, che è macchia incancellabile sulla loro fama.

Si gettavano ai piedi del Santo Padre, e cercavano rovesciare tutta la colpa del loro operato addosso al Savonarola. Sembrava, però, inevitabile che tutti gli accusatori ne facessero la difesa: anche questa lettera è per lui un elogio. — «Non solamente noi,» essi dicevano; «ma uomini d’assai maggiore ingegno, furono ingannati dall’astuzia di frà Girolamo. L’acume della sua dottrina; la rettitudine del vivere; la santità dei costumi; la simulata devozione; il profitto che ottenne col dissipare dalla città il mal costume, le usure ed ogni sorta di vizio; i molti eventi che, al disopra d’ogni forza e d’ogni immaginazione umana, confermarono le sue profezie; furon tali e tanti che, se non si fosse egli medesimo ritrattato, dicendo che le sue parole non eran da Dio; noi giammai non avremmo potuto negargli fede. E tanto in lui credevamo, che tutti fummo prontissimi d’esporre al rogo i nostri corpi, per sostenere la sua dottrina.» Chiedevano, quindi, assoluzione dalla scomunica incorsa, per essere stati suoi seguaci, e per avere alcuni di essi brandito le armi nel giorno del tumulto. Singolare è, poi, che nel procedere oltre, i frati supplicavano il Santo Padre, perchè volesse mantenere intatta la loro separazione dai frati lombardi. Era quella medesima separazione, per cui il Savonarola aveva tanto combattuto, su cui il papa aveva motivato la scomunica contro di lui e del convento. E i suoi frati, ora, supplicavano per essa; adducevano le stesse ragioni addotte da lui in quella lettera, che fece prorompere così fieramente l’ira papale. E dopo ciò, concludevano: «Basti a Vostra Santità avere il fomite e capo d’ogni errore, frate Girolamo Savonarola; sopporti esso pena condegna, se pur se ne trova, di tanta scelleraggine: noi, smarrite pecorelle, torniamo al vero pastore.»‍[355]

Due frati portavano a Roma questa lettera, e venivano caldamente raccomandati dalla Signoria.‍[356] Il papa vi rispondeva in data del 14 maggio; e, lodando il pentimento, dava assoluzione, e prometteva di prendere in maturo esame quella separazione che, già tante volte, era stata, a vicenda, condannata e concessa.‍[357] La Signoria ricevette un breve d’elogio e congratulazione, in data del 17 aprile;‍[358] all’Arcivescovo e Capitolo del Duomo venne, con altro breve, concessa facoltà di assolvere qualunque delitto, commesso a procurare la rovina del Savonarola, fosse pure omicidio; e moltissimi vi accorsero.‍[359]

In questo medesimo tempo continuava attivissimo il carteggio fra la repubblica ed il papa. Da una parte il Santo Padre pregava, domandava, voleva che, esaminato e torturato il Savonarola, glielo dessero vivo nelle mani; dall’altra la Signoria non lo poteva concedere, senza grave offesa alla dignità della repubblica. Essa, perciò, teneva in parole il Santo Padre; chiedendo, con nuove istanze, quella Decima ecclesiastica, proposta e sostenuta dal Savonarola con tanto calore, e cagione di tante accuse contro di lui: la Pratica approvava e confortava questo procedere della Signoria. Pareva che, da ogni lato, si volesse mercanteggiare la vita del misero Frate; per ottenerne in cambio, quelle medesime concessioni che egli aveva propugnate, e che ora gli facevano sostenere il martirio.‍[360]

Intanto, si avvicinava il termine per la elezione della nuova Signoria, e la Pratica veniva tutti i giorni radunata. Il 27 e 28 d’aprile, i Signori la interrogavano: — In che modo rispondere al Papa; come provvedere al danaro; come tenere la città quieta. — Ed il Vespucci, la cui voce prevaleva sempre in queste discussioni, consigliava di continuar sempre a temporeggiare con Roma, prolungare l’esamina dei tre frati, onde poterne rimetter la decisione alla nuova Signoria; usare indulgenza agli altri accusati: quanto al danaro ed all’ordine della città, se ne rimetteva interamente alla discrezione della presente Signoria.‍[361] La quale, seguendo i consigli avuti, conduceva a termine gli altri processi, condannando 18 cittadini alla pena di qualche taglia o confine, alla perdita degli uffici per qualche anno.‍[362] A molti fu concessa piena amnistia; quelli che avevano combattuto contro i Piagnoni, quelli che avevano assassinato il Valori e la sua famiglia, non subirono neppure processo!‍[363] Per mostrare, poi, amore alla libertà e odio ai Medici; si tolse ogni bando di ribelle che ancora gravava sopra Alessandro e Lamberto dell’Antella, rivelatori della congiura di Piero.‍[364]

Restava da pigliare un ultimo provvedimento, per fare in modo che, nella prossima elezione, la nuova Signoria risultasse tutta nemica del Savonarola; altrimenti, invano s’erano violate le leggi e la fede pubblica, invano lo avevano tormentato e lacerato. Se i Piagnoni venivano in ufficio; il Savonarola sarebbe stato non solamente salvo, ma ancora vendicato; la infamia del suo processo sarebbe stata pubblicamente rivelata al mondo. A tutto ciò, fu assai facilmente rimediato. Il giorno in cui si radunò il Consiglio maggiore, onde procedere alla elezione dei magistrati; ne vennero esclusi, con nuova ed incredibile enormezza, non meno di dugento cittadini dei più popolari.‍[365] E in questo modo, risultò gonfaloniere di giustizia un messer Vieri de’ Medici, ch’era degno del nome che portava;‍[366] ed una Signoria simile in tutto alla precedente. I nuovi magistrati trovavano l’opera già avviata; non dovevano, perciò, fare altro che continuare nella medesima via, e suggellare col sangue, un delitto già in gran parte consumato.

Venuta appena in ufficio questa Signoria, subito raccolse la Pratica, il giorno 5 di maggio; per chieder consiglio sulla condotta da tenere. Si rispose da alcuni: «Che bisognava insistere appresso al Papa, perchè l’esecuzione della sentenza avesse luogo, dove avea avuto luogo il delitto; ma quando, pure, si credesse necessario di cedere; si cercasse, almeno, con una nuova esamina, cavare da quei tre frati qualcosa di più esplicito.» Girolamo Rucellai appoggiò il medesimo parere e, sostenendo la necessità d’un nuovo esame, concludeva: «tanto più che udiamo s’è avuta la nuova tortura.»‍[367] Riferiva, forse, a qualche strumento nuovo e più crudele, per istrappare agli accusati la voluta confessione. Dipoi si levò a parlare, in nome dei Dieci nuovi, messer Piero Popoleschi;‍[368] e le sue parole dovettero avere un gran peso; perchè, essendo stato gonfaloniere di giustizia nella passata Signoria, aveva regolato e condotto il processo del Savonarola. Egli insisteva sulla necessità di scrivere a Roma; «acciò la sentenza abbia luogo in Firenze, dove sono ancora molti che persistono nella devozione al Frate. E quando il papa vuol sapere altro, può mandare suoi commissari a far nuova esamina dei frati. Intanto non si esiti a chiedere licenza di farli degradare, per consegnarli al braccio secolare.» Ma qui, venendo a parlare del nuovo processo, che da alcuni della Pratica si desiderava; senza avvedersene, faceva una singolare confessione. «Quanto all’esaminarli di nuovo,» così diceva, «giudicano quei miei Signori doversi sopire qui, essendosi falla la esamina com’ella s’è fatta, e per quiete e riposo della città; perchè ritractando questa cosa, potrebbe inducere scandalo.»‍[369] Il Popoleschi, adunque, non voleva un secondo processo; perchè temeva, non si venisse a mettere in chiaro la falsità del primo, ed a compromettere tutto il giudizio. Dei Commissari del Papa egli non dubitava, perchè li conosceva pratici del mestiere; ed aiutati da ser Ceccone, non potevano fallire nel loro intento.

