VIII.[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486] (continued 7)
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Et che Francesco Davanzati richiese Giovanni Cappelli d’arme; che vi mandò XIII coraze, e non so che celate, tre corazine, otto archibusi, uno bariglione di polvere: le quali tutte cose mandò Francesco a casa detto Giovanni per esse.
Nicolò calzaiuolo, disse, v’arechò cinque b.[891] d’acciaio, da casa Lionello Boni.
Item disse, che vi arecò Nicolaio calzaiuolo un archobuso, tre bombardelle di Lione Boni.
Quelli havevano arme. Nicolaio calzaiuolo, coraza bianca e partigiana. — Bartolomeo Mei, coraza, partigiana. — Iacopo, vocato el Bientina, traheva coll’archobuso. — Girolamo Gini, coraza e partigiana. — Lucha della Robbia, coraza e partigiana. — Pagolo della Robbia, el simile. Lazarello......[892] — Francesco Davanzati vi stette insino a ore quatro, colla coraza et celata, la domenica sera. — El Grasso del Monacha, Iacopo da Firenzuola, et altri. — Lionello Boni, colla coraza. — Deyphebo della Stupita; et altri, insino alle 24 ore. — Francesco del Pugliese, Giovan Baptista Ridolfi, messer Baldo, senza arme, e a ore 24.
Della qual cosa sabato sera hebbe notitia di qualche preparamento d’uomini e d’arme, ma in generale, F. G.[893]
4. Esamina di Paolo ceraiuolo.
Die xii aprilis 1498.
Andai al vespro; e detto, ne volli uscire: e’ mi si fecie inchontro asai persone. Fecomi ritornare in drieto, co’ sasi; e ch’i’ ero pizocherone, e volomi amazare. Dipoi venne la furia, e quali non vidi mai; ma udì’ le ghrida ghrande, e che volevano amazare tutti quegli ch’erano in Sa’ Marcho.
Vidi armato Francesco Davanzati, Diofebo de la Stufa, Lionello Boni, Piero Cinozi, et armato quelo che fa e chapegli in Piaza, quelo de la Robia, Francesco del Pugliese; Francesco Valori; non vidi arme; Govan Batista Ridolfi, no vidi arme; Bernardo Nasi, nè mi ricorda se s’era armato; Chanbio Bonvani, Benedetto Bonvani, un figliuolo di Salvi di Bartolo, messer Francesco da Chole, Bernardo Martini, un figliuolo di Lionardo Bencini, uno de’ Boni picholo, no so el nome, Iacopo Manuci e ’l figliuolo, Girolamo de’ Rosi, Lapo Mazei, uno o vero dua de’ Ginori; Piero Cinozi vi dirà forse el nome, ch’io no lo so. Ser Zacheria di Domenicho di Stefano, Alesandro Puci, Marcho Puci, Simone Dolciati, Priore Strinati, quelo de’ Lorenzi che stava a l’Opera, et molti citadini, ch’io non so dire el nome, e di molti no me ne richorda. Uno de’ Panciatichi, no so el nome.
E detta sera in choro mi ginochiai a piè di Fra Govanbatista de la Serpe, che mi cofesasse, mentre che chonbatevano insieme; e mai no mi parti’ di choro: e poi quando vene quelo degli Alesandri, sempre fui a la presenza, e sempre chol mantelo e chol chapucio. Dimandate chi v’era, e questi e degli altri che no mi ricorda. Messer Baldo, Piero Lenzi, Bertoldo Chorsini.
Avisovi, che sendo là la matina che s’aveva a fare el fuoco,[894] vidi mandare per asai torchi, e io entrai nel sechondo chiostro. Disomi che avevano ordinato ch’i’ portasi e torchi. Senza dire nula, mandai a chasa mia per uno, per andare apreso; perchè istamai[895] che altrimenti non are’ veduto. Disomi coloro,[896] dond’io avevo auto el torchio. Disi ch’era mio e per fare onore al chorpo del Nostro Singniore; e vidivi parechi di magore ghrado di me. Uno de’ Lapacini.
Pagolo ceraiuolo ha scripto di nuovo.[897]
5. Esamina di Piero Cinozzi.
A dì XII aprilis. In sala del Consiglio, 1498.
Piero Cinozzi, sopra le intelligentie, e ciò che si contiene nel primo interrogatorio, disse non sapere nulla.
Sopra secondo,[898] rispose: Che maestro Girolamo suo cugino:[899] Piero, havendosi a fare e signori: chi sarebbe buono? Lui gli rispose: Iddio v’ispira.
Item, che andò a San Marcho circa ore una di notte, et stettevi insino alle sei; e che fecero una processione, che v’era circa sei persone; fra’ quali era Francesco Davanzati, ser Nicolò Michelozi, Antonio Berlinghieri, e Filippo da Ghagliano; e fu el dì doppo la Ephifania.
Circha le pratiche di Fra G. dice: Era circa devotione et cose della anima; et che mai hebbe commissione alchuna da lui, nè da altri cittadini a F. G., excepto la soscriptione gli diè F. G., la portò a F. G.
Disse, non havere portate lectere o inbasciate, e da chui, e maxime da persone da fuori usciti, o huomini o donne.
Disse, non era a Sancto Marco el dì del caso, se non al vespro.
Disse, non sapere lectere o altre scripture fussino in Sancto Marcho, quello ne fussi.
Sopra le intelligentie.
Sopra fare e magistrati.
Che praticha haveva in San Marcho.
El dì del caso quello.
Circha la praticha a F. G.
Circha le lectere o inbasciate, e altro.
Chol nome di Dio, e a salute dell’anima mia.
Et prima, sopra alla intelligienza, dicho: Che mai ebbi intellingienza in San Marcho chon persona. Vero è, che sendo richiesto da’ frati ched io faciessi fede di quello aveva predichato Fra Girolamo a una lettera inschrivevano al papa, mi soschrissi in su folgli pechori e in sun uno ruotolo, che è una medesima chosa, ch’elgli aveva predichato buona dottrina.
Sopra dare e magistrati, dicho: che mai chiesi, nè per me nè per altri, a persona, fave nè boce[900] nè chosa alchuna.
Sopra la praticha avevo in San Marcho. Come si sa, io v’ò uno figliuolo, che non mi avevo altro che quello, e quello era tutto el mio bene; e più due fratelgli chugini, e uno nipote:[901] e senpre ched io potevo, ero quivi, e avevone la chiave: e quando achadeva avere a fare nulla pel chonvento, lo facievo; e avevo chonoscienza chon tutti e frati: e detto ched io avevo el mio uficio, la mia gioia, parte del tempo mi stavo nell’orto, chon uno chomverso che si chiama Frate Pellegrino, a ragionare cho lui; e anchora favellavo chon Frate Girolamo ispeso delle chose di messer Domenedio; e mai parlai cho lui di dare uficio, o di intelligienza, anzi, la mattina che si fecie la singnoria,[902] v’andavo, e’ non vole ched io emtrassi demtro, mandandomi ad dire che no vuole che si potessi dire che cholà si faciessi intelligienza. Sommi trovato a molte procisione e divozioni, e massime a una che si fecie a dì 7 di gennaio 1497, che durò dall’un’ora insino presso alle 7 hore. E in questo si è, e in ongni altra chosa ched io mi sono trovato in San Marcho, non’ò veduto, nè ne so, se none tutto bene; e mai si troverrà chom verità, di me, altro.
Sopra el dì del chaso, dicho: Che ’l di del chaso andai a udire el vespro in San Marcho; e detto el vespro, me ne venni a chasa, e stetti in sull’uscio tutto el dì. Veddemi Piero d’Antonio di Taddeo, Allessandro Ginori, e Simone Ginori, e Antonio di Lodovicho Masi, e tutti e vicini.
Sopra a fare la singnoria, dicho: Che mai si troverrà ched io ebbi tenuto praticha di fare e signiori, e chiesto fave e boce, o chosa alchuna. In luogho nessuno. Vero è, che maestro Girolamo mio chugino mi domandò una volta, overo due, diciendo: Piero, e’ s’à fare la signioria, ed è pocha chonoscienza: chi sarebbe buono? Dissi: Fa chi Dio ti spira.
Sopra la lettera, o imbasciata, o altro; dicho: Che mal ebbi inbasciate dalle chomesse,[903] nè da persona, nè lettere; e quando l’avessi aute, l’arei portate a’ signori, e fatto quello che richiede mio debito: e mai si troverrà che da lei,[904] o da altri io abbi tenuto praticha nessuna; e se altrimenti trovate, nonne abbiate chompassione nessuna di me, chome sempre v’ò detto.
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A dì 16 di aprile 1498. Nel secreto. Hore 24.
Piero Cinozzi, di nuovo interrogato sopra tutti li interrogati sopra scritti, di nuovo affermò quanto ha decto di sopra; et al tutto in tutto esser innocente.
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Item, die 27 di aprile, 1498. Al Bargello. Con la stanghetta.[905]
Piero decto, domandato circa più cose, confessò havere dicto a Fra Salvestro, che non renderebbe fave se non a quelli che credevano al Frate. Et questo dixe in presentia di Fra Salvestro, che gli diceva gle ne haveva decto più volte; et dixe: Io non me ne ricordo mi sia decto.
6. Esamina di Fra Luca della Robbia.
A dì XII. In sala del Consiglio, SINE TORTURA.
Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia fo fede qui di quello che io feci, e di quello che io vidi fare agli altri.
Prima, dodici dì inanzi al chaso fu’ richiesto una sera da Frate Francescho de’ Medici, se io volevo andare a stare in Sancto Marcho alle volte la sera, perchè avevano un po’ di sospetto; e io gli dissi di sì: e dimanda’ gli se io vi portavo arme, e lui rispose di sì. E chosì feci. E andavovi delle tre sere l’una; e quello che io vi portai si fu una spada e una partigana, e una meza testa. E chosì vi stetti tre o quattro sere; e quelgli che io vi conobbi si fu Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, Baccio mercaio; e chosi parechi altri, ’e quali non chonosco per nome. E l’arme che v’erano, si erano queste qui di sotto, cioè: dieci o dodici chorazze, e chosì altre tante mezze teste, e da sedici o diciotto pardigane, da cinque o sei balestre, e altre tante rotelle; e chosì targhoni, e da quatro archi busi: e quest’è quante arme io vi vidi. Donde elle si venissino, io nollo so. E di poi la domenica dello ulivo, andando io al vespro, udito che io ebi el vespro, dissi a tre mia chonpangni se volevano venire a udire la sua predicha a Santa Maria del Fiore, perchè io non avevo mai udito la sua predicha. Dipoi andamo; e quando fumo dal chanto d’Andrea Chanbini, chomincorono a tirare di molti sassi e fanciugli inverso el popolo: e quando e’ furono dalla chasa d’Andre’ Chanbini, furono parechi che trasseno in chasa Andrea Chanbini. Et choloro che traevano erano gharzoni e fangugli; e choloro ch’erano in chasa si rivolsono, e traevano. E dipoi io dissi a quegli mia chonpagni, che volevo andare a chasa a bere, perchè avevo una gran sete: e loro vennono chon esso mecho. E chosì beuto che noi avemo, ce ne venimo per ire in Santo Marco; e quando fumo al chanto alla Macina, vedemo per la via Largha di molti armati: e dicendo io a choloro se volevano venire in Santo Marcho, sì mi dissono di no. E io andai allora in San Marcho. E chome io fu’ là, io vi vidi di molti armati; e quali erano Francesco Davanzati e Lione Boni e Pagholo della Robbia, Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, e Bacio merciaio, e di molti altri, e quali io non so e nomi loro. E dipoi istandoci chosì nel chonvento, fatta che fu la sera, el popolo chaccò[906] fuoco nelle porte. E veduto questo, Frate Girolamo venne in choro, e prese el Sagramento in mano, e ginochiosi, e chosì fecono tutti e frati e secholari; e Fra Girolamo chomandò che si posasse l’arme: e chosì fu fatto. Tutti e secholari posoro l’arme, e da quatro o sei non si chavoro le coraze; et tutti gli altri si disarmorono: e quelgli sei posorono le spade, e chi le partigani. E quegli che io chonobbi, si fu Pacholo della Robbia, e chosì gli altri, Ridolfo Panciatichi; e gli altri non chonoscevo; e Lucha della Robbia. E dipoi istando chosì, e aspetando la morte, el popolo entrò drentro, e venne alla porta del choro; e dipoi uscì fuora del chore tre frati cho’ torchi e cholle chroce in mano, gridando: Viva Cristo. Entrarono là tra loro, e scaramucorono un pocho; e dipoi tutti si fugirono, esendo e secholari in choro: quelgli quatro o sei che avevano le chorazine uscirono fuora, e tutti si fugirono chi pel chonvento e chi fuora, e andamo nel sechondo chiostro; e quivi ve n’era fugiti assai. Entrando là, choremo lor dreto: e io difilandomi drieto a tre, ne gunsi uno; e mena’ gli cholla spada in su le rene: se io lo feri’ no ve lo so dire, perchè si fugì. E dipoi andai, e presine uno autro, e non gli feci male; se none che spogliai. E dipoi ritornamo nel primo chiostro; e quegli tutti si fucirono fuora. Dipoi andamo per quelle stanze, e trovamo quivi di molti armati; entrando dredo sì si rachomandavano, e no’ dicevamo che non avessino paura, perchè non torceremo loro. E dipoi facendomi inchontro, fu uno povero uomo che mi menò d’una spada ruginosa, e ferìmi un pocho nella ghola; e io mi gli achostai, e tolsigli quella spada, e de’ gli chol pome della spada in sul viso: benchè io non gli fei male. Spogliamo quello che voi chiamate el Changniaco; e chosì toglemo di molte arme; e le dette arme le pigliavano quegli frati, e che’ quegli che traevano coll’archo buso, non gli chonoscevo, puro io m’ingenierò di daveli ad intendere. E’ ve n’è uno omo picino, che doveva avere 40 anni, zuchone; e uno tedesco, u’ bello giovane: e chosì uno omo grasso, che aveva el mantello e chapucco; e questo è quello che io vidi. E chosì è la verità.
