VIII.[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486] (continued 3)
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5º Sopra il Vº Capº disse, che Fra Serafino frate di San Gallo fu spacciato a Piero de’ Medici da Giannozzo Pucci;[604] secondo che gli disse Fra Michele converso di Certosa, dicendoli che ancora lui era stato spacciato dal detto Giannozzo.
6º Sopra il VIº Capº disse, che Noferi[605] Tomabuoni portò in casa Piero de’ Medici a Roma 500 in 600 f. per questa impresa ultima, prima che Piero venisse a Siena, et gli portò il protonotario di Petrucci a Siena, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.
7º 8º Sopra il VIIº et VIIIº Capº disse, che da Siena fu spacciato un famiglio dei Signori di Siena, da Giacopo,[606] il quale venne a Gio. Cambi et disseli, per parte di detto Giacopo, che gli mandassi un uomo fidato; et che il detto famiglio portò una lettera cucita nello staffile. E capitando alla porta a S. Friano, il bastiere che sta fuora alla porta lo fece passar Arno, et accompagnollo alla loggia de’ Pazzi, et scavalcò all’hosteria: cavata la lettera dallo staffile, la portò alla casa di Franceschetto et quivi la dette a una donna che era in detta casa, et questa lettera fu data la notte del sabato santo.
9º Sopra il IXº Capº disse, che subito che Piero arrivò a Siena per questa ultima venuta, che Fra Michele converso di Certosa fu mandato a Firenze, et che parlò a Giannozzo Pucci col contrassegno d’uno anelluzzo stiacciato, et disseli: — Piero mi disse che io vi dica, che questo è il suo anello spezzato, et che egli è a Siena a ordine; — et che Giannozzo li rispose: — Diteli che ne venga presto, che noi siamo quei medesimi, et che facci quanto per Fra Serafino gli mandai a dire; — et che tutto questo ha saputo dal detto Fra Michele, et ancora dice che il detto Giannozzo gli rispose: Noi faremo quello che noi gli abbiamo fatto intendere per Fra Serafino.
10º Sopra il Xº disse, che il detto Giannozzo mandò a dire a Piero, che mandassi uno a Furli a trattar con Gio. de’ Medici, perchè si unirebbono con lui; et mandovvi M. Luigi de’ Rossi: et che questo gli disse Fra Serafino; et questo ritrasse da Fra Michele da Certosa, che Giannozzo l’avea mandato.
11º Discorrendo sopra tutti gli altri disse, che il contratto della dote dell’Alfonsina fu falsamente rogato, et che quello distese ser Francesco da Pescia et rogollo ser Marco da Bracciano.
12º Item disse, che quando Piero de’ Medici venne con gli Orsini all’Orsaia, che M. Bernardo Accolti lo servì di f. 200 larghi per questa impresa: et questo hebbe da Piero de’ Medici proprio et ancora dall’Alfonsina.
3.
Copia sopra lo scritto di mano di Lamberto dell’Antella.[607]
Magci. Sigi. Octo, e prima mi raccomando alle V. S. et pregovi habbiate misericordia di me; chè la verità è che io sono venuto solo per fare in favore e bene per questo Stato, et per fare contro a Piero de Medici; sperando, per le opere mie, da questa Signoria trovare gratia et misericordia. Et non sono suto mosso da nessuna altra causa che questa, et che e’ sia vero, vedete che per insino, credo, del mese di Gennaio passato, cominciai a scrivere a Francesco Valori, sendo Gonfaloniere, et contro alla casa de Medici; et dipoi subito che fummo a Siena, scrissi a Piero Corsini et pregalo[608] mi mandasse un fidato a’ confini, che volevo conferire quanto ho scritto in quella lettera. Et, non havendo da lui risposta, ch’era de’ X, di poi mi missi a scrivere a M. Francesco Gualterotti, et scrissigli tre o vero quattro lettere; pure mi rispose, et io non scrissi da Siena, per sospetto di non vi capitare male, come ho detto; et presi per partito di scrivere a Nofri de’ Rossi mio cognato, che venissi a Quercia grossa per conferire con lui, perchè sapevo era amico del vostro stato: non volse venire, chè arse la lettera. Veduto non havere altro riparo, et desiderando di seguire tale opera, mi messi a venire, et mandare con la mia lettera la donna, questa mattina; che havendo mandato per lei, sperando in Dio et nella misericordia che ho visto hanno usato questa excelsa Sigª a molti, credendo trovare da loro gratia et così spero. Ancora per mia giustificatione voglio dire, s’io fussi suto mandato o venuto per altro, harei menato altro cavallo che non ho, che non si regge; ma fu solo mio motivo.
Et perchè hiersera mi fu detto ch’io scrivessi quello sapevo, oltre a quello che per la lettera si era scritto; così farò.[609]
13º Et primo: a Roma venne, circa a mezzo novembre passato, Domenico Alamanni; e subito ch’e’ venne si abboccò con Piero e col Cardinale; durò molti giorni che sempre lui et Nofri Tornabuoni et Lionardo Bartolini si rinchiudevano col Cardinale et con Piero, et stavansi alle volte quattro hore o più: quello che si ragionassino o facessino non lo so, chè tra loro non entrava persona.
14º Di poi, vi capitò Lionardo de Nobili el quale anche tenne una stretta pratica con Piero et con Ser Antonio da Bibbiena, ch’era quello che haveva tutti e’ segreti; et quando poi si partì da Roma et parlò seco, che credo Bernardo del Nero fussi già gonfaloniere di giustizia, partissi molto segreto: solo lo seppi poi parecchi giorni.
15º Quando Piero de’ Medici si fu partito per venire a Firenze, credo fussi uno dì poi; sendo in Camera el Cardinale, lei[610] et Lionardo Bartolini et M. Lodovico et Coppo da Monte Gonzi et io, si venne a ragionamento di questa cosa di Piero; et ragionato di che gente egli haveva, io dissi a Mª Alfonsina: e’ si dice che nessuno de’ nostri Orsini non cavalcano. A che Lionardo Bartolini non lasciò rispondere et disse: gli è il vero, et ènne cagione che egli hanno mandato un loro fidato a Firenze a parlare a Bernardo del Nero, et hanno avuta una risposta che gli ha fatto tirare adietro; e questo si è ch’egli ha detto, che è buono amico della casa de’ Medici; ma che queste cose vogliano tempo assai, et ch’e’ bisogna aspettare tempo, et lui sarebbe sempre buono amico. Et per le parole che disse Lionardo Bartolini, si dimostrava che ’l mandato degli Orsini fussi stato M. Agnolo da Tiboli o uno suo fratello.
16º Ancora quando Bernardo del Nero fu tratto gonfaloniere di giustizia, sendo in Roma Cicognano da Castrocaro, ne faceva gran festa et a me disse: io son certo che Bernardo è grande amico della casa de Medici. Domandandogli quello che ne sapeva, mi disse ch’a lui, Bernardo avea fatto intendere certe cose, per le quali n’era certo; il che a me non volse dire.
17º In questo tempo che in casa il Cardinale era tanta allegrezza di questa lectione[611] di Bernardo del Nero e de’ compagni; mi disse Antonio da Ricasoli, che Piero gli avea detto, che aveva chiaro per se el Gonfalonieri et tanti de’ compagni, ch’erano abastanza in questo tempo. Io non gli parlavo a Piero de’ Medici, et era parecchi mesi che noi non gli avamo mai parlato, et Antonio da Ricasoli sempre cavalcava seco et sempre era con lui et intendeva qualcosa.
18º Circa a mezzo maggio, mi mostrò l’Alfonsina una lettera che gli scriveva la madre, et diceva che haveva avuto la sua lettera, et ch’el libro che la voleva che chiedessi, per sua parte, a Niccolò et Piero Ridolfi, che non lo aveva fatto; perchè era tempo a serbare gli amici ad altro che chiedere loro niente: ma che stessi di buona voglia, perchè presto ci verrebbe lei pel libro da sè. Et secondo mi disse l’Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi, et disse che se lo tenevono et da lui[612] non haveano havere niente.
19º In Calendi agosto, fece un anno, sendo a Bolsena Piero malato, et noi vi stavamo con lui; v’era un contadino d’età di circa 50 anni et, non sendo lasciato entrare dentro, disse alla guardia, che veniva a parlare a Piero. Fummi detto et io lo feci venire, et dicendolo a Piero, haveva la febbre; lui mi disse: intendi chi egli è, et quello ch’ei vuole. Io lo feci. Disse essere mandato da Agnolo Fortini, et che Agnolo lo mandava a fare intendere a Piero come era finito el tempo del suo confine, et ch’e’ poteva tornare in Firenze: ma che non voleva tornare nè fare altro, se non gnene faceva intendere, et ch’era parato andare e stare et fare quello che a lui pareva, o voleva. Piero me gli fece rispondere, che pigliassi quel partito che a lui fossi commodo et quello che meglio gli metteva; et altro non gli volse rispondere, che io sappia; et parlò anche con Giulio de’ Medici: credo gli dicessi quel medesimo che a me. Il detto contadino aveva perduto per via la berretta, et condussesi quivi sanza nulla in testa.
20º Io ho detto in su quell’altra lettera o examina, ch’ai 10 di giugno, fecie un anno, che Fantonano e Francesco Naldini andorono sconosciuti a Bracciano et a Galera, a parlare a Piero: presi errore, chè fu a dì 10 di maggio, che fu un mese prima.
21º Ancora, Sigi. Otto, vi dissi iersera ch’io credevo trovare modo a fare, che Giacopo et Pandolfo Petrucci farebbono insieme quistione et sarebbe la loro ruina; et questo dico per più ragioni: la prima che per certi danari (e comprendo siano somma grande) pochi giorni fa, che il figliuolo maggiore di Iacopo, presente molte persone, ebbe gran differenza con Pandolfo et vennono a triste parole; da altro canto Iacopo è grandissimo partigiano di Piero de’ Medici, Pandolfo non è così; perchè quello ch’e’ fa, lo fa cacciato da Iacopo et per paura, et disse e’ vorrebbe che Piero tornassi, per assicurarsi lo Stato. Et se e’ tornassi, sarebbe peggio per sè; perchè io mi sono trovato presente, che Piero ha promesso al protonotario figlio di Giacopo, che se mai e’ torna, che al figliuolo di Iacopo soldato, darà quattro squadre di cavalli; et oltre a di questo, a spesa de’ Fiorentini, a Siena o in su’ confini, terrà sempre gente d’arme assai; e’ quali habbino a ubbidire a Giacopo, per rispetto di levare lo Stato a Pandolfo et darlo a Giacopo; et gli ha promesso, se torna, di fare ogni sforzo che potrà, per fare che Iacopo governi lui, et Pandolfo vadi sotto. Come sanno le S. V., Pandolfo oggi è il tutto et ha almanco quattro frategli maggiori di sè; et Giacopo, che è il maggiore, non può oggi quasi niente et sta male contento, et io più volte ne l’ho sentito dolere. Se Pandolfo sapessi questa cosa, credo harebbono poca pace insieme, et a Piero de’ Medici non darebbe mai più aiuto; et quando questa Signoria volessi, stimo harebbono da lui ogni buon patto; perchè, come di sopra dico, Piero de’ Medici non gli sodisfà.
22º Quando io venni a Siena questa volta, mi disse Antonio coltellinaio, che d’agosto passato, che viene a essere ora fa l’anno; vi venne a casa sua di notte, in Siena, uno, dua volte a vedere s’io v’ero; et poi intese, che era Lionardo Federighi; quello che si volessi da me io non lo so, perchè non mi ricordo mai aver parlatogli a’ mia dì.
23º Intorno a’ fatti ancora di Gio. Cambi, mi disse un Guerrino, credo sia da Camerino, che ha tolto Piero de’ Medici per maestro del figliuolo, che dicono è dotto; dissemi haver parlato con Gio. Cambi più volte in Firenze, et che Giovanni diceva, il bisogno di Piero sarebbe che 25 o 30 degli amici sua fussino cacciati.
24º A Siena mi ha detto, pochi dì sono, un Girolamo Cinuzzi sanese, che aspettò Piero a Siena quando e’ venne qui, per fargli intendere cose a suo gran proposito per ordine del vescovo dei Pazzi: et che lui fece andare a Siena Antonio de’ Pazzi et accozzossi con Iacopo et Pandolfo. Poi si partì il detto Antonio de’ Pazzi, che Girolamo Cinuzzi non lo seppe, chè fu ordine di Giacopo et Pandolfo; non seppe intendere che ne fussi causa; et dissemi el detto Girolamo Cinuzzi che aveva tale commissione et ordine, che era la salute di Piero; et che aspettò Piero a Siena per farglielo intendere, et che Piero non lo volse udire et dissegli ch’e’ non bisognava. Ancora mi mostrò il detto Girolamo un comandamento scritto per parte della Signoria, al tempo di Bernardo del Nero, che durava otto giorni, che era per sua sicurtà; et dissemi: questo non è fatto, o non si fè senza cagione. Non mi volle dire a che fine; ma bene mi disse che aveva vòlto il vescovo a riunirsi con Piero, et vollelo per fratello, in caso che e’ si voleva assicurare che Piero non fossi loro inimico.
