← Table of contents
La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

LIBRO QUARTO. [1497-1498.]

Reading edition

CAPITOLO PRIMO. Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. [1497]

Nella quaresima dell’anno 1497, il Savonarola continuò le prediche sopra Ezechielle, le quali toccarono diversi argomenti d’importanza nella lotta che ferveva sempre più viva contro Roma. Furono però assai imperfettamente compilate, perchè il Violi che le raccolse dalla viva voce, ne fece appena un breve ed arido sommario, nel quale tralasciava assai spesso le cose di maggior momento, per tener dietro solo alle visioni e profezie.‍[21] Noi ci limiteremo, quindi, a riportarne solo alcuni brani che ci sembrano più notevoli.

Uno degli argomenti che meritano di essere più particolarmente considerati in queste prediche, è quello dei beni temporali della Chiesa; su di che il Savonarola non espresse mai tutta la sua opinione, aspettando forse che la riunione del Concilio gliene porgesse occasione più opportuna. Nel quaresimale sopra Ezechielle però, disse chiaramente che la Chiesa può avere beni temporali, che essi erano stati qualche volta utili, anzi necessari; ma che ora sembravano esserle solo di peso e di danno. «Le ricchezze» egli diceva «son quelle che l’hanno guasta. — Oh! frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere beni temporali? — Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè non è da credere, se non si potesse tenere, che San Silvestro li avesse accettati, e San Gregorio li avesse confermati; però noi ci sottomettiamo alla Chiesa Romana. — Oh! che val meglio, che ne abbia o no? — Questa è una gran questione, perchè vediamo che ha pur fatto male per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo provi. Rispondiamo, adunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuole gittare le ricchezze in mare absolute, ma fuggire il pericolo; e diciamo che la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe più unione con Dio. Però io dico alli miei religiosi: tenete sempre salda la povertà, chè quando vi entra le ricchezze in casa, vi entra la morte.»‍[22] E continuando lo stesso argomento si scagliava terribilmente contro quei secolari o sacerdoti che usurpavano i beni ecclesiastici, e ne facevano cattivo uso. «Chiunque ha usurpato questi beni, li renda alla Chiesa di Cristo, se i pastori son buoni; altrimenti li dia ai poveri, nè abbia paura dei canoni. Tu, canonista, di’ pure quel che tu vuoi, che il mio primo canone sarà sempre la carità. Io vi dico: voi dovete avere questa regola, che nessun canone può esser contrario alla carità ed alla coscienza, altrimenti non sarebbe canone.»‍[23]

In vero, pel Savonarola la carità era la legge universale, e la coscienza era la norma suprema. Egli non voleva alterare i dommi, e neppure credeva che una riforma puramente ecclesiastica potesse bastare a correggere la corruzione universale dei cristiani: bisognava ridestare la fede negli animi, bisognava ringiovanire il cuore dell’uomo. «Che vuol dire tutta questa guerra che mi muovono? quale ne è la cagione? Niente altro che il mio scoprire la corruzione dei cattivi....»‍[24] «Ma io farò, come fece Frate Jacopone in Concistoro, il quale, essendogli detto che predicasse qualche cosa, si voltò attorno e ripetè tre volte: io mi maraviglio come per li peccati vostri non si apre la terra e non vi assorbe.»‍[25]

Le accuse contro Roma furono anche in questa quaresima argomento principale di molte prediche; ed acquistavano forza maggiore dal presentimento d’una vicina crisi della lunga lotta, d’un prossimo sollevamento di tutta la Cristianità contro le abominazioni di Roma. Nè il Savonarola, oggimai, si asteneva dall’affermare che egli si sarebbe messo alla testa d’un tal movimento, per correggere e riformare la Chiesa. «La terra è piena di sangue,» diceva egli, parlando dei preti, «e non curano nessuno; anzi col malo esemplo ammazzano ognuno nell’anima sua. Si sono allontanati da Dio, e il loro culto è di stare tutta notte colle meretrici, e tutto il dì a cicalare nei cori; e l’altare è fatto bottega del clero. Dicono che Dio non ha provvidenza del mondo, che tutto è a caso, e non credono che nel sacramento sia Cristo.‍[26] .... Fatti in qua, ribalda Chiesa. Io ti avevo dato, dice il Signore, le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi désti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi de’ tuoi peccati, ma ora non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli; ora non più nipoti, ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto un luogo pubblico, e hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno: chi ha danari passa e fa quel che vuole, chi cerca il bene è scacciato via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene.... E così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto. Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore, io ne vengo a te ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi; e sarà conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni, i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te; io ti darò in mano di chi ti odia.»‍[27] ... «O preti e frati, voi col malo esemplo, avete posto questo popolo nel sepolcro delle cerimonie. Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro, perchè Cristo vuole risuscitare la sua Chiesa in ispirito. Credete voi che San Francesco, San Domenico e gli altri Santi abbino dimenticato la loro religione e non preghino per essa? Noi tutti, ancora, dobbiamo pregare per questa rinnovazione. Scrivete in Francia, in Alamagna; scrivete per ogni dove: quel frate dice che andiate tutti al Signore e facciate orazione, perchè il Signore vuole venire. — Sù, spacciate via cavallari.... Credete forse che noi solamente siamo buoni? che non vi siano dei servi di Dio negli altri luoghi? Gesù Cristo ne ha molti, e ve ne sono assai in Alamagna, in Francia, in Spagna, i quali ora stanno ascosi e piangono questa infermità. Ve n’è in tutte le città e castella, in tutte le ville e religioni, di quelli che hanno questo fuoco. Essi mi mandano a dire qualche cosa nell’orecchio, ed io rispondo: — State nascosti infino a che si dirà: Lazare, veni foras. Io sto qui, perchè il Signore mi ci ha messo, ed aspetto che mi chiami; allora manderò fuori una gran voce che sarà udita in tutta la Cristianità e farà tremare il corpo della Chiesa, come la voce di Dio fece tremare quello di Lazzaro.»

«Molti di voi dicono che verranno scomuniche; ma io vi ripeto che si cerca altro che scomuniche. Per me ti prego, o Signore, che la venga presto. — Oh! non hai tu paura? — Non io, che mi vogliono scomunicare perchè non faccio male. Portatela in su una lancia questa scomunica e apritele le porte. Io voglio risponderle; e se non ti fo maravigliare, di’ poi quello che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua, che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e commuovere il mondo.»

«So bene che vi è pure a Roma chi s’affatica tutto giorno contro di me. Ma esso non ha zelo di religione, e lo fa solo perchè s’è perduto sempre dietro ai magnifici e gran signori.‍[28] Altri dicono: il frate ha piegato, egli ha mandato a Roma uno de’ suoi.» «Io ti so dire che la brigata non consente a’ miei; e se io volessi andare adulando, non sarei oggi a Firenze‍[29] nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste cose, io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare. Io ti domando questa grazia: che tu non mi lasci morire in sul letto; ma che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.... Intanto, figliuoli miei, non dubitate; perchè certamente avremo l’aiuto del Signore.»‍[30]

Così finiva il quaresimale sopra Ezechielle, in cui il Savonarola apparecchiava il popolo alla gran lotta ch’era vicina a scoppiare, al Concilio ch’egli sperava di riuscire ben presto a raccogliere. Ma nel tempo che s’apparecchiava a ricevere la scomunica, ed a sostenere con Roma una guerra religiosa, nuovi ed inaspettati pericoli minacciavano gravemente lui e la repubblica. Il partito dei Bigi mostrava un’insolita attività, che dava non piccolo pensiero agli amici del governo libero, i quali vedevano come, nelle presenti condizioni del popolo, ogni tentativo dei nemici poteva riuscire di pericolo gravissimo. La fame ed il caro de’ viveri erano sempre cresciuti, mentre il lavoro scemava; ogni giorno nuove famiglie di contadini venivano a branchi in città, ove, chiedendo soccorso per le vie, davano un tristo spettacolo di miseria. Alla fame s’erano poi unite molte malattie, fra cui la peste cominciava a sorgere più minacciosa. Gli spedali e tutti i luoghi pubblici erano pieni di malati e di poveri, le private abitazioni dei Piagnoni s’aprivano a ciascuno generosamente; e, ciò non ostante, Iacopo Nardi fa ascendere a più migliaia il numero di quelli che morirono di fame, molti de’ quali esso vide cadere estenuati, su’ muricciuoli delle vie o accanto agli usci delle botteghe:‍[31] questi eran tempi davvero opportuni pei Medici; ed infatti, mentre i Piagnoni non pensavano ad altro che a soccorrere il popolo, i Bigi erano tutti dediti a cospirare in segreto pel ritorno di Piero. Ed uno di coloro che più si adoperavano, era quel Frate Mariano da Gennazzano, il cui odio contro al Savonarola fu sempre inestinguibile: esso aveva di continuo aizzato il Papa contro di lui, ed ora veniva improvvisamente a Firenze. Ma, prima di narrare quali fossero le trame di quel partito, e che mezzi adoperasse Piero de’ Medici, per riuscire nel suo intento; vediamo che vita fosse stata in questo mezzo la sua, e quali i suoi pensieri. Per fortuna, noi abbiamo di ciò un’assai minuta relazione, fattaci da un Lamberto dell’Antella‍[32] che s’era molto adoperato in quei maneggi, e conosceva assai bene l’indole ed i costumi di tutti coloro che ci avevano posto le mani.

Piero dei Medici, adunque, dopo che nell’anno passato gli era fallito il tentativo d’entrare in Firenze colle armi, trovandosi privo di speranza, con pochi amici e senza danari; s’era ritirato a Roma, dove si abbandonò ad ogni più osceno e scandaloso vivere. Si levava la mattina in sull’ora del desinare, ed innanzi tutto mandava in cucina a vedere se gli apparecchi erano di suo gusto, altrimenti ne andava a casa San Severino dove ogni giorno si faceva lauto pranzo; e quivi soleva passare la più parte del suo tempo. Finito il desinare, si chiudeva con qualche cortigiana per una di quelle camere (così ci racconta l’Antella), e rimanendovi insino a dopo la cena, ne usciva con uomini di mal affare e di poco cervello a correre le vie di Roma; la notte passava nei bagordi, ed una o due ore innanzi giorno, tornavasene finalmente a casa ed alla moglie. La gola, il giuoco, la libidine ed ogni vizio contro natura, consumavano il tempo e la vita sua; ma fra tutte le sue passioni, violentissimo era l’orgoglio ed il bisogno che aveva di opprimere e dominare gli altri. A lui sembrava che chiunque gli era intorno, fosse tenuto obbedirlo e lasciarsi tiranneggiare a suo arbitrio. Nè mai gli veniva in animo alcun sentimento di riconoscenza o pietà verso coloro che lo servivano: non v’era fede, non v’erano fatiche o pericoli corsi per lui, che bastassero mai a salvare da’ suoi modi prepotenti e bestiali. Un tal Francesco del Nero, dopo avere per suo comando viaggiato tutta Italia, portando somme considerevoli, servendolo con quanta fede è al mondo; n’ebbe questa ricompensa, che Piero lo prese grandemente a noia, ed ebbe l’animo di pregar Lamberto dell’Antella che lo facesse in qualche modo uccidere. In casa sua v’era sempre qualcuno dei più antichi e fedeli servitori, de’ quali, quando aveva bisogno, sembrava fare grandissimo conto e tenerli in grandissima affezione; ma, non appena avea cessato di valersene, li trattava peggio che bestie, e per levarsene qualcuno d’intorno, tentò anche il veleno. Nè teneva questi modi brutali solo coi servi; egli anzi non sapeva frenarsi con alcuno, e col suo fratello Cardinale‍[33] trascorreva assai spesso, in presenza di molta gente, a parole ed atti indegni d’usarsi coll’ultimo famiglio; onde più volte furono in sul punto di separarsi. Tutto ciò, per altro, non impediva che quando al Cardinale venivano danari, Piero ne volesse in ogni modo la parte sua che, in due o tre giorni, aveva subito giocata o gettata via.

In questo modo s’erano ridotti a tale, che avevano dovuto impegnare le gioie, gli argenti ed arazzi; erano carichi di debiti su cui pagavano il 20 per cento; e, per usare una frase del tempo, non spendevano fiorino che non costasse loro otto lire.‍[34] Ciò non ostante, Piero si pasceva sempre della speranza d’avere un giorno a tornare in Firenze, e si godeva nel pensiero delle vendette che allora avrebbe fatte, e del sangue che avrebbe versato. Teneva seco una nota di tutte le famiglie che dovevano essere disfatte; le loro case pensava spianare, e i loro beni confiscare a suo vantaggio. Infatti, quando, per la venuta dell’Imperatore a Pisa, risorgeva un poco la speranza dei Medici; il Cardinal Giovanni, trovandosi a Bolsena e discorrendo un giorno della possibilità d’essere richiamati, si lasciò dire: che gli esilii e le confische del 34,‍[35] e le morti del 78‍[36] dovevano sembrare un giuoco a quello che farebbero essi questa volta; perchè si volevano assicurare per modo, da non venire mai più cacciati di Firenze. La via che Piero si proponeva di tenere, per riuscire nel suo intento, era di spendere quasi tutte le entrate dello Stato in due grosse condotte, affidate al comando dell’Orsini e dell’Alviano; ed in tal modo sperava colle armi far sicure le sue vendette. Egli, poi, se ne stava sempre dietro ai potentati d’Italia, a pregare ed a raccomandare la sua causa; perchè desiderava ardentemente di entrare in Firenze solo colle armi esterne, e non venire in obbligo di sorta verso alcun cittadino, nè doversi reggere coll’aiuto e consiglio loro, cosa che sopra tutte le altre aborriva. Un giorno, infatti, trovandosi nella sua camera a discorrere con qualche amico del desiderato ritorno in Firenze; e, come suole avvenire in questi casi, parendo ad ognuno d’essere quasi in sul fatto, messer Lodovico da S. Miniato si rivolse a lui, dicendogli: «Voi farete un bello Stato, e con un savio e buon Consiglio di 25 o 30 cittadini, farete la Pratica e governarete la terra a vostro agio.» Al che Piero, con un atto assai indecente, rispose: «Voi dovreste pure aver capito, che io non vo’ consiglio di persona; e desidero piuttosto capitar male per consiglio mio, che bene per quello d’altri.»‍[37] Tali erano i costumi e le intenzioni dell’uomo che i potentati cercavano rimettere in Firenze, ed ora, anche la fortuna pareva che gli volesse porgere favorevole occasione.