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Die xviii d’aprile 1498.[907]
Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia schrivo qui di mia mano quello che io feci in Santo Marcho, e quello che io vidi fare agli altri; cioè, che io quando e’ venne el popolo là, mi armai d’una meza testa e una chorazina e una spada e una partigana per difendermi; dipoi presi una rotella: e questo feci, perchè vidi fare agli altri. E quegli che io chonobi si fu Lionello boni[908] e Francesco Davanzati, Iacopo del Bientina, chon uno ischoppietto in mano, e Girolamo Gini chon arme in mano, e uno che si chiama el Monacho; e Pagholo della Robbia armato cholla choraza, meza testa, spada e partigana, dimolti altri armati, e quali non so e nomi loro: e chosì quegli che traevano chollo archo buso, che se io gli vedessi, duti gli chonoscerei. Dipoi, quando el popolo entrò drento, tuti ci riducemo in choro; e dipoi ch’egli ebono rotti tutti gli usci, quando e’ furo a l’uscio del choro, egli era il choro pieno tra frati e secholari, e Fra Girolamo è in choro chol Sagramento in mano, e’ resto erano ginoghioni intorno a’ Sagramento; e quatro o sei in fuora, tutti gli altri erano disarmati; e quelgli ch’erano armati, si erano uno co l’altro Pagholo della Robbia; l’altro si era Nicholaio chalzaiolo, a gl’altri no chonoscho per nome. Dipoi istando tutti ginochioni intorno al Sagramento, aspetando la morte; e quando e frati erano intorno al Sagramento aveano dimolti torchi in mano: e dipoi un frate aperse l’uscio, e aveva uno torchio, entrò là tra loro; e chosì dua altri, e chominciorono a menare cho que’ torchi; e dipoi togliemo le spade che avava posate, e ucimo fuora, e chominciorono tutti a fugire, e noi chorravamo lor drieto. Io andai nel secondo chiostro, gli afrontamo difilandomi dreto a tre; ne gunsi uno, e mena’ gli colla spada in sulle rene; e se io lo feri’ non potetti vederlo, perchè fugì via. Dipoi andai adosso a un altro, e non gli volli dare di filo. Ver’è che io gli detti chol pome della spada in sul viso. Chosì menavo agli altri di piatto, per far loro paura; e chosì ne spogliai dua; uno nel sechondo chiostro: e sanno loro che noi faciavamo poi loro onore, e non faciavamo loro dispiacere: e chosì ispiolglai quello che voi chiamate el Changliacio; e come io dissi, quelle arme che io tolglievo loro se le missono indosso quelgli mia dua fratelgli frati. E chosì vidi qualche frate che se ne mise di quelle che spogliavano. Ora quello è detto che io so, e chosì è la verità.
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A dì 27.
Frate Francesco dice gli dixe, che e’ portassi sua arme in San Marco.
7. Esamine di Lionello Boni.
Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.
Lionello Boni, examinato, disse circha l’arme mandò a Sancto Marco; disse, che Nicolò calzaiuolo gli chiese arme; al quale gli prestò cinque balestre, tre maschietti, bombardelle tre, et trenta passatoi; le quale arme gli prestò circha uno mese fa, perchè disse le voleva portare a Santo Marcho, perchè dubitava vi fussi fatto qualche baione. Disse, che el dì del fuoco portò la corazza sua a Sancto Marcho; perchè credeva havere ad venire in piazza coll’arme, la quale lasciò a Sancto Marcho, et el di del caso se la misse. Disse, che lui la portava solo a sua difesa, perchè el dì della Assensione,[909] non havendo arme, gli parve havere le budelle nel catino.
Disse, che non haveva praticha nessuna, nè intelligentia alcuna fe’ mai. El dì del caso, disse, alle 23 hore si naschose su fra le camere, con Giovanni Caccini et duo fanciulli, et uscinne el lunedì mattina.
La corazza dice si misse per difendere Fra Girolamo. Quelli de’ quali si ricorda, v’era con arme Francesco Davanzati; con corazza et spada.
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Die XV. aprilis. In dicta curia.
Item disse, che el dì del caso haveva in dosso la coraza, et uno falcione; et che essendo in Sancto Marcho, che nella bucha dove fu, v’era anchora Girolamo Mazinghi.
Sopra le intelligentie.
Sopra fare e magistrati et che ordini.
Che praticha haveva in San Marcho, et con chi.
El dì del caso quello fe’.
Circha la praticha haveva Fra Girolamo.
Circha le lettere, inbasciate, o altro.
Spettabili et dengnissimi cittadini. Essendo io stato già due volte dinanzi alla presenza vostra, et da quella esaminato di più chose, ed avendo resposto et dettovi la verità d’ongni chosa, non so che altro dirvi, se none che replicho et chonfesso quello medesimo ho detto l’altre volte. Ma avendomi ier sera dato questo foglio cho’ la nota di sopra, ischriverò a parte a parte. Et primo:
Quanto alla parte della intelligienza, vi dicho di nuovo, none aver mai avuto intelligenza alchuna; salvo, chome vi dissi, mi soscrisi a la soschrizione di Roma, a fare fede chome lui predichava la fede di Dio e la verità. E questo quando mi soschrissi era palese, e in pubricho. E andando al papa, non ci pensai puncto, perchè non era chontro a la nostra ecielsa Signoria.
Quando si faccieva i magistrati, l’ordine ch’io tenevo era questo, che ne facievo horazione a Dio, che m’ispirassi a chi io avevo elegiere.
La praticha ch’io tenevo in Sa’ Marcho era questo, ch’io andavo la mattina alla messa; et chom’era finito l’uficio, mi tornavo a chasa: e chosì il dì tornavo al vespro, e legievo il mio uficio; e poi me n’andavo a mia chonsolazione. E questo era il dì delle feste, e ’l dì de lavorare istavo a bottecha.
El dì del chaso io andai la mattina alla messa, et dipoi me n’andai a desinare: tornai dipoi al vespro; e detto il vespro, venne uno rimore; di che inteso, dicievano che a Santa Maria del Fiore vi si chacciava la gente de la predicha: e in su questo, di tratto giunse giente in sulla piaza; che chredo io alle bocie fusino più garzonotti che uomini. Dipoi rinforzando, esendo io quivi, mi misi la chorazza e ’l falcione a lato, e stettemi da quello uscio che va nella Sapienza; che a me mi pareva quello, è il vero, esere più sicuro della mia persona che luocho vi fussi. Et quando venne il maziere da parte della nostra escielsa Signoria, dicendoci che noi posasimo l’arme, et che se noi volevamo uscire di quivi uscisimo, e chi voleva rimanere rimanessi, io posai l’arme, et stettimi pel munistero: e lunedi a ore XXI o circha me ne uscii, e andamene a chasa.
Et più mi dimandate le pratiche aveva Frate Girolamo. Io nollo so, perchè, chome v’ò detto di sopra, udito l’uficio, io me n’andavo a fare e fatti mia. E questo era il minore pensiero ch’io avevo.
Et più dite di lettere e inbasciate e altro, io non ne so nulla, chome v’è detto di sopra, e l’altre chose.
Io Lionello Boni ho fatto questa fede di mia propria mano, questo dì 15 d’aprile 1498. Et alla vostra signoria mi rachomando.
8. Esamina di Francesco Davanzati.
Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.
Francesco di Lorenzo Davanzati, examinato in curia Bariselli, della soscriptione, dice fe’, perchè disse che la volevano mandare a Roma, per manifestare la sua doctrina essere buona. Circa al favore degli ufici, dice: Qualche volta ragionando con F. S.,[910] F. B. Cavalcanti, e con Ruberto Ridolfi, Giovanni di Leonardo Carnesecci, essere a fare la signoria o gli Otto: e’ si vuol vedere di fare qualchuno fussi sufficienti. E qualche volta nominavano; chome fu Filippo Buondelmonti, quando si fe’ el gonfaloniere di iustitia.
Disse, che è circa tre settimane in circha, che Francesco de’ Medici gli richiese qualche pezzo d’arme: perchè noi habbiamo sospetto di non essere offesi. Il che vi mandò dodici partigiane, x meze teste, sei rotelle, tre targoni coll’arme sua, sette targhoni bianchi, hebbe da Matteo Strozzi; una corazza: disse per acopagnare el Fratre. Da poi, non portando arme, la lasciò lì.
Interoghisi delle parole usò con Piero Corsini, del tagliare il capo a 20 cittadini.[911]
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A dì 24 di aprile. Nel segreto, verbis.
Circa l’arme mandò in San Marco.
Circa quelli confortò et richiese a mandare arme in San Marco.
Circa la sobscriptione, quello ne sa, et come la passò.
Circa la inbasciata portò il dì del cimento.
Circa quello fece il dì dello scandolo; et quello dixe a Fra Girolamo in chiostro, quando voleva venire a palagio.
Circa l’ordine del venerdì santo, hora fa l’anno.
Circa le pratiche di San Marco.
Circa il favore si facevano l’uno all’altro, nel fare delli ufici.
Circa il sapere e manifestare a Fra Girolamo le Signorie inanzi fussino pubblicate.
Circa le inbasciate portate per conto di Fra Girolamo.
Circa l’avere detto di non rendere fave nere, se non a quelli credevano a Fra Girolamo.
L’è interrogato de 20 capi parlatone con P. Corsini.
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A dì 26 di aprile 1498.
Circha a l’arme ch’io mandai in San Marcho uno mese fa o più, che Fra Francesco de’ Medici mi disse: Aveteci voi da prestare arme nesuna? Io gli disi: Che arme volete voi? Lui mi dise: Quelle che voi avete. Io gli disi: Io ò dodici partigiane, et dieci mezze teste, e sei rotelle, e tre targhoni. E più mi dise: Sapete voi nesuno amicho quivi di casa, che c’avesi da prestare qualche targhone? Io già disi: Matteo Strozzi so che n’à. Lui mi dise: Io vorei che voi gli dicesi per nostra parte, che ce ne servisi di qualchuno. Io lo trovai in Merchato nuovo, et disigli per parte di detti frati, chome e’ vorebono che gli prestasi parechi targhoni. Lui dise: Sì bene; mandino por esi a lor posta. Et di poi e’ mandorono detti frati Nicholaio chalzaiuolo, et due o tre loro fattori pelle dette arme. Et dipoi andorono in chasa Matteo Strozzi, e ebono sette targhoni.
Circha a chi portasi arme in San Marcho, Fra Francesco detto ne richiese Ruberto Ridolfi et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli, et anche potrebe essere che ne richiedese Lesandro Pucci et Bernardo Martini; pure di questi io non lo so chiaro. Ruberto Ridolfi dise, che no ne aveva in chasa, perchè quando e’ fu podestà et fu vicario di Valdelsa, che perdè ogni chosa; pure vedrebbe di provedercene qualchuno. Et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli disono di provederne. Alesandro Pucci dise, non ne avere, et che darebe qualche danaio; stimo dicesi[912] fior. uno.
E più Giovanni Charnesechi dise, che soleciterebe Giovanni Chapegli; che vi mandasi non so che choraze et schopietti, et polvere et pallottole.
Circha alla soschrizione, da quella che andò a Roma in fuora, io non so altra soschrizione, et no mi trovai mai a altra soschrizione.