25º La partita nostra di prigione, fu più perchè ci trovavamo in disordine grandissimo, et quivi sopportavamo spesa assai: solo per la pigione fiorini uno e mezzo per il mese, et habiavamo assai altri debiti; e Piero de’ Medici ci mandò a dire, per Antonio coltellinaio et per il fratello, che noi facessimo ogni cosa per irlo a trovare e uscire di prigione; et se per uscire bisognava danari, che di ogni somma ci servirebbe, pure che lo andassimo a trovare; e mandocci a dire, che se noi n’uscivamo et andavamo a trovarlo, che ben presto tornerebbomo e lui e noi, che avevano grandissimo ordine di gente a piè et a cavallo. Et noi per tal cosa ci mettemmo alla ventura; ma la causa principale ne fu el debito che ci trovavamo et la spesa grande che avamo addosso; chè se questo none fussi stato, mai haremmo fatto tal cosa; ma cacciati dall’una e dall’altra, et con speranza che, se pur si trovava che quello ci aveva mandato a dire Piero non riuscisse, speravamo che lui nella casa e ne’ benefici del Cardinale, ci havessi a dare qualche avviamento, che noi potessimo vivere honorevolmente.
26º E anche, vedendo noi che ’l partito, come savamo messi nelle Stinche, s’era, se n’usciavamo, esser confinati; facemmo quel pensiero, che se pure havessimo a stare a’ confini, in quel tempo che stessimo fuori, Piero ci avessi a fare le spese et intanto assettare e’ fatti nostri et che[613] de’ debiti: se avessimo pensato di havere a essere ribelli, mai ci saremmo partiti.
27º All’uscita nostra; prima ne volemmo uscire circa a dì otto, et chi ci aiutava, gli uscì la scala di mano, di modo l’avemmo a tirare dentro et facemmone molti pezzi, et poi la gettammo in uno necessario che è in Mallevato:[614] allora ci aiutava Andrea di Giovanni Pelacane, et Antonio suo fratello, et Santi famiglio di M. Alessandro mio fratello; et come dico quella volta non riuscì. Dipoi, la seconda volta, questo Andrea Pelacane et il fratello non se ne vollono travagliare: facemmo fare la scala e tutto ciò che bisognava, al detto Santi da Pontormo famiglio di M. Alexandro, e lui solo ci aiutò e così n’uscimmo.
28º Hora, Magci Sii Otto, queste tutte scritte cose, insieme con quelle della lettera di mia mano, che V. S. hanno scritto sopra tutti e’ capitoli, è quanto io so et quanto io mi ricordo, tutte vere, et così troverete.
29º Al presente voglio scrivere la vita et modi e costumi et pensieri di Piero de’ Medici; ma prima ancora vi voglio dire questo, che se questa Signoria o questo Stato se lo vuole levare dinanzi, vi credo dare un modo molto facile; bench’io per me, quando ne avessi a dire mio parere, conforterei et consiglierei questo Stato che se e’ vogliono in tutto rovinare la casa de’ Medici, facessino ogni cosa di tenerlo vivo per le cagioni che udirete. Et prima, se e’ vive, è impossibile che lui et il Cardinale non habbino presto differentia insieme; et digià, poi che il Cardinale tornò da Milano, vi sono stati molte volte presso, chè sono stati più volte a di triste parole; et evvi in casa el Cardinale qualcuno a chi e’ presta fede, che non attendono ad altrochè mettergli in discordia. Et è forzato che e’ non possino insieme reggere, perchè Piero vuole essere il maestro lui, el Cardinale non stima niente, et qualche volta, presente ogni persona, sanza riguardo nessuno, Piero a ogni parola del Cardinale s’oppone et dicegli parole che non si direbbero a uno suo famiglio; et se pure e’ reggono, sarà causa Piero che mal si potranno rilevare, perchè spende più lui solo che non fanno tutti. Pure ch’ei possa havere danari et per ogni modo, ne piglia, pure, che havere ne possa; et come viene danari nessuno al Cardinale, bisogna ch’e’ n’abbi la parte sua; et siano quanti si vuole, che mai gli tiene dua giorni addosso che sono giucati; ma non gli giuoca, anzi gli getta. Et pensate si truovano debito f. 6000 e’ quali sono a interesse a 20 p. cento, et la spesa grandissima che hanno non possono reggere; perchè l’entrate loro sono molto indebolite, perchè nessuno di loro non ha governo; et non spendono fiorino che non costi loro lire otto, perchè chi gli provede gli fa entrare per l’uscio; et non hanno più che impegnare, perchè hanno pegno le gioie, gl’arienti disfatti, et le tappezzerie et cose sottile tutte pegno. Et se la fortuna loro facesse che un dì el cardinale morisse, che e’ potrebbe esser, ch’è malsano; Piero si condurrebbe a quello che e’ merita, che morrebbe di fame.
30º Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri sua. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte; perchè quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile, perchè a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el giorno a fare buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perchè per quel conto v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo, quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’hora o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella poveretta mai non si rallegra che sta fresca.
31º Con lui non è bene nè conditione altre qualità di persone, che qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano.
32º (sic) O qualcuno che gli dia a ’ntendere d’essere gagliardo, pure che siano huomini che gli menino innanzi cose che sieno secondo il gusto suo; chè, come di sopra dico, a altro non pensa, se non alla gola o al giuoco, alla lussuria d’ogni qualità e alle braverie la notte; benchè lui sia el più vile huomo di Italia. Nessuno huomo da bene o savio non gli piace.
33º Io gli ho udito dire più volte, che se lui havessi Mariotto Barbieri e Golpino, non si curerebbe di star fuora; ora egli ha il Golpino, bench’io credo che lui ne vorrebbe esser digiuno d’esservi ito, perchè in quella casa pochi giorni vi durano e’ favori, chè ogni cosa nuova piace loro; et so, che poco tempo fa e’ si trovava a Siena, a piè et senza un soldo, et se e’ volle tornare a Roma, e’ se ne tornò a piè; et per vivere, da chi accattò un carlino, da chi un altro. Fu come di Bino cavallaro, che lo mandarono in tanti viaggi per tutta Italia, con tanti pericoli che fu molte volte per mettervi la vita, et di suo spese molti danari: mentre hebbono bisogno di lui non si diceva altro che Bino; dipoi lo stratiorno come una bestia, di modo quando si fece quella legge,[615] gli parve mill’anni lasciargli. Così si fusse ella intesa per me, ch’io non sarei in tanti affanni.
34º El più ingrato huomo non ha tutta Italia: fàgli quanti piaceri puoi, che lui sempre non ne fa conto nessuno, nè mai harai da lui una buona parola. Di qualcuna ne voglio dire, et prima: egli hanno quel frate che dette la cappa al Cardinale,[616] quando e’ si partì di qui; per suo ristoro, e’ lo tengono peggio che per famiglio, et non ha niente in dosso, scalzo e gnudo come più volte è suto cacciato di casa; pure hora gli danno un poco di pane come gli altri famigli. Evvi stato con lui un altro frate, che Piero gli mandò, più tempo fa, tutti a dua a recare qui non so che lettere alla Lucretia sua sorella; chè a questo habbiate avvertenza, che le scrive molto spesso; quello che le lettere si contengono, io non so, ma so bene che se ne fa conto: et anche quello altro frate, come non hebbono più bisogno, fu cacciato via. El povero Buschetto che fu mazziere, che per loro ha avuto tanto male, l’hanno cacciato più volte; ma lui fa come e’ cani, se Piero lo caccia, e’ va a trovare Giuliano; e quando Giuliano, e’ va al Cardinale; et per importitudine pure ha da mangiare. Tutti gli altri servidori vecchi, pochi o nessuno non hanno; chè gli hanno trattati per modo, che è bisognato vadino a stare altrove.
35º Un altro servidore haveva Piero, ch’era huomo da bene et haveva seguitato Piero sempre, che uscì con lui di Firenze, et servivalo delle credenze, et tagliavagli innanzi, et qualche volta cucinava per la bocca sua, et vestivalo et spogliavalo; e, oltre a questo, più volte andò a Roma e a Vinegia e altrove per danari, e arrecò più volte parecchi migliaia di fiorini per volta, et con tanta fede et amore lo serviva quanto era possibile: credo V. S. habbino di lui notizia, che si chiama Francesco Nero lombardo et era di persone da bene. La remunerazione ch’egli ebbe, fu ch’el suo Ser Piermatteo[617] se lo rechò a noia, et Piero lo cacciò via vituperosamente, et tolsegli e’ panni et l’armi et ciò ch’egli haveva; et me richiese più volte che io lo facessi ammazzare a uno mio famiglio: promissigli et fecimene beffe. Pensate quello che farebbe, se e’ potesse, a quegli che si tiene diservito, quando chi l’ha servito con tanta fede lo paga di tale moneta.
36º Quello che gli hanno fatto a mio fratello et a me, per al presente non ne voglio scrivere, perchè s’harebbe troppo che dire et sono la maggior parte cose pubbliche; ma non è maraviglia, perchè si diletta di stratiare gli huomini et maxime le persone da bene; chè quando può fare qualche male o qualche danno e vergogna, e’ ne ’ngrassa, et molto più a quegli che l’hanno servito: et fate questa conclusione, che chiunque lo serve, lui non stima niente il servitio, perchè gli pare che ogni persona lo debba servire et essergli obrigato per tributo.
37º Hora diremo parte de sua pensieri. Lui non vorrebbe tornare in Firenze, se non per mezzo de’ potentati; perchè con cittadini non vorrebbe obrigo, per potere tiranneggiare et fare a suo modo; et che questo sia, io so che da poi che siamo con lui, da più persone gli è stato ricordato più volte, ch’e’ sarebbe bene et suo bisogno di posare et attendere a fare una costumata vita, et far vive le loro entrate, et stare in pace et con riputatione, et sopratutto mostrare a questa Signoria di volere essere loro buon figliuolo, et con l’opere et con scriver loro qualche volta buone lettere, et chieder misericordia et raccomandarsi: mai n’ha voluto far niente, anzi sempre drieto a’ Vinitiani, al Duca e al Papa che lo hanno uccellato come una bestia che gli è; et ha havuto fede per mezzo de Sua Orsini. Et se questa via o modo gli riuscissi o fussi riuscito, la prima cosa ch’e’ vuole si è, che ser Giovanni[618] ritorni al luogo suo alle riformagioni, et ser Piero et frategli al suo governo et loro officii et esercitio che avevano prima, et con più riputatione che mai, come gli tiene hora che altro bene che loro non vede. Et queste due cose di ser Giovanni et de’ Bibienesi, farebbe solo perchè sa che a’ nimici et agli amici et a tutte queste terre non potrebbono più dispiacere; et lui vorrebbe mostrare, per questa via, a ogni persona, che e’ volessi fare a suo modo, et non volere consiglio di persona: chè a me et ad altri più volte l’detto, che mentre ch’ei vive, et maxime se torna a Firenze, che mai non vuole consiglio di persona; che vuole capitare più presto male per le mani et consiglio suo, che bene pel consiglio d’altri. Et non è molto tempo, che sendo lui a Roma in Camera, che v’era el Cardinale et l’Alfonsina et Lionardo Bartolini et M. Lodovico da S. Miniato et altri, quivi si ragionava del tornare a Firenze; allora lo pareva havere in mano dopo qualche ragionamento, et M. Lodovico si volse a Piero et dissegli: — Voi tornerete a Firenze et farete uno bello stato, et con uno maturo et buon consiglio di 25 o 30 cittadini farete la pratica, et con loro consiglio governerete la terra. — Egli fece presto una breve risposta, che gli fe dua fiche in sul viso, et disse: — Voi doveresti intendere che io non voglio consiglio di persona. — Come se costui fussi qualche savia testa, che se e’ governassi el più vil castello che voi havete, et lo trovassi in pace e ordinato, in manco d’un mese lo rovinerebbe et metterebegli in discordia.