Durante la lotta che ferveva tra Arrabbiati e Piagnoni, i Bigi avevano saputo acquistar nuove forze; giacchè, tenendosi sempre stretti ed uniti fra loro, e ponendosi tutti insieme ora da un lato ora dall’altro, divenivano assai spesso padroni delle elezioni che si facevano in Consiglio. Così di fatti, nella nuova Signoria per Marzo ed Aprile, riuscirono a crear gonfaloniere Bernardo del Nero, uomo certamente di molta autorità e prudenza; ma stato sempre creatura dei Medici, e desideroso di vederne il ritorno, o almeno di stabilire in Firenze un governo ristretto.‍[38]

Non appena fu nota questa elezione, che subito si vide nei Bigi una gioia che invano cercavano di nascondere: una staffetta partì segretamente da Firenze e corse a briglia sciolta verso Roma, per dare l’annunzio a Piero dei Medici. Questi, svegliatosi allora dal suo letargo, scrisse immantinente agli alleati, ad amici e parenti; onde raccogliere uomini, armi e danari. Trovò gran favore nel Papa, nei Veneziani ed in altri; il Duca di Milano però restava sempre chiuso nel suo antico rancore.‍[39] In Firenze, molti giovani caldissimi nella sua parte lo sollecitavano con lettere e con messi continui; promettevano che al suo primo apparire, la città intera si sarebbe sollevata in favore dei Medici. Onde egli, così aiutato ed incoraggito, potè mettere insieme 1,300 uomini, sotto il comando di Bartolommeo d’Alviano, giovane allora di grandi speranze nella milizia italiana; ma, quando era pronto a mettersi in moto, e quando già s’avvicinava al suo termine l’ufficio della nuova Signoria a lui favorevole; Bernardo del Nero mandò a consigliare di soprassedere, giudicando che l’impresa fosse per allora di assai difficile riuscita. Piero, d’altronde, dopo i sacrifizi fatti e le speranze avute, non poteva più stare sulle mosse; e, ricevendo da altri amici lettere che gli davano grande animo e lo sollecitavano, decise finalmente di tentare in ogni modo la fortuna.

Verso il 20 d’aprile, si mise in cammino per Siena, dove trovò Pandolfo Petrucci che era quasi signore di quella repubblica, tutto disposto a favorirlo. Riposate, quindi, e messe in ordine le sue genti, pigliava la via di Firenze il 27 dello stesso mese. Camminarono così rapidi, che due ore innanzi all’alba del 28 erano già al monastero di S. Gaggio, dove aspettavano che, fatto giorno, il popolo aprisse la porta di S. Pier Gattolini,‍[40] e li ricevesse con acclamazioni in città. Ma nella notte erano stati trattenuti da una pioggia dirotta, presso alle Tavernelle, luogo distante 16 miglia da Firenze; e mentre che quivi riposavano i cavalli e la gente stanca, avevano anche, per maggior cautela, trattenuto o rimandato indietro chiunque veniva verso la città. Fra questi fu un contadino il quale, vedendosi, a quell’ora ed in quel luogo, ricacciato da cavalieri armati, sospettò che quivi fosse Piero de’ Medici; e, messosi per vie traverse, si trovò alla porta in sul primo aprire di essa, onde subito potè fare avvertiti i doganieri di tutto l’accaduto. Questi lo menarono difilato alla Signoria; e non erano anche giunti al Palazzo, che la città era già piena della nuova del fatto. Il popolo sollevato correva alle armi, e la Signoria si trovava subito costretta a far chiudere le porte, e mettervi sopra quelle poche artiglierie ch’erano pronte. Bernardo del Nero cercava nascondere il suo vero animo, col mostrarsi dei più caldi a provvedere; e come nel popolo già s’erano generati molti sospetti, così fu pensato di non metter fuori i gonfaloni; ma si dierono, invece, le armi solamente a quelli che erano più fidati e conosciuti amici della libertà, i quali subito corsero alla guardia delle porte.‍[41]

In questo mezzo, quando il disordine era grandissimo e lo spavento universale nella città; messer Filippo Arrigucci, uno dei Signori, e tutto amico del Savonarola, mandò a lui Girolamo Benivieni, per sapere quello che sarebbe seguito della città. Il Benivieni medesimo ci racconta, come non appena il Frate lo vide entrare nella cella, che, senza neppur dargli tempo di parlare disse: «Modicæ fidei, quare dubitasti? Di’ pure ai Signori, che Piero de’ Medici arriverà alle porte e tornerà indietro, senza ottenere alcun risultato.»‍[42]

In fatti, non appena fu chiaro il giorno, che Piero s’accostò alla porta; e, con sua grandissima maraviglia, la trovò sempre chiusa. Quando poi s’avvide, come le poche spingarde che v’erano sopra s’apparecchiavano a tirargli contro; allora si nascose dietro un muro, dove invano attese che la città levasse tumulto in suo favore. Così resto tutto il giorno; e, trovandosi alla testa di 1300‍[43] uomini benissimo armati, non ebbe il coraggio di muovere una sola spada; ma, piuttosto, volle dare di sè miserabile spettacolo agli abitanti di quel borgo, che, guardandolo, deridevano la sua paura. Persuaso finalmente che nella città niuno si moveva in suo favore; e, sopravvenendogli ancora il pensiero, che le genti fiorentine a Pisa gli potessero tagliare il cammino alle spalle; si volse subito indietro, facendo piuttosto una fuga che una ritirata, perchè non era anche giorno, che già si trovava sul territorio sanese.

Dopo questo fatto, Piero dei Medici non poteva più avere alcuna speranza di tornare in Firenze. La sua fortuna era oggimai rovinata per sempre: nel tentativo dello scorso anno aveva sperimentato quanto valessero la fede e gli aiuti de’ suoi alleati; ed ora che alla testa del governo s’era trovato un suo fautore, potea vedere qual fondamento avessero le speranze che i suoi partigiani gli avevano date in Firenze. Ivi, però, le cose non restavano tranquille; ma, invece, piene d’alterazione e disordine. Il dubbio, già venuto a molti, che nella Signoria stessa si fosse tramato in favore de’ Medici, teneva gli animi tutti sollevati e pieni di sospetto; inaspriva le parti e destava odii nuovi. Con molta prudenza fu, quindi, deliberato d’abbuiare il fatto, sino a che non se ne venisse talmente in chiaro da poter dare qualche sanguinoso esempio. Una nuova Signoria fu eletta il medesimo giorno di quel tentativo; agli Otto fu imposto di vigilare sui movimenti di Piero; Francesco Valori ch’era di quel magistrato e Tommaso Tosinghi ch’era dei Dieci, ebbero l’incarico di rintracciar quelle fila della congiura che s’erano ordite in città. E così, per un momento, posarono le cose; non però senza pericolo di nuovi e maggiori disordini.

CAPITOLO SECONDO. Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a scemare.

Fallito il nuovo tentativo di Piero de’ Medici, cadde subito la fortuna dei Bigi, e gli Arrabbiati, loro acerrimi nemici, salirono in grandissimo auge. La nuova Signoria fu quasi tutta di Arrabbiati, e Piero degli Alberti, uno dei loro capi, fu creato gonfaloniere di giustizia. Non appena si trovarono padroni del campo, che si dierono subito a raffermare la parte ed indebolire gli avversari; ma, siccome i Bigi erano già caduti assai basso, così gli odii si riunirono tutti contro al Savonarola ed al partito popolare. Al che trovarono grandissimo favore nel duca di Milano, e molto maggiore nel papa, che ora negava d’aver soccorso Piero dei Medici,‍[44] e prometteva agli Arrabbiati ogni favore, ogni opera per aiutarli a spegnere il Frate. Si posero, adunque, efficacemente all’opera; e primi ad incominciare furono i Compagnacci, sotto il comando di messer Doffo Spini, giovane di perduti costumi, ma di grandissimo ardire. Si radunavano la sera in laute cene, e fra il brio dei bicchieri meditavano sempre nuove insidie al Savonarola. Questi, però, s’era chiuso in San Marco e si asteneva dal predicare; onde non potevano fargli altro che affiggere scritti ingiuriosi alle mura del convento; cercare con ogni sorta di schiamazzo interrompere la messa e le sue orazioni; insultare quelli che vi andavano, ed aspettare occasione a far cose maggiori.‍[45]

E l’occasione si avvicinava, perchè il Savonarola aveva deciso che nel giorno dell’Ascensione (4 maggio) non avrebbe lasciato il popolo senza predica. Gli animi, quindi, si esaltarono da una parte e dall’altra; gli Arrabbiati si apparecchiavano ad impedire la predica, i Piagnoni a volerla; questi si armavano a difesa del Frate, quelli ad offesa. I Compagnacci, ai quali veniva sempre affidalo il maneggio principale di queste enormità, s’erano decisi di dovere, quel giorno, o uccidere il Savonarola o, almeno, fargli qualche grave ingiuria. Dieci di essi s’intesero dapprima con un certo Baia maestro di fuochi lavorati, per far saltare in aria il pergamo, nel bel mezzo della predica. Ma, poi, desistettero da un tale proposito, ripensando al danno gravissimo che ne sarebbe venuto a tutta la moltitudine stivata nella chiesa, ed all’odio infinito ch’eglino si sarebbero tirato addosso con tali enormezze. Si decisero, quindi, ad imbrattare il pergamo con mille brutture; vi posero anche la pelle d’un asino; e sulla sponda, dove il Frate soleva battere il pugno nel predicare, inchiodarono delle punte di ferro. Questa era una bassa ed inutile ingiuria; ma speravano quel giorno di far nascere tumulto, e nel tumulto trovare occasione a porre in atto i loro disegni.‍[46]

Intanto, la città era piena di mille voci che ripetevano ed esageravano questi maneggi dei Compagnacci; alcuni dicevano che s’era con polvere invisibile avvelenato il pergamo; altri assicuravano che il Frate sarebbe stato ucciso in chiesa, mentre predicava; chi ripeteva una cosa e chi un’altra. Si fecero quei giorni tali e tante scommesse sul predicare o non predicare del Frate, che la Signoria credette necessario annullarle con due deliberazioni del 3 maggio; e con una terza ordinava che nel giorno dell’Ascensione non si dovesse impedire la predica ad alcuno.‍[47] Nondimeno, gli amici del Savonarola vennero nella sua cella e lo pregavano che non volesse mettere a repentaglio la propria vita, che si astenesse per quel giorno dalla predica. Ma il Frate, tutto pieno d’una nobile indegnazione, rispondeva: «Io non posso, per timore degli uomini, lasciare il popolo senza predica, in quel giorno in cui il Signore ha ordinato ai discepoli d’andare pel mondo a spargere la sua dottrina.» Allora agli amici non restava altro che apparecchiare le armi per difenderlo.

La mattina in sull’alba, i primi Piagnoni che entrarono in Duomo ripulirono il pergamo da ogni bruttura, lo ripiallarono, e misero in ordine ogni cosa. Il Savonarola usciva dal convento poco prima delle 12, ed, accompagnato da’ suoi più fidi, entrava in chiesa. Ivi, dietro alla moltitudine stivata di tutto il popolo, si vedevano i Compagnacci che, senza punto lasciarsi spaventare, si tenevano riuniti in disparte: tutti profumati e riccamente vestiti, con un sorriso di sprezzo e di scherno impudente sulle labbra, facevano un singolare contrasto alla modesta semplicità e devozione de’ Piagnoni.‍[48] Il Frate finalmente saliva sul pergamo, ed incominciava la predica col discorrere sulla forza della fede. «La fede,» egli diceva, «può tutto, vince tutto, e sprezza la vita terrena perchè è sicura della celeste. Ora si avvicinano i tempi predetti; noi siamo nell’ora del pericolo e si vedrà chi è veramente col Signore. I cattivi credevano quest’oggi di potermi impedire la predica; ma sappiano essi, ch’io non ho mancato giammai al mio dovere per paura degli uomini. Non vi sia su questa terra uomo nè grande nè piccolo, che si vanti d’avermi impedito il mio ufficio. Io sono pronto a metterci anche la vita. O Signore, liberami tu da questi avversari che mi chiamano seduttore; libera l’anima, che del corpo non temo. Io chiamo in testimonio il Signore, la Vergine, gli Angeli ed i Santi, che le cose da me rivelate vengono da Dio, e che io le ho avute per divina ispirazione, nelle vigilie durate pel bene di questo popolo che ora m’insidia.»

Dopo una lunga e generale introduzione sulla fede, il Savonarola volgeva ai buoni la sua parola. «Voi vi perdete per poco, vi contristate quando dovreste rallegrarvi; ora si avvicinano le tribolazioni: vi sarà guerra di scomuniche, di spade e di martirio: sono venuti i tempi di prova. Iddio voglia che io sia il primo a sostenerle; io ho già annunziato che riceverò una grande ingratitudine, e i tepidi mi faranno come i fratelli di Giuseppe, che lo venderono ai mercatanti egiziani. Costoro gridano che io non sono profeta; ma fanno di tutto per adempiere le mie profezie. Io vi ripeto che l’Italia sarà devastata da genti barbare; e quando esse faranno pace tra loro, sarà allora distruzione sopra distruzione alla perversa Italia. Ma voi, buoni, fate orazione ed avrete l’aiuto del Signore.»

«Ora, ai cattivi.» E qui subito un gran mormorio s’intese nella chiesa. «Signore, non ti adirare con essi; perdonali; convertili; perchè essi non sanno quel che si fanno. Voi, cattivi, credete combattere il Frate, e fate guerra al Signore; perchè io non vi combatto per odio a voi, ma per amore al Signore. Voi dite ch’io semino discordia; ma anche Cristo venne a mettere guerra fra gli uomini. Perchè non tornate alla virtù, che allora sarà fatta la pace? — O Frate, tu non dovevi predicare, la Signoria te lo ha impedito. — Ciò non è vero, nè io debbo astenermi dalla predica, per timore o comando degli uomini: io mi tacerò solo quando la mia predica può far danno, quando temessi di far nascere scandalo.»