Circha alla inbasciata fatta il dì del cimento, la sera dinanzi Fra Girolamo mandò Giovanni di Iachopo di Dino per me a parlare a uno de’ signori che desiderava avere la loggia pe’ sua frati più tosto che la ringhiera: di che ci fu detto che era uflcio de’ X. Et andando a’ X, e loro disono di servillo;[913] e Giovanni di Iachopo di Dino rimase innanzi a loro pel chonto de legniame. Et dipoi Pagholo Antonio Soderini si levò da sedere, e sì mi dise: Francesco, di’ a Fra Girolamo che a me parrebbe che dovesi più tosto tòrre Santo Romolo, ch’è più sicuro. Et io gli fe’ la inbaciata.
Et di poi la matina del cimento Fra Girolamo mi mandò a parlare a qualchuno de’ X, e che ’l fuoco si dovesi apichare da uno de’ lati, et ch’e frati entrasino da l’altro lato, et dipoi ch’eli erano entrati, ch’el fuocho s’accendesi dietro a loro, acciochè e’ non potesino fugire.
Di che io andai in palagio, et parlai a Pier Francesco Tosinghi; di che vi fu presente Adovardo Chanigiani: et dipoi tornando inverso San Marcho, ischontrai pella via tre de’ detti X, cioè Domenico Mazinghi, Giovan Batista Ridolfi et Luigi della Stufa, se io non erro, et disi loro quel medesimo; di che vi fu presente Adovardo detto.
Circha il dì dello scandolo, quello ch’io feci là vi fu i’ rumore: et io m’andai a mettere la choraza ch’io v’avevo, che l’avevo anchora sabato matina, chon chredendo andare in piazza cho l’arme; et chosì avevo arechato uno choltello bolognese. Et Piero Francesco Tosinghi, mi dise, che la matina non si aveva a portare arme. E tanto si è, che ’l dì io me la mesi, e ’l choltello a lato; et steti chon esa ischoperta circha d’una meza ora; et dipoi mi vi mesi su la mia ghabanella paghonaza, e ’I choltello a lato, e ’l chapuccio in chapo, et veni in sulla piaza di San Marcho in chapuccio et in ghabanella, perchè egli era uciti fuora parechi armati; et io gli chonfortai a tornare drento, perchè eglino stavano meglio in chasa che fuora, et più sichuri stavano.
Et di poi mi ritornai nel chiostro, e sì mi steti pel chiostro e in chiesa, e mai tenni in mano arme da ofendere; et tutavia teni in mano uno chrocifiso picholo d’ottone; et quella fu l’arme mia.
Et il dì detto non mi ricorda mai che io parlasi a Fra Girolamo; che se io gli avesi parlato, io ve lo direi.
Et di poi egli era in chiesa chol Sacramento in mano, et Fra Domenicho aveva in mano uno chrocifiso; et tuti que’ fraticini intorno, chi chol chrocifiso et chi cho una croce rosa in mano; et chosì v’era qualche secholare; et quivi si chantava Salvu’ fa’ popollo tuo, Salvu’ fa’ popollo tuo. E Fra Girolamo diceva; Abbiate fede. Et Francesco del Pugliese ed io eravamo fra loro frati, et chantavamo: e stimo a questo modo insino che doveva essere dua ore et mezzo di notte circha. Vero è che in quelle dua ore e moza incircha Fra Girolamo mi dise due o tre volte: Che fanno questi nostri nemici? Io gli disi; E’ chombattano chome voi sentite et vedete. Et più già disi, che fuora era di molto popollo, sechondo si diceva et sentiva. Et in effetto alle dua ore ½, in circa, Francesco del Pugliese ed io ci partimo di chiesa, et andamocene in chamera d’uno frate; e sì ci si aviò dietro uno amicho di Francesco del Pugliese, che stimo sie tesitore o divettino, povero, et e’ none aveva arme: et quivi stemo tutta notte. E la matina in sul dì, Ghuglielmo degli Alesandri, et Piero di Francesco Chavalchanti ce ne chavorno per loro ghrazia; et Piero Chavalchanti m’achompagniò insino a chasa.
Circha al venerdì santo, io non ne so nulla. Vero è ch’io udi’ dire, ch’e cholegi erano su alla porta del palagio. E se io sapesi nulla, io ve lo direi. Ma e’ n’è vivi sei di noi; intendete da loro se lo sanno.
Circha alle pratiche di Sa’ Marcho, io per me non so pratiche nesuna.
Circha al favorire degli ufici, io nollo so per me. Vero è che quando e’ s’aveva a fare o signoria o Otto, che Ruberto Ridolfi ed io dicevamo: Die ci dia ghrazia che noi abiamo una buona signoria o buono uficio d’Otto, per tuto bene della patria nostra. E questo è la verità.
Circha a sapere et manifestare a Fra Girolamo la signoria innanzi fusi pubrichata, di questo io non ne so nulla. Accetto che, quando io fu’ de’ signori, e mi fu detto la sera dinanzi da parecchi ch’io sarei de’ signori; e la matina io andai in San Marcho a udire mesa, et trovai Fra Salvestro; lo gli disi, ch’io stimavo la matina essere de’ signori, et che facesi fare orazione per me. E lui mi menò a Fra Girolamo; che questa fu la prima volta ch’io gli parlai, et disigli che preghesi Iddio per me; e chome io stimavo essere de’ Signori. E Die ’l volesi ch’io non lo avesi mai chonociuto.
Circha alle inbaciate portate per conto di Fra Girolamo, io non ò mai portate inbaciate, se none quelle ch’io vi disi a Francesco Valori, che gli faccesi rafermare la Sapienza[914] per uno altro anno: et questo stimo mi dicesi Fra Chosimo Tornabuoni per parte di Fra Girolamo.
E questo è la verità: e se voi mi trovate altrimenti, fatemi quel ch’io merito: e a voi mi rachomando quanto so et posso.
E più mi richorda, ch’io disi il detto dì, nel chiostro, a Nicholaio chalzaiuolo: Istati chostì a la porta chon quarche chonpagnia.
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Die XXVII aprilis 1497.
Francesco decto. Inter cætera dice, essere vero che a quelli del Frate, ne’ render delle fave, faceva qualche cosa meglio che alli altri.
Die XVIII aprilis 1498.
9. Esamina di Fra Girolamo Gini.
Ego frater Hieronimus Andreæ de Ginis fo fede chome gli è vero, che circa du’anni passati, essendo io usato un tempo in San Marco, e andando a udire le prediche di Fra Girolamo, che un dì Frate Ruberto da Ghagliano mi richiese ch’i’ dovessi fargli conpangnia quando Fra Girolamo andava a predicare; che allora credo fussi suo compagnio; e dimandando dell’arme, se si poteva portare, intesi essere di volontà della Signoria, e quando degli Otto: e questo credevo, perchè molte volte vidi degli Otto impersona, o uno tavolaccino e uno famiglio d’Otto, el quale non mancava mai.
Et etiam è vera cosa, chome molte volte vi sono abergato, richiesto da Frate Francesco de’ Medici, maxime da circha un mese o poco più in qua: e veniva più persone perchè havevano sospecto non n’esser offesi. Quegli vi venivano, ch’io mi ricordo, sono questi: Bartolomeo Bartolomei merciaio, Nicholaio calzaiuolo, Luca d’Andrea della Robbia, Iacopo del Bientina, Lazerello da Filicaia cioè Buonacorso, Ridolfo Pancatichi, Diofebo della Stufa, Zanobi righattiere: e così ogni sera, circa a 15 dì inanzi el caso, vi stava sei o otto.
E più dico che una sera, forse otto o dodici dì inanzi al caso, da parte di Fra Francesco de’ Medici, andai con Nicholaio chalzaiuolo a casa Francesco Davanzati, e venne dua garzoni di casa, no so o vetturali o ortolani; e da Francesco Davanzati s’ebbe dodici partigane cho’ manichi neri, e dieci meze teste e cinque rotelle coll’arme sua, e tre targoni: e così andorno in casa Matteo Strozzi da l’uscio dirieto, e io aspettai in casa Francesco; ed ebbesi sei o sette targoni sanza dipigniere: e così si portorno in Sa’ Marco. Potetto’ essere quelle sere abergai in Sa’ Marco, otto sere.
E così dico, el dì che fu el caso, ch’io ero in Sa’ Marco a udire el vespro; e detto che fu el vespro, volendo andarmene in libreria, si levò un grande romore di giente che tornavono da Santa Maria del Fiore; e da uno, che si chiama Francesco del Beretta, intesi chome erano stati assassati: e venendo el rimore e ’l popolo quivi, andai in una stanza dalla porta del chiostro, che si chiama la squola, vedendovi di molti huomini; e quivi mi messi un vestito nero di maglia e una meza testa e una spada e una rotella; e vidi quivi parechi balestra, e così dodici o sedici coraze in uno cassone, che non so niente donde fussino venute. Vero è che molti corsono quivi per l’arme che in una furia furno levate; tra’ quali vidi Diofebo, Alesso Baldovinetti, Bartolomeo Bartolomei, Luca della Robbia, Zanobi rigattiere, uno sarto overo orafo, el quale uscendo poi fuori fu ferito; et così vidi quivi Nicholaio: poi vidi Francesco Davanzati con una coraza rossa, Lionello Boni con una coraza azura, Tomaso Spini armato; et così dimolti ch’io non conobbi. E cessato el romore alquanto, posi la rotella giù in una camera nella scuola e mai imprima ero uscito fuori. Di poi, andando pe’ chiostri colla spada e in ghabbanella, cholle pianelle in piè, venne la sera; dove Fra Girolamo venne in coro, e lì pigliò el Sacramento in mano, e Fra Domenicho un crocifixo, e cominciorno a chantare: Salvum fac populum tuum, Domine etc. Et così stando alquanto, fu appicato el fuoco alla porta della chiesa e del chiostro; e Fra Girolamo disse, che si ponessi giù l’arme: dove usci’ di coro, e andai in sagrestia, in una corticina; e da uno pozzo che v’è lasciai la spada e la meza testa, e ritornai in coro; dove, inginocchiato in sulle scalee dell’altare, aspectavo tuttavia di morire, stimando morire per Cristo. E così entrando loro dalla porta della sagrestia, fu aperta loro la porta del coro da certi frati, e fattosi loro incontro con croce in mano e con torchi; tra’ quali conobbi uno Fra Giuliano Maria grande, Fra Marco Gondi, e cierti ch’i’ non conobbi: e così usci’ fuora io, sanza arme nessuna; e Ridolfo Pancatichi, no so già s’aveva arme: così venne drento Andreucco Calderai, armato con un pugnale in mano, e a lui dissi che mi dessi, ch’ero sanza arme. Non mi volse dare, ma tirossi in sulla scala, ed io da un altro fu’ ferito nella testa, che m’uscì molto sangue, in modo no potevo appena stare impiè. Achosta’ mi allor’a Andreucco, ch’era in sulla scala, e disigli che uscissi fuora, perchè già erano stati spinti indrieto, che m’averia fatto piacere a me. E così mi tornai allora in coro in s’uno cierto letuccio o pancha a sedere, che non potevo regermi. E così vidi Ridolfo Pancatici ferito a morte qui in terra, e Fra Domenico lo comunicò. E dipoi Fra Girolamo andò su, e di subito tornò: e dare[915] due archibusi in coro, e uno tedesco e uno i’ mantello e ’n capuccio, grasso.[916] Chosì poi Fra Girolamo tornò giù, e allora allora tornò su; dove venne Ghugliemmo degli Alesandri, e uno de’ Riccalbani, per parte de’ commessari. E così andorno, e ritornorno; e Fra Girolamo disse di volere andare alla Siginoria. Et così andai in una cella d’uno frate, e faca’ mi la testa, e dalla libreria trovai Gioranni Bettini; e lui mi dimandò chome stavo della testa. Risposi: mi dolevano più dua fiorini avevo perduto, che allora avevo ritrovati. Chosì dimandai se potevo uscire sicuro. Disse che, stando un poco, tutti usciremo sicuri. Et avendo auto quatr’anni volontà d’essere frate, come le Vostre Signorie per più pruove possone essere certi, mi vestirno. Queste sono le cagione del mio non esser fatto frate a caso. Havevo studiato du’anni, avevo data la bottegha a u’ mio cogniato: la pigione diceva in lui dal primo di d’aprile in qua. Havevone richiesto Fra Domenico, Fra Girolamo, Fra Salvestro e degli altri, più volte. E questo è quanto vi posso dire di verità.
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Die XVIIJ aprilis 1498.[917]
Frater Jeronimus Andree Zenobij de Ginis, nondum professus.[918]
Che domenicha fe otto dì, era secolare in Santo Marcho, e sentendo el romore si chavò el mantello nella scuola del convento, e quivi preso una rotella et una spada et uno giacho di maglia e meza testa; li quali prese per diffendere sè e frati, bisognando, e disse:
Che lui che essendo preghato prima da frate Ruberto dagliano,[919] che coll’arme accompagnassi Frate Girolamo e che circha l’armi aria, et allui era detto da parte della Signoria o degli Otto, potevano portare l’arme; et questo gli disse detto frate Ruberto.