38º Ma che bisogna di questo dirne più; non se n’è visto prova? Chè gli rimase el più bello Stato, el meglio fondato di Italia, et in 31 mesi lo perdè et rovinollo; et tutto per le sua bestialità, homicidii, tirannie et usurperie che e’ faceva; et crediatemi che molto peggio farebbe se e’ tornassi; chè male per questa povera città et per molti che ci sono, se e’ ci tornassi, de’ quali qui ne dirò. Prima se e’ tornassi, per forza, fa pensiero spianare queste case:
39º La prima e’ Nelli tutti, e’ Capponi la maggior parte, e’ Nasi ancora buona parte, e’ Gualterotti, e’ Bardi, Pagolantonio Soderini e ’l figliuolo, e’ Giugni tutti, e’ Corsi tutti, e’ Ruccellai parte, gli Scarfi, e’ Valori, e’ Pazzi, et degli Albizzi qualcuno, et moltissimi altri spicciolati et maxime Girolamo Martelli.
40º Et non tanto l’animo et voglia di Piero sopra a questo caso; ma e ’l Cardinale disse a Bolsena, havendo la speranza, per la venuta dello Imperatore che di già si trovava a Pisa: che se e’ tornavano, del 78 non era stato niente a l’uccisione, el 34 allo exilio dei confini niente, appresso a quello che farebbono loro; perchè si volevono assicurare di non esser mai più cacciati. Sì che vedete la loro buona volontà et dispositione verso questo popolo. Al popolo minuto, in tutto volevano levare l’arme di mano e torle loro; e qualunche e’ trovassino che havessi provisto d’arme per far loro contro, punirlo et gastigarlo per dare exemplo.
41º Di Lorenzo et di Giov. di Pier Francesco[619] fanno pensiero di avere tutta la loro robba, et dicono che la si appartiene a loro per certi capi tra Cosimo et Lorenzo vecchio; con questa fanno pensiero di ringrassarsi; se già non si accordassino con loro.
42º Le entrate del vostro Comune si ritornerebbono negli Orsini et nel sig. Bartolommeo D’Alviano, chè a tutti fa pensiero dare gran condotta per ingrassargli et per havergli a suo proposito, et anche al figliuolo di Jacopo Petrucci quattro squadre di cavagli, e a molti fanti a piede ha promesso, a chi fare capitano della guardia e a chi dare gran condotte, maxime a certi conestabili Corsi: pensate a quello che saresti condotti in mano de’ Corsi, chè le vostre robe et case in Firenze e in contado non sarebbon sicure, sotto cento chiavi, alle loro mani!
43º Sappiate che la sua venuta, hora ultimamente, e’ poteva nel modo ch’e’ venne, venire un mese prima, et con quella gente medesima, che furno circa 1300 persone tra piè et a cavallo. Ma non volse venire, prima perchè stette a bada et a speranza da’ Venitiani che l’havessino a servire di gente a piè et a cavallo, et di danari; chè Ser Piero tutto giorno scriveva di Vinegia, che e’ farebbono gran cose, benchè Piero anche teneva pratiche grande col Papa, et al Duca, secondo si vedeva che con forza voleva venire, per entrare come signore et non come cittadino, per potere tiranneggiare a suo modo.
44º Et come sanno le V. S., Piero haveva fatto trarre fuori una boce cheaveva migliaia di mogge di grano da’ Sanesi; sappiate ch’e’ non dice la verità, perchè e’ Sanesi non havevono per loro, et se e’ non fussi stato che dopo molti giorni che Piero venne qui, e’ venne una nave nel porto di Talomona, che ne rechò parecchie centinaia di moggia, e’ si morivono di fame. Et fatiche grandi gli fu, avere da loro tanto pane che bastassi alla gente che haveva, tre dì; et se c’entrava dentro, ci affamava affatto, perchè ci sarebbe piovuto tutto il mondo di gente, et questo è il grano che e’ n’arebbe dato: chè sappiate che infra l’altre sue virtù, rade volte dice uno vero, et non se gli può credere cosa ch’e’ dica.
45º Ancora voglio fare intendere l’altre sue virtù. Sappiate che con grandissima istantia richiese M. Alexandro mio fratello, che voleva che traessimo veleno di bòtte,[620] quello che se ne volessi far non lo so, ma M. Alexandro lo tenne a bada con dire che volevono essere bòtte grosse, et quivi non era se non d’acqua, et lui gli disse che quelle dell’acqua non erano buone.
46º E un’altra bella cosa: lo richiese che voleva ch’e’ facessino le monete false et d’archimie. M. Alexandro gli disse, che sapeva fare un ariento che era a 4 leghe et a ogni paragone si mostrava a 7, et reggeva al martello et al fuoco et al dorare e a ogni altra cosa, excetto che al cimento. E’ v’entrò su, et per ogni modo voleva fare monete false; M. Alexandro lo trastullò tanto che gli uscì quella fantasia: vedete che uomo da governare una città come questa!
47º Hora io voglio fare questa conclusione de’ fatti sua: egli non ha cervello anzi è pazzo, et non ha danari se non debito, et non ha riputatione, chè per tutto s’è fatto scorgere, et non ha amici perchè qualunche lo pratica gli diventa nimico, et non ha credito perchè pubblicamente è fallito; sicchè V. S. sanno che conto hanno a tenere pubblicamente de’ fatti sua.
48.º Magn. Signori mia, quanto qui è scritto, tutto sono cose verissime et certe, et così tutte quelle per via della lettera, et che da me per ogni modo avete inteso; di niente manco, et credo che per quanto qui ho scritto, giustificare V. S. che io in eterno sono et voglio essere nimico capitale di Piero de’ Medici; che quanto non fussi mai altro che questo tra noi, mai più non può essere se non guerra; et in questo luogo sono, solo perchè venni nei terreni vostri, per fargli male et per fare et per operare bene per questa repubblica e stato, chè così è giusto. Adunque, Magnifici Signori, mi raccomando a V. S. et vi prego habbiate misericordia di me, et che questa volta sia quella che si verifichi quello che per tutta Italia si dice, che questa è la casa della misericordia et che in tutto ci si vive ecclesiastico et cattolicamente. Et però imitate l’opere del Nostro Signore, che San Paolo lo perseguitò tanto, et subito che tornò a penitentia, lo prese et perdonògli et amollo grandemente, et fu poi tanto gran servo et tanto augumentò la fede. Ancora so che Cristo dice nel Vangelo, che si fa più festa in paradiso, d’uno peccatore che torni a penitenza, che di 99 giusti che si salvino. Ancora so che dice nel Vangelo, che subito ch’el peccatore torna a penitenza, Dio gli perdona, et non tanto gli perdona, ma si dimentica e’ sua peccati.
49º Et però di nuovo, M. S. mia, vi voglio pregare; da poi che il nostro Signore Iesù Christo così volentieri perdona, vi prego che perdoniate a me; acciocchè lui nella vostra fine perdoni et habbi misericordia di voi; et come più volte ho detto a V. S. et mostro per più ragioni certissime, è horamai un anno appresso che[621] ci convertimmo in tutto alla vostra fede, che ci partimmo da Piero de Medici. Adunque, se siamo tornati a penitentia, è giusto ci sieno rimessi e’ peccati; et se io sono venuto nel modo che io sono, n’è stato causa le cagioni più volte dette et la confidanza che ho havuto nella misericordia vostra, la quale, io so, havete usata a quegli che io non sono in peggiore grado di loro.
50º Ancora vi voglio dire questo, che io ero in tutto disposto, che se altro riparo non trovavo, di montare uno dì a cavallo, et venirmene diritto a smontare alla porta del Palazzo et gittarmi nelle braccia vostre et riferirvi tutto quello che vi ho riferito.
51º Benchè io sia presuntuoso, ricorrerò alle V. S. a chiedervi una gratia; et questo si è, che ’l mio povero fratello che si truova a Siena è infermo et è là in grandissimo pericolo, perchè diranno che io mi sia fatto pigliare in pruova; che si trovassi qualche via o modo, per via di salvo condotto, farlo segretamente levare, et lui v’è fedelissimo servidore et nimico più di me di Piero, che non si può dire più là. Certificandovi che quello ho scritto a ogni richiesta delle V. S., lui lo scriverà et affermerà tutto essere vero; chè lo amore della patria et la verità ci farebbe fare ogni nostra possa e gran cosa, per salvare questa nella quale noi desideriamo questo resto della nostra vita vivere et morire.
52º Sommi tornate a memoria dua altre cose che io voglio fare intendere. La prima, che quando Piero faceva el provvedimento de’ danari, per venire qui a questa ultima impresa; Lionardo Bartolini venne qui, un dì dopo mangiare, a lui, in camera, che io v’era; et lui haveva havuto un poco di terzana et stavasi in sul letto, et Lionardo gli parlò allo orecchio; et subito si gittò del letto et andonne in camera del cardinale, che à sotto la sua; et io stetti un pezzo, et venendomi voglia d’andarmene, presi la via della camera del Cardinale, non sapiendo che Piero vi fussi: egli era quivi, et con lui al segreto Michele del Becchuto. Quando Piero mi vidde, bollì ch’io l’avessi visto; quello si facessino non so, ma stimo fussi per provedere a’ danari; ma per male hebbono ch’io lo vedessi.
53º Quando fummo presi a Siena, ch’eravamo in guardia di Ser Girolamo del Dalphino, a stanza[622] di Piero come è detto; venne a Siena uno Pratese che gli era suto tolto una mula et menatala, la qual mula ser Girolamo l’haveva comperata et[623] buona derrata. Tornò uno dì nella guardia dove eravamo, et era tutto mal contento; dimandandogli che haveva, disse: mi bisogna rendere la mula, perchè è venuta una lettera a Pandolfo da Pier Giovanni da Ricasoli, et Pandolfo vuole che io la renda anche io. Gli dissi: oh! Piergiovanni è amico di Pandolfo? Lui disse: da qualche dì in qua, sì; perchè nella impresa di Piero si portò molto bene, ch’era commessario alla Castellina.
XXXIV. (Lib. IV, cap. II.) Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno dell’Ascensione.[624]
1.
Die III Maij, 1497.
Item dicti Domini simul adunati etc. Obtento partito secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; advertentes ad publicam utilitatem et ad negocia occurrentia pro conservatione pacifici status comunis Florentiæ; et advertentes etiam qualiter estas et tempus estivum appropinquatur, et quod congregatio personarum posset inferre periculum morbi, et pro obviando peste, et aliis iustis causis moti etc.
Deliberaverunt quod in Civitate Florentiæ et in quacumque ecclesia eiusdem civitatis, unicuique religioso et alijs ad quos pertinet, liceat predicare et predicam suam exponere, modis et formis et prout decet, et permictentes secundum sacros canones et sanctam ecclesiam Dei; et hoc solum et dumtaxat per totam diem crastinam, quæ est dies Ascensionis Domini et quarta presentis mensis maij, et non ultra vel aliter quoquo modo. Declarantes insuper, quod elapsa dicta die crastina, videlicet quarta presentis mensis maij, nequeat aliqua persona cuiuscumque gradus vel qualitatis existat, nec religiosus vel aliquis alius, aliquo modo, via vel forma, in dicta civitate Florentiæ predicare et predicam vel sermones aliquos facere publice, sine eorum expressa licentia, sub pena eorum indignatione. Et insuper declaraverunt omnibus ad quos pertineret modo aliquo, quod omnia et singula scanna et panche et panchette et alia similia, quæ essent vel esse reperientur in aliqua ecclesia dictæ civitatis, posita vel facta pro audiendo predicare etc., predictas debeant, post predicam cras fiendam, immediate removeri; adeo quod per totam diem quintam presentis mensis maij disgonbrentur, ad effectum ut supra eis dictæ predicationes audiri non possint, et quod amplius durante eorum officio, non predicetur sine licentia, ut supra. Mandantes etc.
Die 6. dicti mensis, Dominicus Donnini mazerius etc., retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiæ sancti Spiritus et sanctæ Mariæ del Carmino et sanctæ Felicitatis, et Tomasius Joannis mazerius retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiae sancti Petri maioris et sanctæ Reparatæ et sanctae Mariae servorum et sancti Marci et santi Laurentij de Florentia.
2.
Dicta die III Maij, 1497.
Item dicti domini simul adunati etc.; obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras, et omnibus servatis etc. Quia ad eorum aures pervenit, quod in eorum civitate et territorio factæ fuerunt mulctæ, ut dicitur scommesse, per nonnullos, utrum predicabitur cras in dicta civitate nec ne, contra formam legis et bonos mores; ideo, dictis et alijs iustis causis moti etc., omni meliori modo etc., declaraverunt etc.: dictas, ut vulgo dicitur, scommesse et seu pignora, ut supra dicitur, factas non valuisse et non valere modo aliquo. Mandantes ex nunc per partes quæ sic fecissent, reducendas esse et sic reduxerunt dictas scommissas et pignora in pristinum statum et prout erant ante predictas scommissas et ac si factæ non essent, et quod hic cedant in augmentum aliarum legum de materia disponentium. Mandantes etc.