In questo momento, quasi volessero prenderlo in parola, uno scroscio tremendo rimbombò in tutta la chiesa: si aprirono le porte e la gente si dette precipitosamente alla fuga; il rumore, il disordine, la confusione furon tali che pareva che il Duomo ne crollasse. I Compagnacci avevano cominciato il tumulto. Messer Francesco Cei, uno di loro, sollevando la cassa delle limosine l’aveva fatta precipitare a terra, nel tempo stesso che un altro sonava un tamburo; molti picchiavano sulle panche ed alcuni spalancavano le porte. La moltitudine, perciò, si dava spaventata alla fuga; e mentre alcuni si restringevano intorno al pergamo per difendere il Savonarola, altri erano già corsi in via del Cocomero a pigliare le armi che avevano depositate in casa di Pier Francesco Tosinghi e del ricco‍[49] Cambi. Costoro, in numero di circa 60, tutti armati in asta e tutti ansanti, tornavano subito correndo verso il pergamo. Al primo apparire di quelle armi, la moltitudine vie più spaventata, credendo fossero gli Arrabbiati, fu messa in un disordine indescrivibile, che impediva ad ognuno l’andare innanzi o indietro. Ed in questo mezzo, Bartolommeo Giugni e Giuliano Mazzinghi ch’erano degli Otto, credendosi sicuri sotto la dignità del loro ufficio, s’avvicinarono al pergamo con la intenzione di uccidere il Savonarola. Ma lo trovarono assai ben guardato, ed il Giugni ricevette da Carbizzo da Castrocaro una solenne guanciata, cosa mai più avvenuta ad uno degli Otto.

Fra questo disordine e tumulto infernale, invano il Savonarola alzava la voce, dicendo: «Ah! i cattivi non vogliono la loro parte.... Aspettate, abbiate pazienza.» Di poi levava in alto il Crocifisso, esclamando: «Sperate in questo, non temete di nulla.» Ma, vedendo che tutto era vano perchè niuno più ascoltava, si pose in ginocchio a pregare; e quando il tumulto fu un poco racquetato, egli discese dal pergamo è si pose in mezzo ai suoi che lo ricevettero con alte acclamazioni di gioia: alcuni levavano in alto le spade e le lance, altri le croci che avevano in mano, e tutti al grido di Viva Cristo, lo accompagnarono a San Marco. Dove, nell’orto del convento, in mezzo a’ suoi frati, aggiunse alcune brevi parole per conchiudere la predica interrotta. «Quanto più tarda,» egli disse, «la mano del Signore, tanto più sarà grave e severa nel rendere a ciascuno secondo le sue opere. I cattivi non vogliono credere, non vogliono udire; ma essi precipiteranno nella fossa che hanno scavata; essi scalzano il fondamento d’un muro che cadrà loro addosso. Allora io canterò lode al Signore, ed uscirò lieto di questa vita.»‍[50] La predica dell’Ascensione, che così la chiamarono, corse subito per tutta Italia. Girolamo Cinozzi ebbe la fermezza di raccoglierla in mezzo al tumulto, e la pubblicò insieme con la narrazione fedele di ciò che era avvenuto sotto ai suoi occhi, ponendovi anche la conclusione dal Savonarola fatta in San Marco.‍[51] D’altro allora non si ragionava a Firenze, a Roma e per tutta Italia: ognuno aspettava che questo fatto portasse conseguenze assai maggiori.

Il Savonarola, intanto, pubblicava, colla data del dì 8 maggio, una nuova epistola: A tutti gli eletti di Dio e fedeli cristiani.‍[52] In essa diceva: «Noi abbiamo deciso d’imitare il Signore che molte volte diè luogo all’ira, e però ci asterremo adesso dal predicare. Ma, perchè l’opera di Dio non vada per terra, e i cattivi non si rallegrino; vi diremo per lettera quello che non possiam dire a voce. Non vi turbate; ma rallegratevi, invece, delle persecuzioni. Le nostre profezie si verificano tutte: prima ci hanno calunniato; hanno, quindi, per vie distorte cercato la scomunica; e, non essendovi ancora riusciti, attentano ora alla nostra vita. Non si è anche versata gocciola di sangue; perchè il Signore, conoscendo la nostra fragilità, non ci lascia tentare sopra le nostre forze; ma a poco a poco, crescendo le tribolazioni, ne farà crescere la fede, la virtù e l’animo a cose maggiori. Così ci apparecchia a più gravi persecuzioni; acciò gli uomini, maravigliati della nostra costanza, comincino a pensare che siamo sostenuti dalla certezza d’una vita migliore di questa, e comincino a sperare in quella. Le nostre tribolazioni, malgrado la volontà di coloro che le muovono, serviranno, quindi, a dilatar questo lume. Noi, ringraziamo il Signore che, in questi tempi affatto privi di fede, ci ha eletti a soffrire per essa. E se voi siete privati del verbo di Dio, per colpa di coloro che hanno voluto commettere scandalo, nel giorno stesso in cui il Signore comandava ai suoi discepoli d’andare a predicare nel mondo; pregate l’Onnipotente che si degni nuovamente aprire la bocca de’ suoi predicatori, perchè quando Esso comanda, non vi è forza che possa resistere.»

Intanto, ogni giorno cresceva la potenza degli Arrabbiati, ed i Frateschi erano sempre più oppressi. Gli autori del tumulto rimanevano impuniti, ed, invece, molti popolani venivano messi alla fune dagli Otto, i quali, creati ad impedire i disordini, erano quelli appunto che li avevano provocati. La Signoria, inoltre, mandò fuori un bando col quale inibiva il predicare ad ogni frate, di qualunque ordine si fosse.‍[53] Il 20 maggio fu poi tenuta una lunga pratica, nella quale, mentre si proponeva di cercar modo a ristabilire la pace fra’ cittadini; si cercava, anche, di poter cavare da essi, il consenso ad un bando d’esilio contro al Savonarola: cosa che non potè riuscire, perchè subito si vide che avrebbe generato troppo grave e scandaloso odio nel popolo fiorentino.‍[54] Non per questo gli Arrabbiati perdevano animo; essi avevano altre ed assai maggiori speranze. Di giorno in giorno aspettavano l’arrivo della scomunica che il papa aveva tenuta finora sospesa, solo per vedere che risultato avesse il tentativo di Piero de’ Medici, e, forse anche, sperava nel fatto dell’Ascensione, di cui Mariano da Gennazzano poteva tenerlo in chiaro. Questi, fallita che fu la congiura dei Medici, era subito fuggito a Roma, dove trovavasi adesso; e con ogni sua possa incitava il papa alla rovina del Savonarola, cui non dava altri nomi che quelli di strumento del diavolo, perdizione del popolo di Firenze e simili. Il Borgia, d’altronde, non aveva bisogno che Fra Mariano gli stillasse odio e veleno nell’anima. Ed il fatto dell’Ascensione, nel mentre lo adirava sempre più contro alla nuova audacia del Frate, gli dimostrava pure quanto fossero deboli, in quel momento, i seguaci, e quanto potenti i nemici di questo; onde egli pensò essere finalmente venuto il tempo spedire quel Breve di scomunica, che già da un pezzo era pronto.

Nel medesimo tempo il Savonarola, quasi sentisse la tempesta addensarsi sul suo capo, cercava scongiurarla con una lettera scritta al papa, in data del giorno 22 maggio. In essa, pigliando un tuono benevolo e dignitoso nello stesso tempo, cominciava con queste parole: «Per qual ragione il mio Signore si adira contro al suo servo?» e continuando, si doleva di «non essere stato giammai ascoltato dal Santo Padre che, invece, prestava sempre facile orecchio alle menzognere accuse de’ suoi nemici; quando le sue prediche, fatte in pubblico, e stampate, li smentivano con tanta evidenza. Si doleva, poi, amaramente della impudente audacia del Gennazzano il quale, mentre aveva dal pergamo accusato personalmente il papa, con parole indegne d’un sacro oratore, e ne era stato dal Savonarola stesso, in presenza di tutto il popolo, rimproverato;‍[55] rivolgeva perfidamente quelle accuse contro di lui che mai non aveva attaccato in particolare nessun uomo, e molto meno il principe dei fedeli, il vicario di Cristo. Dichiarava nuovamente di sottomettersi al giudizio della Chiesa, di non predicare altra dottrina che quella dei Santi Padri; come ben presto avrebbe fatto conoscere a tutto il mondo, nel suo Trionfo della croce. Che se, poi,» così concludeva la lettera, «a me sarà per mancare ogni aiuto umano; io porrò la mia speranza in Dio, e farò chiaro all’universo mondo la nequizia di costoro che forse dovranno pentirsi della cominciata impresa.»

Ma quando fu scritta questa lettera,‍[56] la scomunica era già pronunziata. Il Breve partiva da Roma il giorno 12 maggio; se non che, per una singolare ventura del Savonarola, sembrava che ogni cosa dovesse concorrere a scemarne l’efficacia. Esso era scritto a guisa di lettera indirizzata ai Frati della SS. Annunziata, quasi che il papa temesse la solita forma d’indirizzo ai credenti in universale consegnato, poi, nelle mani di Giovanni da Camerino teologo; questi, arrivato a Siena, vi si tratteneva più giorni, in forse del procedere oltre. Finalmente, lasciatosi vincere dalla paura che i seguaci del Frate non lo tagliassero a pezzi, se ne tornò addietro; consegnando ad altri il breve che, in questo modo, arrivò a Firenze solo verso la fine di maggio. Ed allora molti del clero ricusarono di pubblicarlo, per non esservi la presenza del commissario apostolico, richiesta dall’uso: nondimeno fu pure affisso nelle chiese principali di ciascun quartiere.‍[57]

Il contenuto del breve o lettera, che si voglia dire, ai Padri Serviti, non era meno singolare della forma di esso. «Da più persone degne di fede,» così diceva il santo Padre, «abbiamo inteso, come un certo Fra Girolamo Savonarola, al presente, per quanto si dice, vicario di San Marco in Firenze; abbia seminata perniciosa dottrina con scandalo e iattura delle anime semplici. Noi gli comandammo, in virtù di santa obbedienza, che sospendesse le prediche e venisse a noi, onde scusarsi de’ suoi errori; ma egli non volle obbedire, e ci addusse, invece, alcune scuse che noi con troppa benignità accettammo;‍[58] sperando che la nostra clemenza dovesse convertirlo. Ma volle persistere sempre nella sua ostinazione; onde con un secondo breve (7 novembre 96) gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse il convento di San Marco alla Congregazione Tosco-Romana, nuovamente da noi creata. Anche allora restò fermo nella sua pertinacia, incorrendo così, ipso facto, nella censura. E però noi ora vi comandiamo che nei dì festivi, alla presenza del popolo, dichiariate esso Frà Girolamo scomunicato, e come tale doversi tenere da ognuno; perchè alle apostoliche monizioni nostre e comandamenti non ha obbedito. E, sotto simile pena, venga impedito ad ognuno d’aiutarlo, frequentarlo o lodarlo; sia nei detti, sia nei fatti, siccome scomunicato e sospetto d’eresia. — Dato in Roma il dì 12 maggio 1497.»‍[59]

Adunque, dopo tante accuse contro la dottrina di quel Frate, il papa la chiamava semplicemente sospetta; e ciò solo, per quello che ne aveva udito dire, confessando così, implicitamente, di non averla esaminata: la scomunica non era, quindi, motivata che sulla disobbedienza di non avere unito San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana. Questa unione, poi, come abbiamo visto più sopra, non era stata che un pretesto per chiudere la bocca al Savonarola; ed egli, con assai valide ragioni l’aveva respinta, dimostrando al papa come aveva non solo il diritto, ma anche il dovere di ciò fare, a cagione dei mali gravissimi che ne potevano risultare al suo convento; oltre di che, la cosa non dipendeva dal priore solamente, ma da tutti i frati di S. Marco. Comunque sia di ciò, la scomunica rendeva chiaro al mondo che la Chiesa non poteva ancora dichiarare eretica la dottrina del Savonarola; che, quanto al suo non andare a Roma, il papa aveva accettato le scuse, e quindi non poteva chiamarlo disobbediente, se non in cosa di assai poco momento; in cosa che egli stesso aveva ordinata e disordinata mille volte, e che aveva messa innanzi per mero pretesto.

Il Savonarola, intanto, senza troppo precipitar le cose, s’apparecchiava dal suo lato alla difesa. Il giorno 19 giugno 1497, scriveva un’Epistola contro la scomunica surrettizia, a tutti i Cristiani e diletti a Dio. In essa, dopo aver ripetuto le cose già tante volte dette circa la dottrina, concludeva: «non si spaventino i tepidi, chè questa scomunica non è valida nè innanzi a Dio nè innanzi agli uomini; perchè mossa da cagioni ed accuse inventate falsamente da’ nostri nemici. Io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora al giudizio della Chiesa, nè mancherò mai all’obbedienza; ma non si deve, però, obbedire a quei comandi che sono contrari alla carità ed alla legge del Signore, perchè allora i nostri superiori non tengono più la persona di Dio. Voi, intanto, apparecchiatevi colle orazioni a ciò che deve seguire; e noi, se la cosa procede più oltre, faremo sentire la verità a tutto il mondo.»‍[60] — In una seconda lettera, Contra sententiam excommunicationis, egli veniva, con lunghe citazioni del Gerson, a provare che non bisogna temere la condanna ingiusta, e che il volersi sottomettere ad ogni sentenza «est asinina patientia, timor leporinus et fatuus.» Continuava, poi, citando sempre le parole del Gerson, a discorrere dell’appello dal papa al Concilio; sopra di che si esprimeva con qualche incertezza; dichiarava, però, che il resistere al papa, quando egli volesse far valere la sua autorità a distruzione della Chiesa, non solo era permesso ma era anche dovere. «Nè pecca il cristiano,» così continuavano le citate parole del Gerson, «quando per sottrarsi ad una scomunica ingiusta, si aiuta colla potestà secolare; perchè tali ingiuste sentenze non sono altro che violenza, ed il diritto naturale c’insegna a respingere la forza colla forza. E ciò sarà giusto, massimamente quando si sarà avuto cura di non far nascere scandalo, e d’illuminare i pusillanimi i quali credono che il papa abbia potestà sopra il cielo e sopra la terra. Bisogna essere verso il sommo pontefice umile e mansueto; ma, quando con l’umiltà non si arriva, allora accipienda est animosa libertas.» Così concludeva il Gerson, ed a questo il Savonarola aggiungeva: «Tutto ciò viene mirabilmente in nostro aiuto; ma, pure, oggi è tale e tanta l’ignoranza degli uomini, che molti vorrebbero credere scomunicati, non solamente noi, ma quelli ancora che vengono al convento; ed altri, anche più ignoranti, aggiungono che bisogna evitare perfino il discorrere con quelli che frequentano la nostra chiesa. Non sanno costoro che Martino V ha detto nel concilio di Costanza, e confermato in quello di Basilea, che i fedeli non sono tenuti evitare gli scomunicati, se non quando essi vengono espressamente nominati.»‍[61]