La Signoria, persuasa dalle parole del Popoleschi, scrisse al Papa‍[370] che, lasciatosi finalmente persuadere, il giorno 11 di maggio mandava al vescovo dei Paganotti in Firenze, un Breve in cui si annunziava il prossimo arrivo di due commissari apostolici, con la facoltà «di esaminare gli errori e i delitti d’iniquità di quei tre figli di perdizione.» Conoscendo il Borgia come quel vescovo era amico e discepolo del Savonarola, volle, con raffinata crudeltà, imporgli che dovesse, colle proprie mani degradarlo, per quindi consegnarlo al braccio secolare.‍[371]

Ma fino al 19 maggio, i commissari apostolici non vennero; e così il Savonarola, che si trovava nella prigione dell’Alberghettino sin dal giorno 19 aprile, ebbe un mese di solitudine e riposo, nel quale potette alquanto rinfrancare le forze. Nei primi giorni, era lacero e fiaccato in modo, che non poteva muover le braccia; ma poi migliorò il destro, che soleva essere alquanto risparmiato nella tortura; acciò l’accusato potesse, secondo le leggi, distendere di sua mano la propria confessione. Così egli prese la penna; e ciò che scrisse in quei momenti solenni, merita d’essere tenuto in particolare considerazione.

Il lettore non s’aspetti che il Savonarola parli contro ai giudici, si lamenti della tortura, o si difenda; egli non ha più nulla a sperare su questa terra; i suoi pensieri son rivolti unicamente a Dio: espone e commenta il Salmo, In te Domine speravi. — «Dove mi rivolgerò io peccatore? — Al Signore la cui misericordia è infinita. — Niuno si può gloriare in se stesso; tutti i santi dicono: non di noi, ma del Signore è la gloria. Essi non furono salvi pei loro meriti nè per le opere loro, ma per bontà e grazia di Dio; acciò niuno si possa gloriare in se stesso.»

«O Signore, mille volte tu hai cancellato la mia iniquità, e mille volte io sono ricaduto..... Ma quando il tuo spirito sarà sceso sopra di me, quando Cristo viverà dentro di me; allora io sarò sicuro. Confermami, adunque, nel tuo spirito, o Signore; allora solamente potrò insegnare agl’iniqui le vie tue. Se tu avessi voluto il sacrifizio del mio corpo, io l’avrei già dato; ma tu non vuoi olocausti, tu vuoi lo spirito. Offeriscasi, adunque, il cuore pentito del peccato e non ti sia più richiesto.» E qui ritorna al suo eterno pensiero della rinnovazione della Chiesa. «Io desidero con ardore che tutti gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero. Io ti prego, perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda come più sono gl’infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia della terra. Lo inferno si empie, la tua Chiesa manca. Lévati su, perchè dormi, o Signore? I nostri sacrifizi non ti sono accetti, perchè di cerimonia e non di giustizia. Dove è più la gloria degli Apostoli, la fortezza dei martiri, la santa semplicità dei monaci?...» Così continuando, egli pare che dimentichi la prigione e si creda sul pergamo. Chi legge questa meditazione, per poco non pensa di leggere una delle più ardite prediche del Savonarola; tanto egli si mantien sempre uguale a se stesso.‍[372] Fino ad ora, però, noi abbiamo veduto che, nel carcere, la profezia e le visioni sono scomparse; ma ora, nella solitudine, il suo animo si esalta nuovamente; la sua immaginazione si accende, e le sparite visioni risorgono innanzi alla mente del travagliato prigioniero.

Il secondo scritto che fece, allora, fu la Meditazione sul Miserere;‍[373] in essa il Savonarola ci dipinge la lotta con cui la Tristizia e la Speranza si contendono il suo cuore. Non sono esseri astratti, o allegorie; ma egli ode il rumore delle catene, e la voce degli angeli: il cielo s’apre ai suoi occhi. «La Tristizia m’ha posto il campo attorno e, circondatomi con un forte e numeroso esercito, ha già tutto occupato il cuore nostro; e non cessa di combattere contro a me, con arme e clamore, il dì e la notte. Li amici miei militano sotto il suo stendardo, e sono diventati miei inimici. Tutte le cose che io veggo e tutte quelle che io odo, portano le sue insegne...» «Onde, come ai febricitanti ogni cosa dolce pare amara; così a me tutte le cose si convertono in afflizione e amaritudine.... Ma io volgerommi alle cose celesti, e la Speranza verrà in mio aiuto. Ecco già la Tristizia non può sostenere il suo aspetto. Aggravimi ora il mondo quanto vuole, levinsi contro a me i miei nemici; io non ho più alcuna paura, come colui che ho posto tutta la mia speranza nel Signore. Forse, tu non vorrai esaudire la mia preghiera, di liberarmi dall’angustia temporale; perchè una tal grazia non sarebbe utile all’anima, chè la virtù si fa più gagliarda nelle tribolazioni. Io, allora, sarò temporalmente confuso da gli uomini; essi avranno forza e potestà contro di me; ma tu lo permetti acciò io non sia confuso in eterno.» E qui segue un passo che merita di essere notato; perchè sopra di esso, principalmente, o di qualche altro affatto identico in questa Meditazione, i protestanti cercarono sostenere, che il Savonarola fosse stato un martire della loro Chiesa.

«Spererò, adunque, nel Signore, e presto sarò liberato da ogni tribolazione. E per quali meriti? Pei miei non già; ma per i tuoi, o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non hanno quella di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.» In questo punto sopravviene il fantasma della Tristizia, con tal suono d’armi e di trombe, che il Savonarola dice: «Appena mi potei sostenere, che non andassi per terra; ed essa mi avrebbe legato colle catene e condottomi nella sua regione; se la Speranza, tutta lucida e da un divino splendore irradiata, non fosse sopraggiunta a dirmi, sorridendo: — «Oh! Cavaliere di Cristo, di che animo sei tu in questa battaglia?... Hai tu fede, o no? — Sì la ho. — Ben, sappi che questa è una grande grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere; acciò nessuno si possa gloriare.»