Item dicti domini simul adunati etc., obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras et omnibus servatis etc.; deliberaverunt et mandaverunt, quod nullus cuiuscumque qualitatis audeat vel prosumat, modo aliquo, per se vel alium, vel sub aliquo quesito colore impedire, dicto vel facto aut opera, aliquem cras predicament, aut aliquem religiosum, quod cras non predicet publice in quibuscumque ecclesia dictæ civitatis cuiuscumque qualitatis, aut removere scanna vel panchas seu panchettas etc., sub pena eorum indignatione. Mandantes etc.
XXXV. (Lib. IV, Cap. II.) Lettera che racconta il fatto avvenuto nel giorno dell’Ascensione.[625]
Jesus. Al nome di Dio, addì 4 di maggio 1497.
Charo in luogo di fratello etc. Dipoi ti partisti non ho tua, simile non to scripto per non essere accaduto, e questa solo avisarti come stamani a ore 12 in circa è suto per ire sottosopra Firenze; e questo fu che fu battuto un tamburo, ancora mentre si predicava in Santa Maria Delfiore 2 o 3 volte, e dicesi fu umfratello di quel Decti che è confinato. Intendi che predicava frate Ieronimo, e a quel romore si levò tutto il popolo e cominciò a fuggire, e di quelli più ferventi insieme col frate incominciarono a gridare: misericordia! alzando suso certe croce d’ottone co’ crocifissi, e così le donne alta voce: misericordia! E a questo romore Bert.[626] Giugni, che de gl’Otto nuovi, andò in chiesa per attutare il popolo, e fu per essere tagliato a pezzi da quelli di Fra Girolamo. E molti di detti frateschi andorono nella via del Cocomero, di numero circa 60, e uscirono tutti dipoi fuori, con arma in aste, di casa Piero Franc. Tozinghi e del ricco Cambi; e venendo contro a Fra Girolamo per aiutarlo, di quelli erano con lui cominciarono a temere e a fugire. Pure non seguì altro; condussonlo a San Marco e entrato drento gridavano: viva Frate Girolamo signore. In modo qui è come una spilonca di ladri, e otti una grande invidia, che dubito fra pochi dì ci si farà tanto sangue che mal qualcuno; e stanotte si dice era ordinata una congrega di circa quattrocento armati e aveano circa 50 scure, colle quali aveano a rompere le porte di Santa Maria Delfiore e gittare in terra il pergamo, e per negligentia di qualcuno che non si svegliò delle parti, cioè de’ capi, non si fè. Pure quelli vi si trovarono ne ruppono una e inbrattorono co più brutture il pergamo, e chi dice fu avvelenato; pur scoperto questo abuonora, si nettò e per tutto si ripiallò di nuovo. Non è suto altro: ragunoronsi gl’Otto e altro non è partorito; che ànno preso troppo grande animo manimettere gl’Otto. Dio voglia che ben vadia! Per questa non dirò altro, per non avere tempo; che è suto mandato per me, e l’animo mio, so losai, quanto sia di servirti; e pertanto, achadendoti cosa alcuna di dì o di notte, o in persona o altrimenti, comandami; e quando vuoi vengha costì, mene avisa, che sempre sarò parato ubidirti. Vale e me ama. Tuus
Io. De Boromeo. Florentiæ.
XXXVI. (Vol. II, pag. 26.) Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola.[627]
Dilecti Figliuoli, salute et apostolica beneditione. Conciosia che spesse volte et da più persone degne di fede, et docti huomini tanto ecclesiastichi quanto secolari, in diversi tempi abbiamo inteso un certo Fra Girolamo Savonarola Ferrarese, dell’ordine de’ Predicatori, et alpresente, come si dice, Vicario di San Marcho di Firenze, avere seminato certa pernitiosa doctrina nella città di Firenze, in scandolo, iactura et pernitie delle semplice anime col pretioso sanghue di Cristo ricomperate: il che certo non sanza grande dispiacere dell’animo nostro abbiamo udito. Ma perchè speravamo lui enbreve, conosciuto l’error suo, doversi ritrare da la pericolosa vita, et con vera semplicità di cuore a Cristo et alla Sancta Chiesa umilmente e con debita obedientia tornare; con nostre lettere, in forma di brieve, al decto Fra Girolamo in virtù d’obedientia sancta comandamo che venisse a noi et schusassisi di certi errori contro a lui adducti; et observassi alchune cose le quale gli comandavamo che al tutto di predicare cessassi: alle quali cose non volle obedire. Et noi, mossi da buoni rispetti, noi più benignamente seco portandoci che forse la cosa non arebbe richiesto, certe excusationi per lui addutte accettamo. Et sostenemo la inobedientia sua nel perseverare nel predichare, contro la prohibitione nostra; expectando per la nostra clementia lui dovere alla retta via della obedientia convertirsi. Il che, persistendo lui nella sua durezza, altrimenti succedendo, con altre lettere comandamo, nostre in forma di breve, data adì VII di novembre nell’anno quinto del nostro pontificato; gli comandamo in virtù di sancta obedientia e sotto pena d’excomunicatione di lata sententia ipso facto incurrenda, che obedissi nell’unire el convento di San Marcho di Firenze a una certa nuova congregatione chiamata della provincia romana et toschana, nuovamente per noi creata et instituta. Il che non è facto, nè voluto in nessuno modo obedire alle nostre lettere, dispregiando la censura ecclcsiasticha nella quale esso facto incorse, et continuamente con pertinacia et dapnatione persevera. Per la quale cosa noi, volendo dare oportuni rimedi per la salute dell’anime costì, alle quali siamo tenuti pel debito dell’uffitio pastorale a noi iniuncto; acciocchè el sanghue di quelle nelle mani nostre nel dì del Giudicio non sia ricerchato: ad voi et a ogniuno di voi, in virtù di sancta obedientia, sotto pena d’excomunicatione di lata sententia, comandiamo et mandiamo, che nelle vostre chiese ne’ dì festivi, quando la moltitudine del popolo sarà presente, dichiarate et pronuntiate il decto frate Girolamo excomunicato, et per excomunicato doversi tenere da ognuno; perchè alle appostoliche monitioni nostre et comandamenti non è obedito. Et sotto simile pena d’excomunicatione admoniate tutti, et ciaschuni maschi et femine, tanto clerici quanto secolari, tanto preti quanto religiosi di qualunche ordine et in qualunche ecclesiastica degnità costituta, che el decto fra Girolamo excomunicato et sospecto d’eresia al tutto schifino nè seco conversino, parlino, nè nelle sue predicationi delle quali lo abbiamo interdicto, (o) in qualunche altro modo lodino; nè a lui aiuto et favore directamente o indirectamente prestino in qualunche modo; nè vadino a’ luoghi, a’ monisteri dove esso abitassi. Comandando a voi et a ogniuno di voi, che al dilecto figliuolo Giovanni Victori da Camerino, professore della sacra theologia, familiare et comesario nostro, in tutte le cose che a incontro al predetto fra Girolamo abbiamo commesso et comandato, aiutate et obediate secondo che da lui sarete richiesti.
Data Rome appresso a Sam Piero, sotto l’anello del pescatore.
Die XII Mai M.CCCC.LXXXXIIIX.
Pontificatus nostri anno quinto.
B. Blondus.
XXXVII. (Vol. II. pag. 34.) Due sottoscrizioni dei frati di S. Marco e dei cittadini, in difesa del Savonarola.[628]
1.
Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Havendo noi inteso, dopo le nostre lettere scritte a vostra Santità, da alcuni della nostra città che poco temono Dio, quella essere stata sinistramente informata et irritata contro al nostro Padre fra Hieronimo, per haver loro scritto alla S. V. la dottrina di detto fra Hieronimo essere repugnante alla dottrina evangelica, et al ben comune della detta città, et che la residenza sua nella città è la ruina di essa, et altre cose false et inique; per maggior chiarezza n’è parso della verità e giustificazione dell’innocenza sua, (dar) piena testificazione a quella, come la dottrina di esso fra Hieronimo è stata la salute di questa città spirituale et corporale, secondo per le opere manifestamente appare, così in detta città come nelli conventi nostri, dove per le sue predicazioni e esortazioni è introdotto il vero vivere cristiano; e sempre ha esortato e non cessa di esortare alla legge evangelica e alla vera pace tutti gli uomini, i quali se seguitassero tutto quello che lui predica, saria beata questa città. E di questo ne restiamo testimonii tutti noi che siamo più di 250 frati, la più parte della terra, li quali ognora conversiamo con lui; et essendo pur di noi qualche cognizione et esperienza, et avendo abbandonato il mondo per servire a Dio, non creda la S. V. che volessimo sostenere o defendere un forestiero, se non fussimo certi della vita et bontà sua: vedendosi certamente la mano di Dio esser con lui, e che il suo stare e predicare nella città è la salute di quella, et augumento della religione cristiana, come appare per molti uomini prudenti e letterati e d’estimazione, convertiti per lui alla religione, e che continuamente si convertono, che vivono sotto l’ombra sua crescendo in perfezione di vita e di dottrina; per tal modo che in breve tempo speriamo che abbino a far gran frutto nella Chiesa di Dio. E se il testimonio nostro non è accetto, a maggior certezza abbiamo fatto sottoscrivere molti cittadini nobili e buoni della città; acciocchè la S. V. intenda che Ella è stata male informata di queste cose da chi non ha il timor di Dio; e quando Lei ne vorrà più di questi, saremo apparecchiati a darne non solo molte centinaia ma migliaia. Preghiamo dunque V. S. che si degni revocare le censure fatte contro detto fra Hieronimo, e favorirlo in questa opera, perchè certo ne averà merito appresso Dio e a questa città: massime a quelli che hanno voglia di ben vivere, fia cosa gratissima, essendosi molti contristati di simile scomunica; e noi pregheremo di continuo per lo stato di V. S. alla quale umilmente ci raccomandiamo. Ex conventu S. Marci.
2.
Beatissime Pater. Noi cittadini infrascritti, a corroborazione delle soprascritte cose a V. S. per li detti religiosi e venerandi Padri esposte e narrate; attestiamo esser la vera e sincera et indubitata verità, che la dottrina del detto P. fra Hieronimo nella nostra città predetta non è la destruzione, ma la vera salute e pace. Per la qual cosa con ogni debita umiltà premessa, preghiamo V. S. si degni il detto Padre dalle dette censure liberare, come li soprascritti religiosi e venerabili Padri pietosamente a quella hanno supplicato: il che, per la sua solita clemenza facendo, siamo certissimi non solo la gloria e onore di Dio e di V. S. dover resultar; ma la salute spirituale e corporale con l’universal pace, e vera unione della città nostra.
I nomi de’ quali cittadini che tali cose attestano e confermano per al presente, di loro propria mano, in presenza di noi sottoscritti sono questi, cioè:
(Seguono le firme di più di 350 cittadini.)
XXXVIII. (Lib. IV, cap. III.) Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono, onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici.[629]
Die XVII mensis Augusti 1497.
Magnifici et Excelsi domini D. P. L.[630] et Vexillifer iustitiæ populi florentini simul congregati in sala Consilij, servatis servandis etc., precipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiæ; quatenus, attentis et consideratis consilijs et relationibus factis et relatis hodie per cives congregatos ad praticam, simul cum ipsis Dominis et colleges Decemviris baliæ, et aliis magistratibus et consiliarijs Consilij octuaginta virorum, et aliis civibus arrotis; faciatis et exequimini ius et justitiam super delictis commissis et perpetratis per infrascriptos cives florentinos et quemlibet eorum, videlicet:
Bernardum del Nero Filippi del Nero,
Nicolaum Aloysij de Ridolfis,
Joannem Bernardi de Cambis,
Giannozium Antonij de Puccis, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.
Mandantes etc.