Il giorno 22 giugno era, finalmente, con grande solennità pubblicata la scomunica in Firenze. Tutto il clero, insieme coi frati Minori, con quelli di S. Croce, S. M. Novella, S. Spirito, coi Monaci Neri ed i Zoccolanti, si radunavano in mezzo alla Cattedrale, dove a suono di campanelli e con quattro torchi accesi fu solennemente pronunziato il Breve; dopo di che spensero ogni lume, e tutto rimase nel buio e nel silenzio.‍[62]

Sarebbe assai difficile immaginare i discorsi, i disordini, i tumulti che seguirono in Firenze, pronunziata che fu la scomunica. Due giorni dopo (24 giugno), cadeva la festa di S. Giovanni; ed i frati di S. Agostino e S. Francesco protestavano di non volervi assistere, se vi pigliavano parte anche quelli di S. Marco. Così, tanto a questi come ai frati di S. Domenico di Fiesole, fu imposto di tenersi, quel giorno, chiusi nel Convento. L’audacia de’ Compagnacci, incoraggiata poi da una Signoria composta tutta di Arrabbiati, non aveva più alcun freno; onde nacque nella città una grande licenza di dire e di fare. Per tutto si sparlava del Savonarola, e fu pubblicato un gran numero di sonetti e canzoni anonime, scritti lascivi e frottole invettive contro alla sua dottrina. La notte, quando i frati erano in coro, venivano, colle grida, colle canzoni e co’ sassi, fatte molte ingiurie al convento. E siccome i magistrati lasciavano a queste cose una piena libertà, così ogni giorno si procedeva più oltre, e i tristi effetti se ne videro, in poco tempo, moltiplicati a dismisura. Il mal costume trionfò come per incanto, le chiese erano vuote, ed invece si frequentavano le bettole: le donne tiravan fuori i loro abiti osceni, le gioie nascoste, e di nuovo ornate con lusso sfoggiante, si mostravano per la città: i giovani profumati ritornavano a cantare i Canti carnescialeschi, sotto alle finestre delle loro amanti che più non ne arrossivano. In meno d’un mese sembravano tornati i giorni di Lorenzo il Magnifico; ogni pensiero della patria e della libertà era dimenticato. — Tali furono le prime conseguenze prodotte dal breve di papa Alessandro Borgia.‍[63]

Ma il governo fiorentino girava per una serie di mutamenti continui; onde presto le cose si trovarono in altre mani. La Signoria di luglio e aprile risultò favorevole al Savonarola; e, fin dai primi giorni del suo ufficio, incominciava pratiche a Roma, per ottenere la revoca della scomunica. Il papa sembrava volesse commettere quella dottrina all’esame di sei cardinali; e la Signoria, fin dal 2 luglio, scriveva all’oratore Alessandro Bracci, perchè appoggiasse e favorisse questa idea pensando che non vi si potrebbe trovar nulla a ridire. Il giorno 8 dello stesso mese,‍[64] raccomandavano di nuovo all’oratore che s’adoperasse caldamente in favore di questa causa, e gli accludevano una lettera al papa, nella quale dicevano: «Santissimo padre. Le papali censure ci affliggono sommamente, sì pel rispetto che la Repubblica ha sempre avuto alle somme chiavi, sì perchè noi vediamo i maligni accusare a torto, presso la Sua Santità, un uomo innocentissimo. Noi stimiamo quest’uomo buono, religioso e perito nelle cose cristiane. Per molti anni egli s’è adoperato nel bene del nostro popolo, nè si potrà mai notare alcun peccato nella sua dottrina o nella sua vita. Ma alla virtù non mancò mai invidia, e nel nostro popolo son molti coloro che invertono il nome dell’onesto, e si credono diventar maggiori col rendersi audaci contro ai buoni. Noi, perciò, supplichiamo ardentemente che la V. S. voglia, nella sua paterna e divina carità, prendere sopra di sè il giudizio di tal cosa, e revocare il peso di queste censure; non solo quanto al Savonarola, ma ancora per tutti quelli che hanno potuto incorrervi. Niuna grazia maggiore potrebbe V. S. fare alla repubblica, massime in questi tempi di pestilenza, nei quali le censure sono con grave pericolo delle anime.»‍[65]

E così continuava per tutto l’anno una corrispondenza caldissima della repubblica in difesa del Savonarola, essendo egli aiutato dalla fortuna con varie Signorie tutte favorevoli, e col magistrato de’ Dieci sempre a lui devotissimo.‍[66] Messer Alessandro Bracci, oratore a Roma, secondava questi uffici con tutto il suo buon animo, e guadagnava in favore di quella causa i Cardinali di Perugia, di Benevento e di Capaccio; sollecitava quello di Napoli, che s’era sempre dimostrato caldo amico di San Marco; si valeva dell’opera di Giorgio Benigno e di Giovanni Nasi, che dimoravano allora in Roma, e che, tanto con la parola come colla penna, erano stati sempre difensori del Savonarola. E, mentre che da tutti i lati, non senza qualche buona speranza, si cercava temperare lo sdegno del papa e piegare a benignità l’animo suo; una singolare offerta veniva fatta al Savonarola. Il Cardinal di Siena‍[67] gli faceva sapere, che se venisse pagata ad un tal suo creditore, la somma di 5,000 scudi; egli avrebbe fatto ritirare la censura. Il caso non era nuovo nè strano, perchè a Roma si mercanteggiava allora ogni cosa; ma il Savonarola, come ognuno può credere, respinse sdegnosamente l’impudente offerta, e, scrivendo ad un suo amico, diceva; «molto maggiore censura riputerei, redimerla per prezzo.»‍[68] Nondimeno, quella era una prova che l’animo del Santo Padre dava qualche segno di cedere, ed il Frate poteva prenderne argomento a bene sperare.

In questo mezzo, seguiva una di quelle atrocissime tragedie, con cui la famiglia dei Borgia sapeva empiere d’orrore quel secolo che fu, pure, uno scandalo nella storia del genere umano. Il duca di Candia, figlio primogenito del papa, veniva di notte pugnalato e gettato nel Tevere. L’autore del delitto era stato suo fratello il cardinal di Valenza, mosso da gelosia d’osceno amore per la sorella Lucrezia, e da una sfrenata ambizione di potere, che non sapeva tollerar compagni alle sue mire. L’atroce e inaudito fatto commosse di profondo dolore perfino le viscere d’Alessandro Borgia, il quale, per la prima ed unica volta in sua vita, sembrò pentito dei molti falli, e deciso di emendarli. Egli già s’era chiuso in una stretta solitudine, ed aveva scelto una commissione di cardinali, per riparare ai tanti mali che allora travagliavano e desolavano la Chiesa.‍[69]

Il Savonarola non volle lasciar fuggire questa occasione ed, in data del 1 luglio, scriveva al papa una lettera in cui, dopo averlo destramente confortato, lo incoraggiava nel santo proposito, ed in fine volgeva il discorso alla propria causa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «la fede piena di miracoli e d’opere eccelse, confermata dal sangue dei martiri, è la sola tranquillità, è la vera consolazione al cuore dell’uomo. Essa trascende il senso e la ragione, ci solleva da questo mondo, ci porta alle cose invisibili, ed ingrandisce l’animo nostro. Essa ci fa sopportare le avversità, ci fa rallegrare nelle tribolazioni; onde è scritto che il giusto non sarà mai contristato, e giusto è quegli che per fede vive nel Signore: beato è chi viene chiamato a questa grazia della fede. Risponda, adunque, V. S. alla felice chiamata; acciò subito la tristezza si muti in gaudio. Il Signore colla sua bontà trascende tutti i nostri peccati.» E qui, volgendo il discorso a parlare di se stesso, diceva: «Io annunzio cose di cui sono certo, e per esse volentieri sopporto ogni persecuzione. Ma la V. B. si volga favorevole a quest’opera della fede, per la quale io di continuo lavoro, e non presti più il suo orecchio agli empii. Così dal Signore avrà il liquore del gaudio, in luogo dello spirito di dolore; imperciocchè le cose da me predette sono vere, e niuno che resiste al Signore, potrà mai aver pace. Queste cose, Beatissimo Padre, io scrivo, guidato dalla carità, e sperando che la V. B. venga veracemente consolata da Dio; giacchè fra poco tonerà la sua ira, e beati coloro che si saranno confidati in lui. Il Signore di ogni misericordia consoli V. S. nelle sue tribolazioni.»‍[70]

Era certamente singolare questa lettera, in cui lo scomunicato priore di San Marco chiamava alla buona via ed alla penitenza il Santo Padre. Questi, però, non se ne mostrava offeso, anzi dava speranza di volersi benignamente piegare: segno evidente che il suo dolore ed il suo pentimento duravano tuttavia sinceri. Ma furono brevi e fugaci momenti. Il Borgia ritornava subito alla scandalosa vita con più impeto che mai; ed allora si rammaricava altamente, che il Savonarola avesse ardito insultare al suo paterno dolore.‍[71]

Comunque sia di ciò, se la Signoria ed il Savonarola lavoravano per un verso; non mancavano, certamente, quelli che si adoperavano in senso contrario. Già gli Arrabbiati avevano mandato a Roma una soscrizione firmata da molti di loro, nella quale ripetevano le solite accuse contro al Frate. Il che risaputosi a Firenze, per mezzo dell’ambasciatore, ne furono subito cominciate altre due in favore del Savonarola. La prima di esse era segnata da tutti i 250 frati del convento, i quali, lodando la vita e la dottrina del loro priore, supplicavano il Santo Padre, perchè togliesse le censure ed aiutasse la santa impresa, chè ne avrebbe avuto merito appo Dio. A questa seguiva un’altra soscrizione la quale, riconfermando le stesse cose, era segnata da un gran numero dei principali cittadini. Incominciata nel luglio, vi si erano in poco tempo raccolte 363 firme; e si procedeva ancora più oltre, quando la peste, crescendo minacciosamente, interruppe quasi ogni faccenda in Firenze.‍[72]

Morivano già da 50 a 70 persone al giorno; il che, sebbene fosse tenuto allora piccolo numero, era nondimeno segno assai minaccioso di mali maggiori, considerata specialmente la gran moltitudine che si trovava allora stivata nella città.‍[73] Ognuno fuggiva alle ville, e lo spavento cominciava ad essere universale. Ma, se tutti abbandonavano la città e le faccende, pel Savonarola, invece, cominciavano, come ognuno può immaginarsi, occupazioni nuove e più gravi. Il suo ministero gl’imponeva d’adoperarsi nella comune sventura, a soccorrere e confortare gli afflitti. Sebbene la scomunica gl’impedisse d’andare attorno a prestare i sacri uffici;‍[74] ognuno può comprendere come egli avesse assai grave faccenda alle mani, quando penserà che a lui era affidata la cura di 250 frati, la più parte dei quali novizi, e tutti chiusi in un solo convento, dove, senza efficaci provvedimenti, il contagio avrebbe potuto fare strage grandissima. Infatti, non andò guari che un frate s’ammalò; onde la peste e lo spavento erano già entrati in San Marco. I più timidi volevano fuggire, altri consigliavano al Savonarola di mettersi in salvo, alcuni cittadini gli offerivano le loro ville; ma esso comprendeva troppo bene, quale era il suo dovere in quei gravi momenti. Profittò delle ricevute offerte, per mandare in campagna i novizi ed i più giovani frati, tra i quali suo fratello Aurelio. Così venne diradato il convento, dove egli restò coi più fedeli e sperimentati seguaci. Leggeva e commentava loro i Treni di Geremia,‍[75] le Profezie di Giona, la Storia di Sansone, e andava confortando i loro animi. Ai lontani, poi, mandava lettere continue ed affettuose, che davano coraggio a sopportare i pericoli, e rimproveravano i troppo timidi. «Io faccio ogni sforzo,» così egli scriveva a Frà Paolo del Beccuto che voleva allontanarsi dal proprio convento, «perchè i nostri Padri scampino da questo pericolo; ma vedo che alcuni si mostrano più timidi dei secolari, e questa è una pusillanimità indegna d’uomini religiosi, i quali debbono cercare piuttosto che temere la morte. Bisogna confidarsi nel Signore e non già nel fuggire. Io, perciò, non credo che voi dobbiate, per ora, assentarvi dal vostro convento. I frati di qui, muoiono lietamente, come se andassero ad una festa. Quelli che hanno cura degl’infermi son sani. Oggi s’è ammalato Frate Antonio da S. Quintino, dopo aver conversato meco.»‍[76] Da tutte le lettere che il Savonarola scrisse in quel tempo, trasparisce un grande affetto pe’ suoi frati e per la famiglia; una grandissima fermezza e serenità d’animo, in mezzo a tanti pericoli. Il 24 luglio, scriveva a suo fratello maestro Alberto a Ferrara, dandogli nuove dell’altro fratello Maurelio, religioso in San Marco; e diceva: «Frà Maurelio è fuori di Firenze, per la pestilenza che ancora non è grande; ma si vede gran principio. Ogni giorno abbiamo in città da 50 a 70 morti, ed alcuni dicono anche 100: non si vede altro che croci e morti. Noi stiamo bene, grazie a Dio; nè io mi sono partito di Firenze, sebbene abbia mandato fuori più di 70 frati, perchè non ho paura e perchè voglio consolare i tribolati.»‍[77] Più tardi (14 agosto) riscriveva allo stesso: «Non temete del mio stare in mezzo alla peste, perchè il Signore mi aiuterà. Sebbene mi abbiano profferito molti luoghi, io non ho voluto abbandonar le pecorelle, e resto, invece, per consolare gli afflitti. È maravigliosa, poi, la letizia di quelli che muoiono: frati e secolari, uomini e donne rendono l’anima lodando il Signore.»‍[78]

In quei solenni momenti, i pensieri del Savonarola non erano volti solo ai frati; ma colle parole, cogli scritti, in tutti i modi, cercava aiutare anche i secolari, pei quali scrisse la sua Epistola a tutti gli Eletti, che chiamò, pure, Trattato medicinale contro la peste.‍[79] In essa dava sette regole, per mantenere tanto il corpo come lo spirito temperato e tranquillo; raccomandava la moderazione nei cibi, la ilarità dell’animo, e la carità verso gli ammalati: «Soccorreteli,» egli diceva, «serviteli in ogni cosa, in ogni modo, se anche sono vostri nemici.»‍[80]

Fortunatamente il pericolo fu minore di quello che non si temeva: al principio d’agosto la peste cominciava giù sensibilmente a scemare; verso la metà del mese era quasi del tutto cessata.‍[81] I cittadini ritornavano dalle ville a ripigliare le usate faccende; il convento di San Marco si apriva nuovamente al popolo; ed il 15 del mese si celebrava nel secondo chiostro la festa della Madonna, con un pubblico e solenne rendimento di grazie, per il pericolo scampato. La città ripigliava l’aspetto usato; ed ognuno, dopo l’agitazione ed i pericoli di quell’anno, desiderava trovare finalmente calma e tranquillità.