Qui è stato facile trovar modo a supporre, che il Savonarola volesse sostenere la giustificazione, per mezzo della fede e dei meriti di Gesù Cristo, senza le nostre opere; la quale teoria è base della dottrina riformata. Ma prima di lasciarsi andare a pronunziare un tale giudizio; bisogna considerare che, tanto pel protestante come pel cattolico, la salute si ottiene per mezzo della fede che viene dalla grazia. La differenza sta solo in questo: che pel cattolico l’umana libertà contribuisce alla salute, apparecchiandoci colle opere a ricevere la grazia; pel protestante, invece, l’uomo è un puro strumento nella mano del Signore; e, quindi, la sua volontà non può contribuire alla salute. Ciò posto, si comprende di leggieri, quanto sia facile di chiamar protestante ogni scrittore cattolico che si fermi a ragionare sulla onnipotenza della fede, sulla necessità della grazia, sulla pochezza delle opere e dei nostri meriti. Solo penetrando il senso più intimo d’una dottrina, e studiandola nel suo insieme, si può veramente giudicarla. Chi, per poco, legga le opere del Savonarola, è costretto subito a riconoscere l’importanza grandissima che egli dà alla libertà umana, e come per lui sia indispensabile apparecchiarsi e disporsi a ricevere la grazia. Che se il Savonarola, chiuso nella prigione e quasi inabile a muoversi, abbandonato e tradito dagli uomini; non pensò a diffondersi intorno all’umana libertà, ma si affidava, invece, tutto nel Signore; chi vorrà farne maraviglia? Ma, pure, chiunque legge tutta questa meditazione, non potrà certo ingannarsi intorno al vero carattere della sua dottrina.

«La Tristizia,» egli continua a dire «mi assalì dicendo: Non vedi che tu chiami cielo e terra, e nessuno t’aiuta? Non vedi che il tuo unico rifugio è la morte? E tutto il suo esercito gridava; onde io, piangendo pel dolore, caddi sopra la faccia mia. Ed ecco subito, la Speranza tutta lucida e piena di splendore, discendere dal cielo, toccarmi e, levandomi sù da terra, dire: — Fino a quando sarai fanciullo? Adduca essa Tristizia, se può, un peccatore, sia pure grandissimo, il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e giustificato....»‍[374] «Chi è costei che pone termine alla misericordia di Dio, e crede portar nelle sue mani le acque dei mari? Or non hai tu udito il Signore che dice: qualunque volta piangerà il peccatore, e si dorrà de’ suoi peccati; io non mi ricorderò delle sue iniquità....‍[375] La misericordia di Dio non ha termine. Cadesti? Lévati, e la misericordia ti riceverà. Ruinasti? Grida e la misericordia verrà.» Qui è chiaro che l’opera dell’uomo è riconosciuta, e la dottrina è affatto cattolica. Il Savonarola conclude finalmente. «Allora tutto lieto esclamai: Io non mi confiderò negli uomini, ma solo nel Signore; e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la morte dei Santi. Se contro a me saranno posti li eserciti tutti, il mio core non avrà più paura; perchè tu sei il mio refugio e mi condurrai al mio fine....» Poco dopo gli venne tolta la carta, e dovette cessare di scrivere.

Queste due meditazioni composte in prigione, ottennero subito una grandissima celebrità. La sola esposizione del Miserere fu, in breve tempo, diffusa in tredici edizioni diverse; e ne crebbe ancora più la fama, quando Martino Lutero la pubblicava in Germania, l’anno 1523, con una prefazione in cui dichiarava il Savonarola precursore della sua dottrina: «Sebbene» così egli diceva, «ai piedi di questo santo uomo sia ancora attaccato del fango teologico;‍[376] egli ha, nondimeno, sostenuto la giustificazione per mezzo della sola fede, senza le opere, e perciò venne bruciato dal Papa. Ma ecco, egli vive in benedizione, e Cristo lo canonizza per mezzo nostro, dovessero pure il papa ed i papisti creparne di rabbia.»‍[377] Quando, però, a combattere questa sentenza del grande riformatore, non bastassero le cose già dette; basterebbero certamente gli ultimi atti del Savonarola e l’ultimo scritto che egli potè comporre nella prigione; scritto che, di certo, avrebbe levato ogni dubbio, anche dall’animo di Martino Lutero, quando egli lo avesse letto.

Il carceriere, come seguiva sempre a chi avvicinava il Savonarola, acquistò per lui una grandissima venerazione; e più volte lo pregava che volesse lasciargli un qualche ricordo, intorno al ben vivere. Ed egli, dopo essersi più volte scusato, per aver le membra tutte lacere e mancargli la carta; dovette finalmente cedere, e sulla coperta d’un libro scrisse una Regola del ben vivere,‍[378] che, conservata con molta devozione, venne poi stampata. «Il ben vivere,» egli diceva in essa, «dipende tutto dalla grazia; onde bisogna sforzarsi d’acquistarla e, quando s’è avuta, di accrescerla. L’esaminare i nostri peccati, il meditare sulla vanità delle cose mondane, c’indirizza alla grazia; la confessione e la comunione ci dispongono a riceverla. Essa è certamente un dono gratuito di Dio; ma quando abbiamo un forte disprezzo del mondo, un forte bisogno di volgerci alle cose spirituali; allora possiamo dire che, se ancora la grazia non è in noi, certamente s’avvicina. Il perseverare, poi, nella buona vita, nelle buone opere, nella confessione, e in tutto quello che ci ha avvicinato alla grazia; è il vero e sicuro modo di accrescerla.» A chi ora non vede, che questa è dottrina puramente ed esclusivamente cattolica; e che il Savonarola, sino alle ultime ore della sua vita, restò sempre conseguente a se stesso; noi, davvero, non sapremmo trovare altri argomenti a persuaderlo.

CAPITOLO UNDECIMO. I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei tre Frati.

Il 19 maggio, entravano solennemente in Firenze i commissari del Papa, Gioacchino Turriano generale dei Domenicani, e Francesco Romolino vescovo d’Ilerda, assai noto più tardi col nome di Cardinal Romolino. Intorno a loro s’affollava il basso popolaccio, gridando: «Muoia, muoia il Frate.» Ed il Romolino rispondeva, sorridendo: «Morrà ad ogni modo.» Infatti, Girolamo Benivieni aveva scritto da Roma: «che i due commissari venivano con ordine di far morire il Savonarola, fosse pure un San Giovanni Battista.‍[379]» Nè essi ne facevano mistero; giacchè, non appena furono alloggiati in San Piero Scheraggio, il Romolino, volgendosi a quei magistrati che gli erano intorno, disse: «Noi faremo un bel fuoco; io ho già meco la sentenza in petto.»‍[380]

L’indomani, 20 di maggio, la tortura era in ordine, ed il Savonarola cominciava a subire una terza esamina. V’erano presenti, oltre ai commissari del Papa, Paolo Benini e Biagio di Giovanni, pei Gonfalonieri di Compagnia; Giovanni Canacci, pe’ 12 Buoni Uomini; Piero degli Alberti, pei Dieci; Francesco Pucci, per gli Otto. Quanto a ser Ceccone, non essendo rimasti molto soddisfatti di lui, lo facevano assistere al processo in compagnia di altri; acciò la emulazione potesse aguzzargli l’ingegno a meglio e più efficacemente alterar le risposte.‍[381] Le domande erano già scritte, onde sempre più agevolare la fatica del notaio. I commissari del Papa venivano deliberati a far vedere, come si doveva adoperar la tortura, come falsar le risposte, per ottenere tutto ciò che si voleva.

