LIBRO QUARTO. [1497-1498.] (continued 4)
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In questo universale scompiglio, frà Domenico non s’avvedeva di nulla, parea davvero:
Ch’a danza e non a morte andasse.[404]
Era così esaltato che voleva, in ogni modo, intonare il Te Deum ad alla voce; ma, per le vive istanze del Battuto che gli era accanto, se ne astenne dicendo: «Accompagnatemi, dunque, a bassa voce;» e così lo recitarono tutto. Poi aggiungeva: «Rammentatevi bene, che le profezie di frà Girolamo si debbono verificare tutte, e che noi siamo morti innocentemente.»[405]
Frà Salvestro fu il primo cui venne ordinato di salire la scala del supplizio. Quando egli ebbe il laccio intorno al collo, nel momento stesso in cui ricevette la fatale spinta, esclamò: in manus tuas, Domine, commendo animam meam. Poco dopo, il boia, legato il cadavere colla catena; andò subito dall’altro lato della croce, per far subire lo stesso supplizio a frà Domenico. Il quale salì rapido, con un volto pieno di speranza e quasi di gioia, come se andasse direttamente al cielo.
Quando il Savonarola ebbe visto morire i due compagni; toccava a lui prendere quel posto, che rimaneva ancora vuoto in mezzo ad essi. Egli era così rapito ai pensieri d’un altra vita, che quasi parea avesse già abbandonato la terra. Ma, pure, come fu in alto sulla croce, non si potè trattenere dal volgere lo sguardo alla sottoposta moltitudine, e gli parve che ad ognuno tardasse di vedere la morte sua. Oh! quanto era diversa, da quei giorni nei quali pendeva estatica dalle sue labbra, in Santa Maria del Fiore. Ai piedi della croce, vide alcuni popolani coi torchi accesi in mano, impazienti d’appiccare il fuoco. Allora, subito, presentò il capo al boia. Il silenzio fu, in quel momento, universale, e terribile; un fremito d’orrore sembrò invadere quella moltitudine, e quasi i monumenti stessi che circondavano la piazza. Pure, non mancò chi fece udire la sua voce, gridando: «Profeta! è venuto il momento di fare il miracolo.» Tutti gl’incidenti di quel giorno, sembravano destinati a rimanere incancellabili nella memoria, e ad accrescere quel senso di misterioso terrore, che la morte del suo profeta doveva eternamente lasciare nel popolo di Firenze.
Il manigoldo, credendo di compiacere alla sfrenata plebaglia, cominciò a buffoneggiare sul cadavere che ancora si dibatteva; e nel ciò fare, mancò poco che non precipitasse dall’alto. Quest’osceno spettacolo mosse sdegno ed orrore nell’animo di tutti; tanto che i magistrati mandarono severamente a rimproverarne l’autore. Allora quegli volle darsi una grandissima fretta, sperando così che le fiamme cominciassero a bruciare il misero Frate, prima che fosse morto del tutto. Ma gli cadde di mano la catena, e mentre che la cercava, per rimetterla, il Savonarola aveva già dato l’ultimo fiato. Erano le ore 10 antimeridiane del giorno 23 di maggio 1498: moriva in età d’anni 45.[406]
Il manigoldo non era anche sceso dalla scala, per accendere il fuoco; quando le fiamme già si levavano in alto, perchè un tale, che stava da più ore col torchio acceso in mano, lo aveva subito appiccato, dicendo: «Finalmente mi trovo a bruciare, chi avrebbe voluto bruciar me!»[407] Ma ecco levarsi un vento che, per qualche tempo, allontanava le fiamme dai tre cadaveri; onde molti retrocedevano atterriti, e gridavano ad alta voce: «Miracolo, miracolo!» Ben presto, però, cessato il vento, le fiamme riavvolgevano i corpi dei tre frati, e la gente di nuovo s’avvicinava. In questo mezzo, s’erano consumate le funi che legavano le braccia al Savonarola; onde, per l’azione del fuoco movendosi le mani, all’occhio dei fedeli sembrò di vedere che egli, in mezzo a quella nuvola di fiamme, levasse in alto la destra e benedicesse il popolo che lo bruciava.[408]
I Piagnoni accennavano questa visione l’uno all’altro; e molti di loro ne erano talmente commossi che, senza considerare al luogo ed alla gente fra cui si trovavano, singhiozzando, piegavano le ginocchia a terra, e adoravano colui che già avevano santificato nel loro cuore. Le donne piangevano dirottamente; i giovani fremevano, considerando lo stato infelice a cui erano ridotti. E mentre che da un lato v’era tanto dolore, dall’altro si esultava. Gli Arrabbiati, vicini al patibolo, istigavano un’orda di fanciulli che, schiamazzando e danzando, tiravano una grandine di sassi ai tre cadaveri, dai quali si staccavano, di tratto in tratto, dei brani che cadevano nel fuoco sottoposto. «Piovea viscere e sangue,» dice uno scrittore che si trovò presente a quel doloroso scempio, che da un lato cresceva le grida di gioia, e dall’altro raddoppiava i vani rammarichii ed il pianto.[409]
