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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

Note 112 — LIBRO QUARTO. [1497-1498.]

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Hieronymi Savonarolæ, Lamentatio Sponsæ Christi adversus tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione Ecclesiæ. Florentiæ apud Laurentium de Morgianis, 1497. Quest’opuscolo venne proibito a Roma. — Qui dobbiamo accennare ad un’altra operetta che dal Meyer e dall’Audin de Rians viene attribuita al Savonarola; sebbene, a nostro avviso, egli non ne sia il vero autore. Quest’operetta ha per titolo: Loqui prohibeor et tacere non possum; il Meyer la vide manoscritta nella biblioteca Bouturlin, l’Audin la trovò stampata nei quattrocentisti della Riccardiana, dove anche noi l’abbiamo esaminata. È un opuscolo di sei carte, stampato senza data, e senza nome d’autore; le idee non sarebbero lontane da quelle del Savonarola, sebbene il latino, più studiato, ci fece fin da principio dubitare che egli ne fosse l’autore. «I pastori,» così incomincia, «lasciano deviare le pecorelle a loro arbitrio, scacciano quelle che restano nella buona via, minacciano con pene severissime quelle che cercano la sorgente di acqua pura; onde mi è vietato il parlare (loqui prohibeor). — Ma io vedo questi pastori dissipatori interdire i ricchi pascoli al gregge, e le pecorelle magre e stente sono abbandonate in cibo alle bestie selvagge; onde io non posso tacere (tacere non possum). — I giudici e gli anziani, a cui spetterebbe il giudicare, siedono sulla sedia di perdizione e rovesciano ogni ordine; l’arbitrio è in luogo della legge, e la malvagità sopprime la debole voce del giusto; onde mi è vietato il parlare.» E così continuando la prima parte di questo scritto, conclude finalmente: Ideo loqui cogor et exclamare compellor. Ed allora tutto pieno di speranza, egli esclama: «Ecco già ogni servo loda il suo Signore. La mia bocca è piena, o Signore, del tuo amore, e canterò la tua gloria: già cade la notte e sorge l’aurora d’un giorno migliore; la nostra redenzione è vicina.»

Senza dubbio tali idee si potrebbero attribuire al Savonarola; se, in due o tre luoghi, non fosse troppo chiara l’allusione a lui stesso, come già morto. Eccone un esempio: «Fratres et discipuli carissimi qui, ab ipso fonte uberrimo, prædulcissima eloquia, magno obtectamento, frequentius hauserunt; qui tanquam exanimes et velut stupidi altiora doctrinæ mirabantur; qui virum omni quavis scientia præclarissimum magnaque sanctitate venerandum firmissime asserebant, Instanter prædicabant, omnique demonstrationum genere id animis hominum inserere nitebantur. Nunc, ac si lethæi fluminis unda demersi, in silentio trahunt dies suos, et ad unuscuiusque rei pavent occursum. Nonnulli ex eis, timore perterriti, digito labris imposito, silentium indicant, si quos noverint hilari vultu loquentes magnalia Dei. Nec desunt qui, asperiori obedientiæ malleo simplicium dorsum incurvent; quia et obliquis oculis intuentur quos pristinæ fidei quippiam servasse crediderint.» E qui noi troviamo nell’esemplare riccardiano, segnato nel margine, con caratteri antichi: la fede nel Frate; come pure in un altro luogo, dove l’autore nomina «martyres Dei inclytos,» la stessa mano ha segnato nel margine: il Frate e i tre compagni, segno evidente che l’opuscolo era conosciuto non essere del Savonarola. Nella Riccardiana esso è legato con molti altri del Savonarola e dei suoi discepoli, ed è preceduto da una lettera di Gio. Franc. Pico della Mirandola, A li electi di Dio abitanti nella città di Firenze, datata il giorno della Resurrezione, 1498. In questa lettera il Pico conforta ad aver fede nella dottrina del Savonarola, le cui profezie certamente si verificheranno. È facile che anche l’opuscolo seguente fosse lavoro del giovane Pico. (Vedi Riccardiana, 123, quattrocentisti.)

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