Essi torturarono ferocemente il misero Frate;‍[382] e le prime domande furono intorno all’affare del concilio, ma più specialmente intorno ai complici di questa impresa. Il Savonarola disse: «Vi risponderò chiaro, che le cose del concilio non mi furono consigliate da nessuno, che solo negli ultimi tempi ne feci parola a qualcuno dei frati. Coi principi d’Italia non tenni mai pratiche, perchè li stimavo tutti miei nemici. Speravo, però, che i principi stranieri dovessero favorire l’impresa, a cagione dei cattivi portamenti della Corte di Roma; e massime il re d’Inghilterra, per avere inteso ch’era buon uomo. Quanto ai cardinali e prelati li stimavo tutti miei nemici.» Interrogato circa al farsi rivelar le confessioni, subito rispose: «che nè egli lo chiedeva, nè i suoi frati lo avrebbero mai fatto.» Il Romolino cominciava ad accorgersi di non ottener nulla, veniva perciò sulle furie e minacciava; ma quando vide che le minacce erano inutili, ordinò subito che il Savonarola fosse spogliato e rimesso alla tortura. Egli allora, volgendosi intorno, diceva apertamente: «Orsù uditemi, Signori fiorentini, siatemi testimoni. Io ho negato il mio lume per paura dei tormenti. Se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio.» In questo mezzo, veniva spogliato e rimesso alla tortura; ma quelle parole furono trascritte con poche alterazioni, perchè troppo chiare e con troppo grande fermezza pronunziate.‍[383] Torturato fierissimamente, il Savonarola ricadde nel delirio e nelle risposte ambigue, che venivano affatto alterate dal notaio. Ma quando si giunse ai punti importanti della dottrina; allora, di nuovo, la tortura e le alterazioni non valevano più a nulla. Lo interrogarono, se avesse mai voluto dividere la Chiesa di Cristo; e subito, quasi svegliandosi dal delirio, rispondeva: «Giammai; se con ciò non si voglia intendere d’alcune cerimonie, colle quali ristrinsi la vita dei miei frati. Ben è vero che non ebbi mai paura delle scomuniche.»‍[384]

L’indomani ricominciavano il processo, con una dichiarazione che doveva riconfermare tutte le cose già scritte nelle esamine antecedenti. Ma essa è così priva d’ogni buon senso, che non può avere alcun valore; come non ne ha nessuno tutto questo processo, falsato assai più del primo, ed in cui difficilmente può indovinarsi qualcuna delle risposte genuine. Si continuò, poi, facendo mille strane e ridicole domande, come; «Se aveva mai sostenuto che Gesù Cristo fosse solamente uomo.» Al che rispose: «Queste sono cose da matti.» Gli chiesero: «Se credeva agl’incantesimi.» Ed egli: «Sempre me ne feci beffe.»‍[385] Il Romolino tornava, da capo, sull’affare del Concilio, per saperne i fautori, e massime se v’era stato il Cardinale di Napoli. Domandava e ridomandava, colle promesse, colle minacce e colla tortura; fino a che il Savonarola, dopo aver mille volte negato ogni pratica o consiglio d’altri, gridava quasi fuori di sè: «Napoli, Napoli, con lui e con altri ho tenuto pratiche.» Ma il giorno seguente, suo primo pensiero fu di smentire subito ciò che avea detto nel delirio, a danno altrui. «Nè col Cardinale di Napoli, nè con altri ho trattato le cose del Concilio.» Allora il Romolino si persuase che non v’era più da cavar nulla; che la tortura e l’abilità de’ suoi notai non riuscivano a formare un processo che giustificasse la condanna; e però tornava inutile perdere più tempo. Fatte, quindi, alcune brevi domande; citò il Savonarola a comparire l’indomani, per udire la sua sentenza. — «Io sono prigione,» egli rispose; «verrò, se mi ci condurranno.»

Ma non era anche tutto finito. Il giorno si trovava presso al morire, sonavano le ore 23, ed il Frate meditava tranquillamente nella sua prigione, che fu, ad un tratto, invasa da cinque cittadini. Costoro, insieme col notaio, volevano tentare se in quell’ultima ora, così alla sprovvista, e dopo tante angosce di spirito e di corpo, il Savonarola si lasciasse piegar dalle minacce. Volevano saper cose di Stato, per rafforzare quel primo processo che solo si era pubblicato, e di cui tutti rimanevano scontenti. Egli non fece che ripetere con calma quello che aveva giù detto: — «Io lasciavo la cura di tutte le cose particolari al Valori. Lo scopo dei miei amici si riduceva, in fondo, a tenere il Consiglio provvisto di uomini popolari; procedere severamente contro gli avversari, quando però cadessero in fallo; essere uniti e forti, non per offendere, ma per trovarci pronti alla difesa.»‍[386]

Così finiva il terzo processo, del quale i commissari apostolici non potevano andare punto orgogliosi. Dopo tante promesse, non avevano fatto altro che rendere, coi vani tentativi, sempre più evidente l’innocenza del Savonarola. Questa esamina, quindi, non fu stampata, nè firmata,‍[387] nè letta al pubblico; restò come interrotta e non più curata. La tennero nascosta, e solo ne mandarono qualche copia in giro per le corti d’Italia.‍[388]

Tutto questo, per altro, non impedì che, in quel medesimo giorno 22 d’aprile, i commissari apostolici si radunassero; onde deliberare intorno alla vita dei tre frati. La cosa fu presto risoluta. Quanto al Savonarola ed a frà Salvestro, non si fece neppure discussione: fu decisa la morte. Volendo, poi, in qualche maniera temperare la trista impressione che doveva fare sugli animi una tale sentenza; il Romolino proponeva che si risparmiasse la vita a frà Domenico. Ma fu da un tale osservato: «Che in questo frate rimarrebbe viva tutta la dottrina del Savonarola;» ed allora il Romolino subito riprese: «Un frataccio di più o di meno poco monta; mandiamolo pure a morte.»‍[389]

Nello stesso tempo, s’era radunata una Pratica assai ristretta, per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, per nome Agnolo Pandolfini, il quale si levasse a parlare in favore del Savonarola, dicendo come a lui sembrava gravissima colpa, il porre a morte un uomo di qualità sì eccellenti, che appena se ne vedeva uno in ogni secolo. «Quest’uomo,» egli disse, «potrebbe non solamente rimettere la fede nel mondo, quando la fosse mancata; ma ancora le scienze, di cui è sì altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in prigione, se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, acciò il mondo non perda i frutti del suo ingegno.» Tali parole vennero assai male accolte nella Pratica, e subito fu risposto in contrario: «Che nessuno poteva affidarsi alle nuove Signorie, le quali ogni due mesi si succedevano. Il Frate sarebbe certissimamente tornato libero, per mettere di nuovo la città a soqquadro. — Nemico morto, non fa più guerra. —»‍[390] E in tal modo venne deliberata la condanna d’un uomo che, dopo tanti processi, dopo una tortura così prolungata, risultava sempre più innocente; e quella de’ suoi due compagni, che erano al pari di lui innocenti. Perchè, in verità, se la innocenza di frà Domenico fu tale da venire attestata dai suoi medesimi esaminatori; frà Salvestro, quantunque rinnegasse il suo maestro, non risultava, però, colpevole d’alcun delitto che le leggi avessero potuto condannare.