Item postea, statim in alio partito, sic presentibus ipsis Octo viris baliæ, deliberatus fuit per dictos Dominos alius bullettinus eiusdem tenoris, paucis mutatis vel additis, cuius tenor est infrascriptus, per quem in sententia dictorum Octo super bullettinus, postea fuerit per ipsorum notarium insectus, videlicet:
Magnifici et Excelsi Domini Domini P. L. et Vexillifer Justitiæ populi florentini, simul congregati in sala Consilij, et servatis servandis etc., obtempto inter se partito ad fabas nigras et albas, secundum ordinamenta, et omni meliori modo etc.; percipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiae: quatenus, attentis et consideratis infrascriptis consilijs et relationibus, factis et relatis hodie per infrascriptos magistratus et cives ad infrascriptam practicam congregatos, vobiscum et simul cum ipsis dominis Prioribus, super processibus infrascriptorum quinque civium florentinorum et super omnibus et singulis in eis contentis; et visis approbationibus et confirmationibus factis generaliter et particulariter de predictis consilijs et relationibus, per infrascriptos magistratus et cives prout infra dicetur; et omnibus diligenter consideratis, faciatis et exequimini ius et iustitiam super delictis commissis et perpetratis, per dictos et infrascriptos quinque cives florentinos et quemlibet eorum videlicet:
Bernardino del Nero Filippi del Nero.
Nicolaum Aloysij de Ridolfis.
Joannem Bernardi de Cambis.
Giannozium Antonij de Puccijs, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.
Mandantes etc.
Consilia vero et relationes dictorum civium et magistratuum, de quibus in dicto bullettino supra fit mentio, et approbationes de predictis consilijs factæ per quemlibet ipsorum magistratuum et civium, et nomina cuiuslibet eorum, scripta sunt in filza causarum appellationum, existente in cancelleria notarii Dominorum manus ser Andreæ Romuli Laurentij et Mei notarij infrascripti.
XXXIX. (Vol. II, pag. 52.) Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma.[631]
1.
Die X Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.
Per altra vi demo notitia della captura di Lamberto dell’Antella, la quale ha causato che pure si è scoperta la radice di qualche maligno humore in persone da non poter perseguire; finalmente[632] altro che vani effecti, dove intervengono pochi huomini di qualità. Et non dimanco, saria inesplicabile a narrarvi con quanta unione et buona volontà si proceda per questi magistrati a chi specta, et altri cittadini sopracciò deputati allo examine et investigazione trita di ogni cosa; sanza havere alcun respecto ad altro, che a resecare dove sia mancamento, et portare buona et evidente securità alla conservatione della nostra libertà et dignità pubblica: et si va con tale ordine che indubitatamente si spera ne habbi ad sortire un iudicio generoso, giusto et maturo. Ecci parso darvi questa notitia per ogni respecto, et maxime per vostra notitia et consolatione; a fine che, se cosa alcuna vi fossi portata fuor della verità (come spesso interviene), voi possiate stare con l’animo interamente quieto: come veramente potete et havete a stare, perchè se mai fu repubblica unita et disposta alli sopraddecti effecti, et ad conservarsi immune da ogni specie di tyrannide, non che da quella che sarebbe manifesta; questa è epsa. Et non si è visto un minimo cenno in contrario di nessuno, per cosa che insino a qui si sia havuta a fare, nè si vede segno alcuno che altrimenti habbia a succedere.
2.
Die XXI Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.
Poichè vi scrivemo a dì 15, per staffetta habbiamo avuto tutte le vostre lettere, che l’ultima è de 18, et molto vi commendiamo della diligentia vostra in ogni parte; et sebbene voi potete havere desiderato più spesso nostre lettere, havete solo a tribuir la dilatione a essere stati parecchi dì in non piccola occupatione: prima nelle examine, et poi nel iudicar con iustitia et dignità pubblica, et finalmente nella resolutione circa la executione da farsi, di questi parricidi et perfidi nostri cittadini. Perchè, se ben mai è caduta in alcuno una minima discrepantia, che ne sarebbe lo effecto conveniente,[633] come per altre vi s’è scripto; nondimeno, procedendosi in questa repubblica con gravità, et secondo li modi che civilmente si debbe; et volendo intorno a ciò, non solamente il consiglio et parere, ma lo assenso per expresso di moltissimi magistrati et cittadini, e pur bisogna consumarvi qualche tempo. Pure questa sera, per gratia dell’altissimo Dio, s’è concluso molto unitamente, et con grandissimo animo et promptissima volontà di numero grande di Magistrati et cittadini, ut supra, et erano circa a 200: che si metta ad executione la sententia, quale a dì 17 del presente fu, eodem modo promulgata, contra Bernardo del Nero, Niccolò Ridolfi, Giovanni Cambi, Giannozzo Pucci et Lorenzo Tornabuoni, capi et autori dello errore, di perder la vita et la roba, et così è successo. Di che speriamo la nostra repubblica haver immortale obbligo a Dio; per havere passato questo pericolo imminente alla libertà, per la avaritia, ambitione et perfidia di quegli soli scelesti et dolorosi[634] cittadini; et che[635] avere purgato simile humore, si starà gran pezzo in buona valetudine: et maxime la brigata è tutta inanimata a invigilar et extirpar qualunche simile tristo rampollo si vedessi surgere, et questo popolo non potrà più restare contento.[636] Et, come per altra vi si dixe, state sicuro che qui non è huomo che non sia di optima dispositione, et insino alli propri coniuncti sono stati sollecitatori che la iustitia si faccia. Sappiamo che la S. di N. S., come amatore et padre clementissimo di questa repubblica, harà piacere d’intendere questo successo; epperò habbiamo voluto darvi la presente notitia, perchè, volendo, lo possiate conferire a S. S. e a tutti gli altri amici nostri in cotesta corte.
Siamo a hore VII di nocte, et in questo punto s’è finita la executione della iustitia sopra decta. Dio habbia havuta misericordia di quelle anime, che veramente, havendo voluto tradir la patria, ne hanno bisogno. Et per non tardar la staffecta, rimetteremo a rispondervi per un’altra, all’altra parte della lettera vostra.
XL. Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa le cose di Piero de’ Medici.[637]
Die IV Aprilis, 1498.
Quod Nuntio Mag. Petri de Medicis dicatur et respondeatur in hunc modum.
Domine Petre: le lettere ne havete monstrate del Rev. Card. et Magnif. Pietro, a vui directive, insieme cum le scripte da Fiorenza, ne hanno dichiarito el novo pensier de quelli amici de casa de Medici; sopra el qual, per laffectione portamo al dicto Mag. Pietro, volemo farvi intender quanto ne occorre, et cum brevità, secundo el nostro costume.
La dispositione nostra amorevole et optima verso casa de Medici, credemo la experientia dele cosse passate haver possuto demonstrar, et più cum effecti cha cum parole; in modo che, si come la expulsione del Magnif. Pietro ne fu molestissima, cussì continuamente havemo desyderato et procurato el suo ritorno: il che, piui che mai, vossamo fusse al presente, sapendo l’amore el porta a la Sig. nostra. Ricordano i soi amici,[638] che per nuy, cum le forze nostre, o sole o accompagnate, el sia reponuto in casa; circa il che nuy vi diremo ingenuamente la nostra opinione. Pare a nuy, che quando se prehendesse per la Sign. nostra tale impresa, questo senza dubio produria molte difficultà, opposite da tutti quelli che troppo attendeno a le sue particular passione; immo tegnimo, che la cossa se riduria piui facile et factibele, quando da altri non fusse deprhensa[639] la intention nostra. Confortamo, però, el Rev. Card. et el Mag. Pietro, che cum la solita sua prudentia et dexterità, voglino proponer et praticar la cossa cum la Santità del pontefice, et cercar de tirar la Beatitudine soa a questa via, cum quelli mezzi li apparerano sijno expedienti; perchè, ritrovandose Fiorenza neli termini la è al presente, credemo, in molti casi; non meno opererieno le lettere cum dexterità, cha le forze cum le arme, come fano mentione le lettere per vui presentate. Et a ciò chel Mag. Pietro cognossi ben el desyderio nostro de la sua restitutione: da mò li dechiarimo, ad la secunda parte proponeno li soi amici, che quando Pisani habino ad esser ne la libertà, ne esta scripto et ben veduti, acarezati et honorati, sì che in questo non se habi ad aver alcuna dubitatione; et insieme, che nuy siamo cauti de dover haver le spese per nuy facte ne la defension de Pisa, come offeriscono quelli amici vostri. Stanti fermi questi doi presuppositi, nuy se adaptessamo ad ogni altra cossa fusse conveniente.[640]
Ne havemo dicto molto largamente el concepto del cuor nostro; et però sia tenuto el tuto per vui secretissimo, et confortate in nostro nome el Reverend. Card. et el Magnif. Pietro, ai quali scriverete el tutto secretissimamente in zifra, che facino el medesimo: mettendo questo sentimento nostro in constructo et proposito de le cose sue.
De parte 134
De non. 36
Non sync.[641] 7
XLI. (Vol. II, pag. 87.) Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da Gennazzano, in Roma.[642]
Amantissime etc. Depoi che voi non mi avete atenuta la promessa, di tenermi raghuagliato delle prediche di Frate Jeronimo; voglio in parte, sotto brevità, farvi intendere quello che à detto Frate Mariano contro al prefato Frate Jeronimo. La domenica della settuagesima chominciò ad esporre lepistole di San Pagholo ad Efesios, e disse chome gli Efesij furono sempre chostanti e fermi in osservare quanto della fede avevano udito predicare da Paulo, nonostante che dopo San Paulo fussino tentati da falsi predicatori lasciare la dottrina di S. Paulo: Secus fecerunt Ghalate. Onde el prefato apostolo, scrivendo a Ghalati, circa principium, dice: o insensati Galati quis vos fascinavit non crederunt (sic) veritati etc.; replicò tre volte le prefate parole, eschlamando alta voce, e volle denotare lui avere a Firenze predicato la verità, e dipoi el popolo fiorentino essere stato male persuaso. La domenica della sessagesima, esponendo in novo, in quello demostrare quanto è luomo trachallido,[643] e disse che non si doveva credere a uno del mondo sanza pegnio; ma bene, soggiunse, chel pegnio erano le buone opere, el qual pegnio nonna lui;[644] e disse al medesime proposito, che erano certi che sapevano sì bene falsifichare un Dorino che non si chognoscerebbe, non che[645] pocho pratichi, da banchieri, sanza paraghone del fuoco: e così andò mordendo per tutta la predica con simili bottoni.
Dipoi, venendo qua le dua prime lettere di Jeronimo, e lessonsi per tutto Roma e vennono nelle mani del pontefice, e presone tanta alterazione quanto dir si può: di che naque el brieve mandò costagiù. Dipoi, avendo inteso come non cessava di predicare, dinuovo è querelato con lo oratore acramente e minacciava dello interdetto; e tiensi per ognuno che, seghuendo le prediche, lo farà. Non si ragiona daltro in palazzo per tutti e prelati, e pochi se ne schuopre in suo favore; ma molti non chalano[646] dattendere il pontefiscie, che debba fare ogni provissione per sopire questa cosa, che anno paura non generi scisma; e per questo rispetto si disse, che el pontefiscie mandò a dire a Fra Mariano, che dovessi mostrare lo errore della ostinazione del dire, che chi tenessi che fossi eschomunicato, stanti a termini, dica nella predicha, sarebbe ereticho.[647] Fra Mariano la prima domenica di quaresima ebbe maggiore aldienza non suole, perchè si sapeva la chommessione aveva auta: fuvi de cardinali, el chardinale di Siena, quello di San Giorgo e quello di Santa Croce, di Chartagine che è dotto; eravi ancora Farnese e quello de Medici e San Dionigi. Seguitò nel principio l’ordine suo dello esporre, e poi dimostrò che Cristo aveva detto: diligite inimicos vestros e benefascite his qui oderunt vos; ed entrò ne casi di Fra Jeronimo, tanto passionatamente e tanto incautamente che non fu nessuno che non restassi malissimo sadisfatto, tanto vituperosamente e inchonsiderate e indigente[648] parole. Referirò alcune delle sue parole, acciò veggiate quanto può la passione in quegli che fanno professione delle dotrine.