CAPITOLO TERZO. È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici. Processo e condanna degli accusati.

Ma la tregua che il popolo fiorentino attendeva, pel cessare della peste, fu rotta, prima di cominciare, da un fatto cite mise la città intera in un disordine grandissimo, e maggiore di quanti se n’erano veduti dopo il 94. Mentre che il Valori ed il Tosinghi s’adoperavano a rintracciare le fila della congiura di Piero, sorpresero un tale Lamberto dell’Antella, fuoruscito, che di nascosto se ne andava in una sua villa, con indosso una lettera indirizzata al cognato, Francesco Gualterotti, ch’era allora dei Dieci. La lettera prometteva di rivelar minutamente tutte le trame di Piero, e scoprir cose di somma importanza per la repubblica.‍[82]

In verità, egli poteva saperle, perchè era stato un antico e fedele partigiano dei Medici. Nella rivoluzione del 94, si trovava prigione alle Stinche, insieme con suo fratello Alessandro. Quivi, di nascosto, ebbero molte speranze ed incoraggiamenti da Piero, quando si trovava in Roma; onde evasero dalla prigione. Ma nel presentarsi a lui, furono ricevuti con singolare freddezza, e ben tosto ebbero a sperimentare i suoi modi brutali. «Ci teneva, così scrive lo stesso Lamberto, «in continuo moto, per soddisfare alla sua smania di tornare a Firenze, e poi ci trattava peggio che cani.» A Piero de’ Medici, in fatti, non pareva di vivere, quando non poteva opprimere o bistrattare qualcuno. Pur nondimeno i due Antella sopportarono tutto, e si trovavano ancora con lui, quando egli s’accostò alle mura di Firenze, e quando ritornò a Siena: quivi gli divennero sospetti, e li fece subito imprigionare. Tale era, poi, la crudeltà di Piero, tale il suo animo verso così antichi e provati servitori, che, partito da Siena, più volte mandò indietro una staffetta a Pandolfo Petrucci, capo e quasi padrone di quella repubblica; acciò li gettasse nel Carnaio, prigione così orrida, che non se ne usciva mai vivi. Il Petrucci, però, sebbene tutto amico di Piero, non volle rendersene sicario, e liberava i due fratelli, a condizione che non lasciassero il territorio Senese, sotto pena di 2,000 fiorini. Ma essi erano troppo pieni del desiderio di vendetta, per mettere tempo in mezzo; e subito che ne ebbero il destro, fuggirono verso Firenze. Nè a Lamberto parve vero, quando fu preso e menato ai magistrati, colla lettera indosso, nel modo che abbiamo veduto.‍[83]

Gli Otto, visto ed esaminato quel foglio, secondo il barbaro costume del tempo, misero subito alla corda il povero Lamberto; e, dopo averlo collato per ben quattro volte, lo interrogavano, capo per capo, acciò dicesse la pura verità. Segnate le risposte, vi trovarono compromessi cittadini così potenti e riputati,‍[84] che portarono l’affare innanzi alla Signoria, dichiarando di non voler prendere sopra di loro un giudizio così grave; ma la Signoria rispondeva, che solo ad essi gli Statuti concedevano il giudicare le cause di Stato.‍[85] Nondimeno, considerata la gravità del caso, furono scelti cinque Arroti e sette dell’ufficio de’ Dieci, perchè aiutassero gli Otto a continuare il processo. Si fece, allora, più minuto esame del fatto; ed essendo stato promesso un generale perdono a Lamberto dell’Antella, questi mise in carta una lunga rivelazione, nella quale faceva conoscere tutte le trame, e tutti gli amici che Piero de’ Medici aveva in Firenze.‍[86] Dètte anche sentore d’un nuovo tentativo di congiura, nel quale era stato promesso a Piero, di farlo entrare segretamente in Firenze, la notte del 15 agosto. Trovandosi moltissimi alla campagna, chi per la buona stagione e chi pel contagio; egli sperava di poter levare tumulto in suo favore, collo spargere pane e danaro nell’affamata plebaglia, col concederle il saccheggio di molte case de’ ricchi; e, in questo mezzo, impadronirsi del Palazzo e prendere in mano il governo della città.‍[87] Era un pazzo disegno e troppo audace, perchè egli ardisse solo di tentarlo; pure quelle pratiche manifestavano l’animo suo, e bastavano a dimostrare che la repubblica versava sempre tra pericoli gravissimi.

In mezzo a tali agitazioni, tutti quei venti cittadini che dovevano compilare il processo, finito che ebbero l’esame, si strinsero a consiglio, e fecero giuramento di non aver rispetto a persona, di qualunque grado o condizione si fosse. Dopo ciò, ordinarono che la piazza fosse guardata da gente armata; che i condottieri si tenessero pronti colle loro genti d’arme, per accorrere al bisogno; che niuno potesse uscire dalla città. Chiamarono ancora i fanti della Signoria; e, per non dare sospetto, fecero, in nome di essa, richiedere quei cittadini che venivano più compromessi dalle rivelazioni dell’Antella. Alcuni subito fuggirono; altri, invece, si presentarono; e, compiuto finalmente il processo, risultò che cinque di quelli che si trovavano in mano dei magistrati, erano colpevoli d’alto tradimento, e dovevano, secondo le leggi, subire la pena del capo.

Bernardo del Nero, vecchio di 75 anni, era per la sua autorità e prudenza principale fra loro. L’accusa contro di lui si restringeva, veramente, a questo: che, avendo conosciuto la congiura, non l’aveva rivelata; ma questa colpa era assai aggravata dall’essere stato, in quei giorni appunto, Gonfaloniere della repubblica. Seguivano poi nel processo i nomi di Giannozzo Pucci, giovane pieno d’ingegno, e di Lorenzo Tornabuoni che era stimato in Firenze il fiore d’ogni gentilezza. Contro a costoro era grandissimo l’odio del popolo; perchè, conosciuti per antichi partigiani di Piero, di cui il Tornabuoni era anche parente,‍[88] s’erano così bene infinti coll’andare alle prediche del Frate, che erano riusciti a farsi credere fra i più caldi de’ suoi seguaci. Gli altri due accusati erano Giovanni Cambi, ricco mercatante,‍[89] e Niccolò Ridolfi capo della sua casa, ed anch’esso parente di Piero.‍[90]

Messo termine al processo, i dodici cittadini aggiunti si ritirarono, e gli Otto restavano nuovamente soli a pronunziar la sentenza. Essi, non volendo in alcun modo affrontare l’odio di tante e così potenti famiglie, tornavan da capo alla Signoria, la quale di nuovo ricusava un carico, che non le era imposto dagli Statuti. Ma, finalmente, il gonfaloniere messer Domenico Bartoli, vedendo questa biasimevole debolezza dei magistrati, i quali ricusavano di fare il loro ufficio per paura dei potenti; propose che si portasse la causa al giudizio del Consiglio Maggiore, a cui, secondo la nuova legge, bisognava andare per l’ultimo appello. Vi si opposero, però, gagliardamente i difensori degli accusati, dicendo: — «Non esser bene allargare così presto, fra tanta moltitudine, i segreti dello Stato, e sottomettersi alla diversità di tanti pareri, quando doveva bastare il giudizio dei principali magistrati.»‍[91] — In sostanza, da un lato i magistrati si mostravano deboli a far l’ufficio loro; e dall’altro gli accusati, temendo ugualmente le leggi e l’odio popolare, desideravano mandar la cosa in lungo, e speravano che la elezione della nuova Signoria dovesse rivolgere le cose, tutte in favor loro. Essi avevano già dalla loro parte tre dei Signori, ed essendo riusciti a guadagnarne un altro in Michele Berli parente di Bernardo del Nero, si trovavano ora, con quattro voti, padroni d’impedire ogni deliberazione che non fosse andata a lor modo.‍[92] Così ottennero l’intento, perchè il giudizio venne rimesso alla decisione di una nuova Pratica, fissata pel 17 d’agosto. Nè questo era piccolo vantaggio: ogni giorno s’avvicinava sempre più la nuova elezione; d’ora in ora si aspettavano dagli alleati imperiose lettere di raccomandazione; Piero dei Medici ingrossava sempre più le sue genti in Romagna; e finalmente, essendo troppo manifesto che gli accusati erano condannati dalle leggi, essi non potevano sperare che nel tempo. Ma tutto questo era assai noto alla parte avversa che voleva, perciò, venir subito alla conclusione; onde si prevedeva che la nuova Pratica dovesse riuscire assai tumultuosa.

La Signoria aveva richiesto circa duecento dei principali cittadini; e, sebbene non tutti intervenissero, pure v’erano presenti i 16 Gonfalonieri delle compagnie, i 12 Buoni Uomini, i Dieci della guerra, gli Otto di guardia e balía, gli uffiziali del Monte, i Conservatori di legge, i Capi di parte guelfa, molti Arroti, e finalmente il Senato o sia Consiglio degli Ottanta, oltre la Signoria: formavano in tutto una radunanza di 136 persone. Molto speravano quel giorno di poter fare e dire i difensori degli accusati: quando tutto fosse mancato, doveva riuscire assai facile, innanzi ad un tribunale così largo, mandar nuovamente in lungo la decisione. Letti per tanto i processi, la Signoria ordinò che ciascuno si restringesse nella sua pancata, onde consultare sulla decisione da prendere; dopo di che ogni pancata mandasse a riferire il suo parere liberamente, e senza rispetto all’antica usanza che vietava di esprimere un’opinione contraria a quella della Signoria. Ne risultò subito che i cinque accusati dovevano subire la pena del capo, e i loro beni essere confiscati.‍[93] Da questo parere, i difensori restarono sbigottiti e sorpresi oltre ogni dire; non sapevano che si dire nè che si fare. Ma, pure, conoscendo di aver nella Signoria quattro voti favorevoli, incominciarono a dire che le parole di pochi non potevano far conoscere il parere di tutti, e che bisognava venire ad una votazione individuale. Speravano che questo procedere, nuovo ed inusitato, dovesse dare occasione a qualche disordine; perchè molti, non usi a parlare innanzi alla Signoria, si potevano confondere; e, quindi, nascere opportunità a mettere in dubbio i loro voti, ed a mandare la cosa in lungo. Ma questo disegno fu rotto da Francesco Valori, il quale si presentò subito al banco della Signoria; e, chiamato il notaio, disse a voce alta, e fece publicamente rogare: — Che egli giudicava quei cittadini meritevoli della morte e della confisca. — L’esempio fu seguito ancora dagli altri, che si trovarono quasi tutti concordi nella sentenza del Valori.‍[94] In tal modo, i Signori si videro costretti d’ordinare agli Otto l’esecuzione della sentenza, che, messa fra questi a partito, fu vinta con la maggioranza di sei voti contro due.‍[95]

I difensori si credettero allora perduti, e non seppero fare altro che ricorrere a messer Guidantonio Vespucci, celebre dottore in legge e molto potente fra gli Arrabbiati. Questi consigliò subito, che dalla sentenza degli Otto s’appellasse al Consiglio Maggiore, secondo la nuova legge delle Sei fave. L’appello fu immantinenti chiesto e, fatta la votazione, si trovò che quattro dei Signori erano favorevoli; onde ne nacque tanto disparere, tanto disordine, che bisognò rimetter la Pratica al 21 agosto. E così, inaspettatamente, i difensori degli accusati riusciron di nuovo nel loro intento.

La discordia, intanto, dal Palazzo scendeva nella piazza, e per tutto si andava gridando; — Che bisognava fare giustizia; che la patria era in pericolo; che il rimettere la cosa d’una Pratica in un’altra poteva esser fatale alla repubblica. — Nel medesimo tempo, correvano per la città degli scritti anonimi, che accusavano fieramente la debolezza dei magistrati. In tale disposizione di animi, si raccolse il 21 agosto la seconda Pratica, a decidere sul concedere o no l’appello; e non è da maravigliare, se fin dal principio la disputa divenne gravissima. Si diceva da una parte, con quelle parole eccessive e tutte popolari, che gli Arrabbiati solevano così bene usare, quando loro tornava a grado: — «Che le leggi concedevano di fare appello contro la sentenza degli Otto; che il popolo era assoluto signore della repubblica; al popolo doversi, quindi, ogni cosa riferire; al popolo spettare il decidere sulla vita dei cittadini.» — Ma queste parole, in bocca di chi aveva cospirato per rimettere i Medici, movevano a sdegno; epperò, con molta violenza, si rispondeva dall’altra parte: — «Il giudizio del popolo essere noto a tutti, essere stato sin dal principio offerto agli accusati, ed essi lo avevano ricusato. La legge dello appello s’era fatta solamente per impedire che sei fave avessero facoltà di condannare un cittadino nella vita e nella roba; ma ora, non gli Otto, non la Signoria avevano giudicato; ma tutti i magistrati, tutti i principali cittadini. Contro a questo tribunale straordinario non esservi legge che desse l’appello; e chi lo chiedeva, non mirava ad altro che a pigliar tempo, quando la repubblica era disordinata, quando la patria era in pericolo, quando nella Signoria stessa s’era cospirato contro alla libertà. Ignorate voi,» così essi concludevano, «che il tiranno ingrossa di nuovo le sue genti? Non vedete che voi aprite la porta a Piero de’ Medici?»‍[96] — A questo punto i Collegi‍[97] si esaltarono in tanto furore che, levandosi in piedi, minacciarono di trar fuori i gonfaloni, e condurre il popolo a distruggere le case di coloro che contrastavano l’esecuzione d’una sentenza tanto giusta, tanto necessaria. Allora il tumulto si fece nella sala grandissimo; e per tutto era un’orrenda confusione di grida, in mezzo a cui distinguevansi, non pertanto, le parole di messer Francesco degli Albizzi, il quale con una voce terribile non lasciava mai di dire: — «Si faccia giustizia, si faccia giustizia.» — I difensori degli accusati pensavano solo ad accrescere il tumulto, sperando così di far passare ancora quel giorno senza deliberare. Infatti, s’era già verso la sera, e disputavasi sempre, senza mai conchiudere nulla; perchè i popolani accecati dal furore, anch’essi impedivano che i consigli procedessero ordinati; ed in tal modo, senza volerlo, secondavano i disegni dei loro avversari.