Intanto, quella medesima sera, venne loro comunicata la sentenza; acciò vi fosse tempo d’apparecchiarsi all’ora estrema. Frà Salvestro parve assai atterrito; frà Domenico, invece, fu come invitato a festa. L’annunzio della morte riempì d’entusiasmo quell’anima generosa; e subito egli prese la penna, per dare l’ultimo addio a’ suoi frati, scrivendo una lettera che non possiamo astenerci dal riportare.

«Fratres dilectissimi et in visceribus Jesu Christi. Perchè la volontà di Dio è che noi siamo per lui morti; voi che resterete, pregate per noi, tenendo a mente i miei ammaestramenti, di star uniti in carità e bene occupati in santi esercizi. Pregate per noi, particolarmente nelle solennità, quando siete insieme congregati in coro; ed il corpo mio seppellitelo costì in terra, non dentro in chiesa; ma dinanzi alla porta di essa, o da un canto in luogo umile, e direte per noi le solite messe. Ed io, dove spero potere, farò il simile per voi.

»Baciate tutti i fratelli, costì in San Marco, da mia parte, massime i nostri dilettissimi di Fiesole, quorum nomina in corde fixa ante Deum porto. Fate raunare dalla cella nostra tutti gli opuscoli del Padre frà Girolamo; fategli legare e metterne una copia in libreria e un’altra in refettorio, per leggere a mensa, pur con la catena; acciò anche i fratelli conversi possano, quivi, qualche volta leggerli.»‍[391] — Il suo ultimo pensiero era volto a mantener sempre viva la dottrina del maestro! Pochi esempi si trovano al mondo, di tanta fede e di tanta costanza. Egli era così esaltato, così pieno di fervore, che non appena gli fu annunziato come i loro corpi sarebbero, dopo morte, bruciati; domandò in grazia d’essere bruciato vivo, «onde potere, nel nome di Cristo, sopportare più penoso martirio.»

Quando i messi entrarono nel carcere del Savonarola, a comunicargli la sentenza; lo trovarono inginocchiato che pregava. Dopo avere udito il tristo annunzio, non dette alcun segno di dolore o di gioia; ma continuò più fervida la sua orazione. Poco dipoi, gli venne offerta la cena che ricusò, dicendo: aver bisogno di fortificare l’animo e non il corpo, di tenere la mente serena e bene apparecchiata alla morte. Ed ecco, entrare nella prigione un uomo tutto vestito di nero, col viso nascosto sotto un nero cappuccio: era Jacopo Niccolini, Battuto della compagnia del Tempio. Questo nome si dava ai membri d’un’associazione, che volontariamente assistevano le ultime ore dei condannati. Non appena il Niccolini ebbe interrogato il Savonarola, se poteva soddisfare a qualche suo desiderio; questi lo pregò d’impetrargli dai Signori, un breve colloquio co’ suoi due compagni di prigione, ai quali, prima di morire, voleva dir poche parole. E l’altro andò subito, dimostrandosi assai volenteroso d’adempiere a questo ufficio. Allora entrava un monaco di San Benedetto, per confessare il prigioniero che, devotamente inginocchiatosi, adempieva con fervore a tutti gli uffici religiosi. Lo stesso facevano gli altri due frati.‍[392]

I Signori discutevano, intanto, sulla domanda di cui era apportatore il Niccolini: essi temevano sempre dal Savonarola qualche cosa di straordinario e d’inaspettato. Ma il benevolo messaggiero faceva loro considerare, che non vi poteva esser nulla a temere da chi già si trovava, per così dire, con un piede nella fossa; e che gli ultimi desiderii dei condannati sogliono esser sempre soddisfatti. Così venne concessa un’ora di colloquio, nella sala del Consiglio Maggiore.

Con quale animo s’incontrassero i tre frati, sarebbe assai difficile descriverlo. Si vedevano per la prima volta, dopo più di quaranta giorni di prigionia e di tortura; dopo che ad ognuno di loro s’era voluto far credere, che gli altri avessero ritrattato ogni cosa; dopo che frà Domenico e frà Salvestro avevano, coi propri occhi, veduto il falso processo del Savonarola. Ma quelli non erano momenti da permettere alcuna dichiarazione; si trattava solo d’apparecchiarsi con fraterno coraggio alla morte. La sola presenza del Savonarola bastò subito, perchè in mezzo ai suoi compagni, egli riprendesse tutto il suo ascendente. Al primo apparire di quel volto calmo e severo, ogni dubbio scomparve dall’anima de’ suoi discepoli, e vi rinacque, invece, l’antica fede. Non v’era da perdere un solo minuto; onde si rivolse, tosto a frà Domenico, dicendo: «Io so che voi chiedete d’essere bruciato vivo; ma ciò non è bene, a voi non è lecito di scegliere la morte. Sappiamo, forse, con quale fermezza sopporteremo quella a cui siamo condannati? Ciò non dipende da noi; ma dalla grazia che il Signore ci vorrà concedere.» Volgendosi, poi, con maggiore severità a frà Salvestro, gli disse: «Di voi so che volete, innanzi al popolo, difendere la vostra innocenza: io v’impongo di lasciare un tal pensiero, e seguire piuttosto l’esempio del nostro Signore Gesù Cristo che, neppure sulla croce, volle parlare della innocenza sua.» I due frati, senza rispondere una sola parola, s’inginocchiarono dinanzi al loro superiore, e ricevuta devotamente la benedizione, se ne tornarono ciascuno alla sua prigione. Il Savonarola aveva giustamente pensato, che ogni esterna manifestazione d’atti o parole, avrebbe reso meno solenne e meno cristiana la morte loro; in quell’ora suprema tutti i pensieri e tutto l’animo dovevano essere rivolti a Dio: tale era stato il fine di quel colloquio. Ora che i suoi discepoli s’erano mostrati dispostissimi all’obbedienza, a lui non restava altro che apparecchiarsi a bene morire.‍[393]

La notte era già molto avanzata, quando egli rientrò nella prigione: ivi il sonno e la stanchezza lo vinsero per modo, che avendo, quasi in segno d’affetto e riconoscenza, posato il capo sulle ginocchia del benevolo Niccolini; cadde subito in un sonno breve e leggero, nel quale pareva sorridere e sognare: tanta era la serenità del volto e dell’animo suo. Destatosi, egli fu come sorpreso di se stesso; e per dare un segno d’affezione e riconoscenza al Niccolini, volle riconfermargli le future calamità di Firenze. E si dice che aggiungesse: «Tieni bene a mente, che ciò avrà luogo, quando vi sarà un papa chiamato Clemente.» Questa profezia fu scritta e serbata fino al 1527, quando nell’assedio di Firenze, sembrò verificarsi a capello; allora i Piagnoni la cavaron fuori, e l’andavano mostrando al popolo maravigliato: tale, almeno, è il racconto che ci lasciarono gli antichi biografi.‍[394]

I tre frati passarono tutta la notte in continua orazione, e la mattina si rividero per comunicarsi. Il Savonarola ottenne di farlo colle sue proprie mani; e così, presa l’ostia, vi fece sopra la seguente orazione, a sempre meglio dichiarare la sua dottrina: «Signore, io so che tu sei quella Trinità perfetta, invisibile, distinta in Padre, Figliuolo e Spirito Santo; so che tu sei il Verbo eterno, che scendesti nel seno di Maria, e salisti sulla croce a spargere il sangue pei nostri peccati. Io ti prego che quel sangue sia in remissione de’ miei peccati, dei quali ti chiedo perdono; come pure d’ogni offesa o danno recato a questa città, e d’ogni mio errore che non conoscessi.»‍[395] Fatta questa piena ed esplicita dichiarazione di fede, prese la sua comunione: lo stesso fecero i due compagni; e subito dopo venne loro annunziato che potevano scendere nella Piazza.