Et che la sera del caso, trovando lui Giovanni Vettori dalla libreria, dicendo chome lui stava della ferita, et che detto frate Girolamo[920] haveva duo fiorini in mano, dicendo: io ho più caro questi duo fiorini che io ho ritrovato, che più mi dolevano che la ferita ho.
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Jesu Christo. A dì 19 d’aprile, 1498.
Io frate Girolamo d’Andrea Gini fo fede dinanzi Addio e gli huomini come gli è vera cosa che, essendo la domenicha dell’ulivo, cheffumo adì VIII d’aprile 1498, nella chiesa di San Marco al vespro, nella qua’ chiesa da parechi anni in qua: sono stato la magiore parte del tempo; effinito detto vespro sentii un romore d’uomini e donne che tornavano da Santa Maria del Fiore, e veduto giente assai, andai in una stanza dalla porta del chiostro, chessi chiama la scuola; e quivi m’armai di queste arme: cioè uno pitocho forte, una rotella, una spada e una meza testa, e mai mi partì del chiostro nè uscì fuora: et cessato alquanto el primo romore, posi giù la rotella, e tolsi la mia gabanella elle pianelle, e restommi la spada, e così andai per que’ chiostri. E venuto la sare,[921] el romore crescendo, venne fra Girolamo in coro e pigliò el Sacramento, e quivi in ginocchioni cho e’ frati, cantando: Salvum fac populum tuum Domine etc.: mi posi qui in ginochioni, ed eravi cierti altri, a e’ quali Fra Girolamo disse, che li dovessi diponere l’armi.[922] Per la qual cosa mi partì di coro, e andai in sagrestia, in una corticina chevv’è appiè d’un pozo, e qui lasciai la spada ella meza testa, e ritorna’ mi in coro e posimi quivi in ginochione in sulle schalee dell’altare, aspettando la morte per l’amore di Christo. Entrando all’ultimo uscio dal coro quegli di fuora, si fecie loro incontro parecchi frati, tra quali era uno ch’a nome frate Giuliano Maria e un altro frate Marco Gondi, gli altri in su quello non conobbi, e avevano croce in mano e dicevano: Viva Jesu Christo. Ed io mi feci inanzi, e da una pila d’aqqua benedetta mi scontrai in Andreuccio Calderai, e allui mi offersi se mi voleva dare,[923] che era armato e avea un pugnale in mano: non mi dette altrimenti, ma andò dalla scala chevva su; e in quello ebbi d’una lascía o altro nella testa. Essendo rimessi indrieto, ne fu presi e spogliati, e io parlai con Andreuccio ch’era in su quella scala; e perchè e’ non mi aveva voluto dare, che arebbe potuto, e perchè m’è alquanto parente, lo consigliai si partissi; acciò non fussi guasto. Così mi tornai in coro dove trovai Ridolfo Panciatichi ch’era in terra ferito a morte, e standomi a sedere pel sangue m’uscii, vidi fra Domenicho comunicallo. Et così fu arecato in coro due archibusi,[924] et uno tedesco n’era che traeva, e vidivi Pagholo della Robbia armato e Lucha suo fratello et uno certo Grasso, che non so el nome suo, chemmi pare forestiere o gli è stato un tempo di fuora, e Francesco Davanzati colla coraza solamente: di poi parechi frati presono l’arme. Eravi quivi dimolti disarmati, tra quali conobbi Francesco del Pugliese in mantello e chapuccio, Raffaello delle Colombe e Bartolomeo suo fratello, uno che si chiama ser Zacheria e Iacopo del Bientina, e certi altri ch’i’ non conobbi: chosì durando la cosa, si partirono in ultimo et andorno suso; dipoi imediato si tornò giù, poi si tornò su, dove venne Ghuegliemmo degli Alesandri e uno de’ Ricalbani per parte de’ Commessari, e dipoi ritornorono ch’erano in libreria, e disse di venire, dove poi trovai Giovanni Bettini chemmi dimandò come istavo della testa: risposi che mi davano più noia dua fiorini ch’io avevo perduti, chella ferita, e’ quali avevo ritrovati che allora gli avevo in mano, e dimandalo se potevo partirmi sicuro: dissemi ch’i’ stessi um pocho che saremo tutti savati. In questo tempo, avendo io auto desiderio più di quatro anni d’essere frate; mi venne pensiero d’adimandallo al priore e gli altri; perchè a ogni modo m’era stato promesso in questa pasqua. E che questa sia la verità ne potrei dare molte prove delle quale ne dirò alcuna: l’una si è che m’ero spodestato della botteghe e avevola data a uno mio cogniato, ella pigione dice in lui[925] dal primo di aprile in qua; l’autra che 2 anni sono passati, o atteso apparare gramatica per venire a questo effetto, chemmasegnato[926] Messer Niccholò priore della Sambucha, che sta a casa in sulla piaza del Re. Ancora l’anderei io[927] affare compagnia a Fra Girolamo quando andava a predicare, dicho ch’io ne fu’ richiesto da frate Ruberto da Gagliano e fra Santi Rucellai, e dell’arme si portava intendevo essere di comessione degli Otto o della Signoria; e questa m’era agievol cosa a credere, perchè molte volte vidi degli Otto in persona, ma uno tavolaccino e uno famiglio d’otto non manchava mai.
10. Esamina di Bernardo Ricci.
Die XVIII aprilis 1498, examinato.
Bernardo de’ Ricci disse: Ch’è circa XV giorni, che Francesco Valori gli disse, che haveva sentito che in casa messer Agnolo Nicolini, e in casa que’ Nerli, e in casa di Piero degli Alberti, si faceva raunate; sichè vorei tu ne andessi a sentire qualche cosa, perchè io me ne risentirei colla Signoria, e ingegnere’ mi con quella. A che Bernardo detto la ’mpose a Nicolaio calzaiuolo che ei n’andessi a sentire e riferillo a Francesco Valori. Et ciò fece pur perchè sentissi Francesco, che lui l’aveva commesso che tale opera seguissi.
11. Esamina di frate Roberto Ubaldini da Gagliano.[928]
Ad veritatem manifestandam, pro gloria Dei omnipotentis. Die xxi aprilis 1498.
Requisitus ego Frater Robertus Ubaldinus de Gagliano, civis florentinus, et frater professus, licet indignus, sacri ordinis Predicatorum, in conventu Sancti Marci Florentie, a magnificis Dominis Florentinis et ab eorum commissariis, in secreto aule Magni Consilii populi Florentini, facio fidem:
Qualiter de anno Domini MCCCCLXXXXVII, et de mense iunii, seu iulii, vel alio veriori tempore, cuius memoriam puntualiter non retineo; essendosi ordinato in San Marco di mandare al Sommo Pontefice una attestatione in nome de’ Frati della congregatione di Sancto Marco predecto, in favore di Fra Hieronymo da Ferrara, allora vicario di decta congregatione, testificando che lui, el quale era stato excommunicato per causa di predicare errori et doctrina pernitiosa et suspecta di heresi, non era heretico nè seditioso, et che la sua doctrina non era pernitiosa, nè induceva il suo predicare divisione in la città, ma sì bene unione et pace; et però supplicandosi di grazia al Sommo Pontefice che absolvessi decto Fra Hieronymo; offerendo, se la testificatione di circa 250 frati non bastassi, la soscriptione di molti cittadini nobili et buoni della terra; et che se anche quella non bastassi, promettendone dipoi non solo molte centinaia, ma etiamdio migliaia; ser Benedecto da Terrarossa et ser Philippo Cioni notai fiorentini, mia amici, sapiendo che io facevo assai buona lettera, mi feciono scrivere questa tal cosa in carta buona di mia mano, et loro haveano a esserne rogati. Et soscripto che vi fu Francesco Valori et messer Domenico Bonsi et messer Francesco da Jesio, mi fu da Fra Silvestro commesso che io attendessi con diligentia a tale soscriptione; et io acceptai la commissione et attesi alla opera stando nello hospitio, et in presentia quando di ser Benedecto, quando di ser Philippo, et quando di tuct’a dua; et alcuna volta di qualche altro che vi si trovava, così frati come seculari; et leggevo tale capitulo a’ cittadini che venivano a soscrivere, et ad alcuni dictavo la soscriptione, et alcuni no, che voleano scrivere a loro modo, et io gli lasciavo dir come voleano. Erano condocti quivi, chi da sè, chi da qualche frate, chi l’uno amico da lo altro, et chi da Giovanni Spina et Francesco suo fratello, chi da Giovanni Carnesecchi, Andrea Cambini, Benedecto Buonvanni et altri amici che lo ricordavano loro.
Et essendovisi soscripti alcuni in quel tanto tempo che io non mi vi trovavo, come è quando andavo a dire la messa o altro, che erano persone ignobili, come fu, credo, non so che barbieri et notaii; et essendo scriptosi Piero Mascalzoni, Niccolò di Ghardo, et non so chi altri; Fra Silvestro, leggendoli, me ne riprese dicendo: Che io attendessi a soscrivere huomini da bene et nobili, come di sopra era promesso nel capitolo; che questi huomini di poca auctorità non erano al proposito, non rispondendo a quel che di sopra si prometteva. Onde io ne mandai via molti, che io non lasciai poi soscrivere: ma anche poi in me pensando che si dovessino scandalizzare, ne lasciai soscrivere d’ogni sorta. Alcuni si soscrivevano, et dicevano: questo è il Vangelio di Sancto Giovanni; io voglio menare il tale et il tale; et poi ne menavano detti altri, chi sì et chi no. Anche io mandai per alcuni miei parenti et amici, che non vi volsono venire; come fu messer Giovanni Cerretani, Ghuglielmo Altoviti, messer Giovanni Buongirolami, et altri che io non mi ricordo al presente. Alcuni vi vennono, et soscripsonlo. Fecilo, perchè stimavo bene fare testimonianza alla verità, havendo io scientia di questo, secondo e theologi, et de iure, essere obligato parimente[929] chi non dà testimonio al vero quando bisogna, et chi iura el falso: et sapevo che la doctrina di Fra Hieronymo era solida el sana, et non heretica. Alcuni vi soscrivevano, et promettevano poi di menarvi di quelli adversarii di Fra Hieronymo, de’ quali ora non mi ricordo. Bene ho a memoria che Piero di Lucantonio delli Albizi promisse menare Piero delli Alberti, che li aveva decto venire, et poi non vi venne. Alcuni dixono di farvi venire Alphonso Strozi; alcuni dixono di Iacopo di Tanay; alcuni, Philippo Giugni, dicendomi se noi li accepteremo, che loro dubitavano. Io rispondevo, che gratiosissimamente, et che faremo loro sempre ciò che la charità richiede, et che habiavamo ognuno per amico; et andavo in verità di cuore. Non vi venivono poi questi tali. Bene vi venne Iacopo Stiattesi, et non so chi altri; che non haremo mai credutolo. Partivomi alle volte di quivi, et restavavi de’ frati, che a caso vi si abbattevano. Vennonvi alcuni, che non si volsono soscrivere; come fu Antonio Giraldi, Luca d’Antonio delli Albizi, Gianozo Pucci et il Bucto de’ Medici,[930] et alcuni altri, a’ quali Fra Silvestro poi parlava da parte, et Fra Domenico; et chi convertivano a soscrivere, et chi no. Fra Silvestro conduxe Giannozzo Pucci, el quale a me parve che la soscrivessi forzato et molto malvolentieri.[931] Mandossi a casa a messer Agnolo Niccolini: non la soscripse, ma dixe che voleva venire a Sancto Marco, et dire che non stava bene a dire male de’ cittadini, et che poi la soscriverebbe; ma che farebbe una soscriptione cavillosa, che non ci farebbe fructo. Quelli notaii si maravigliorono di tal risposta, et lasciaronlo stare. Mandossi a casa Giuliano Salviati; et non la soscripse, se io non mi ricordo male. Mandossi a casa Lorenzo Tornabuoni, per Fra Cosimo.[932] Dixe, avere per male d’essere stato delli ultimi richiesti, che credeva essere de’ primi; et soscripse di sopra in certi spatii che vi erano piccoli. Ma innanzi a lui erano scripti forse 200 o più. Non si finì tal cosa, et rimase imperfecta, perchè la pestilentia ci venne in convento appuncto alhora. Commissesi a Andrea Cambini che conferissi con Francesco Valori quanto era seguito; et intesi io poi da Andrea, che Francesco rispose: Che la si ardessi, che mai non se ne trovassi copia alcuna, et per niente che la non si mandassi a Roma. Dicendolo a Fra Hieronymo, non mostrò farne molto conto; et credo che per inadvertentia così si restassi. Io credendo fare bene, et per obedientia, attesi a tal cosa, non solo di Fra Silvestro, ma di Fra Hieronymo; el quale, inteso che io havevo tale opera in mano, fu contento che io la tractassi, perchè havevo notitia delli huomini.