In primis, parlò de plenitudine potestatis pontificis, asserendo li apostoli avere operato in virtute Spiritus Sancti descendenti a Paraclitum luminum, e che quello è il vero lume, non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo e à ardire di dire chel ponteficie è ferro rotto; e chominciò a gridare; reabupto arupeus in ec verba,[649] sepius reiterando: lebreone, elladrone, lo scelerato ribaldone. Queste parole assai poi disse: e’ porta la cappa chorta e predicha povertà, e à la tascha piena di duchati; e chredi a me che io lo so, e sappi chettu non chonoscerai mai un frate, se non per un altro frate, perchè noi abiamo più schogli[650] chuna cipolla; sicchè, settu vuoi chonoscere un frate, domandane unaltro frate; e quivi fece a sonaglio, vennene in più particulari scioccamente. Poi posò e disse: papa Alesandro che non si fa fare le medaglie in sua lolde; e parlò di non so che medaglia che dice: Frate Jeronimus Savonarola vir dottissimus e profeta santissimus; e qui replicò le prefate parole e altre più vituperose. Agiunse che Fra Jeronimo si fa simile addio e allui e agli apostoli, in quella predica dove dico che, se quelle cose che gli a predicate non fussino vere, e che non si intendessino chome le predichate; che le farebbon dubitare gluomeni che quelle cose della fede, insino a qui conformate nella chiesa, fussino state burle. E cominciò a gridare, che questo era il più eretico luogo, el più venenoso che gli avessi scritto; e non domandate con che parolacce lo svillaneggiava e rimproverava, sempre dicendo: o papa, o chardinale, come sopportate voi questo mostro, questa idra; è venuta a questa lautorità della chiesa, che uno ebriachone se l’abbia a gettare sotto gli piedi, sì vituperosamente? Disse dipoi: i voglio che tu sappia che or fa duanni, molti huomoni da bene della patria fiorentina vennono a me, a domandarmi parere se si avevono a partire di Roma; perchè il frate aveva detto che per tutto il maggio andrebbe sottosopra, e che aveva veduto il fuoco; e nonne chaschato un chamino. E allora cominciò a gridare: tu sarai prima arso tu, scelerato ribaldo; sa tu quando tu vedi queste visioni? Quando tu ai ingurgato di quel buon trebbiano; tu sai bene chio so ogni chosa, e poi di che sei il profeta santissimo; e chotesti tua fanciugli saranno e primi, quando tu sarai arso, a mettere le fattelline nel capannuccio. Che state voi a vedere? O collegio, o pontefice, fate provissione; vo’ non sapete bene quello chellui machina, e dirà cose che farà schurare el sole; ma voi non provedete: oggimai vi si può fare le fiche neglocchi; e se non fussi per reverenza ve le farei; e nondineno le fece loro negliocchi, lunghe quanto il dito era, e gridava che pareva un vero fuor di se.
Ho scripto queste ineptie; acciò voi veggiate come si può, sanza mormorazione, udire simil parole. Io avvertivo tuttavolta quello che facevano i cardinali; e invero loro e tutti quegli che l’udirono, mostrarono molto aver per male quello avevono detto;[651] perchè aspettavano dovessi proporre quegli errori, chelloro dichono aver detto Frate Jeronimo, e confutargli con buone e fondamentali ragione; ma e’ nonnapaghò, e però s’aiuta col gridare. Priegovi mi facciate qualche parte delle sue cose, massime di quelle predicha al presente; perchè ce qualche huomo da bene che volentieri legge le sue cose, e io n’arò consolaziono asai. Finis.[652]
XLII. (Vol. II, pag. 90.) Breve di Alessandro VI, alla repubblica fiorentina, nel quale si ordina che il Savonarola venga imprigionato, e mandato a Roma.[653]
Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Intelligentes, superioribus temporibus, graves admodum et pernitiosos errores, iniquitatis filii Hieronymi Savonarolæ Ferrariensis, ordinis fratrum predicatorum professoris, quos continuo ausus temerarie in ista nostra civitate, non sine animarum periculo et scandalo plurimorum, seminare non cessabat; sibique quondam ad nos mandavimus venire, et se de erroribus predictis excusare, ac etiam nonnulla observare quæ sibi præcipiebamus, et a predicatione omnino cessare; et eum minime parere voluisset. Deinde in virtute obedientiæ et sub excomunicationis latæ sententiæ pena, ipso facto incurrenda, per alias etiam ei iniunximus, ut in uniendo conventum S. Marci de Florentia cuidam novæ congregationis Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupatæ, per nos institutæ, obedi ret; quod minime facere curavit. Ecclesiasticam censuram in qua continue pertinaciter et damnabiliter insordescebat, negligendo. Post modum, vero, volentes animarum Chripsti fidelium saluti consulere, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna, per reliquas nostras in forma brevis literas, etiam mandavimus; ut ipse Hieronymus in Ecclesiis dictæ civitatis, diebus festivis, dum populi adesset multitudo, declararetur et pronuntiaretur excomunicatum et per excomunicato haberetur.[654] Volens, sub simili pœna, omnes et singuli utriusque sexus tam ecclesiastici quam seculares, etiam religiosi cuiuscumque ordinis et in quacumque Ecclesiastica dignitate constituti, ipsum Hieronymum ut excomunicatum et de heresi suspectum penitus evitarent, nec secum conversarent aut loquerentur, nec in predicationibus aut quibuscumque modis ipsum audirent, nec sibi ausilium directe vel indirecte prestarent quomodocumque vel qualitercumque, nec accederent ad loca vel ad monasteria, ubi ipsum contingeret residere, prout in singulis literis apostolocis plane continetur. Cum autem sicut, non absque gravi animi displicentia, fidedigna quod plurimorum relatione accepimus; prefatum Hieronymum in sua obstinatione, animo perseverans voluntario, mandata et monita nostra parvifaciens, in maiori et aliis Ecclesiis dictæ civitatis predicare, ac diversos errores seminare et populum seducere, suggerendo, quibusdam falsis rationibus, se excomunicatum non esse et multa, in fidei Catholicæ ac nostræ huius sanctæ Sedis potestatis præiudicium, damnabiliter affirmando; et in processionibus publice incedere et intervenire ac celebrare, et Chripsti fidelibus Eucaristiæ sacrum ministrare non erubuerit; et quod plurimi cives et incolæ dictæ civitatis predicationes suas audire, et cum eo conversari, sibique ausilium et favorem prestare presumpserant et présumant in dies, non sine animarum suarum periculo; pernitioso quo exemplo et scandalo plurimorum, vobis prohibitiones nostras scientibus, et in illarum contemptum id permictentibus a quibus, tamen, cum civitas ista semper huius sanctissimæ Sedis devotissima fuerit, Nosque continue per utili, quieti et saluti ac reintegrationi status vestri insistamus. Hæc expectanda non erant, nec ulterius sub dissimulatione sunt pretereunda.
Nos volentes desuper debite providere, vos attente requiramus et monemus in Domino. Vobis, nihilominus, in virtute sanctæ obedientiæ districte præcipiendo, ut per vestram in hanc sanctam Sedem reverentiam ac devotionem, eumdem Hieronymum ad nos, sub fida et bona custodia trasmictatis; qui si ad nos veniret et ad cor rediret, intuito etiam vestro, et quia nolumus mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; per nos, more pii Patris, benigne recipietur et tractabitur. Vel saltem, tamquam membrum putridum, in aliquo loco privato bene observatum recludere debeatis, in quo cum aliquibus conversari et scandalum ulterius seminari non possit. Quod si forte, quod non credimus, facere contempseritis; significamus vobis quod, pro servanda dignitate et auctoritate nostra et huius sanctæ sedis, civitatem istam vestram, quæ hominem ita pernitiosum, excomunicatum et publice nuntiatum ac de heresi suspectum, contra mandata nostra, substinere presumit; ecclesiastico supponemus interdicto et ad alia graviora remedia, de quibus expedire noverimus, et procedere curabimus.
Datum Romæ apud S. Petrum sub Anulo Piscatoris, Die XXVI Februarii 1498 Pontificatus nostri anno VI.
XLIII. Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano.[655]
1.
Illmo Principe et Exmo Sre mio.
Qui dai più canti si ha adviso che Vitelleschi et Bayoni si mettono ad ordine per uscire alarme, et se scrive in diversi modi; perchè alcuni teneno siano ad uno volere,[656] al modo usato; alcuni scrivono altrimente, cioè: che tra epsi Vitelleschi et Bayoni sono nate alcune discordie, et che per questo li Vitelleschi aspirano con lo Ill. S. Duca de Urbino, et hanno intelligentia assieme, per rimettere li Oddi et altri fuorusciti in Perugia. Io, quantunque existimo che V. Ill. S. ne habi adviso per altre vie, nondimeno mi è parso dargliene notizia; maxime havendo visto alcune lettere de alchuni del Borgo San Sepolcro, che fanno mentione di questa cosa, quali concludono che fra pochi giorni si intenderanno i successi di questo preparamento al arme de quello Cantone.
Il Magn. M. Zoanne, per quanto ha udito, o da quello amico segreto[657] o da altra persona, pare habi adviso che ad Firenze bollino l’animi de alcuni de quelli principali, che hanno fino ad hora governato; et che, per questa cosa del Frate o sia per altra caussa, fra pochi giorni se ne habi a riuscire a qualche movimento o tumulto, per mutare forse quel Stato in altra forma; et ognuno tene non possi durare il presente governo; o sia perchè Francesi hanno facta pocha dimostrazione curarse de’ soij amici in quella città et altrove; o perchè quello populo sia straccho, et si accorga che le cose del Stato el republica loro vanno ogni dì de male in pegio. et corrono pericolo de ruynare, incomenzando accorgerse de la hypocrisia et vanità del Frate, et di molte altre cose simulate. Qui anche si è dicto, che la parte Fratescha ha mandato ad Lyone, per respondere in bona....[658] de’ dinari, perchè la Maestà del re gli habi ad mandare succorso, la quale offeriva mandarcelo per mare, et fare altri movimenti, se Fiorentini lo subvenivano de 200m ducati; quali le offerivano darli, sol si moveva per forma, che ne potesse reuscire la securezza del Stato loro, cioè de quelli che hanno per anchora il governo in mano. Io non credo tante cose; chè nuovamente hanno fatto divulgare essere giunti in Asti alchune genti d’arme, et un thesorero che ha incommenzato ad dare denari, et molte altre cose vanno facendo divulgare, ad designare le cose ad suo proposito. Il che mi è parso dovere significare alla Celsitudine Vª alla bona gratia della quale indesinenter mi raccomando.
Ex Bononia XX Martii 1498.
Fidel. Servus Joannes Franchedinus.
(A tergo.) Illmo Principi et Exmo domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.
2.
Illmo Principe et Exmo Sigre mio. Data alligata lettera de Paulo de Fiorenza, ho participato, secondo il solito, con li Magnci Zoane et Segretario veneto, quali, etiam che ci sia adviso di queste cose del Frate per altre vie, nondimancho quello che ne scrive Paulo particolarmente gli è gratissmo intendere; et ne ringratiano generalmente Vª Illma Sigria. Pare a caduno di loro cosa di non pocho momento, che quella città di Fiorenza, per causa et opera di questo Frate, sii in tale agitatione et pericolo, di venire a qualche novi scandali et inconvenienti maggiori che li passati, come per una mia de heri ho in parte specificato a Vª Illma Sª; et Dio voglia che quella Sigria che si trova essere hora, sappi reuscire meglio che non ha facta qualche altra, ad beneficio di quella Repubblica. Saltem, per estirpare la mala impressione et erronea persuasione de quello loro bon Frate, ad modo de molti de loro, quello ne habi ad seguire non credo habi andare in longo; che se ne vedranno effectti, se hanno cervello et sentimento quelli a chi toccha o po tocchare. Mi raccomando sempre et humilmente.
Bononiæ 29 Martii 1498.
Fidel. Servus Joannes Franchedinus
(A tergo.) Illmo Principe et Exmo domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.
XLIV. (Vol. II, pag. 108.) Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai Principi.[659]
1.
Domino Nicholao del Nero, oratori Florentino in Hispania.
Pro regibus Hispaniarum.
Carissimo fratello. Tu sai quanto tempo in questa città, el venerabile Frate Hieronymo da Ferrara se è sforzato introdurre el ben vivere cum la fede di Christo, et di quanto bene è stato causa, maxime della salute di tutto questo popolo, et quanta experientia se è facta della sua singolare doctrina el della integrità de vita, et quanti segni mirabili siano visti delle cose per lui predicte, parte verificate in la nostra città: et così speramo s’habbia ad verificare el resto. Lui non cessa predicare la renovatione della chiesa, et conversione de infideli alla vera fede de Cristo, minacciando molto ad questa Italia et maxime ad Roma, per la scellerata et pessima vita de’ prelati et preti, in li quali senza dubbio regna omne abominatione de vitii. Et per questo, sentendosi loro pungere et reprehendere di quello che pubblicamente non si vergognono fare, si sono adirati et voltati insieme cum tutti li captivi, così della città nostra come di fuori, ad perseguire crudelmente questo servo di Dio; unde el Papa, sotto pretesto di disubbidienza, lo ha excomunicato perchè non predichi. Ma essendo troppo manifesta la malignità e iniquità di decta excomunica, facta per ruinar questa città et tutto el ben vivere, non se ne tiene conto alchuno; anzi dicto Fra Hieronymo ha scripto al Papa una lettera molto terribile di sua propria mano,[660] come la vedrai per la inclusa copia, la qual ho procurato de haver ad puncto. Et ultra, ha detto in pergamo, di voler scoprire cose da far stupire el mondo, et provarle, non solo cum rasone et via humana, ma cum miraculi;[661] le quali cose sono da stimare assai et doverebbono far resentire ogni fedel cristiano, udendo tanto vitupero nella chiesa de Dio, el qual mi maraviglio come habbi comportato fin ad qui: et però credo senza dubbio abbia ad seguir quello che minaccia questo nostro padre, quando mai[662] lui non lo dicesse; perchè altramenti bisognerebbe dire che Dio havesse abbandonata la chiesa sua.