Sulle scale della ringhiera si vedevano eretti i tribunali, in numero di tre. Il più vicino alla porta del Palazzo, era pel vescovo di Vasona; il secondo a sinistra, pei commissari apostolici; il terzo, vicino al Marzocco, pel Gonfaloniere e gli Otto. Di lì, stendendosi verso il tetto dei Pisani,‍[396] correva un palco alto a statura d’uomo, che occupava nella sua lunghezza un quarto della piazza. Alla estremità del medesimo, s’innalzava un grosso palo, traversato in cima da un altro che formava così una croce; sebbene, per evitare quella forma, fosse stato più volte scorciato. Dalle braccia di questa croce pendevano tre lacci e tre catene, per prima impiccare i frati, e poi incatenarne i cadaveri; onde rimanessero sospesi, mentre venivano divorati dalle fiamme. Ai piedi del palo era un gran monte di materie accensibili, d’intorno a cui i fanti della Signoria duravano una gran fatica, per tenere lontana la moltitudine che si moveva e cresceva ad ondate. La folla non sembrava più numerosa che nel giorno dell’esperimento del fuoco; ma d’aspetto assai diverso. V’era un silenzio tristo e solenne; una trepidazione profonda occupava l’animo, anche di coloro che più avevano desiderato questo giorno. Ed in quella universale agitazione, la moltitudine era esaltata da passioni diversissime: vi si vedevano Bigi, Piagnoni ed Arrabbiati; quelli che più erano stati assidui alle prediche del Frate, si trovavano accanto a coloro che, colle pietre e coi pugnali, gli avevano attentato la vita. Vi si trovavano, ancora, molti degli scrittori che, nelle cronache o diari, ci hanno lasciato eterna ricordanza di quel giorno tanto memorabile. Che pensieri passassero per l’animo loro, sarebbe certo assai più facile al lettore immaginarli, che a noi descriverli.

Intorno al monte delle materie infiammabili, era, intanto, penetrato un pugno di gente che, alle bestemmie, alle grida oscene, al feroce diletto con cui già pregustavano il vicino spettacolo d’orrore; sembravano belve piuttosto che uomini. Erano la più parte usciti allora dalle prigioni, dove i passati magistrati li avevano chiusi, a cagione dei loro delitti; e donde la presente Signoria li faceva uscire, a cagione solamente dell’odio che dicevan di portare al Savonarola ed a’ suoi seguaci.‍[397]

Già i tre frati scendevano le scale di Palazzo; quando ecco un Domenicano di Santa Maria Novella venire loro incontro, con ordine di spogliarli dell’abito, lasciandoli nella sola tonacella di lana, coi piedi ignudi e le mani legale. Quest’atto così inaspettato, commosse profondamente il Savonarola; ma pure, fattosi animo, prese in mano il suo abito e, prima di renderlo, disse: «Abito santo, quanto ti ho desiderato! Tu mi fosti concesso per grazia di Dio, ed io t’ho conservato finora senza macchia. Ora io non ti lascio, ma tu mi sei tolto.»‍[398]

Finalmente giunsero al primo tribunale, e si trovarono in presenza del vescovo di Vasona. Esso aveva obbedito agli ordini del Papa; ma ora sembrava tutto confuso: non aveva il coraggio di alzare gli occhi sul volto sereno del suo maestro, che innanzi a lui sembrava il giudice e non l’accusato. Pure, si cominciava la terribile e quasi funerea cerimonia. I tre frati furono rivestiti del loro abito; ond’essere prima degradati, e poi di nuovo spogliati. Quando furono al punto della degradazione, il vescovo prese pel braccio il Savonarola; ma la voce gli tremava e l’animo gli mancò per modo che, dimenticando la consueta formola, in luogo di separarlo solamente dalla chiesa militante, disse: «Separo te ab Ecclesia militante atque triumphante.» A che il Savonarola, senza punto scomporsi, lo corresse, dicendo: «Militante, non triumphante; hoc enim tuum non est.»‍[399] E queste parole furono pronunziate con un accento che vibrò nell’animo degli astanti: chiunque potette udirle, ne serbò eterna ricordanza.

Degradati e spogliati che furono i tre frati, vennero, di nuovo, colla sola tonacella ceduti al braccio secolare, e da questo condotti innanzi ai Commissari apostolici, ove udirono la sentenza che li dichiarava scismatici ed eretici. Dopo di che, con crudele ironia, il Romolino li assolvette da ogni peccato; e, domandando loro, se accettavano la sua assoluzione; essi, piegando il capo, accennarono di sì. Finalmente si trovarono di faccia agli Otto che misero il partito ai voti, secondo la forma consueta, e lo vinsero unanimi. Se non che, un tal Francesco Cini non v’era intervenuto, dicendo di non si voler trovare a rendere così iniqua sentenza.‍[400] La quale fu subito letta agli accusati, ed era concepita in questi termini: «Il Gonfaloniere e gli Otto, bene considerati i processi dei tre frati, e gl’immensi delitti che ivi si contengono; e considerata soprattutto la sentenza del papa,‍[401] che li consegna al tribunale secolare, perchè fossero puniti; deliberano: che ciascuno dei tre frati venga sospeso al patibolo e poi bruciato; acciò le anime sieno affatto separate dai loro corpi.»‍[402]

I tre frati, allora, con piè sicuro e con animo tranquillo, s’avviarono al supplizio. Anche frà Salvestro riprese in quell’ultima ora lo smarrito coraggio; ed in presenza della morte, parve tornato ad essere un vero e degno discepolo del Savonarola. Il quale, veramente, dette prova di forza sovrumana, non perdendo neppure un solo istante, quella calma che troppo gli era necessaria a morir cristianamente. Mentre che, insieme a’ suoi compagni, colle membra appena ricoperte dalla tonacella, i piedi scalzi e le braccia legate, veniva lentamente condotto dalla ringhiera al patibolo; si permetteva alla più sfrenata plebaglia d’accostarsi, per insultarlo con atti e parole impudenti e vilissime. Egli restò fermò e inalterabile sollo quell’aspro martirio. Un tale, mosso a pietà, gli si accostò dicendo qualche parola di conforto; ed il Savonarola benignamente rispose: — «Nell’ora estrema, solo Iddio può confortare i mortali.» — Un certo prete Nerotto domandava: — «Con quale animo sopporti questo martirio?» Ed egli: — «Il Signore ha sofferto tanto per me;» — nè aggiunse più altro.‍[403]