Circa la mia compagnia et conversatione con Fra Hieronymo; nacque prima da la lectione che mi leggeva, che ero suo discepolo; et oltre a questo, suo adiutore a scrivere, maxime quando componeva alcuna cosa et opera o tractati della fede et De Simplicitate Christiane vite, et tucte le altre sue opere. Et ne’ primi tempi scrivevo buona parte delle sue lettere, che mandava a frati, a prelati, a monasterii o al generale o al Conte della Mirandola, et cose di non molta importantia; perchè le cose di grande importanzia lui le scriveva da sè, o le faceva fare a Fra Domenico. Accompagnavolo fuori alla predica, et di fuori, et quasi per tucto, et servivolo in molte cose necessarie a uno simile prelato. Andai a Pisa, a Lucca, a Pistoia et Prato con lui, andandovi lui a predicare, innamorato della sua doctrina et optimi et honesti costumi: et da presso a tre anni in qua, o due anni, et più, non mi sono impacciato di sua faccende; maximamente di lettere, che le ha fatte Fra Niccolò da Milano. El resto della sua persona faceva Fra Baldassarre Bonsi et Fra Francesco de’ Medici; et io stavo al mio studio, et a mia devotione, servendo alle volte in alcune commissione impostemi per obedientia.
Ma parechi anni sono mi mandò a Roma, tornato che io fu’ da Sancta Maria del Saxo, pel caso della separatione; con lettere del nostro reverendissimo generale dell’Ordine, et con lettere del Cardinale de’ Medici, et altre raccomandatorie della causa nostra; et, se io non erro, di messer Guidantonio Vespucci al Cardinale di Napoli: et finalmente, quella obtenuta dopo uno certo tempo, havendoci Fra Hieronymo decto che tal cosa era la volontà di Dio per riformare la nostra relligione, et per fare gran cose, et che haveva a venire tanto Spirito Sancto, et in tanta abbundantia che noi stupiremo, et che haveva a essere una congregatione perfectissima, alla quale havevano a correre li huomini stupefacti, et di ogni relligione haveano a venire a noi, et seculari huomini di gran cervello et credito, et che la haveva a essere la più perfecta di tucte le relligione, non mi parendo a me vedere a tante promesse larghissime rispondere così larghi effecti quali io mi haveva concepti: benchè io in questo ero troppo indiscreto, che poi quando lo fece in processo di tempo, molti frati si infirmavano, et non si poteva reggere,[933] bisognò, maxime per rispetto de’ giovani, ricorreggere. Pure vedendo io maxime una cosa di scandalo, cioè essersi facti tre gran maestri in casa, lui et Fra Domenico et Fra Silvestro, et haversi usurpato ogni dominio et libertà et exemptione; nè essere in alcun modo subiecti, come si richiedeva, alla professione loro; et veduto che ogni cosa fra loro tre si concludeva et diffiniva; benchè vi si aggiunse un quarto, che pur si consigliavano molto con uno Frate Antonio de Holandia tedesco, che è padre di religiosa vita; et poi che li altri padri et frati vi restavano per dire di sì a quello che loro facevano; mi ristrinsi mormorando, et dolendomi di tal cosa, et con Fra Hieronymo, chiamando la loro, una tyrannide, et con alcuni altri frati e quali trovavo havere le medesime tentatione che io: maxime uno predicatore frate Antonio da Radda; et per questo fumo poi sempre tenuti bassi, maxime io, et fummi tolto in casa et fuori ogni credito et opinione: di che io ringratio Dio, perchè mi torna più utile alla anima. Questo credo solo fussi, perchè io non havessi ardire a contradire loro; excepto che pure Fra Hieronymo saviamente, con piacevoleze con ogni mansuetudine et humilità allegando molte ragioni, concludendomi mi teneva quieto; et io vedendo molti buoni frutti et unione d’animi et relligiosa vita in communi, havevo poi scrupolo di conscientia, et stavomi in mia quiete per non contradire alle opere di Dio; che Fra Hieronymo mi metteva scrupolo, dicendo che io li havevo facta resistentia a molte cose che mi haveva decto, che così era stata la volontà di Dio: et humiliavomi a lui, domandandoli perdono. Et pure queste dubitatione mi ritornavano, maxime vedendo Fra Silvestro tucto el dì consumare pe’ chiostri con circuli di cittadini a torno, et chiachiere; il che io dannavo, et dispiacevami: et pure di nuovo me ne doleva, et mormoravo con diversi padri et frati; ma finalmente bisognava havere patientia: et simile di Fra Domenico, el quale credo sia huomo di buona purità, ma di dura cervice, et troppo credulo a revelatione et sogni di donne et di capi deboli et stolti; et chi non li credeva, era tra noi in continuo martyrio: et questi tali rarissime volte venivano a stare con li altri a cose comune, per essere occupati in queste loro faccende, che a me erano tucto scandalo.
Quanto a le arme, che venissino in convento, non ve ne so dire nulla; se non che, due anni fa, veniva ser Giovanni Vitelli prete, et lasciavami sempre in cella uno suo falcione a serbo, perchè ogni mattina accompagnava Fra Hieronymo con meco alla predica: et io non havevo scrupolo a serbarlo, perchè Fra Hieronymo et Fra Silvestro mi dettono licentia; che io serbavo anche uno suo mantello, che adoperava Fra Hieronymo quando havea predicato, essendo sudato. D’altre arme non so nulla.
Quanto allo havere io altra soscriptione in fogli o quaterni secreta, questo non è già vero. Io non seppi mai, nè so d’altra soscriptione, fuor di quella che sopra ho scripta.
Quanto al predicare io per Fra Hieronymo; io predicavo per obedientia, non già che lui mi dicessi mai: Predica così o così; ma io predicavo lo Evangelio, et non predicai mai di Stato. Chi mi ha udito, lo sa. Io exponevo le sacre Scritture secondo e sacri doctori. Bene è vero che, credendo io alle prophetie di Fra Hieronymo, io exposi molte figure (non le extorcendo) del Testamento vechio, ad tale proposito.
Et predicavo la excomunica non valere, sostenendola con ragione assai efficace et probabile, secondo che alhora mi pareva, havendo el falso fondamento in mente mia, che Fra Hieronymo fussi huomo mandato da Dio: di che mi dolgo et pento, et ho domandato la absolutione. Et offersimi andare nel fuoco, et sarevi andato senza alcuno dubio, se me lo imponeva: et, a quel che io vegho, rimanevo ingannato, et sarei arso, se già Dio non mi faceva misericordia per la mia rectitudine et innocentia et pura intentione.
Quanto alle confessione, sono ito puramente, non tractando altro che cose appartenente alla coscientia; nè mai loro me ne richiesono, che io facessi pratiche o altro; nè io lo harei facto, se me ne havessino richiesto, dispiacendomi tal cose. Una mactina, in questa quadragesima, Giovanni Minerbecti havendo udito la predicatione di Fra Hieronymo, et dire che si tractava di fare in Firenze uno tyranno, essendo mio noto, mi domandò se io sapevo che fondamento havessi tale cosa; dicendo, che molto gli dispiacerebbe et dorrebbe el vivere tyrannico, ma che molto amava la libertà della sua patria, et il vivere popolare et bene comune. Risposigli: Che io senti’ dire a Fra Hieronymo, che non credeva che havessi havere effecto, perchè non erano molti huomini da bene in numero quelli che lo cercavano, nè di molta prudentia. Et lui lo hebbe caro, et consolossene, et stectesene. Et un’altra volta, più tempo fa, Andrea Larioni voleva parlare a Fra Hieronymo; et non si potendo, mi fece domandarli se Piero Capponi andava male contro al consiglio o al ben comune,[934] perchè erano stati richiesti da lui d’alcune cose che, s’e’ li andava male, non le volevano fare. Fra Hieronymo mi rispose, che non sapeva nulla di male di Piero Capponi, ma più tosto bene: pure, che costui fussi cauto in vedere se questo, in che era richiesto, era bene o male; et se erano richiesti contro al consiglio o al bene comune, nol facessino, perchè capiterebbono male. In simil sententia et così dixi a lui. D’altre pratiche, o parole appartenenti a epse, non mi ricordo havere havute.
Quanto a soscriptione di danari, io non lo senti’ mai dire più da persona, se non hoggi da voi; ma io non ne so nulla: excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera di libri[935] da li uficiali de’ rubelli, et prima da la Signoria per ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille larghi, Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi a monsignore d’Argentona[936] in Francia: et noi facemo fare poi da altri promessa al decto Bernardo per decto tempo; et non habiavamo[937] disegno di pagarli, altro che cercarli da diverse persone nostri amici: et questo so perchè l’ho tractate io tucte queste cose, che già cinque anni sono stato librerista in San Marco. Et potrebbe essere (benchè io nol so) che Fra Domenico, o qualche altro, per prevedere che al tempo si potessi pagare, harebbono richiesti alcuni amici, et forse fattoli soscrivere ciascuno a qualche parte per pagare tal debito; ma dicolo da me, pensando come possi essere questa cosa: intendetelo da loro, che io per me non ne so altro.
Ricordomi d’essermi trovato con Fra Cosimo Tornabuoni, che mi tolse per compagno a caso, sono circa otto mesi o più, in casa de’ suoi fratelli, con m. Alexandro friere, che alhora andava a Roma; et a richiesta del detto Fra Cosimo scrivendo io, faremo una cyfera, con la quale decto m. Alexandro tenessi avvisato della excomunica et delle cose da Roma, Fra Hieronymo, della dispositione del pontefice, del protectore, del procuratore, de’ cittadini di là propitii, o prelati, o de’ contrarii, fra’ quali ne fu nominato uno, credo che lo chiamassino Antonio de’ Pazi. Et in convento nostro era uno certo nome, che non si potessi troppo fidare di decto m. Alexandro. Hora, se Fra Hieronymo se ne fidava, o sì o no, io nol so; ben so io, che vi venne più volte a parlargli.
Che io sappi o habbi veduto pratiche di cittadini con Fra Hieronymo, o altri. Io usavo pure con Fra Hieronymo assai, et mai, fuora di comune cose, non potetti notarlo di simile secreti o tractati o intelligentie, nè mai credetti che in convento si facessino intelligentie. Et invero, Fra Hieronymo sapeva pochi nomi di cittadini, che non ne conosceva molti. Ma Fra Silvestro era quello che ne haveva sempre atorno uno cerchio, piena la cella o chiostri o l’orto, dato che a tucti ci dispiacessi. Chi si fussino quelli che con lui usavano, sarebbe lunga cosa a raccontarla: ma vienmi a mente Benedecto Buonvanni, Andrea Cambini e Lionardo Cambini, Mazeo Mazei, Ruberio Ridolfi, Antonio Giraldi, m. Francesco da Yesi, ser Niccolò Michelozi, Francesco Davanzati, Antonio Berlinghieri, Lionello et Francesco Boni, Francesco del Puglese, Bernardo Carnesechi, m. Luca Corsini, Girolamo de’ Rossi, Giovanni Carnesechi, Bernardo Martini, m. Bartholomeo Redditi, Marcello Vernacci, Raphaello Picti, Piero Federighi, Girolamo Benivieni, Antonio Megliorocti, Carlo del Benino, Thomaso Spini, Lionardo Strozzi, Raphaello Strozzi, Berto da Filichaia, Francesco Rinuccini, Domenico Mazzinghi, et quasi innumerabili altri huomini da bene erano quivi tutto el dì, e quali credo che venissino tucti a buon fine, et drieto alla buona doctrina presi, come noi altri, secondo che noi estimavamo. Bene è vero, che poi che vi si predicò, vi usorono alcuni di questi più reputati cittadini, Francesco Valori, et altri dei Dieci, degli Octo, et Uficiali di Monte, et molti altri pure: io non potevo coniecturare che venissino per altra causa, che per communione et processione et prediche. Se male veruno ci era, loro lo sanno. Et da le suspitione che di sopra ho decte in fuora, le quale anche furono poi tolte via, come ho decto, quando vidi ristringere le austerità, et il bene vivere della relligione moltiplicare; io non potetti mai notare Fra Hieronymo di nulla, ma sempre vidi in lui gran segni di sanctità et devotione, humiltà, oratione, buone parole et optimi costumi et exempli, et conversatione mirabile, et doctrina sana et firma et solida; in tanto che io per tale cosa attestare mi sarei messo a ogni morte. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato et ingannato, ringratio Dio et le Vostre Signorie che ci ha chiariti;[938] et preghianvi che vogliate mantenere quelli buoni figliuoli là, che non sieno dispersi, ma adiutarli et mantenergli che possino perseverare nel cominciato bene insino al fine. Et perchè hieri ci fu decto che Vostre Signorie volevano rimandarci a casa Fra Domenico et Fra Silvestro; sappino Vostre Signorie, che noi facemo consiglio tutti insieme di non gli rivolere più, perchè sono scandalosi: tenetegli voi, et fate quel che vi pare bene, con misericordia: o el pontefice o el generale, a chi si appartiene, dispongano, et Vostre Signorie; ma noi non vorremo maculare la nostra innocentia col peccato d’altri.[939] Et tucto ciò che io vi ho decto, è la pura et nuda verità.