Ma ecco: arrivano lettere degli ambasciatori, e lette dalla Signoria, udite nella Pratica, empiono ognuno di nuovo furore. Si conobbe per esse: il pericolo della repubblica esser veramente grandissimo; i nemici avere maneggi per tutto; il duca di Milano secondarli; il Papa aiutarli con tutti i suoi sforzi, e se faceva sembiante di moderazione o di amicizia verso la repubblica, ciò era solo per meglio operarne la ruina. Allora si chiese da capo la lettura dei processi, onde confrontarli colle lettere avute; dopo di che i cittadini si raccolsero di nuovo a deliberare nelle pancate, e ciascuna pancata mandò uno de’ suoi a parlare.‍[98]

L’opinione universale era che si dovesse eseguir la sentenza capitale, senza indugio; ma, pure, il sapere che la Signoria era sempre volta a favorire gli accusati, fece sì che molti titubarono e non ardirono parlar francamente. — Francesco Altoviti che prese a discorrere, per quei medesimi Gonfalonieri delle compagnie, i quali poco innanzi avevano minacciato di saccheggiare le case di chiunque contrastasse la esecuzione della sentenza, diceva adesso: «Che ancora nella sua pancata non mancava chi volesse dare l’appello.» — Più franco si esprimeva messer Francesco Gualterotti, in nome dei Dieci di libertà, dicendo: «Quanto più ribollimento voi date alla città, più disegni le faranno contro i nostri nemici. Qui si vede che tutti i potentati d’Italia hanno fatto cospirazione contro di essa, e Roma è il luogo dove si trattano tutte le insidie contro di noi. Con questo appello, non si vuole già conoscere il parere del popolo che, ormai, lo ha più volte espresso chiaramente; ma bene allungare il tempo e cercar favore esterno. Se, pure, in ogni modo si vuole dalle SS. VV. dar questo appello; bisognerebbe, almeno, assicurarsi prima del Consiglio e far presto; perchè l’indugio non partorirà che scandali dentro e di fuori. Ancora bisogna tenere in pronto le genti d’armi, per difendere la repubblica che si trova in mezzo a tanti nemici.» — Venne, allora, a parlare la pancata dei dottori, i quali dovevano in questa materia aver grande autorità. Dissero francamente: «Che il pericolo giustificava il negare l’appello,‍[99] e che in ogni modo volendolo dare, si desse pel domani; perchè l’indugio poteva tornare in rovina.» — Gli Otto, che erano i giudici ordinari di questi processi, opinarono: «Che si dovesse al tutto negare l’appello; giacchè, se i difensori ottenevano dal Consiglio un parere contrario alla sentenza già data, la città anderebbe in rovina.» — Vennero finalmente le dodici pancate dei semplici cittadini che, quasi unanimi consigliarono: «La esecuzion della sentenza e presto.» Ma, pur sempre si concludeva con quella frase consacrata dall’uso: «Nondimeno si approverà sempre ogni determinazione che le Signorie Vostre ne piglieranno.»‍[100] — Fino a tal segno poteva un’antica usanza prevalere; non solamente contro la nuova libertà, ma ancora contro quel furore che, pure, aveva invaso l’animo di tutti!

La Signoria, incoraggiata da questa moderazione di linguaggio, e, considerando che, per essere già la terza ora di notte, molti erano stanchi; incominciò di nuovo a menare in lungo la decisione, colla speranza di poter sciogliere la pratica senza concludere. A quella calma, però, successe subito una fiera ed inopinata tempesta; perchè il Valori, accortosi della intenzione, si levò in piedi e, cogli occhi infiammati, furioso come un leone, corse al banco della Signoria; dove, preso in mano il bossolo dei partiti, lo battè forte sul banco, gridando minaccioso: — «Si faccia giustizia, altrimenti scandalo ne seguirà.» — A queste parole Luca Martini ch’era Proposto, non ebbe animo di resistere, e subito mise il partito ai voti. Cinque dei Signori si pronunziarono, allora, per la morte; ma gli altri quattro restaron sempre favorevoli agli accusati, e votarono per l’appello. Allora Francesco Valori ruppe ogni usanza, perdè ogni rispetto alla Signoria, e, con voce rauca per lo sdegno, gridava: — «A che fine, adunque, hanno le VV. SS. chiamato tanti cittadini che, ad uno ad uno, per mano del notaio, già fecero conoscere il loro voto contro questi macchinatori di novità, sovvertitori della patria, distruttori della libertà? Non hanno oggi tutti confermato il loro parere? Non udite voi il grido universale, geloso della salute pubblica? Non sentite il soverchiante pericolo? Rammentino le SS. VV. che il popolo di Firenze le ha messe in questo luogo per difendere la sua libertà, la quale se, per rispetto di così perfidi cittadini, voi trascurate; non manca, non manca, siatene pur certi, chi difenda causa tanto giusta, tanto santa, con danno di chiunque la contrasta.» — E qui distese fieramente il braccio, e stringendo in mano il bossolo dei partiti, lo presentava di bel nuovo al Martini, il quale, o persuaso o spaventato, propose finalmente la sentenza in questi termini: «Udito il rapporto e consiglio dei magistrati, del Senato e degli altri cittadini per la esecuzione; visto che dall’indugio nascerebbe manifesto tumulto e pericolo: si ordina ai signori Otto che, senza indugio, facciano, questa medesima notte, tòrre la vita a quei cinque cittadini, che essi già nella stessa Pratica hanno condannati.» La subita proposta del Martini, e più ancora la feroce presenza del Valori, che stava sempre minaccioso, e presentava a ciascuno il bossolo, sbigottirono, per modo i quattro Signori dissenzienti, che renderono nella sua mano favorevole partito. Dopo di che, disteso il bullettino, fu consegnato agli Otto, che andarono subito nel palazzo del Capitano, onde apparecchiare l’esecuzione.‍[101]

Intanto i difensori facevano menare gli accusati per mezzo della Pratica, scalzi ed in ferri; ma invano, colla presenza, cogli atti e colle parole, cercavano muovere la pietà dei circostanti che, a mala pena, sapevan frenare gli sdegnati animi. Arrivati al palazzo del Capitano,‍[102] furon lasciati breve tempo coi loro confessori, onde pensare ai casi dell’anima. Ed in questo mezzo, il Valori ch’era divenuto quasi padrone della città, pose 300 fanti a guardare il Palazzo, contro ogni tumulto d’amici o parenti degli accusati. Nella corte del Capitano già tutto era in ordine, e vi si affollava, d’ora in ora, tanta gente e così diversa che, per servirci della espressione d’un contemporaneo, parea divenuta una spelonca d’inferno. V’erano uomini con volti pieni di feroce sdegno, con l’armi in mano e la vendetta nel cuore; in mezzo ad essi, vedeansi dei nobili cittadini che, invano, cercavano quasi nascondersi e celare la paura della propria vita, il dolore e lo sbigottimento per quella degli amici o parenti che, fra poco, vedrebbero morire: molte crudeli ingiurie, molte amare angosce dovettero sopportar quella notte. Intanto, la tumultuosa confusione d’armi, di bestemmie e di strepito, andò crescendo fino alle ore sette di sera; quando successe, invece, un funereo silenzio. Venivano i condannati ad uno ad uno, accompagnati dal magistrato della giustizia e dal confessore, insino al luogo del supplizio; dove ciascuno di loro pose animosamente il capo sul ceppo, e tutti sostennero con gran fermezza l’estremo supplizio. I loro corpi furono resi ai parenti.

Quella medesima notte, la Signoria scriveva a Roma, facendo la relazione del fatto, nei termini seguenti: «La città è stata tutta unita contro a questi perfidi e parricidi cittadini, infino ai parenti avendo desiderato che fosse fatta giustizia. Ed ora, si spera avere a stare un pezzo in buona valetudine; perchè tutta la brigata è inanimita a estirpare qualunque simile rampollo. Iddio abbia misericordia di quelle anime che, veramente, avendo tradito la patria, ne hanno bisogno.»‍[103]

Così finivano la vita cinque cittadini che, per autorità, per condizione, per faccende pubbliche e private, erano tenuti fra i primi della repubblica. Altri pochi vennero leggermente puniti, come consapevoli; e fra Mariano da Genazzano, sebbene riconosciuto de’ più rei, essendosene fuggito a Roma, non potette avere altra pena che l’esilio. A Lamberto dell’Antella ed al fratello, fu non solo perdonata la vita; ma concesse le armi, cancellate le gravezze decorse, e fatti ancora altri benefizi; non però tolto affatto ogni bando di ribelli.‍[104] Le sue rivelazioni, ed i processi di tutti i condannati furono tenuti segretissimi; acciocchè, una volta puniti gli autori della congiura, ne fosse, quanto più era possibile, cancellata per sempre la memoria.‍[105]

Adesso a noi importa di notare che, durante questo giudizio così tumultuoso, il Savonarola stette sempre chiuso in convento; senza prendervi alcuna parte, occupato solo a correggere la stampa del suo Trionfo della Croce. Negli storici di quel tempo, nelle memorie, nelle lettere e biografie, non troviamo alcuna parola che ci permetta di credere che il Savonarola avesse favorito o disfavorito gli accusati. Due sole volte egli accennò a questo fatto, nel suo processo; e la prima, parlando di Bernardo del Nero, diceva: «non confortai che fosse morto, bene avrei avuto caro che fosse mandato via;»‍[106] la seconda soggiunse: «che di quei cinque cittadini non se n’era impacciato in particolare; ma che, sebbene freddamente, pure aveva raccomandato Lorenzo Tornabuoni al Valori.»‍[107] Il che dimostra chiaramente come, se cercò di fare qualcosa, fu solo per temperare un poco il gran furore che v’era contro agli accusati. Eppure, non appena si cominciò a calunniare la memoria del Savonarola che subito venne chiamato da tutti, autore principale del negare l’appello agli accusati, dopo essere stato promotore della legge che lo concedeva. Nè alcuno volle mai considerare, che quella legge fu propugnata dal Vespucci e non dal Savonarola il quale, piuttosto, la oppose, o almeno la fece combattere da’ suoi seguaci.‍[108] La storia dei fatti ci prova, d’altronde, con troppa evidenza; che egli, allora, non poteva in alcun modo esercitare il suo ascendente nè sopra il popolo nè sopra i giudici; giacchè, dopo la scomunica, e quando ancor pendevano le trattative per farla ritirare, grave errore, anzi grave stoltezza sarebbe stata risalire sul pergamo. Quanto al Valori, che certo ebbe grandissima parte in quelle decisioni, bisogna pur dirlo, sembra che si lasciasse soverchiamente vincere dall’odio o gelosia che aveva contro a Bernardo del Nero, suo nemico politico.‍[109] Sebbene d’animo generoso e leale, era pure uomo che, in tutte le cose, andava più per impeto che per ragione; ed in quelle accese discussioni, non seppe mai frenare sè stesso, nè molto meno poteva essere frenato dall’autorità del Savonarola, allora lontano e chiuso nella sua cella. Bisogna finalmente considerare che, se le lettere degli ambasciatori non fossero giunte nella Pratica, in quel momento stesso in cui ognuno s’era acceso di tanto sdegno contro al procedere troppo fiacco e punto imparziale dei magistrati; forse che agli accusati, anche questa volta, sarebbe riuscito di mandar in lungo la decisione.

Fu, quindi, un concorso di cause, non prevedute nè prevedibili, che fece decidere ad un tratto la morte di quei cinque cittadini; i quali, però, secondo le leggi, secondo la opinione universale di tutto il popolo, e secondo la giustizia dei tempi, eran certo meritevoli della pena che subirono. Il processo, è vero, non fu regolato con tutte le forme giuridiche; ma, se la prima illegalità nacque dalla troppa indulgenza dei magistrati, i quali avendo trovato gli accusati convinti d’alto tradimento, non ardivano pronunziar subito la condanna di morte per poi concedere l’appello; il disordine maggiore e più colpevole venne dai difensori degli accusati. Una volta ch’essi avevano, nel principio, ricusato di sottomettersi al giudizio del Consiglio Maggiore; che avevano chiesto ed ottenuto un tribunale straordinario, nel quale s’erano radunati tutti i principali magistrati e cittadini di Firenze; non v’era più alcun luogo a chiedere l’appello. Essi non potevano addurre altra ragione in loro favore, salvo quella evidentissima di voler procedere d’una illegalità in un’altra, per guadagnar tempo ed aspettare la nuova Signoria. E dovevano i magistrati rendersi due volte strumento di quelle arti malvage, e la Pratica consentire a tali violenze? Anche l’opinione di tutto il popolo, si vide assai chiaramente riconfermata, pochi giorni dopo, quando fu introdotto nel Consiglio Maggiore il figliuolo del Ridolfi, che veniva a chieder grazia dei beni confiscati al padre; giacchè, messa la domanda tre volte a partito, fu tre volte respinta.‍[110] Nè le leggi, adunque, nè il Consiglio Maggiore avrebbero mai assoluto quei cinque cittadini. Quanto al Savonarola, egli non volle, e volendo non avrebbe potuto favorire nè disfavorire una sentenza, che fu decisa nel calore o, per meglio dire, nel furore d’una impetuosa discussione.

CAPITOLO QUARTO. Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il Trionfo della Croce.