Molti dei più arditi Piagnoni, fra cui delle dame travestite da serve, si aprirono strada tra la folla nemica; e pervennero sino al patibolo ove, in mezzo all’universale trambusto, poterono certamente raccogliere le reliquie dei loro santi. Ben presto, però, furono allontanate dai fanti della Signoria, la quale, temendo anch’essa che quelle ceneri potessero operare miracoli, le fece tutte raccogliere sopra carri, e dal Ponte Vecchio gettare in Arno. Ma non si potette impedire a molti di raccogliere i residui lasciati nella Piazza o caduti per via; i quali residui, gelosamente conservati in preziose custodie, furono adorati, e per moltissimi anni mantennero viva la fede nel Frate e la devozione al suo convento.[410] Il giovane Pico della Mirandola, valente erudito e dotto filosofo, credette anch’egli di aver potuto ripescare dall’Arno un pezzo del cuore stesso del Savonarola; ed assicurava di averne più e più volte sperimentato la miracolosa virtù, nelle guarigioni di molte malattie, nello scacciare gli spiriti maligni, e via discorrendo.[411]
Vennero coniate medaglie, incise immagini, che da tutti i devoti erano ricercate e tenute nascoste; perchè oggimai gli Arrabbiati erano padroni di tutto, nè si poteva più resistere alla loro furia insolente.[412] Le persecuzioni cominciate, allora, contro i Piagnoni, non sembrava che dovessero aver mai fine. Fu chiuso per due mesi il convento di San Marco; privato della contigua fabbrica della Sapienza, ove erano i novizi; gli furono tolti, sotto vari pretesti, quei libri di Lorenzo il Magnifico, pei quali aveva pagato alla Repubblica 3000 fiorini:[413] così avvenne ancora di moltissimi altri diritti e privilegi che godeva da lungo tempo.[414] Nè vi mancò, pure, la sua parte di ridicolo; perchè si fecero cinque deliberazioni[415] contro la Piagnona, o sia campana maggiore di San Marco: per avere sonato a martello il giorno del tumulto, essa venne esiliata da Firenze, e portata sopra un carro, mentre il boia la frustava.[416] Molti frati andarono in esilio, fra i quali Mariano degli Ughi, Roberto da Gagliano, Aurelio Savonarola fratello di Girolamo, ed anche Malatesta Sacromoro, cui il tradimento non valse a far perdonare l’amicizia avuta col suo maestro.[417]
Grandissimo fu, poi, il numero dei cittadini perseguitati come seguaci del Frate. Altri non pochi ebbero ordine di presentarsi a Roma; ma si fecero ben presto assolvere, mediante danaro pagato ai commissari apostolici.[418] Niuno, però, si poteva liberare dagl’insulti continui d’una sfrenata plebaglia: da per tutto s’udivano canzoni oscene ed ingiuriose contro i Piagnoni, e le loro orazioni eran di continuo interrotte. La notte di Natale, per maggiore dispregio alla memoria del Savonarola, fecero gli Arrabbiati correre in Duomo un vile giumento che, poi, a furia di bastonate, lasciarono morto sulla soglia.[419] Nondimeno, ogni anno, nella notte del 23 di maggio, quel luogo medesimo ove i tre frati aveano sostenuto il martirio si trovava sparso di fiori.[420] I più costanti seguaci si dettero a scrivere, in segreto, apologie o biografie del Savonarola; dipingevano quadri religiosi, leggevano le prediche, ed attendevano la verificazione de’ suoi vaticinii.
Lo stesso giorno 23 di maggio, i Dieci scrivevano a Roma e ad altre corti d’Italia, dicendo: «quei frati avere avuto fine condegno alle loro pestifere sedizioni.»[421] I commissari apostolici, poi, non solo chiamavano il Savonarola eretico e scismatico; ma lo accusavano di quei delitti, di cui essi stessi lo facevano risultare innocente, nel processo da loro falsamente compilato. «Noi abbiamo trovato,» così scrivevano al papa, «che egli si faceva rivelare le confessioni; che il suo fine era di mettere sedizione in Firenze, movendo i cittadini gli uni contro gli altri. Trovammo questo Frate, o diremo piuttosto, per non chiamarlo nè frate nè uomo, questo iniquissimo onnipede,[422] pieno d’ogni più orrenda scelleraggine. Egli osava chiamare Iddio in testimonianza delle sue parole; dicendo che, quando non fossero vere, avrebbe voluto morire di laccio, ed avere le sue ceneri sparse al vento ed alla pioggia. E noi abbiam fatto in modo, che ogni parte di questo vaticinio sia verificato.»[423]
Da Roma, da Milano, da ogni parte vennero alla Signoria lettere di congratulazione e d’encomio. Solamente Luigi XII, che era successo a Carlo VIII, scriveva e pregava caldissimamente, che fosse sospesa l’esecuzione della sentenza, per ragioni gravissime che avrebbe in altra sua comunicate.[424] Ma il giorno in cui esso inviava quella lettera, già le ceneri dei tre martiri erano in Arno.