12. Esamina di Domenico Mazzinghi.
A dì XXIII d’aprile 1498.
Domenicho di.... Mazinghi, domandato a parole chome passò la lettera che lui scripse a Giovachino per la cosa del Concilio, rispose chome appresso.
Circha il fine di marzo passato, Fra Girolamo mandò per me, et dissemi; Io vorrei da te uno piacere; io so che tu se’ affetionato all’opera di Dio; io vorrei che tu scrivessi una lettera a Giovachino, della quale ti farò dare la minuta; et voglio che tu v’interchiuda drento copia d’una lettera ch’io ho scritto al pontefice. Risposigli, ero presto a fare quello volessi, che fussi bene et l’onore di Dio. Dipoi il seguente dì, Fra Nicholò da Milano mi diè la detta minuta, colla copia della lettera di Fra Girolamo al papa. Io dipoi scripsi detta lettera di mia mano; et oltre a quello che si contiene in detta minuta, di mio capo v’aggiunsi anchora, chome qui il dì di carnasciale s’erano confessati et comunicati più di tremila persone, quando gli altri attendono a dissolutioni.[940] Et così la mandai a Giovachino. Et inoltre gli scrissi un’altra lettera da chanto, per la quale narravo la vita di Fra Girolamo, et e frutti che faceva; et che per questo la città era in divisione; et che aveva bisogno dell’aiuto di Dio; agiugnendo, che quando vedessi il tempo commodo, mostrassi quella prima lettera al re di Francia.
Da Giovachino ò havuto la risposta. Monstra havere havuto a grado il mio scrivere, et per essere morto il re, che non ha potuto mostrargli la mia lettera; et questa cosa non l’ò mai comunicata con persona.
Circha le subscriptione fatte in San Marcho per mandare a Roma, dicho: Che io non ne seppi altro, se non che io fui richiesto da Fra Salvestro ch’io le subscrivessi; et chosì le sobscrissi: che n’era già subscritti circha 200.
Circha il dar favore nel fare detti uffici più a uno che a un altro, dicho; non me ne essere impacciato. È ben vero che qualche volta, quando s’haveva a fare el ghonfaloniere di giustitia, trovandomi con Fra Salvestro, quando a solo et quando con dua o con tre di quelli usavono in San Marcho, dicievamo: e’ sare’ buono il tale. Et di quelli che intervenivono a questi ragionamenti non mi ricordo hora.
Di soldati che Fra Girolamo m’habbi rachomandati che si soldassino, dico; non mi ricordare, se non d’uno da Ferrara, del quale non si fece poi altro.
Dello havere provisto San Marcho d’armi, dicho: non ve n’havere mai vedute, nè sapere mai che ve ne fussi; nè etiam ve n’ho mandate, o datone ordine, chomessione o licentia a persona che ve ne mandi. È ben vero che, circa XXV giorni sono, io schontrai in sulla schala del palagio Giovanni Cappegli, il quale mi disse che haveva certe coraze in casa, che le voleva mandare in San Marcho. Et io gli risposi: Tienle in casa tua. Et di chi fussino dette corazze non intesi allhora altro da lui; nè Giovanni mi ragionò d’altre arme.
Francesco di Lorenzo Davanzati, circa XX giorni innanzi cho Fra Girolamo fussi preso, mi disse: E’ sarebbe bene mandare a San Marcho dua pezzi d’artiglierie per difesa di quegli frati. Et io gli risposi: Io non me ne voglio impacciare.
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A dì 24 d’aprile 1498.
Di nuovo il decto Domenicho, domandato in presentia di Giovanni Cappelli, delle parole havute con detto Giovanni circa il mandare dell’arme a San Marcho, rispose a questo modo.
In primo luogo, io raffermo una volta il medesimo detto per me; ma havendo di nuovo ripensato, mi voglio ricordare, che poi ch’io hebbi detto a Giovanni Cappelli che si tenessi in casa le coraze di che m’avea parlato, io gli dissi, alzando il capo: Io ne lascio el pensieri a te; fa’ ciò che tu vuoi. È ben vero, che io non intesi se non di corazze. E il concetto mio era d’havergliene dato licentia per queste parole.
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(Seguono le due lettere di cui s’è fatto parola nell’esamina.[941])
✠ Jhs. A dì XI d’aprile 1498. In Bles.
Amantissimo et honorando mio Domenicho. Nelli mia affanni di chorpo e di mente m’è venuto un gran contento di due vostre lettere, avendo l’una il dì de’ 29 passato, che m’ànno dato tanta consolazione, che da poi sono fuori di chostì non n’è auto la simile; tanto per vedere che di me vi ricordate et sietevi dengnato spendere il tenpo in farmi due grande lettere, quanto ancora per darmi notizia di quanto in esse si chontenghono; che non potevo intendere materia, che più mi confermassi l’oppinione auto del nostro padre Fra Girolamo. Che se non fussino queste persechuzioni, et da’ principali, io non lo terrei tanto vero servo di Dio; però che li buoni et le loro buone opere sono senpre inpungnate dal nimico di Dio e nostro: et lo fa fare il più delle volte da i sua seghuaci. Io attendo con grandissimo disidero quello sarà seghuito dentro della città, per le chontroverxie vi sono tra chi vuol vivere bene et chi male, et chome il papa l’arà seghuitata; se la lettera schritali il padre Fra Girolamo l’arà umiliato o indurato il chore per volontà di Dio, come fece a Faraone. Alsì, chome aran determinato loro quistione et promesse i frati sottoschritti d’entrare nel fuocho; che certamente choxe seghuono a’ nostri tenpi ch’è di gran secholi non credo sien sute. Io ò fatto noto di qualchuni, e farollo dove crederrò abbi a giovare. Ma a quello a chi voi disideravate, arete intexo essere defunto,[942] e forxe ora patiscie pena d’avere operato quel non dovea, e d’avere ommesso quello a che Idio l’avea chiamato, et che per i servi di Dio li era stato detto. Questo ch’è ora suciesso nel rengno, ò in lui buona speranza; ma ancora non so ne può dare troppo giudizio per esere novello. Ma la sua volontà mostra essere buona, secondo vedrete per le lettere publiche. E io, se arò modo e chomodità, li farò intendere queste cose; et voi priegho non vi gravi tenermi avixato di tuto, chè non potrei avere coxa più grata.
Le pratiche nostre di qua son supite, sendo manchato chon chi l’avamo a fare. Il quale ci trattava in modo, che ora credo se ne penta; che m’à fatto consumare, non mi vedendo fare choxa utile alla mia patria, e averci condotti in istremità. E ora che avea mostrato dovere fare qual choxa,[943] li è mancato la vita. Costui[944] inanzi facci quello dice avere in animo di fare, passerà tenpo; e noi aremo bixogno di presteza. Mandavi a confortare: però chredo penserete alla vostra salute, et chredo che qualchuno vi stimerà più; perchè à ora da più pensare.[945]
Sendo stato per vostro introdotto et volontà che ’l mio prete sia ne’ luogho dove i ghovernatori del Cieppo l’ànno messo, non posso eserne altro che chontento, stimando abiate tuto bene esaminato: bixogna hora l’aiutiate coll’orazione a fare che facci il debito suo.
Domenicho mio caro, e’ mi pare esere dileggiato a avere eletti tanti schanbi; et datomi tante volte speranza del mio ritorno, e nulla viene a seghuizione. Parmi non vi sia charità nè dischrezione avermi tenuto qua il terzo anno,[946] e non avere considerazione a la mia brighata e fanciulle da marito, e a le mie coxe che vanno in disordine, et alla mia età, che non sono quel solevo; e bixongnerebbe esere di ferro a regiere a tanti disagi; e se non fusi la gratia di Dio, io non regievo mai uno anno. E vegendo io che chi è chostà non v’ubidiscie, piglerò io alsi sichurtà a ritornarmene. Io vi priegho per l’amor di Dio, che operiate la mia licenza, e farete l’utile della città; chè io ci son stato poco profittevole, et hora sarei tanto meno, quanto è la mia chontenteza.
Preghovi mi rachomandiate a que’ mia padri di Santo Martino, e choxì a quelli servi di Dio di San Marcho, et masime al venerando padre Fra Girolamo. Et vi precho vi richordiate di me ne le vostre orazioni, preghando Idio ve le esaldischa, et ci dia grazia ci riveggiamo presto. Idio vi confermi ne la sua grazia.
A dì 12.
Vostro Giovachino Ghuaschoni, oratore.
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Spectabili viri Dominico Mazinghi, florentiæ.
Spectabilis vir etc. Intenderete per le lettere ho scripto allo ufficio, in che termine si riduchono le cose. Et veramente crediatemi, che molto più sanza comperatione iudicheresti quando qui fussi, essere da temere questa cosa; e non solo non ci essere speranza di poterci far fructo alcuno, stando ferma questa contraditione et inobedientia, ma al continuo non ci si ode se non derisione, minacci et pericoli gravissimi, et publici et privati. Sapete quanti inimici, et di che ragione, ci sono: et se per questo modo la cosa va al loro proposito e in modo, che chi si truova qui; si dovrebbe più maravigliare quando qui non venisse qualche furia, maxime da rebelli Pisani, Sanesi et altri disperati, che ce n’è molti, che se altra cosa seghuisse. Se adunque qui non è da farsi cosa utile al proposito, ma più presto si vede acquistare charico, mi pare che si doverrebbe ragionevolmente per ogniuno giudichare essere molto meglio revocarmi di qui, che tenermi con tanto pericolo, et maxime essendo la spesa sì grande. Et di questo vi priego et gravo quanto posso me ne prestiate fede, che in nessuno modo posso sopportare tanto peso; chè sono certissimo, se sapessi la metà, ne haresti tale compassione, che a ogni modo ne provederesti. Et poi che sanza fructo tanto pericolo et spesa sopporto, con ogni sicurtà vi priegho et gravo, che prima bene consideriate ogni cosa; et mettiate voi nel luogho mio; et dipoi considerando non ci essere publica utilità (se altrimenti non rimediate), se è bene io così rimanghi qui. Nè altro per hora. Iddio ti ghuardi.
Romæ, die 19 martii 1497.
Vostro Domenico Bonsi, oratore.
13. Esamina di Giovanni Cambi.[947]
A dì XXIII di aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel secreto, a parole.
Giovanni di Nicholò Cambi, domandato della lettera per lui scripta allo Imperatore circa il concilio, chome passò, rispuose ad questo modo.
Sono giorni circa quaranta, che standomi in casa ocioso, mi venne in animo di mandare allo Imperatore il libro del Triompho della fede fatto da Fra Girolamo, havendo inteso che era bello libro; et mandavolo al decto Imperadore chome a huomo docto, et che si dilecta di cose simili. Et così feci una lettera a Sua Maestà, nella quale narravo chome il detto Fra Girolamo era gran profeta et prediceva cose future; maxime la conversione de’ Turchi, la ruina d’Italia e la renovatione della Chiesa. Et che non era dubio la Chiesa stava male, come Sua Maestà può ben sapere; et che a Sua Maestà prefata s’apparterrebbe rimediare, chome si faceva pe’ tempi passati, per mezo de’ concilii.
Dipoi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare Fra Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati Fra Salvestro et Girolamo Benivieni, la lessi loro. Dipoi la lasciai a Girolamo Benivieni, perchè la facessi latina; et lui così mi promisse di fare. Dipoi a tre giorni andai a San Marco, et mi fu decto che io facessi motto a Fra Girolamo, che mi voleva parlare. Et così andai a lui; et inginocchiatomegli inanzi, e’ mi dixe: Io ho vista la boza della tua lettera allo Imperadore; sia contento non l’havere per male. Poi sobgiunxe: La sta secondo il gusto mio, o poco mancha. Et che vi voleva agiugnere alchune parole, et darmi copia di una lettera havea scripto al papa, perchè ve la includessi. Et io rispuosi essere contento a tucto. Dipoi non li ho parlato. E tornatovi dopo alchuni dì, trovai facta la lettera, et sobscripsila; et quivi la lasciai a’ frati, i quali la mandorono, secondo intesi poi, per via di Vinegia, col decto libro del Triompho della fede. Et questo fu circa XX giorni innanzi pasqua.
Questa cosa io non la comunichai con persona, excepto la donna mia, perchè Fra Girolamo mi avea decto che io non la comunicassi con persona. Credevomi al tucto che Fra Girolamo fussi vero profeta; et havevo in tristo concepto chi non gli credeva. Hora mi ridico et ne chieggo perdono.
Alla sobscriptione facta in San Marco per mandarla a Roma, mi sobscripsi. Venne per me un giovane vestito di mantello et cappuccio pagonazo, che non lo conosco, et dixemi andassi a San Marco. Et io vi andai, et credo facessi motto a Fra Salvestro. Fummi monstro decta sobscriptione, et io mi vi sobscripsi. Altro non ne seppi poi. Et così circa altre pratiche di San Marco non ne so altro.
Hassi a mandare per lui, et farsi dare copia delle lettere scripse allo Imperadore.[948]
14. Esamina di Baldo Inghirlami.
Yhs. Die XXIII aprilis 1498.
Essendo richiesto io Baldo di Francesco Inghirrani, minimo dottore di legge, da quegli prestantissimi ciptadini deputati dagli excelsi Signori alla examina di Fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che io scriva sopra certi capitoli datimi in loro presentia da ser Francesco di ser Barone loro cancelliere, che di mia propria mano scriva la verità; volentieri l’ò fatto, in testimonio della verità, e per la mia innocentia, questo dì 23 d’aprile 1498.
Quanto al primo capitolo, sopra alla inibitione fatta a uno vicario, credo da Urbino, che qui veniva rimandato indrieto per lo offitio degli Otto, e della venuta del vicario Perugino; dico essere la verità, che essendoci stato imposto allo offitio degli Otto da’ nostri excelsi Signori, che sedevano al presente, che venendo un certo vicario da Urbino, e dubitando che essendo lui amico d’un m. Felino auditore di Ruota, amicissimo alla casa de’ Medici, non fussi al proposito del presente pacifico stato; e dicendoci la Signoria avere scripto lettere all’arcivescovo nostro che rimandassi il vicario Perugino, il quale non era deposto dallo arciveschovo; io insieme con quegli mia maggiori dell’ofitio degli Otto, tutti d’acordo, per ubidire a’ nostri excelsi Signori, per partito del nostro ofitio, mandamo ser Bartolomeo di Banbello nostro coitatore che andassi incontro a detto vicario, e gli dicessi, che si ritornassi indrieto, e che e’ s’era scripto allo arciveschovo per e nostri excelsi Signori, circa a’ casi del vicario, la loro intentione: e fumo meri executori de’ nostri Signori, e io non v’ebbi cattiva intentione.
Circa al vicario Perugino, chome a bocha dissi alle vostre Prestantie, pigliando scusa che Fra Ieronimo in su la sua examina[949] diceva che mi disse, che facessi favore al vicario Perugino, di tal cosa non mi parlò, e maraviglia’ mene; ma che e’ fu m. Bartolomeo Redditi e uno ser Gabriello di vescovado, e uno altro non mi ricordo chi, che mi parlorono, che non essendo rimosso il vicario Perugino, e soprastando a Roma, che io parlassi a qualcuno de’ Signori che scrivessino di nuovo in suo favore allo arciveschovo che lo rimandassi. E intendendo detto vicario essere buono e dotto e severo nel fare iustitia, et maxime per la buona relatione che fece ser Stefano di veschovado allo ofitio nostro, della dottrina e sufficientia sua molto lodandolo, chome potete da lui intendere; ne parlai una parola a Giuliano Salviati e Alexandro Accaiuoli e a Francesco del Pugliese, che di nuovo scrivessi la Signoria allo arciveschovo, e tutto a buona intentione. E da detto m. Bartolomeo e ser Gabriello potete intendere chi lo favoriva; e ser Stefano sollecitò le lettere della Signoria insieme con m. Bartolomeo Rediti. E tutte le lettere e risposte dell’arcivescovo in commendatione di detto vicario, apariscono nella cancelleria.
Sopra al capitolo del vicario de’ Medici qui, ciò è di messer Lionardo substituto del vicario Perugino, dico: Che essendo venuto Francesco Valori, e non so chi altri, non in mia presentia, allo offitio degli Otto, e narrando quanto si doveva operare che quegli e quali potevono operare qualche cosa in favore de’ ribelli della casa de’ Medici non avessino qualche commodità, per mantenimento di questo pacificho stato; ricordò essere a Prato uno vicario del cardinale, amicissimo loro; e qui è uno de’ Medici vicario, il quale lui e’ fratelli erano stati familiari del cardinale de’ Medici; ed essendo Guliano a Bologna, e per questo mezo operare per la via de’ preti qualchosa. Ne conferimo co’ nostri excelsi Signori, e facemone praticha di più cittadini, chome è noto; e inteso il loro parere, di fare di torne l’occasione a chi volessi malignare contro al presente stato; e atteso una lettera di mano propia di Guliano de’ Medici, mandata in que’ dì a uno de’ Fortini, credo confinato a Rimini, la quale lui proprio mandò agli Otto, che conteneva che stessi di buona voglia, che presto tornerebbono in Firenze; e mostrossi detta lettera a’ Signori da’ Dieci. Dipoi l’oblio degli Otto mandò per detto messer Lionardo sustituto vicario, e sì gli dicemo: che lui non risedessi più vicario, per buona cagione, essendo lui della casa de’ Medici. Non che lui fussi in dolo alcuno; ma per tôrre la suspitione si poteva avere di lui. A parole, senza partito, facemo che lui non facessi offitio, confortandolo che e’ si faceva per lui e per la casa sua; e achadendo nulla, al vicariato sarebbe messer Lodovico Adimari, il quale era substituto ancora lui, e non era persona suspetta al presente reggimento. E la intentione mia non fu altro, che fare quanto eravamo stati consigliati da’ cittadini della praticha, a retta intentione.
Circa al capitolo delle intelligentie de’ cittadini di San Marcho, e di fave, e d’ufitii, e di manifestare le Signorie in San Marcho; a questo rispondo, non ne sapere cosa alcuna nè di cittadini, nè di ufitii, nè di fave; nè mai avere inteso cosa alchuna, e solamente lo andare mio a San Marcho a prediche o a messe o a confessione era a buona intentione, e non per fare cosa alchuna tornassi o contro al publico o privati, ma solo per la salute dell’anima mia. Dello avere manifestate Signorie, cioè il segreto, in San Marcho, non feci mai; e trova’ mi al segreto quando fu’ de’ Signori, nè mai ad alchuno etiam per cenni lo dissi, nè etiam quando fu’ de’ Signori andai mai in San Marcho.
Circa a la presura di Fra Pagolino, dico: andando un dì allo ofitio, Simon del Nero disse: Io ò fatto pigliare Fra Pagolino, per rispetto che e’ faceva ragunate di gente, e diceva pazie, per levare scandolo; e operai che sanza partito fussi relassato sanza fargli nulla.
Circa alla provisione dell’arme di San Marcho, non seppi mai nulla ve ne fussi; nè io vi mandai mai arme, chome potete riscontrare.
E intorno al dì del caso di San Marcho, quello vi facevo, dico: Che ero ito al vespro, chome v’era molti altri; e volendomene uscire dopo il vespro, che si levò il romore, in sulla piaza, da certi, mi ritornai drento nel chiostro; e uscendo, certi armati che v’erano, fuora, operai che ritornassino drento a posare l’arme; dicendo loro che e’ facevano male, e davano caricho a San Marcho, e che le cose di Dio non si difendevano coll’arme: e quello vi stetti, chome potete intendere da chi v’era, non adoperai mai arme alchuna. E come prima potetti il dì, con un maziere e tre tavolaccini, con certi cittadini, usci’ dallo uscio dell’orto, e andai a casa; e d’ordine o di nulla vi fussi, non seppi nulla.
Circa al capitolo della subscriptione di Roma, a che fine, e chi ne fu mezano e sollecitatore, rispondo: Che essendo una mattina a San Marcho alla messa, uno ser Benedetto da Terrarossa, overo ser Filippo di Cione, mi disse: Vieni nello hospitio. E quivi andai. Ed eravi credo Fra Ruberto da Gagliano, e uno altro frate, non so chi; e sì mi dissono: Io credo che tu sappia che egli è stato mandato overo scripto da certi, chome Fra Ieronimo predica falsa dottrina et heresia. E per questo, a chiarire la mente del papa della verità della sua dottrina, avendo letto la epistola s’aveva a soscrivere al papa per justificatione della sua dottrina, e non a cattiva intentione di cosa alcuna, e vedendo molti dottori soscripti, e maxime messer Domenico Bonsi e messer Antonio Malegonelle, semplicemente la soscrissi, chome dico, non a mala intentione. E senpre quando ne sono stato domandato, l’ò detto, e il contenuto della epistola; e per iustificatione della sua dottrina l’avevo fatto. Nè mai poi di tale subscriptione ne intesi nulla, o non arei saputo contare venti de’ soscripti.
Circa al capitolo delle arme di Corbizo da Castracaro, che si missono in casa mia quando Corbizo ci fu; mi maraviglio di tal cosa, conciosia che io non conoscha Corbizo, nè mai gli parlai; nè per lui in casa dove abito, nè in chasa e mia fratelli fu messe arme, nè da altri, chome potete da detto riscontrare.
Circa al capitolo de’ frati che uscirono di casa dall’uscio dirieto, rispondo: Che tornandomi in casa con Girolamo mio fratello, il quale à donna e molti fanciulli, e confessando lui e la donna e’ figliuoli in San Marco, ed essendo stati malati in casa, de’ detti frati si sono confessati e vicitati qualche volta, e tutto a bene; e sono forse usciti dallo uscio dirieto che riesce nella via della Stufa, per loro commodità, chome facciamo noi.
Circa alla domanda fatta d’alchuni delle vostre Prestantie, della auctorità datami dal vicario Perugino, o allo offitio degli Otto, sopra a’ preti, dicho: che non è vero nulla; nè tal cosa arebbe mai acceptato l’ofitio degli Otto, per non ci inpaccare de’ preti e cheriche, se non per casi atroci o di stato.
E questo è tanto quanto m’occorre in rispondere a’ capitoli fattimi per le vostre Prestanzie. E tutto quello che io ò scripto in questo foglio di mia propria mano, è la mera verità; e sempre troverrete che io arò auto buona intentione e mente; e lo andare a San Marcho o a prediche, tutto per utilità della anima mia a buona fine: e di queste cose ne starò a ongni cimento; e solo mi resta racomandarvi la mia innocentia alle vostre Prestantie etc.
15. Esamina di Simone del Nero.
Die 23 aprilis 1498.
A dì 23 di aprile 1498. Nel secreto, a parole.
Simone di.......[950] Del Nero, domandato circa la lettera pel concilio scripta a Niccolò suo fratello, rispuose a questo modo.
A dì 24 di marzo passato, Giovanni Spina venne a me a casa, et dixemi per parte di Fra Girolamo, che io gli facessi motto. Onde io subito andai a lui a San Marco; et andato nella infermeria, trovai Fra Girolamo con lo imbasciadore di Ferrara. Et lui, lasciato decto oratore, si voltò a me, et dixemi, dopo alchune parole: Tu sai che io ho predicato la renovatione della Chiesa et la conversione delli infideli; Dio vuole che questa opera vada innanzi. Io voglio che tu scriva una lettera a Niccolò tuo fratello, oratore vostro in Spagnia, della quale te ne darò una minuta; adfine che havendosi a monstrare poi là, la sia di qualità che si possa monstrare. Et così anchora ti darò copia di una lettera che ho scripto al papa, perchè la mandi con decta lettera tua. Rispuosigli: Nicholò non vi sarà, perchè sono più mesi gli mandai la licentia. Oltra questo, Nicholò m’ha scripto, che quelli re sono volti alla impresa di Affrica. Et Fra Girolamo mi replichò: E’ bisognia che e’ faccino prima questa. Infine io gli promissi di scrivere, et fare quanto mi havea decto, secondo quella minuta. Et così mi parti’. Dipoi la sera medesima Fra Girolamo mi mandò per uno frate (el quale io non conobbi) la decta minuta, con la copia della lettera scripta al papa. Et io ne feci dua copie, et manda’le a Nicholò per dua vie. Questa cosa non comunicai mai con persona; perchè Fra Girolamo me la commisse in confessione.
Alla sobscriptione per Roma mi sobscripsi in San Marco, la quale per me non mi piaqque. Pure lo feci, perchè prestavo fede a fra Girolamo: non obstante che da lui mi tenni ingannato, quando egli acceptò uno mio figliuolo che vi si fece frate. Venne per me, quando mi sobscripsi, Piero Cinozzi.
Di intelligentie o altre pratiche di San Marco non so ragionare; ben confesso che io vi andavo alle prediche, et erovi fervente; perchè, come ho detto, prestavo fede a Fra Girolamo.
La copia della lettera che io scripsi a Niccolò mio fratello, sarà con questo scripto, et è quella propria mi mandò Fra Girolamo.
16. Esamina di Alessandro Pucci.
A dì 24 di aprile 1498. Nel secreto, verbis.
Alexandro di Antonio Pucci dice che circa venti giorni sono, andando lui a San Marco, Francesco Davanzati gli dixe: Noi habiamo inteso che questa compagnia de’ Compagnacci vuol venire una nocte a San Marco; e bisognia provedervi di arme. Ha’ ne tu? A cui, dice, rispuose di no; ma offerse dargli uno scudo per comperarne. Et Francesco, dice, gli rispuose; Se e’ bisognerà, noi te lo dirèmo. Et che di questo medesimo ne ragionarono un’altra volta. Dice vi era presente Giovanni Carnesecchi et Ruberto Ridolfi; ma che altre arme non vi mandò. Ruberto Ridolfi dixe di mandarvene anch’egli. Giovanni, il medesimo.
Il dì della domenica dello ulivo, dice, quando da principio i fanciulli cominciarono a trarre saxi a San Marco, lui per uno uscì fuora, et trasse certi saxi contra chi ne traheva a San Marco: et che dipoi visto il maziere, dice si ritirò in chiesa, e non s’impacciò poi di altro.
Domandato se Fra Girolamo volle uscire fuora; dice di sì, col Crocifixo, secondo intese da altri.[951]
Di chi pigliassi l’arme, dice: Lionello Boni, Deiphebo della Stufa, Pagolo della Robbia, Francesco di Lorenzo Davanzati. Pagolo ceraiuolo traheva l’arcobuso: videlo trarre dal leggio in chiesa, et uno altro anchora, che non lo conobbe. Item, vi vide Leonardo Cambini, Cambio o vero Benedecto Bonvanni, Giuliano da Gagliano, in mantello et cappuccio, disarmati: Giovanni Caccini in corazza. Item, Francesco del Pugliese in mantello et cappuccio, che dice soffiava come uno thoro. Item, dice vi vide certi altri giovanetti che piagnevano; et lui gli confortava dicendo: noi andrèno a cena con Dio. Item, delli altri ch’egli vide da principio, poi non gli rivide; chome Francesco Villani, Giovan Baptista Ridolfi, Alessandro Nasi, Alexandro Acciaiuoli; Adovardo Rucellai, dice intese era in sul tecto. Francesco Davanzati, dice, dixe che harebbe targoni da Mateo Strozi, secondo vuol ricordarsi. Anchora gli parve dicessi, harebbe mezzo di haverne dalla Parte Guelfa.[952]
17. Esamina di Tomaso, Comandatore.[953]
A dì 24 di aprile 1498.
Tomaso comandatore dixe: Che la domenica dello ulivo, sentendo il rimore, se ne venne a Palagio; et essendo in capo della scala alla catena, dixe: Che cosa è questa? Io ho inteso che il popolo diceva: corriamo a San Marco col fuoco, che Fra Girolamo ci ha fatto morire di fame. Et essendoci m. Bartolommeo Ciai et m. Francesco Alfani, quivi alla presentia, m. Bartolommeo dixe: Se e’ correranno a San Marco col fuoco, nui correremo al Palagio col fuoco. Et m. Francesco Alfani dixe: Allhora voi non parlate con prudentia, che non havete avuto tal beneficio dal Palagio, che doviate parlare così: e’ si vorrebbe dirlo alla Signoria. Et che dipoi m. Bartolommeo se n’andò, scrollando il capo, verso la scaletta, et Tommaso verso l’audientia. Et altro non intesi allhora.
18. Esamina di Andrea Cambini.
A dì 26 di aprile 1498.
Magnifici et excelsi signori mia. Sendo così suto richiesto da quelli excelsi cittadini deputati sopra la examina, vedrò di redurre insieme su questi fogli tutte le cose che in varii tempi et volte ho exposte dinanzi alle loro Prestantie. Et prima, ricercato da loro dovessi dire tucto quello sapevo de’ secreti et intentioni di Francesco Valori, circa le cose della cictà et dello stato; dico che, per quello nel praticare con lui potecti ritrarre, a me pareva che lui fussi molto vôlto al presente modo di governo. Vero è, che diceva havea bisogno di qualche correctione: ma affermava il tempo presente non lo conportare. Con Piero de’ Medici havea hodio inconparabile, in maniera che pel sospetto grande ne havea, al continovo dubitava di molti, et erane in gelosia; et per adventura, el più delle volte, sanza probabile ragione. In maniera che adgunto questo acidente del sospecto a la natura sua difficile, interveniva che nel praticare era salvatico et dificile. Al publico, per quanto a me si mostrava, era molto affectionato et amorevole. Inteligentie o ubrigatione, testifico Dio che mai m’acorsi o intesi che con cictadini havessi. Vidilo già confidare tucto in Paulo Antonio et Lorenzo di Pierfrancesco.[954] Da’ casi di Bernardo del Nero in qua, mancato la confidenza, insalvatichì con l’uno et con l’altro; ma con Paulantonio da dua mesi in qua, per le dimostratione fatte in favore del Frate, s’era rassodato et tornato in fede. Con Giovan Batista Ridolfi, inanzi a la morte di Nicolò, era in grandissima confidentia; da quello tempo in qua, benchè lo cultivassi, non trovavo vi si confidassi come prima. Confidava ogi, più che in persona, in m. Francesco Gualterocti et Antonio Canigiani. Mostrava etiandio confidare molto in quelli cictadini che soctoscrisono et consentirono la morte de’ cictadini d’aghosto passato; et usava dire, havea acquistato 150 consorti, per lo interesse haveano insieme contracto. Et mi ricorda che sendo entrati alcuni de li amici sua, maxime dello stato presente, in sospecto che pella morte di tali cictadini Francesco, per asicurarsi, non cercassi nuove amicitie, et facessi qualche ristringnimento; io, andandolo scalzando, glie ne dissi molte volte; et sempre me lo negò, dicendo: che non si voleva fare stendardiere o capo. E così, dicendoli io et altri, molte volte, che, havendo preso e carichi havea, viveva troppo ad benefitio di natura; sempre neghava, e diceva: Quando a Paulantonio e Giovan Batista e questi altri, parrà loro da fare più una cosa che un’altra, io concorrerò con loro; ma capo non intendo io farmi. Et mi ricordo che è circa uno mese che, sendogli decto, credo da Nicolò suo nepote, che Piero Martelli et Alphonso Strozi haveano usato dire che io sarei uno dì constrecto a manifestare tutti e secreti sua; lui ridendo me lo referì, et disse: Io sarei vituperato, se havessi a intendere quanto sciocamente io mi governo. Poi si risolveva con dire: Che mi può egli essere fatto? Di fuora non intesi mai che con principi havessi intelligentie o pratiche. Temeva il duca di Milano molto, et però era vôlto a le cose di Francia. Confidava assai in Paulo Vitelli, et sperava che in ongni sua ocorentia non li havessi a mancare. Di Lorenzo di Pier Francesco era intrato in grande sospecto, et usava dire che gli avea i sensali per la Italia, et maxime s’acrebe questa suspicione in lui, dopo la venuta di Frate Lauro.[955]
Ad Frate Hyeronimo et tucta quella casa di San Marco mostrava essere tanto affectionato quanto dire si potessi; et havea tucta la fede sua in loro; et afermava per la salute loro esere per fare ongni cosa: et quando acadeva ci fussi aviso e pratica alcuna apartenente a loro, m’usava spesso per mezo a farlo loro intendere; et così loro, quando acadeva loro bisogno di nulla, per via mia glieno facevono intendere, et lui gli aiutava et consiglava. Et mi afermò molte volte, che era tanta la reverentia portava ad Fra Hieronymo, che si farebe gran coscientia a richiederlo, o fargli dire o fare cosa alcuna a stanza sua. Et io non mi ricordo mai che a me gli facessi fare inbasciata alcuna di cose apartenente al publico. È bene vero che a questi dì, quando si tractò di sospendere la predica et se ne fe’ pratica, m. Francesco Gualterocti et lui mi commisono che io gli facessi intendere, come sendo il dì, che fu uno sabato, chiamati dalla Signoria per questo, loro erano in parere consigliare si sospendesino; e però glie ne facevono intendere, a ciò lui esaminassi se era meglo se ne levassi da sè, e aspectare la resolutione della pratica. A che lui rispuose: voleva piutosto che e Signori ne lo richiedesino, perchè da sè non le leveria. Ricordomi ancora che l’anno passato, la vigilia della Ascensione, sendo altercatione circa al predicare o no, Francesco Valori mi mandò a intendere se voleva a ongni modo predicare; et lui disse di sì: et uscita la pratica, gli fe’ intendere come era diterminato per la Signoria, che la mactina predicassi, et che lo poteva securamente fare.
Ancora mi ricordo che, havendo io inteso da Francesco Valori, quando era gonfaloniere di giustizia, chi era la Signoria li scanbiava, io la dissi a Frate Silvestro di San Marco, et ancora ad altri, maxime a Nicolò Ridolfi, perchè lo facessi intendere a Bernardo del Nero che era in villa: così havendo intesa di quella di Giuliano Salviati, come si diceva (che ve ne fu molti poi non riuscirono), parlando io con Fra Silvestro, gle ne dissi come gl’aveo inteso.
Che Francesco Valori sia andato a casa citadini privati, dico che io non ho notitia; ma mi pare havere inteso che un dì di festa andassi con Nicolò Machiavelli et Tommaso Guidecti a vedere Francesco dello Scarfa, ma non lo afermerei di certo; così è ito molte volte a visitare Antonio Canegiani malato: così andò due volte a visitare il vescovo de’ Soderini.
Sendosi l’anno passato, Francesco Valori acozato con Nicolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni et Gianozo Pucci, separatamente però, et con loro rasectatosi circa lo sdengno haveano concecto de l’esere ritenuti in Palazo, et esendo poi molto stimolato da loro di dovere vivere con qualche ordine, et sapere chi erono gli amici sua; mi ricordo che, havendo io desinato con lui una mactina, andato nello scrictoio, preso in mano certi stracti havea, dove erano scricti tucti e veduti et seduti[956] sino all’anno 1494, et legendogli a uno a uno, n’estrasse circa 300 cictadini delle migliori qualità v’erono, e usò queste parole; Quando s’avessi usare inteligentia, si vorebe esere con questi tali; ma io non intendo entrare in queste pratiche nè farmi capo. Et così ripuose decti stracti, nè mai più vidi ne tenessi conto.
Ancora mi ricordo che sono circa a venti giorni che, sendo io con Francesco Valori fra la piaza del Grano et quella de’ Signori, Berto da Filicaia lo scontrò, et tiratolo da canto, gli parlò molte parole; et spicatosi da lui, Francesco mi disse: Che credi tu che costui m’abia decto? costui era sul dirmi, che noi siamo disordinati, et che noi doveremo ordinarci. Io gli ò resposto, che vadia a trovare questi altri, Pagolantonio et Giovanni Batista Ridolfi; et dicoti, che io non mi voglio fare stendardiere.[957]
Sono circa XV dì, che Fra Silvestro di San Marco mi dette una poliza, havuta da uno suo frate, sulla quale era scritto come Tonmaso Capponi havea detto sullo sportello della botegha sua, che inanzi passassino molti giorni, le cose si chiarirebono, et che havea parlato con molti giovani de’ Conpangnacci. Et io la mostrai a Francesco Valori, el quale disse: Questa sarebe mala poliza, se fussi d’altri che di Tonmaso; ma si vorebe che e’ Dieci la vedesino. Et io gli dissi: Io non voglio questo uficio. Et così mi restò la poliza, et stracia’ la.
Similmente detto Frate Silvestro era usato, quando intendeva qualche cosa di carico o pericolo di Francesco Valori, o di Firenze o fuori, farmelo intendere, perchè glie ne riferissi. Et essendo, più tenpo fa, Francesco Valori in mala opinione di molti di quelli frequentano San Marco, che mostravono temere della grandeza et volontà sua circa le cose publiche, mi ricordo che io ne parlai già con Fra Silvestro; et facendogli fede della buona intentione sua, lo richiesi ne facessi ancora lui fede a quelli gli capitavono a le mani. Simile ho usato lodargli qualche altro cittadino di quelli non frequentano le prediche, perchè lui gli mettessi in buono concetto: e questo a nesuno altro effetto, se non per la benivolentia havevo con quelli tali, desiderando fusino honorati. Et emi ancora intervenuto che, trovandomi qualche volta con certi sviscerati di San Marco, che sapevo non legevono altro libro; io harò lodato loro uno Piero Corsini, Filippo Buondelmonti et Francesco Scarfi, maxime ne’ tenpi che el ghonfalone locava ne’ loro quartieri;[958] et facendo loro fede che, non obstante che non frequentino le prediche, per essere amorevoli della cictà, senpre farieno bene: et per questa via vedevo indurgli a prestare loro favore.