Dopo la morte di Bernardo del Nero e de’ suoi compagni, i Piagnoni divennero potentissimi; ed in sei mesi seguirono, successivamente, tre Signorie tutte popolari, che, nel reggere lo Stato, altre difficoltà non trovarono, se non quella di provvedere alla mancanza assoluta di danari. Ma la disputa, sempre più inasprita, del Savonarola col Papa, era causa di continuo dolore al governo ed al popolo. Non solo dispiaceva loro il vedere un uomo tanto benemerito della patria e della religione, così ingiustamente trattato; ma, nel pigliare le parti del Frate, essi mettevano sè stessi e la repubblica in un continuo e crescente disaccordo con Roma. Ogni giorno andavano caldissime lettere all’oratore, messer Alessandro Bracci, perchè cercasse di ottenere l’assoluzione del Savonarola. «Noi vogliamo,» scrivevano i Signori, «che voi picchiate, gridiate, facciate ogni possibile istanzia; e non cessiate nè perdoniate ad alcuna fatica, tanto che questo effetto segua.»‍[111]

Il Papa non dava alcuna risposta; ma, invece, aspettava tempo meglio opportuno ai suoi disegni; ed il Savonarola, profittando della tregua, s’era ritirato nel convento, dove con attività veramente incredibile, davasi tutto a scrivere nuovi trattati, a pubblicare quelli già scritti. Noi li accenneremo brevemente, per discorrere più a lungo della sua grande opera, il Trionfo della Croce, che in questi giorni appunto fu data alla luce.

Noteremo, innanzi tutto, un opuscolo di poche pagine, che chiamò Lamentatio Sponsæ Christi. In esso lamenta lo scempio che i sacerdoti del suo tempo facevano di tutto il gregge cristiano.‍[112] In questo tempo pare che fosse pubblicato anche il Trattato sopra i sette gradi della vita spirituale di San Bonaventura,‍[113] il quale, siccome dice il titolo stesso, altro non è che un breve sunto dell’opera di quell’antico dottore della Chiesa. Molte epistole a stampa indirizzò ai frati di San Marco. In una, Dello adoperarsi in carità, dimostra come in tutti i luoghi e in tutte le condizioni si può esercitare la carità; epperò il vero cristiano deve dire, come il filosofo, omnia mea mecum porto. In un’altra epistola, scritta quest’anno, la vigilia dell’Assunta, si congratula della loro fermezza; ed in una terza ragiona Del discreto modo di fare orazione.‍[114] Continuando a crescere le richieste di lettere, che ogni giorno gli venivano da tutte parti, egli volle mettervi un termine colla sua bella Epistola alle suore del terzo Ordine di San Domenico, volgarmente chiamate di Annalena. «Lo scrivere continuamente,» egli diceva, «è inutile, quando chi legge non lo adopera. Io ho scritto già tanto che ho abbracciato tutta la vita cristiana; onde non posso prendere di nuovo la penna, per moltiplicare inutilmente i trattati. Il dire e ripetere più volte le stesse cose, può giovare nelle prediche, perchè le parole fuggono e non restano bene impresse; ma negli scritti bisogna, invece, leggere e rileggere. Il sacro vangelo non fu scritto in carta, nè sopra tavole di pietra; ma fu impresso nel cuore degli apostoli, e così operò tanti miracoli. Voi, che chiedete sempre nuove esortazioni e nuove epistole, siete di quelli che, leggendo molto e adoperando poco, non imparano mai nulla. Valse più a Sant’Antonio l’avere udito: va e vendi ciò che tu hai, detto ai poveri, e séguita me; che non vale a molti gran teologi, volgere e rivolgere tutta la teologia. Adunque, dilettissime, avendo tante opere volgari che basterebbero alla salute di tutto il mondo; non bisogna, senza necessità, moltiplicare i trattati e le epistole; ma, piuttosto, leggere le cose scritte e quelle seguire colle opere.»‍[115]

Fra i moltissimi scritti minori del Savonarola, bisogna rammentare la sua Expositio di Abachuc, operetta latina che è rimasta finora, non solamente inedita, ma neppure esaminata, a cagione dei manoscritti quasi indeciferabili. Noi non possiamo determinare il tempo in cui fu scritta; ma sembra che fosse antecedente alla scomunica. Il testo del profeta non è pel Savonarola, che una semplice occasione a parlare della giustizia divina, ed a svolgere quei medesimi argomenti, che tante volte abbiam veduti esposti nelle sue prediche. «La storia del Vecchio Testamento,» egli dice, «deve persuaderci intorno alla necessità del vicino flagello; onde noi dobbiamo colle buone opere, con la orazione e con la Sacra Scrittura apparecchiarci a sostenerlo. Il profeta Abacuc si lamentava col Signore delle persecuzioni sofferte; e noi prendiamo ad esporlo, acciocchè la sua audacia sia utile ammaestramento a promuovere la nostra umiltà. Il Signore è perfettissimo; ma niuno può investigare i suoi giudizi, senza una grande umiltà; epperò, anche il profeta Abacuc, per la sua audacia, venne confuso. Egli si lamenta di vedere il trionfo dei malvagi e l’oppressione de’ buoni; e non s’avvede come ciò segue appunto, per punire i peccati degli uomini, per chiamare i buoni a penitenza. Così è sempre avvenuto; così avviene oggi sotto i vostri occhi, nelle persecuzioni che noi medesimi soffriamo. Ma, quando noi ci umiliamo al Signore; allora subito comprendiamo che significhi questo trionfo dei malvagi, quale sia la loro felicità.» E qui il Savonarola si scaglia terribilmente contro le ricchezze e i beni mondani, contro gli ecclesiastici che le cercano; e finalmente conclude che i buoni in mezzo alle loro tribolazioni, sono assai più felici dei malvagi che trionfano, e debbono ringraziare il Signore che li chiama a sè col flagello. Sebbene questa operetta non abbia grande originalità, meritava una particolar menzione; non solo perchè finora inedita, ma ancora perchè ci dà un saggio di quei brevi trattati, che si trovano autografi e da niuno esaminati, in principio ed in fine della sua Bibbia postillata.‍[116] Qui pure dobbiamo rammentare molti abbozzi, o appunti, o compendii assai ristretti di Sermoni inediti, che si trovano nella Magliabechiana. Ma una parte di questi scritti inediti sarà da noi pubblicata; di un’altra daremo più particolare notizia nell’appendice a quest’opera.

Ora finalmente è tempo di venire a discorrere del Trionfo della Croce. Il Savonarola ci dà in esso una compiuta esposizione della dottrina cattolica, con una gran forza d’analisi, con un metodo filosofico e nuovo, ponendo da parte quella scolastica che fino allora aveva formato parte essenziale d’ogni opera di teologia. Invero, il Savonarola fu nel secolo decimoquinto, il glorioso iniziatore di quella nobile scuola che si onorò più tardi dei nomi di Bossuet e di Leibnitz;‍[117] e che, poi, decadde con sì gran danno della fede cattolica e degli studi religiosi. La scolastica, infatti, ha di nuovo trionfato nella teologia; e quel metodo più semplice e scientifico, che il nostro autore aveva iniziato or sono quattro secoli, con tanto onore del suo nome, sembra oggi ancora un progresso invano desiderato!

Il Savonarola si propone in quest’opera, di ricercare ed esporre le verità della fede, per mezzo della ragione naturale: «non perchè la fede, dono gratuito di Dio, possa procedere dalla ragione; ma perchè questa serve a combattere gl’infedeli, o ad aprire loro la via di salute; ridesta i tepidi, conferma i credenti.» «Noi adunque» così prosegue l’autore «non ci fonderemo sopra alcuna autorità; e per tal modo procederemo, come se non si avesse a credere ad uomo del mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»‍[118] Questo linguaggio, nel secolo XV, secolo d’autorità e di servitù intellettuale, era, come noi abbiamo già notato, un segno di grandissimo ardire ed originalità. Ma più notevole, ancora, è il considerare come il Savonarola sapesse rimaner sempre fedele a questa bandiera, e condurre tutta l’opera con questi principii. «La ragione,» egli dice, «procede dalle cose visibili alle invisibili, perchè le nostre cognizioni incominciano dal senso che conosce solamente l’estrinseco delle cose; l’intelletto, però, ne penetra la sostanza, e dalla cognizione di essa si eleva alle cose invisibili ed a Dio. Or, come i filosofi ricercano Iddio, nelle maravigliose e visibili opere della natura; così noi vogliamo, nella Chiesa visibile, ricercare e ritrovare la invisibile, ed il capo supremo di essa, Gesù Cristo.»‍[119]

«I filosofi raccolsero, come in un quadro, tutte le opere e tutti gli esseri della creazione, per meglio vederne l’insieme e riconoscerne la divinità. Noi vogliamo, del pari, raccogliere tutte le opere visibili di Cristo e della sua Chiesa, in una sola immagine; acciò che in essa più facilmente risplenda la loro divinità.» Questa immagine è quella stessa, di cui sovente si ragiona nei Sermoni del Savonarola. Egli descrive un mistico carro, che percorre il mondo, trionfando. Sopra di esso è Cristo vittorioso, incoronato di spine, piagato delle sue ferite, illuminato da una celeste luce che viene dall’alto. Nella destra ha il vecchio e nuovo Testamento, nella sinistra la croce e gli altri segni della passione; ai suoi piedi sono il calice, l’ostia, tutti i simboli de’ sacramenti; quivi ancora siede la Vergine Maria che ha presso di sè le urne colle ceneri dei martiri. Il carro è tirato dagli Apostoli, predicatori e profeti; segue la moltitudine dei fedeli e dei martiri; e dietro a loro gl’infedeli, i miscredenti, i nemici di Cristo coi loro idoli prostrati, i libri arsi, gli altari abbassati. Così questo carro cammina pel mondo, di trionfo in trionfo, abbattendo e vincendo ogni ostacolo.‍[120] «Questo carro,» diceva il Savonarola, «sarà come un nuovo mondo da cui caveremo una nuova filosofia. Ma, siccome in tutte le scienze bisogna ammettere certi primi principii dai quali si parte; così anche noi dobbiamo ammettere, come indisputabili, alcuni fatti da cui dobbiamo procedere: — Che Cristo, cioè, è stato crocifisso, adorato, ed ha convertito il mondo; che la Vergine, i martiri, la Santa Trinità sono adorati dai Cristiani, e così via discorrendo. Questi sono fatti che niun uomo di sano intelletto può negare; e se alcuni scrittori pagani li tacquero; migliaia di loro li confermarono, convertendosi.»‍[121]

Qui l’autore entra finalmente in materia, e con argomenti affatto razionali, discorre l’esistenza di Dio ed i suoi attributi. Egli lo considera come primo motore, come causa prima, e così, discorrendo per tutti i noti argomenti della scuola, si ferma più particolarmente a questo: «Nessuna inclinazione della natura è vana; ora siccome tutto il genere umano ha fede e crede naturalmente nella esistenza d’un Dio, così bisogna inferirne ch’esso veramente esista; altrimenti noi dovremmo dire che una inclinazione della natura è vana, il che è contrario alla esperienza universale. Nelle cose inanimate, negli animali e, più di tutto, nell’uomo, noi troviamo sempre che in natura nulla è vano, tutto è ordinato ad un fine.» Dopo di ciò, il Savonarola viene agli attributi divini e dice che Dio non è corpo, non forma di corpo, non cosa composta; ma uno, immutabile, eterno, sommo bene, infinita potenza. E qui passa a considerare che il fine vero dell’uomo sta nella contemplazione delle cose divine, e non può raggiungersi che nell’altra vita; onde ne segue che l’anima debba assolutamente essere immortale.‍[122]

Il secondo libro tratta di quelle cose che sovrastanno alla ragione; ma che, pure, si conoscono con l’aiuto di essa, ammettendo, anzi pigliando per punto di partenza le opere indispensabili e soprannaturali di Cristo e della sua Chiesa. «Noi possiamo colla sola ragione giungere a conoscer l’esistenza di Dio; ma non potremo giammai arrivare a conoscere la Trinità, senza partire dagli effetti maravigliosi e soprannaturali di essa. La prima è cosa che s’appartiene più specialmente al filosofo; la seconda forma il soggetto precipuo di questo lavoro, in cui noi vogliamo dalle opere soprannaturali e visibili della Chiesa, risalire, con l’aiuto della ragione, alla Chiesa invisibile ed a Cristo.‍[123] Innanzi tutto diremo che, siccome l’esistenza di Dio vien confermata dalla fede che naturalmente mostrano in esso tutti gli uomini, così può affermarsi lo stesso dell’esistenza d’una vera religione; perchè ogni uomo tende, per natura, a rendere culto ed omaggio al suo Dio. Ed ove questi, se così vogliam dire, divini istinti, non corrispondessero a nulla di reale; il Signore che li ha messi nel nostro cuore, ci avrebbe ingannato, il che non è presumibile.»‍[124] Ciò posto, il Savonarola continua: «Ogni religione ha due culti; l’uno esterno; l’altro, infinitamente più nobile, è il culto interno, che si manifesta nella buona vita, ed è il più grande omaggio, il vero culto che si possa dalla creatura rendere al creatore.‍[125] Quella religione, adunque, noi diremo vera fra tutte, che c’insegna una vita migliore. E quale potrà gareggiare colla cristiana, che ci fa abbandonare tutte le cose mondane, per correre dietro alle spirituali? Che c’indirizza alla contemplazione stessa di Dio, che è il solo fine di cui si possa appagare la nostra anima ed il nostro intelletto, il quale più intende e più è capace d’intendere, niuna cosa finita può soddisfare la sua brama infinita, e non trova riposo che in Dio? Ma siccome Dio è infinito e l’intelletto è finito, così v’è bisogno della grazia, la quale, per mezzo della buona vita, ci conduce alla vera beatitudine.»‍[126]

«Se poi volessimo ricercare altre prove in favore della cristiana religione, il numero ne sarebbe infinito. La Bibbia e massime le profezie, in gran parte già adempiute, basterebbero a persuadere ogni più incredulo.‍[127] Noi vediamo, ancora, l’effetto maraviglioso e soprannaturale, che segue nell’animo e nella vita dei fedeli che frequentano i sacramenti; noi vediamo la letizia e la pace interna dell’animo, trasparire e rilucere nei loro volti.» E qui il Savonarola si fa a descrivere minutamente questa spirituale bellezza, questa interna tranquillità d’animo; ne esalta la nobiltà ed il potere. «La sola presenza di papa Leone bastò a frenare e convertire Attila re degli Unni; quella di San Benedetto convertì Totila. Nulla è così imponente, come l’aspetto del vero e buon cristiano; nulla così sublime come la pace del suo animo; per essa i martiri poteron lietamente morire fra i tormenti.»‍[128]