Notes in this chapter

Note 1 · Processo di frà Domenico.Note 2 · Burlamacchi, pag. 136; processo di frà Silvestro: la dichiarazione di questo frate deve aver molto peso; perchè egli cercava, nella sua esamNote 3 · Burlamacchi e frà Silvestro, ut supra.Note 4 · Esamine degli accusati; processi; frà Benedetto, Cedrus Libani.Note 5 · Vedi il bando stesso nell’Appendice.Note 6 · Frà Domenico dice che, fino all’ultimo, egli non volle credere che la Signoria favorisse veramente i nemici di San Marco.Note 7 · Questo fatto è minutamente raccontato nel Burlamacchi, Nardi, e in tutti gli scrittori contemporanei. Vedi anche le lettere della Signoria nNote 8 · Ibidem.Note 9 · Cioè dalla via del Maglio.Note 10 · Di questo fatto parlano il Burlamacchi e gli altri biografi, come pure quasi tutte le esamine degli accusati. Frà Benedetto, nel suo Cedrus Note 11 · Frà Benedetto, Cedrus Libani: Ed io con alcun altri l’alta scorsa Del tetto della Chiesa gittavamo, Che dell’uscirne ai nemici fu forza. Note 12 · Ne parla il Burlamacchi, ne parlano parecchie esamine degli accusati.Note 13 · Vedi nell’Appendice. Un altro bando dichiarava ribelli quelli che andavano a San Marco; ma ciò non impediva che i fanti della Signoria contiNote 14 · Burlamacchi e le deposizioni dei testimoni.Note 15 · Burlamacchi; Esamina di frà Luca della Robbia, di Girolamo Gini e di altri.Note 16 · Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. VIII; dopo aver raccontato il fatto conclude: Allor cessò ciascun di far ripari, Ogni uom di far difesa Note 17 · Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. IX.Note 18 · Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani; Violi, giornata quarta; Esamine degli accusati.Note 19 · Burlamacchi ed altri non lasciano alcun dubbio sul nascondersi di frà Silvestro. Non ci è stato possibile trovare nessuna autorità, che veniNote 20 · Vedi in appendice, la sua esamina.Note 21 · Burlamacchi; Violi, Giornate, gìorn. IV; frà Benedetto, Cedrus Libani. Quest’ultimo dice: El sangue iusto, o crudel, non dovevi Concedere aNote 22 · Burlamacchi, pag. 143.Note 23 · Burlamacchi, frà Benedetto ec.Note 24 · Frà Benedetto, dopo aver minutamente descritto ogni cosa, conclude: Tremila, in circa, fu la gran canaglia, Che menò via il pastor com’un aNote 25 · Burlamacchi.Note 26 · Burlamacchi, ec. Il racconto di questa giornata è stato messo insieme dalle opere del Burlamacchi, Pico, Razzi, Barsanti; ma specialmente daNote 27 · Nardi, 154 e seg.; Burlamacchi; P. Marchese, documenti XXV e XXX.Note 28 · Vedi Comines, Mémoires, Lib. VIII, chap. XVIII. «Estoit le plus deshonneste lieu, car tout le monde y pissoit et estoit rompue à l’entrée.»Note 29 · Comines, Mémoires, Liv. VIII, chap. XVIII. Vedi le sue parole, citale nel cap. 6 di questo libro. Anche il Guasconi, annunziando al MazzinghNote 30 · Vedi i loro processi nell’Appendice.Note 31 · Burlamacchi, pag. 144.Note 32 · Burlamacchi, pag. 145.Note 33 · Vedi i Frammenti di Pratiche più sopra citati.Note 34 · Legalmente gli Otto avrebbero dovuto essere i giudici nel processo del Savonarola.Note 35 · L’ufficio degli Otto scadeva alla fine di quello stesso mese d’aprile; per i Dieci ci volevano, invece, altri due mesi.Note 36 · Così, almeno, parrebbe dal Frammento di Pratica che abbiamo avuto sottocchio.Note 37 · Vedi, tra i citati Frammenti di Pratiche, quello del 9 aprile 98.Note 38 · Vedi la deliberazione del dì 11 aprile 1498. Gli scrittori variano nel determinare il numero degli esaminatori; il Nardi dice che furon 12, Note 39 · Il Burlamacchi racconta il fatto e dice che fu Francesco degli Albizzi; ma è caduto in errore, perchè noi troviamo il nome di quest’ultimo iNote 40 · Burlamacchi, Pico, Barsanti, ec.Note 41 · Ibidem.Note 42 · Ibidem, frà Benedetto, Violi, ec.Note 43 · Quindi l’idea d’un genuino processo, scritto da lui, è mera ipotesi.Note 44 · «Inventum est, item, in posterioribus confessionum libellis obtestatum, se vi tormentorum multa dixisse, et abalienari animo cum torquereturNote 45 · Burlamacchi, pag. 145-6; Pico, pag. 77; Barsanti, pag. 315.Note 46 · Pico, Burlamacchi, Barsanti.Note 47 · Lorenzo Violi, Giornata VI. Vedi Appendice.Note 48 · Burlamacchi, Pico, ec.Note 49 · Burlamacchi, pag. 145-6, Pico, pag. 26.Note 50 · I più fedeli seguaci del Savonarola, quelli che meglio erano in grado di conoscerne la dottrina, hanno scritto su questo argomento volumi inNote 51 · Burlamacchi, Pico, ec.Note 52 · Burlamacchi, pag. 147; frà Benedetto, Vulnera Diligentis, Lib. II, cap. 20. Ser Ceccone potrebbe esser quell’amico segreto di cui parlano ilNote 53 · Il Violi parla sdegnosamente di questa violazione delle leggi; e così anche frà Benedetto.Note 54 · Ecco cosa dice a questo proposito il Nardi, Storia di Firenze. «E io, per non essere accusato dalla mia istessa coscienza, reo d’una verità Note 55 · Più basso, vedremo che ripetè queste parole.Note 56 · Questo brano, nel processo a stampa, fu interamente tralasciato; ma si trovava nella prima bozza che fu letta dal Violi. Vedi il brano dellaNote 57 · Vedi il processo in Appendice.Note 58 · «Nobis fuit cum homine patientissimi corporis et sagacissimi animi, qui contra tormenta animum obdurasset, et veritatem multis tenebris contNote 59 · Processo.Note 60 · Nel processo si vorrebbe far credere che il Savonarola lo leggesse egli stesso; ma dai biografi e dalle firme del testimoni si cava il contrNote 61 · Vedi nell’Appendice la VI Giornata del Violi, documento preziosissimo a ben giudicare il processo.Note 62 · Vedi Vulnera Diligentis, Lib. II; cap. 16 e seg., ove si parla minutamente del processo. Vedi anche la terza parte dell’opera stessa, che veNote 63 · Burlamacchi, pag. 146; Pico, pag. 79.Note 64 · Burlamacchi.Note 65 · Infatti, del processo si trovano due edizioni del secolo XV: di una si può vedere qualche copia assai rara nelle biblioteche di Firenze; delNote 66 · Rimettiamo sempre il lettore alla VI Giornata del Violi; ed al Vulnera Diligentis, lib. II, cap. 17, intitolato: Del numero dei vari processNote 67 · Vedi i citati Frammenti di Pratiche, nell’Archivio delle Riformagioni.Note 68 · Questo secondo processo fu trovato, per la prima volta, da noi. Vedi l’Appendice.Note 69 · Il Nardi, p. 158, dice erroneamente, che furono letti i processi, includendovi, così, il secondo processo che fece la Signoria, e quello fatNote 70 · Burlamacchi. Frà Benedetto dice che ne ebbe 33.Note 71 · Ne parla il Violi, e lo ripetono il Barsanti ed il P. Marchese.Note 72 · Frà Benedetto, Vulnera diligentis.Note 73 · Chiunque legge le due copie del processo, potrà facilmente distinguere la vera dalla falsa. Se poi ci fosse bisogno ancora di un’autorità, aNote 74 · Vedi il processo, che, in questa prima parte, è senza data.Note 75 · Questo si ritrae dallo stesso processo di frà Domenico.Note 76 · Vedi nell’Appendice, il processo di frà Domenico.Note 77 · Vedi processi; esamine degli accusati; Burlamacchi; Machiavelli, Frammenti storici; ec.Note 78 · Frà Benedetto parla di qualche alterazione fatta nel processo di frà Salvestro. Vedi Vulnera diligentis, Lib. II e III, nei capitoli dove esNote 79 · Vedi il processo, nell’Appendice.Note 80 · Vedi nell’Appendice, l’esamina di 17 accusati.Note 81 · Andrea Cambini dice nella sua esamina, che neppure il Valori avrebbe osato entrar nella cella del Savonarola, quando era occupato a studiareNote 82 · Vedi nell’Appendice.Note 83 · Frà Benedetto, Cedrus Libani.Note 84 · Ibidem. Vedi anche le notizie intorno alla vita di frà Benedetto, scritte dal P. Marchese, Scritti vari.Note 85 · Vedi il Doc. XVIII, nel Perrens.Note 86 · P. Marchese, Doc. XXX.Note 87 · Perrens, Doc. XIX.Note 88 · Marchese, Doc. XXX e seg.; Nardi pag. 144-45.Note 89 · Ibidem.Note 90 · Documenti del P. Marchese. Molti e molti furono i consigli del Savonarola, che si volevano praticare, nel tempo stesso che si cercava la suaNote 91 · Frammenti di Pratiche.Note 92 · Vedi nell’Archiv. delle Riformagioni, le deliberazioni del 30 aprile 98.Note 93 · Nardi, Storia di Firenze.Note 94 · Provvisione del 23 aprile 98. Ebbe negli Ottanta, 60 fave nere contro 23 bianche; e nel Consiglio maggiore, 706 nere, contro 305 bianche. È Note 95 · Nardi, Storia di Firenze.Note 96 · Ve ne erano quattro del medesimo nome, ed uno d’essi era anche seguace del Savonarola. Il seguito della narrazione mostrerà di che colore foNote 97 · Le parole della Pratica son queste: «Saria bene di nuovo esaminarli, perchè e’ credono si sia avuta la tortura; acciocchè, andando a Roma, eNote 98 · I nuovi Dieci erano stati eletti, quando si cominciò il processo del Savonarola. Il Popoleschi, adunque, quando era gonfaloniere, si faceva Note 99 · Frammenti di Pratiche, Archivio delle Riformagioni.Note 100 · P. Marchese, Doc. XXXVI-VII. Vi è la lettera della Signoria all’oratore in Roma, scritta lo stesso giorno 5 di maggio; e la lettera al Papa Note 101 · Perrens, Documento XIX; Nardi, Burlamacchi, Marchese ec.Note 102 · Vedi: Meditazioni sul Salmo XXX. L’Audin de Rians, nella sua bibliografia di edizioni del Savonarola, fatte nel secolo XV, numera cinque ediNote 103 · L’Audin ne cita otto edizioni latine, cinque italiane, una tedesca; e tutte del sec. XV. Anche questa meditazione fu scritta in latino.Note 104 · Questa idea è in opposizione diretta colla dottrina di Lutero e di Calvino. Lutero pubblicava il suo scritto De servo arbitrio, in cui combaNote 105 · Ecco di nuovo assai chiara la dottrina cattolica.Note 106 · Cioè a dire, scolastico.Note 107 · Christus canonisirt ihm durch uns, sollten gleich die Päbste und Papisten mit einander darüber zerbersten. M. Luther, Vorrede über SavonarolNote 108 · Regola del ben vivere cristiano, composta mentre era in carcere ec. Firenze, 1498, 1529; Venezia 1547.Note 109 · Burlamacchi, Barsanti, ec.Note 110 · Ibidem.Note 111 · «Ma questo poco di originale qui, della sua esamina fatta da Romolino, furno scritti etiam da ser Ceccone et altri, così sub brevità, che erNote 112 · Nel Processo stesso è scritto, in margine, più volte: tortura, torturato.Note 113 · Ecco queste parole, come si trovano nella III parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, che le riporta da una copia di mano di ser CeccNote 114 · In questo, come negli altri processi del Savonarola, si può ritenere per indubitatamente vero tutto ciò che è a favore dell’accusato, perchèNote 115 · Il Violi e frà Benedetto poterono, per mezzo della moglie di ser Ceccone, avere di questo processo una bozza, di proprio pugno del notaio. QNote 116 · Vedi il Processo nell’Appendice.Note 117 · In fondo il Processo non v’è firma, e ve n’è una nel mezzo, di cui nessuno vide mai l’autografo, e vi mancano affatto quelle dei testimoni.Note 118 · A Milano ne abbiamo trovata una copia mandata al Duca.Note 119 · Burlamacchi, Barsanti, ec.Note 120 · Ibidem.Note 121 · Questa lettera si trova riportata nel Burlamacchi.Note 122 · Burlamacchi.Note 123 · Burlamacchi, Pico, Barsanti, Violi, frà Benedetto, ec.Note 124 · Il Burlamacchi, il Benivieni e moltissimi altri, annoverando le profezie del Savonarola, ragionano minutamente di questa; e danno molti partNote 125 · Questa orazione si trova nel Burlamacchi, e fu stampata, anche, insieme colla esposizione del Miserere.Note 126 · Ove ora è la Posta delle lettere.Note 127 · Nardi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, e frà Benedetto nel Cedrus Libani.Note 128 · Burlamacchi e Pico. Anche frà Benedetto, nella sua III parte del Vulnera Diligentis, cita queste parole.Note 129 · Burlamacchi, pag. 160; Nardi 169; Vulnera Diligentis, Parte III.Note 130 · Burlamacchi ec. La sentenza stessa incomincia: «Vexilliter Justitiæ et Octo viri Reipublicæ Florentinæ; omnes, excepto uno Francisco Cino, iNote 131 · È singolare che dopo un Processo politico, si dovesse condannare il Savonarola, principalmente per la sentenza del Papa.Note 132 · Vedi l’Appendice.Note 133 · Burlamacchi ec.
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