Et, però, sapendo io che la Maestà de quelli Sermi Re et Regina sono zelantissimi della fede di Christo; le ho scripte queste cose degne de adviso, acciocchè li possi informar del tutto, perchè a loro principalmente tocharebbe ad provvedere ad simili errori cum li debiti Concilii, che già erano usati farsi. Et certo, sarebbe maior merito ad pigliar cura di questa, et perseguire questi scellerati, che far guerra ad Turchi et a Mori; perchè, non provedendogli, el fondamento della fede cristiana va per terra, et quelli che li ponno far qualche remedio, non facendolo, ne haranno ad render rasone ad Dio.
Non sarebbe maraviglia ch’el decto padre ne scrivesse un dì, qualche cosa ad quelli principi, essendone inspirato da Dio; perchè dice lo vuol fare noto ad tutto el mondo, et io l’ho molto confortato ad ciò, per la fede che io ho in la devotione di cotesti christiani et chrystianissimi Re et Regina; ad li quali Dio daghi victoria et felicità sempre, in questo et nell’altro seculo. Bene vale.
2.
Domino Joachino de Guasconibus, oratori Florentino in Gallia.
Pro rege Francorum.
Magnifico et honorando ambasciadore. Credo havete inteso quante persecutioni sieno nuovamente excitate contro el nostro P. Fr. Hieronymo da Ferrara, maxime da Roma, per scoprir lui le ribalderie della cherica abominabile a Dio et al mondo. Unde el Papa, sotto colore di disubbidientia, lo ha excomunicato, minacciando a voi dello interdecto, acciò non predichi; istigato maxime da alcuni cattivi della vostra città, che vorrebbeno poter fare ad lor modo. Ma tutti li boni et amatori della verità et del vivere civile, conoscendo tanta expressa iniquità, per la qual si cerca di ruinar tutta questa città et el viver Christiano, non ne fanno stima; maxime havendo tanti anni experimentato la singolare doctrina et sancta vita di questo homo, el li fructi mirabili facti in la nostra città, del ben vivere, et da quanti pericoli per li boni documenti et sancte orationi sue siamo stati liberati. Et queste cose ne ha predicte, che habbiamo tocco con mano esser seguite; tra’ quali è questo della excomunica et persecutione grave che haveva ad venire. Certo, cosa mirabile è ad veder quanto più ogni dì se accende in fervore, predicando tuttavia approximarse la renovatione della chiesa, et conversione de Pagani alla fede di Christo; et minacciando terribilmente de’ flagelli ad tutta Italia, maxime ad Roma, per le intollerabili iniquità sue.
Et, però, el Papa cum tutta quella corte, fulmina; chè non vorrebbono essere biasimati di quello che non si vergognano far pubblicamente, in vituperio di Cristo. Ma il bon servo di Dio, disposto per la verità a mettergli la vita, per questo non resta; anzi ha scripto, per divino instincto, una lettera molto rigida al Papa, come vederete per la inclusa copia, la qual ho cercato de haver ad puncto, ad ciò la possiate monstrare alla Maiestà di cotesto cristianissimo sire. Et oltra, predica haver ad scoprire cose che farà stupir tutto el mondo; le quali proverà, non solo cum rasoni humane, ma etiam cum miraculi divini. Grande cose sono queste, et non più udite nè viste ai tempi nostri, et da fare riscaldare ogni adiacciato pecto; maxime vedendo in quanto vituperio è ridocta la chiesa de Dio. Et pare che nessuno se muova ad provederli, cum fare li debiti Concilii, como già si soleva; et spetialmente chi gli potria provedere, come è quello christianissimo Syre; che dubito non ne habbi, e lui et li altri a chi specta, ad rendere una gran rasone a Dio, provocandosi gravemente contra se medesimi l’ira d’epso Dio, per tanta negligentia et poca cura havuta dello honor suo: che senza dubbio et senza comparatione, sarebbe molto maggior merito ad provvedere ad simili inconvenienti, che ad sottomettere tutti li infedeli; perchè mancando el fundamento, ruina tutta la fede di Cristo. Et, però, non me maraviglio, se el Padre dice che la chiesa si habbi ad renovare; che quando questo non fussi, bisognerebbe dire che l’havessi in tutto abbandonata. Dio metta in core a cotesto Syre et ad chi può, di non lassare in tanto vilipendio el pretiosissimo sangue de Christo, che, in vero, sta peggio in mano di questi scellerati prelati et preti, che non staria in mano de Judei et de Mori; perchè pur quelli credono qualche cosa, ma questi, per le opere sue, mostrano non credere nulla. Et chi ne vole esser certo, vada ad Roma et veda quel che se fa in pubblico; non dico poi in occulto, chè sotto el ciel non si potria pensare le maggiori scelleraggini. Dio sia quello che gli proveda.
Stimo questo servo di Dio habbia ad far o ad manifestar qualche gran cosa; et sono certo che de’ primi lo haranno ad sapere, lo farà noto ad cotesto christianissimo Syre; perchè più volte ha decto quello essere electo ministro de Dio, et molto desidera et ama la salute sua; et io per me, crede potrebbe[663] fare un gran bene ad se et ad noi insieme, li quali per suo amore siamo in captivi termini, et in obbrobrio ad tutto el mondo, che non è piccolo incarico all’anima sua; ma molto più è quello che io ho predecto dello honor de Dio.[664] Pur stiamo in bona speranza de sua Maestà, cum la gratia de Dio, che ci bisogna.
XLV. (Lib. IV, Cap. VII.) Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il principio della quarta giornata, dove si ragiona dell esperimento del fuoco.[665]
Soffia. Ecco che io tel dirò che nuova trappola fabbricorno, per sviare la moltitudine delle persone del[666] credito (dal) seguito che haveva il frate. Ordinorno con i frati detti zoccoli,[667] che per invidia s’eron fatti contrarii, che un loro frate, chiamato fra Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva fra Hieronimo. Et messonlo nella chiesa di S. Croce a predicar pubblicamente, e dire che queste profezie del frate erano sogni, e che non eron vere; senza mostrarne per[668] ragione alcuna del suo detto. Ma perchè allora non predicava fra Jeronimo (che aveva posato il predicare, per rispetto de’ Brevi e minacci del Papa, e perchè così ancora aveva per il meglio la Signoria terminato che posassi alquanto, per non irritare il Papa contro la città), ma predicava fra Domenico da Pescia suo compagno, perchè al popolo et a’ fedeli non mancassi al tutto del verbo di Dio; nacque che, predicando questi duo frati in contrario l’uno dell’altro, quel de’ zoccoli, non potendo mostrare ragione alcuna del suo dire che le profetie di fra Hieronimo non fussino vere, si messe a dire in pergamo una mattina, o pur vennegli detto, che con lo adversario era parato farne experimento con entrare seco nel fuoco. Il che avendo[669] rapportato a fra Domenico, e vedendosi provocato, volentieri, per difesa della verità, accettò l’invito; dicendo: per amor di Cristo e della sua verità esser parato a questo experimento, con fiducia certa di uscir del fuoco, inleso e senza pericolo alcuno. Ma poi questo frate mutò parlare; e disse non volere entrare a questo experimento con fra Domenico predetto; ma che v’era un altro frate de’ zoccoli, che entrerebbe con seco a questa prova. Et messon su un fra Giuliano Rondinelli nostro fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale questi nostri Fiorentini maligni ne possettono meglio disporre, che del Pugliese predetto; e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con fra Domenico, per far questo experimento. Ma, vedi s’egli era suo di che diceva,[670] e così scrisse che arderebbe; ma non se ne curava di ardere insieme con fra Domenico, per liberatione della Città.
Didimo. Sciocco mi par veramente questo suo parlare, come tu hai detto; perchè a tale experimento si ha da andare con fede certa di vincere, chi crede aver la verità del suo, come in simil caso hanno fatto delli altri Sancti passati.
Soffia. Fra Domenico, sentendo quest’aura offerta di quest’altro frate zelante di difender la verità, la accettò come la prima. Donde, seguitando questo ragionamento, si convocorno un dì insieme dinanzi alla Signoria; et quivi se ne stipulò un contratto, per mano del Cancelliere della Signoria, fra tutta dua questi frati: et che si facessi un fuoco in su la piazza de’ Signori per il tal giorno (e quivi fermonno quanto la capanna del fuoco dovessi esser lunga) e che, alla tal’ora del tal giorno, ognuno di loro quivi si presentassi, et dovessi entrare in detta capanna, e quivi serrati si mettessi fuoco: e chi di loro ne usciva illeso, s’intendessi avere la verità dal suo.
Didimo. Tutto questo ordine che tu hai narrato, di voler fare questo experimento, l’ho inteso dire ancora da altri; ma che alfine nulla ne fu fatto. Et questi nostri amici, adversarii di questa opera del frate, dicano che dalla parte di fra Hieronimo rimase, che non si venne all’effetto et allo experimento predetto.
Soffia. Tutto il contrario è vero, e cotesto che lor dicono è falso; e questa fu la trappola et ultimo tradimento, che questi fraudolenti usorno, come qui di sopra io ti ho detto; chè, per venire all’intento loro, fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate di voler fare quello che lui non voleva fare. Credi tu, Didimo, che la intenzione di cotesti maligni fussi che si facessi lo experimento? Non lo credere; chè mal per loro se si faceva. Credi tu che i frati di S. Francesco volessino che il loro frate, che scioccamente diceva che arderebbe in quel fuoco, vi entrassi, e che egli ardessi; che sarebbono stati incontinente lapidati, o almanco vituperati, se non morti? Non lo credere; ma sappi del certo che, da chi guidava questa danza, e da Compagniacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo experimento del fuoco non si farebbe; chè non faceva per loro a venire a simil prova. Ma li promessono che al frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillationi a campo, che al cimento del fuoco non si arebbe a venire; e bastava loro che quel frate de’ Rondinelli dicesse a parole di volervi entrare, ma non in fatto, nè in verità. Questo fu il tradimento Che loro usorno, come io ti ho detto.
Didimo. E ’l punto sta qui, in che modo tu mi mostri e provi che questo, che tu hai detto, sia vero; e che la intenzione loro fussi di non venire a tal cimento, ma metter tante dispute e cavillationi, che allo experimento non si avessi a venire.
Soffia. Io te lo mostrerrò, e proverrò in più modi che così fu vero. Et il primo modo, per il quale io te lo dimostro è questo: che colui, che così l’ordinò e che lo fece, l’ha detto lui proprio, che era capo e guida do’ Compagniacci; uomo ardito e baldanzoso; o non si curava di dire il male, poi che l’aveva fatto, anzi si vanagloriava, Doffo ti dico: che, poi che il frate fu morto, più e più volte, et in più luoghi, se ne vantava de’ modi e dell’astutie che aveva usate di levarsi dinanzi quel frate. Et in fra le altre volte che così diceva, te ne dirò per ora un luogo, dove più volte e’ lo disse, et adveravanlo.[671] Lui usava molto in bottega di un dipintore, che si chiamava Sandro di Botticello; uomo molto noto nella città, per essere allora de’ primi eccellenti Pittori che ci fussino; et in bottega sua era sempre un Accademia di Scioperati, come uno ne era il prefato Doffo. E quivi più volte, ragionando in su la morte del frate, Doffo disse che non fu mai intentione loro mettere il frate di S. Francesco nel fuoco, e che lo assicurorno di questo; ma bastava loro che gli facesso giuoco tanto, che, col dilungare la cosa, loro venissino a loro intento di spegner queste cose del frate, e levarlo di qua. Donde che, parlandone così Doffo più volte in detta bottega di Sandro, e sendovi ancora presente Simone, fratello di detto Pittore, ne fece memoria nella sua cronica;[672] cioè a un suo libro, dove il prefato Simone descrive tutte le cose notabili di quelli tempi. E parendogli che questo detto di Doffo fussi da notarlo, per scoprir la verità che era occulta di questa materia, lo scrisse a questo suo libro legato in asse, che è come cronichetta delle cose occorrenti in quei tempi in Italia: et io ho visto detto libro e letto. Hor vedi, Didimo, se questo ti basta a mostrarti questa verità, ch’io ti ho detta.
Didimo. E’ non si può negare che questa non sia assai sufficiente prova a mostrare, che il capo proprio di questa Compagnia, che guidava il tutto, sia quello che l’abbi confessato e scoperto quel che a li altri era occulto: e tanto più si può prestar fede, quanto che sia stato scritto, come cosa da notare, in quella Cronachetta, che di’ aver vista e letta.
Soffia. E se questo libro non ti basta, el successo della cosa come ella seguì in quel giorno, che era ordinato per lo experimento (se tu lo gusti bene, e se tu hai punto d’ingegno) ti dovrebbe bastare, e far chiara la mente tua; che dal frate nostro non mancò punto, anzi da li adversarii, che non si facessi lo experimento detto.
Didimo. Se tu mi dirai quel che successe in quel giorno, poichè s’erano fatte le promesse da tutti e dua quelli frati, col contratto che tu di sopra hai detto; io per adventura potrò esser più chiaro di vedere e giudicare, se fu vero o no, quello che dicano questi nostri amici: che restassi dalla parte di fra Jeronimo di non ultimarsi questo esperimento.
Soffia. Sta attento, che io ti narrerò appunto il vero come andò questa cosa: chè fui al tutto presente. E tu, inteso che avrai il modo con che si precedette per questa parte, farai giudizio, se il lume dell’intelletto in te non sarà spento. Questo dì, che le parte avevano stipulato d’essere in piazza de’ Signori a fare questo effetto, era il Sabato dell’ulivo di quella Quaresima del 1498. Venne il primo fra Hieronimo a hore 21, che era l’ora promessa in sul contratto, con tutti i suoi frati in processione, che credo fussino più di 200; parati quasi tutti con pianete e piviali, e colla Croce innanzi: e lui e fra Domenico nelli ultimi. Haveva fra Domenico indosso pianeta e piviale col camice, e con un crocifisso di legno in mano, in croce, alto quasi due braccia; e fra Hieronimo con un piviale e col vaso del Sacramento in mano, e con molte torce e lumi in mano di cittadini intorno al Sacramento: et io fui uno di quelli che lo accompagnai. Et entrammo nella loggia de’ Signori, che era partita per il mezzo con asse; et a questi di San Domenico fu assegnata quella parte verso Mercato nuovo. Venne poi l’altra parte de’ frati de’ zoccoli (et entrorno in quella parte della loggia verso il Palazzo) senza processione, senza paramenti, senza lumi; come se havessino andare a vedere una giostra: hor gusta tu, Didimo, questo per il primo segno. Giunto ognuno nel luogo suo, fra Hieronimo posò il vaso del Sacramento in su uno altare, che quivi era stato ordinato in quella loggia, con molti lumi intorno; et mandò subito alla Signoria, che facessi entrare e’ frati l’uno e l’altro nel fuoco, come e da chi la Signoria aveva quivi ordinato, e che lui e li sua erano quivi parati. E stato così un poco, risposta non veniva; e fra Hieronimo di nuovo manda a sollecitare. Et eccoti venire quattro cittadini a fra Hieronimo, tra quali il più vecchio era Pier degli Alberti, et a lui per la età toccò a parlare e disse, da parte de’ frati di S. Francesco, che non si contentarono che fra Domenico portassi allo experimento del fuoco quella pianeta o piviale, che aveva indosso; per rispetto che tal vestimento potrebbe essere incantato, o maleficato che non ardessi: e che però fussi contento fargliene cavare. Hor piglia, Didimo, per il secondo segno, volendo poi poter ben giudicare.
Didimo. Questi mi paion segni di poca fede delli adversarij in sin qui; ma procedi più oltre, e dimmi quel che rispose fra Hieronimo.
Soffia. Rispose e disse in sustanza, e quasi in questo effetto: Magnifici Cittadini, Voi sapete che non per altro si è fatto il contratto per mano del Cancelliere della Signoria, se non perchè, fuor di quello, nessuna parte possa domandare altro. Questo è fuor del contratto: habbiate patientia; io non voglio innovare altro che quel che ha ordinato la Signoria. E da altra parte vi dico, che questa non è domanda da veri cristiani. Noi non usiamo, nè temiamo d’incanti; la fiducia nostra è solo in Dio. Dite a quelli vostri Padri di S. Francesco, che loro credono che l’incanti vaglino in questo caso, che ne ponghino addosso al loro frate quanti e’ vogliono, che non li stimiamo cosa veruna. Allora Piero replicò e disse: O Padre fra Hieronimo, che fa a voi, andare il frate vostro più con una veste che con un’altra? Oh! se loro chiedessino una gran cosa che diresti voi? Questa è una piccola cosa; siate contento concederla. E così ancora quelli altri cittadini, per esser piccola cosa, ne lo confortavano; in modo che lui disse, per non stare a disputatione e passare il tempo: io son contento; pigliate un’altra pianeta o piviale di questi mia frati che son qui, e mutatela; con questo inteso, che non chieghiate altro. E così si fece; e mutossi quivi questa vesta di sopra; et partironsi commendando assai fra Hieronimo, che così avessi fatto e conceduto.
Didimo. Questa risposta di fra Hieronimo fu saviamente detta. Ma che seguì poi, e che fine ebbe questa disputatione?
Soffia. Non creder che qui si fermassino con le loro cavillationi, ma mettendo tempo in mezzo, che era già passato 22 hore, nulla si spediva: donde fra Hieronimo mandò di nuovo a sollecitare. Et ecco di nuovo tornare la medesima ambasceria, et il prefato Piero degli Alberti, con parole adulatorie verso di fra Hieronimo, dicendo: Padre, voi siete stato assai commendato di quel che, per vostra humanità, havete compiaciuto a questi frati di S. Francesco; e tanto più sarete commendato, se voi concederete ancora un’altra cosa, che vi adomandono. Rispose il frate: Piero, egli è meglio che voi non la diciate, perchè sapete, poco fa, dissi non voler concedere più altro, e fusti contento; e come hora vi mutate? Replicò Piero: Padre, non vi turbate; ella è quasi la medesima, che la prima. Dicano i nostri frati che il medesimo sospetto è nell’altre veste di fra Domenico d’esser maleficate, che era in quella mutatasi; e che vogliono che si spogli del tutto. Hor nota qui, Didimo, per il 3º segno; e giudica tu, se ti piace, che costoro volessin venire allo esperimento, o cavillando fuggirlo.
Didimo. Io ti dirò il vero: considerando questi modi, che tennon costoro, mi fanno credere che fussi vero quel che poco fa dicesti che havea detto Doffo Spini; di metter tante cavillationi a campo, che non si verrebbe allo esperimento. Vedesi che questi andamenti non sono altro che subterfugii per non far nulla; ma che disse fra Hieronimo?
Soffia. Rispose: o Piero, che cose adimandate voi? Volete voi che questo huomo vadia ignudo? che così volete che si spogli del tutto. Questo religioso ha portato tanti anni l’abito di San Domenico, e non lo lascierà mai insino alla morte, se non li sarà tolto per forza. Preterea, come poco fa vi dissi, questo non è combatter da cristiani, aver fantasia all’incanti. Io vi dico da parte di tutti nostri frati, che non vogliamo far altro, che quel che dice il contratto che ha fatto far la Signoria; e siamo parati a observare e venire allo esperimento, e per noi non sta.[673] Replicò Piero molte parole; e che si poteva mutare altre veste e non andare ignudo. E tandem non potendo avere altro, questi ambasciatori si partirno, et andorno su alla Signoria a querelarsi. Et intanto si avvicinava a 23 hore. E stando così un poco, venne ambasciata dalla Signoria, che fra Hieronimo fussi contento, siccome havea fatto mutare la prima vesta a fra Domenico, così lasciassi mutare le altre. E fra Hieronimo fu contento obbedire la Signoria; e disse, che questi frati di S. Francesco eleggessino uno, chi volevono di questi di S. Domenico (che ve n’era quivi più di cento), e spogliassinlo, e rivestissino fra Domenico de’ panni di quell’altro; con questo inteso che, se chiedessono più altro, che non lo concederebbe. E così rimasono; e venne quivi incontinente un de’ loro frati de’ zoccoli, chiamato fra Piero della Strada, et andò sguardando tutti quei frati di S. Domenico, e scelsene uno a suo modo, che era frate Alexandro Strozzi. Il quale, come si vidde pigliare da quel frate, credette esser eletto per andar nel fuoco; e tutto lieto corse a’ piedi di fra Hieronimo, chiedendo la benedizione per entrar nel fuoco. Al quale fra Hieronimo rispose: questo non tocca a voi; avete andare con fra Domenico, e spogliarvi, e rivestirvi de’ suoi panni e lui de’ vostri: E così andorno in Palazzo nella Camera dell’Arme, e spogliorno fra Domenico insino alle calze, scarpe e calcetti et ogni cosa; e, così rivestitosi de’ panni di quell’altro, due frati di S. Francesco lo ricondussono nella loggia, dove era prima, col suo crocifisso in mano con che escinne; e quivi lo guardavono, acciocchè forse non si fussi mutato altri panni. Vedi che segno ti par questo altro. Et hor fatto questo, fra Hieronimo manda a sollecitare che s’entri allo experimento, chè di già si avvicinava la sera. Et eccoti tornare la medesima imbasceria la 3ª volta. E quel venerabil cittadino Pier degli Alberti, cominciò a parlare a questa volta con un altro colore rettorico, che non aveva fatto insino a qui: e tu, Didimo, da questo suo parlare potrai haver l’altro segno da fare il tuo iuditio. Hor questo Piero disse prima male de’ frati di S. Francesco, per captare benevolentia dall’altra parte; e disse: Padre fra Hieronimo, questi frati di S. Francesco son troppo importuni. Io l’ho detto loro; pure habbiate patientia. Voi n’havete più discritione, et havete usato più urbanità di loro. E’ ci resta solo una cosa, e questa si è: quel Crocifisso, che fra Domenico ha in mano, non vorrebbono che ’l portassi seco nella capanna del fuoco, per il medesimo rispetto sopradetto. Hor come fra Hieronimo ebbe udita questa proposta, si volse e disse: Piero, non v’ho io detto che questi vostri non combattono da Cristiani, ma da infedeli? Come ardiscono loro proibire che Cristo nostro e lor Signore non si porti in sua difensione? In che dunque confidano questi vostri, se non voglion Cristo? Preterea voi havete, poco fa, due volte promesso non chieder altro; et hor tornate con nuove domande. Questo vuol dir altro. Credete voi che noi siamo senza intelletto? e che noi non veggiamo che non volete venire allo experimento ordinato; ma volete consumare il tempo con queste cavillationi, per condurci a notte, alfine di far qualche altro male? No, che io non ne voglio sentir altro; chè, consentito questa volta, ne verresti all’altra. Noi vogliamo osservare il contratto, chè quel più vi haviamo concesso. Noi non andiamo con incanti, nè con superstitione alcuna; ma semplicemente, confidandoci in Cristo e non in altro; e con fede, anzi certezza, entrando nel fuoco, di uscire inleso; e chi, per la parte nostra entrerrà, che non si arderà un capello, non pure un pelo della Cappa o della vesta; perchè la nostra fiducia è tutta in Cristo crocifisso per noi; e con lui vogliamo star nel fuoco e fuor del fuoco, nè lo vogliamo lasciar per nessun modo. Anzi fra Domenico, non solamente con quel crocifixo che lui ha in mano; ma etiam col Sagramento, che è qui in su l’altare, andrebbe nel fuoco, se li paressi di portarlo. Donde, finito questo parlamento, quelli cittadini, che non potevono haver altro da fra Hieronimo, si partirono. Ma lui mandò dire alla Signoria che, per lui non mancava, nè per li sua frati, di osservare quanto avevono promesso, e che eron parati a obedir quanto lei comandava. Per il che la Signoria, vedendo che gli era presso a notte, dettono licentia a ognuno che se n’andassino: che senza licenzia questi frati non si sarebbon partiti. E però, vedendo la Signoria che il tempo della notte forse e senza forse arebbe dato occasione di scandolo, volse che ognuno, senza far altro experimento, se ne partissi innanzi che fusse scurato il giorno. Hor giudica tu, Didimo, se questi tua amici dicano il vero o la bugia, che da fra Hieronimo rimanessi a far lo experimento del fuoco, o dall’altra parte. Tu hai inteso hora tutto il vero; chè a tutto quel che io ti ho detto mi trovai presente. Hor, se tu hai preso e gustato tutti li segni et il procedere di questa materia, giudica tu quel che te ne pare.