Dopo aver dimostrato la necessità d’una vera religione, e come la cristiana è quella; viene il Savonarola ad esaminare le opere di Colui che n’è l’autore. — Gesù Cristo che sarebbe egli, se non fosse veramente un Dio? — Rovesciare tutte le religioni, tutti gl’idoli; farsi credere una cosa stessa con Dio; far credere alla Eucarestia ed alla verginità di sua madre: che nome potrebbero aver queste cose, se fossero state fatte con inganno? E sarebbe egli stato possibile convertire a questo inganno, quasi tutto il mondo; avere una moltitudine infinita di martiri; rovesciare l’imperio; dar Roma in mano di un pescatore; e far tutto ciò contro i sacerdoti della vecchia legge, contro la forza dell’impero e di quasi tutto il mondo riunito; senza armi, senza oro, nè per mezzo di ragioni naturali? Che cosa, infatti, potrebbero i ragionamenti in quelle cose che trascendono la ragione? I filosofi, col loro eterno argomentare, non fecero altro che scuole ristrette in piccolo numero di seguaci; ma quasi nessuno di loro riuscì a portare i suoi precetti nella pratica della vita. Il cristianesimo, invece, si distese su tutta la terra ed, insegnando una dottrina che supera la ragione, promettendo un premio che passa l’immaginazione, convertì il mondo non solo a credere ma anche ad operare. Chi si mette a contemplare quest’opera, non potrà fare altro che levare inni di lode al Signore; e dovrà esser persuaso che essa ha innalzato l’uomo a Dio, che Cristo è il nostro ultimo fine, e per suo mezzo solamente si può ottenere la salvazione.‍[129]

Il terzo libro, discendendo più oltre nei particolari, tratta degli articoli della fede, dei precetti morali, delle leggi e cerimonie della Chiesa. «Queste cose,» dice il Savonarola, «sono state già esposte da molti dottori; onde noi non faremo che raccoglierle insieme. E, prima di tutto, vogliamo notare che non deve far maraviglia, se alcuni dommi della religione passano i confini dell’umana ragione. Non si vede, forse, assai spesso, che un uomo non può arrivare ai pensieri d’un altro uomo? Potremo, dunque, maravigliarci, se la creatura non arriva all’altezza del Creatore?» Ciò detto, passa ad enumerare gli articoli di nostra fede.

Notes in this chapter

Note 1 · Dopo incominciata la stampa di quest’opera, abbiamo avuto la fortuna di rinvenire un MS. che per molti e molti anni avevamo invano cercato, Note 2 · Prediche sopra Ezechielle ec., come sopra. Bisogna notare, che in questo volume il quaresimale e l’avvento sono uniti sotto la stessa numeraNote 3 · Predica XLIII e XLIV. Intende riferire più particolarmente a quelli che, avendo dei benefici in famiglia, cercavano di osarne illecitamente,Note 4 · Predica XIX.Note 5 · Predica XVII.Note 6 · Predica XXII, sospesa. Una delle accuse che il Savonarola moveva assai spesso al clero, era di non credere nella transustanziazione: tanto eNote 7 · Predica XXII, sospesa.Note 8 · Qui riferisce a Mariano da Gennazzano, di cui fra poco conosceremo le segrete trame. Ma il Savonarola era così alieno dal venire a personaliNote 9 · Qui allude all’offerta del cappello cardinalizio.Note 10 · Predica XXVIII; sospesa.Note 11 · Nardi, Storia di Firenze, pag. 115.Note 12 · Più oltre dovremo parlare di Lamberto e della sua relazione, che daremo nell’Appendice.Note 13 · Giovanni de’ Medici, più tardi papa Leone X.Note 14 · Il fiorino, il cui rapporto colla lira andò sempre mutando, valeva allora fra le 5 e le 6 lire.Note 15 · Ritorno di Cosimo.Note 16 · Dopo la Congiura dei Pazzi.Note 17 · Vedi nell’Appendice la sovraccennata relazione dell’Antella, documento importante, dal quale abbiamo cavato tutta la descrizione della vita Note 18 · Guicciardini, Storia di Firenze, Storia d’Italia; Nardi; Parenti; Pitti, ec.Note 19 · «Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo di favore la Lega, gli mancò sotto il Duca di Milano.» Guicciardini, Storia di Firenze, Note 20 · Ora, Porta Romana.Note 21 · Per tutta questa narrazione, vedi Nardi, Guicciardini, Cerretani, Parenti, Pitti, Sismondi ec.Note 22 · Vedi lettera, più sopra citata, del Benivieni a Clemente VII.Note 23 · Il Nardi dice, che erano 500 cavalli leggieri e altrettanti o più fanti «benissimo a ordine e genti fiorite»; il Guicciardini, Storia d’ItalNote 24 · Il Borgia diceva che il fatto «non era suto di suo consentimento e saputa.» Vedi Lettera a Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da un tale AnNote 25 · Il Violi, a carte 53 retro, parla minutamente di Doffo Spini. Vedi il MS. magliab.Note 26 · Nardi, Storia di Firenze; Parenti, idem; Burlamacchi, Vita ec.; Barsanti, Idem; Violi, Le Giornate, ec.Note 27 · Vedi queste Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.Note 28 · Questi fatti sono dal Violi, dal Burlamacchi e dagli altri biografi minutamente descritti.Note 29 · Così lo distinguevano da molti altri di simil casato, in Firenze.Note 30 · Il racconto di questo fatto abbiam cavato, non solamente dai biografi e storici sopra citati; ma anche da alcune lettere di privati, che si Note 31 · Questo opuscolo, di cui si trovano diverse edizioni del tempo, S. L. et A., ci è servito moltissimo a comporre il racconto autentico e minutNote 32 · Vedila nel Quétif, vol. II, pag. 170.Note 33 · Burlamacchi, Nardi, Parenti, Barsanti, Cinozzi, Violi. Vedi anche le Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.Note 34 · Di questo fatto abbiamo qualche notizia anche in una Lettera a messer Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da Antonio servo suo, in data del Note 35 · Più volte il Savonarola accenna a questa violenza dei sermoni del Gennazzano, la quale, d’altronde, era assai nota.Note 36 · Aveva la data del 22 maggio 1497, ed è stata da tutti erroneamente creduta una risposta al Breve di scomunica. Il Breve, scritto il 12 delloNote 37 · Violi, Burlamacchi, Pico, Barsanti. Marchese, Nardi, Parenti, ec.Note 38 · Qui si vede quanto fosse vero quello che il Savonarola aveva detto, che il papa, cioè, avesse accettato le scuse del suo non andare a Roma.Note 39 · Per questo Breve vedi l’Appendice. Il Padre Marchese sembrò dubitare che questo fosse il vero Breve, perchè vi manca la forma dovuta; ma noiNote 40 · Questa epistola trovasi anche nel Quétif, vol. II, pag. 188.Note 41 · È latina e si trova pure nel Quétif, vol. II, pag. 191.Note 42 · Violi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, ec.Note 43 · Di ciò parlano minutamente il Nardi, il Violi, il Burlamacchi, Barsanti, ec.Note 44 · Queste lettere si trovano pubblicate nei Documenti del P. Marchese.Note 45 · Vedi la lettera stessa nel Quétif e nel P. Marchese.Note 46 · Molte altre lettere scrissero i Magistrati. — Una del 21 luglio, lodava mess. Alessandro e mess. Ricciardo, per le cure avute nel ben disporNote 47 · Più tardi Pio III.Note 48 · Lettera a Lodovico Pittorio, cancelliere del duca Ercole I di Ferrara. Vedila nel P. Marchese. Il fatto, poi, della offerta di quel cardinalNote 49 · Vedi il Guicciardini, Storia d’Italia, e gli storici contemporanei.Note 50 · Fu pubblicata dal Perrens, nell’appendice al suo primo volume.Note 51 · Di ciò parla l’ambasciator di Roma, nelle sue lettere.Note 52 · Daremo in Appendice queste due dichiarazioni o lettere al papa. Fra le sottoscrizioni alla seconda di esse, v’è il nome di un Niccolò d’AlesNote 53 · Lettera del Savonarola a suo fratello Alberto, in data del 21 luglio. Vedi P. Marchese, Documenti ec.Note 54 · Il non avere ciò osservato, fu causa dell’errore gravissimo in cui è caduto il sig. Perrens, dicendo che il Savonarola si mostrasse timido eNote 55 · Probabilmente sono quelli, di cui si trova un abbozzo imperfetto e monco, nel volumetto intitolato: Alcuni sermoni devoti di F. Jeronimo SavNote 56 · Vedi P. Marchese, Documenti ec.Note 57 · Ibidem.Note 58 · Ibidem.Note 59 · Era scritto in data del 15 luglio 1497; fu pubblicato allora a Firenze, e più tardi a Venezia, 1538, nel volumetto intitolato: Alcuni devotiNote 60 · Durante questi mesi, il Savonarola scrisse varie lettere. — A Maria Angiola Sforza, sul ben vivere, 24 maggio 97. — A Francesco Pico, sullo Note 61 · Durò in tutto due mesi e mezzo.Note 62 · Il Nardi, il Machiavelli e molti storici parlano di questa cattura dell’Antella. Vedi nell’Appendice la lettera che aveva indosso.Note 63 · Queste notizie abbiam cavate dalla lettera che si trovò indosso all’Antella, e dalla confessione che scrisse dipoi. Non sappiamo il giorno pNote 64 · La lettera sopra citata, dice che la cattura dell’Antella «ha scoperto la radice di qualche maligno umore, in persona da non poter perseguirNote 65 · Nella narrazione di questo giudizio, abbiano seguito sempre i documenti autentici; e fra gli storici ci siamo valsi principalmente del PittiNote 66 · Questa è la rivelazione di cui abbiamo più volte parlato, e che daremo nell’Appendice.Note 67 · Di ciò parla il Nardi nella sua Storia di Firenze, pag. 153.Note 68 · L’avola di Piero era una Tornabuoni.Note 69 · Diverso da Giovanni Cambi storico e tutto del popolo, diverso anche da quel ricco Cambi di via del Cocomero; era propriamente di quei da S. Note 70 · Era suocero d’una sorella di Piero. Per tutte queste notizie vedi Nardi, Storia di Firenze, pag. 130, vol. I; Cerretani, idem, MS. magliabecNote 71 · Pitti, Storia di Firenze.Note 72 · Per vincere una deliberazione nella Signoria, che era composta di 9 membri, si richiedevano 6 voti; lo stesso numero ci voleva negli Otto, pNote 73 · Pitti, Storia di Firenze.Note 74 · Il Pitti suppone che il notaio tralasciasse di segnare i pochi voti contrari, non potendo supporre che non ve ne fusse alcuno.Note 75 · Pitti, Storia di Firenze.Note 76 · Vedi il Pitti, che riporta fedelmente i discorsi tenuti nella Pratica. Vedi anche il Cerretani ed il Parenti.Note 77 · I Gonfalonieri delle Compagnie ed i Buoni Uomini, ma qui principalmente i primi.Note 78 · Il Nardi, il Pitti ed altri parlano dell’effetto che produsse l’arrivo di quelle lettere. Lo stesso frammento di Pratica, che abbiamo trovatNote 79 · «Quando si dubita di tumulto, secondo le leggi comuni, si soglion torre via gli appelli.» Così nel Guicciardini, Storia di Firenze, pag. 160Note 80 · Tutta questa discussione è riportata fedelmente dal Frammento di Pratica, più sopra citato.Note 81 · In questa narrazione ed in questi discorsi, abbiamo fedelmente seguito il Pitti, Storia di Firenze, (Vedi Arch. Storico Vol. I).Note 82 · Pitti, Cerretani, Nardi. Secondo il Pitti andarono nel Palazzo del Bargello; ma il Cerretani, forse con più esattezza, dice che andarono in Note 83 · Minute di Lettere ad ambasciatori, 1496-97; Archivio delle Riformagioni. Vedi Appendice.Note 84 · Questo dobbiamo dire, perchè più tardi troviamo una provvisione che toglie ogni bando di ribelli.Note 85 · Nardi, Cerretani, Pitti, Machiavelli, Parenti, Guicciardini, ec.Note 86 · Vedi il processo a stampa. Qui si rammenti il lettore, che tutte le alterazioni del processo, furon fatte sempre e solo a danno del SavonaroNote 87 · Processo fatto dai commissari del Papa. Vedi appendice.Note 88 · Vedi lib. II, cap V di quest’opera. Il Machiavelli ed il Guicciardini furon tra i primi a muovere tale accusa contro al Savonarola; e la lorNote 89 · Il Guicciardini parla di questa nimicizia nella sua Storia di Firenze.Note 90 · Pitti, Storia di Firenze; Cerretani, idem.Note 91 · Lettera dei Signori, in data del 7 novembre 1497. Vedi P. Marchese, Doc. XVII.Note 92 · Hieronymi Savonarolæ, Lamentatio Sponsæ Christi adversus tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione Ecclesiæ. FNote 93 · Nella bibliografia premessa al Burlamacchi, se ne cita un’edizione del 1497. La più parte di questi opuscoli del Savonarola furono ristampatNote 94 · Stampata a Firenze, 1497; ed a Venezia, Alcuni devotissimi trattati ec.Note 95 · Data in Firenze, in San Marco, a dì 17 ottobre 1497; stampata a Firenze nel medesimo anno. In questo luogo accenneremo altri opuscoli del SaNote 96 · Un altro MS. di quest’opera, trovasi nella biblioteca di San Marco a Venezia; cod. XLI, clas. IX. dei MS. latini. Sembra anch’esso autografoNote 97 · Qui s’intende parlare della forma, e non delle opinioni di questi autori, uno dei quali era cattolico, l’altro protestante.Note 98 · Proemio. Moltissime sono le edizioni del Trionfo dello Croce, fatte nel quattrocento ed in tempi posteriori. Il Savonarola lo pubblicò in laNote 99 · Lib. I, cap. I.Note 100 · Lib. I, cap. II.Note 101 · Lib. I, cap. III e IV.Note 102 · Dal cap. V al cap. XIV.Note 103 · Proemio del secondo libro, vedi anche lib. I, cap. V.Note 104 · Lib. II, cap. I.Note 105 · Lib. II, cap. II.Note 106 · Lib. II, cap. III a VII.Note 107 · Cap. VIII.Note 108 · Fino al cap. XII.Note 109 · Cap. XV.
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings